Archive for the ‘sprofondo nord’ Category

Criminalità urbanistica

10 novembre 2012

Paolo Ferloni, Franco Maurici, Valter Veltri e Patrizia Zoppetti sugli abusi edilizi a Pavia. E se il Comune è inadempiente…

Altra «criminalità urbanistica» in via Langosco, nel centro storico
di Marco Vigo

Lo hanno denunciato Giovanni Giovannetti e l’avvocato Franco Maurici nel corso di una conferenza stampa tenuta dalla lista civica Insieme per Pavia. Una storica sentenza della Cassazione consentirà l’azione popolare in sostituzione del Comune inerte, ammessa anche nei casi di rilevanza penale.

Secondo il noto avvocato e docente di diritto penale Gian Enrico Paliero, nell’ipotesi di fatti di rilevanza penale non sarebbe ammessa l’azione popolare in sostituzione del Comune “inerte”. Di parere opposto il collega Franco Maurici. A fare chiarezza è intervenuta ora una “storica” disposizione della Suprema Corte di Cassazione che – annullando la sentenza di archiviazione sulle responsabilità penali del sindaco Piera Capitelli per l’abusivo abbattimento di un edificio-monumento dell’ex Snia sotto tutela – ha altresì chiarito che l’azione dei cittadini elettori «in via di surroga» si estende anche all’ambito penale. (more…)

Sprofondo nord, atto terzo

13 ottobre 2012

L’orbita del carcere

Quando una persona viene rinchiusa in carcere la ricaduta è gravosa non solo per chi si vede privare della propria libertà personale: cambia la vita anche per i suoi famigliari. Dopo l’arresto di Carlo Chiriaco, i parenti hanno fra l’altro dovuto riscontrare il progressivo defilarsi degli “amici” del congiunto – dal sindaco “formattatore” Alessandro Cattaneo all’onorevole Giancarlo Abelli, all’assessore Luigi Greco, già socio in affari del Chiriaco; da Dante Labate (fu lui a informarlo che era intercettato) a molti altri – gli stessi che fino al giorno prima l’avevano quale sodale nonché ascoltato consigliere. Scaricati dagli “amici”, ai parenti non sono rimasti che i “nemici”: gli autori dell’appello in favore degli arresti domiciliari a Chiriaco per gravi motivi di salute – forma di detenzione meno afflittiva, infine concessagli nel dicembre 2011. Di seguito concludiamo la pubblicazione dello scambio di missive fra i famigliari di Chiriaco e il “nemico” Giovanni Giovannetti – ripreso dalla nuova edizione di Sprofondo nord, Effigie, ora in libreria.

2 settembre. «Caro Giovanni, ti invio una prima trance di documenti, ne seguiranno altri. Questo è l’interrogatorio di mio padre davanti al Gip. Come vedrai, il magistrato non si è nemmeno scomodato. Gli è stata fatta sentire un’intercettazione dove lui parlava del processo Valle, ma omettendo di far sentire le altre quattro dove confuta quello che dice nella prima. A quale crediamo? A quella fatta in macchina con mio padre in compagnia di una scema, che fa comodo alla procura, o alle altre quattro, testimoniate poi dai fatti? Mah. E poi cosa c’entra, da quella storia sono passati vent’anni… L’altra è la famosa “io Neri e Pizzata eravamo i capi della ‘ndrangheta…”, dove lui stesso sottolinea che fu parte di un discorso generale che cominciava dicendo “da quando avevo la discoteca la procura è convinta che io Neri e Pizzata…” ecc., insomma parla di un assunto investigativo. Ti dico che dopo molti soldi, molto tempo, strane dimenticanze, quella intercettazione è arrivata… incompleta. Il maresciallo ci ha detto che si era guastato il nastro (proprio lì guarda un po’) ed è in corso una perizia per presunta contraffazione. Strano. Ti mando anche la decisione dell’ordine dei medici sull’unico reato esistente sulla fedina penale di mio padre, di cui dobbiamo ringraziare l’avvocato che, a fronte di una sicura innocenza e assoluzione, suggerì un patteggiamento per evitare la “gogna mediatica”. Che furbizia. E che sfiga».

13 settembre. «Sai Giovanni, mi sento come una bambina di 36 anni incapace di gestire l’uragano che ci sta seppellendo, ma con la stupida presunzione che ad ondate mi convince di saperlo fare. È che sono sola, e non mi è mai successo. Non ho amiche che possano capire, mia madre ha tanti pregi che io non so cogliere; mio marito è il ragazzo con cui sono cresciuta e fa quello che può dopo che l’ho trascinato in una faccenda che più lontano da lui non poteva essere. E, come sai, il resto della gente, giustamente, dopo un po’ si rompe anche delle disgrazie altrui. Mi sta prendendo l’angoscia. Non sai come mi manca mio papà, che mi risolveva tutti i problemi del mondo. Mi diceva stai tranquilla amore, e mi dava un bacio in testa. L’altro ieri mi ha scritto: “manda mia moglie a ritirare le cose”. “Mia moglie” uguale “tua madre”: non c’è più. Eppure anche così, se mi dicesse stai tranquilla, gli crederei.

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Sprofondo nord, atto terzo

6 ottobre 2012

È in libreria la terza edizione aggiornata di “Sprofondo Nord”, libro inchiesta di Giovanni Giovannetti su cultura mafiosa e affarismo a Pavia. La riscrittura aggiunge temi quali il gioco d’azzardo e l’urbanistica creativa, con notizie anche inedite. Per la prima volta viene infine pubblicato il carteggio tra Giovannetti e la famiglia di Carlo Chiriaco – all’epoca in carcere – che un anno fa portò all’appello per la concessione degli arresti domiciliari all’ex direttore sanitario dell’Asl pavese, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e gravemente malato; carteggio qui di seguito riproposto.

13 agosto 2011. Nella quiete della Pieve non c’è brezza, solo il silenzio interrotto dal frinire delle cicale. Il computer segnala un messaggio, una e-mail sorprendente: «Sono disperata. Mio padre è arrivato a 60 kg, dagli 85 che era, ed è sulla sedia a rotelle. Se la sua è, come mi auguro, un’umana offerta di aiuto o anche solo di consigli su cosa fare, io l’accetto volentieri. Eva Chiriaco». La figlia trentaseienne di Carlo scrive al “nemico”.
Non era la prima volta. Sere prima c’era stata una sua decisa telefonata mentre ero in diretta presso una tv locale («Lei racconta bugie… in galera dovrebbe andarci lei per tutte le calunnie che butta addosso alle persone..», eccetera). E ancora il 2 agosto, commentando sul mio blog: «…Non so se il proverbio sui disagi dei padri che scontano i figli sia riferito a me, ma se lo fosse, non si dia pena. Preferisco avere un padre come il mio – che non ha mai preso una mazzetta, che avrà sparato delle gran cazzate, che ha aiutato tanti poveri cristi senza mai pretendere – che uno come lei, uno che finge di impegnarsi per giuste cause, ma che non ha un briciolo di umanità. Lei che diffonde odio e cattiverie e quasi si duole se poi vengono smentite, se il marcio non esiste. Lei che mi prende in giro nel suo articolo, sulla pagina autoprodotta, riportando la telefonata di Telepavia e affibbiandomi continuamente la frase “al mio papà, del mio papà…” come se fossi una povera cretina. Le dico una cosa, che non comprenderà perché la sua comprensione del dolore comincia e finisce nel gesto eclatante dell’ospitare venti rom in casa, ma non le auguro, per quanto non la stimi, che gli capiti mai quello che è successo a noi, di vedere un uomo ridursi ingiustamente in questo modo. Mio padre sta pagando ciò che non ha fatto, e anche se alla fine avrà giustizia, questo debito di affetti, di tempo, e di salute non sarà più recuperabile. Infine, ho trovato veramente di cattivo gusto la sua richiesta di amicizia nel mio profilo di facebook, che trova probabilmente la stessa ragione d’essere delle sue ciabatte in televisione».

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Sprofondo nord 17

6 settembre 2011
Conclusioni

Parola chiave: colonizzazione. L’espansionismo mafioso al nord si mantiene sottotraccia, così da non destare sguardi. Dal cono d’ombra vengono elargiti «pacchetti di voti per i politici, laute parcelle o buoni affari per professionisti o buracrati, capitali a buon mercato e ostacoli alla concorrenza per gli imprenditori e così via, […] senza mai interrompere il legame essenziale con la terra d’origine, a cui sono sempre rimesse le decisioni strategiche»:[116] il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone rivela che un boss di San Luca si riproponeva di «concentrare tutti i voti controllati dalle cosche su sei candidati di assoluta fiducia, strategicamente scelti sul territorio, da far eleggere al Consiglio provinciale e da portare, dopo un’adeguata sperimentazione, prima al Consiglio regionale e poi al Parlamento nazionale, così da avere in quelle sedi uomini propri, superando la mediazione spesso troppo complessa o ritenuta poco affidabile dei partiti». Proprio come al nord: l’operazione del luglio 2010 ha infatti evidenziato l’interazione mafiosa con 13 esponenti politici lombardi che, «seppur non indagati, avevano in modo più o meno consapevole beneficiato dei voti della ’Ndrangheta».[117]
Alla colonizzazione della politica se ne affiancano altre: larga parte dell’economia italiana è ormai “sommersa” oppure è in mano alle mafie: un fiume di denaro – circa il 40 per cento del Pil – che preme sull’economia legale e condiziona il libero mercato.[118] Più di 5 milioni di lavoratori italiani e stranieri sono in nero e chi li sfrutta non versa i loro contributi. I lavoratori “sommersi” sono un angosciato esercito senza santi in paradiso che va a sommarsi alla disordinata massa del lavoro precario o a partita Iva, che la politica quasi ignora.
Intanto le mafie delocalizzano, diversificano gli investimenti, hanno molta liquidità, non pagano le tasse, non hanno bisogno di indebitarsi con le banche e pagano cash. Le Procure hanno invece le armi spuntate, perché la legge sul riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati ai mafiosi può essere facilmente aggirata (ad esempio, intestando le proprietà a compiaciuti prestanome), mentre strumenti che potrebbero rivelarsi incisivi, come l’anagrafe dei conti correnti bancari, è disattesa da vent’anni.
Le mafie italiane inquinano le economie legali con una liquidità infinita: un fatturato di 175 miliardi di euro – l’11,1 per cento del Prodotto interno lordo, pari alla somma del Pil di Paesi come Estonia (25 miliardi), Romania (97), Slovenia (30) e Croazia (34) – [119] frutto di attività criminali che viene reinvestito nell’edilizia e nelle attività commerciali, o in operazioni finanziarie attraverso banche compiacenti. Il Fondo monetario internazionale stima in 118 miliardi di euro l’ammontare del denaro mafioso riciclato in Italia: «La mafia Spa è la prima azienda italiana per fatturato e utile netto e una delle più grandi per addetti e servizi. Il solo ramo commerciale della criminalità mafiosa e non, che incide direttamente sul mondo dell’impresa, ha ampiamente superato i 92 miliardi di euro anno. Così ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle mani dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi: qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l’ora, 160.000 euro al minuto. La mafia è diventata una grande impresa multinazionale che opera nell’economia globale esattamente come una qualsiasi multinazionale. Non ha più bisogno di uccidere perché corrompe e compra».[120]
Nelle sole regioni del nord, oltre 8.000 negozi sono gestiti direttamente dalle mafie inabissate dei colletti bianchi. In Italia, 180mila esercizi commerciali sono sottoposti all’usura, con tassi d’interesse in media del 270 per cento: un movimento in denaro di 12,6 miliardi che va a sommarsi al ricavato delle estorsioni (circa 250 milioni di euro), della droga (59 miliardi di euro), delle armi (5,8), della contraffazione (6,3), dei rifiuti (16), dell’edilizia pubblica e privata (6,5), delle sale gioco e scommesse (2,4), della compravendita di immobili, della ristorazione, dei locali notturni, ecc. Uomini cerniera mantengono i collegamenti con il mondo dell’economia, della politica e della finanza. Le mafie condizionano l’intera filiera agroalimentare (7,5 miliardi di euro) interagendo con segmenti della grande distribuzione.[121]
Edilizia privata. In Italia, in soli 15 anni il trasversale “partito del mattone” ha urbanizzato 3.663.000 ettari di suolo – nonostante la disponibilità di 28 milioni di case (2 milioni delle quali abusive, con una evasione fiscale di oltre 3 miliardi di euro!) – il 17 per cento del territorio nazionale, una superficie pari a Lazio e Abruzzo insieme. In testa troviamo Liguria, Calabria e Campania, regioni devastate da speculazioni impressionanti, regioni per le quali l’ambiente non è stato considerato come risorsa ma come intralcio alla crescita del loro Pil di riferimento: quello in quota alle mafie ingorde, che riciclano il denaro nell’edificazione e nella compravendita di immobili.
Cosa nostra ’Ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita è evidente che godano di buone entrature e quindi, poco disturbate, potranno continuare a dare scacco all’economia legale.
La forbice si allarga: aumentano i profitti delle mafie e degli affaristi – industriali, finanzieri, palazzinari – e specularmente calano quelli delle famiglie, dei pensionati e dei precari, sempre più numerosi. Il vero conflitto è tra i nuovi poveri senza speranza di emancipazione e l’antipolitica cialtrona e autoreferenziale al potere: mero prolungamento nel sociale dei poteri economici e finanziari, imbavaglia la magistratura o la corrompe (alla faccia della separazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario), lega le mani alle Forze dell’ordine, chiama l’esercito nelle strade a tintinnare le sciabole e a tastare il polso degli italiani. Nell’estate 2008, 3mila militari dei reparti scelti sono stati messi a pattugliare le strade di alcune città italiane a «rischio criminalità». A fare che? Ad arrestare 9 borseggiatori al mese, equivalenti alla produttività di due agenti sopra una “volante”![122] Mentre al Governo giocano con i soldatini, nella sola Milano ogni giorno le mafie spacciano ai ragazzini 15mila minidosi di cocaina, offerta in “promozione” a soli 10 euro. Un business dai guadagni esponenziali: su mille euro di cocaina, la prima settimana i narcotrafficanti ne guadagnano 3mila, la seconda 9mila, la terza 27mila, ecc. In Italia, tra occasionali e abituali si contano più di un milione di consumatori, un fenomeno difficile da arginare perché, nonstante la repressione, «le cosche dispongono di personale umano inesauribile, non neces
sariamente associato, anzi, preferibilmente esterno».[123]
Perché continuano a raccontarci bugie? Zygmunt Bauman risponderebbe che il sistema di potere teme l’eccesso di paura, e allora lo indirizza su obiettivi innocui enfatizzando la “paura percepita”: pur di vincere le elezioni, hanno spostato il conflitto dai problemi reali (la crisi, l’economia parassitaria illegale e criminale, l’evasione fiscale, ecc.) alla guerra tra poveri, e alla caccia alle streghe. Hanno persino trasformato zingari o stranieri “accattoni” in una minaccia aliena più drammatica dell’invasiva e colonizzante contaminazione delle mafie – che approfittando del vuoto si fanno Stato – e più allarmante della perdita di valore dei salari, o del progressivo aumento delle famiglie in difficoltà economiche. Hanno spacciato per interesse nazionale il loro tornaconto e quello degli amici degli amici.
Che fare? I beni consolidati delle mafie italiane vengono stimati mille miliardi di euro. Secondo Elio Veltri, la loro confisca risolverebbe il problema del debito pubblico, «ma i sequestri vanno a rilento e costituiscono il 10 per cento dei patrimoni mafiosi e di questi solo la metà arriva a confisca. Il che significa che finora è stato confiscato solo il 5 per cento dei patrimoni, di cui una parte consistente non è stata nemmeno assegnata». Per Pietro Grasso «è evidente la sproporzione fra la ricchezza e la complessità delle leggi e i risultati effettivamente raggiunti sul terreno nevralgico della repressione delle accumulazioni finanziarie illecite e della loro utilizzazione a fini di infiltrazione dell’economia legale». Secondo il Procuratore nazionale antimafia, «la ricchezza di elaborazione normativa sembra quasi inversamente proporzionale alla dimensione dei risultati concretamente conseguiti».[124]
Che fare, dunque? Le mafie vanno colpite al cuore, là dove tengono il portafoglio, con la confisca di beni immobili, partecipazioni nell’economia legale, titoli e quattrini da cercare anche nei paradisi fiscali. Ma va ridotto drasticamente il tempo elevato che separa il sequestro dalla confisca, spesso superiore a 10 anni. Per Veltri un contributo positivo alla soluzione del problema sarebbe «l’approvazione di un testo unico della legislazione antimafia e il funzionamento a pieno ritmo della “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”». Secondo l’economista Donato Masciandaro, «non servono complicate ingegnerie antiriciclaggio, basta che la parte “bianca”, trasparente, prevalga su quella oscura. E per farlo è necessario che tutti i movimenti di denaro siano tracciabili».[125] Insomma, la soppressione dei pagamenti in contanti.
Ma i correttivi serviranno a poco se contemporaneamente non si avrà la rigenerazione dell’etica in politica e nel sociale: uno sforzo culturale enorme per portare il Paese fuori dalla corruzione, dalle tangenti e dallo spreco del pubblico denaro. Ma si deve uscire anche dalla cattiva società dei ceti immobili, del finto sviluppo senza progresso e delle diseguaglianze senza ascensore sociale. Tutto fermo? Niente affatto. C’è un’Italia in cammino, capace di forza rigenerativa e prefigurazione. Un’Italia che vuole ridare contenuto a parole come salute, fervore, allegria, altruismo, libertà, amicizia, natura, amore. Un’Italia dotata di forza interiore, capacità di sentimento e di pensiero. Come ha scritto Antonio Moresco, «ci sono delle lucine, molte lucine, in questo Paese buio. Bisogna farle crescere e farle incontrare, bisogna creare un piccolo vortice che si possa unire con gli altri piccoli vortici che già ci sono». Nonostante noi. Nonostante loro.

