Archive for the ‘stefano pallaroni’ Category

Un partito piccolo piccolo

24 febbraio 2014

Caro Stefano Pallaroni, mi hai tolto le parole dalla penna. Se a destra un Pupo telegenico quanto meno hanno saputo disegnarselo (è quel che passa il convento, ma lì c’è chi almeno sogna il “Telegatto”) a pseudosinistra – la stessa del malgoverno cittadino a cui Pupo ha sottratto l’osso – i pessimi timonieri del locale Partito democratico sognano incubi. Altro che alternativa di governo cittadino! Proprio nel momento in cui a destra la coesione mostra crepe (e più d’una distonia interna fanno intravvedere la possibilità del ballottaggio; arrivati lì potrebbe essere un’altra partita), il Pd non fa che riproporsi uguale a se stesso: gli stessi personaggi del giurassico Ds-Margherita, lo stesso logoro copione ormai perdente (nella città capoluogo, dal 1996 a oggi il Pd ha perso 2.500 voti). E gli altri partiti o partitini d’area non sono da meno.
Dopo decenni di malgoverno, dopo le indagini sulla criminalità urbanistica e mafiosa e Pavia piegata in due, illusoriamente si è creduto possibile chiudere con questo presente-passato ammorbante per ripartire da un progetto comune di città (lavoro, beni comuni, monumenti e centro storico, ridefinizione delle periferie, welfare locale, nuovi entusiasmi e progettualità, ecc.), che il fondo lo si fosse già toccato e che il potenziale azionista di maggioranza dell’alternativa al centrodestra inciuciato con mafiosi e affaristi dovesse promuovere o quanto meno condividere il buonsenso, la consapevolezza, la ragione e il sogno (sì, il sogno!). Insomma, un’idea condivisa di comunità e schieramenti rodati in battaglie vinte come, ad esempio, quella referendaria su acqua bene comune e nucleare. Invece, al solito l’hanno vinta i bottegai e gli interessi di bottega, il piccolo ballo del posizionamento individuale di piccoli politicanti intenti a librare il loro svettante nanismo entro una ancor più piccola sfera autoreferenziale, soldatini lì forse a coltivare  nella migliore delle ipotesi, ed è tutto dire – i presunti interessi di partito anziché svolte o progetti. E la città va a rotoli. E pure la centralità della politica (non da oggi). E il Partito democratico autolesionista perde occasioni ed elettori, e non sa più vincere (Amministrative 1996: 14.772 voti, 36% – 2000: 13.509, 34.11% – 2005: 12.779, 31.71% – 2009: 12.305, 29.84%). E alla sua sinistra le cose vanno anche peggio! Impotenti a cento all’ora contro un muro. Ipotesi nuove le avevano avanzate congiuntamente Piazza e il Ponte, Sel e Insieme per Pavia (autocritica sugli errori commessi; un passo indietro per chi ha avuto responsabilità di mal-governo con Albergati e Capitelli; spazio alla società civile, con il Pd e altri partiti a condividere il cambiamento; ecc.), proposte rimandate al mittente.
Quanto ad Andrea Zatti, caro Stefano, te lo saresti visto il nostro “Chopin” governare con Giuliano Ruffinazzi assessore all’Urbanistica, Matteo Pezza ai Lavori Pubblici, Francesco Brendolise ai Servizi sociali, Angelo Zorzoli all’Ambiente e così via, di delirio in delirio?
In conclusione, una considerazione e una domanda. La considerazione: il giornale presso cui lavori ha dedicato ampio spazio quotidiano a questo pseudoballottaggio, e ora ne riscontriamo il ritorno: solo 845 votanti. Bella autorevolezza… La domanda: ma perché queste tue molto utili riflessioni vanno semiclandestine in rete e non trovano sistematico spazio
a stampa in prima pagina, così da entrare davvero nel dibattito politico cittadino? (G. G.)

