Eroina di Stato

16 ottobre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

I nomi dei morti per overdose in Italia tra il 1974 e il 1985 sono da scrivere accanto a quelli delle vittime della stagione stragista, ben scolpiti sulla tragica lapide delle morti di Stato.

Deponendo il 7 gennaio 2010 al processo bresciano per la bomba in piazza della Loggia, l’ex squadrista nero e sindacalista Cisnal Roberto Cavallaro riferirà di aver presenziato a una riunione ad alto livello tenuta nell’autunno 1972 sulle montagne dei Vosgi in Francia; in quella sede venne illustrata l’operazione Blue Moon e le relative modalità di introduzione, anche in Italia, di eroina e allucinogeni per marginalizzare i movimenti della nuova sinistra.

L’operazione Blue Moon

Tutto questo Cavallaro lo ripeterà in tv a Gianni Minoli, aggiungendo che a quella riunione «erano presenti più soggetti, sia dell’Europa occidentale sia, con nostra grande sorpresa, persone appartenenti all’area opposta del Patto di Varsavia», chiamati a confrontarsi su come annientare gli avversari e qualunque forma di dissidenza.
“Annientare”? «I servizi di sicurezza» precisa Cavallaro «non sono fondati su princìpi di cavalleria, ma sull’idea che il nemico va comunque eliminato». E se in Unione sovietica e in Cina fucilano i dissidenti o li deportano nei gulag e nei campi di rieducazione, in occidente, ammette Cavallaro, li annichiliscono, favorendo lo “sballo” (bella idea di democrazia).
Il programma Blue Moon – pianificato dal capo dell’Fbi Edgar Hoover di concerto con la Cia – viene messo a punto negli Stati uniti nell’intento di sedare la nuova sinistra americana, trasformando così l’opposizione in devianza. Lsd ed eroina sono quindi usate come antidoto all’impegno politico di chi, dal 1967, manifesta contro la guerra in Vietnam (e ai combattenti americani in Vietnam si somministrano anfetamine e altri additivi chimici). Da alcuni documenti governativi “declassificati” dall’amministrazione Crinton nel 1994, apprendiamo poi che sui “Chicago riots” (gli scontri dell’agosto 1968 a margine della Convenzione del Partito democratico, contro la continuazione della guerra in Vietnam) un sesto degli hippy partecipanti ai disordini «apparteneva ad agenzie federali e a organismi di intelligence»: una percentuale altissima di provocatori ed infiltrati lì a spingere questi giovani sulla strada dello scontro fisico e della violenza.

L’agente Stark

Ma, lo si è detto, Blue Moon non ha solo finalità interne agli Stati uniti. Nel febbraio 1975 all’hotel Baglioni di Bologna la polizia arresta uno strano personaggio che ha con sé tanti milioni in valuta estera e notevoli quantità di Lsd. Questo narcotrafficante e produttore in proprio di acido lisergico è Ronald Stark, un agente che la Cia ha infiltrato negli ambienti della sinistra italiana. Apparirà chiaro ai giudici che Stark è uno dei principali fautori europei di Blue Moon. Dopo quattro anni di carcere, l’11 aprile 1979 Ronald Stark è messo in libertà provvisoria, con l’ordine – disatteso – di non lasciare l’Italia. Si ritiene che sia morto a San Francisco in California l’8 maggio 1984.
Quali sono le conseguenze di questa criminale guerra sottotraccia ai ragazzi della nuova sinistra? Nel 1970 in Italia non ci sono tossicodipendenti; nel 1985 se ne contano più di 300mila. Tra il 1974 e il 1975 l’offerta illegale di eroina a buon mercato improvvisamente soppianta quella delle droghe leggere, che sono tolte per qualche tempo di circolazione e criminalizzate artatamente da stampa e istituzioni. Negli anni a seguire avremo dipendenze, morte, annichilimento. Si aggiunga il salto di qualità della malavita tradizionale e, dal 1978, l’ascesa della criminalità mafiosa legata al narcotraffico (con un fatturato di 3000 miliardi di lire annui).
La prima vittima per overdose è a Udine, nel 1974. Un rapporto sull’andamento della diffusione del consumo di droga in Italia, pubblicato nel 1992 dal “British Journal of Addiction”, indica un notevole aumento nel numero di decessi per droga (principalmente da overdose) e nei casi di Hiv/Aids di persone che nel corso degli anni Ottanta si iniettavano eroina per via endovenosa. Gli autori del report stimano che nel 1977 ci siano stati 28.000 consumatori di oppiacei; nel 1982, questo cifra era salita a 92.000. Per sottolineare ulteriormente questo aumento imponente, gli autori hanno scoperto durante il loro periodo di studio (1985-1989), che il numero di soggetti che si recavano presso i centri di recupero per dipendenze dalle droghe è aumentato da 13.905 a 61.689, un aumento in gran parte dovuto dalla crescita nel consumo di eroina in Italia, non più un semplice Paese di transito: secondo il capo della commissione di Cosa Nostra Tommaso Buscetta, «il traffico di stupefacenti in Italia era iniziato solo nel 1978».