(17 – fine)
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NOTE

[116] Da una lettera del Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone al “Corriere della Sera”, 24 marzo 2011
[117] Da un’intervista di Cesare Giuzzi al sostituto Procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri, “Corriere della Sera”, 11 marzo 2011
[118] Tra i Paesi dell’Ocse, l’Italia occupa il secondo posto dopo la Grecia, con un’incidenza del sommerso pari al 27 per cento, a fronte di paesi come Stati Uniti, Austria, Svizzera – la cui incidenza non supera il 10 per cento; o di altri come Russia e Bulgaria collocati tra il 30 e 40 per cento (Nigeria, Thailandia, Bolivia superano il 70 per cento). Il “sommerso” italiano supera la media Ocse di oltre il 60 per cento. (fonte: Fondo monetario internazionale). Secondo Eurispes, i valori sarebbero ancora più elevati: 549 miliardi di euro, equivalenti alla somma del Pil di Finlandia (177 miliardi), Portogallo (162), Romania (117) e Ungheria (102), con una integrazione in “nero” del reddito familiare pari a circa 1.330 euro mensili.
[119] Fonte: Eurispes.
[120] Franco Arc
hibugi, Alessandro Masneri, Giorgio Ruffolo e Elio Veltri, Mafie Spa, “Il primo amore” online – http://www.ilprimoamore.com/testo_2015.html
[121] Fonte: Sos impresa.
[122] Fonte: Siulp.
[123] Pietro Grasso (25 febbraio 2010). Vedi Mafia spa, ora in Sterco di Piovra, Effigie 2011
[124] Vedi Mafia spa, e Sterco di Piovra
[125] “Corriere della Sera”, 25 marzo 2011

Sprofondo nord 16

1 settembre 2011
Sento il dovere di difendere la dignità della città (Alessandro Cattaneo, sindaco di Pavia)

«Sento il dovere di difendere la dignità della città».[113] Così il giovane sindaco Cattaneo annuncia la costituzione di parte civile nei confronti di… di un pubblico amministratore come Trivi sotto processo per corruzione elettorale? No, il Comune si costituisce parte civile nel processo a due writers e minimizza la corruzione (da dimostrare) e l’acclarata colonizzazione mafiosa della pubblica amministrazione. La Presidenza del Consiglio e il Ministero degli interni, responsabilmente e per tempo si sono costituiti in giudizio, chiedendo il risarcimento dei danni eventualmente arrecati allo Stato. Cattaneo sembra invece solidarizzare con l’imputato. Sindaco innocentista? «No, sono tra coloro che hanno fiducia nella giustizia. Non posso e non voglio esprimere un giudizio che spetta solo al tribunale». Quale giudizio? Lui che ama citare Paolo Borsellino, lo avrà mai letto? Allora si conceda questo ripasso:

L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati.

Il passo è ripreso dallo storico intervento del magistrato siciliano all’Istituto tecnico professionale di Bassano del Grappa, il 26 gennaio 1989.

A molta distanza dagli arresti del 13 luglio 2010, con l’esclusione di Trivi, i pubblici amministratori pavesi coinvolti a vario titolo nell’inchiesta antimafia sono ancora tuttial loro posto, chi in Giunta, chi in alcuni Consigli d’amministrazione. Facciamo allora l’appello dei nomi e dei loro incarichi. Ricorderemo che assessori e rappresentanti comunali presso enti, aziende, istituzioni e società sono di nomina del sindaco.

Luigi Greco, assessore ai Lavori pubblici, indicato come socio in affari e prestanome di Chiriaco. Presente.
Antonio Bobbio Pallavicini, assessore alla Mobilità, sorpreso nei migliori ristoranti della Locride in compagnia del capo della ’Ndrangheta lombarda Pino Neri. Presente.
Dante Labate, consigliere comunale, amico e socio in affari di Pino Neri (per Chiriaco, Labate «è come un fratello»). Presente.
Ettore Filippi, rappresentante del sindaco nel Cda dell’ospedale San Matteo; nelle liste di Rinnovare Pavia Filippi ha ospitato i candidati indicati da Neri e Chiriaco. Presente.
Luca Filippi, figlio di Ettore e presidente di Asm Lavori, sorpreso in temerarie conversazioni con il pregiudicato Carlo Antonio Chiriaco. Nel maggio 2010 ha assunto in Asm Rocco Del Prete, persona «nella piena disponibilità di Neri». Presente.
Pietro Pilello, già revisore dei conti in Asm e Amicogas, in rapporti con Cosimo Barranca, in affari con Pino Neri. Presente.
Alberto Pio Artuso, membro del Cda di Asm nonché “consulente” di Chiriaco per questioni immobiliari o abusi edilizi. Presente.
Valerio Gimigliano, consigliere comunale. In rapporti con Neri. Secondo Chiriaco, Gimigliano deve a lui l’incarico nel Cda dell’Azienda servizi alla persona. Insieme al collega consigliere comunale Carlo Alberto Conti (che lo ha sostituito all’Asp), nel 2008 Gimigliano definì superflua l’introduzione di norme antimafia nel Piano generale del territorio. Presenti.
Alessandro Cattaneo, eletto sindaco di Pavia con il contributo, fra gli altri, di Carlo Antonio Chiriaco, Pino Neri, Luigi Greco, Pietro Trivi, Antonio Bobbio Pallavicini, Dante Labate, Ettore Filippi, Rocco Del Prete, Luca Filippi, Valerio Gimigliano, Carlo Alberto Conti, nonché della “primula rossa”, quel Peppino con cui Chiriaco parla della costruzione di un «grosso centro di potere». Presente.
Pietro Trivi, assessore al Commercio, accusato di corruzione elettorale, è l’unico assente giustificato: prima indagato poi rinviato a giudizio, si è dimesso dall’incarico.

Parafrasando Borsellino, sono «persone affidabili»? Per molto meno in Liguria, a Bordighera, nel marzo 2011 il Prefetto ha sciolto il Consiglio comunale. E a Pavia? A Pavia il sindaco del fare (cortei antimafia insieme agli amici dei mafiosi) e del baciare (le ginocchia di lady Abelli indagata e poi incarcerata e poi condannata) non inoltra al Tribunale lettere di costituzione in giudizio, né tanto meno invita al testamento i rappresentanti comunali ripresi dall’antimafia.

Cattaneo è sì “amico degli amici” ma non ha mai intrattenuto rapporti personali con mafiosi del calibro di Chiriaco o Neri o Bertucca.

Conversando con Pino Neri l’indagato Antonio Dieni ha deriso il sindaco definendolo «un pupo».[114] Secondo il “puparo” Gian Carlo Abelli, l’inesperto Cattaneo si è reso disponibile «ad essere guidato».[115]

(16 – continua)
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NOTE

[113] “la Provincia Pavese”, 12 marzo 2011
[114] Richiesta, p. 1720
[115] La Provincia Pavese”, 3 marzo 2009

Sprofondo nord 15

31 agosto 2011
…quello che nelle altre carceri veniva chiamato l’Ultimo Miglio
a Cold Mountain si chiamava il Miglio Verde
(Stephen King)

