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In quali mani

26 febbraio 2009
di Marco Travaglio


Buongiorno a tutti. Ci sarebbe molto da dire su varie cose che sono successe, a cominciare dalle tristi vicende intorno all’obitorio del Partito democratico.
Tenderei a lasciarle perdere per non farvi venire il latte alle ginocchia e non farvi scappare da questo appuntamento; mi pare che la battuta migliore l’abbia fatta Matteo Renzi, il giovane che ha vinto le primarie contro la nomenklatura del partito per le comunali di Firenze, il quale a proposito del povero Franceschini ha detto “hanno eletto il vice disastro”.
Basta, chiudiamola qua.
Parliamo di cose più serie e anche più preoccupanti, cioè della questione dell’immigrazione mescolata a quella della criminalità che ha dato origine a un provvedimento come quello che autorizza le ronde private di cittadini che vanno in giro per le città a pattugliare, a non si sa bene a far cosa, vanno in giro con l’aria di sostituirsi o aiutare le forze dell’ordine a reprimere il crimine e dissuadere i criminali.
Ce ne siamo già occupati diverse volte del problema della criminalità, anzi vi segnalo ancora una volta che è uscito il terzo volume – Mafiocrazia – del nostro Passaparola che riunisce i Passaparola di fine anno scorso – inizio di quest’anno.
Lo riconoscete rispetto ai primi due dal fatto che le tonalità del colore sono rosa, anche se il contenuto è tutt’altro che roseo.
Partirei, a proposito di questi temi, da un articolo molto bello che ha scritto Luca Ricolfi su La Stampa; non sempre sono d’accordo con Ricolfi ma devo dire che questa volta ha colto nel segno. Dice che sostanzialmente i reati sono in calo tendenzialmente da molti anni, l’unico momento in cui c’è stato un’impennata dei reati, come avevamo noi ampiamente previsto, è stato con l’indulto. Adesso l’indulto ha perso ogni utilità in quanto il numero dei detenuti è lo stesso di prima dell’indulto con l’aggravio del fatto che abbiamo avuto molti più reati nel periodo post indulto: l’indulto anziché sollevare la condizione dei detenuti nelle carceri sovraffollate ha peggiorato la qualità dei cittadini onesti che stanno fuori e che hanno subito più reati di quelli che avrebbero subito se non fosse stato fatto l’indulto e si fosse provveduto a politiche diverse, tipo nuove carceri o diversa destinazione di alcuni tipi di detenuti, come extracomunitari e tossicodipendenti. In ogni caso, non è questo il tema.

Grazie Indulto
Scrive Ricolfi che il tasso di criminalità degli stranieri è ovviamente molto più alto di quello degli italiani, anche perché gli stranieri che vengono in Italia non sono un campione rappresentativo delle loro nazioni.
I rumeni che ci sono in Italia non sono una rappresentanza dei rumeni che ci sono in Romania. I marocchini che ci sono in Italia non sono una rappresentanza dei marocchini che ci sono in Marocco.
Esattamente come gli italiani che andavano in America non erano rappresentativi degli italiani che c’erano in Italia: chi scappa dal suo Paese per andare in un altro, se non è costretto da ragioni politiche o religiose o di guerra, di solito appartiene alle fasce più marginali della società, quelle che non riescono a ottenere e a fare fortuna nel proprio Paese la vanno a cercare, disperati, in un altro. Non confondiamo i rumeni che ci sono in Italia da quelli che ci sono in Romania come non dobbiamo confondere gli italiani che andavano in America e che molto spesso cadevano vittime della criminalità organizzata della mafia italo-americana proprio perché erano dei disperati disposti a tutto.
Quindi, non c’è nulla da meravigliarsi se il tasso di criminalità degli stranieri che sono immigrati in Italia è superiore di quello degli italiani che risiedono in Italia.
Gli stranieri che risiedono in Italia si dividono in due categorie, ma dovremmo abituarci a dividerli in tre categorie: oggi noi siamo abituati a parlare di quelli regolari, che lavorano, e di quelli clandestini, che vengono qua per delinquere.
In realtà i clandestini a loro volta si dividono in due sottocategorie: quelli che sono venuti qua per restare clandestini perché vogliono delinquere – ci sono e sono tanti – e quelli che sono venuti qua per lavorare ma devono rimanere clandestini a causa della legge Bossi-Fini che rende per loro praticamente impossibile la regolarizzazione e per quei pochi che la ottengono la rende lentissima. Basti pensare che chi trova un lavoro in Italia quando ci è entrato da clandestino, con un visto turistico o con degli altri escamotage, per essere assunto e messo in regola e diventare un immigrato regolare deve di nuovo uscire dal Paese e aspettare di rientrare nelle quote giuste, rientrare in Italia e nel frattempo il suo lavoro l’ha già preso un altro.
Nessuno lo fa, quindi abbiamo centinaia di migliaia di irregolari che lavorano e che per questa ragione non vogliono uscire, perché sanno che poi impiegherebbero molto tempo a rientrare. Non lo fanno e quindi non ottengono la regolarizzazione.
Ne abbiamo anche molti che avrebbero diritto ai documenti, prevede la legge entro poche settimane, credo due mesi al massimo, e che invece non li ottengono perché i tempi medi sono un anno e mezzo o due anni.
In attesa di quell’anno e mezzo o due anni tu che avresti diritto alla regolarizzazione subito continui a rimanere formalmente irregolare fino a che ti danno finalmente il permesso di soggiorno.
Dovremmo imparare a dividere i clandestini fra clandestini per necessità o incapacità dello Stato per follia della Bossi-Fini e clandestini per scelta, e questi sono quelli che dovremmo colpire. Fra quelli regolari, comunque, il tasso di criminalità è molto più basso rispetto a quelli clandestini perché quando uno è emerso con nome e cognome, documenti, integrazione non ha più motivi, o ne ha meno, per delinquere e nello stesso tempo ha più paura a delinquere perché è più facile prenderlo, visto che è regolare e risulta alle autorità.
In ogni caso, è chiaro pur essendo pochi i regolari che delinquono questi sono comunque il quadruplo rispetto agli italiani che delinquono; è assolutamente comprensibile per le ragioni che dicevo prima.
Invece, gli irregolari hanno una “propensione” a delinquere ventotto volte superiore rispetto a quella degli italiani: come vede tra un regolare che ha tre, quattro volte più degli italiani la propensione a delinquere e l’irregolare che ce l’ha ventotto volte, conviene fare più regolari possibili per diminuire la percentuale che delinquono.