Iaio e Fausto

L’eroina è dunque «usata come dispositivo biopolitico che agisce sui corpi per stordirli, paralizzarli, renderli dipendenti e neutralizzarli», ha scritto Gabriele de Marco nella sua tesi di laurea su Andrea Pazienza, il giovane e affermato disegnatore che morirà per overdose nel 1988.
A Milano il variegato mondo della nuova sinistra si cimenta allora in una capillare indagine sullo spaccio in città, confluita in un “libro bianco” a cui contribuiscono più di duecento ragazzi, capaci di raccogliere una gran messe di informazioni “sul campo”.
Il mondo dello spaccio è in allarme. Ne faranno le spese, fra gli altri, i diciottenni Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due ragazzi del centro sociale Leoncavallo, uccisi “per avvertimento” in via Mancinelli a Milano il 18 marzo 1978 (due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro) da un commando fascista arrivato da Roma. Forse i due si erano imbattuti in qualcosa che andava oltre lo spaccio (sul quotidiano “Lotta Continua” del 9 marzo 1979 leggiamo che «Fausto e Jaio avevano casualmente scoperto che lo spaccio di eroina in zona Lambrate era in mano ad una sacra alleanza tra la banda di Francis Turatello e i fascisti direttamente legati a Servello»). E grondano gli indizi sui presunti assassini, da molti indicati nei coetanei Massimo Carminati e Claudio Bracci (“esattori” della banda mafiosa della Magliana) assieme a Mario Corsi della cosiddetta “banda Prati”, un’articolazione dei Nuclei armati rivoluzionari (lo sostengono alcuni “neri” pentiti; lo ipotizzano i magistrati via via chiamati a indagare; lo scrivono Saverio Ferrari e Luigi Mariani nel libro L’assassinio di Fausto e Iaio, Redstar press, 2018).
A proposito di perquisizioni: in una intercettazione telefonica del 23 ottobre 1979 la madre del Corsi racconta a un’amica (il telefono è sotto controllo) che i poliziotti «della Digos di Milano e di Cremona» le hanno perquisito la casa: «…questi uomini… sono stati tanto gentili, mi hanno strappato tutto sul muro… le lettere… tutto mi hanno strappato… mi hanno detto: signora, butti via tutto, l’avvisiamo…», comportandosi da «veri padri di famiglia»: perché il 25 luglio 1979 gli agenti del secondo distretto milanese di Polizia hanno distrutto lettere e altri elementi indiziari se non probatori?
Tinelli e Iannucci erano soliti ripetere al registratore i risultati delle loro ricerche (avevano raccolto anche notizie presso le locali farmacie: come osserva il giornalista di Radio Popolare Umberto Gay, «contando le siringhe vendute si poteva risalire alla quantità di tossicodipendenti presenti in zona, alle loro abitudini, ai grammi di eroina venduta e infine al business degli spacciatori». Nel Dossier Fausto e Iaio a cura dello stesso Gay e di Fabio Poletti (Radio Popolare, 1988) si legge poi che mentre i famigliari di Fausto erano a Trento per la sepoltura, a Milano la vicina di pianerottolo «un tardo pomeriggio sente dei rumori. Sa che nell’appartamento dei Tinelli non c’è nessuno e, incuriosita, si mette a sbirciare dallo spioncino. Nota degli uomini che aprono la porta ed entrano nell’appartamento» muniti di torce. E «quando Danila Tinelli torna a Milano scopre che sono scomparsi da casa i nastri con le registrazioni. Non manca nient’altro.
L’appartamento dei Tinelli è in via Montenevoso 9, proprio di fronte al covo brigatista, scoperto “solo” nel giugno 1978 dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (ma ai piani superiori del condominio abitato dai Tinelli, da mesi, ben prima del rapimento Moro, Carabinieri e Servizi pare avessero una loro postazione di controllo). «La porta di ingresso non risulterà forzata» scrivono Gay e Poletti, sottolineando che «all’epoca a Danila Tinelli non erano ancora stati restituiti gli effetti personali di Fausto, fra cui le chiavi di casa».
Da approfondire è poi il ruolo avuto da taluni guru della controcultura americana ed europea (da Timothy Leary – in buoni rapporti con Ronald Stark – a Carlos Castaneda, l’autore o presunto tale di Gli insegnamenti di don Juan, un libro cult scritto quando Castaneda era un oscuro studente universitario). Si legga allora almeno L’agente del Caos (Einaudi 2018), spy story di Giancarlo De Cataldo con protagonista Jay Dark, un personaggio immaginario del tutto sovrapponibile a Ronald Stark.