Desio come Pavia? Nella cittadina brianzola, il locale coordinatore Pdl Natale Marrone (cugino dei fratelli Marrone, indagati per ricettazione e detenzione abusiva di arma da fuoco) aveva chiesto al boss ’ndranghetista Pio Candeloro (capo Società, il vice del capo Locale Annunziato Moscato) di “punire” l’assessore provinciale nonché dirigente dell’Ufficio tecnico comunale Rosario Perri. Candeloro rifiuterà solo perché «Perri è appoggiato da persone di evidente rispetto». Perri non pare uno stinco di santo (Saverio Moscato a Giuseppe Sgrò:[107] «quell’altro prende un sacco di soldi… prende pure i soldi, Perri», soldi che a quanto pare Perri teneva nascosti nelle tubature di casa).
Nell’inchiesta “Infinito”, dalle parti di Desio ritroviamo coinvolti anche il presidente del Consiglio comunale Nicola Mazzacuva, il presidente dell’Asl di Monza e Brianza PietroGino Pezzano e il consigliere regionale nonché ex assessore Massimo Ponzoni, già socio di Rosanna Gariboldi nella fallimentare immobiliare “Il Pellicano”.
A Desio non abitano né un Pino Neri né uno come Carlo Antonio Chiriaco, e nessun assessore risulta indagato. Eppure nel novembre 2010 al locale segretario della Lega nord, il vicesindaco Ettore Motta, sono bastate le intercettazioni per ritirare il proprio mandato alla maggioranza chiacchierata. E proprio Motta ha affermato: «Se i vertici del partito ci avessero obbligati a rimanere al nostro posto, se fossimo restati un giorno in più in questa maggioranza avremmo riconsegnato le tessere al partito. Di sicuro non potevamo essere complici di questo sistema». Parole nobili, confortate dalla coerenza dei fatti.
E Pavia? Evidentemente a Pavia i lumbàrd la vedono in altro modo e hanno scelto di rimanere «complici di questo sistema». Certo, a Desio non figurano legaioli coinvolti, mentre a Pavia ha destato scalpore e vasta eco nazionale quel flirt tra Neri e “mister 18.910 preferenze” alle ultime Regionali, il leghista Angelo Ciocca che avrebbe negoziato con l’avvocato calabrese l’acquisto di un lussuoso appartamento in centro, a un prezzo singolarmente vantaggioso.[108] L’affare non si farà. Resta il fatto che i due si conoscevano, come documenta un video della Polizia, che riprende Ciocca in compagnia di Neri, Antonio Dieni (imprenditore edile di Sant’Alessio, anche lui tra gli indagati) e Rocco Del Prete, l’uomo delle cosche alla cui candidatura alle recenti Comunali «si era interessato anche Ciocca»; l’assessore provinciale e futuro consigliere regionale che, in una intercettazione del 22 giugno 2009, il capo della ’Ndrangheta lombarda confidenzialmente chiama «Angelo».
E chi sarà mai quell’altro “Angelo” citato il 7 febbraio 2009 da Chiriaco alla commercialista Roberta Quadrelli mentre i due trattano la realizzazione di «un progetto residenziale molto grosso» dalle parti di Brescia? Nelle intercettazioni «Neri dice che a Ciocca lui lo ha coinvolto in belle operazioni immobiliari». C’è forse dell’altro? E chi può dirlo, ma alla Lega pavese fanno spallucce: loro non vedono non sentono non parlano. Costi quel che costi, occorre mantenersi «complici di questo sistema».
A proposito di complicità. Dopo la nomina del generale della Guardia di Finanza in pensione Giuseppe Tuccitto ai vertici dell’Asl pavese (23 dicembre 2010), la Lega nord canta vittoria: l’assessore lumbàrd alla sanità Luciano Bresciani si spinge a dire che il generale saprà «intercettare immediatamente ogni tentativo di infiltrazione mafiosa». Soddisfatto anche il governatore lombardo Roberto Formigoni che, attento alla meritocrazia, ai vertici della sanità lombarda ha voluto «uomini in sintonia con la Regione».
Uomini come il ciellino Luca Stucchi, indagato a Mantova per corruzione e turbativa d’asta eppure confermato ai vertici della locale azienda ospedaliera. Uomini come PietroGino Pezzano, già indagato negli anni Ottanta per narcotraffico, già direttore generale dell’Asl Monza e Brianza, promosso a ricoprire la stessa carica presso l’Asl Milano1. Pezzano ha ottenuto semaforo verdelega dallo stesso Bresciani, l’assessore che vorrebbe «intercettare immediatamente ogni tentativo di infiltrazione mafiosa».
Come primo atto, nel gennaio 2011 Pezzano ha nominato quale suo direttore sanitario Giovanni Materia, indagato e infine rinviato a giudizio per un concorso truccato nel 2006 al Policlinico di Messina. Materia si è dovuto dimettere la sera stessa della nomina.
A proposito di sintonie. Pezzano può vantarne parecchie: sintonie con il boss Pino Neri, che lo chiamava confidenzialmente Gino o «il pezzo grosso della Brianza», uno che «fa favori a tutti». Sintonie con l’onorevole Gian Carlo Abelli (sempre Neri in una intercettazione: «sono grandi amici con Abelli, glielo presentai io a Gino»).[109] Sintonie con gli amici d’infanzia nonché affiliati Giuseppe Sgrò e il vice capo della ’Ndrangheta desiana Pio Candeloro. Sintonie con Candeloro Polimeni, altro componente della Locale di Desio, nipote e portavoce di Saverio Moscato, figura di primo piano della ’Ndrangheta lombarda[110] (Pezzano a Polimeni: «Hai bisogno di me?»; Polimeni: «Si, quando vuole»; Pezzano «Dove vengo?»). Sintonie con Eduardo Sgrò, altro componente della Locale di Desio dedito all’estorsione (dal 13 luglio sono tutti in carcere), al quale Pezzano affida l’installazione di alcuni condizionatori nelle Asl di Cesano Maderno, Desio e Carate Brianza (Sgrò: «Dobbiamo chiamare il direttore generale, che è amico mio, così lo chiamiamo e fissiamo un appuntamento»).[111] Sintonie con il governatore lombardo Roberto Formigoni, soddisfatto per aver potuto nominare «uomini in sintonia con la Regione».[112]

(15 – continua)
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NOTE

[107] Due affiliati della Locale di Desio.
[108] Imparentato con l’assessore all’Urbanistica Fabrizio Fracassi, Lega nord. Lo Studio Ciocca mantiene interessi fondiari, non solo a Pavia. Una nota della Dia alla Procura della Repubblica di Milano (3 maggio 2010) ribadisce che alle elezioni amministrative pavesi 2009 Pino Neri e Antonio Dieni hanno candidato Rocco Del Prete nelle liste di Rinnovare Pavia, «per il quale avevano altresì interessato Angelo Ciocca e la famiglia Filippi». Secondo gli inquirenti, dopo la mancata elezione di Del Prete, Neri e Dieni avrebbero sollecitato Ciocca e la stessa famiglia Filippi affinché Del Prete «ricevesse qualche “incarico”, agevolando le dimissioni di Paolo Bobbio Pallavicini, altro candidato. […] Dalle intercettazioni telefoniche dell’utenza in uso da Neri si percepiva che l’amministratore [ovvero Ciocca] sarebbe stato ricompensato con la vendita allo stesso, a prezzo di favore, di un appartamento posto in piazza Petrarca 1/a».
[109] Richiesta, p. 1692
[110] Candeloro Polimeni è dunque imparentato con il clan Iamonte di Melito Porto Salvo: Antonia, sorella del boss Natale Iamonte (dal 23 settembre 1988 in soggiorno obbligato a Desio) è la madre di Annunziato, Natale e Saverio Moscato.
[111] Richiesta, p. 1692
[112] Il 12 aprile 2011, a sorpresa, il Consiglio regionale lombardo ha votato una mozione di sfiducia nei confronti di PietroGino Pezzano, passata anche grazie alle numerose assenze sui banchi del centrodestra e nonostante l’ordine di scuderia di abbandonare l’aula, impartito in extremis ai consiglieri di maggioranza, per far mancare il numero legale. Pezzano ha dovuto così lasciare la poltrona. Già a gennaio alcuni sindaci dell’hinterland milanese avevano raccolto firme per chiedere le dimissioni del direttore generale dell’Asl Milano1.

Sprofondo nord 14

29 agosto 2011
The answer, my friend, is blowin’ in the wind (Bob Dylan)

Tra le molte domande rivolte alla Procura pavese rimane senza una risposta quella sull’iperspeculazione Carrefour lungo la Vigentina. È una storia nata male e finita peggio. Nata male perché il terreno agricolo limitrofo all’area Fiat sul quale ora sorge il Carrefour venne acquistato nel dicembre 2001 da Pietro Guagnini – già membro della commissione edile – dal commercialista ed ex assessore della Giunta leghista di Jannaccone Pazzi Augusto Pagani e da Arturo Marazza (soci nella Vernavola Srl) per 120 milioni di lire e rivenduto subito dopo alla società Gs per 830 milioni: una speculazione.
Finita peggio perché il 10 gennaio 2008 Carrefour ha venduto i negozi della galleria a un Fondo tedesco. Due settimane prima dell’inaugurazione e a lavori quasi ultimati, il 19 novembre 2007 la Giunta fa propria una richiesta di Carrefour per l’ampliamento del parcheggio e dell’area commerciale (portata a oltre 15.000 mq calpestabili) e approva una variante – l’ennesima – al Piano di lottizzazione (delibera n. 254). Subito dopo il gruppo Carrefour vende la “galleria” al Fondo Unilmmo di Union Investment per 74 milioni di euro.[101]
Il parcheggio di 14.950 mq sul tetto dell’iper è sceso a terra quel 19 novembre: il 18 luglio 2007 il Comune ha autorizzato l’aumento della «superficie di incremento delle aree per attrezzature di interesse comune e parcheggi» da 43.400 a 60.500 mq (45.076 dei quali destinati al parcheggio), ad uso pubblico, in comodato per 90 anni alle società Demeter e Ssc, entrambe del Gruppo Carrefour.
Uno che se ne intende, un addetto ai lavori, ammette che nemmeno ai tempi di Tangentopoli si erano viste porcherie così sfacciate: e racconta storie di insospettabili untori, di personaggi corrotti, di fatture taroccate e di società lussemburghesi costituite ad hoc per movimentare il denaro delle tangenti. Il “nero” sarebbe passato anche dai subappalti gonfiati.
Il business sembra che funzionasse così: alcune ditte compiacenti emettevano fatture apportando un cospicuo sovrapprezzo, il 20 per cento del quale andava ad arricchire il tesoretto a disposizione di un insospettabile intermediario, un uomo cerniera con vistose entrature nella Massoneria locale. “Golaprofonda” riferisce di un noto esponente “progressista” che avrebbe ricevuto 200.000 euro dall’«intermediario» per la pratica Carrefour e per la riapertura di un altro supermercato in via Torretta.
A cento passi dal Carrefour troviamo la valle della Vernavola. «Un affare da 100 milioni». Il “padre” del Piano regolatore generale Lorenzo Rampa commenta così la delibera che, il 29 novembre 2004, aveva illecitamente esteso la perequazione[102] al Parco della Vernavola: «Le modifiche introdotte dalla Giunta e dal Consiglio non sono quelle chieste dalla Regione […]. Qui è stata applicata la perequazione ovunque, mentre noi applicammo il vincolo secco su quelle aree già sottoposte a vincoli preordinati. […] Inutile perequare se il fine è quello di evitare l’edificabilità»,[103] così come sarebbe stato inutile per il Comune acquisire aree già sottoposte a vincolo (vincoli che oltretutto non costano nulla alla collettività), in cambio dei diritti edificatori.
Interesse pubblico? No, grazie! Secondo Rampa, avrebbe vinto il gruppo di pressione dei palazzinari, e lo documenta: «Con la modifica delle Norme tecniche di attuazione ci sono circa 965.000 metri quadrati in più di superficie territoriale perequata. Ossia terreni su cui viene applicato un indice edificatorio dello 0,1. E sono i terreni del Parco della Vernavola che, come ho detto, potevano non essere compresi dalla perequazione perché già protetti da altri vincoli ambientali e paesistici». E invece lo hanno fatto: un business immenso, un regalo per gli speculatori, pari a 17.500 metri quadrati di superficie lorda di pavimento, equivalente a circa 150 appartamenti, «il 30 per cento in più della capacità edificativa del Piano regolatore approvato dalla Regione», riferisce Rampa.
I terreni del Parco li hanno «compresi», sì, ma illegalmente. Nelle tavole 6.1 e 4.1 del Piano regolatore generale il Parco è segnato da differenti confini: nella prima (Patrimonio storico e ambientale) il tratteggio corre lungo la sua periferia, segnata a verde; nella seconda (Azzonamento delle aree normative), lo stesso confine vira a stringere sul corso d’acqua, escludendo così proprio le aree su cui i parenti di Alberto Pio Artuso (all’epoca presidente della Commissione comunale territorio della Giunta centrosinistra di Albergati) progettano l’edificazione di 20 villette e palazzine.
Un partito bipartisan cementato nell’affare. Sì, affare: avuti i permessi la “proprietà” avrebbe infine rivenduto a terzi il progetto e l’area rivalutata, progetto a firma di Roberto Alessio, già dirigente comunale all’Urbanistica negli anni del suo tormentato iter. Una bella trama degna di qualche indagine, che vedrebbe l’Immobiliare Raced di Francesco Rampazi nella parte dell’utilizzatore finale. È la stessa immobiliare che di recente ha acquistato la vecchia sede Asm a Pavia per 5 milioni e 375mila euro, trattativa condotta con Artuso, componente del Cda Asm, in quota Pd.
È lo stesso Artuso a cui nella primavera 2010 si era rivolto per una «consulenza» l’incarcerato per mafia Carlo Antonio Chiriaco. Quale consulenza? Una Chiesa evangelica rivelatasi abusiva – l’ultimo dei 1.269 e più abusi edilizi che si registrano in città – e Artuso è notoriamente un “esperto” nel suggerire il rispetto apparente delle norme.
Emerge un ulteriore collegamento con l’inchiesta “Infinito”: Pasquale Barranca detto “Lino”, fratello di Cosimo, il capo della Locale di Milano, è ministro di culto della Chiesa evangelica milanese. Insieme al fratello, Lino è altresì in affari con Chiriaco: infatti, «tra i vari interessi che il sodalizio ha in cantiere vi è la realizzazione di un complesso residenziale nella zona di Brescia».[104] Dopo un nuovo incontro con Pasquale Barranca il 7 febbraio 2009, Chiriaco ne parla con la commercialista Quadrelli, con Morabito e, ovviamente, con il fido Alfredo Introini. Quasi certamente ne parla con un tale “Angelo”, «che a Brescia aveva qualcuno…».[105]
Cambiata l’amministrazione, nel 2009 cambiano i referenti politici per mafiosi e faccendieri, ma non i metodi. A parti invertite, nuova maggioranza e nuova opposizione sono ancora cementate nel difendere ad oltranza un articolato “accordo” bipartisan tra “galantuomini” che – dicono voci fondate – «non è stato facile concludere»; “accordo” (“stipulato” tra il 1999 e il 2003, tra l’adozione
e l’approvazione del Prg) che si allargherebbe ben oltre i confini del Parco.
Faccendieri rapaci orientano scelte, negoziano l’acquisizione di aree, opzionano proprietà terriere, accelerano o ritardano pratiche. 59mila mq del Parco (e molti altri terreni limitrofi) sono proprietà dell’ospedale San Matteo, dati in gestione alla Pirelli Real Estate di Tronchetti Provera. Come annota Filiberto Mayda, «dando valore alle aree» si consente agli attuali proprietari «di arricchirsi (lecitamente) cedendo i terreni a speculatori privati. I quali acquisiranno i diritti edificatori».[106] Un film andato in replica molte volte a Pavia.