Primarie Pd, Pavia più piccola di Cava di Stefano Pallaroni *

Temevano primarie flop in via Taramelli a Pavia. È stata una disfatta. Su tutta la linea. La sfida tra Massimo Depaoli e Gigi Furini per designare il candidato sindaco del Pd alle elezioni della prossima primavera non se l’è filata nessuno. (more…)

Sfratti violenti a Pavia

8 dicembre 2013

di Stefano Pallaroni

Erano gli anni Settanta. Oggi è peggio. Molto bello questo toccante ricordo di Stefano Pallaroni. Lo si può leggere sul sito de “La Provincia Pavese”

Nella prima metà degli anni Settanta papà e mamma andavano per i 40 anni. E avevano due figli da tirare su. Abitavamo a Città Giardino, rione San Giuseppe. E avevamo lo sfratto. Io andavo alle elementari e frequentavo la scuola Ada Negri di via Acerbi. Proprio come il bimbo di Luca Capuozzo, il capofamiglia 42enne sbattuto fuori di casa insieme alla moglie in via Reale, traversa di via Olevano. Che è poi la zona di Pavia dove ho abitato prima, alla fine degli anni Sessanta, via Acerbi al civico 64, i palazzoni di Febbroni. Tutti gli sfratti fanno male al cuore, ma quello del signor Capuozzo l’ho vissuto anche ripensando al mio. Il furgone bianco dove hanno caricato tutte le loro cose, lo spropositato dispiegamento di forze, i poliziotti venuti persino da Milano. Ed è successo lì, nelle strade dove giocavo da bambino. Io la ricordo la faccia che faceva mamma quando arrivava l’ufficiale giudiziario. Era un misto di rabbia e vergogna di fronte a quell’uomo calmo e pacato, sempre gentile. Lui arrivava e suonava alla porta, mamma le prime volte lo riceveva sullo zerbino. Io sbucavo da dietro la gonna e guardavo all’insù. Lui allora apriva la cartella di pelle facendo scorrere la lampo e tirava fuori l’atto giudiziario. Nel tempo mamma, poi, lo faceva pure entrare in casa, in cucina. Chissà quante ne aveva passate pure lui a furia di recapitare ingiunzioni. Mamma firmava senza sedersi. Noi che in via Olivelli al 2 eravamo subentrati in affitto a mia zia, dovevamo andarcene perché il padrone di casa doveva mandarci a vivere sua figlia. Di lì a poco si sarebbe sposata. Io quando vedevo arrivare l’auto blu dell’uomo inviato dal tribunale, una Fiat 128 mi pare, un po’ di tremarella mi veniva. E poi sai com’è: la gente parla. Vuoi vedere che questi qui non pagano l’affitto? (more…)

Il concittadino

23 settembre 2013

di Stefano Pallaroni *

Di tanto in tanto “La Provincia Pavese” torna a valere il prezzo che chiede in edicola per acquistarla. Anzi, vale molto di più. E lo deve a valenti giornalisti come Stefano Pallaroni, autore dell’articolo-inchiestina su Meridional Service, argomento già toccato in questo blog, che qui riprendiamo. A quando analoghi approfondimenti su Campus Aquae (un finto Project Financing pagato con pubblico denaro; ipoteche bancarie garantite dall’Università) o sulla “messa in sicurezza” del Ponte della Becca, che vede interagire politici amici (degli amici?) e soliti noti?

Al San Matteo i 220 addetti delle pulizie da oltre un anno convivono con la mortificante incognita dello stipendio. Venerdì hanno fatto rientrare lo sciopero, ma la situazione resta esplosiva: la coop Meridional che gestisce il servizio ha comunicato che gli stipendi sono sospesi. E i lavoratori attenderanno fino a domani prima di protestare.
Ma chi c’è dietro la Meridional Service di Messina, azienda che si occupa di pulizie, disinfestazioni e sanificazioni, che tiene in scacco il San Matteo e che vìola senza fornire spiegazioni i diritti più elementari dei lavoratori? Sul web è rintracciabile questo contenuto: «Le attività della famiglia Giordano hanno registrato una crescita costante negli ultimi 20 anni ampliando il raggio di azione a comparti economici differenti, in un’ottica di diversificazione strategica […] Dal settore servizi le attività si sono gradatamente estese all’edilizia residenziale e industriale/commerciale, al turismo e alla grande distribuzione […] con la ricerca della qualità come punto di riferimento costante». È così che si propongono i proprietari di Meridional srl fondata nel 2001 e trasformata in Meridional Service nell’aprile 2012. La Meridional è attiva al San Matteo dal 2005 in cambio di un contratto annuo da quasi 4 milioni di euro. Eppure i lavoratori pavesi faticano a farsi corrispondere stipendi medi da 600/800 euro. (more…)