Come i morti di piazza Fontana

Il 18 luglio 1975 Pasolini scrive per il “Corriere della Sera” un articolo – La Droga: una vera tragedia italiana – modulato sul rapporto tra droghe e pulsione di morte: leggera o pesante che sia, la droga, scrive, «viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte». Di come l’eroina e in generale la dipendenza dagli oppiacei si vada radicando in forma di controllo sociale, lo scrittore sembra non avvedersi, avvertendo però che «lo spazio per la droga è enormemente aumentato». E già un mese prima, in una “lettera aperta” a Marco Pannella, Pasolini conclude scrivendo che la distruzione dei valori umanistici e popolari è «il segno dominante del nuovo potere», immaginando infine questi tecnocrati appesi in «un nuovo Piazzale Loreto», per «l’abiezione dei fini e la stupida inconsapevolezza con cui hanno operato».
Ne conveniamo, magari meditando sulle tante morti legate al consumo di eroina e allucinogeni degli anni tra il 1974 e il 1985 (e in quelli a seguire).
Concludendo: i nomi dei morti per overdose in Italia sono da scrivere accanto a quelli delle vittime della stagione stragista, ben scolpiti sulla tragica lapide delle morti di Stato.

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I colori della paura

7 ottobre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Nell’Italia gialloverde il partito della paura quotidianamente reitera il messaggio che gli immigrati ora (come gli zingari allora) sono tutti sporchi brutti e soprattutto cattivi. Stona quindi ai timonieri united color che si contino modelli di accoglienza virtuosa, come in quei paesi della Calabria (più d’uno) che, prendendo a modello Riace, danno in comodato d’uso ai migranti le case abbandonate da chi nel tempo è migrato, salvando così un patrimonio abitativo avviato al decadimento e contemporaneamente ravvivando la vita sociale di questi paesi abitati ormai da pochi vecchi e che, proprio grazie ai migranti, stanno progressivamente rifiorendo.
Il sindaco-capofila di Riace Domenico Lucano è stato arrestato per un reato che nell’ordinamento italiano ancora non esiste: il reato di umanità.
Tendendo evangelicamente una mano agli ultimi, Lucano non ha derogato alle regole per favorire gli illeciti guadagni della criminalità fondiaria, come è di norma in questo ammalorato Paese; né ha favorito enormi profitti da parte di società private nella malagestione della rete autostradale, come è emerso dopo il crollo di un ponte (l’ultimo caso, il più drammatico, di mancata manutenzione); e tanto meno ha privatizzato milioni e milioni in pubblico denaro, come ha fatto (in buna compagnia) il partito di cui è segretario l’attuale ministro dell’Interno. No, costruendo ponti e restando umano, Lucano ha semplicemente reso virtuoso ciò che il ministro della paura vorrebbe oneroso, dando così fastidio, perché la paura e le relative rendite elettorali si alimentano costruendo problemi (al più percepiti) e non risolvendoli. Se questo è il clima oggi nel Paese, orrendo, allora, come ha detto Beppe Fiorello, «arrestateci tutti».