(14 – continua)
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NOTE

[101] Al solito, la scoperta è di Irene Campari.
[102] L’acquisizione di aree strategiche in cambio del diritto ad edificarne il 10 per cento o di autorizzare altrove le stesse volumetrie.
[103] “la Provincia Pavese”, 18 gennaio 2005
[104] 28 gennaio 2009, Richiesta, p. 1733. L’affare nel bresciano si rivelerà legato ai rapporti tra Pasquale Barranca e le pecorelle della comunità Evangelica milanese. In particolare, i rapporti con il pastore Boerer Faccio Roselen, ministro del culto della congregazione evangelica “Ministero Sabaoth”.
[105] Chiriaco: «uhm… molto grosso… io mi ricordo che a Brescia Angelo aveva qualcuno…».
[106] “la Provincia Pavese”, 18 gennaio 2005

Sprofondo nord 13

26 agosto 2011

Albertina cerca dollari in un modo che non so (Ivano Fossati)

Risaie e pattume. Ogni giorno gli autoarticolati vanno e vengono dal nuovo stabilimento della Riso Scotti al Bivio Vela presso Pavia. Passano davanti alla ruota del mulino e alle bandiere dell’Europa dell’Italia e della Romania. Portano il risone da lavorare (200.000 tonnellate l’anno, il 18 per cento della produzione nazionale; in Italia, il 95 per cento del risone è coltivato nelle provincie di Novara, Vercelli e Pavia): pulitura, sbramatura, sbiancatura per 15 tonnellate di materia prima ogni ora.
All’alba di martedì 17 novembre 2010, insieme al primo camion, alla Riso Scotti Energia sono arrivati gli agenti del Corpo forestale. Sequestrato l’impianto di coincenerimento; arresti domiciliari per il presidente Giorgio Radice e per il consigliere delegato e responsabile dell’inceneritore Giorgio Francescone, accusati di traffico illecito di rifiuti, truffa e falso. Truffa perché la Riso Scotti Energia, oltre a percepire sovvenzioni per la produzione di energia pulita, avrebbe venduto a termovalorizzatori e aziende agricole la lolla miscelata a quei rifiuti nocivi che non avrebbero dovuto nemmeno passare di lì; un business calcolabile in 30 milioni di euro. Falso per via della contraffazione dei certificati di analisi.
Oltre alle biomasse vegetali come la lolla, il cippato di legno vergine e altri rifiuti speciali non pericolosi e trattati, per quel camino sarebbero invece passati anche rifiuti di varia natura, quali legno, plastiche, imballaggi, fanghi di depurazione di acque reflue urbane ed industriali, ed altri materiali misti. L’elenco delle schifezze comprende anche le «terre nere dalla pulitura delle strade», roba tossica. Interrogato nel giugno scorso, un dipendente di Scotti Energia avrebbe «visto due volte il camion di Asm scaricare nella lolla del riso i rifiuti provenienti dallo spazzamento stradale».
Tra il 2005 e il 2009 la Riso Scotti Energia ha ottenuto dal Gse (il gestore nazionale dell’energia) sovvenzioni statali per 21 milioni di euro, destinati all’energia proveniente da fonti rinnovabili, per un totale di 60 milioni dal 2002 a oggi. Un terzo di questi soldi sarebbero stati incassati senza che il gruppo agroalimentare pavese ne avesse diritto, perché le fonti non erano “rinnovabili”. Infatti nell’inceneritore finiva una miscela composta solo per il 10 per cento da lolla: il resto erano plastiche (70 per cento) e legnami (20 per cento). Insomma, se l’accusa fosse confermata saremmo di fronte a una truffa ai danni dello Stato e dei contribuenti. Peggio: cadmio, cromo, mercurio, piombo, nichel e altri metalli pesanti nocivi ce li ritroveremo nelle falde acquifere, nel ciclo alimentare, nell’aria e nei polmoni. Controlli? Dal 2007 il rilevatore interno registra l’assoluta assenza di sostanze nocive, con valori prossimi allo zero: «Un risultato semplicemente impossibile per impianti di questo tipo», osserva il capo della Forestale lombarda Ugo Mereu.–br–
Si farebbe largo anche l’ipotesi della corruzione. In una intercettazione telefonica dell’estate 2009 un dirigente dell’industria agroalimentare pavese parla di «800mila euro di scorta che non abbiamo messo a bilancio». Secondo i magistrati, sono “fondi neri” destinati alla soluzione di un contenzioso con la Gse (il 14 maggio 2009, dopo ben quattro anni di silenzio-assenso, l’ente pubblico aveva disposto il fermo dell’inceneritore e la restituzione degli incentivi indebitamente incassati) anche se «non è chiaro in quali tasche» quella somma sarebbe dovuta finire. Resta il fatto che il 10 dicembre 2009, solo sette mesi dopo la verifica negativa, Gse comunica d’averci ripensato e il parere torna positivo. Tutto quindi a “norma”, anche l’utilizzo di quel secondo generatore di riserva, che doveva rimanere inoperoso e invece sembra che bruciasse schifezze a pieno ritmo. Che dire poi delle autorizzazioni «illegittime» da parte della Provincia e della Regione, illegittime perché, rilevano i magistrati, hanno aggirato «la valutazione di impatto ambientale» senza la quale l’impianto non avrebbe potuto «incenerire le tipologie di rifiuti nel tempo autorizzate, diverse dalla lolla di riso e dalle biomasse».
Oltre ai due dirigenti, il 17 novembre sono finiti agli arresti domiciliari l’ex direttore tecnico dell’inceneritore Massimo Magnani, il direttore del laboratorio Analytica di Genzone Marco Baldi (incaricato delle analisi sui rifiuti), il tecnico del laboratorio Silvia Canevari e l’impiegata Cinzia Bevilacqua. Arresti domiciliari anche per Alessandro Mancini, amministratore della Mancini Vasco Ecology di Montopoli in Valdarno (Pisa), uno dei fornitori dei rifiuti irregolari.
Dell’inchiesta “Dirty Energy” qualcuno in Procura avrebbe preferito l’archiviazione; invece, su sollecitazione della Procura di Grosseto, l’indagine è proseguita, in collegamento con la toscana “Golden Rubbish”, che a sua volta riprende quella della Procura napoletana sul traffico di rifiuti provenienti dalla bonifica dell’area dell’ex Italsider di Bagnoli, ritrovati in Toscana. Secondo i Carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) di Grosseto, l’organizzazione ruotava attorno alla Agrideco di Scarlino, società che «oltre ad avvalersi di una rete di produttori, trasportatori, laboratori di analisi, impianti di trattamento, siti di ripristino ambientale e discariche, regolava, gestiva e smaltiva nel suo impianto il flusso di rifiuti».[100]
Il 26 giugno 2008 all’Agrideco un’esplosione uccide Doru Martin, un operaio rumeno dì 47 anni. Nella fabbrica c’erano grandi quantitativi di bombolette spray a gas propano liquido, altamente infiammabile, prodotti da un’importante multinazionale del settore cosmetici e arrivati dalla Lombardia senza alcuna analisi preventiva. Alle bombole di propano erano stati attribuiti i codici – manifestamente falsi – dei rifiuti non pericolosi.
L’indagine del Noe si allarga ben presto a diverse parti d’Italia, soprattutto al nord: vengono denunciate 61 persone, con l’accusa di associazione per delinquere, omicidio colposo, lesioni personali colpose, incendio, traffico illecito di rifiuti, gestione non autorizzata di rifiuti, falsificazione dei registri e notificazioni e falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico (tra gli indagati anche l’imprenditore mantovano Steno Marcegaglia, padre del presidente di Confindustria Emma e presidente dell’omonimo gruppo).
Disastro ambientale a Pavia? È lecito domandare quale danno abbiano potuto arrecare i metalli pesanti usciti dal camino della Scotti Energia e dispersi nell’aria: in due anni, figurano bruciate circa 40mila tonnellate di rifiuti pericolosi. Dove li potremmo ritrovare? Nei campi? Nel ciclo alimentare? Nei polmoni? L’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa) nega il pericolo; il sindaco Alessandro Cattaneo rinnova «la sua stima per la Riso Scotti…». Ma se tutto era a norma, per quale motivo il giudice Erminio Rizzi – la cui prudenza è leggendaria – dopo un’indagine durata anni, ha firmato sette ordinanze d’arresto e ha sequestrato l’impianto? E l’Asl?
Ancora ecomafie? Dell’inceneritore se ne è occupato anche il Dipartimento distrettuale antimafia. Un bruciatore progettato per la lolla e destinato alla produzione di energia da biomassa non è compatibile con rifiuti che richiedono temperature molto elevate (secondo una recente verifica tecnica, l’impianto differisce «in maniera sostanziale»). Quando si bruciano metalli a bassa temperatura si possono sprigionare diossine, estremamente tossiche e cancerogene. I fumi venivano filtrati? Oltre al traffico illecito, è lecito temere danni per la salute dei cittadini.
E Dario Scotti? Il «dottor Scotti» lì per lì ha preferito il silenzio, dichiarandosi pronto a costituirsi parte civile «se sarà necessario, per difendere la sua azienda», precisando che Scotti Energia e Riso Scotti sono disgiunte. E chi intascava i fondi pubblici? (un business nel business, come se il riso fosse un sottoprodotto della lolla, e non il contrario). E i proventi della vendita dei veleni? Quelli usati come lettiere per maiali e pollai da alcuni grandi allevamenti zootecnici del Piemonte, della Lombardia e del Veneto.
Il 7 giugno 2011 su ordine del Gip di Milano Stefania Donadeo, l’imprenditore pavese è finito in manette accusato di truffa, frode in pubbliche forniture e corruzione. Stessa sorte per Elio Nicola Ostellino e Nicola Farina, rispettivamente consulente e commercialista di fiducia del gruppo Scotti: per dirimere il contenzioso con Gse (evitando così la restituzione di almeno 7 milioni di euro in incentivi illecitamente percepiti) Scotti, Ostellino e Farina avrebbero corrotto i pubblici funzionari del Gestore servizi energetici Franco Centili e Andrea Raffaelli, anche loro agli arresti: elargiti 100.000 euro al primo e 15.000 al secondo, insieme alla promessa di un vitalizio di 30.000 euro annuali. Come ha riassunto Ostellino in una intercettazione, «il Gse è tutto lubrificato».

(13 – continua)
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NOTE

[100] “Corriere di Maremma”, 17 novembre 2010

Sprofondo nord 12

24 agosto 2011
Attenzione: potresti essere contaminato dal virus social-democratico, i cui principali sintomi sono: usare metodi di destra per ottenere conquiste di sinistra e, in caso di conflitto, scontentare i piccoli per non fare cattiva figura con i grandi (Frei Betto)

Settembre 2006, prima edizione del Festival dei Saperi, fiore all’occhiello dell’amministrazione di centrosinistra Capitelli: un fiore di plastica, perché una parte del pubblico denaro speso per il Festival (oltre un milione di euro per cinque giorni di conferenze: quattro volte più del necessario) è andato a ingrossare le tasche di alcune aziende d’area, di amici di amici e di Stefano Francesca, incarcerato a Genova nel maggio 2008 con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta.[94] Sono gli stessi “amici” che un anno prima avevano suggerito idee e lavorato “gratuitamente” e nell’ombra alla privatissima campagna elettorale del futuro sindaco. Una volta eletta, Capitelli ha finalmente saldato i sospesi, usando però i soldi dei contribuenti, e cioè una parte rilevante del pubblico denaro speso impunemente per la prima edizione del Festival. Al solito a scoprirlo è la consigliera Campari, allora in maggioranza; a coprirlo è la blanda opposizione della minoranza di destra, che sa e tace.
In una intercettazione ambientale Massimo Casagrande (uno dei genovesi incarcerati, avvocato e sodale di Francesca) riferisce di aver incontrato il Procuratore capo reggente di Pavia Salvatore Sinagra «…che conosco. Sono stato un’ora lì, mi ha detto… risolvo» (Sinagra ha ammesso l’incontro). Infatti qualcuno ha risolto: l’esposto di Elio Veltri sull’operato di Francesca è stato archiviato.
18 Luglio 2007. L’amministrazione Capitelli dispone l’abbattimento di uno dei quattro fabbricati Snia sotto tutela, ignorando il vincolo del Piano regolatore (successivamente anche della Soprintendenza ai Beni monumentali) e senza il sostegno di perizie asseverate. Nonostante una tempestiva segnalazione, la Procura interviene a danno ormai fatto. Pochi giorni dopo, in contrasto con una sentenza della Cassazione, la Snia viene dissequestrata. Si ha notizia di una telefonata di Sinagra a Capitelli, cioè il giudice telefona all’indagata. E lei, il sindaco, promette al Procuratore capo reggente «di non farlo più». Proprietà e pubblica amministrazione lo avevano già deciso da molto tempo, già nel corso dell’amministrazione Albergati (sindaco dal 1996 al 2005), ben prima dell’emergenza Rom che – numerosi – alla Snia mantenevano una temporanea nonché abusiva dimora (c’erano anche italiani). Anzi, ancora una volta sono state le vittime, l’appiglio che ha giustificato le ruspe: criminalizzare i Rom rumeni per poi invocare «l’ordine la sicurezza e la legalità»; distruggere la storica fabbrica, far lievitare la rendita dei suoli e utilizzare una parte dell’area per costruire un Centro commerciale. A denunciarlo ancora una volta è Campari che – nel Consiglio comunale del 2 luglio 2007 – rende pubblico il Piano integrato di intervento della proprietà (Risanamento di Luigi Zunino, lo stesso della discussa lottizzazione milanese di Santa Giulia), un documento del 2004 da cui, nonostante i vincoli, scompare la fabbrica e al suo posto disegna un bel Centro commerciale. Tra i primi a segnalare l’intenzione di abbattere ricorderemo il consigliere comunale nonché funzionario dell’Arpa Sandro Assanelli (Forza Italia), ma viene subito tacitato dai maggiorenti del suo partito, in particolare da Pietro Trivi e da Sandro Bruni (nominato assessore nel 2010 in sostituzione di Trivi), che lo accusano di aver assunto una posizione «del tutto personale» lontana dalla «linea del gruppo consiliare di Forza Italia» favorevole all’abbattimento. Ordinando la demolizione, Capitelli è andata ben oltre i suoi poteri. Lo ha confermato la perizia chiesta dal Pm Luisa Rossi all’architetto Roberto Maccabruni e all’ingegner Giovanni Contini[95]: un vero e proprio atto d’accusa contro l’operato del sindaco.[96] Dalla relazione emerge con evidenza il proposito di abbattere tre dei quattro edifici storici sotto tutela, millantando il pericolo di crolli.
I due consulenti della Procura pavese vanno oltre: ipotizzano un complotto, che assocerebbe le diverse proprietà al sindaco e a Gregorio Praderio, dirigente Ambiente e Territorio del Comune.[97] Secondo i periti, l’indebita demolizione «era stata programmata dalle proprietà dell’area ex Snia già nel 2004, come documenta il Programma Integrato di Intervento» che presuppone l’abbattimento: infatti gli edifici attuali «sono incompatibili con l’articolazione planivolumetrica proposta». Nel novembre 2004 la proprietà aveva provveduto per conto suo alla parziale demolizione di uno dei fabbricati sotto vincolo «mentre il Prg ne prescriveva la totale conservazione».
Il documento di Contini e Maccabruni prosegue in un crescendo incalzante: «Dall’esame degli atti oggetto di analisi, appare del tutto evidente che il Piano Integrato di Intervento» proposto dalla proprietà e adottato senza riserve dal Comune[98] «non intendeva rispettare le indicazioni del Prg e ciò è testimoniato anche dal “taglio speculativo” impresso al Piano stesso con la proposta – avallata dalla Giunta comunale – di incrementare le destinazioni d’uso economicamente più pregiate a discapito di quelle di minor valore aggiunto». Ad esempio, viene incrementata fino a 15.000 mq l’area a edilizia residenziale; contestualmente cala quella per le attività produttive, mentre aumenta da 3.500 mq a 9.000 mq la superficie lorda di pavimento destinata alle attività commerciali.
Non finisce qui. Secondo i due tecnici, «è significativo osservare che il primo atto compiuto dalla proprietà, dopo il parere favorevole della Giunta comunale sul Piano Integrato di Intervento sia stato quello di richiedere la demolizione degli edifici siti in fregio a viale Montegrappa.[99] Dopodiché è iniziato, da parte del Comune, lo stillicidio di sopralluoghi, tutti finalizzati a dimostrare la necessità di “togliere di mezzo” i fabbricati vincolati dal Prg vigente. […] Tale modo di agire risulta addirittura risibile allorquando, nei tre rapporti a firma dell’arch. Rognoni, si cita, a giustificazione della necessità di eliminare i “fastidiosi” fabbricati storici su viale Montegrappa, la Relazione sullo stato di fatto e verifiche strutturali redatta dall’ing. Paolo Bacci, professionista incaricato dalla proprietà, da colei, cioè che come sopra dimostrato aveva tutto l’interesse a togliere di mezzo i suddetti edifici».

