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Raffinato scandaloso diabolico 1

10 febbraio 2011
L’affare petrolifero italiano
di Stefano Marchetti
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Mandando un commento in un sito Internet dal titolo Clamore in Italia su un accordo segreto tra Stato e mafia negli anni 90, ho ricevuto una risposta da un certo Saverio Esposito di Nola Napoli che mi ha posto delle domande. Prima di rispondere ai suoi quesiti, per maggiore chiarezza espositiva, consiglio a tutti quelli che avessero la stessa curiosità di Saverio – e la voglia di leggermi – di fare due cose: studiare molto attentamente tutto quello che è pubblicato in Internet a proposito dello “scandalo dei petroli degli anni 80”; leggere un articolo dal titolo Nel fondo del barile pubblicato dal giornale “Narcomafie” uscito dalla penna di Lucia Vastano. Finita l’introduzione, parto dalla prima domanda di Saverio.

Come funziona il sistema del commercio del petrolio e dei suoi derivati nel nostro paese? L’Italia non è un paese produttore di petrolio. O meglio, in Italia esistono dei giacimenti di petrolio, ma la densità abitativa del territorio ne impedisce lo sfruttamento – ad esempio, in Lucania, è stato scoperto un grosso giacimento, ma se lo sfruttiamo, per via dell’inquinamento e quant’altro… beh, i lucani, con 4 pozzi attivi e la prospettiva di vedersene costruiti almeno altri 40, già adesso stanno giustamente e saggiamente protestando come matti.
L’Italia resta sostanzialmente un paese non produttore e per questo, tutto il prodotto (raffinato e non), arriva via mare. Nei porti italiani esistono delle raffinerie o dei depositi costieri, che possono essere di proprietà dell’Agip o della Tamoil o di chi si vuole, ma che hanno un unico comun denominatore: sono tutti costruiti su terreno demaniale. Una bella spada di Damocle per chi, cercando di fare il “furbo”, potrebbe vedersi sequestrati i terreni sui quali ha costruito degli impianti che costano fior di miliardi? Sì, potrebbe esserlo se questa forma di “ricatto statale” in passato (leggi: scandalo dei petroli degli anni 80) non fosse mai stata applicata. E adesso? Adesso, non sempre ma di tanto in tanto, si sentono suonare le campane per una vendita dei terreni demaniali. Domandina facile, facile: le campane, suonate da chi dice di voler rimpinguare le dissanguate casse statali, possono essere messe in moto soltanto per far la felicità dei bagnini che vogliono comprar le spiagge dove l’italiano medio prende il sole e pianta gli ombrelloni? Demaniali sono le spiagge quanto demaniali sono i terreni nei quali le società petrolifere hanno costruito i loro costosissimi impianti. Perciò, vendendo entrambe le cose, facendo una bella campagna stampa dove si fa molta pubblicità ad una cosa invece che ad un’altra, si fa la felicità sì del bagnino, ma anche del petroliere che, senza più avere sulla testa quell’odiosa spada di Damocle, può fare il “furbo” quanto vuole.
La proprietà dei terreni non è l’unica forma di controllo che lo Stato impone sul petrolio perché, in ogni raffineria o deposito costiero (d.c.), c’è un ufficio della Guardia di Finanza che ha il compito di supervisionare su tutte le lavorazioni e ai movimenti delle merci.

Per essere chiaro va detto che, il controllo delle raffinerie e dei d.c., è molto importante se si pensa al ruolo “fiscale” di questi due soggetti che, quando acquistano il prodotto lo fanno in assenza di “accisa”, mentre, quando lo vendono, lo devono fare ricaricandolo di quella costosissima tassa che appartiene allo Stato e che tutti dobbiamo pagare. Messa così la cosa, si potrebbe pensare che le raffinerie o i d.c. si mettano in tasca le accise dovute allo Stato, ma non è così: i controllori messi dallo Stato all’interno delle loro strutture ci sono apposta per far sì che, con scadenza quindicinale fissata per legge, tutte le “accise” incamerate dalle raffinerie e dai d.c. finiscano nelle casse statali.