Ernesto

17 luglio 2009
di Stefano Pallaroni

La storia di Ernesto è la storia di un medico. Che dopo la laurea gira un continente intero. Lì si rende conto che l’assenza di istruzione comporta ignoranza e l’ignoranza ha come conseguenza la dipendenza che rende servi, schiavi. Analfabetismo, fame, malattie, paura e superstizioni dividono la gente, la rendono debole. Teste chine, lo sguardo tra i piedi. Ernesto decide di consacrare la vita a insegnare alla gente a non avere paura. E se per ottenere chiedere non basta, perché la cancrena è in stato avanzato, perché chi detiene i privilegi dà per scontato che questi siano diritti esclusivi, allora bisogna imparare ad andarsi a prendere quello che serve. La libertà prima di tutto. Come porta principale per arrivare all’istruzione, la scintilla vitale delle menti, l’unico antidoto contro la paura. Gli occhi per comprendere la realtà. La solidarietà come rimedio a debolezza e paura. Di Ernesto nel tempo diventato icona ideologica ci importa poco. Qui da noi, nella piccola Italia margine inferiore dell’Europa, dove ogni cosa deve essere messa in quota a qualcuno, si rischierebbe solo di essere fraintesi e catalogati.
A Ernesto ha dedicato un film solo da vedere Steven Soderbergh, regista americano impegnato, uno che se ci fosse ancora il senatore McCarthy sarebbe nei guai. Il film, diviso in due parti, racconta nella prima (giudizio buono) la rivoluzione in un’isola caraibi e nella seconda (giudizio 5 stelle) il tormento di Ernesto. Che non può rassegnarsi a una vita da reduce, ad allevare figli insieme alla donna che ama se ci sono ancora tanti "ultimi" al mondo. Va incontro a morte sicura, ma non sarebbe comunque vita quella di chi si chiude occhi, bocca e orecchie di fronte alla sofferenza. Anche se quella stessa gente non ha ancora i mezzi per capire e rischia di essere il tuo primo carnefice. Soderbergh nella parte seconda del film descrive le ultime ore di Ernesto come se fosse Gesù: entrambi annullati, segregati, isolati. Saranno cancellati perché è la loro stessa presenza fatta di parole e azioni a costituire un atto sovversivo. L’orecchio tranciato di netto al soldato romano e riattaccato con pietà dal Nazareno prima del calvario nel film di Soderbergh diventa il dialogo di Ernesto con il soldato boliviano che si vede costretto a uscire dalla cella perché quel fascino, quella presenza e quell’umanità diventano insostenibili. Poi l’esecuzione vigliacca di chi è ridotto all’impotenza di fronte al popolo silente è la stessa morte a duemila anni di distanza, quella che altro non è che annullamento, sanzione definitiva che viene emessa ogni qual volta un sistema viene messo in crisi, al punto da vacillare, dalle parole e dalle azioni.

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Perché tanto sarcasmo?

19 giugno 2009
Sempre meglio che commentare le elezioni
da Pavia, Stefano Pallaroni