Del lavoro di Giovanni Contini e Roberto Maccabruni il Pm Luisa Rossi non ha voluto tenere conto,
preferendo l’archiviazione.
Stando ai si dice, parrebbe che la bonifica dell’area Snia sarebbe infine andata a Giuseppe Grossi, sodale di Zunino e amico del deputato Pdl Abelli, quel Grossi incarcerato con l’accusa di associazione a delinquere, frode fiscale, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro, nonché della corruzione di pubblici ufficiali. È lo stesso Grossi che, secondo gli inquirenti, ha costituito presso banche svizzere fondi neri per 22 milioni di euro, il frutto di fatturazioni gonfiate in parte trasferiti, dilavati e asciugati al sole di Hong Kong o di Montecarlo su conti cifrati, come quello monegasco della moglie di Abelli, Rosanna Gariboldi che, arrestata per riciclaggio, ha patteggiato una condanna a 2 anni e la restituzione di 1.200.000 euro, saldo del conto “balneare” condiviso con il marito, conto che negli ultimi otto anni ha registrato movimenti per 3,5 milioni di euro: 12 in entrata per 2.350.000 euro e tre in uscita per 1.294.000. Secondo la magistratura milanese, è provato che «tutte le rimesse in entrata e in uscita» provenivano da «conti riferibili direttamente a Grossi o suoi sodali» come Fabrizio Pessina (incarcerato dal febbraio al luglio 2009), l’avvocato che ha disposto i versamenti estero su estero sul conto segreto della signora Abelli.
L’inchiesta era partita dalla bonifica ambientale di Santa Giulia, affidata alla Green Holding di Grossi. Ma col tempo le indagini hanno preso anche altre strade: a cosa dovevano servire i fondi neri creati dal Grossi, se non a corrompere pubblici amministratori, politici, funzionari? I magistrati della Procura milanese ne sembrano convinti. Fatto è che, in sette anni, ben 275 milioni di pubblico denaro sono passati dalle casse della Regione Lombardia alle tasche del ciellino Giuseppe Grossi.
Nelle carte dei magistrati milanesi che indagano sull’ex Sisas di Pioltello e su Santa Giulia, il nome dell’abelliano Claudio Tedesi è tra quelli che ricorrono con maggiore frequenza: associato a Grossi o a Zunino (oppure ad entrambi) emerge carsicamente da molte pratiche di bonifica delle maggiori aree dismesse, non solo localmente. Ad esempio, la citata ex Montedison di Rogoredo, nonché l’ex Sisas, di cui Tedesi ha diretto i lavori di bonifica. Ad esempio, l’ex zuccherificio di Casei Gerola – 500mila mq – di cui Grossi è proprietario attraverso la Sadi, proprietà condivisa con Mario Resca (l’ex amministratore delegato della McDonald’s Italia, amico di Paolo e Silvio Berlusconi, direttore generale del Ministero dei Beni Culturali); ma anche la bonifica della Zeta Petroli tra Albaredo e Campospinoso. C’è poi la chiacchierata discarica per rifiuti speciali di Verretto, presso cui hanno operato società di Grossi insieme a società del gruppo Ecodeco. A Pioltello pagava lo Stato, ovvero noi. Dopo il fallimento della Sisas, Grossi acquista una parte dei terreni accollandosi l’onere della bonifica che il fido Tedesi certifica in 120 milioni di euro; altri “esperti” indicano in 19 milioni il valore fondiario. Tutto sembra filare liscio, fino a quando un creditore della Sisas, il gruppo Air Liquid, decide di vederci chiaro. Si scopre così che per bonificare l’area poteva bastare meno della metà della cifra indicata da Tedesi; e circa 40 milioni per i suoli: il valore sale a 94 milioni se si tiene conto delle varianti urbanistiche già approvate! Da 19 milioni si sale a 94: sono cifre lontanissime. Com’è possibile? La risposta è contenuta in alcune intercettazioni, dalle quali emerge che il curatore fallimentare della Sisas Vittorio Ottolenghi, ufficialmente garante dei creditori, in realtà agiva nell’esclusivo interesse di Grossi.
Anche a Valle Lomellina in provincia di Pavia, i conti non sembrano tornare: secondo l’Arpa per la bonifica della Sif Furfurolo sarebbero bastati 1.250.000 euro e pochi mesi di lavoro: una soluzione economica e garante della salvaguardia dell’ambiente; secondo l’inossidabile Tedesi – al solito incaricato della progettazione – la semplice messa in sicurezza di ceneri e terreno avrebbe posto l’area al di fuori delle norme di legge e senza sufficienti garanzie ambientali. Chi l’ha spuntata? Ovviamente Tedesi, disdegnando il parere dell’Arpa, l’organismo tecnico al di sopra delle parti. Tedesi per il progetto ha percepito 700.000 euro, ovvero il 5 per cento del costo della bonifica. A quanto somma il 5 per cento di 1.250.000 euro? Nel frattempo, i lavori di bonifica se li sono aggiudicati in “associazione temporanea di imprese” la francese Sarp Industries e la bergamasca Cantieri Moderni. Ma è tutto fermo, perché pende un ricorso al Tar: sollevato da chi? Dal re delle bonifiche e dei bonifici Giuseppe Grossi.

(12 – continua)
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NOTE

[94] Nell’aprile 2010 Francesca è stato condannato in primo grado a un anno e mezzo di reclusione per corruzione.
[95] Contini e Maccabruni sono due conosciuti professionisti milanesi; Contini è uno dei più affermati tecnici strutturisti italiani.
[96] Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pavia. “Incarico di consulenza relativo all’accertamento tecnico afferente la demolizione di edifici storici di matrice industriale facenti parte dell'area produttiva dismessa ex Snia di viale Montegrappa in Comune di Pavia”. Relazione di C.T.U. [Consulenti tecnici dell’Ufficio], Milano, settembre 2008.
[97] Praderio aveva sostenuto l’urgenza dell’abbattimento con tre comunicazioni scritte. Il 3 luglio 2007 (22 giorni prima della demolizione) Praderio scrive di «strutture gravemente ammalorate e fatiscenti, con cedimenti delle parti strutturali» e comunica l’intenzione di «intimare alla proprietà [sic] l’ordine di abbattimento» di quelle «pericolanti». Praderio cita a modo suo una “relazio
ne” dell’ing. Paolo Bacci per conto della proprietà e cioè – come rilevano Contini e Maccabruni – per chi avrebbe ricavato notevoli vantaggi economici dall’abbattimento. Nelle altre lettere, cita anche i tre “rapporti” al Comune dell'arch. Vittorio Rognoni. Non si segnalano perizie asseverate ma – singolarmente – l’analisi delle «prove di carico» contenute nella “relazione” di Bacci dimostrano l’assoluta assenza del pericolo di crolli.
[98] Delibera 9159 del 24 marzo 2006
[99] Lettera del 21 maggio 2007

Sprofondo nord 11

23 agosto 2011
Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte e pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno
di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche.
(Tatanka Iotanka)

«Si subiscono pressioni enormi. Chiudere un occhio se non entrambi o mettere una firma sotto certe pratiche può rendere cifre che ti cambiano la vita». Sono le ordinarie parole fuori dall’ordinario di un funzionario dell’Arpa, uno di quelli che non hanno mai barattato la salute della collettività con il tornaconto personale del mancato controllo amministrativo sulle bonifiche.
Parole chiare, in tempi in cui il nuovo quartiere milanese di Santa Giulia (l’ex Montedison) si ritrova a galleggiare sulla sottostante ampia “falda sospesa” contaminata, acqua destinata a entrare in circolo, veicolata dai coltivi irrigui; luogo dove il Gruppo Risanamento di Luigi Zunino ha costruito le case sopra una pattumiera di veleni tossici e cancerogeni, veleni a volte portati da fuori e scaricati nottetempo. O ricordando le fantasiose “bonifiche” pavesi della Snia o dell’area Landini in Borgo Ticino, luoghi sopra cui abbondano le poco tranquillizzanti “terre nere” della Necchi. E proprio all’ex Landini, una delibera della Giunta Capitelli (centrosinistra, 10 febbraio 2006) aveva autorizzato la costruzione di case e verde pubblico, senza prima verificare se l’«indagine geognostica» – disposta dalla proprietà il 30 settembre 2005, affidata alla Tecnodreni – fosse attendibile o meno. Quel documento sostiene che «l’area non è contaminata».
L’«indagine» era molto carente: solo 8 i carotaggi “a secco”; non si specificano le differenti tipologie né le caratteristiche chimiche dei cosiddetti «materiali di riporto»; nessuna verifica sulla contaminazione del terreno sottostante. Inoltre l’inquinamento della falda acquifera era dichiarato «entro i limiti», nonostante l’assenza di un’adeguata analisi a monte e a valle.
Ha così inizio il braccio di ferro: da una parte le proprietà e il Comune, a prendere tempo; dall’altra l’Arpa a incalzarli con la richiesta di 29 “carotaggi” e di verifiche in profondità.[93] Le nuove e più circostanziate indagini hanno infine denunciato la presenza di piombo, rame, zinco, idrocarburi e antracene in quantità ben superiori alla norma. Sono sostanze estremamente nocive per la salute. Insomma: a noi i sali dei metalli pesanti e i rifiuti a base di idrocarburi e policitrici aromatici; a loro i proventi dell’urbanistica creativa, con la silenziosa benedizione di una opposizione consiliare destrorsa – poi al governo – distratta e complice.
Il 20 luglio 2010 a Milano l’area di Santa Giulia viene messa sotto sequestro: tra i nove indagati figurano il consulente per la bonifica nonché direttore tecnico delle Asm di Pavia e di Vigevano Claudio Tedesi e, al solito, Giuseppe Grossi e Luigi Zunino. Come dire, piove sul bagnato: il quartiere è ormai al collasso e in mano alle banche, travolto dagli scandali, dalla crisi immobiliare e dai debiti del costruttore, il “Berlusconi rosso” Zunino, in rapporti con Penati, Bassolino, Bersani e Capitelli. Il 20 ottobre 2009 erano finiti in carcere Giuseppe Grossi (aveva costituito fondi neri con le sovra-fatturazioni relative allo smaltimento delle schifezze provenienti da Santa Giulia) e la moglie di Abelli Rosanna Gariboldi (sul conto monegasco gestito insieme al marito, la signora aveva dilavato una parte del bottino di Grossi).
Il business del pattume interessa alle mafie. Il 22 luglio 2010, a Milano il presidente della Commissione parlamentare sui rifiuti Gaetano Pecorella ha denunciato le «infiltrazioni delle cosche in queste grandi società». Quali? A Santa Giulia troviamo la chiacchierata Lucchini Artoni e la sua appendice Edilbianchi, imprese che gestivano in subappalto il movimento terra a Santa Giulia (secondo un rapporto della Dia sono contigue ai clan); troviamo anche la Sadi Servizi industriali, acquisita nel 2006 dalla Green Holding di Grossi, che già nel 2003 operava su quell’area, quando era in quota ai Mazzaferro, un clan calabrese in stretti rapporti con il pavese Pino Neri. Può allora tornare utile fare un passo indietro nel tempo per rinfrescare la memoria a chi se la ritrova molto corta, in primo luogo la Procura pavese

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NOTE

[93] Lettera del 14 dicembre 2007

Sprofondo nord 10

22 agosto 2011
Ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del Paese,
creandomi ovviamente solo nemici.
(Giorgio Ambrosoli)

