La tana di Johnny

5 luglio 2017 by

di Giulio Laurenti

La voce era un po’ che mi era arrivata all’orecchio e quando i giornali, l’altro giorno, hanno annunciato che il pluriomicida Johnny lo zingaro era evaso, mi son detto: “andiamo a vedere quanto di quelle voci hanno un fondo di verità”.
Evasione è un termine inesatto. È parecchio che Johnny, nonostante i delitti e il tasso di violenza esercitata sin da giovanissimo, gode di un particolare regime di semi libertà. Una delle voci mi aveva detto: «ma come nun ce lo sai? Da mo che quello te lo ritrovi qui a Testaccio. Chi je ha sempre parato er culo mo ci ha ‘na prescia de levasselo de torno e vedi che nun lo fanno sparì!»
Johnny fa parte dei miei ricordi televisivi: tre decenni fa, evaso pure allora, fu la preda da film in una caccia all’uomo frenetica; lui e la sua fidanzata, sottoproletari da romanzo di Truman Capote. Durante la fuga prese in ostaggio una ragazza e fu accusato di un omicidio in apparenza senza movente e dal quale fu scagionato in primo grado. Per quel che mi è rimasto in mente, fu una cosa veloce, esecuzione, colpo a bruciapelo. Pam! E poi l’arresto e la triste fine della sua fidanzata, incinta. Allora nessuno osò scrivere che Johnny era sospettato di essere presente all’idroscalo di Ostia, quel 2 novembre assieme a Pino la rana, mentre si massacrava un poeta e da subito tutto congiurò perché della morte oscena di Pier Paolo Pasolini nessuno capisse più nulla.
Testaccio è un bel quartiere in bilico tra la Roma verace e una borghesia giovane che sceglie quegli appartamenti ampi e luminosi di un’edilizia popolare che oggi fa tanto loft. Nessuno rifiuta di raccontare: «’nvece de fa tante domande, voi inciampà sull’ombra de Johnny? Ascolta, va dritto pe’ qua, la vedi quella via là? Alessandro Volta, all’incrocio co’ via Marmorata».
Inarco le sopracciglia: «lo cercano tutti e lui starebbe qui dove già mi hanno indicato due mesi fa? È così scemo?»
L’altro fa spallucce: «fa come te pare. Ce lo sanno tutti. Proprio quella casa al primo piano, d’angolo, cor balconcino, le persiane sempre chiuse, sur lato che va verso er fiume. È sotto sequestro da ‘na fraccata de anni, ma nun ce stanno i sigilli. Lui entra, tiè tutto chiuso, manco le luci appiccia, oppuro ha schermato co’ le coperte ogni finestra e chi vuoi che lo va a cercà lì?»
Mi incammino e scruto in alto: tutto chiuso. Su via Marmorata sferraglia il tram e una vecchia mi apostrofa: «giornalista? Sarebbe la prima volta che uno della vostra razzaccia ha le palle de venì a da’ ‘na sbirciata»
«no, sono scrittore»
«e i giornalisti che fanno? Scriveno»
«ma io magari mi concedo d’inventare qualche dettaglio»
«buciardo pe’ buciardo si solo ‘na sottomarca de giornalista. Daje, famme la domanda!»
«sta qui?»
«e che ne so?»
Poi osserva la mia faccia delusa e aggiunge: «ce sto fijo suo, fa avanti e dietro cor Brasile. Se nota che stanno qua perché passa ‘na donna a spiccià la casa e molla li stracci a sgocciolà sul balcone. Lui lo riconosci, er padre o sedicente tale. Zoppica, ce fai caso».
Sto per domandare com’è che allora non hanno mai perquisito l’appartamento se è perfino sotto sequestro ma la vecchia, dall’occhio di faina, sorride: «tiette la fregnaccia in bocca, che già so dove vai a parare. Nessuno lo cerca manco mo che è fuggito. Tra qualche giorno viè qua e bussi alla sua porta, ar primo piano, verso le sette de sera e magara ce lo trovi. Nun strigne er culo che mo s’è fatto mansueto, mica se mette ad ammazzà proprio mo che je stanno ad aprì la gabbia ‘na volta pe’ tutte».
Mi sembra loquace la vecchia e se azzardo una domanda sulla sua passata attività che immagino colta nonostante l’eloquio da Anna Magnani compiaciuta di fare la greve, mi zittisce ancora: «che te frega de me? Ho ammazzato forse quarche d’uno? Viè tra qualche giorno e fai come t’ho detto. Bussa. Toc toc. Ce l’hai le nocche? Bussa e ti sarà aperto».
Busserò? Per chiedergli cosa? Se era lui alla guida dell’auto gemella di Pasolini, quella notte, e se fu come si sospetta, proprio lui, Johnny lo zingaro, a passare sul corpo del poeta massacrato. Anni fa pensai d’incontrarlo mentre frequentavo, con un pretesto teatrale, il carcere di Rebibbia e mi fu vivamente sconsigliato: «quello ha strani rapporti con i servizi, qua lo sanno tutti, e se credi che perché sta al gabbio non po’ fatte niente, sbagli. Se decide che je stai sui cojoni c’è il caso che incarica qualcuno fuori per darti una ripassata. Fregatene di Pasolini e quell’altro, come hai detto che se chiama?»
«Cefis, sarebbe il mandante della morte di Mattei, nel romanzo Petrolio»
«Cefis, come no! Inutile che fai domande, che tanto quello ha la bocca cucita, con l’ergastolo e l’assassinio di un agente ti pare che potrebbe godere di tanti favori?»
E ora questa notizia che Johnny è libero. Libero di fare cosa? C’è lo spettro della riapertura dell’indagine della morte di Pasolini, quelle tracce di Dna che attendono di incrociarsi con quelle di un altro personaggio, Pinna, dato per morto e forse invece anche lui in Brasile. E Johnny cosa ha nel Dna? Un brano di trama di quella notte? Avrà nostalgia del suo anello perduto nell’auto del poeta? Il maglioncino dimenticato nel portabagagli gli andrà ancora o magari è di qualche altro figuro rimasto nell’ombra? Tempo fa chiesi di incontrare Delle Chiaie a qualcuno che poteva presentarmi nel modo giusto e forse, ora che Johnny è in giro, varrebbe la pena riprovarci. Cinque o sei ragazzotti di borgata che hanno goduto tante protezioni di sicuro potrebbero essere ben narrati da uno come l’ultraottantenne neofascista Delle Chiaie, che di servizi segreti se ne intendeva. Insomma, dopo quaranta e passa anni, si deciderà pur qualcuno a dire: «è andata così. Ce lo domandò tal dei tali, per motivi che potemmo solo intuire. La voce che tra noi fasci era più diffusa lo sanno tutti quale era: Pasolini faceva troppe domande, elaborava troppe ipotesi, e aveva troppo ascolto nell’opinione pubblica. Se non puoi comprare chi non è in vendita, allora lo ammazzi. E lo ammazzi in una pantomima adatta al personaggio. Un frocio ammazzato da marchettari».
Ma per raccontare il passato che si è sempre taciuto occorre più coraggio che fare la lotta armata. Nessuno vuole portare il marchio infame di essere uno degli assassini di un poeta che ancora oggi continua ad essere ammirato, mentre tutti gli altri, dietro le quinte o nel fango dell’idroscalo, sono solo spettri.
Toc toc! Qualcuno aprirà?

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Voglio una vita…

1 luglio 2017 by

di Giovanni Giovannetti

Stanco della vita carceraria, il pluriergastolano bergamasco Giuseppe Mastini, ai più noto come “Johnny lo zingaro”, ha lasciato il carcere di Fossano presso Cuneo senza più farvi ritorno.

Il 28 settembre 1975 sul “Corriere della Sera” esce questo celebre articolo di Pier Paolo Pasolini: «Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della “strategia della tensione” (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente). Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna». Eccetera.
Questo e altro scrive, un mese prima di venire ammazzato. Per Dario Bellezza (l’amico-poeta-segretario di Pasolini), «ne sono più che convinto, c’è stato un mandante ben preciso che va cercato fra coloro per i quali Pasolini chiese il processo. Un potente democristiano. Pasolini mi disse un giorno, poco prima di morire, che aveva ricevuti dei documenti compromettenti su un notabile Dc. Io invero gli chiesi chi era, e che uso ne voleva fare. Mi rispose che non era un ricattatore. Non ne avrebbe fatto nessun uso. Il potente democristiano era però amico dei neofascisti, della polizia. Bastava, come si vede in seguito per storie di Mafia e di spionaggio, che ordinasse. Controllava i servizi segreti, sulle sue mani c’era la Gladio, organizzata dalla Cia in funzione anticomunista, lo si sarebbe saputo solo in questi ultimi anni. Pasolini poteva essere eliminato in qualsiasi momento. Come si permetteva di chiedere un processo a chi governava l’Italia?» (Il poeta assassinato, Marsilio 1996, p. 23)
Bellezza non è il solo a parlare di dossier al veleno: secondo l’ex senatore democristiano Graziano Verzotto, solitamente ben informato, Pasolini era entrato in possesso di un dossier che andava assolutamente recuperato, eliminando chi lo avesse letto.
A carte scottanti fa ora cenno anche Antonio Pinna junior (nipote e omonimo di uno tra i principali informatori “dal basso” di Pasolini), conversando con Silvio Parrello: «Mio zio mi ha detto che Pasolini è stato ammazzato perché aveva per le mani documenti che scottavano. Un carteggio, in particolare, veramente esplosivo. Ci sono di mezzo anche gli americani, Silvio» (ne ha scritto David Grieco il 30 giugno 2017 su Globalist).
A quale notabile democristiano e a quali documenti compromettenti alludono Bellezza, Pinna e Verzotto? A Giulio Andreotti e ai “fondi neri” Italcasse negli anni 1972-1974? (nel 1979 ammazzeranno il giornalista e ricattatore Mino Pecorelli, intenzionato a divulgare la parte mancante del memoriale Moro su Gladio e Italcasse). O all’anonimo ciclostilato del novembre 1972, All’insegna della trama nera, nel quale per la prima volta si accenna a Gladio («…il reparto guastatori che si addestra in Sardegna ed ha disponibilità illimitate di esplosivo…») adombrando contiguità fra Andreotti e “fascisti” bombaroli? O alla versione integrale del dossier-salvacondotto di Gian Adelio Maletti sul golpe Borghese (il cosiddetto “malloppone”, come lo aveva definito Pecorelli), contenente i nomi dei correi che di concerto con la Cia trescarono per uno Stato forte? (dossier che Andreotti manipolò cancellando parte dei nomi – guarda caso, alcuni dei piduisti coinvolti – per usarlo a scopo di ricatto). Qualunque cosa fossero, quei documenti così «compromettenti su un notabile Dc» non sono più tra le carte di Pasolini.
Sembra ben saperlo l’onorevole Verzotto, l’ex presidente dell’Ente minerario siciliano in rapporti d’amicizia col boss mafioso Giuseppe Di Cristina; quel Verzotto indicato tra i possibili mandanti dell’omicidio del giornalista Mauro De Mauro, e prima ancora coinvolto nelle trame sull’eliminazione del presidente dell’Eni Enrico Mattei. Fatto sta che quel carteggio esplosivo in mano a Pasolini è stato infine «recuperato, eliminando chi lo avesse letto».
Se poco o nulla è sin qui emerso sui mandanti, qualcosa ormai sappiamo sul commando dei massacratori di Pasolini, un bel misto di picchiatori fascisti e malavita organizzata: c’era Pino Pelosi, c’erano quello «alto, grosso e con la barba folta» dall’accento catanese (come lo ha dipinto Pelosino) e i due in auto con lui; c’erano i fratelli Borsellino e almeno un altro alla guida della GT 2000 di Antonio Pinna senior «identica a quella di Pier Paolo»: almeno sette-otto persone. Ma più d’una traccia porta anche al sedicenne Giuseppe Mastini alias Johnny lo zingaro, pluriomicida ergastolano vicino alla destra fascista, nonché amico di Pelosi. Lo stesso Mastini avrebbe vantato l’uccisione di Pasolini in più occasioni: con l’ergastolano Pasquale Mercurio nelle carceri di Spoleto e di Voghera e con un altro detenuto, Valter Carapacchi, nel carcere romano di Rebibbia; ma la procura di Roma li ritenne «scarsamente credibili».
Nel luglio 2000 il “pentito” Damiano Fiori riferirà alla Direzione distrettuale antimafia di Milano d’aver saputo da Aldo Mastini, zio di Giuseppe, che il nipote aveva ammesso «di avere partecipato all’omicidio in danno di Pasolini» (parrebbe suo il plantare ritrovato nell’auto dello scrittore, nonché un anello rivendicato dal Pelosi); «che le persone che parteciparono all’omicidio furono quattro (tre più il ragazzo che si assunse la responsabilità esclusiva)» e che «gli altri tre avevano fatto ricadere la responsabilità sul minorenne (Pelosi) proprio in quanto minorenne “perché avrebbe preso poco e sarebbe uscito presto”». Stando a Fiori, Johnny era anche «passato con l’auto sul cadavere di Pasolini». Quest’ultimo particolare lo segnala anche un testimone come Antonio Pinna senior, presente tra i massacratori all’idroscalo di Ostia: la macchina che ha ucciso Pasolini era sì la sua, però al volante – lo ha detto lui stesso al nipote – «c’era Johnny lo zingaro».
“Johnny” Mastini nega e manda a dire che da questa brutta storia lui è fuori, che Pasolini non l’ha mai conosciuto. Ma il 30 ottobre 2015 la cugina di Pasolini Graziella Chiarcossi ha rivelato a “Repubblica” che la notte del massacro l’auto dello scrittore venne abbandonata sulla Tiburtina, guarda il caso proprio nei pressi dalla roulotte di Johnny lo zingaro (Chiarcossi: «ero sveglia quando bussarono: cercavano Pier Paolo, mi dissero che avevano trovato l’auto sulla Tiburtina»), molto distante dall’idroscalo di Ostia smentendo clamorosamente ciò che disse Pelosi nel novembre 1975 («ero stravolto e ho impiegato del tempo per metterla in moto e per accendere le luci. Nel fuggire non so se sono passato o meno con l’auto sul corpo del Paolo») e il rapporto dei Carabinieri di pattuglia Antonino Cuzzupè e Giuseppe Guglielmi steso subito dopo il delitto – che dunque sarebbe deliberatamente falso – e accreditando per estensione l’ipotesi che Pelosi si fosse allontanato a piedi, abbandonato dai carnefici.