La violenza telegenica
Scrive Ricolfi, vengono attribuite agli extracomunitari tutte le nefandezze e le nequizie, a cominciare dagli stupri, soltanto perché i giornali sono morbosamente attratti dal delitto – lui lo chiama – “la violenza interetnica”. Sono molto poco attratti dalle violenze intraetniche, quelle che avvengono all’interno della stessa etnia e a volte all’interno della stessa famiglia.
Voi sapete che secondo l’Istat circa i tre quarti delle violenze sessuali avvengono in famiglia a opera di padri, zii, suoceri, fidanzati, partner più o meno ufficiali e spesso non risulta nemmeno negli atti giudiziari perché la propensione a denunciare da parte delle vittime è bassissima.
Soprattutto se la violenza è avvenuta in famiglia, è più difficile denunciare un parente o un amico che non denunciare uno straniero.
Poi, naturalmente, ci sono dei calcoli su quali sono i tipi di reati più frequenti in questa o quella comunità straniera: ci sono quelli che lavorano di più di coltello, quelli che lavorano di kalashnikov, quelli che in base alle organizzazioni criminali che provengono dai loro Paesi si danno al traffico di droga, di armi, alle rapine.
Ci sono effettivamente queste differenze.
Per esempio, scrive Ricolfi, tra i romeni la propensione allo stupro è 17 volte più alta degli italiani ed è molto superiore a quella degli altri stranieri presenti in Italia.
Pare che i romeni abbiano questo “record” tra le comunità straniere presenti in Italia: non significa assolutamente che siano tutti stupratori, sappiamo che ci sono più stupratori fra i rumeni che non fra stranieri di altra provenienza.
Nelle rapine, per esempio, i rumeni hanno il doppio di propensione rispetto agli altri stranieri, nel furto addirittura il quadruplo. Sono invece ritenuti meno pericolosi per quanto riguarda gli omicidi, le lesioni: altre comunità sono considerate più propense al delitto di sangue.
Del resto ogni comunità ha le sue specialità: noi per esempio la corruzione, le bancarotte: la propensione dello straniero immigrato alla bancarotta è abbastanza bassa e anche quella della corruzione del testimone nel processo penale, reati nel quale, come avete saputo, eccelle il nostro Presidente del Consiglio e i nostri banchieri, a proposito della bancarotta.
E’ importante quello che dice Ricolfi perché a un certo punto trae le conseguenze: “la qualità dell’immigrazione – ce lo siamo detto più volte al Passaparola – di fatto la decidiamo noi”. Posto che gli immigrati continueranno ad immigrare e che non ci saranno grandi possibilità di arginare un fenomeno mondiale, di massa, epocale a meno che non si riesca a frenare il peggioramento della situazione dei continenti del terzo e quarto mondo causata anche dagli effetti della globalizzazione.
E’ evidente che un fenomeno di massa non lo possiamo arrestare come singoli Paesi, quindi forse dovremmo cominciare a domandarci come disciplinarlo per migliorare la qualità di coloro che vengono e si fermano qua.

Italia: la Mecca del crimine
Infatti Ricolfi spiega quello che abbiamo detto spesso, l’ho sentito dire anche da Piercamillo Davigo l’altra sera a Ballarò: nessun Paese può adottare, rispetto al crimine, misure molto più severe di quelle dei Paesi vicini oppure molto meno severe. Nel primo caso esporterebbe criminalità e i vicini si incazzano, nel secondo caso importa criminalità e dovrebbe incazzarsi lui con se stesso per non essere un Paese considerato serio e severo nei confronti della criminalità. E’ chiaro che l’Italia – dice Ricolfi – con la lentezza dei processi causata da questa classe politica che ha tutto l’interesse a processi sempre più lenti, a prescrizioni sempre più facili e a impunità per le classi dirigenti, va a riverberarsi sulla qualità degli immigrati: se l’immigrato arriva, noi siamo l’avamposto dell’Europa sul mediterraneo, invece di andarsi a cercare un Paese dove sia più conveniente delinquere resta in Italia, perché non c’è un Paese più conveniente per chi vuole delinquere, in tutto il resto d’Europa. Non c’è un Paese dove per farti un processo impiegano quindici anni, dove c’è un indulto ogni tot, dove ci sono alternative infinite al carcere, indulgenze plenarie, sconti, attenuanti e prescrizioni.
Quindi, dice Ricolfi, siamo diventati la Mecca del crimine, “attiriamo ingenti minoranze criminali provenienti da un po’ tutti i Paesi” e così facendo creiamo pure l’illusione prospettica dello straniero delinquente perché se gli stranieri sono tutti come quelli che, in una cera proporzione, vengono in Italia uno dice “ma sono proprio brutti!”.
In realtà non sono brutti, sono i peggiori fra gli stranieri quelli che si fermano, molto spesso, in Italia. Poi ci sono anche quelli che vogliono lavorare ma spesso non li vediamo perché sono costretti alla clandestinità: noi siamo l’unico Paese in Europa che fa ponti d’oro agli stranieri che vogliono delinquere, con i processi lenti e le leggi farraginose che non funzionano e le forze dell’ordine con le volanti senza il pieno e a cui non si riparano i guasti perché non ci sono i soldi, e dall’altro lato facciamo un mazzo così a quelli che vogliono venire a lavorare e che devono espiare un trattamento terrificante.
Tant’è che spesso per andare a lavorare si rivolgono a Paese più furbi che invece fanno ponti d’oro agli stranieri lavoratori e un mazzo così agli stranieri delinquenti.
Non è che lo straniero è più pericoloso dell’italiano perché è straniero: è la porzione di stranieri che vengono in Italia che è di qualità ancora peggiore rispetto alla porzione di stranieri che emigrano dai loro Paesi verso l’Europa.
Gli stranieri hanno un tasso di pericolosità x, quelli che emigrano hanno un tasso di pericolosità x per 3, per 4, per 5 perché sono i più poveri e derelitti. Gli stranieri che emigrano e rimangono in Italia hanno un tasso di pericolosità di x per 4, per 5, per 6… per il fattore “I”, il fattore Italia, che fa si che da noi si fermino quelli che percentualmente sono i più pericolosi per le ragioni che abbiamo detto prima.
Ma siccome non si possono distinguere ad occhio nudo quelli buoni da quelli cattivi, ecco il razzismo, la xenofobia, la diffidenza che dal nostro punto di vista li accomuna tutti. Dice Ricolfi che l’unica cosa da fare sarebbe quella di rendere l’Italia un paradiso per gli stranieri di buona volontà e un inferno per i criminali stranieri o italiani che siano.