Chi paga le “accise”? Le persone che fanno rifornimento alle pompe di benzina, o che acquistano i prodotti per riscaldare la casa, sono sicuri d’esser loro a pagare le “accise”. In realtà non è così che funziona: le “accise”, sono già state pagate! E qui, una domanda sorge spontanea: chi è quel fesso che fa un piacere così grande al consumatore finale? Lo Stato italiano passa per essere pigro e lento, ma in questo caso, dimostrando una prontezza di riflessi eccezionale nel gioco d’anticipo, si fa pagare le “accise” da chi – munito di apposita licenza – ha il permesso di andare a caricare la merce presso le super controllate raffinerie o ai sempre super controllati d.c..

Ci possono essere degli “inghippi” in questo “giro” fiscale? Di inghippi ce ne è uno solo: tutti quelli che stanno nel “giro”, compresi i politici che ne son fuori solo per modo di dire… vogliono, fortissimamente vogliono, mettere le mani nell’appetitosa saccoccia degli alti ricavi petroliferi e delle “accise” statali.

Possono farlo? Innanzitutto va detto che il mercato dei prodotti petroliferi assoggettati ad “accisa” è diviso in due, pressappoco come una mela. Il 50% viene venduto dalla “rete” di distributori stradali (abbrev. “rete”), e il restante 50% viene trattato dagli operatori che provvedono alle consegne della merce presso il domicilio del cliente (fuori dalla rete dei distributori, abbrev. “extra-rete” ).
Prima della liberalizzazione il prezzo imposto dallo Stato attraverso il Cip, non facendo distinzione tra “rete” ed “extra-rete”, metteva d’accordo tutti gli operatori commerciali dei due settori costringendoli a lavorare con circa 40 lire di margine lordo al litro.

Rete”

Attualmente, passati 16 anni dalla liberalizzazione, il fenomeno economicamente più strano e paradossale presente sul mercato di “rete” è rappresentato dai distributori chiamati “bianchi” che, apparentemente contro ogni logica commerciale, applicando prezzi estremamente concorrenziali, tengono testa allo strapotere degli impianti delle soc. petrolifere.
Dalla rete Internet si possono apprendere alcune cose sul loro conto: vengono chiamati “bianchi” perché nell’insegna non espongono nessun logo “colorato” delle grandi soc. petrolifere (Agip, Esso, Shell, ecc. ecc.); sono presenti nel mercato da circa un decennio; vivono in una bolla economica fatta di 2000 impianti contro i 23000 gestiti dalle soc. petrolifere; sono di proprietà di alcuni privati in possesso di regolare licenza rilasciata dall’UTF competente per zona; sono appoggiati dalle associazioni dei consumatori (Federconsumatori, Codacons); stanno facendo degli accordi con l’Auchan, la Carrefour, e la Conad per vendere i prodotti petroliferi nei piazzali di questi centri commerciali; promettono un risparmio di circa 7-8 centesimi sui prodotti erogati, ed infine, tirando in ballo la
concorrenza delle grandi multinazionali del petrolio, parlano vagamente di mafia petrolifera e di concorrenza sleale.
Fino a tre mesi fa – per motivi che più tardi spiegherò – pensavo che i “bianchi” potessero essere uno dei tanti fenomeni di illegalità presenti nel mercato. Ma ho avuto di che ricredermi perché, durante un lungo viaggio, incuriosito dal prezzo basso del gasolio esposto da un distributore, mi sono fermato per fare rifornimento. Durante il tempo necessario per l’erogazione ho cominciato a chiacchierare con il gestore e, in maniera francamente non tanto velata, gli ho fatto presente tutti i dubbi che avevo nei confronti dei “bianchi”. Lui dopo avermi chiesto se ero del settore, approfittando della pausa pranzo, me li ha smontati uno ad uno poi, prima di congedarmi, mi ha detto che se avevo bisogno di qualche altra spiegazione tornassi pure a trovarlo.
In data 16 marzo 2010 sono tornato per chiedergli il prezzo di acquisto del gasolio normale e, senza fare una piega, mi ha messo in mano una bolla-fattura della Tamoil del giorno prima.
Il prezzo riportato era di 0,885 più IVA al 20% = 1,062 euro pagamento in contanti.
Il prezzo di vendita esposto dal gestore era di 1,132 e gli dava un margine lordo di 1,132 – 1,062 = 0,070 euro al litro pari 185 lire.
Percorsi circa 200 metri dal distributore “bianco”, ho trovato un impianto della Esso che vendeva l’identico prodotto a 1,192: 1,192 – 1,062 = 0,130 euro, pari ad un margine lordo di 252 lire.
La settimana dopo, per controllare se il valore d’acquisto era esatto, sono andato a trovare un mio amico che lavora nell’”extra-rete” e, senza nessuna difficoltà, raccomandandomi solo di non fare il nome del fornitore, mi ha fatto vedere la fattura del 15 marzo 2010 con il prezzo di 0,887 più IVA per litro pagamento 30 giorni.