Parcheggi? Sì, di interscambio

18 giugno 2017 by

di Achille Mortoni *

Sulla questione dei parcheggi a Pavia le idee finora portate all’attenzione dei cittadini da qualche volenteroso privato sono inaccettabili. La prima: un parcheggio sotterraneo da 350 posti da realizzare “sotto il monumento di Garibaldi”, idea del tutto stravagante sotto il profilo del rispetto del paesaggio urbano della zona del castello Visconteo, già avanzata otto anni fa dal presidente della Fondazione Banca del Monte, il quale immaginava un parcheggio assai più vasto non soltanto sotto Garibaldi ma sotto il viale Matteotti, ed implicita eliminazione di alberi e fronde, fastidiosi per le auto.
La seconda si deve a Vittorio Poma, presidente della Provincia: ipotizza un parcheggio sotterraneo ai giardini Malaspina, tra la ex chiesa dell’Annunziata e la Prefettura. Questa idea almeno servirebbe a promuovere scavi in profondità per farci conoscere la Pavia tardo antica, in effetti ignota ai pavesi.
Per fortuna il sindaco Depaoli non sembra pronto ad accogliere idee da bar che qualcuno avanza ogni tanto. Nel quadro del Piano urbano di mobilità sostenibile si può affrontare anche il problema dei parcheggi, che è bene siano collocati al di fuori del centro storico, per non attirare inutilmente veicoli in città.
È una questione urbanistica per eccellenza: le scelte sui parcheggi riguardano la qualità urbana complessiva.Quanto allo studio di flussi di traffico secondo cui in centro a Pavia arriverebbero ogni giorno 4.500 auto, forse occorre verificarne i dati prima di prenderlo per buono soltanto perché commissionato da Asm. Prima di dire che servirebbero 5.000 posti nuovi di parcheggio, sarebbe il caso di sapere perché in vari parcheggi a pagamento esistenti si osservano ogni giorno numerosi posti vuoti.
Il treno locale S13 in esercizio sul passante tra Bovisa e Milano fino a Pavia ha rappresentato, per i trasporti da e verso Milano, un innegabile successo in confronto con i pretesi vantaggi dell’uso del veicolo privato, che nelle condizioni di intasamento delle strade e di qualità dell’aria della Lombardia è da scoraggiare. Bisogna continuare a spiegare perché è bene limitare l’uso di veicoli con motore a scoppio, e dare così un utile contributo nella direzione di attuare i propositi di ridurre la CO2 nell’aria deliberati dalla COP 21 di Parigi nel dicembre 2015, e sottoscritti per noi dal nostro governo.

* presidente sez. pavese di Italia Nostra

La Macondo dell’anima di Tiziana Rinaldi Castro

12 giugno 2017 by

Venerdì 16 giugno, alle ore 17:30, alla libreria Feltrinelli di Pavia, Tiziana Rinaldi Castro (studiosa di religioni africane e sciamanesimo, lei stessa iniziata al culto yorubà) presenta il suo nuovo romanzo Come della rosa, da poco in libreria per le pavesi edizioni Effigie. L’autrice ne parlerà con Giovanni Giovannetti e Luisa Voltan.

«Raccontami di San Michele Arcangelo», chiede Mama a Lupo. Quella del santo che pesava le anime con la bilancia è una delle storie che la sacerdotessa yorubà Mama Adebambo si fa raccontare in un Tempio di Harlem dai suoi allievi “malati”, usandole come terapia. Da “pazienti” come la fotografa freelance Bruna Di Michele alias Lupo, Mama ascolta storie sospese tra i miti e le magie cristiano-pagane della tradizione occidentale, avvicinandole alla medicina sciamanica, che verte proprio sulla narrazione. E con la parola, Mama cura l’alcolismo di Lupo così come il senso di colpa di Emiliano, entrato nel Tempio in cerca di redenzione.
Siamo solo alle prime righe di Come della rosa, il nuovo libro di Tiziana Rinaldi Castro, e già traspare quel misto di fedi e tradizioni che corrobora questo ben strano romanzo: «Ognuno è lì per una sua ragione», spiega l’autrice, «e nel chiedere al malato la propria storia, lo si riporta alle sue origini».
Il romanzo prende forma nella New York «disordinata e cruda» ma anche felicemente multietnica degli anni Ottanta, nonché nella casa natale in Italia, nel Salvador lacerato dalla guerra civile e nel deserto del Nuovo Messico. E prendono forma i linguaggi di questa italiana d’America (l’autrice è di Sala Consilina, ma vive a New York da più di trent’anni), quel suo passaggio dalla cultura cristiana del Vallo di Diano ai culti panteisti di origine africana incontrati oltreoceano, non di rado simili a quelle ritualità cristiano-pagane del Sud Italia tanto care a Ernesto De Martino.
La sua lingua è nutrita dai dialetti e dall’orizzonte magico del nostro meridione, dall’eco delle storie ascoltate nell’infanzia e di quelle accolte poi ad Harlem, a Brooklin o nel Bronks; queste ultime a sancire la completa immersione nella lingua inglese, leggendo poeti e prosatori come Whitman, Melville, Hemingway; in sottofondo, le musiche di John Coltrane, Bob Dylan e Jimi Hendrix, l’ideale colonna sonora.
E poi c’è il lato mistico delle credenze religiose di origine africana che, lei stessa sacerdotessa yorubà, ben conosce e frequenta: «L’America dello yorubà e del lucumì è quella che mi è più facile raccontare», spiega Rinaldi Castro: «per me è forse l’America meno contraddittoria, quella con cui è più facile confrontarsi se si viene da quel Sud dell’Italia; e me ne sono in qualche modo innamorata».
«Aiutami a morire con consapevolezza», chiede il cubano Emiliano Westwood di fronte al bivio più pericoloso della sua vita di mercante d’armi e guerrigliero. «Aiutami a rientrare nel mondo» supplica Bruna, ritraendosi a fatica dal baratro dell’alcol, per recuperare il rapporto con la sua bambina. E Mama Adebambo acconsente, ma stabilisce regole e divieti, pone quesiti, tende tranelli e ogni volta esige che i dubbi e le intenzioni dei suoi cadetti si scandaglino nella narrazione delle parabole della propria tradizione. «Raccontami una storia», invita infatti i suoi iniziati Adebambo, o non si spenderà. E allora ecco che Dioniso, Elegbara, Parsifal e il Re Pescatore diventano per i due protagonisti la chiave per entrare nel loro stesso inferno, scardinare i segreti che li divorano, per inseguirsi a vicenda fino alla radice dell’amore impossibile che li unisce, quello che salverà l’anima di lui e la vita di lei. La storia più bella non è stata ancora raccontata, promette Adebambo, ed Emiliano e Bruna continuano a cercare.
Come della rosa è una storia di mondi apparentemente lontani che s’incontrano: come il rituale magico e la narrazione nella medicina sciamanica.
È una storia di amicizia: come il rapporto tra Mama e la discepola Lupo, metafora dell’amore esteso all’amicizia.
È una storia d’amore: come l’amore impossibile di Emiliano per Bruna/Lupo, che li obbliga a trovare un’altra via, se possibile più bella e spirituale del “semplice” amore.
È la storia di come la fede e la spiritualità possano alfine liberare dai propri fantasmi esistenziali.

Borgarello. Chi briga paga

11 giugno 2017 by

Il Tribunale di Pavia ha definitivamente cancellato il progetto dell’invasivo Centro commerciale presso Borgarello, confermando la posizione intransigente assunta dal sindaco Nicola Lamberti, respingendo quella speculativa del proponente Costantino Serughetti di Progetto commerciale. Serughetti aveva con prepotenza millantato cause milionarie a danno del Comune (19 milioni di euro); ora il Tribunale ha respinto al mittente queste pretese, condannando “il proponente” a rifondere di tasca sua le spese processuali. Per una volta, hanno dunque vinto ragione e buon senso contro affarismo e pedanteria. Ma a brindare sono anzitutto una pubblica amministrazione ed i suoi concittadini: avvedutamente, a tutto questo Lamberti e i borgherellesi hanno saputo fare fronte, erigendo un piccolo paese a modello virtuoso delle buone pratiche su scala nazionale. In attesa delle motivazioni e del definitivo pronunciamento del Tar, ripropongo qui la ricostruzione dell’affaire Borgarello dal mio libro Comprati e venduti. (G. G.)