I criminali e i colleghi al governo
Mettetevi nei panni di uno straniero che è entrato in Italia l’altro giorno, ha scoperto che hanno condannato il principale coimputato del Presidente del Consiglio, ha detto: “ah, perché il presidente del Consiglio è imputato? E di quale reato? Di avere corrotto un testimone perché mentisse sotto giuramento nei suoi processi. Ah però! In un Paese dove c’è un collega al governo, anche io che non ho mai pensato di fare fondi neri all’estero, fondi neri, corruzione di testimoni… pensavo di fare qualche scippo, di spacciare qualche canna, ho trovato il Paese giusto: c’è un collega molto più importante e pericoloso di me che mi governa. Potrà mai quel Paese chiedere a me un comportamento più legale di quello che ha tenuto il suo presidente del Consiglio?” No, quindi si ferma qua e capisce che ha trovato il posto giusto.
Questa è la ragione per cui questo governo, come gli altri che lo hanno preceduto ma questo è l’apoteosi, non potrà mai darci una politica di sicurezza; allora, come ha detto Davigo, invece delle leggi per la sicurezza si fanno le leggi per la rassicurazione.
Cosa vuol dire? La legge per la sicurezza è quella che rende più sicuri i cittadini davvero e rende più sicuro che i criminali saranno puniti e a qualcuno gli fa pure passare la voglia. Le leggi per la rassicurazione convincono i cittadini che stanno diventando più sicuri ma in realtà non è vero, quindi li prende in giro: quando uno si rilassa e dice “siamo tutti più sicuri”, mentre è rilassato è più permeabile, ha meno difese nei confronti della criminalità.
In realtà le leggi sulla rassicurazione finiscono per diventare dei boomerang, cioè diventare criminogene non appena i criminali scoprono che quelle leggi non funzionano e sono finte.
Faccio due esempi.
Per rendere effettive le espulsioni bisognerebbe stipulare accordi con i Paesi di provenienza degli immigrati e poi dotarsi di strumenti purtroppo costosissimi, quindi spendere molti soldi pubblici per questo, che aiutano al più presto possibile a identificarli.
Il problema drammatico è che finché non si sa uno da dove viene davvero e come si chiama davvero, non ci sarà nessun Paese che se lo prende perché bisogna dimostrare che quel tizio viene da quel Paese, altrimenti non lo vogliono.
Bisognerebbe firmare, lo scriveva l’altro giorno mi pare il Prof. Grevi sul Corriere della Sera, quella convenzione internazionale che prevede in tutta Europa non solo le impronte ma le banche dati del DNA.
Se tutti i cittadini, italiani o stranieri, dessero l’impronta e il loro DNA, da quel momento il nome può cambiare finché si vuole ma il marchio genetico consente di identificare ciascuno, di avere una caratteristica che rimarrà per sempre.
Quando hai sul documento quella caratteristica, quello sei tu: la prima volta ti danno quel codice, la seconda se ti riprendono sei recidivo, si sa chi sei, dove ti si può mandare.
Invece no, noi non ratifichiamo queste convenzioni, non investiamo in queste tecnologie anzi stiamo abbandonando le intercettazioni, stiamo tornando all’età della pietra nelle investigazioni, e nello stesso tempo facciamo leggi sulla rassicurazione.
Ronde padane, pacchetto antistupri. Pensate che idea: hanno fatto un decreto per dire che non bisogna stuprare le ragazze, perché prima non si sapeva, era ambiguo. Sono arrivati loro e hanno messo proprio per legge che non si possono stuprare le donne, così vedrete che adesso non stupreranno più nessuno.
Questa è la rassicurazione, la sicurezza è quella roba la che costa.
Oppure per rassicurare la gente si dice: “la polizia li mette dentro e i giudici buonisti li mettono fuori”. Così in realtà si semina il panico nella gente: se la gente comincia a pensare che i magistrati come sport scarcerano gli stupratori, di chi si fiderà? Andremo in giro a spare da soli per le piazze e tutti saranno più insicuri perché bisognerà stare attenti non solo agli spari dei delinquenti ma anche di quelli che vanno a farsi giustizia da soli e che spesso si sparano nei coglioni quando cercano di tirar fuori la pistola dalla tasca e non ci riescono.
La sicurezza deve essere affidata a gente professionale non ai cialtroni.

Espulsioni impossibili
Quando uno sente parlare di espulsioni pensa che un immigrato quando viene sorpreso da clandestino venga preso per un orecchio, accompagnato alla frontiera o messo sull’aereo ed espulso.
In realtà non è così: quando un immigrato viene sorpreso senza i documenti gli si chiedono, lui non li ha, lo si porta all’identificazione che può durare anche dei mesi o in eterno. Se non riesci a individuare da dove arriva come fai ad identificarlo?
E dato che può restare nei CPT giustamente sono due mesi perché non ha commesso nessun reato e non puoi arrestare uno che non ha commesso nessun reato, ritorna nel circuito della clandestinità e spesso della criminalità, fino a quando lo riprendono.
Se invece riescono finalmente a individuarlo o lo scoprono la seconda volta dopo avergli già fatto un provvedimento di espulsione a cui non ha ottemperato, allora lo possono arrestare. Ma non esiste l’espulsione come ce la immaginiamo noi: prendono uno, non ha i documenti, lo accompagnano alla frontiera e via.
Cosa fanno, di solito? Gli fanno il foglio di via dopo averlo identificato, un foglio dove c’è scritto: “vai via”.
Quello non va via, e come fai a scoprire se è andato via o no? E’ sparito… ha semplicemente cambiato quartiere o città.
La seconda volta gli dici: “ma ti avevo già detto di andare via, perché non l’hai fatto? E’ reato non ottemperare al provvedimento di espulsione senza giustificato motivo”. A quel punto lui dice: “ma io un giustificato motivo ce l’ho: non ho i soldi per prendere l’aereo o il treno”.
Quando si faranno furbi e useranno tutti questo alibi faranno saltare anche la possibilità di condannare a pochi mesi per mancata ottemperanza dell’espulsione perché è uno stragiustificato motivo quello di non avere i soldi per non andare via. E’ lo Stato che ti manda via che te li deve dare, è triste dirlo, è seccante ma è così.
In quale prefettura o questura ci sono i soldi sufficienti per pagare il biglietto di ritorno a tutte queste migliaia di persone che dovrebbero andarsene?
Non hanno manco i soldi per la benzina delle volanti, non possono neanche riparare le macchine, figuriamoci se possono pagare il viaggio a questi.
E’ assolutamente ridicolo pensare di poter risolvere questo problema prolungando di qualche mese la permanenza nei CPT che sono poi dei lager dove stanno accatastati.
E se li tieni per due mesi è un conto, ma se li tieni per 18 mesi e non costruisci nuovi lager dove li metti quelli che invece di due mesi rimangono 18? Esplodono questi posti, con problemi di ordine pubblico: vedete che già a Lampedusa ne abbiamo un’anticipazione.
Non potendo rendere più seria la giustizia e non avendo soldi per rendere più seria l’azione dell’ordine pubblico, si butta del fumo negli occhi della gente come la stupidaggine delle scarcerazioni facili.