Indagine troppo semplicistica e riduttiva per trarne delle conclusioni? Può darsi, ma il margine delle 40 lire del prima e le 252 lire o le 185 lire “risparmiose” del dopo liberalizzazione rappresentano un divario economico-settoriale troppo grande per essere considerato colmabile; perciò, senza fare altre indagini che potrebbero portare a delle variazioni minime rispetto al dato base riscontrato, cercherò di dare una spiegazione allo strano fenomeno dei distributori “bianchi”.

La situazione della “rete”, tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80, era quasi totalmente ribaltata rispetto all’attuale: il 90% era in mano a dei “padroncini” che, con la licenza debitamente rilasciata dall’UTF, coprendo capillarmente quasi la totalità della rete viaria nazionale, gestivano in modo quasi sempre famigliare un solo punto vendita. Il restante 10% delle stazioni di servizio, ubicate prevalentemente nelle arterie di grande traffico, era di proprietà delle grandi compagnie petrolifere.
Non si può certo negare che già all’inizio degli anni 80 la categoria dei “padroncini” fosse vecchia e, oltretutto sofferente di acciacchi quali: mancanza di una mentalità imprenditoriale (erano da sempre abituati a lavorare con i margini stabiliti dal monopolio di Stato e, con questi, avevano sempre vissuto poveri, ma in compenso felici e contenti); sindacalmente erano una frana (proclamavano degli scioperi ai quali puntualmente non aderivano); mancato ricambio generazionale (i figli avevano studiato e si erano trovati un altro lavoro), infine, in più di qualche caso avevano impianti vecchi, obsoleti o ubicati in luoghi non idonei alla pericolosità del prodotto trattato. Ma nonostante tutte queste carenze avrebbero potuto resistere ancora per anni sul mercato se, come il vaso di coccio in mezzo ai due vasi di ferro, la loro fragile figura commerciale non si fosse trovata tra il martello statale e l’incudine delle soc. petrolifere che avevano sì la quota minoritaria del mercato, ma nel caso si fosse presentata l’occasione di diventare maggioritarie avevano i vantaggi di essere l’unica possibile fonte di approvvigionamento e di conoscere perfettamente pregi e difetti di quella che a tutti gli effetti era la loro clientela, ma che “forse” non vedevano l’ora di trasformare in concorrenza.