A quale partito appartengono i sindaci di Certosa e Giussago, schierati a favore di un nuovo Centro commerciale a Borgarello, l’ennesimo nei pressi di Pavia? Appartengono al Partito democratico, lo stesso che formalmente lo ha avversato, così come lo avversa la Lega nord, altrettanto formalmente schierata per il “no”.
E da quale colore è tinta l’Amministrazione provinciale pavese, formalmente contraria? Non di meno, il 24 aprile 2013 il presidente Daniele Bosone ha formalizzato al Comune di Pavia la richiesta di introdurre nel Pgt un collegamento tra la tangenziale cittadina e la variante stradale ex strada statale 35: proprio quella disegnata per il Centro commerciale.
Il colore? La Provincia è retta da Pd e Sel. E forse non per caso l’assessore Franco Osculati e altri membri Sel ne erano stati tenuti all’oscuro così come, di questa “Osservazione” al Pgt pavese, nulla sapeva la capogruppo Pd in Provincia Martina Draghi. La missiva al Comune è stata infine ritirata
a furor di popolo; la sua approvazione avrebbe asfaltato la strada all’invasivo Iper.
La «variante alla strada provinciale ex statale 35 dei Giovi» è parte integrante del Piano di lottizzazione, ma non ne troviamo traccia nel Piano territoriale di coordinamento provinciale che, da quelle parti, semmai prevede «il consolidamento delle attività agricole e dei caratteri connotativi». E invece eccola disegnata nella tavola 34 esplicativa del Piano; tavola poi modificata il 22 ottobre 2012, facendo così mancare la correlazione – imposta per legge – tra il Piano di lottizzazione e il procedimento di autorizzazione commerciale deliberato dalla più che chiacchierata amministrazione Valdes il 12 luglio 2010.
Fra l’altro, nella convenzione tra la proprietà e il Comune si legge (all’art. 4, comma 1) che «la lottizzante potrà cedere a terzi in tutto o in parte a qualsiasi titolo la proprietà delle aree comprese nel comparto d’intervento e le connesse posizioni giuridiche in merito all’attuazione della presente convenzione». Già dal nome si capisce che Progetto commerciale srl (un capitale sociale di soli 250.000 euro e nessun dipendente, a fronte di un progetto il cui costo è quanti ficabile in almeno 150 milioni) è una società di progettazione, ovvero disegna complessi commerciali, li fa approvare per poi rivenderli a multinazionali del settore. Una prassi indebita, poiché l’autorizzazione comunale è qui subordinata «alla realizzazione a cura e a spese del soggetto proponente della variante stradale» prima menzionata. E il «soggetto proponente» altri non è che Gsc srl, ora Progetto commerciale srl.
Già, ma il 10 e il 26 gennaio 2011, alla terza e quarta Conferenza dei servizi, l’assenso a questo scempio allora chi lo ha dato? Lo ha dato la Regione, guidata proprio dal Carroccio verdelega nonché da Roberto Formigoni, all’epoca governatore, di cui l’ex sindaco ciellino di Borgarello Giovanni Valdes – incarcerato il 21 ottobre con l’accusa di turbativa d’asta, condannato il 19 novembre 2011 a 1 anno e 4 mesi – rimane un fedelissimo. E con la Regione lo hanno dato il sindaco di Certosa Corrado Petrini, quello di Giussago Massimiliano Sacchi – appartenenti al Partito democratico – e il commissario prefettizio di Borgarello Michele Basilicata, in palese contrasto con le norme in materia di valutazione d’impatto ambientale, sopra coltivi tutelati dal Piano territoriale regionale d’area dei Navigli lombardi (Ptra), quest’ultimo entrato in vigore il 6 gennaio 2011, prima cioè dell’ultima Conferenza dei servizi e dell’autorizzazione commerciale (ma un commissario prefettizio non dovrebbe limitarsi all’ordinaria amministrazione?). E non va dimenticato il sostegno bipartisan via via mantenuto dagli ex sindaci Donato Rovelli e Antonio Vitolo (centrosinistra) e dello stesso Valdes (centrodestra).
A quale contorta partita stiamo assistendo? Sono temi – ammonisce l’economista Antonio Majocchi – su cui si gioca il futuro sviluppo economico del territorio: quello autolesionista scolpito dalle logistiche e dai Centri commerciali che già saturano «una provincia dove transita e si consuma una ricchezza prodotta altrove», avverte Majocchi. Quello altrettanto autolesionista dell’autostrada da Broni a Mortara / Stroppiana, che ogni giorno delocalizzerà traffico inquinante in provincia di Pavia, avversando lo sviluppo sostenibile della valorizzazione agricola, ambientale e culturale (i beni monumentali) che sarebbe altrimenti foriero di lavoro qualificato.
Alternative? Ad esempio, quelle coltivabili nel grandioso parco Visconteo attorno a Borgarello, teatro della storica battaglia di Pavia che nel 1525 vide fronteggiarsi il re di Francia Francesco I e quello spagnolo Carlo V d’Asburgo, re dei romani. E contemporaneamente valorizzando il meraviglioso complesso monumentale della Certosa nonché il napoleonico Naviglio pavese: impreziosito da ben dodici conche leonardesche, è un’opera di ingegneria idraulica che ha fatto scuola, un museo a cielo aperto che andrebbe recuperato come collegamento navale tra il pavese Borgo Calvenzano e il Monumento (e non certo per andare a far spesa all’iper).
Contraddizione nella contraddizione, nel nome dell’identità padana, il Piano territoriale regionale d’area dei Navigli lombardi insiste sui valori territoriali e sulla tutela ambientale così che «i benefici di tipo economico (turismo, energia rinnovabile, agricoltura sostenibile) possano combinarsi con la tutela e l’incremento, nel tempo, dei beni stessi».
Il Piano sottopone a tutela la fascia di 100 metri dalle sponde, estesa a 500 allo scopo di preservare le aree agricole. Servirebbero politiche nutrite da visioni e lungimiranze. Mentre a Borgarello…
A Borgarello un altro Piano, quello di lottizzazione, prevede un Centro commerciale dal nome altisonante di “Factoria” sopra un’area di ben 217.449 metri quadrati, a pochi passi dal corso d’acqua del Naviglio e dal Monumento della Certosa, in sostituzione dei campi. Un intendimento autolesionista, poiché in spregio al paesaggio e al pubblico interesse, alle norme e al buonsenso. Elusa in particolare la Valutazione di impatto ambientale (Via), obbligatoria. Lo puntualizzano Legambiente e Italia Nostra; lo ha confermato il 9 agosto 2013 una sentenza del Tribunale amministrativo regionale della Lombardia.
Come si legge nelle Motivazioni del Tar in accoglimento del ricorso inoltrato dalle due associazioni, «la struttura di vendita di cui è causa, essendo collocata ad una distanza inferiore a cinquecento metri dalla sponda del Naviglio, incide sulla fascia di tutela prevista dal Piano territoriale regionale d’area (Ptra) dei Navigli lombardi, approvato con deliberazione di Consiglio regionale 16 novembre 2010 n. IX/72, il quale ha istituito tale fascia al fine di delimitare uno spazio di salvaguardia delle aree contigue al corso d’acqua onde conservare le rilevanze paesaggistiche e valorizzare i contesti rurali ivi insistenti». Ne consegue che «le aree inserite nella suddetta fascia di tutela debbono ritenersi aree di interesse paesaggistico, sottoposte ai vincoli».
Quanto alla Valutazione di impatto ambientale, disattesa, i giudici osservano che «i progetti relativi a strutture di vendita incidenti su tali aree debbono essere preventivamente sottoposti a procedura di verifica di assoggettabilità a Via», lamentando che «le Amministrazioni procedenti, prima di autorizzare l’intervento di cui è causa, avrebbero dovuto attivare la procedura».
Al solito, lorsignori hanno provato a dipingerla come una indispensabile fonte per l’occupazione. È vero il contrario: secondo Confcommercio il nuovo ipermercato procurerebbe 279 nuovi posti di lavoro – malpagati e con un’ampia percentuale di contratti a tempo determinato e part-time – e per contro se ne perderebbero 573: sarebbero dunque ben 294 posti di lavoro perduti. E pietra tombale sui negozi della zona. Il dato è per difetto. Alcune recenti ricerche francesi dimostrano che un posto di lavoro precario nella grande distribuzione ne distrugge cinque – e fissi – nei negozi di vicinato. In Francia, giˆ alla fine degli anni Settanta l’espansionismo del modello iper aveva cancellato il 17 per cento dei panifici, l’84 per cento dei negozi alimentari, il 43 per cento dei ferramenta.
Sono numeri allarmanti, che trovano conferma in una indagine della Cgia (l’associazione delle piccole imprese artigiane) di Mestre: in Italia, tra il 2001 e il 2009 si è registrato un aumento di poco più di 21.000 addetti nella grande distribuzione ma specularmente si sono persi quasi 130.000 (centotrentamila!) posti di lavoro nelle piccole botteghe. Vale a dire che per ogni nuovo occupato in un Centro commerciale, si perdono sei posti di lavoro tra i piccoli negozianti obbligati a chiudere i battenti.
Figurarsi a Pavia, luogo dove il piccolo commercio è letteralmente soffocato da quattro “iper” (San Martino e Vigentina, oltre ai vicini centri commerciali di Assago e Montebello) e da una moltitudine di “super”. Se la provincia ne è più che satura, se sarà devastante per il paesaggio, se intaserà di traffico inquinante il breve tratto tra Pavia e il nuovo Centro, se non porterà altri posti di lavoro, se danneggerà l’economia in generale e il commercio di vicinato in particolare, se toglierà alle persone anziane i negozi sotto casa, se la chiusura dei negozi immiserirà i già miseri rapporti sociali e peggiorerà la già povera vita degli abitanti, se la cultura “iper” non risponde al pubblico interesse, se tra i visitatori delle nuove Agorà uno solo su tre compra qualcosa, se… se… se… allora perché progettarne un altro? Semplice: è conveniente per gli speculatori. Tuttavia il cinema o le merci sugli scaffali sono la nuda foglia di fico, il sottoprodotto del bottino vero, quello della variazione di destinazione d’uso dei suoli (per “decisione” della pubblica amministrazione) il cui valore lievita a ogni passaggio di mano e soprattutto può muovere denaro, di non sempre limpida provenienza.
Conviene dunque a chi detiene capitali da investire (immobiliaristi, faccendieri, affaristi) o liquidità criminali da dilavare (le mafie). Soldi che vorticosamente “transiteranno”, così come abbiamo visto transitare, si diceva, dal vicino Carrefour pavese lungo la Vigentina: stesso parco Visconteo, stesse menzogne; come i 100 nuovi posti di lavoro annunciati in Consiglio comunale nel 2007 dall’assessore pavese all’urbanistica Franco Sacchi (Pd) che, nella realtà, si risolsero in lavoro precario, sfruttamento, contratti di pochi mesi.
Centro commerciale “Factoria” di Borgarello e Carrefour pavese: troppe simmetrie, come i discutibili passaggi amministrativi nel segno del mancato rispetto delle norme. Ad esempio: il progettista. Caso vuole che il progetto del mega-centro commerciale di Borgarello rechi la firma dell’ingegner Beppe Masia, che era il responsabile dell’ufficio tecnico comunale proprio mentre si elaborava il Piano di governo del territorio (Pgt). Dunque anche Masia era al tempo stesso controllore e controllato. Secondo Legambiente, questo stesso Pgt risulta carente in tema di partecipazione e trasparenza, oltre che in contrasto – come accennato – con il Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp) e con la pianificazione paesistica regionale vigente. L’ingegnere figura anche tra i componenti la commissione che il 16 gennaio 2010 ha assegnato alla Pfp di Carlo Chiriaco l’appalto per l’edificazione dell’area Peep di Borgarello in via Di Vittorio; quell’appalto che ha portato in cella anche Giovanni Valdes (il sindaco a Chiriaco: «è un po’ sporca ma la facciamo»), a capo di una Giunta di cui era autorevole componente l’assessore Antonio Bertucca, figlio del capo della ’Ndrangheta pavese Francesco Bertucca, l’imprenditore edile condannato in primo grado il 19 novembre 2011 a sei anni di reclusione per associazione mafiosa (pena sostanzialmente confermata in appello – 4 anni e 8 mesi – il 23 aprile 2013).
Come si è detto, il Centro commerciale “Factoria” viene approvato da quel Consiglio comunale il 12 luglio 2010, solo poche ore prima della storica retata antindrangheta la mattina successiva (304 arresti nell’ambito delle inchieste Infinito e Crimine). Nella convenzione tra il Comune e la Progetto commerciale srl, leggiamo di «parcheggi pubblici – a spese del lottizzante – per complessivi mq. 53.700 da approntarsi in massima parte all’interno ed entro la sagoma del complesso», ovvero funzionali solo all’ipermercato. Leggiamo anche di un’area verde di rispetto (obbligatoria) qui chiamata Parco pubblico tematico “del Navigliaccio” (32.700 mq), Parco da realizzare «integralmente a propria cura e spese e successivamente da cedere a titolo gratuito» al Comune, fatto salvo che questi stessi costi verranno stornati dagli oneri di urbanizzazione secondaria («Atteso, peraltro, che il valore complessivo dell’opera di urbanizzazione secondaria dedotta a scomputo – pari ad euro 865.933,02 – è inferiore agli oneri di urbanizzazione secondaria dovuti – pari ad euro 1.164.600 – la lottizzante si impegna a corrispondere al Comune la relativa differenza»). Ma la vera chicca è l’impegno «a mettere a disposizione dell’Ente il complessivo importo di euro 8.945.000», 6.500.000 dei quali destinati all’«approntamento di nuovo tratto di strada» e di ben tre ponti a sostanziale uso e consumo dell’iper e – come sembra – senza alcun collegamento con la tangenziale pavese.
Se malauguratamente la lottizzazione procedesse, chi dovrà infine completare le infrastrutture e in particolare i ponti? A quali costi? A carico di chi? Dei privati lottizzanti o della pubblica amministrazione?
Dal 2009, da quando nel Pgt di Borgarello questi terreni agricoli sono stati derubricati a commerciale, la società bergamasca proprietaria dell’area è tenuta a versare al Comune i relativi oneri. «La Progetto commerciale ottempera, anche economicamente, ai propri doveri senza che ne vengano rispettati i diritti», ha lamentato l’ex sindaco postcomunista Donato Rovelli, ora a destra, tra i più accesi fautori del Centro commerciale: secondo Rovelli, «La politica continua a non dare le risposte che per legge deve dare».
L’ex pubblico amministratore Donato Rovelli figura quale privato acquirente di due estese aree agricole presso Certosa, sopra cui dovrebbe passare la strada per il Centro commerciale. Le ha ottenute a un prezzo inferiore a quello agricolo e persino «irrisorio rispetto al valore di quei terreni». Lo si legge in un Atto giudiziario del 16 gennaio 2013. L’ex sindaco, fautore del progetto, più di altri e per tempo era a conoscenza del destino di quei campi. Del resto, di menzogne e omissioni in questa storia se ne riscontrano parecchie. E particolarmente odiose sono quelle patite da un imprenditore agricolo affetto da una retinopatia pigmentosa, un grave handicap visivo.
Ma andiamo con ordine, a partire dal 2007, anno in cui l’inconsapevole imprenditore, vedendo peggiorare il deficit visivo che lo affliggeva, accetta di vendere parte dei suoi terreni alla G.E. srl di Emanuele Forte (un promotore finanziario di Certosa molto vivace anche nel settore immobiliare) «ad un prezzo – si legge nell’Atto – inferiore di almeno la metà rispetto al valore reale dei terreni».
Due anni dopo, il promotore finanziario induce il cliente a sottoscrivere una procura generale in suo favore. Si riscontrerà poi che, a sua insaputa, Forte l’aveva utilizzata «per gestire il capitale, accumulato dall’agricoltore nel corso di una vita, impiegandolo in diverse operazioni finanziarie e aprendo numerosi conti correnti presso la filiale milanese della Ubi Banca private Investment», in contrasto con l’obbligo di agire nell’interesse del suo cliente, così «da arrecare a quest’ultimo un grave pregiudizio economico». Per questo motivo il 12 maggio 2012 l’agricoltore decide di revocare la procura al “suo” promotore finanziario.
In certi ambienti una tale revoca può aver generato allarme, e qualcuno ha forse pensato che ghiotti affari fossero prossimi a sfumare. Chi? Forte? Altri rimasti e Rovelli provano allora a “metterci la faccia” passando all’azione. Occorre qui nuovamente prestare attenzione alle date, alle ore e persino ai minuti.
25 maggio 2012, ore 11,32: la revoca della procura viene notificata al notaio Trotta, presso il quale era stata sottoscritta (sì, proprio lui: lo stesso notaio che ha avallato l’illecito urbanistico di Green Campus a Pavia).
25 maggio, ore 17,30: brandendo la procura ormai cartastraccia, Emanuele Forte sottoscrive presso il notaio Accolla di Voghera un contratto preliminare di compravendita dei terreni con l’ex sindaco Donato Rovelli quale acquirente, ad un costo, lo si è detto, «irrisorio, in considerazione del progetto commerciale». Fra l’altro, nell’illecito preliminare si conviene che il dovuto sarebbe stato onorato solo al momento del rogito, da stipularsi entro i successivi 5 anni, e tanto meno si annunciano caparre o cauzioni prima di un anno: curiosamente, sono clausole «rigide per la parte venditrice ed estremamente elastiche e convenienti per l’acquirente». Non solo: in forza della procura ormai decaduta, il Forte si obbliga a riacquistare ritagli di proprietà – anche mere frattaglie – a insindacabile giudizio dell’acquirente, e cioè di Rovelli. A compimento dell’opera, lo stesso 25 maggio Forte cedeva all’ex sindaco di Borgarello anche i terreni acquistati nel 2007 dall’agricoltore.
Altro che fautore dell’interesse del suo cliente: prevedendo solo obblighi a carico del venditore da lui peraltro illecitamente rappresentato – stando all’Atto – Emanuele Forte avrebbe dato luogo a «una vendita meramente simulata», in sostanziale comunanza di interessi con Donato Rovelli.
Non è finita: a fronte delle più che giustificate rimostranze del contadino, l’ex sindaco cede il preliminare di compravendita dei terreni acquisiti in modo «illecito e fraudolento» ad una società, la Due srl «all’uopo costituita» il 25 luglio 2012 (al solito con la generosa penna del notaio Trotta), di cui è amministratore unico il figlio Gabriele Rovelli, e «la cui compagine sociale è opportunamente occultata da una fiduciaria, tale Fider srl».
Insomma, delle due l’una: come leggiamo, «O si tratta di un atto simulato e quindi nullo, perché volto a creare un’interposizione fittizia. O si tratta di un’interposizione reale, ma sempre nulla volta a determinare un mero vincolo, che impedisse alla revoca della procura a far riacquistare il bene all’agricoltore, e quindi illecita e fraudolenta».
Ancora una volta siamo chiamati a misurarci con storie di speculazioni, terreni comprati e poco dopo rivenduti a cifre ampiamente superiori, tali da fruttare plusvalenze milionarie. Sia chiaro, speculare può essere moralmente riprovevole, ma di per sé non costituisce reato. Tuttavia, per chi sta in “buoni” giri, per chi gode di entrature e larghe o strette intese con la pubblica amministrazione, fare affari è un gioco da ragazzi: suoli “eccellenti” comprati al prezzo “agricolo” da speculatori, faccendieri o società immobiliari e dati in pasto a costruttori o società commerciali, insieme a benevole autorizzazioni o certificazioni a firma di altrettanto benevoli pubblici dipendenti.