Meglio ammazzare che stuprare
Hanno letto sul giornale che un giorno un giudice ha mandato agli arresti domiciliari un ragazzo che si era consegnato e autoaccusato dello stupro di una ragazza alla festa di capodanno e hanno detto: “è una vergogna, li mettono ai domiciliari, non si può, lo stupratore deve stare in galera”e hanno fatto una legge per vietare i domiciliari a chi? Ai condannati per stupro?
No, non stiamo parlando dello stupratore condannato, che ovviamente deve essere giudicato al più presto possibile e portato in carcere e lasciato lì dentro il più a lungo possibile, su questo siamo tutti d’accordo.
Qui stiamo parlando di dove metterli prima del processo: gli arresti domiciliari come misura cautelare sono stati vietati da questo pacchetto sicurezza.
Per i reati di mafia e per lo stupro, non si possono più dare i domiciliari al sospettato. E’ obbligatorio tenerlo in galera durante il processo. Tenete presente che è solo un sospettato, anche se ha confessato è solo un sospettato perché sarà uno stupratore solo quando sarà stato condannato in terzo grado. Allora facciamo i gradi di giudizio più in fretta possibile, diamo più mezzi, togliamo un grado di giudizio. No, non lo vogliono fare perché varrebbe per tutti, anche per se stessi.
Cosa fanno? Vietano di dare i domiciliari in custodia cautelare obbligando i giudici ad arrestare la persona anche se non ci sono le esigenze cautelari cioè, se il tizio non rischia di fuggire, ripetere il reato o inquinare le prove, anche se per scongiurare quei tre rischi basterebbe chiuderlo in casa durante il processo.
Tipico caso come quello di Capodanno: il ragazzo era completamente al sicuro, nessuno lo aveva riconosciuto, nessuno lo stava cercando, nessuno lo avrebbe mai accusato di quello stupro. C’è andato lui accompagnato dal padre a confessare, ha fornito ai giudici le prove contro se stesso, si è consegnato, si è dichiarato pentito. Il padre ha dimostrato che questi hanno non solo una casa ma anche una famiglia dove questo tizio può essere tenuto sotto chiave non essendo un maniaco sessuale ma il classico stronzo di buona famiglia che fa il maiale durante una festa per poi farsi bello con gli amici, la bravata.
Domanda: lo mandi ai domiciliari? Certo, perché prima del processo non minaccia ne di ripetere il reato, né di inquinare le prove – le ha fornite lui – né di scappare – si è consegnato.
Questo dice la legge per tutti i reati, anche per l’omicidio. Classico caso della moglie che ammazza il marito che la picchia da anni: mica è una serial killer, può restare tranquillamente ai domiciliari durante il processo perché un altro marito non ce l’ha da ammazzare, quindi non può reiterare il reato; le prove come fa a inquinarle se l’hanno trovata col pugnale nella pancia del marito, anzi è stata lei ha chiamare i poliziotti? Come può scappare, dove scappa una donna in quelle condizioni? Sono questi i casi in cui la legge prevede, giustamente, di ricorrere agli arresti domiciliari quando non è assolutamente necessario il carcere prima del processo.
E’ chiaro che dopo il processo questa gente andrà in carcere, quando sarà stato condannata. Invece no, hanno fatto una legge dove lo stupro è equiparato alla mafia, e uno può decidere se è giusta o non è giusta, l’hanno voluta i leghisti: uno fa una lista di reati per i quali è obbligatorio il carcere preventivo, può andare bene.
Domanda: quali reati ci hanno messo? Mafia e stupro. Voi direte: ci sarà anche l’omicidio, la strage. Come fai a mandare ai domiciliari gente che ha fatto una strage o un omicidio in un Paese dove è vietato dare i domiciliari a chi ha fatto uno stupro? Maggiore è la gravità dell’atto e maggiore deve essere la sanzione, anche di tipo preventivo.
No, sono talmente furbi – stiamo parlando della Lega, avete presente le facce di questi giureconsulti – che hanno deciso che per lo stupro arresti domiciliari no, carcere obbligatorio; per gli indagati di omicidio e strage invece si possono dare ancora gli arresti domiciliari. Pensate che astuzia, così d’ora in poi lo stupratore saprà che se si limita a violentare la ragazza finisce in galera dritto e filato obbligatoriamente e lo processano dal carcere, se invece la ragazza oltre a stuprarla la elimina anche fisicamente o fa saltare l’intero quartiere con una bomba per cancellare anche le ultime tracce, in quel caso ha ancora speranza di ottenere gli arresti domiciliari.
E’ una legge criminogena perché rende più conveniente per lo stupratore anche l’eliminazione fisica della vittima.
Pensate in che mani è la nostra sicurezza. Passate parola.

23 febbraio 2009
http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it

Sinti in corteo contro Maroni

17 febbraio 2009
da Milano, Giovanni Giovannetti

Una manifestazione così a Milano non si era mai vista. Oltre 1000 zingari Sinti italiani provenienti dalle città del nord si sono dati appuntamento in piazzale Loreto, e poi in corteo fino al Pirellone (la sede della Regione) per manifestare contro il decreto legge del ministro Maroni sulla sicurezza, in particolare contro gli articoli 43 e 50, che modificano la legge sull’iscrizione anagrafica, a causa dei quali molte famiglie di Sinti italiani, quelli che vivono in roulotte o in caravan, potrebbero perdere la residenza. Gli zingari italiani sono circa 120 mila, arrivati tra il XII e il XIII secolo. Molti sono sedentari. Una parte di loro è impiegata negli spettacoli viaggianti. Chiedono «che la legalità non passi attraverso la schedatura» e che si prevedano diritti per tutti. Si oppongono alle «campagne di stampa denigratorie» le stesse che «colpiscono questo o quello a seconda degli umori della piazza». Pretendono «legalità uguale per tutti, senza distinzioni» e la possibilità di esprimere le loro idee e i loro valori.

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Senza rete

16 febbraio 2009
di Nicola Cocco

Ddl 733. Per amici e nemici: “ddl sicurezza”. Sempre lui, il mirabile monstrum di questo squarcio di vita democratica italiana al limite. Questa volta l’emendamento che indigna è quello del senatore D’Alia dell’UDC, che propone al suddetto ddl l’articolo 50 bis. Titolo: Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet. Sostanza dell’emendamento: nel caso di presunta apologia o istigazione di reato sulla Rete (tutta la Rete, dai blog a Facebook a YouTube) lo Stato diffida il gestore del sito in questione affinché filtri la parte incriminata. Nel caso in cui il gestore non ottemperi, oltre all’ammenda amministrativa, lo Stato può passare ad oscurare il sito in questione (di tutta la Rete, dai blog a Facebook a YouTube).
Ciò che personalmente mi dà davvero fastidio in questo ennesimo attacco alle libertà elementari, «quelle che dài per scontate come l’aria, della cui importanza ti accorgi solo quando non le hai più», come ci raccontavano i nonni, è il concetto di “cavalcare l’onda”.
Questo emendamento nasce dalla comparsa di gruppi inneggianti a boss di mafia e camorra, su Facebook prima di Natale. Ci indignammo più o meno tutti, alcuni decisero di “suicidarsi” da Facebook (per amici e nemici, “fb”).
Francamente, mentre trovo YouTube uno strumento eccezionale di informazione e svago, riconosco che “fb” non mi sta particolarmente simpatico, sono uno di quei “suicidi” e, dal momento della cancellazione, ho almeno il sollievo di non sentirmi “complice” di un meccanismo che alimenta la dilagante masturbazione narcisistico-voyeuristica di tutta la nostra società (non si può parlare infatti di “web generations” degenerate, perché su “fb” ormai c’è n’è per tutti i gusti) sotto gli occhi sorridenti delle aziende che usano dati e tendenze espresse sul network per programmare le loro campagne di pubblicità o produzione. E allora io rivolgo le mie critiche ai gestori di Facebook, agli altri utenti, cerco di discutere, di mettere a nudo quelle che per me sono storture; e chiaramente non mi ascolta nessuno, come nessuno ascolterebbe un barbone con un cartello che annuncia la fine del mondo. Ma queste sono considerazioni filosofico-politiche di bassa levatura, di quelle in cui ci si strugge per il «degrado della società». Non mi è mai neanche balenata in testa la possibilità che la lunga mano della Legge potesse intervenire in queste faccende, addirittura minacciando di oscurare qualcosa come i grandi network mondiali, che – per definizione – sgusciano oltre i confini e battono i pugni come ossessi contro ogni eventuale muro venga loro prospettato.
Ma ecco che l’illuminato di turno compie un salto mortale dell’immaginazione: cavalca l’indignazione suscitata dal gruppo di imbecilli del gruppo W Riina (cui dovrebbe mandare anche un regalo di ringraziamento, per avergli fornito un buon pretesto) per imbastire una crociata contro la libertà d’espressione on-line (cioè, nel bene e nel male, la principale piazza pubblica dei nostri tempi). Un reato d’opinione applicabile ad ogni secondo di connessione, finanche ai commenti ai post dei blog (illuminante l’intervista di Alessandro Gilioli al senator D’Alia, ovviamente su YouTube).
Alla fine, per quanto l’improbabile oscuramento di realtà immense come “fb” e YouTube possa far clamore, ciò che davvero mi spaventa è la possibilità di colpire la libertà d’espressione di tutti, dai blogger ai commentatori. Immagino che, per apologia di reato di diffamazione o di falso, tutti i blog “impegnati” e "scomodi-per-il-potente-di-turno" saranno oscurati nel giro di un mese. Perché non c’è solo il blog di Grillo: ci sono realtà locali preziose come il blog del Circolo Pasolini, o direfarebaciare; c’è il blog di un amico che costruisce parodie di Berlusconi con i Lego, o quello in preparazione di un altro conoscente che mostrerà visivamente le “ferite” inferte dai barbari al nostro stato di diritto; ci sono i siti dove i giovani intellettuali “fanno sul serio”, come “Il primo amore” o “Nazione Indiana”. E in effetti, come ricorda il blog di Grillo, i soli altri esempi analoghi che vengono in mente (o si trovano in Rete) sono i filtri applicati da Cina, Corea del Nord e Birmania alle ricerche su Google.
Ecco, cavalcare l’onda.
Ma possibile che, nell’Italia governata dal Popolo delle Libertà, le vere manifestazioni di Libertà – da un commento spontaneo in un blog, alle vignette di Vauro per la Costituzione – facciano tanta paura?