Cultura mafiosa e cultura politica: stesso linguaggio? «Io parlo per messaggi». La frase non è stata pronunciata dall’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, bensì da Piera Capitelli (centrosinistra), sindaco di Pavia dal 2005 al 2009. La rivolge a Vito Sabato, funzionario presso il comando della Polizia locale, durante un colloquio del marzo 2006, al quale prende parte anche Giampaolo Borella, direttore generale del Comune.
Il 23 febbraio, Sabato ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica. Denuncia alcune gravi irregolarità nelle gare d’appalto per i lavori di segnaletica stradale («dai prezzi palesemente gonfiati» fino al 100 per cento, e fatturati due volte); denuncia anche lavori pagati e «in gran parte mai realizzati» per un ammontare calcolato in 2.277.598 euro. Sempre le stesse ditte a concorrere e altre delizie a danno dei contribuenti. Illeciti per i quali l’8 aprile 2011 il Tribunale di Pavia ha condannato in primo grado l’ex dirigente dell’ufficio Mobilità e Trasporti Antonio Capone (falsi, truffa aggravata e continuata, peculato, violenza privata continuata e aggravata: quattro anni di reclusione) e il titolare della ditta Biesse di Cura Carpignano Piergiorgio Scagnelli (truffa aggravata e continuata, frode nelle pubbliche forniture: tre anni e dieci mesi).
Il «sistema criminale» era in voga da anni. Una «radicata prassi corruttiva», una «disinvolta e criminale gestione del pubblico denaro» e degli appalti stradali nutrita dalle «pressioni di assessori che non hanno esitato a minacciare di licenziamento funzionari onesti, che hanno avuto solo la colpa di denunciare i fatti a cui stavano assistendo». Sono le parole del pm Roberto Valli, riprese dalla sua arringa, parole che denunciano la «continuità di reato» fra le ditte in affari con Capone che, a turno, ottengono l’appalto anche se ai lavori provvede (quando provvede) la Biesse. Alla ditta appaltatrice andava una parte del compenso, senza tuttavia muovere un alluce.
A Capone e combriccola di certo non è mancata l’ironia: lavori su 413 metri lineari di asfalto pagati come se la strada fosse lunga più del doppio o del triplo; strisce per il parcheggio delle auto tinteggiate lungo vie in terra battuta; fermate per l’autobus in vicoli forse accessibili a un motorino; un impianto semaforico tra via Lardirago e la tangenziale, là dove in realtà troviamo un sottopasso…
In un secondo esposto alla Procura, il 23 febbraio 2007 Sabato chiama in causa Roberto Portolan, assessore socialista alla Mobilità e alla Polizia locale (Portolan «si spinse fino al punto di incaricare della progettazione di opere di segnaletica stradale – per un importo complessivo di 220.000 euro – finanche un dottore commercialista […] Il comandante dei vigili Gianluca Giurato ricevette in quella circostanza pressioni, che vennero definite “indirizzi politici” da parte dell’assessore»); e chiama in causa anche il direttore generale Borella: «il dottor Borella mi aveva consigliato di presentare domanda di mobilità presso il Comune di Cosenza, mia città natale. Mi aveva detto che, quand’anche le cose denunciate fossero risultate vere, il denunciante non è mai persona gradita all’amministrazione e pertanto un mio trasferimento […] sarebbe servito ad assicurarmi una vita più serena». In una lettera riservata a Borella e al segretario generale del Comune, Giurato informa che «l’assessore Portolan mi ha più volte riferito che l’ingegner Sabato non avrebbe dovuto occuparsi di segnaletica stradale».
«Io parlo per messaggi, perché parlare troppo non serve…» Parole inquietanti. Cosa voleva il sindaco dal funzionario? Premiarlo per la sua rettitudine? Ringraziarlo poiché, grazie alla sua denuncia, l’Amministrazione ha risparmiato ingenti somme di pubblico denaro? No, leggete: «mi piacerebbe che lei chiedesse di essere trasferito in un altro ufficio…» Come dire: sei così zelante che ti vorrei altrove, il più lontano possibile dai traffici dell’ufficio Traffico. Le pressioni del sindaco si aggiungono così alla lunga serie di «intimidazioni e abusi», minacce di ritorsione e di licenziamento che Sabato e Giurato hanno subìto per mesi (Portolan a Giurato il 6 novembre 2007: «tu per me sei un uomo morto […] dovevi tenere la bocca chiusa e non andare a fare le tue dichiarazioni alla Polizia di Stato […] procederemo al tuo licenziamento»):[91] sospensione dal servizio per Giurato il 26 febbraio 2008;[92] esilio in uno sperduto loculo dell’ufficio Anagrafe per Vito Sabato il 19 marzo 2007, senza telefono né computer (Capone a Sabato: «testa di cazzo, c’hai sempre in bocca le leggi e io me ne frego delle leggi»).
Secondo il pm Valli, questo processo «è l’esempio di come a Pavia può esserci un malaffare diffuso nella gestione degli appalti e l’asservimento sistematico del pubblico agli interessi del privato». Ne siamo convinti, e speranzosi che tali benemerite parole possano dar seguito ad ulteriori fatti.
Rimane molto lavoro ancora da fare. La Procura pavese potrà proseguire indagando il sottobosco del videopoker (il Rapporto 2003 della Commissione antimafia rileva che «a Pavia il controllo criminale del territorio non segue la via del “pizzo” ma quella del videopoker»), oppure mappando – e poi perseguendo – lo spaccio in corso nei locali cheap cittadini, che tra i consumatori vede centinaia di ragazzini (il nuovo mercato) a cui coca e pasticche vengono vendute in offerta speciale. Spostando di poco la mira, le indagini potrebbero poi indugiare sulle aree agricole intorno al Carrefour, quelle destinate a cambiare destinazione, nonché sulle altre aree del Pgt pavese – quelle tinteggiate a rosa dai pretoriani della “politica del fare” scempio urbanistico – possibilmente scavando tra le pieghe delle sommerse relazioni pericolose, tuttora in corso, tra alcuni spregiudicati affaristi con o senza coppola e i loro locali vecchi e nuovi referenti politici. Ben oltre l’ormai “perdente” Abelli; persino oltre Chiriaco. Sono i fili che collegano le indagini sulla ’Ndrangheta in Lombardia alle bonifiche e ai bonifici che incrociano nell’inchiesta dei pm milanesi Gaetano Ruta e Laura Pedio sulla finta bonifica dell’ex Montedison di Montecity-Rogoredo.

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NOTE

[91] Esposto di Gianluca Giurato al Procuratore della Repubblica di Pavia, 13 dicembre 2007.
[92] Il 24 ottobre 2008 il giudice del lavoro Federica Ferrari dispone l’immediato reintegro di Giurato quale dirigente della Polizia municipale. Nel dicembre 2007 Domenico Pingitore (vicino a Portolan, indagato per usura e per calunnia) accusa il capo dei vigili di aver manipolato il concorso per 5 posti nella Polizia municipale; è una sòla, ma il sindaco prende la palla al balzo e il 26 febbraio 2008 sospende Giurato. In un’intervista al quotidiano locale, il sindaco parla di «gravi e incomprensibili leggerezze e superficialità in alcune scelte da lui prese». Tra i motivi della sospensione si cita l’opposizione di Giurato all’introduzione in città dei semafori T-Red (di cui la Ci.Ti.Esse di Rovellasca detiene l’esclusiva) commercializzati dalla Scae di Segrate. Dopo il reintegro di Giurato nel ruolo di Comandante della Polizia locale, della denuncia di Pingitore viene chiesta l’archiviazione, sbugiardando chi aveva interesse a infamare o incastrare il capo dei vigili. Il 18 settembre 2008 la Guardia di Finanza arresta Raoul Cairoli, amministratore unico della Ci.Ti.Esse, e mette agli arresti domiciliari Giuseppe Astorri, il direttore commerciale della Scae. Pesante l’accusa: associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta. Alcune società, guidate da Ci.Ti.Esse, si sarebbero accordate per pilotare le gare d’appalto «in collusione tra loro e con i pubblici ufficiali». Sotto inchiesta è un sistema che l’Unione Consumatori ha definito «la truffa del secolo». I dati sono impressionanti: negli ultimi cinquant’anni, le multe per i divieti di sosta, di fermata e per il superamento del limite di velocità sono aumentate del 6.870 (!) per cento. Un business per le amministrazioni vampire, che in questo modo fanno cassa, come ha denunciato Enrico Gelpi, presidente dell’ACI. Il sistema T-Red si è rivelato la punta avanzata della frode a danno degli automobilisti. Secondo il giudice milanese per le Indagini Preliminari Andrea Ghinetti, le ditte installatrici taravano gli impianti in modo da favorire le infrazioni, in accordo con funzionari compiacenti. Nel 2006 e limitatamente ai casi in esame, si è avuto un giro d’affari di oltre 10 milioni di euro. Buona parte di questi apparecchi erano dati in noleggio ai Comuni, che incassavano i due terzi degli introiti. Il resto andava al fornitore il quale, molto spesso, si dimostrava generoso con i funzionari e con gli assessori più zelanti. Guarda caso: il T-Red è il sistema al quale si era opposto il capo dei vigili, quel Giurato sollevato dall’incarico per avere escluso dalla gara d’appalto la chiacchierata Ci.Ti.Esse. Guarda caso: proprio su questo fronte si incrina il rapporto tra il capo dei vigili e l’assessore Portolan. Guarda caso: Ci.Ti.Esse e Scae hanno trovato buona accoglienza a Belgioioso, dove è sindaco Fabio Zucca, compagno di partito di Portolan e suo predecessore all’assessorato pavese alla Mobilità, feudo dello Sdi. Guarda caso: Antonio Capone, condannato a Pavia per i traffici all’Ufficio Traffico, è stato consulente del comune di Belgioioso. Guarda caso: nell’elencare i motivi della sospensione, il 26 febbraio 2008 il sindaco Piera Capitelli cita le lamentele di Cairoli e della Ci.Ti.Esse, allora messo da parte e ora inquisito, per accusare Giurato di aver esposto l’amministrazione alle loro «minacciate azioni giudiziarie». L’altra ditta sotto inchiesta, la Scae, si era aggiudicata una gara per la realizzazione della segnaletica stradale, ma non ha mai eseguito i lavori: non era in grado di farlo. la Scae avrebbe esibito false credenziali.

Sprofondo nord 9

16 agosto 2011
Le port des brumes (Georges Simenon)

A cosa mirava l’imprenditore edile Antonio Dieni? Intercettato un anno fa a conversare con il sodale Pino Neri: «Sì infatti [all’assessorato all’Urbanistica] andrà coso… Fracassi… e tiene la posizione». E il capo della ’Ndrangheta: «Sì, si, ma a me interessa come tiene la posizione Fracassi, hai capito?»[84]
E stanno parlando proprio di quel Fabrizio Fracassi (Lega nord) che, poco prima dell’ondata di arresti, in una riunione di Giunta aveva chiesto carta bianca sulla gestione del Piano di governo del territorio. Il 13 luglio l’antimafia si è presentata nel suo ufficio, e ha prelevato copia del Pgt e ogni altra documentazione sull’ex area Enel (che Chiriaco considera «l’affare della vita», in condivisione con Franco Varini), sul bivio Vela (uno dei beni sequestrati a Chiriaco) e su Mirabello (dove operava l’Argenta Sas, solo ufficialmente in capo ad Alfredo Introini).
A Pavia occhi puntati anche sopra un’altra operazione immobiliare a due passi dal Ticino, in via Chiozzo, condotta per conto di imprese tra i cui soci, secondo gli inquirenti, figurano due persone indagate dall’antimafia di Reggio Calabria. Al Chiozzo, l’autorizzazione comunale a costruire è del settembre 2009.
In un’altra intercettazione del 18 settembre 2009 Neri parla con Antonio Dieni di una società, ancora da costituire, per riciclare il denaro acquistando immobili nel centro di Pavia: «Carlo [Chiriaco] aspetta che… facciamo questa società… È possibile che domani vado a trovarlo pure con Giorgio [De Masi] perché gli devo far vedere un affare, se hanno soldi da investire ce li deve riciclare lui e ci fa un… Ho un affare a Pavia… Adesso perché compro un terreno lo inseriscano nel Piano regolatore».[85]
A Chiriaco (proprietario di 38 immobili e titolare di 10 conti correnti) viene anche contestata l’intestazione fittizia «di numerosi beni a vari prestanome»; di mantenere rapporti «con varie amministrazioni comunali al fine di ottenere favoritismi quali l’aggiudicazione di appalti, il mutamento di Piani regolatori»; di mantenere «rapporti privilegiati con esponenti del mondo bancario al fine di sostenere finanziariamente investimenti occulti ed iniziative immobiliari»; di essersi attivato «per il mutamento del Prg di Pavia e per la pratica edilizia inerente l’Immobiliare Bivio Vela Srl al fine di sostenere gli interessi di Chriaco e dei soggetti a lui legati».