(Giovanni Giovannetti, Comprati e venduti, Effigie 2013, pp. 123-33)

Renzi è allegro ma non troppo

8 maggio 2017 by

di Paolo Ferloni

Il pavese Carlo M. Cipolla, illustre storico dell’economia, divideva l’umanità in quattro tipi: gli intelligenti, che portano vantaggi a se stessi e agli altri; gli sprovveduti, che fanno danni a se stessi e portano vantaggi agli altri; i banditi, che fanno danni agli altri per avvantaggiare se stessi; e gli stupidi, che danneggiano sia gli altri sia se stessi, dunque sono i peggiori di tutti.
Il bello di Matteo Renzi è che nei suoi mille giorni di governo è riuscito a rappresentare tutti e quattro i tipi della teoria di Cipolla.
Alla partenza nel 2013 appariva intelligente, e vinse le primarie per la segreteria del Pd con parole d’ordine popolari come rottamazione, lotta alla casta e ai suoi privilegi, legge elettorale per ridare potere di scelta ai cittadini, dimezzare il numero e lo stipendio dei parlamentari, abolire il finanziamento pubblico ai partiti, no a inciuci con Berlusconi e compagnia: il che gli permise di avvantaggiare se stesso e gli altri, e di essere subito premiato col 40.8% alle elezioni Europee.
Ma poco dopo passò invece tra i banditi, danneggiando gli italiani per avvantaggiare se stesso: Italicum con capilista bloccati perché pre-nominati; riforma costituzionale per abolire le elezioni dei senatori, nominati dai consigli regionali; Jobs Act per togliere l’articolo 18 ai lavoratori; ‟buona scuola” per mettere in riga le scuole pubbliche e così via.
Nell’ottobre 2015 poi sceglie il tipo stupido, danneggiando non solo gli altri, ma anche se stesso: mentre il suo partito governa il Comune di Roma e tutti e 14 i suoi municipi, fa cacciare il sindaco Marino e dimettere i presidenti dei 14 municipi: così nel 2016 si torna alle urne e il Movimento 5 Stelle si prende il Comune e 12 municipi su 14, risultato del tutto geniale.
La quarta figura è quella dello sprovveduto, che fa danni a se stesso e dà vantaggi agli altri: per stravincere il referendum del 4 dicembre sulla sua controriforma costituzionale, Renzi fa in modo che in Rai e Mediaset non parlino mai i Comitati del No, e parla solo il Sì, cioè lui, la Boschi e Napolitano, per dirci che ci saranno governi stabili, leggi eccellenti, il Senato sparirà, e si faranno risparmi di miliardi, mentre chi vota No si attacca alle poltrone e sta con Casa Pound, anche se per caso fosse dell’ANPI. Così gli altri – i 5Stelle, il centrodestra e la sinistra, sia quella al di fuori del PD sia quella interna al PD – che sommati assieme hanno il doppio dei suoi voti, votano tutti No, anche perché mesi prima l’imprudente aveva detto che, se avesse vinto il No, egli sarebbe andato a casa, lasciando il governo e la politica per ritirarsi con Boschi e Padoan a vita privata, e dopo le sue quotidiane apparizioni in ogni TV a molti non è parso vero di assecondarlo.
In queste condizioni, è stata istruttiva e patetica la riunione del PD pavese di del 29 aprile al Broletto in cui Alberto Lasagna, Alessandro Alfieri e Maria Elena Boschi hanno cercato di spiegare perché alle primarie del giorno dopo i pavesi potrebbero andare a votare per Matteo Renzi e Maurizio Martina. Sono emerse dai loro pacati e gentili interventi da imbonitori soltanto la volontà di far dimenticare la catastrofe del referendum costituzionale, di cui non hanno ancora capito il perché, e di cui non hanno cercato né trovato né conoscono ragioni. E parole chiave come ‟avanti insieme”, ‟orgoglio di essere un grande partito” e nessuna mala parola contro gli antagonisti Emiliano e Orlando, con i quali ritrovarsi per ‟lo sviluppo e la crescita del Paese”, contro i cattivi 5 Stelle e Salvini.
Vista tutta la saga Renzi – Boschi – Gentiloni, si comprende la disaffezione che, in dieci anni, ha portato a ridurre di quasi la metà il numero dei votanti alle primarie del PD. E dopo che, nel 2013, in tanti premiarono Renzi sperando che egli, oltre che giovane, fosse ‟intelligente” nel senso di Cipolla. E che si sarebbe speso non soltanto per dare vantaggi a piccoli e grandi confindustriali, banchieri e petrolieri, ma anche un poco per i beni comuni, rispettando i risultati dei referendum precedenti.

Tu per sempre con noi

29 marzo 2017 by

Ricordo di Luchino Dal Verme “Maino”
di Giovanni Giovannetti

«Spero che ognuno si renda conto di quanto poco sia partigiano far parole e discorsi: Resistenza è azione, è comportamento, è impegno, è stile di vita – è tutto tranne che parole. Al ricordo delle speranze del ’45 e al rimpianto dei compagni perduti, si aggiunge l’amarezza di questi anni, pieni di ingiustizie sociali, di corruttela e di violenza». Sono parole di Luchino dal Verme, il leggendario comandante partigiano “Maino”, dette a chi scrive in uno dei nostri primi incontri negli anni Ottanta quando, ragazzo, ero salito per intervistarlo nell’antica residenza dei Dal Verme a Torre degli Alberi, Oltrepo montano, per un un libro che poi ho pubblicato.
“Maino” – il suo nome di battaglia – era nato il 25 novembre 1913. Ormai centenario, se n’è andato mercoledì 29 febbraio; ma da lassù può dire d’aver vissuto molte volte: nobile e monarchico, ufficiale del regio esercito e comandante partigiano, imprenditore avicolo e marito, padre, nonno esemplare e un punto di riferimento per la comunità.

Le battaglie di Maino

Di famiglia aristocratica, nel corso della seconda Guerra mondiale Luchino Dal Verme combatte in Francia e sul fronte jugoslavo come ufficiale di artiglieria, in forza al reggimento Savoia Cavalleria. Dal luglio 1941 all’ottobre 1942 partecipa alla Campagna di Russia, ed è fra gli scampati al disastro del Corpo di spedizione Italiano. L’armistizio dell’8 settembre 1943 lo sorprende a Forlì, presso il suo reggimento; Luchino riesce a sottrarsi alla cattura e si rifugia al castello di Torre degli Alberi, la residenza di famiglia. In quei mesi mesi contribuisce ad organizzare le prime formazioni partigiane operanti in provincia di Pavia.
A lui – cattolico di nobile lignaggio, ma con solida esperienza militare – il Partito comunista affida il comando della 88ª brigata Garibaldi “Casotti”, ed in seguito lo pone a guida della divisione garibaldina “Gramsci”, nell’Oltrepo pavese: «Avevo una grande diffidenza nei confronti del Pci: era il bolscevismo, era la rivoluzione, era il sovvertimento, nella nostra mentalità e nel nostro giudizio. Difatti c’erano state delle opposizioni, l’ho saputo vent’anni dopo: due comandanti di formazione, “Ciro” e l’“Americano”, tutt’e due del Pci, si sono opposti. Han detto al partito: “Ma voi siete matti, cosa vuol dire dare il comando della ‘Gramsci’ a un Dal Verme?” E si sono battuti perché questo non avvenisse. Io non solo non l’ho mai saputo, da loro, ma ho avuto da loro una totale solidarietà, sul piano umano, sul piano militare, sul piano delle piccole e delle grandissime cose».
Ma c’era anche un altro “dramma”, la sua fede cattolica: «la scomunica. C’era di mezzo la Chiesa, i comunisti! Il mio reggimento era cattolicissimo: “Ma tu sei matto! Ma guarda che, appena abbiamo finito di far la guerra con questi, dobbiamo farla con quelli!” Per fortuna incontro un giovane sacerdote che conoscevo da tempo e mi dice: “Luchino, non hai capito proprio niente. Ma se tu credi, credi nella vita come dono, come responsabilità, ricordati che il dono immediatamente successivo è quello della libertà. E se non sei capace di batterti per la libertà dell’altro uomo, se non ti rendi conto che ti fai tanto più libero quanto più ti impegni per la liberazione dell’altro, perché lui si liberi, perché lui sia libero, allora non hai capito niente”. Era un uomo estremamente illuminato: è morto in Brasile, perché poi ha avuto dispiaceri con la Chiesa…»
“Maino” guida i suoi compagni in numerose imboscate ai nazifascisti lungo la via Emilia, distruggendo i binari della ferrovia Torino-Piacenza o affrontando il nemico a viso aperto, come nella battaglia di Costa Pelata. Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1945, dopo cinque ore di accaniti combattimenti, “Maino” e i suoi conquistano Casteggio. Nasce così la leggenda del Conte partigiano, o meglio del Cònt, come era chiamato nel dialetto locale.

Imprenditore di successo

Finita la guerra, i partiti antifascisti lo vorrebbero candidare alle elezioni per l’Assemblea costituente del 1946, ma Luchino risponde negativamente, preferendo fare ritorno a casa in Oltrepo, dove fonda un’azienda avicola, continuando altresì la sua appassionata opera di testimonianza sul nostro recente passato, e in difesa del territorio: «Oggi l’agricoltura di montagna è un’agricoltura di rapina: il grano non paga le spese che si fanno. La parte fieno non ne parliamo: sono tonnellate che partono dalla montagna e vanno verso la pianura. Alla pianura non conviene produrre fieno, ma produzioni più ricche, più alte di unità foraggere-ettaro: per esempio, il mais allo stato ceroso. Con le macchine, coi terreni fertili, con le grandi estensioni, col mais trinciato la stalla di pianura si alimenta a costi molto più convenienti. Però è indispensabile un po’ di fieno, altrimenti nascono dei problemi. E così il fieno si va a prendere in montagna. E i paesi ricchi sono sempre più ricchi, i paesi poveri sempre più poveri. Il fieno continua ad andare giù, e alla terra non viene restituito nulla: un impoverimento continuo del territorio».
Che fare allora? «Abbiamo capito che era arrivato il momento di preparare modelli perché la montagna generasse, producesse, ricostruisse le risorse che esauriva. La montagna non può esaurirsi completamente, se no addio: nasce il calanco, nasce il dilavamento. Siamo andati in Francia, a cercare dei modelli simili, e siamo partiti con la proposta della linea vacca-vitello, cioè mandrie che per sei mesi pascolano – il che vuol dire non affienare quando i quantitativi di raccolto sono talmente scarsi da non pagare i costi – e sei mesi sono semistabulate con l’alimentazione locale, affienata sul primo taglio. Questa è la nostra proposta, che richiede una grossa crescita culturale della popolazione locale, di uscire dalla fase di agricoltura di rapina».