Siamo tutti vigevanesi

29 settembre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Nei suoi anni al servizio di Ludovico il Moro, notoriamente Leonardo da Vinci ha avuto modo di frequentare Vigevano (residenza estiva della Corte sforzesca) e Pavia, sede dell’unica Università del Ducato e dorata “prigione” per il giovane Gian Galeazzo Sforza (il vero duca) e l’ancor più giovane moglie Isabella d’Aragona.
Nel maggio 2019 cadranno i cinquecento anni dalla morte, ad Amboise in Francia, dell’italiano più famoso al mondo. Un anniversario che verrà ricordato ovunque ma non a Pavia, dove si tace su tutto, anche sul meglio.
Allora, cari pavesi, non resta che migrare nella “ducale” Vigevano, là dove non hanno perso l’occasione, calendarizzando un nutrito ciclo di iniziative, inaugurate dalla presentazione del volume I luoghi di Leonardo: Milano, Vigevano e la Francia (sono gli atti dell’ottimo convegno vigevanese del 2014 su Leonardo).
Salutato il primo appuntamento, in pavesi possono ora appuntarsi il secondo: venerdì 5 ottobre, alle ore 18, con Stefano Zuffi che interviene su Gli animali in Leonardo: ritratti, simboli, misteri. Di venerdì in venerdì, il 12 ottobre Simone Ferrari parla del mito di Leonardo, dalla Gioconda alle ultime novità; infine, il 9 novembre l’affondo di Marco Versiero sulla simbologia politica sforzesca.
Meditate, pavesi, meditate.

Chi no e chi sì

3 settembre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Lunedì 3 settembre 2018. In stazione di buon’ora, treno per Milano, giornale. Leggo sul “Fatto quotidiano” un deciso intervento di Nicola Gratteri su mafie e politica, ieri, a Marina di Pietrasanta: «Un tempo era il mafioso ad andare a casa del politico a chiedere assunzioni e favori. Oggi è il politico che va a casa del boss a chiedere pacchetti di voti». Gratteri guida la procura di Catanzaro ma è come se parlasse di Pavia, sprofondo nord: «Nei primi otto mesi del 2018 sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose venti Comuni (otto in Calabria): questo sarà un anno record, e aumenteranno ancora, perché il rapporto tra mafie e politica è sempre più stretto: la ‘Ndrangheta sta sul territorio, la politica no. La ‘Ndrangheta ha regole serie che fa rispettare, con un inflessibile tribunale interno, ed è fatta di persone serie, che selezionano la loro classe dirigente con metodi ben più rigorosi di quelli della politica». Qual’è l’emergenza più grave, la mafia o la corruzione? «Sono due facce della stessa medaglia». Come non convenirne.
A proposito, ho con me nello zaino le Motivazioni di una sentenza di primo grado che mi condanna per diffamazione. In essa si dice che Pino Neri è «un avvocato» e da nessuna parte trovo scritto che questo «avvocato» era il capo della ‘Ndrangheta lombarda; e il giudice che la firma nulla trova da eccepire se un politico va personalmente da questo noto mafioso e narcotrafficante, fresco reduce da nove anni di galera, a chiedere voti. Con buona pace di Nicola Gratteri, di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone, di Ilda Boccassini e dei tanti magistrati che non hanno abbassato la guardia.

Alla destra pavese che per ora non c’è

6 agosto 2018 by

Ripropongo in questa sede la mia bonaria replica a Nicola Niutta e Andrea Mitsiopoulos uscita oggi, 6 agosto, su “la Provincia Pavese” che ringrazio. Ho evidenziato in grassetto i passi che, per evidenti motivi di spazio, sul quotidiano locale sono venuti meno.