A Pavia non si indaga. Se qualcosa emerge, è di rimbalzo da altre Procure. Lunedì 22 settembre 2008, in consiglio comunale, l’ex sindaco di Pavia Elio Veltri ha definito la locale Procura un «archivificio», che somiglia al “porto delle nebbie” del Palazzo di Giustizia di Roma, là dove tutto veniva insabbiato. Parole pesanti. Ma indiscutibilmente qualcuno ha abbassato la guardia e, magari inconsapevolmente, ha favorito gli affari illeciti e alimentato il già diffuso senso d’impunità.
Forse non è un caso che la Procura pavese abbia saputo dell’operazione “Infinito” e degli arresti voluti dalla Boccassini solo il 12 luglio, la sera prima. Fatto è che nell’autunno 2009 qualcuno avvertì Chiriaco di stare in campana, perché il suo telefono era sotto controllo. E infatti a pagina 3283 delle Richieste antimafia si legge che «il 16 novembre 2009, a bordo del veicolo in uso a Chiriaco Carlo, veniva captata una conversazione tra quest’ultimo e Quadrelli Roberta di Stradella, alla quale confidava di essere venuto a conoscenza che qualche organismo investigativo eseguiva delle mirate attività di intercettazione telefonica sul suo conto a causa della sua partecipazione al ricovero presso strutture ospedaliere pavesi di soggetti calabresi in stato di latitanza: “mi ha detto coso che ho il telefono sotto controllo, che avevo il telefono sotto controllo tre mesi fa. Perché venivo sospettato di essere in Questura quello che fa ricoverare i mafiosi”».
E chi è “coso”? In una conversazione del 17 novembre 2009 «Chiriaco riferiva che a fornire la notizia delle indagini era stato tale Lepri Luciano».
Lepri lo conoscono in molti. Manager della Fedegari (settore autoclavi per strutture sanitarie) è stato consigliere comunale di Forza Italia al Comune di Pavia dal 1999 al 2005 (sindaco Albergati, centrosinistra) poi assessore alla sicurezza, polizia locale e protezione civile presso il Comune di Albuzzano, paese che da qualche anno vede, guarda caso, un impetuoso sviluppo urbanistico, compreso l’annuncio dell’ennesimo mega-centro commerciale.
«E io da chi lo avrei saputo?», commenta Lepri il 18 luglio 2010, cinque giorni dopo l’arresto di Chiriaco («conosco Chiriaco da quarant’anni»). Ce lo domandiamo anche noi, perché una cosa è certa: Chiriaco sapeva. Allora com’è possibile che Lepri (e se non lui, altri al posto suo) avesse accesso a notizie tanto riservate? Notizie tali da indurre Chiriaco ad affidare il suo cospicuo patrimonio (terreni, case, quote in società) a compiacenti prestanome oppure a liberarsene rapidamente.[86]
Ma in Lombardia «la mafia non esiste» (a ribadirlo nel gennaio 2010 è nientemeno che il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi) né Cosa nostra, Camorra, ’Ndrangheta, Sacra corona unita hanno mai goduto di coperture altolocate. Eppure, nel profondo sud lombardo non sono mancati i segnali.
Nel dicembre 2006 sul “Corriere della Sera” Alfio Scaccia scrive che il clan mafioso Rinzivillo di Gela, in Lombardia «fa affari a Brescia, Como e Pavia, e soprattutto a Busto Arsizio che, secondo gli inquirenti, era diventata una “Gela del varesotto”». Pavia è citata tra le basi operative dei traffici illeciti, come il riciclaggio del denaro sporco: «I proventi di estorsioni e droga venivano infatti reinvestiti in attività apparentemente pulite».
In alcune intercettazioni telefoniche tra membri del clan Rinzivillo, Rossano Battaglia e Crocifisso (Gino) Rinzivillo parlano di lavori edili, di appalti e di un lavoro «grosso» dalle parti di Pavia (Rossano: «a inizio Aprile… dovrebbe iniziarne uno a Pavia!»; Gino: «dove?»; Rossano: «a Pavia!… vicino Pavia…»; Gino: «ah, ho capito!… ma è grosso come lavoro?»; Rossano: «buono è! Chiavi in mano!»; Gino: «ah, va bene!»).
Martedì 4 novembre 2008 la Dda ha confiscato quattro aziende di proprietà dell’imprenditore siciliano Marcello Orazio Sultano (settore costruzioni) per un valore di 9,5 milioni di euro. Sultano sarebbe un personaggio di spicco di Cosa nostra, vicino al clan Rinzivillo-Madonia. Una delle aziende sequestrate, la Nuova Montaggi, ha sede a Sannazzaro dé Burgundi in Lomellina, con magazzino a Pieve del Cairo.
Nel febbraio 2008 la periodica Relazione della Commissione antimafia sulla ’Ndrangheta rileva la presenza a Pavia dei clan Bellocco e Facchineri.
Mo
lti in Procura hanno poi letto l’illuminante libro di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso Fratelli di sangue;[87] devono essersi però fermati a pagina 124, perché in quella successiva si segnala la presenza dei Barbaro e dei Platì ad Alagna Lomellina e a Pavia; e proseguendo, a pagina 187 si legge che a Pavia è presente la cosca dei Mazzaferro oltre ad esponenti del crotonese. Al clan dei Mazzaferro sembra apparentato Giuseppe Dangeli, arrestato per riciclaggio a Landriano nell’ottobre 2006; nel gennaio 2002 cade l’arresto a Pavia di Vincenzo Corda, «boss del crotonese che stava organizzando una base operativa in provincia di Pavia», così come leggiamo a pagina 47 del Rapporto 2002 della Commissione antimafia.
Che dire poi di personaggi e trame dell’ecobusiness locale, a partire da Giorgio Comerio, che da Borgo San Siro presso Garlasco, a quanto sembra trasformava in oro i rifiuti nocivi e radioattivi sopra navi a perdere[88] e a finire con il pavese Raoul Alessandro Queiroli, coinvolto nell’inchiesta veneta “Cagliostro” e in quella toscana denominata “Pesciolino d’oro”, infine incarcerato a conclusione dell’inchiesta piemontese “Pinocchio” sul lucroso smaltimento illegale di 350 tonnellate di rifiuti tossici: terre inquinate da idrocarburi, residui della triturazione delle componenti in plastica delle autovetture, materiali con lattice e ammoniaca, fanghi di perforazione, traversine ferroviarie che da Genova, Savona, Pavia, Lecco venivano smaltiti nell’alessandrino, nel novarese, nel pavese e nel milanese.[89] L’inchiesta si conclude nel 2008, dopo 16mila intercettazioni telefoniche e 35 persone denunciate, 17 delle quali incarcerate. Vengono coinvolte quattro ditte della provincia di Pavia: Atiab di Torre d’Isola, Alm.eco di Pavia, Agritec di Casteggio e Dvm di Casorate Primo. Sotto l’asfalto della tangenziale di Casorate la Dvm avrebbe collocato «un milione di chili di scarti di fonderia, eternit e terre contaminate da idrocarburi»[90] che avrebbero fatturato guadagni vertiginosi ad alcune ditte fornitrici (lo smaltimento dei rifiuti speciali costa circa 6,6 euro al chilo: in questo modo la spesa può superare di poco i 50 centesimi).
Dei numerosi episodi di intimidazione a politici, imprenditori e magistrati abbiamo ormai perso il conto. Ne riprenderemo alcuni tra i più recenti: il cappio appeso ad un chiodo (marzo 2009) all’ingresso dell’abitazione dell’allora consigliere comunale pavese Irene Campari, fautrice della Commissione antimafia; il proiettile nelle buste inviate al Pm vigevanese Rosa Muscio e – ancora a Vigevano – all’architetto Sandro Rossi (novembre e dicembre 2009); i due proiettili calibro 9 in busta chiusa e l’auto incendiata all’assessore vigevanese all’Urbanistica Giuseppe Giargiana (novembre 2008 e luglio 2009); la testa di capra mozzata e i proiettili inesplosi lanciati a Vigevano nel giardino della villa della famiglia Colombo (luglio 2008); la bottiglia incendiaria e la testa di capretto appesa all’inferriata dell’abitazione dell’imprenditore edile Renato Brambilla (settembre 2008); la bomba carta fatta esplodere a Belgioioso sul tettuccio dell’autovettura del presidente dell’associazione Artigiani Giuseppe Daidone (febbraio 2010).
La notte tra l’8 e il 9 ottobre 2008, poco fuori Pavia, a Torre d’Isola, sono andati in fiamme tre automezzi appartenenti ad Angelo Bianchi, un imprenditore in affari con Queiroli. Incendio doloso? Improbabile, perché a Pavia, così come a Milano, «la mafia non esiste».

(9 – continua)
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NOTE

[84] Richiesta, p. 1720
[85] Richiesta, p. 1605; Ordinanza, p. 368
[86] Come le quote della Melhouse: il 16 marzo 2010 Laura Zamai e la compagna di Chiriaco Danlis Ermelisa Segura Rosis rivendono le loro quote all’assessore Luigi Greco e il fratello Gianluca rileva la parte di Gabriele Romeo.
[87] Pellegrini, 2006; Mondadori, 2010
[88] Riccardo Bocca, “L’espresso”, 3 giugno 2005
[89] Ecomafie, Rapporto di Legambiente 2005
[90] “La Provincia Pavese”, 13 marzo 2007

Sprofondo nord 8

8 agosto 2011
Il lupo ogni notte ulula a più non posso
la sua versione di Cappuccetto Rosso
(Stefano Benni)

Il 21 ottobre 2010 il sindaco di Borgarello Giovanni Valdes (Pdl) è stato incarcerato dall’antimafia: avrebbe truccato un’asta per favorire la Pfp, società immobiliare della costellazione Chiriaco. I due si conoscono da tempo, infatti Valdes, vice presidente locale della Compagnia delle Opere, siede anche nel Cda dell’ospedale pavese Mondino.
Nel corso della stessa operazione, insieme a lui sono finiti in carcere l’amministratore della Pfp Salvatore Paolillo (in realtà un prestanome di Chiriaco) e Alfredo Introini, l’ex vicedirettore del Credito cooperativo di Binasco, socio in affari ed elemosiniere di Chiriaco. I due «in concorso tra loro, mediante accordi fraudolenti, consistiti nel presentare in Comune due offerte – una sola destinata ad essere usata a seconda di quanti e quali partecipanti avessero concorso all’appalto – pre-assegnavano alla Pfp Srl (società con sede in Novi Ligure, in via Cavallotti 118) la gara per l’affidamento in diritto di superficie di area in zona Peep in Borgarello il 19 gennaio 2010».
Introini figura come legale rappresentante della Argenta Sas, proprietaria di alcuni immobili a Pavia in via Mirabello 91 e 93. Il 5 febbraio 2010 il Comune di Pavia ha approvato l’ampliamento dell’«edificio residenziale in via Mirabello n 91». Secondo gli investigatori, una parte di questa operazione immobiliare «è da ricondurre a Chiriaco», anche se sarebbe stata «portata avanti da Introini e Rodolfo Morabito[73] per mezzo della Argenta Sas».
Col senno di poi, Valdes avrebbe potuto meditare più attentamente le esternazioni dei magistrati antimafia che, già nel luglio 2010, la raccontavano così: «Pfp Srl vede come socio unico Eva Chiriaco, figlia dell’indagato e come amministratore Salvatore Paolillo. Peraltro Paolillo riveste una carica meramente formale, come attestato da Chiriaco in data 16 aprile 2010 (“avevo bisogno di una testa di legno e lui si era dichiarato disponibile”) e 10 aprile 2010 (“l’abbiamo pagato 3.500 euro in nero per fare l’amministratore e non fa un cazzo”)».[74]
Dopo aver rese note alcune intercettazioni (Valdes a Chiriaco: «È un po’ sporca ma la facciamo»), i tre magistrati antimafia così concludono: «Ovviamente il procedimento amministrativo inerente la gara di appalto indetta dal Comune di Borgarello andrà opportunamente approfondito quando la presente indagine potrà essere disvelata».[75] Un messaggio tanto chiaro quanto inascoltato sia da Valdes che dai suoi pessimi consiglieri.
E chissà quali altri messaggi contiene la bottiglia lasciata dai magistrati alle porte di Pavia, proprio nelle campagne sopra cui si prevede l’apertura del cantiere per il discusso Centro commerciale “Factoria” di Borgarello (un enorme ipermercato e un albergo alto 14 piani nelle vicinanze della Certosa, il monumento più celebre della Lombardia), il cui piano di lottizzazione curiosamente viene adottato dal Consiglio comunale la sera del 12 luglio 2010 (8 voti favorevoli, 1 contrario, 2 astenuti), solo poche ore prima della retata antindrangheta.
Il progetto del mega-centro commerciale di Borgarello reca la firma dell’ingegner Beppe Masia, un consulente del Comune che ritroviamo tra gli estensori del Piano di governo del territorio, nonché incaricato della Valutazione d’impatto ambientale del progetto. Controllore o controllato? Lo stesso ingegnere era tra i componenti la commissione che il 16 gennaio 2010 ha assegnato alla Pfp di Chiriaco l’appalto per l’edificazione dell’area Peep di Borgarello in via Di Vittorio, l’affaire che ha portato in carcere il sindaco Valdes, il Salvatore Paolillo prestanome di Chiriaco e il suo finanziatore Alfredo Introini.
Inutile sottolineare l’impegno del Valdes nel promuovere l’operazione “Factoria”, nonostante la scarsa trasparenza sulle fonti di finanziamento. Come ammette lui stesso, certe porcherie «le sto facendo per tutti».[76]
Borgarello è quasi un sobborgo di Pavia. Venerdì 27 novembre 2009, in un appartamento accanto alla farmacia, nell’ambito dell’operazione “Pandora” vengono arrestati l’imprenditore edile Carmine Vittimberga, sua moglie Graziella Manfredi e il nipote Luigi Manfredi con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di droga, estorsioni e traffico d’armi. I tre appartengono alla cosca dei Nicoscia di Capo Rizzuto, coinvolta in una sanguinosa faida con la famiglia rivale degli Arena, un tempo guidata dal boss Carmine Arena, ucciso nel 2004 a colpi di bazooka sparati contro la sua auto blindata. Vittimberga e la Manfredi vivevano a Borgarello da sei anni. La cosca Arena ha ramificazioni fino a Stoccarda e Francoforte. Per dare un’idea della rilevanza sovranazionale delle mafie in generale e della ’Ndrangheta in particolare, basti pensare che agli Arena si era rivolto nel 2008 il senatore Nicola Paolo Di Girolamo (l’esponente politico Pdl a libro paga del boss Gennaro Mokbel) per ottenere i voti degli italiani in Germania – decisivi per la sua elezione a Palazzo Madama.
Dalla zona di Borgarello provengono anche Giuseppe Romeo, Rodolfo Morabito e Franco Bertucca. Se pochi erano a conoscenza della caratura e dei precedenti criminali di un Pino Neri, ancora meno si sapeva di Francesco (Franco) Bertucca, il capo della ’Ndrangheta a Pavia. Come rilevano gli inquirenti, «si tratta di un soggetto sostanzialmente incensurato, anche se i Carabinieri di Pavia nel 1997 lo proponevano per l’applicazione di una misura di prevenzione. L’indagato, infatti, risultava essere stato per alcuni anni molto vicino a Salvatore Pizzata, al quale è legato dal vincolo del “San Gianni” che nel contesto calabrese ha un importante significato. Inoltre, in una vecchia indagine per stupefacenti erano emersi contatti telefonici con Antonio Papalia».[77]
Nato a Careri (Reggio Calabria, ma già dal 1965 residente in Lombardia), anche Bertucca «svolge l’attività di imprenditore edile ed è socio in alcune società del settore». Il 13 luglio 2010 è stato arrestato nella sua casa di San Genesio, a cento passi da Borgarello, comune in cui suo figlio Antonio ricopriva la carica di assessore alla Pubblica istruzione.
Bertucca emerge come figura di vertice «solo dopo che Giuseppe Neri era stato designato dalle cosche calabresi come loro emissario per trovare un accordo con le Locali lombarde sulla riorganizzazione della “Lombardia”, l’organismo direttivo della ’Ndrangheta. Era naturale che dopo che le attenzioni investigative si erano concentrate sulla realtà di Pavia emergesse lo stretto contatto Neri/Bertucca, indicato nelle conversazioni come il capo del Locale di Pavia».[78]
Il 2 maggio 2008 Bruno Longo (c
apo della Locale di Corsico), Giosofatto Molluso (affiliato alla Locale di Corsico) e Francesco Bertucca («Franco di Pavia»), si recano presso l’abitazione di Carmelo Novella. Il giorno successivo gli investigatori possono ricavare gli argomenti trattati, quando “Franco” esprime «lamentele circa la gestione della “Lombardia” nel periodo antecedente la scarcerazione di Novella. Tenuto presente che Molluso e Bertucca sono operativi nel settore del movimento terra (così come il figlio di Novella) non è da escludere che uno dei motivi dell’incontro fosse anche una qualche spartizione nel settore dei lavori di edilizia».[79]
Francesco Bertucca è considerato uno degli “anziani” della “Lombardia”, «al punto che Mandalari ipotizza addirittura che possa essere designato lui come nuovo capo», o almeno così risulta da una intercettazione (6 settembre 2009) tra Panetta, Mandalari e Lucà: di ritorno da Pavia dopo essersi incontrati con Neri, i tre ipotizzano la candidatura di Franco Bertucca per la guida della “Lombardia” (carica in dote a Neri, momentaneo reggente, dopo la morte di Carmelo Novella) anche se – ammette Mandalari – «in Lombardia Bertucca non è nessuno».[80]
In un’altra intercettazione del 21 settembre 2009 Pino Neri e Giorgio De Masi[81] «transitando in zona Borgarello di Pavia, Neri diceva testualmente: “…Borgarello! Qua ci sono pure tanti paesani, Franco Bertucca non lo conoscete? Volevo che voi… [incompr.]”, lasciando chiaramente intendere che sarebbe sua intenzione farglielo conoscere». Poco più tardi Neri «esprimeva ancora la volontà di presentargli “Franco”; alla domanda di De Masi su quanti anni avesse e da dove provenisse, Neri risponde che Franco ha 55-56 anni, che è di Careri; aggiungeva che Franco è solito recarsi in Calabria e incontrarsi con Petru “’U Quagghia”.[82] Neri afferma che sono molto amici, che ha la dote del Padrino».[83]