Valvole di sicurezza

12 febbraio 2009
di Nicola Cocco

Di ritorno dall’assemblea al Naga di Milano. Tanta gente, inaspettata per il modesto salone; volti tesi, persone che magari nella vita quotidiana sono miti professionisti, insegnanti, studenti che hanno ancora in bocca le formule del movimento dello scorso autunno. Gente che sa che si deve fare qualcosa, e che si chiede che cosa, perché in passato quella ‘cosa’ non ha funzionato, perché le dinamiche di potere, perché i pesi politici, perché tutti i perché del caso.
Durante il tragitto mi impongo di non pensare a nulla, alzo il volume dello stereo, la solita infinita playlist di Bob Dylan. E però. Però avverto che anche stavolta abbiamo sbagliato qualcosa, e abbiamo qualcosa da imparare (che poi uso un ‘noi’ che è più una formula di speranza).
Ci siamo indignati ancora una volta con le pinze da francobolli, per l’emendamento che cancella il divieto di segnalazione per i medici. Ci stiamo arrovellando sul «il medico deve» o «il medico può», ci costringiamo a sentire le agghiaccianti delucidazioni di senatori ed onorevoli leghisti che glossano la loro agghiacciante trovata. Io ho imparato dai rappresentati di alcune associazioni di immigrati di Milano (loro non indignati, loro proprio incazzati neri) che il vero scandalo è un altro, che sta passando nello stesso ddl quasi in sordina, col silenziatore della comune rassegnazione: il reato di clandestinità. Sarà in nome di questo reato che tutti i pubblici ufficiali (medici di pronto soccorso, ma anche dirigenti scolastici, per fare due esempi quotidiani) potranno trovarsi a dover denunciare gli stranieri irregolari, pena la denuncia penale per omissione di denuncia di reato da parte di pubblico ufficiale.
Una legislazione securitaria che si regge sul terrore di reciproche denunce e delazioni.
Ed è sempre da un’assemblea di queste facce miti di giorno e lì incredibilmente tese e rosse, che emerge il fatto principale, che considerare un’ovvietà rischia di essere una colpa: il vero vulnus, in quest’atmosfera da ultimi tempi, è il ddl sicurezza nella sua interezza: spacciando sicurezza a buon mercato per gli italiani brava gente (cioè quelli con la partita IVA e qualcosa da temere), si accanisce con burocratico cinismo contro le fasce più deboli e povere della nostra società, cittadini italiani inclusi. «Il vero bersaglio sono i poveri, stranieri o italiani che siano!» grida una signora con accento milanese e lineamenti peruviani, minuta ma dalla rabbia possente come un dragamine. Reato di clandestinità, ronde padane, lista dei senzatetto, idoneità di alloggio per l’assegnazione della residenza, e altro e altro ancora: un elenco che quasi ci siamo abituati a leggere e a non comprendere nelle sintesi del Corriere o di Repubblica, perché riguardano quella realtà che molti di noi possono leggere, con rabbia anche, con solidarietà, certo; ma, per privilegio di nascita e di censo, non ‘comprendere’ sulla propria pelle: il disagio, lo sradicamento, la povertà. Che tu sia un senegalese sbarcato il mese scorso, o un professionista bresciano con cui la roulette è stata perfida. Una volta di più, è fondamentale ascoltare chi il disagio e la povertà li vive, coinvolgerlo nei processi decisionali, di proposta e di cambiamento.
Non pensare, mi ero riproposto, e le mani stringono il volante; e la voce nasale dello stereo. Assemblee del genere hanno un grosso difetto: si è fra amici, o almeno tra persone che partono da uno strato di rabbia e sensibilità comune. E allora mi chiedo, tra le curve, come si fa, come diavolo si fa a parlare con quelli che non la pensano come ‘noi? Mi pongo spesso in questi giorni il problema del parlare con ‘loro’, con gli immigrati spaventati ed arrabbiati; ma c’è anche un altro ‘loro’, quelli che plaudono al ddl sicurezza, quelli che non vedono l’ora di andare a spasso nelle ronde; quelli che semplicemente non possono comprendere la gravità della situazione italiana, per pura e colpevole ignoranza. Parlare con ‘loro’, ascoltare le ‘loro’ ragioni. Gesù, che fatica.
E se fosse tutto un problema di linguaggio? Ma no che non lo è. Ad una decina di chilometri da Pavia poi, nonostante lo sforzo di non pensare, mi viene in mente il meccanismo della pentola a pressione; una fissazione del professore di fisica del liceo, che così cercava di inculcarci gli arcani della dinamica dei gas: aumentando la pressione all’interno della pentola (impedendo ad aria e vapore di fuoriuscire), aumenta il punto di ebollizione dell’acqua. E’ una legge fisica; ed è una legge politica. Ma c’è un aspetto della pentola a pressione che mi ha sempre affascinato: la valvola di sicurezza, che si innalza se la pressione interna aumenta troppo. E’ lo strumento di controllo semplice ed efficace che spruzza vapore nelle cucine; ed è anche uno strumento sociale e politico.