Stavo per cadere nel tranello. Quello di completare la trilogia-elettorale di Pavia. Ne ho scritto a-due-mesi-da, poi un-mese-prima-del voto. E per un mese sono rimasto senza parole. Deprimente.
Adesso stavo per cedere alla tentazione di commentare. Di augurare buon lavoro a Cattaneo; di accodarmi ai patetici riconoscimenti di signorilità ad Albergati; di dare di gomito e strizzare l’occhio con la penna per far notare al popolino come quello stratega di Abelli abbia messo ancora tutti in riga. Oppure di sottolineare che Filippi era il vice-sindaco di Capitelli (centro-sinistra) e che ora ha portato i voti necessari a evitare il ballottaggio a Cattaneo (centro-destra). E di far notare come una Lega dal volto umano (Fracassi) non riesca a mettere insieme che la metà percentuale dei voti rispetto al trend provinciale.
Vi rendete conto? E poi magari trovarmi subissato di commenti. A proposito, grazie a tutti quelli che si prendono la briga di intervenire. A voi voglio raccontare questo episodio.
Vigevano. Piazza Ducale è lì, a due passi. Vedo che si avvicina. Ha in mano libri che vuole evidentemente vendere. Sto camminando con un collega. Si affianca e decide di accompagnarci. Fa tutto da solo. Mi dice: «Alto e così elegante: sei forse un modello?» Lo guardo tra il torvo e il divertito. Lui ha gli occhi che ridono. La mia espressione adesso è del tipo «ma va a…» senza però la parolina di sei lettere, quella che viene in mente a tutti in occasioni simili. Parliamo. Viene dal Senegal. Ha una camicia blu elettrico che un poco di invidia ce l’ho. Mi dice che ha 33 anni. Che è stato a lavorare a Nantes. «In Bretagna, sai dov’è?» «Certo, ma perché sei venuto via? «L’azienda per cui lavoravo era in crisi». Poi l’Italia. «Abito ad Abbiategrasso, ma è difficile campare vendendo roba per strada». Non lo dice per chiedere compassione in cambio. La sua è una constatazione secca, sobria. Con lo stesso tono che di questi tempi utilizzerebbe uno che vende case o pubblicità. Parla l’italiano perfettamente. Lo dico non perché mi interessi, piuttosto perché fa molta presa sugli italici. Che nemmeno sanno parlarlo – l’italiano – ma che son sempre pronti a chiedere esami di ammissione. «Così questa gente che non sa stare a casa sua può capire quali sono le nostre regole». Beh, ho trovato un senegalese che parla l’italiano benissimo. Tanto che gli ho chiesto di parlare francese.
Lui sta al gioco. E si mette a disquisire. In francese mi dice che se faccio il giornalista, allora devo essere di idee aperte. Una sinapsi si fa strada tra le altre e arriva dritta al cervello. Si presentano una serie di facce e di nomi di giornalisti noti, meno noti e assolutamente sconosciuti – che ve le risparmio. Intanto sto allo scherzo anch’io. E annaspo un po’ in francese con lui. «Conosco anche l’inglese e l’arabo», mi dice. Parliamo delle similitudini tra la lingua francese e inglese, delle parole di provenienza latina della prima che sono confluite nella seconda. Tranquilli, per aiutarmi adesso è tornato a parlare in italiano. Ha studiato chimica e matematica. Butto lì: «E cosa sei venuto a fare in un paese di vedute ristrette come l’Italia?» Subito mi mordo la lingua. Perché bisogna essere autarchicamente ottimisti, ma non l’ho ancora imparato. «Perché volevo stare in Europa». «In Europa? Questa è la porta di servizio dell’Europa, mai sentito parlare di Pays-Bas?» La frase mi è scappata di nuovo. Sono chiari sintomi di esterofilia tendente al disfattismo. Presto potrebbe venire sanzionata penalmente. Ride di gusto. Mi dice che sì, dell’Olanda ha sentito parlare, ma che intanto vuole provarci qui, da noi. Gli ho portato via quasi una mezzoretta e anche se per principio non compro nulla – mai, né per telefono né per strada – un libro adesso devo prenderlo. «Sì, però non è che tutte le volte che mi fermo a parlare con qualcuno poi devo comprare un libro». Sorride di nuovo e mi porge il resto. «Però posso sempre offrirti un caffé se parlerai in inglese o in francese» penso tra me e me, stavolta diligente come uno scolaretto. Perché anche il nostro governo dice spesso che dobbiamo imparare le lingue. E mi viene in mente una collega che tempo addietro, un poco sprezzante, mi disse: «Stefano, perché tanto sarcasmo?» Forse che mi diverto con poco? Sempre meglio che commentare le elezioni a Pavia, no?

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