Consapevole dei propri limiti

Tornando al passato di partigiano, «Della Resistenza rimangono le conseguenze dirette, che se noi possiamo trovarci tutte le volte in una sala o in un convegno o in una piazza a criticarci e a confrontarci, lo dobbiamo alla Resistenza, senza dubbio. E se il Paese ha fatto dei passi giganteschi, se c’è ancora un movimento sindacale, è grazie a essa. La nostra crisi oggi non è “Resistenza sì, Resistenza no”, è crisi culturale. Non siamo capaci di renderci conto dei problemi, di come ha camminato il mondo, con l’energia nucleare, l’atomica… in quarant’anni è successo molto di più di quello che è successo in quattrocento anni prima. Per me è molto più vasto il problema. Ma la Resistenza è ancora attuale se si vuole riprendere la misura dell’uomo. Perché, se in questi anni si sono fatti passi giganteschi sul piano delle condizioni generali di vita, sul piano del modo di rapportarsi degli uomini tra loro non si è fatto un passo, si è andati indietro. Mentre allora c’era stata una testimonianza di solidarietà enorme. Quanto a me, se conoscenza dei propri limiti è felicità… una volta dicevo felicità, oggi dico serenità. Sì, serenità è conoscenza dei propri limiti fino ad amarli, ne sono sempre più convinto».

Addio, Comandante Maino

29 marzo 2017 by

Apprendiamo la notizia della scomparsa di Luchino Dal Verme, il Comandante “Maino”. Mentre ci associamo al dolore di tutti gli antifascisti, ANPI Provinciale Pavia partecipa al lutto della famiglia, cui esprime, a nome di tutti i propri iscritti, la propria affettuosa vicinanza.
Classe 1913, Dal Verme era un nobile, di antica famiglia aristocratica e monarchica. All’otto settembre, mentre il regio esercito va sgretolandosi e Casa Savoia, in un atto estremo di viltà, abbandona il Paese a sé stesso, lasciando ciascun cittadino solo con sé stesso davanti ad una ineludibile scelta, Dal Verme comprende subito che per restare sé stesso, degno del nobile nome che porta, deve farsi partigiano.
Non guarderà al colore delle casacche partigiane né delle bandiere di quelle Brigate di cui, ora, si mette alla testa. Sarà il Comandante di una Resistenza “perfetta”, per parafrasare il titolo del bel libro di De Luna [La Resistenza Perfetta], durante i 20 mesi in cui le brigate garibaldine comuniste dell’Oltrepò, lo riconosceranno come proprio, e stimatissimo, Comandante: nome di battaglia Maino.
La scelta partigiana del Comandante, aristocratico fianco a fianco combattente con ragazzi e uomini di altra estrazione sociale e di diversa radice politica, rompe gli schemi ingessati dell’Italietta meschina vacuamente acquiescente al fascismo, ed efficacemente incarna il sentire profondo della Resistenza italiana, che trova fondamento in una legge più alta che sovrasta ogni diverso sentire politico: la legge che risiede nella coscienza di quanti, liberi e giusti, presero le armi contro la barbarie e la vergogna, riscattando sé stessi e sperando in un mondo futuro.
Fu lo spirito di abnegazione, lo strappo con le tradizioni, la fatica condivisa e il coraggio insieme praticato sulle montagne a garantire al Comandante “Maino” il rispetto e la fiducia dei suoi uomini.
Combatterono insieme: lui, il nobile, e loro, proletari, studenti, contadini, soldati ribelli; insieme, da subito, capirono che per vincere la barbarie c’è una sola, grande parola sotto cui costruire radici unitarie e di libertà: antifascismo.
Nel giorno della sua scomparsa, l’ANPI onora e ringrazia il comandante partigiano “Maino” per il sacrificio sostenuto e per l’eredità di valori resistenziali che ha contribuito a trasmetterci.
Ciao conte ribelle, che la terra ti sia lieve.

ANPI provinciale di Pavia

È qui la festa?

14 marzo 2017 by

da Pavia, Giovanni Giovannetti

Festa del paesaggio o festa al paesaggio? Passati cinque anni, ecco nuovamente riproporre l’edificazione di due palazzine proprio lì, dalle parti di via Langosco nell’Ortaglia del trecentesco complesso monastico di Santa Clara a Pavia. Nell’antico monastero dovrebbe trasferirsi la biblioteca comunale, ma il progetto va a rilento.
Non si ferma invece la speculazione e per gli orti delle Clarisse il destino pareva segnato, dopo il benestare della Conferenza comunale dei servizi il 14 dicembre 2010, dopo quello della Commissione Paesaggio il 17 luglio 2012, e dopo l’approvazione dello Schema di Convenzione proposto da Delta spa, proprietaria dell’area, da parte della Giunta comunale il 16 ottobre 2012, quando sindaco era ancora Alessandro Cattaneo. Due palazzine, dodici appartamenti in una delle poche “aree verdi” residue nel centro storico cittadino.
L’Ortaglia – ben evidenziata in una splendida stampa secentesca del canonico Ottavio Ballada – ieri come oggi, o quasi, si estendeva lungo via Calchi e via Langosco fino a via Scopoli, delimitata a est dalle mura spagnole, tra i bastioni di Sant’Epifanio e di Santa Giustina (oggi viale Gorizia).
Il dovuto rispetto allo storico luogo di per sé sarebbe potuto bastare, ma a certo pavesume è chiedere troppo; non di meno poteva bastare lo sfumato ricordo di quell’analogo intendimento fermato, nel 1996, dall’allora commissario prefettizio Domenico Gorgoglione. Ma a ribadire che l’area è inedificabile concorrono anzitutto le norme; norme disattese quel tanto che è servito a favorire un illecito; illecito al solito avallato da certificazioni comunali d’azzonamento assai confuse (quella del 9 luglio 2010 reca la temeraria firma dell’architetto Moro, il plurindagato dirigente all’Urbanistica).
Sì, dalle parti delle Clarisse si va riproponendo un illecito clamoroso poiché nella realtà, dal punto di vista urbanistico, l’area è interamente disciplinata da norme che decretano il centro storico quale monumento «unitario e inscindibile» (le aree di impianto storico sono classificate di categoria “A”, come recita il decreto ministeriale 1444/68); dunque verde e parchi urbani pubblici e privati non sono né frazionabili né tanto meno edificabili, «e devono essere mantenuti a verde», in particolare le aree e i giardini di evidente pertinenza storica, e tali sono le Ortaglie di Santa Clara.
Proprietà e Comune di centrodestra orchestrarono di avvalersi della perequazione (è l’acquisizione di aree da parte del Comune in cambio della possibilità per il privato di edificarne una modesta percentuale): io Comune ti autorizzo a fare business nel centro storico in cambio… di 3.390,30 metri quadri di terreno agricolo al quartiere Sora, lontana periferia cittadina, terreno di cui Delta condivide la proprietà con la Immobiliare Nuova srl di Carmine Napolitano (488 mq sono di Delta e 2.902,30 di Napolitano: aree agricole in proprietà a due società immobiliari? Sarà…) Peccato che – seconda violazione – la cessione “gratuita” di altre aree sia consentita solo «in zona avente la medesima destinazione». Peccato che la stessa Giunta comunale nella sua deliberazione del 16 ottobre 2012 ammetta che l’area da acquisire si trovi in zona agricola, peraltro immodificabile. Ma chi ha congegnato una tale buffa?
L’azzonamento dell’Ortaglia a “F” (attrezzature generali pubbliche) invece di “A” (centro storico) pare l’avesse suggerito un inventivo notaio pavese, lui stesso tra i fautori di quell’altro illecito urbanistico del Green Campus al Cravino. Un suggerimento subito accolto dall’allora sindaco Alessandro Cattaneo, lì con loro a fare la festa al paesaggio.


L’esposto di Italia Nostra alla Procura di Pavia

Pubblichiamo la versione integrale dell’esposto di Achille Montroni e di Paolo Ferloni (Italia Nostra) alla Procura della Repubblica contro il progetto di due palazzine da edificare sui suoli a parco dell’antica ortaglia del convento di Santa Clara, nel centro storico.

I sottoscritti dr. Achille Mortoni, Presidente della Sezione di Pavia dell’ Associazione Italia Nostra ONLUS, nato a Viadana (MN) il 5 ottobre 1941, residente in Pavia, Viale […];

prof. Paolo Ferloni, socio della Sezione di Pavia dell’Associazione Italia Nostra ONLUS, nato a Como il 2 settembre 1943, residente in Pavia, […];

DICHIARANO
di depositare il presente esposto e di intervenire nella susseguente istruttoria penale in sostituzione del Comune di Pavia ai sensi dell’ art. 9 co. 1 D.Lgs. 267/2000, in quanto cittadini iscritti nelle liste elettorali del Comune di Pavia, intendendo, in sostituzione del Comune se inerte, in caso di rinvio a giudizio di uno o più dei soggetti infra indicati, costituirsi parte civile e chiedere il risarcimento dei danni morali e materiali arrecati al Comune di Pavia dai reati ravvisabili nei fatti esposti in seguito.

PREMESSE DI FATTO
Il 17 aprile 2012 la Società Delta S.p.A. con sede in Binasco (PV) ha presentato il progetto definitivo per la realizzazione di un complesso residenziale costituito da due palazzine, comprendenti 12 appartamenti oltre a una torre di cerniera per i collegamenti verticali di uso condominiale.
Il complesso dovrebbe sorgere in un’area ricoperta interamente da vegetazione spontanea compresa nel centro storico di Pavia tra Via Langosco e viale Gorizia, la quale fino alla seconda metà del 1700 era l’ortaglia del convento delle Clarisse, ora appartenente al Comune di Pavia.
L’area è destinata nel Piano Regolatore Generale vigente a verde e parco pubblico urbano.

Il predetto progetto, prima di essere approvato definitivamente, fu esaminato il 14 dicembre 2010 dalla Conferenza dei Servizi comunale e poi dalla Commissione Paesaggio nelle sedute del 31 maggio; 20 giugno; 5 luglio; 17 luglio 2012, data in cui fu approvato col voto favorevole di quattro componenti e quello contrario dell’ arch. Chiolini.
L’autorizzazione paesaggistica fu rilasciata il 27 settembre 2012.
La Giunta Comunale il 16 ottobre 2012 approvò la bozza della Convenzione da annettere al permesso di costruire, che quanto prima il Dirigente competente intende rilasciare.
L’illegittimità del progetto è clamorosa e inescusabile per i motivi seguenti.

1 – 
L’area in questione è compresa nel centro storico che il P.R.G. vigente include all’art. 12 N.T.A. tra le aree di impianto storico. Era in antico l’ ortaglia del convento delle Clarisse ed è destinata nel P. R. G. vigente a parco urbano.
Il comma 24 dell’art. 12 citato prescrive: «Le aree di impianto storico sono classificate di categoria A secondo il D.M. 1444/68 e di recupero ai sensi della legge 457/68».
Il comma 12 dell’art. 12 citato prescrive che le aree a giardino o a parco di pertinenza degli edifici siano essi pubblici o privati e appartenenti agli edifici dei gruppi 1 (monumenti) 2 (di pregio architettonico) «sono inedificabili e devono essere mantenute a verde, senza alterazione dell’impianto arboreo, se di pregio»; «gli interventi devono essere finalizzati al mantenimento dell’ immagine storicamente consolidata».
All’art. 1 comma 39 le N.T.A. definiscono «Pertinenza storica: area di pertinenza di edificio di particolare interesse storico, entro la quale la sistemazione del suolo e i manufatti esistenti risultano parte architettonicamente integrata dell’edificio stesso».
Il convento delle Clarisse appartenente al Comune situato in Via Langosco è contiguo a «una vasta area verde che corrisponde agli originari giardini ed orti di pertinenza del monastero» ben rappresentati in numerose mappe antiche, ad esempio nella mappa di Mattheus Merian (Frankfurt 1640), nella famosa mappa del canonico Ottavio Ballada (Pavia, 1654) e nella mappa dell’ultimo catasto austriaco (Pavia, 1855-1858).
Il convento è monumento nazionale e pertanto è incluso nel P.R.G. in vigore tra gli edifici del gruppo 1.
Ne segue che l’ortaglia è una pertinenza storica del fabbricato monumentale quindi per mantenerne l’ immagine storicamente consolidata non può essere edificata, indipendentemente dalla classificazione operata dal P.R.G.

2 – 
L’ ortaglia del monastero di Santa Chiara costituisce uno standard destinato a parco pubblico. Nondimeno non può essere classificata come zona F, come pretende il notaio Trotta subito accontentato dal Comune.

Il centro storico costituisce la zona omogenea A, unitaria e inscindibile, che non può essere allegramente frazionata in tante piccole zone secondo la destinazione delle aree. Il centro storico comprende non solo residenze, ma anche parchi urbani, scuole, università, officine artigianali che peraltro non costituiscono zone classificabili F o D.
Pertanto la normativa prevista dalle N.T.A. all’art. 36bis per le «aree destinate a parchi e verde attrezzato non individuate in scheda normativa e classificate a servizi secondo il Decreto interministeriale 2 aprile 1944 / 1968», cioè F, non è affatto applicabile alla zona A, quale che sia la destinazione delle aree interne al centro storico.
Né in contrario si può invocare l’ art. 36bis co. 12 delle N.T.A. che recita: «Nelle zone omogenee di tipo F collocate all’interno del perimetro dell’ area di impianto storico, per eventuali trasformazioni o nuove costruzioni che risultino ammissibili, l’ altezza massima non può superare l’ altezza degli edifici circostanti di carattere storico- artistico».