E che c’entra; e c’entra. Perché è una pentola a pressione quella in cui stiamo vivendo, quella in cui ci stiamo agitando. Emozioni, propaganda, scontri, denunce, povertà attuali e potenziali. C’è ancora il vapore degli studenti, che ora sono a mordersi le mani sui libri per gli esami e su errori invernali e possibili primavere; mentre migliaia di insegnanti delle elementari attendono la mannaia più irresponsabile della storia dell’istruzione di questo Paese. Gli immigrati che assistono a ciò che si dice e si decide delle loro esistenze e delle loro reputazioni, vivono la colpevolizzazione etnica quotidiana per reati orribili, strumentalmente branditi come emergenza nazionale e ormai passibili di linciaggio. Gli immigrati che leggono il ddl sicurezza (lo leggono, lo leggono) restano allibiti quanto io resto sconfortato. Gli immigrati che sentono di avere qualcosa da difendere perché conquistato con fatica e rischio della vita: un lavoro, un’abitazione (che magari sarà considerata troppo piccola per avere la residenza dal comune), un permesso di soggiorno che fa pena e fa penare. Gli italiani che non accettano lo schifo degli scontri tra poteri istituzionali, che non si fermano davanti a nulla, neanche davanti al corpo di un essere umano al limite, alle sue intime funzioni vitali e al suo dolore. Gli italiani che non possono, non riescono ad accettare il gioco della democrazia, quando questo gioco ha un costo tanto grande e pericoloso. La pressione sta aumentando di giorno in giorno, e anche il calore sotto la pentola. Facce tese, qualcosa si deve fare, sì, ma che?
E le valvole di sicurezza? ‘Loro’, i novelli crociati padani e papalini, la loro valvola l’hanno trovata: creare un nemico. C’è la crisi, si perderanno migliaia di posti di lavoro, l’insicurezza cresce; creare un nemico: l’immigrato, lo ‘strano’, il povero, quello ai margini. E’ lui che mette a repentaglio la vostra sicurezza, è lui che mina la vostra ricchezza e il vostro lavoro. «Lo combatteremo con rigore, voi state tranquilli e guardate come lavoriamo in TV, tra una troiata e l’altra». E intanto, l’inadeguatezza delle misure per affrontare la crisi economica più inquietante (il vero nemico, seplicemente troppo grande per una classe politica impotente per poterne parlare con serietà e sincerità), passa in sordina, nelle pagine economiche dei giornali, tra le “cose tecniche”; meglio qualche pillola quotidiana di ciò che fa Obama.
E le ‘nostre’ valvole di sicurezza? Già intravedo le luci della città, ma questo pensiero degli sbocchi alle pressioni che stanno covando nel Paese mi fa rallentare. Assoluta sfiducia nei partiti di opposizione, per i motivi che sappiamo. Troppo macchiettistici. Respiro profondo quando si parla dei sindacati: certo, dobbiamo dialogare, però troppo deboli, sì, anche la CGIL, anche la CGIL. E’ questo il vapore che ho respirato in quell’assemblea di persone così tese. Forse c’è stata troppa ‘mitezza’ nei mesi precedenti? Forse è un errore arrivare al rosso in faccia nei giorni dell’emergenza? Non si può che prenderne atto. E riconoscere il lavoro straordinario, di quotidiana assistenza e denuncia pressante che associazioni come il Naga, la SIMM, Msf, la Caritas, che molti medici ed infermieri e assistenti portano avanti da anni, non solo con gli immigrati. Sì, ma allora quali saranno le ‘nostre’ valvole di sicurezza, adesso?
Oltre alla manifestazione del 21 febbraio a Milano contro il ddl sicurezza, organizzata dalla CGIL e dalle associazioni di volontariato (Naga in primis), si parla di un grande sciopero generale degli immigrati (e di tutte le fasce colpite dal ddl, aggiungo io): bloccare la capitale economica del Paese, bloccare il Paese, per ricordare a lor signori quale parte importante del motore i ‘nuovi italiani’ (regolari presenti e futuri) rappresentino. Bello, è uno sbocco. Potrebbe esserlo.
Si parla di referendum, di usare ogni mezzo possibile che la legge mette a disposizione per arginare i barbari: un referendum contro il ddl sicurezza? Sì ma poi lo perdiamo, dice il politico scafato, perché ‘loro’, gli italiani brava gente che hanno qualcosa da temere, ci credono in quel ddl, foss’anche solo per quella parola totemica e mediatica «sicurezza». Ma siamo certi di perderlo, questo referendum? La valanga di no all’emendamento vergogna per i medici, dal papa a galan alla sinistra dei fiordi, non può essere un sintomo di una sensibilità scalfita, cambiata? Non so, di certo arrivo a Pavia con un po’ di sollievo per il fermento assaggiato a Milano, e un’amara constatazione: ci siamo focalizzati per giorni infuocati su un sintomo, l’emendamento vergogna per i medici, tralasciando la ferita grave: il reato di clandestinità. E l’aria irrespirabile che emana dal ddl sicurezza in toto. Mi ripeto, lo so, mi ripeto; ma lo studio della medicina insegna che curare il sintomo non scaccia la malattia. Sarà necessario ricordarla, la malattia, nei prossimi giorni: dichiararsi apertamente e con forza contro il reato di clandestinità, che trasforma tout court le persone in criminali per il solo fatto di ‘esistere’ sul territorio nazionale (e se semplifico lo faccio volutamente). Bisognerà scagliarsi contro un provvedimento che sbandiera sicurezza abbattendosi con violenza ideologica sui più deboli (e con effettive possibilità di applicazione più che discutibili). Se anche dovessero cancellare l’emendamento vergogna per i medici, lasciando il resto invariato, il nostro resterà un corpo sociale seriamente compromesso, con un tocco di ipocrisia in più.
Mi tolgo finalmente di testa l’immagine della pentola a pressione, Dylan può bere un bicchiere d’acqua, arrivo a casa. E leggo gli strilli che graffiano il bianco di una morte, che avrebbe bisogno finalmente di soffice silenzio. E del ministro dell’interno barbaro che denuncia Famiglia Cristiana.
(Promemoria: nei tragitti brevi, viaggiare sempre in compagnia).