(8 – continua)
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NOTE

[73] Il costruttore cugino di Chiriaco, indagato.
[74] Richiesta, p. 1762
[75] Richiesta, p. 1763
[76] Intercettazione del 20 gennaio 2010
[77] Antonio Papalia, di Buccinasco, è una figura di vertice della ’Ndrangheta in Lombardia.
[78] Richiesta, pp. 1785-86
[79] Richiesta, p. 1777
[80] Richiesta, p. 1786
[81] Autorevole esponente della Provincia (le tre sub-strutture – Jonica, Tirrenica e Città – in cui è divisa la ’Ndrangheta in Calabria).
[82] Pietro Commisso, esponente di primo piano della ’Ndrangheta.
[83] Richiesta, pp. 1786-87

Sprofondo nord 7

5 agosto 2011
Perché vi rassegnate a questa vita mediocre senza l’ombra di un desiderio, di uno slancio, di una proposta qualsiasi? (Giorgio Gaber)

Prima del 16 luglio 2010 una manifestazione antindrangheta con a capo gli amici degli amici si era vista solo a Cosenza o a Reggio. Quella sera Pavia assiste a due opposti cortei antimafia: da una parte i cittadini incazzati neri; dall’altra, molti amici di Carlo Chiriaco e di Pino Neri, con in testa il sindaco bardato a festa e la fascia tricolore. C’è Ettore Filippi, che ha candidato nelle liste di “Rinnovare Pavia” le persone indicate da Chiriaco e da Neri. C’è suo figlio Luca (è tra i più citati nell’ordinanza del Gip milanese) che, nel maggio 2010, ha assunto ad Asm Lavori l’ingegner Rocco Del Prete, quello «nella piena disponibilità» del capo della ’Ndrangheta lombarda Pino Neri. C’è l’assessore Antonio Bobbio Pallavicini, già gradito ospite di Neri e dell’indagato Antonio Dieni nei più esclusivi ristoranti della Locride. C’è l’assessore Luigi Greco (Pdl), già socio in affari della moglie prestanome dell’indagato Rodolfo Morabito (cugino di Chiriaco), dell’amante prestanome di Chiriaco e di un parente prestanome del pluricondannato per mafia e narcotraffico Salvatore Pizzata. C’è Valerio Gimigliano, consigliere comunale Pdl e membro del Cda dell’Azienda servizi alla persona (Asp – Chiriaco ad un certo “Peppino”: «quel consiglio di amministrazione me lo sono scelto io…»), in rapporti anche con Pino Neri.[66] E chissà se tra i manifestanti c’era anche il fantomatico “Peppino”, a cui l’ex direttore sanitario dell’Asl pavese nell’agosto 2009 confidava la necessità di «costruire un centro di potere» a Pavia.
Ha proprio ragione Marco Vitale quando, sul “Corriere della Sera”, afferma che «la Lombardia si sta muovendo, fatte le dovute e per ora grandi distinzioni, verso il modello Calabria».[67] Vitale pone l’accento sulla corruzione e aggiunge che «la sottovalutazione del fenomeno è la premessa prima per il radicamento e lo sviluppo delle mafie».
Lo si è visto bene a Pavia, luogo dove, parola dell’ex poliziotto e vicesindaco Ettore Filippi, «la mafia non esiste»;[68] luogo dove – lamentava il figlio Luca in Consiglio comunale – la denuncia dei segnali di penetrazione mafiosa in città è frutto di esagerazioni; luogo dove i consiglieri comunali Valerio Gimigliano e Carlo Alberto Conti definirono «superfluo» un emendamento antimafia alle linee guida del Piano di governo del territorio.
6 ottobre 2008. In Consiglio comunale ancora Irene Campari propone controlli sull’infiltrazione di capitali mafiosi negli appalti, nei subappalti e nell’economia cittadina: «Ci sono voluti due finti malati nei nostri Centri medici d’eccellenza. Da tre settimane sto aspettando di sapere come mai due killer professionisti fossero stati ricoverati nelle strutture mediche pavesi, e questo non è rassicurante. Qui c’è qualcosa che non va: uno di loro era sotto falso nome. […] Questa sera vorrei che dal Consiglio comunale venisse un messaggio rassicurante per la popolazione e non per le mafie, perché la mafia sa raccogliere bene i segnali che vengono dai politici e dalla pubblica Amministrazione. […] Io non vi dico di votare questo mio Ordine del giorno così com’è: riformulatelo, ma mandate un messaggio chiaro ai Setola, ai Barbaro, ai Perspicace, ai D’Avanzo, ai Mazzaferro, che hanno una Locale qui a Pavia». E così conclude: «La questione è seria. Nel 2015 ci sarà l’Expo. Sono state scoperte infiltrazioni mafiose negli appalti e il messaggio che voi vorreste mandare è che non possiamo fare niente? Cosa ci stiamo a fare qua? Le mafie sono a Pavia e dobbiamo prenderne atto».[69]
Interviene Gimiglano (Pdl), che definisce «superfluo» l’emendamento, «perché i settori competenti di ogni Amministrazione pubblica hanno già l’obbligo di verificare se emergono problemi legati alla criminalità organizzata». Un altro consigliere della destra all’opposizione, il solitamente silente Carlo Alberto Conti, dichiara che non parteciperà al voto: secondo Conti, «il Pgt non può essere uno strumento di controllo di potenziali attività mafiose e di infiltrazioni sul nostro territorio». Nel settembre 2010, due mesi dopo la retata antindrangheta, Conti, Gimigliano, l’amico di Neri e Chiriaco Dante Labate e Giuseppe Arcuri detto “Peppino” danno vita a un gruppo consiliare autonomo. La cosiddetta “banda dei quattro”.
Urbanistica? Terreni? Affari? E perché mai dovrebbero interessare alle cosche. È forse solo un caso se, nelle intercettazioni, Neri parla di «cose carine, occasioni buone da prendere volando»,[70] come l’acquisto all’asta per 5.000 euro di 11.000 metri quadrati di terreno a Borgo Priolo. O di «soldi da investire» che Chiriaco dovrà «riciclare» in un affare a Pavia.[71]
Sempre per caso, Chiriaco e merenderos progettano una cittadella tra l’idroscalo e il gasometro di piazza Europa, con il conforto di 15-20 milioni in fondi europei («tu prova a immaginare: il gasometro che diventa, sostanzialmente, un parcheggio a più piani. Recuperi la piscina per eventi che non sono solo sportivi ma mondani. […] La spesa prevista sono 12-15 milioni di euro, che non cacceresti tu come Comune; li caccia la Comunità europea», trovando anche il modo per ungere un paio di maniglie comunali.[72] Ancora per caso ritroviamo la Pfp di Chiriaco vincere in solitudine un appalto per l’edificazione di alcune case comunali a Borgarello, paese di 2.600 abitanti tra Pavia e la Certosa, così come prima di lui in via Turati Salvatore Pizzata.

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NOTE

[66] Richiesta, p. 1765. Rapporti tra Valerio Gimigliano e Pino Neri emergono da una intercettazione del 23 giugno 2009, in cui Neri manifesta ad Antonio Dieni la delusione per la mancata elezione di Del Prete in Consiglio comunale. Nel racconto degli invesigatori, Neri «ipotizza che qualcuno li abbia venduti» e accusa Ettore Filippi. Il capo della ’Ndrangheta lombarda lo avrebbe saputo personalmente da Gimigliano, che si sarebbe presentato a Neri e Antonio Dieni per sapere chi avessero appoggiato. Alla notizia che il favorito era stato Rocco Del Prete, candidato nella lista di Rinnovare Pavia, Gimigliano avrebbe avvertito Neri e Dieni che Del Prete «lo hanno trombato; anzi, lo hanno preso in giro». A Gimigliano lo avrebbe confessato nientemeno che Luca Filippi, il figlio di Ettore (Antonio Dieni: «ma guarda che pezzi di merda… ma voi due parole non volete che le diciamo a questo, no?»; Pino Neri: «Certo che gliele diciamo»; Dieni: «Che cosa c’entrava andare a dire a Gimigliano che lo hanno trombato»; Neri: «Andiamo a dirgli qualcosa, andiamo a trovarlo»; Dieni: «Ma uno i fatti suoi non può farseli?»: Neri: «No»; Dieni: «Ma sono cose incredibili […] Adesso comunque il calvario è finito»; Neri: «Sì, è finito… adesso vediamo cosa diranno per parare questo colpo… ma vah… io sono amico di Ciocca… parlando con lui non disse niente»). Rocco Del Prete (primo tra i non eletti di Rinnovare Pavia) era in corsa per un posto quale rappresentante comunale nel Cda dell’Azienda servizi alla persona (Asp), poi assegnato a Gimigliano. Un unico dubbio: dalla conversazione non emerge con chiarezza se Neri e Gimigliano stanno commentando l’insuccesso elettorale o la successiva «trombatura» di Del Prete all’Asp.
[67] Marco Vitale, Il modello da rifiutare. Milano, i giudici e le mafie, “Corriere della Sera” pagine milanesi, 28 luglio 2010
[68] Lettera non protocollata del 2 novembre 2007 ai Consiglieri comunali.
[69] Consiglio comunale, verbale del 6 ottobre 2008
[70] Richiesta, p. 1635; Ordinanza, p. 368
[71] Richiesta, p. 1605; Ordinanza, p. 388
[72] Richiesta, p. 1726; Ordinanza, p. 392. Chiriaco parla di «provvigioni» del 20 per cento destinate a Trivi e al presidente della Commissione comunale Territorio, il calabrese Dante Labate (ex An) eletto, secondo gli investigatori, «anche grazie ai voti portati da Pino Neri». Il 10 aprile 2010 Chiriaco tenta di coinvolgere Franco Varini in un’operazione che, secondo i magistrati, è «chiaramente riconducibile a Bivio Vela». Chiriaco: «la facciamo io… tu… e il 20 per cento lo diamo a Dante Labate […] sono 3.800 mq… mio cugino [Morabito] ne ha altri 2.800 mq… possiamo fare un hotel e usufruire dei fondi di Expo 2015». Varini si dichiara d’accordo, ma precisa che «…lì è una cosa un po’ più delicata… bisogna coinvolgere Milano» (Ordinanza del Tribunale del riesame, 10 agosto 2010, p. 16). Dal 2003 Labate è socio dell’Immobiliare Vittoria, condivisa con Antonio Dieni e Teresa e Grazziella Aloi, rispettivamente cognata e moglie di Neri.