C’è stato un accordo tra Stato e petrolieri per dividersi da soli il ricco e grasso grisbi della liberalizzazione? Le 250 lire di margine e il ribaltamento delle quote di mercato – almeno per me – parlano chiaro però, sotto a quel “da soli” sottolineto ci sta una perfida, ingiusta ed immonda sozzura: lo Stato, dopo aver ridotto alla fame i “padroncini” usando il metodo di non adeguare mai i margini al reale costo della vita, per vessarli fino al punto di fargli chiudere i battenti, si è servito non solo di nuove leggi, di nuove normative e nuovi obblighi, ma anche delle Asl, dei Vigili del fuoco, dell’Anas e dei funzionari all’urbanistica però, mai e poi mai ha sentito il bisogno di servirsi della Guardia di Finanza. La categoria era fatta di galantuomini? Sì, erano fior di Galantuomini e lo Stato lo sapeva…
Va ricordato che i “bianchi”, non sono i soli sopravvissuti allo schifo che ho appena descritto. Ci sono anche quelli che, pur riuscendo a tenersi la licenza ben stretta fra i denti, sono stati costretti a firmare un “contratto” capestro e se non avessero un’officina dietro l’insegna del distributore farebbero la fame con quei miserabili ed iniqui 3 centesimi di margine lordo per litro concessi da chi – sul loro lavoro e sulle loro spese – di euro ne pigliano ben 0,130.

Tenendo conto che i “contrattisti” appena citati non hanno nessun paladino che tuteli quelle che potrebbero diventare le loro sacrosante rimostranze, i “bianchi” dovrebbero stare molto attenti a chi scelgono come compagni di viaggio.

Cosa hanno fatto le associazioni per la tutela dei consumatori quando la liberalizzazione veniva spacciata come la panacea di tutti i mali? Dormivano o pensavano “forse” che le soc. petrolifere fossero delle fondazioni con scopi benefici, umanitari e caritatevoli come le Dame della Carità o la Fatebenefratelli?
Per quanto riguarda la Federconsumatori oltre a quello che ho appena scritto non so niente, ma sul Codacons so più di qualcosa: otto anni fa, al tempo delle mie prime indagini, ho contattato un loro uomo: l’avv. Conte di Venezia. Il primo incontro è stato bellissimo, dopo aver discusso e dato come prova concreta delle mie parole un discreto fardello fatto di bilanci e documenti, mi sono sentito rispondere: «Sig. Marchetti, mi creda: io m’impegno fin da subito a lottare anche contro il mio partito per far sì che la sua causa vada avanti». Il secondo incontro fu molto più freddino del primo, e, per quello che riguarda il terzo; quando il Conte aveva parlato della questione con il presidente del Codacons Rienzi, la causa l’avevano bella che spostata in quel di Trento. Alla mia domanda: «Perché Trento se tutti i papabili imputati son di Padova?», ho ottenuto come risposta: «Zitto e mosca! Si fa come vogliamo noi!» Una settimana dopo l’avv. Conte doveva restituirmi tutti i documenti allo Sheraton di Padova: io c’ero ma lui, con tutto il suo idealismo e le mie carte… chi l’ha più visto?
Al tempo dei “padroncini”, c’erano delle leggi alle quali era difficile scappare, una di queste era ed è: chi trucca o manomette il conta-litri, prima perde la licenza e poi…
Trent’anni fa bastava la perdita della licenza UTF per mettere una paura fottuta al “padroncino” che, con quel pezzo di car
ta, doveva far campare tutta la famiglia. Poveraccio, non serviva nemmeno che la legge prevedesse la reclusione. Era talmente tanta la paura di perdere il lavoro e di ridursi alla fame che, per essere sicuro che quel “coso” pieno di sigilli funzionasse a dovere, armato di asta metrica, lo prendeva in contropiede misurando con assiduità quasi maniacale non quello che quel “coso” misterioso e intoccabile erogava, ma quello che non erogava e che si trovava nelle cisterne.
E adesso, cosa può succedere a quel che dovrebbe essere un intoccabile “coso”?
Ma scherziamo! La legge è legge e, l’articolo, è ancora fermo lì a dire che: chi trucca o manomette il conta-litri, prima perde la lice…