È codesta una norma priva di relatum e pertanto inapplicabile per due motivi:

a) all’interno dell’area di impianto storico non esistono zone omogenee di tipo F;

b) nell’ortaglia delle Clarisse non risultano ammissibili né edificazioni né trasformazioni, perché l’area è destinata a parco pubblico inedificabile come prescrive l’ art. 12 co. 12 N.T.A.

3
 – Peraltro ammesso ma non concesso che le norme dettate per le zone omogenee F si possano applicare anche alla zona A, il progetto violerebbe macroscopicamente proprio l’ art. 36bis in due punti essenziali:
a) il progetto prevede la cessione gratuita di un’area in zona agricola in violazione dell’art. 36bis co. 5 che consente solo «la cessione di altre aree in altra zona aventi la medesima destinazione». Non è quindi ammissibile la compensazione perequativa con trasferimento di parte dell’area (destinata a parco urbano compreso in zona A) in zona agricola. È da rilevare che sia il dr. Panighi nella Conferenza dei Servizi sia la Giunta nella deliberazione 16 ottobre 2012 ammettono che l’area da cedere è in zona agricola;
b) l’aumento della superficie lorda di pavimento (SLP) dell’edificio progettato in misura di 1/3 della SLP di edifici esistenti è ammissibile solo «in presenza di edifici esistenti e da demolire» come inequivocabilmente prescrive l’ art. 36bis co. 2 e ribadisce il comma 10. Risulta proprio dalla Relazione del progettista che l’ edificio di riferimento, che è stato utilizzato per aumentarne di 1/3 la superficie utile, fu demolito nel 2007, dunque non esiste più da anni. La Relazione a pag. 3 recita: «Nel dicembre 2007 sono stati demoliti i capannoni pericolanti in cui la S.L.P. era pari a 2664 mq. Attualmente l’ area si configura come un unico spazio libero posto a una quota di 66,20 m.»
Si chiede quindi che la S.V., tenuto conto dell’importanza storica dell’area e del monumento contiguo appartenente al Comune proceda penalmente per abuso d’ufficio e – in caso d’ inizio della costruzione – per inosservanza delle norme e prescrizioni previste dal PRG vigente (art. 44 co. 1 lett. a DPR 6.6.2001 n. 380) contro i responsabili del fatto impedendo che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori con danni irreparabili all’ aspetto della città storica.

Gli scriventi chiedono di essere informati dell’eventuale richiesta di archiviazione intendendo proporre opposizione.

Dichiarano di opporsi all’emissione di decreto penale. Nominano come difensore nel procedimento penale l’Avv. Francesco Maurici.

Il ponte della Stecca

4 gennaio 2017 by

Sulla “Provincia Pavese” del 3 gennaio leggo che «La convenzione da 300mila euro tra la Provincia ed Eucentre, per il monitoraggio dei ponti della provincia di Pavia, è finita sul tavolo del magistrato. Un cittadino che abita nei pressi del ponte della Becca ha presentato un esposto in procura per chiedere che il magistrato faccia luce su alcune presunte anomalie». Sbagliato: la denuncia di quel «cittadino» risale a più di un anno fa e riguarda taluni onerosi esborsi provinciali – rivelatisi poco utili – per il ripristino del malandato ponte della Becca (più recentemente, la Procura ha ricevuto una integrazione al precedente esposto); e dunque questa notizia è data, diciamo, con un certo ritardo.
Leggo altresì che l’ing. Gian Michele Calvi risulta indagato per falso e truffa (a denunciare era stato quel «cittadino») proprio in riferimento a ciò che in ambienti forensi da qualche tempo viene ironicamente chiamato, e chissà perché, il ponte della Stecca. Sul quotidiano locale leggo altresì che nulla ormai lega o legherebbe l’ingegnere a Eucentre, poiché il Calvi (oberato dai guai giudiziari, a L’Aquila e a Pavia) «da mesi non ha più alcun incarico nella fondazione».
Su “L’Espresso” del 4 settembre 2016 (stesso gruppo editoriale della “Provincia Pavese”), a pagina 32 leggo infine che la Fondazione Eucentre (Eucentre, e non il Calvi) è da tempo in stretti rapporti con la ditta Alga (ricordate gli isolatori fuori norma di l’Aquila? Ricordate gli infruttuosi interventi di Alga al ponte della Becca o Stecca?) e che, anzi, «la società è tra i finanziatori della fondazione di Calvi». Ma dai… (G. G.)

Altri soldi all’indagato

30 dicembre 2016 by

La Provincia di Pavia e il suo presidente Vittorio Poma elargiscono altri 300mila euro all’Eucentre «guidato dall’ingegner Calvi […] per tenere costantemente monitorato lo stato di salute di tutti i ponti del territorio». Speriamo sia solo omonimia, poiché un tale Gian Michele Calvi, ingegnere, fautore di Eucentre, risulta attualmente indagato per falso e truffa aggravata (artt. 479 e 640 cpp.) proprio a seguito dei lavori per «somma urgenza» al ponte della Becca o della mucca (da mungere) in anni che vanno dal 2010 (amministrazione Poma; sì, lo stesso Poma) al 2013 (amministrazione Bosone); interventi costati sino ad ora più di 8 milioni di euro in pubblico denaro, senza peraltro risolvere il problema. (G. G.)

Ponti sicuri, 300mila euro a Eucentre
di Stefania Prato *

Convenzione tra la Provincia e il centro ricerche guidato dall’ingegner Calvi: circa 300 le strutture che saranno monitorate.

Una convenzione tra Provincia ed Eucentre per tenere costantemente monitorato lo stato di salute di tutti i ponti del territorio. Una spesa di 300mila euro per il controllo di 300 infrastrutture: 6 i ponti che hanno una lunghezza compresa tra gli 800 e i 1.200 metri, 164 quelli con una lunghezza tra i 20 e i 350 metri e 130 le infrastrutture di dimensioni più piccole, quelle che al massimo raggiungono i 20 metri. Strutture su corsi d’acqua importanti come Po, Ticino, Sesia, Agogna, Terdoppio, Olona e su torrenti come Versa, Staffora, Coppa. Che verranno tenute sotto controllo dai tecnici di Eucentre, di cui è fondatore Gian Michele Calvi, che si occupa di ricerca nel campo della riduzione del rischio, soprattutto sismico. Ed è proprio per prevenire eventuali rischi naturali che il presidente della Provincia Vittorio Poma ha deciso di stanziare risorse per un monitoraggio di 6 mesi. Analisi che serviranno a costruire una banca dati utile per conoscere le criticità, stilare l’elenco delle priorità e chiedere risorse. Studi approfonditi sulla capacità portante, sullo stato di degrado e sulla situazione di eventuale pericolo legata a ciascun ponte. «Dati strumentali per realizzare progetti mirati ed interventi specifici, su basi razionali fondate». Perché la maggior parte di questi ponti è stata costruita a metà del secolo scorso e ora «necessita di consistenti lavori di manutenzione per evitare il pericolo di collassi strutturali». A scattare la fotografia delle condizioni di salute delle infrastrutture provinciali sarà quindi Eucentre. A cui spetterà il compito di «verificare i materiali di costruzione, capire quali siano i massimi livelli di peso sopportabili e quale la consistenza strutturale». «Una ricerca sistematica anche per comprendere l’origine di alcune problematiche – chiarisce il presidente -. Il territorio provinciale accoglie una rete capillare ed estesa di opere infrastrutturali che negli anni avrebbe richiesto trasferimenti destinati alla manutenzione ordinaria e straordinaria di gran lunga superiori a quelli effettivamente previsti nei bilanci. Quarant’anni di progressive riduzioni delle risorse destinate alla manutenzione, il naturale invecchiamento di strutture che oggi hanno certamente superato il periodo di vita utile, il trasferimento della maggior parte del patrimonio Anas alla Provincia hanno portato ad una situazione di potenziale prossimo collasso». Eppure tutti questi ponti, anche quelli più piccoli, «hanno assunto una sempre più forte valenza strategica per il sistema socio-economico territoriale e la loro chiusura sarebbe insostenibile». Insomma, dice Poma, «ci sono valutazioni che non si possono più differire, anche per predisporre piani di intervento sulla base di priorità fondate e delle risorse disponibili». «Si è dato vita ad un accordo innovativo, perché sottoscritto tra due soggetti pubblici – sottolinea il presidente. L’ultimi rilievi effettuati dall’ufficio tecnico della Provincia aveva rilevato numerose criticità e per alcuni ponti si è riscontrato un significativo peggioramento. Da qui la necessità di interventi di messa in sicurezza».

* “La Provincia Pavese”, 30 dicembre 2016

Le buone pratiche

29 dicembre 2016 by

Borgarello ha cancellato il mega market
di Stefania Prato *

Il nuovo Pgt scrive definitivamente la parola «fine» al progetto del centro commerciale. L’amministrazione Lamberti mette in atto la promessa fatta in campagna elettorale e cancella il contestato megamarket dal piano che disegna il futuro urbanistico del territorio. Piano portato in Consiglio e approvato dalla maggioranza. Nessun cambio di rotta da parte di sindaco e giunta, nonostante il conto da 30milioni e mezzo di euro presentato da Progetto commerciale, la società che intende realizzare l’intervento. Non si è fatto intimorire questo piccolo centro di circa 2.700 abitanti che invece ha lanciato la sua sfida, quella di sopravvivere senza gli introiti milionari promessi dall’insediamento e di puntare tutto su consumo di suolo zero e valorizzazione del patrimonio paesaggistico ed edilizio esistente. Restituiti quindi all’agricoltura 38 ettari di terreno, con una diminuzione del consumo di suolo di quasi il 96%, rispetto al Pgt precedente. Eliminata la destinazione commerciale ai 217mila metri quadri che il vecchio piano concedeva al market e che torneranno agricoli. Cancellate o ridotte le lottizzazioni previste nel piano del 2009 che prevedeva un aumento della superficie urbanizzata del 49%, contro una media provinciale del 14%. Insomma, dice il sindaco Nicola Lamberti, si punta tutto su un nuovo modello di sviluppo del territorio, con l’agricoltura che viene riconosciuta come «una componente fondamentale, perché in grado di produrre servizi, generare lavoro e produrre benefici per l’ambiente». E con quel patrimonio storico, costituito da Villa Mezzabarba, il Naviglio, il Parco Visconteo e il Barco Certosa, che non domanda altro che venire valorizzato per fare da traino al rilancio economico. Eliminare il megamarket, sostiene il primo cittadino, è da considerare «un atto di generosità verso gli abitanti di Borgarello e non solo». «La parte sud di Pavia si trova a sostenere una quantità di traffico già inaccettabile e destinata a peggiorare con il nuovo centro commerciale – chiarisce Lamberti -. Le ripercussioni sulla salute pubblica sarebbero inevitabili, perché non dimentichiamo che la nostra provincia è la seconda in Italia per morti per inquinamento ed è per questo che spetta alle amministrazioni il compito di disegnare strategie a lungo termine, ponendo in atto scelte coraggiose per il futuro dei nostri figli. Scelte che vanno contro ad immediati interessi economici anche per le casse municipali». Ecco quindi l’incremento della mobilità dolce con un’ampia rete di percorsi ciclopedonali, il potenziamento dei servizi, il rispetto dei corridoi ecologici e naturali per salvaguardare flora e fauna, il recupero del patrimonio edilizio esistente, «con l’obiettivo di incrementarne il valore», precisa il sindaco che dà il via libera anche a politiche di «miglioramento dell’efficienza energetica». E chiarisce: «I futuri fabbisogni possono essere soddisfatti dal comparto residenziale che si sta realizzando a sud di via Berlinguer. L’offerta già programmata di circa 200 vani è in grado di rispondere alla domanda stimata». Sono stati invece confermati, ma ridimensionati, 3 ambiti di trasformazione, destinati all’ampliamento di attrezzature pubbliche esistenti su una superficie di 1,5 ettari, che rappresenta circa il 2% dell’attuale superficie comunale urbanizzata. Questi alcuni dei punti fondamentali del nuovo Piano di governo condiviso dal vicesindaco Laura Baronchelli e da tutto il gruppo di Progetto civico. «L’obiettivo è quello di ricostruire e tramandare un paesaggio che rischiava di essere disintegrato dalle lottizzazioni del vecchio Pgt. E di costituire un esempio virtuoso per i centri vicini- sottolinea Baronchelli -. Ci rendiamo conto che queste scelte siano una goccia nel mare delle scelte urbanistiche degli altri Comuni, ma la speranza è che possano prevalere strategie a lungo termine che tengano conto del bene della collettività. Si sta portando avanti un’idea di futuro del territorio, in modo coerente con il nostro programma». Il nuovo Pgt diventa così la pietra tombale del progetto del mega market, presentato per la prima volta una decina di anni fa dalla società bergamasca che al Comune ha fatto richiesta danni per 30milioni e mezzo di euro, somma lievitata proprio dopo la delibera consiliare che modificava il Piano di governo. «Su quel progetto – aveva detto Marco Meloni, coordinatore territoriale di Progetto commerciale – era stato investito denaro, con significative aspettative economiche».