«Non importa che il gatto sia bianco o nero, finché cattura topi è un buon gatto». Tra le frasi celebri del compianto Deng Xiao Ping questa forse calza a buon commento del richiamo a una lista civica (per sua stessa natura tangenziale ai partiti) da parte di Nicola Niutta e Andrea Mitsiopoulos il 5 agosto sulla “Provincia Pavese” (all’appello i due non mancano di incollare il nuovo mantra della destra locale: Pavia ai pavesi). I sino a prova contraria onestissimi destrorsi Niutta e Mitsiopoulos aggiungono che «la nostra città ha bisogno di non guardare più all’ex, cioè all’indietro», ovvero, almeno credo, o mi piace credere, a quel vero e proprio assalto clientelare dei beni comuni favorito nel tempo da pubblici amministratori locali più trapananti del trapano, quelli stessi sorpresi da più d’una Procura a pasteggiare al desco di mafiosi apicali, di lottizzatori abusivi e speculatori di ogni fatta (bell’esempio di pavesità favorire la cementificazione del Parco della Vernavola o del cortile delle Clarisse in pieno centro storico!), deridendo al tempo stesso ogni possibilità di crescita economica spirituale e morale cittadina. E non è stato un «buon gatto» chi, negli anni passati, a destra come a sinistra, pavese o calabrese, ha posto occultamente l’accento sull’interesse particolare in spregio di quello collettivo. Cari voi: poiché nulla è più democratico di una reale dicotomia destra-sinistra (purché attenta ai beni comuni) presto vedremo se alle parole saprete far seguire i fatti, le visioni ai proclami, dando luogo a quel processo interno di rigenerazione che impone o imporrebbe come primo passo, ahivoi, la radicale emarginazione di chiacchierati, di amici degli amici e di chi, pur sapendo e pur vedendo (porto ad esempio il sacco di Asm, eh Mitsiopoulos?) ha scelto di girarsi dall’altra parte. Operazione non facile. Ma chissà…

Giovanni Giovannetti

Proprio come a Pavia

5 luglio 2018 by

Si legga attentamente questa intervista a Stefano Spagoni, componente uscente del Cda di Asm, compartecipata del Comune di Pavia. Spagoni denuncia l’assenza in Asm di «anticorpi al malaffare» (proprio come a Pavia) e parla di una realtà che, nel 2015, «superava la fantasia»: proprio come a Pavia, quando sindaco non era Depaoli. Ricordiamolo: le mafie, così come la locale lobby degli interessi particolari, hanno perso qualche battaglia ma non sono state sconfitte. E da più parti arrivano chiari segnali di restaurazione. 

«Sacche di inefficienza e il malaffare in agguato. L’Asm non è guarita» Intervista di Giacomo Bertoni a Stefano Spagoni

Alla fine è arrivato. L’ultimo colpo di coda di Stefano Spagoni, consigliere uscente di Asm, si è abbattuto sulla Commissione di garanzia riunita ormai da più di due ore martedì sera a palazzo Mezzabarba: «In Asm non ci sono ancora anticorpi al malaffare». Dichiarazione che ha portato il presidente Nicola Niutta a riconvocare la Commissione oggi alle 21, sempre in sala Grignani e ancora aperta al pubblico.

Consigliere Spagoni, cosa intende quando parla di “anticorpi al malaffare”?
«Intendo dire che in Asm non viene messo in atto nessun atteggiamento gestionale in grado di ridurre i rischi di quelle che in inglese si chiamano “malpractice”, ovvero gli atti illeciti. Basterebbe partire da un buon controllo di gestione per prevenire».

Concretamente, cos’è il controllo di gestione?
«Facciamo un esempio: per pulire 50 metri di strada spendiamo 70 euro, ma le altre aziende ne spendono 53. Se abbiamo in mano tutti i dati specifici possiamo capire cosa non va. In Asm basterebbe un report ogni tre mesi iniziando a parlare di budget. Come Cda abbiamo commissionato alla Ernst & Young, azienda che lavora in 150 Paesi nel mondo, un vestito su misura per Asm in parametri e processi di budget. Peccato sia inattuabile per le troppe resistenze interne».

Perché si è arrivati alla Commissione di garanzia?
«Non metto in dubbio la buona fede del presidente Rigano, ma è mancata una comunicazione efficace con lui. Per questo ho scritto al sindaco, già nella mia relazione del 2017 avevo lanciato l’allarme sul muro di gomma, e per questo mi ricandido al Cda».