Adesso? Chi va a ritirare la licenza all’Agip, alla Q8, alla Esso, alla Tamoil, all’IP, alla Shell o alla Repsol? Possibile che nessuno si sia accorto che il 90% delle licenze in mano a delle persone che hanno una paura fottuta di vedersela ritirata è una cosa, mentre, il 90% delle licenze in mano a delle soc. petrolifere che non hanno paura di niente e di nessuno, è un’altra.
Una piccola distrazione? Ne dubito fortemente, ma casomai lo fosse stata… per fortuna che quelli di “Striscialanotizia” tanto distratti non sono e con gli scarsi mezzi messi a disposizione dal loro padrone, servendosi di precise segnalazioni venute fuori dall’ambiente dei distributori “bianchi”, con un’inchiesta alla quale marginalmente ho partecipato (ho mollato tutto quando, dopo essere stato mandato avanti un po’ troppo allo sbaraglio ed aver raccontato tutta la questione al mio legale, mi sono sentito rispondere, parole testuali: «Sito mato? Voto morire par chi…par el Gabibbo?!») hanno dimostrato che, adesso, “taroccare” il conta-litri: Si-può-fare!
In fondo, la faccenda del conta-litri è sempre la solita vecchia storia: fino a quando nessuno crede che il Re possa sporcarsi le mani rubando le caramelle, il Re ruba anche le caramelle.
Cosa si può fare per far sapere ai consumatori che tutti i Re possono avere le dita inzuccherate? Credo che un bel “amico” chilo-litro tarato messo bene in vista in mezzo alle pompe “bianche” potrebbe servire a far capire che, il Re – magari residente a soli 200 metri dall’anonimo suddito senza insegna e senza colore – può benissimo rubare anche le caramelle.

Da un po’ di tempo, come per incanto, nascono dei prodotti buonissimi, purissimi, poco inquinanti e altamente tecnologici. Dal cilindro dell’Agip, ad esempio, è venuto fuori il BluDiesel. Un buon prodotto? Un ottimo prodotto se si pensa che, per produrlo, le teste d’uovo dei tecnici dell’Agip hanno avuto la bella pensata di ricorrere alla miscelazione del “super-accisato” gasolio con dei diluenti che all’erario statale non devono dare nemmeno il becco di un quattrino. Domandina facile, facile: il Blu Diesel costa di più o di meno del gasolio normale? Tutti lo sanno, costa di più. Ed ecco spiegata la vera ammaliante magia di quel super-tecnologico prodotto che nella pubblicità è rappresentato da una goccia scintillante che, come sospinta da un energetico vento impetuoso, corre veloce in un tubo cromato: per effetto della miscelazione con i diluenti dovrebbe costare molto meno, invece costa “solamente” un po’ di più.
Ottimo prodotto sì, ma per chi?
Per dovere di cronaca va detto che se qualcuno dotato francamente di una curiosità un po’ morbosa volesse levarsi lo sfizio di sapere… che ne so, per esempio le percentuali di miscelazione del BluDiesel…
E che cavolo, ci mancherebbe altro, siamo in un paese libero, certo che può farlo! Solo che può farlo solo in modo non ufficiale: i laboratori ufficiali sono quelli delle Agenzie delle Dogane oppure, in una sorta di utopica ed ironica alternativa, quelli dell’Agip.
Può un pizzicagnolo comprare la mortadella a chilo e venderla a litro?
Prima di parlare di paradosso, giro la domanda: può un distributore stradale di gas metano comprare il prodotto dall’Eni a metro cubo e rivenderlo alla clientela a chilo?
Ecco io trovo che, nella Nazione dov’è nato e ha vissuto Galileo Galieliei, vendere un gas a chilo più che un paradosso sia una demenza bestiale.
Chi ci guadagna?
Gli utenti, la scienza, la dignità, la decenza e la logica no di sicuro!

(1 – continua)