* “La Provincia Pavese”, 29 dicembre 2016

Celeste ladrocinio globale

23 dicembre 2016 by

Gli anni di Roberto Formigoni in Regione Lombardia
di Giovanni Giovannetti

I giudici della decima sezione del Tribunale di Milano hanno condannato il senatore post-ciellino Roberto Formigoni a 6 anni di reclusione per corruzione (è caduta la sola accusa di associazione a delinquere). Disposti anche sei anni di interdizione dai pubblici uffici e il pagamento di tre milioni alla Regione Lombardia. È dunque ampiamente confermato il sistema di clientelismo, tangenti, frodi e ruberie emerso con gli scandali della Fondazione Maugeri di Pavia e del San Raffaele di Milano, un sistema che per anni ha avuto per dominus l’ex governatore della Lombardia Formigoni.

L’indagine

La Fondazione Maugeri nasce a Pavia nel 1965 come Clinica del Lavoro e conta istituti in numerose regioni italiane. Mission: la tutela della salute nel lavoro e la prevenzione dei rischi legati ad attività produttive, con particolare attenzione alla medicina riabilitativa e al reinserimento socio-produttivo del disabile.
Il 13 aprile 2012 la Guardia di Finanza arresta l’ex assessore alla Sanità della Regione Lombardia, il ciellino Antonio Simone (condannato a 8 anni e 8 mesi), nonché il presidente della Fondazione Umberto Maugeri (nel dicembre 2015 era uscito dal procedimento patteggiando 3 anni e 4 mesi di carcere), il direttore amministrativo Costantino Passerino (condannato a 7 anni), il consulente Gianfranco Mozzali (nel 2015 ha patteggiato 2 anni e sei mesi) e il commercialista Claudio Massimo (ha patteggiato 2 anni e 8 mesi). E con loro il faccendiere Pierangelo Daccò, già in carcere dal novembre 2011 per aver avuto parte nell’oblio materiale e morale dell’ospedale milanese San Raffaele: dopo la condanna in primo grado a 10 anni di reclusione nel processo con rito abbreviato, per Daccò ne arriva ora una seconda a 9 anni e 2 mesi.
I magistrati contestano ai vertici della Fondazione d’aver creato, in Svizzera e a Singapore, fondi neri per 73 milioni di euro «attraverso fittizie operazioni commerciali, fondi extra-bilancio», 63 dei quali destinati a «pagamenti corruttivi per intermediari e pubblici ufficiali» cos“ da “pilotare” 15 delibere regionali e ricavarne oltre 200 milioni di pubblico denaro. Quattrini mossi dagli “emissari” in Regione Simone e Daccò, insieme a quegli altri 9 provenienti dal San Raffaele (che di milioni regionali ne ha infine ottenuti quasi 400, manovrati per nascondere i buchi di bilancio del “santuario” dell’ormai defunto prete-manager Luigi Verzè).
Secondo la Procura milanese l’onorato e ben remunerato sodalizio Daccò-Simone avrebbe elargito 8 milioni di «tangenti in natura» al governatore lombardo Roberto Formigoni in cambio della sua Celeste «protezione globale». Per la precisione: 4.634.000 euro per l’uso esclusivo di tre yacht tra il giugno 2007 e l’ottobre 2011. L’acquisto dalla Limes («riferibile a Daccò e Simone») di villa Li Grazii ad Arzachena in Sardegna (13 locali), «avuta a prezzo notevolmente inferiore a quello di mercato per un importo di 1.500.000». Cinque vacanze di capodanno (in Argentina, Patagonia, Brasile e due volte nei Caraibi) tra il 2006 e il 2011, per una spesa di 638.000 franchi svizzeri da sommare a 86.000 dollari. 600.000 euro «per finanziare la campagna di Formigoni nella competizione elettorale per la Regione nel 2010». 500.000 euro per eventi incontri e cene elettorali con «altri uomini politici, funzionari regionali, dirigenti di strutture sanitarie private e pubbliche». 70.000 euro per «l’organizzazione di cene e convention nell’interesse di Formigoni durante le edizioni del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini». 18.000 euro in biglietti aerei.

Obbedienza, castità, povertà

A tutto questo andrebbero aggiunte «somme tra i 5.000 e i 10.000 euro consegnate in diverse occasioni a Milano da Daccò e Perego [Alberto Perego, nominato da Formigoni nel cda dell’istituto nazionale di genetica molecolare, coinquilino di Formigoni alla Memores Domini, la confraternita o “gruppo adulto” dei ciellini che si dedicano a Dio ripromettendosi obbedienza, castità e… povertà] per ulteriori spese connesse all’utilizzo degli yacht» oppure le «somme di denaro periodicamente consegnate a Milano da Daccò a Formigoni, di importo non determinato […] complessivamente non inferiori a circa 270.000 euro» (Perego è tra gli assolti).
Interrogato dai magistrati nel dicembre 2012, il fiduciario svizzero di Daccò e Simone Giancarlo Grenci, ha confermato il pagamento «di affitti di ville da 80/90 mila euro ai Caraibi per 2-3 settimane e ritengo fossero destinate ad ospitare più persone». Poi ci sono alcuni voli a sbafo su Parigi o Caraibi, per alcune migliaia di euro, in compagnia di Renato Pozzetto oppure insieme al fratello Carlo Formigoni e sua moglie Anna Martelli, o di Alberto Perego: «anche questo – sostiene Grenci – mi è stato riferito da Daccò».
In cambio di una tale messe di lusinghe – scrivono i magistrati Laura Pedio, Antonio Pastore e Gaetano Ruta – Roberto Formigoni si sarebbe adoperato «affinché fossero adottati da parte della Giunta, in violazione di leggi e dei doveri di imparzialità ed esclusivo perseguimento dell’interesse pubblico, provvedimenti diretti ad erogare consistenti somme di denaro e altri indebiti vantaggi economici» alla Fondazione Maugeri e al San Raffaele: «Formigoni e Sanese [il ciellino Nicola Sanese, segretario generale della Regione, assolto] nell’ambito di riunioni ristrette del cosiddetto Tavolo sociosanitario inter-assessoriale» o al virtuale “Caffè Sanità” – luoghi «in cui venivano assunte le decisioni più delicate in materia di sanità» – indicavano al direttore generale dell’assessorato alla Sanità Carlo Lucchina e alla dirigente Alessandra Massei (ciellina doc, ex direttore amministrativo della Maugeri nel 2007-2008, «socia in Sudamerica in una serie di attività con Daccò»; Lucchina e Massei sono stati infine assolti) «il contenuto economico delle decisioni […] anche in assenza delle condizioni di legge». Era poi compito dei dirigenti trovare «le soluzioni tecniche che fornissero una apparente giustificazione alle erogazioni delle somme richieste», nonostante il parere contrario dei funzionari della direzione generale della sanità.
Insomma, tra il 1997 e il 2011 il governatore Formigoni avrebbe elargito discrezionalmente montagne di pubblico denaro a private strutture sanitarie, venendo da loro compensato con vacanze dorate
e pecunia a scrocco, vivendo così alla grande per un decennio a spese dei lobbysti Sansone e Daccò.

Bonifiche e bonifici

Come dimenticare allora il 20 ottobre 2009, quando in carcere era finito il compianto Giuseppe Grossi, costruttore amico di Formigoni, già membro del Cda della Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor, che governa l’ospedale. Con don Verzè, Giuseppe Grossi aveva costituito la Blu energy: in tre anni di vita la società ha accumulato 116 milioni di debiti, soldi ricevuti per lo più dalle banche (79,8 milioni) e utilizzati per costruire l’impianto di produzione di energia di Vimodrone. La missione della Blu energy era fornire elettricità al San Raffaele, ma all’ospedale ha fatto solo lievitare i costi di approvvigionamento da 11 a 41 milioni.
Secondo gli inquirenti, Grossi aveva accumulato presso banche svizzere fondi neri per 22 milioni di euro, il frutto di fatturazioni gonfiate in parte trasferiti, dilavati e asciugati al sole di Hong Kong o di Montecarlo.
Conti cifrati, come quello monegasco della bronese Rosanna Gariboldi – moglie dell’ex vate della sanità lombarda e referente politico della Maugeri in Regione Gian Carlo Abelli – che, arrestata per riciclaggio, ha infine patteggiato una condanna a 2 anni e la restituzione di 1.200.000 euro, saldo del conto “balneare” condiviso con il marito. Conto che negli ultimi otto anni aveva registrato movimenti per 3,5 milioni di euro: 12 in entrata per 2.350.000 euro e tre in uscita per 1.294.000. Secondo la magistratura milanese, è provato che «tutte le rimesse in entrata e in uscita» provenivano da «conti riferibili direttamente a Grossi o suoi sodali».
E sodale era Fabrizio Pessina (incarcerato dal febbraio al luglio 2009), l’avvocato che aveva disposto i versamenti estero su estero sul conto segreto della signora Abelli. Fra l’altro, i coniugi Abelli avevano ottenuto dall’amico Grossi la disponibilità di una Porsche, di un aereo privato e di un appartamento nel centro di Milano.
L’inchiesta era partita dalla bonifica ambientale di Santa Giulia, alle porte di Milano, affidata alla Green Holding di Grossi. Ma col tempo le indagini hanno intrapreso anche altre vie: a cosa dovevano servire i fondi neri creati dal Grossi, se non a corrompere pubblici amministratori, politici e funzionari? Fatto è che, in sette anni, ben 275 milioni di pubblico denaro sono passati dalle casse della Regione Lombardia alle tasche del ciellino Giuseppe Grossi.

L’assicuratore

Secondo Umberto Maugeri, negli anni Novanta quando il compianto Abelli era assessore regionale, «non esisteva il problema di andare continuamente in Regione a discutere». Forse è per gratitudine che alla signora Gariboldi in Abelli, per dieci anni la Fondazione ha riconosciuto un contratto «di progetto» – «fittizio» secondo gli investigatori – remunerato nel suo insieme con 350.000 euro.
«Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione. Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto». Parola di Giuseppe Poggi Longostrevi, proprietario di cliniche e “re Mida” della sanità lombarda, coinvolto nello scandalo delle “ricette d’oro” (700 medici coinvolti, 175 condannati per aver prescritto inutili e costosi esami clinici nelle sue cliniche private, convenzionate col sistema sanitario). Longostrevi morì suicida nel 2000. Anni dopo, il 18 luglio 2011, morrà suicida l’ex vicepresidente del San Raffaele, Mario Cal.
La maxi-truffa al servizio sanitario nazionale emerge nel 1996, dopo una denuncia alla Procura milanese da parte dell’avvocato amministrativista Giuseppe Santagati, a quel tempo direttore generale dell’allora Unità socio-sanitaria locale 39-Milano sud.
All’epoca Abelli era presidente della importantissima Commissione Sanità della Regione Lombardia. Processato, nel 2003 verrà assolto dall’accusa di frode fiscale, anche se la sentenza confermerà che l’assessore di Formigoni aveva ricevuto da Longostrevi 72.800.000 in lire per una consulenza «non effettiva», tale da mascherare «un versamento in denaro al politico per guadagnarne i favori».
Gian Carlo Abelli aveva conosciuto la galera, anche se per poco tempo nel 1985, per ordine del Gip Cesare Beretta che lo accusava di peculato e concorso in truffa nell’ambito di una inchiesta sull’ospedale Policlinico San Matteo di Pavia, di cui Abelli era stato per lungo tempo presidente. Con lui, finirono in carcere Dino Landini (direttore amministrativo del San Matteo) e Claudio Gariboldi, fratello di Rosanna, titolare dell’agenzia di assicurazioni Reliance, nonché agente per altre compagnie.
Dopo aver confrontato fra loro molti contratti, Beretta e il pm Giuseppe Baccolo avevano scoperto che le numerose polizze custodite al San Matteo presentavano importi molto più elevati di quelle analoghe presso Gariboldi. Il cognato si accollerà ogni responsabilità, “scagionando” così Abelli.
«Sa che cosa successe invece a me?» Giuseppe Santagati, anni dopo aver denunciato lo scandalo milanese delle “ricette d’oro” lo domanda a Gianni Barbacetto che lo sta intervistando, e il giornalista rimanda: «Ebbe un premio, per aver fatto risparmiare alla Regione un pacco di miliardi?» Santagati risponde: «No. Fui cacciato. Sostituito al vertice della mia ex azienda (ironia della sorte o scelta calcolata?) da un mio omonimo: Santagati Giuseppe, stesso nome e stesso cognome». E ancora durante l’intervista: «La Regione paga, butta i nostri soldi. Come fanno a ripetere che la sanità lombarda è la migliore d’Italia? Hanno trasformato gli ospedali in un supermercato: ed è una gara a offrire le cure più costose, non importa se utili o no. Uno entra per una visita ed esce con un trapianto. L’interesse del sistema è il profitto dell’imprenditore della sanità, non la salute del paziente». Ma la Regione non controlla? «Se a scandalo segue scandalo, è evidente che i controlli non funzionano. Sono i fatti a dimostrarlo. Il modello lombardo, il modello Formigoni, ha trasferito ingenti risorse dagli ospedali pubblici alle cliniche private. La Regione paga, alla fine, le prestazioni di tutti. Così, nel migliore dei casi, spinge a dare sempre più prestazioni, e a scegliere quelle più costose. Nel peggiore dei casi, quando entra in scena un medico disonesto, le prestazioni saranno anche inutili, oppure dichiarate ma non eseguite» (Gianni Barbacetto, «Le cliniche degli orrori? Il vero orrore è il sistema sanitario», “Il Venerdì di Repubblica”, 11 luglio 2008).