Dal diritto alla salute al rovescio della ragione

5 febbraio 2009

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di Nicola Cocco

 

 

Esimi Dottori, purtroppo, nonostante gli appelli e le manifestazioni di protesta di una parte importante della comunità medica e associativa del Paese, l’emendamento della Lega che cancella il divieto di segnalazione degli irregolari in cura è passato al Senato (ora il ddl tornerà alla Camera; un articolo da Repubblica sintetizza anche le altre perle del provvedimento). Questo rischia di essere l’inizio di un periodo tremendamente buio per l’Italia repubblicana (e non solo nell’ambito sanitario), fatto di delazioni e discriminazioni e silenzi impotenti. Come mi suggeriva un amico medico appassionato del proprio essere medico, il primo impulso che viene è quello di denunciare all’Ordine chi denuncerà i clandestini, in quanto atto contrario al Codice deontologico (violazione del segreto professionale). Senza contare degli aspetti deleteri per la Sanità Pubblica della prevedibile diminuzione di accessi degli stranieri alle strutture sanitarie, per paura della segnalazione; aspetti di cui i parlamentari sono stati informati a dovere negli scorsi mesi, e della cui ignoranza sono sordi colpevoli; a cui si aggiungono gli aspetti umani e professionali su cui si è espresso fortemente anche il mondo missionario cattolico, attraverso il lavoro della Caritas e gli strali indignati di Famiglia Cristiana. Eppure l’emendamento è passato, e ciò fa calare sui medici e i volontari e tutte le persone coinvolte uno strato denso di amarezza: perché è l’ennesimo atto che mira a far percepire gli “altri” (a noi e a loro stessi) come sempre “più altri”, colpevoli della loro condizione esistenziale di “migranti”, “extracomunitari”, “clandestini”, sempre e solo “braccia” utili a seconda delle congiunture economiche, sempre prima e a prescindere dal loro modo di vivere, dalle loro storie e dalle loro aspirazioni. Cala una nebbia di sconforto nei confronti dei meccanismi democratici del nostro Paese, che non riescono ad evitare ingiustizie così palesi (e basti pensare ad un altro tema medico attuale ed eticamente sensibile come il caso Englaro), non solo alle sensibilità individuali, ma anche alle ragioni e ai doveri deontologici professionali. Sconforto nei confronti di una classe politica che non riesce a produrre una voce che si oppongo in maniera forte e autorevole a tali ingiustizie, accogliendo l’indignazione di quella fetta di opinione pubblica e di società civile attive e ancora intatte dal generale istupidimento mediatico e populista. Ma dobbiamo cercare di non cedere allo sconforto. Ecco, credo che ora l’impegno più importante che tocchi a medici, operatori sanitari, studenti e società civile, è restare all’erta, seguire con attenzione le iniziative prese dalle assocazioni attive sul campo (e penso naturalmente alla SIMM, al cui sito sempre rimando per rimanere aggiornati, e che credo darà spazio alla questione nel Consensus di questo fine settimana; ma penso anche a Medici Senza Frontiere, all’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), all’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG). Credo che dovremo essere pronti ad impegnarci ancora di più in prima persona, nel nostro vissuto locale, anche a Pavia, non solo nel caso di eventuali manifestazioni di protesta e dissenso, ma soprattutto portando avanti l’impegno e la passione della cura e dell’assistenza, ribadendo la necessità di una legislazione sociale che tuteli una frangia debole come quella degli immigrati irregolari (che già c’è, per quanto perfettibile, e che stanno strumentalmente cercando di smantellare), e ne incentivi la regolarizzazione, piuttosto che punirla per il suo peccato originale: cercare un futuro migliore. Distinti saluti, Nicola Cocco

I cattivi maldestri

4 febbraio 2009

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di Pietro Ancona



L’Onorevole Maroni, Ministro degli Interni, ha detto: «Per contrastare l’immigrazione clandestina e tutto il male che porta – ha aggiunto – non bisogna essere buonisti ma cattivi, bisogna essere determinati ad affermare il rigore della legge». A proposito della cattiveria Einstein disse: «Indubbiamente cattivo è colui che, abusando del proprio ruolo di potere e prestigio, commette ingiustizie e violenza a danno dei suoi simili; infinitamente più cattivo è colui che, pur sapendo dell’ingiustizia subita da un suo simile, tacendo, acconsente a che l’ingiustizia venga commessa». Così descriveva Einstein una delle forme di «cattiveria umana» più conosciuta e radicata nel tempo: l’abuso della posizione di potere di un soggetto nei confronti di un altro.

Il dizionario Hoepli cosi recita alla voce cattiveria: [cat-ti-vè-ria] s.f. (pl. -rie) – 1 Carattere di chi, di ciò che è cattivo – Åa SIN. malvagità, malignità, perfidia –  CON. Bontà – 2 Azione, espressione che rivela un animo cattivo: non dovevi fare questa c.; hai detto troppe cattiverie

Il Ministro contrappone la cattiveria al “buonismo”( orribile neologismo entrato nel linguaggio della politica italiana, inventato dai leghisti non lo avevo mai incontrato prima degli ultimi dieci anni) che sarebbe alla fine dannoso agli interessi degli italiani dal momento che un eccesso di bontà, di comprensione e di tolleranza verso gli immigrati alla fine si tradurrebbe in un danno sia nel campo dell’ordine pubblico e della sicurezza sia nel campo propriamente dei rapporti sociali dal momento che il “buonismo” si accompagna sempre al “lassismo” e questo significa che si dà troppo spazio,troppa agibilità a persone che magari poi alla fine di tolgono la casa, l’asilo nido per il bambino, il lavoro. Quindi il Ministro dice che dobbiamo essere cattivi. Bisogna essere determinati nell’affermare il rigore della legge. Se le misure di sicurezza che il Parlamento approva decidono che per gli stranieri clandestini (non sono clandestini ma spesso soltanto sanspapiers) che degli ambulatori sono obbligati a denunziare alla Polizia le persone che sono state curate ma che erano sprovviste di documenti, i medici si debbono attenere rigorosamente a queste disposizioni anche se è contro la loro etica professionale, umana e lo stesso giuramento di Ippocrate. Ci sono state delle manifestazioni contro questa minaccia agitata dai senatori leghisti che già, a detta dei medici e degli infermieri, ha prodotto l’effetto della diminuzione del trenta per cento delle persone che si presentano per essere visitate e curate. In sostanza, si corre il rischia di lasciare tante persone in preda alle loro malattie e questo non è un bene neppure per l’ambiente umano in cui vivono dal momento che potrebbero trasmettere malattie che potrebbero avere spiacevoli conseguenze. Pensate agli ammalati di TBC ed ai tanti focolai di infezione che si potrebbero creare. È stato recentemente scoperto che centinaia di lavoratori rumeni della navalmeccanica genovese erano affetti da tbc, malattia tipica dei popoli poveri che non hanno cibo per nutrirsi a sufficienza per cui diventano preda del terribile bacillo. Tra parentesi, i rumeni erano in nero e venivano pagati meno di tre euro all’ora… La cattiveria di cui parla Maroni è naturalmente non solo un modo duro e disumano di usare la legge ma anche un modo di evaderla, di non tenerne conto. Quando si vuole creare a Lampedusa un centro di immediata espulsione degli immigrati clandestini si fuoriesce dalla legge che non è solo quella che produce il nostro Parlamento controllato dalla destra ma è l’insieme delle normative nazionali, europee ed internazionali. Persone che si presentano perchè scappano da guerre, da carestie, da gravi conflitti etnici hanno titolo ad essere dichiarati “rifugiati”.
«Il rifugiato è una persona in pericolo, costretta a fuggire dal proprio Paese per un fondato timore di persecuzione a causa della sua razza, religione, nazionalità, per il gruppo sociale al quale appartiene, per le sue opinioni politiche», secondo la definizione contenuta nella Convenzione di Ginevra del 1951(145 Stati aderenti alla Convenzione di Ginevra del 1951 o al Protocollo del 1967 o ad entrambe).
Il rifugiato non sceglie di spostarsi alla ricerca di migliori opportunità di vita, ma è costretto ad abbandonare la sua casa e a trovare protezione fuori dal proprio Paese. Non mi era mai capitato di sentire un Ministro della repubblica esprimersi piuttosto che in termini giuridici con malanimo dando indicazioni che possono portare a conseguenze spiacevoli. Quando il Ministro che controlla la polizia dice che bisogna essere cattivi può anche succedere che nelle caserme e nei commissariati la gente venga picchiata a sangue come è accaduto con i rom di Verona e con gli stupratori rumeni o con la nigeriana e il ragazzo africano di Parma. Significa che il trattamento che viene riservato nei centri di identificazione ed espulsione può essere durissimo. Significa dare una indicazione politica di incitamento alla discriminazione, al razzismo di diventare persecutori e seviziatori di persone che hanno la sfortuna di essere sprovvisti di documenti.
Intanto è possibile che, dietro tutte le polemiche, gli allarmismi, i proclami, qualcuno faccia buoni affari e che ci sia il classico magna magna italico: mi domando chi gestisce i servizi di ristorazione dei centri in cui sono reclusi gli immigrati, quando spende lo Stato per il vitto di ogni “ospite” e che cosa viene effettivamente dato. Esistono controlli al riguardo o la cattiveria giunge fino al punto di lasciare quasi al digiuno e dare cibo di scarsa scarsissima qualità per il quale però si riscuotono dai capitolati d’appalto fior di quattrini? Sono proprio curioso di sapere come stanno le cose dal momento che, per motivi facilmente comprensibili, la popolazione che affolla i lager è priva di parola. C’è un grande silenzio che nasconde tutto e ci impedisce di sapere la verità.