A ciascuno il “suo”

23 aprile 1995 – 17 marzo 2013: diciotto anni di presidenza Formigoni in Regione Lombardia, anni di corruzione. In manette: l’ex presidente della commissione Bilancio Massimo G. Guarischi (settembre 2000, condannato a 5 anni per corruzione e di nuovo arrestato nel marzo 2013 per un presunto giro di tangenti legate alla sanità); l’assessore alla Formazione professionale Guido Bombarda (gennaio 2004, ha infine patteggiato una condanna a 18 mesi di reclusione per una tangente da 110 mila euro e per tre corsi sul turismo religioso mai tenuti o realizzati in modo irregolare); il consigliere Pdl Gianluca Rinaldin (febbraio 2008, corruzione e truffa); l’assessore al Turismo Pier Gianni Prosperini (dicembre 2009, corruzione e turbativa d’asta, ha patteggiato una pena di 3 anni e 5 mesi); il vice presidente del Consiglio regionale ed ex assessore all’Ambiente e al Commercio Franco Nicoli Cristiani (novembre 2011, arrestato con in tasca una mazzetta da 100.000 euro); l’assessore alla Protezione civile e Ambiente Massimo Ponzoni (gennaio 2012: corruzione, concussione, bancarotta fraudolenta per il crac dell’immobiliare “il Pellicano”; fino all’agosto 2009 l’ha condivisa con Rosanna Gariboldi).
Per Nicoli Cristiani e Ponzoni grava anche il sospetto di sintonie con le ’ndrine. Per lo stesso motivo, il 10 ottobre 2012 entra in carcere Domenico Zambetti, assessore regionale alla casa, accusato della compra di 4.000 voti da Eugenio Costantino e Giuseppe D’Agostino, affiliati alla ’Ndrangheta: 50 euro a preferenza, per un ammontare complessivo di 200.000 euro. Fra l’altro, Zambetti avrebbe negoziato corsie preferenziali in vista di Expo 2015.
A fronte di un così inquietante scenario appare arduo cogliere conclamate differenze tra la l’associazione a delinquere di stampo mafioso e quella di intrigo istituzionale, per anni tracimante dai piani alti del “Pirellone”, il grattacielo-simbolo dell’ex “capitale morale” del Paese.

Lugano bella

20 dicembre 2016 by

Pasolini e il passaggio di proprietà del “Corriere della Sera”
di Giovanni Giovannetti

Dal 1974 il “Corriere della Sera” passa progressivamente sotto controllo piduista: formalmente, i proprietari (Crespi, Agnelli, Moratti) lo cedono al gruppo Rizzoli (Angelo Rizzoli, tessera P2 n. 1977) di cui Bruno Tassan Din (tessera P2 n. 1633) è direttore generale; in realtà i soldi li mette Eugenio Cefis, garantendo un finanziamento senza interessi della Montedison International holding di Zurigo e la promessa – disattesa – di ripianare il 50 per cento dell’assai elevato debito del quotidiano.
L’accordo tra Montedison International Establishment di Vaduz e Rizzoli International, discretamente sottoscritto a Lugano il 6 agosto 1975 (attenzione alle date: tre mesi dopo ammazzano Pasolini), garantisce un finanziamento di 10 miliardi e 650 milioni di lire per l’acquisto dell’intera proprietà, nonché prestazioni pubblicitarie garantite per almeno 2 miliardi e mezzo l’anno, suddivise in comode rate trimestrali di 650 milioni. Ma il patto svizzero subordina altresì al gradimento di Cefis il capo redattore delle pagine economiche del “Corriere”; impone anche a tutte le pubblicazioni del Gruppo editoriale “Corriere della Sera” di svolgere, a decorrere dal 1° luglio 1975, «una intensa costante azione volta a sostenere, con ogni più opportuno intervento ed iniziativa, l’attività industriale e commerciale di Montedison Spa e dell’intero suo gruppo».

Come corsari

Dal oltre due anni Pasolini è tra i più letti e discussi collaboratori del “Corriere”, di cui è ormai un polemista di punta. I suoi spiazzanti articoli sono spesso ospitati in prima pagina dal direttore Pier Leone Mignanego detto Piero Ottone e creano dibattito, incuneandosi nella «coscienza infelice della borghesia, con i dubbi, e le inquietudini, che almeno la parte più illuminata si poneva» (Giovanni Raboni). Inutile sottolineare che, sul “Corriere”, Pasolini va in una direzione ostinatamente contraria ai proponimenti dei reali proprietari; Pasolini, che volentieri baratterebbe «l’intera Montedison per una lucciola». Anzi, datano a quei mesi il cambio di opinione a favore del compromesso storico di Berlinguer («quel “compromesso” realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo», scrive il 14 novembre 1974 in un passo del celeberrimo Che cos’è questo golpe?) ed alcuni tra i suoi più espliciti affondi “corsari” e “luterani”; invettive che tanto infastidiscono gli amici democristiani di Cefis.
Pasolini descrive un nuovo Potere violento e totalizzante, del tutto esemplificabile nel timoniere di Montedison. Va anche raccogliendo notizie su di lui, il neo-padrone occulto del “Corriere” nonché figura-chiave del romanzo che sta scrivendo: Petrolio.
La sua defenestrazione parrebbe dunque tra le meno esternabili premesse all’intesa; ma serve prudenza, poiché il rilancio dell’indebitato quotidiano (finalmente prossimo alle 700mila copie di vendita) era proprio da ascrivere alle scelte editoriali di Ottone: come avrebbe reagito questo nostro Re Mida se gli avessero imposto la rinuncia a Pasolini?
Ottone nulla sapeva di accordi occulti. E ben di meglio o peggio era intenzionato a dare sempre più spazio allo scrittore sotto contratto (in cantiere c’era anche una rubrica letteraria dal titolo leninista di Che fare?)
Tolto di mezzo Pasolini, derubricata la sua morte a una storia tra “froci”, il valente direttore avrebbe potuto anche limitarsi alle sentite condoglianze. E con l’inconsapevole Ottone ben saldo alla guida è d’incanto simulata la continuità della linea editoriale e un indolore planar morbido tra le fauci della P2: «Mi sta bene che faccia lo stesso giornale» dirà Andrea Rizzoli, il padre di Angelo, al direttore del “Corriere”, «ma non potrebbe avere verso Montedison un occhio di riguardo, per esempio come “La Stampa” lo ha per la Fiat?» «No», rispose Ottone, e in Rizzoli ne presero atto, taluni ridendo sottecchi.
Sono solo apparenze: ne offre un eloquente riscontro il Contratto di somministrazione pubblicitaria tra Rizzoli e Montedison (21 settembre 1976), laddove l’editore si impegna a fornire nei propri quotidiani e periodici «una rappresentazione esauriente, serena e obbiettiva della somministrata e del Gruppo Montedison, evitando atti e testi redazionali in contrasto, e comunque» tali da arrecare danno, anche indiretto, all’immagine di Montedison e relative controllate, sia pure «compatibilmente con la funzione e il ruolo rivestiti da un grande quotidiano a diffusione nazionale»: migliora la forma, ma la sostanza è speculare a quella dell’accordo sottoscritto l’anno prima.
Ottone lascia per suo conto nel 1977. Gli subentra Franco Di Bella (tessera P2 n. 1887); neanche il tempo d’insediarsi e il neo-direttore va a Canossa da Licio Gelli, scrivendo al “Venerabile” il 23 dicembre 1977: «Ambirei moltissimo essere ricevuto da Lei […] sia per dissolvere qualche ombra, sia per realizzarla più compiutamente sulla situazione e sulle prospettive […] Mi creda, con rinnovata e affettuosa devozione»; e il 20 marzo 1978: «…I frutti del rinnovamento si stanno vedendo e quasi tutto si deve a Lei…». Gelli a Di Bella il 22 maggio 1981: «Guardi che se Lei vuole rimanere a dirigere quel giornale, deve fare quello che le dico».

Bella ciao

Per la verità, il primo tentativo di acquisto del “Corriere” da parte di Cefis risale al 1972, poco dopo l’insediamento a Montedison, quando Giulia Maria Crespi ne era ancora elettiva proprietaria. Lo racconta lei stessa nell’autobiografico Il mio filo rosso (Einaudi, 2015): «Venne da me Luchino Dal Verme [già glorioso comandante partigiano nell’Oltrepo pavese], che oltre ad essere mio cognato è una persona che stimo moltissimo», scrive la signora: «a nome di Italo Pietra mi viene a riferire a chiare lettere che Cefis sarebbe interessato all’acquisto del “Corriere”, in modo totale o anche parziale» (gli ex partigiani Cefis e Pietra, lo ricordiamo, avevano condiviso l’appartenenza al Sim – i servizi segreti fascisti – e poi all’Eni). Andò che «la trattativa si arenò molto velocemente, perché quando il presidente della Montedison si trovò davanti alla clausola del potere editoriale, fece subito marcia indietro». Sarà solo questione di tempo.
Cefis arriva così a controllare buona parte della stampa italiana, garantendosi uno smisurato potere personale: oltre al milanese “Corriere della Sera”, tiene in mano i romani “Messaggero” e “Tempo” nonché il settimanale “Tempo illustrato”, senza tralasciare un contributo finanziario al nascente “Giornale nuovo” dell’amico Indro Montanelli. Tutto questo a spese di Montedison: ben 90 miliardi di lire, in ampia parte provenienti da fondi neri. Inutile sottolineare che l’acquisto di giornali non sarebbe tra le missions del gruppo, di cui la chimica pare ormai soltanto un pretesto.

La grande fuga

Nel 1977, a soli 56 anni, improvvisamente Cefis abbandona la direzione di Montedison e ripara a Lugano (il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia al fuggitivo: «Che fa? Se ne va? Ma lei non era quello che doveva fare il colpo di Stato?»).
Una informativa del Sismi (il servizio segreto militare) indica in Cefis il vertice della cupola piduista. Il presunto capo della P2 ha infine «abbandonato il timone, a cui è subentrato il duo Ortolani-Gelli». Da una seconda nota del 17 settembre 1982 si apprende che «intensi contatti sarebbero intercorsi in Svizzera, fino al mese di agosto u. s., tra Licio Gelli ed Eugenio Cefis, presidente della Montedison International».
Cambia il timoniere, non cambiano gli intendimenti; anzi, diventa persino impudente il trattamento “di rispetto” che la stampa rizzoliana riserva ai confratelli piduisti, nella continuità tra il sistema di potere di Cefis e quello gelliano. Come dimenticare la famigerata intervista di Maurizio Costanzo (tessera P2 n. 1819) a Licio Gelli, il 5 ottobre 1980 sul “Corriere della Sera”: nel citare massoni “di livello” come Cagliostro e Garibaldi, Gelli attacca lo Statuto dei lavoratori; si dice favorevole alla pena di morte; invoca una repubblica presidenziale sull’esempio di De Gaulle; fa a pezzi la Costituzione («un abito liso e sfibrato») caldeggiandone la «completa revisione».
Fuori Cefis, dal 31 dicembre 1978 Montedison Holding Company Zurigo e Montedison International Establishment Vaduz revocano l’accordo. Porte chiuse ai Rizzoli anche da Istituto mobiliare italiano (Imi) e Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità (Icipu) – entrambi pubblici – che in un perfido gioco delle parti, deliberatamente negano finanziamenti al gruppo editoriale. La situazione si fa drammatica e Angelo Rizzoli si vedrà costretto a batter cassa, con la mediazione di Umberto Ortolani (tessera P2 n. 1622), alla Banca Nazionale del Lavoro di Alberto Ferrari, al Monte dei Paschi di Siena di Giovanni Cresti e a Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano (con la compartecipazione vaticana dello Ior). Sono tre banche sotto controllo piduista.
Lo scacchiere Propaganda 2 non muove il solo “Corriere”: il 10 ottobre 1979 inaugura le pubblicazioni “L’Occhio” di Maurizio Costanzo, che, osserva Teodori, «diviene la voce diretta della Loggia esprimendo il massimo della sua linea politica un anno dopo in occasione del caso D’Urso» (il funzionario del ministero di Grazia e Giustizia rapito il 12 dicembre 1980 dalle Brigate rosse, “condannato a morte” e infine liberato il 15 gennaio 1981), invocando il ritorno al codice di guerra, l’instaurazione della pena di morte e la sospensione temporanea di alcune garanzie costituzionali. Insomma, ogni occasione è buona per legittimare uno Stato autoritario e forcaiolo.
In Svizzera Cefis coltiva l’ossessione di cancellare ogni traccia del suo passato: come ricorda Mario Pirani, ex dirigente Eni, «Cefis appariva a tutti molto misterioso, quasi a volere confermare le proprie origini di ufficiale del Servizio informazioni militare (Sim). Aveva persino proibito che apparisse la sua immagine o il suo nome sui giornali». Così anche Troya, alias Cefis, in Petrolio: «Egli doveva, per la stessa natura del suo potere, restare nell’ombra. E infatti ci restava. Ogni possibile “fonte” d’informazione su di lui era misteriosamente quanto sistematicamente fatta sparire».