http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/

Non siamo spie

27 gennaio 2009

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Un appello

 

«Giuro di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato» (dal “Giuramento d’Ippocrate”)

 

Siamo medici ed infermieri, non siamo spie. Le organizzazioni firmatarie esprimono preoccupazione ed allarme per le conseguenze della possibile approvazione dell’emendamento 39.306 presentato in sede di esame del DDL 733 all’Assemblea del Senato, volto a sopprimere il comma 5 dell’articolo 35 del Decreto Legislativo 286 del 1998 (Testo Unico sull’immigrazione) che sancisce il divieto di «segnalazione alle autorità». 

Il suddetto comma 5 attualmente prevede che «l’accesso alle strutture sanitarie (sia ospedaliere, sia territoriali n.d.r.) da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano».

Questa disposizione normativa è presente nell’ordinamento italiano già dal 1995, attraverso l’art. 13, proposto da una vasta area della società civile, del decreto legge n. 489/95, più volte reiterato, voluto ed approvato dal centro destra anche con i voti della Lega. La “logica” della norma non è solo quella di «aiutare/curare l’immigrato irregolare», ma anche quella di dare piena attuazione all’art. 32 della Costituzione, in base al quale la salute è tutelata dalle istituzioni in quanto riconosciuta come diritto pieno ed incondizionato della persona in sé, senza limitazioni di alcuna natura, comprese – nello specifico – quelle derivanti dalla cittadinanza o dalla condizione giuridica dello straniero. Il concreto rischio di segnalazione e/o denuncia contestuale alla prestazione sanitaria creerebbe nell’immigrato privo di permesso di soggiorno e bisognoso di cure mediche una reazione di paura e diffidenza in grado di ostacolarne l’accesso alle strutture sanitarie. Tutto ciò potrebbe provocare una pericolosa “marginalizzazione sanitaria” di una fetta della popolazione straniera presente sul territorio, anche aumentando i fattori di rischio per la salute collettiva. Il citato obbligo di non segnalazione risulta quindi essere una disposizione fondamentale al fine di garantire la tutela del diritto costituzionale alla salute. Appare pertanto priva di significato l’ipotesi di affidare alla libera scelta del personale sanitario se procedere o meno alla segnalazione dello straniero poiché ciò, in contrasto con il principio della certezza della norma, lascerebbe al mero arbitrio dei singoli l’applicazione di principi normativi di portata fondamentale. 

La cancellazione di questo comma vanificherebbe inoltre un’impostazione che nei 13 anni di applicazione ha prodotto importanti successi nella tutela sanitaria degli stranieri testimoniato, ad esempio, dalla riduzione dei tassi di Aids, dalla stabilizzazione di quelli relativi alla Tubercolosi, dalla riduzione degli esiti sfavorevoli negli indicatori materno infantili (basso peso alla nascita, mortalità perinatale e neonatale …). E tutto questo con evidente effetto sul contenimento dei costi, in quanto l’utilizzo tempestivo e appropriato dei servizi (quando non sia impedito da problemi di accessibilità) si dimostra non solo più efficace, ma anche più “efficiente” in termini di economia sanitaria. Riteniamo pertanto inutile e dannoso il provvedimento perché:

 

– spingerà verso l’invisibilità una fetta di popolazione straniera che in tal modo sfuggirà ad ogni tutela sanitaria;

 

– incentiverà la nascita e la diffusione di percorsi sanitari ed organizzazioni sanitarie “parallele”, al di fuori dei sistemi di controllo e di verifica della sanità pubblica (gravidanze non tutelate, rischio di aborti clandestini, minori non assistiti, …);

 

– creerà condizioni di salute particolarmente gravi poiché gli stranieri non accederanno ai servizi se non in situazioni di urgenza indifferibile;

 

– avrà ripercussioni sulla salute collettiva con il rischio di diffusione di eventuali focolai di malattie trasmissibili, a causa dei ritardi negli interventi e della probabile irreperibilità dei destinatari di interventi di prevenzione;

 

– produrrà un significativo aumento dei costi, in quanto comunque le prestazioni di pronto soccorso dovranno essere garantite e, in ragione dei mancati interventi precedenti di terapia e di profilassi, le condizioni di arrivo presso tali strutture saranno verosimilmente più gravi e necessiteranno di interventi più complessi e prolungati. 

 

Hanno espresso posizioni analoghe gli Ordini ed i Collegi che rappresentano, su base nazionale, le principali categorie di operatori impegnati nell’assistenza socio-sanitaria alle persone immigrate: Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri (FnOMCEO), Federazione Nazionale Collegi Infermieri (IPASVI), Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche (FNCO), Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali (CNOAS).

Per le ragioni sopraesposte rivolgiamo un sentito appello affinché i senatori di qualunque schieramento respingano la citata proposta emendativa all’art. 35 del Dlgs.286/98 e comunque, nell’incertezza di una eventuale riformulazione di emendamenti specifici, chiediamo che l’articolo 35 del Dlgs.286/98 rimanga per intero nella sua attuale formulazione.

 

Primi firmatari: Medici senza Frontiere (MSF) – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) – Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) – Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG)

 

Si prega di comunicare l’adesione all’appello all’indirizzo mail: ombretta.scattoni@rome.msf.org

 

Per informazioni: 06/4486921 – 329/9636533