Cosa blocca il cambiamento in Asm?
«Ci sono persone che sono nate, lavorativamente parlando, in Asm. Che hanno coltivato il proprio orticello e non hanno nessuna intenzione di modificare le loro abitudini, anche se queste non sono efficienti. E la mancanza di efficienza è il primo passo verso il malaffare».

Lei però è nel Consiglio di amministrazione di Asm dal 2015, cosa le ha impedito di rendere l’azienda più efficiente?
«Quando siamo arrivati abbiamo trovato una situazione che superava la fantasia. La priorità era fermare chi si stava appropriando dei soldi pubblici, e noi lo abbiamo fatto, licenziando i responsabili prima dell’intervento della magistratura. Sono stato incaricato dal Cda di avviare finalmente il controllo di gestione: ho richiesto agli uffici dedicati il tracciato che gli spazzini fanno quando puliscono le strade del centro. Solo il tracciato. Lo aspetto da mesi».

La Provincia Pavese, 5 luglio 2018

Bananopoli

28 giugno 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Dopo 26 querele ricevute da affaristi, politici, mafiosi e loro lacché – sempre con intenti intimidatori e tutte archiviate – cambiato il clima, il Tribunale di Pavia ora mi condanna in primo grado ad un cospicuo risarcimento pecuniario all’ex sindaco pavese Alessandro Cattaneo (più volte sorpreso a pasteggiare con mafiosi apicali come Pino Neri e i suoi amici costruttori) per un articolo in cui ho deriso gli elevati premi di risultato del Comune a due dirigenti indagati. Quell’articolo – una corrispondenza da Bananopoli – si concludeva con la parafrasi di alcune frasi celebri dello scrittore Mario Puzo. E questa è l’introduzione a Bananopoli, ovvero alla mia Memoria difensiva ignorata dai giudici, la documentata requisitoria verso chi mi preferirebbe diffamatore. La metto in vendita solidale a 100 euro la copia, così da sostenere almeno questo primo onere pecuniario, da versare subito.
Ne approfitto per ricordare che per acquistare Bananopoli ci si può rivolgere direttamente all’autore (giovanni.giovannetti@gmail.com, disponibile a portarvelo a casa di persona). Copie si trovano anche presso la libreria Clu in via San Fermo a Pavia (chiedere di Marco).

Il 18 maggio 2018 il giudice monocratico del Tribunale di Pavia Rosaria D’Addea mi ha condannato in primo grado a un cospicuo risarcimento pecuniario all’ex Sindaco Alessandro Cattaneo, ritenendo diffamatorio un mio articolo in cui deridevo gli elevati premi di risultato elargiti dal Comune a due dirigenti comunali indagati. Quell’articolo – una corrispondenza da Bananopoli – si concludeva con la parafrasi di alcune frasi celebri di Mario Puzo.
Curiosamente, il Gip dello stesso Tribunale due anni prima ha ritenuto di archiviare ben quattro querele – di Alessandro Cattaneo, Dante Labate, Luigi Greco e Giuseppe Neri detto Pino – relative a un volantino in cui, ben di peggio, ho fatto i nomi e i cognomi di chi aveva reso la pubblica amministrazione pavese permeabile alla penetrazione di mafiosi del calibro di Pino Neri, l’ex capo-reggente della ‘Ndrangheta lombarda e sponsor elettorale del giovane Sindaco (nel 2009 Neri era fresco reduce da 9 anni di reclusione per narcotraffico; oggi sconta una seconda condanna a 18 anni per associazione mafiosa).
Altrettanto curiosamente, Cattaneo sporge querela «in qualità di Sindaco pro tempore e rappresentante legale del Comune di Pavia». Ma nel Decreto di citazione a giudizio si legge che il querelante non è il Sindaco ma lo stesso Cattaneo come persona fisica («evidenziata la parte offesa in: Cattaneo Alessandro, nato a Rho…», scrive il distrattissimo Pm Roberto Valli). La differenza non è da poco: poiché Cattaneo inoltra la querela non a titolo personale ma «nella qualità di legale rappresentante pro tempore della persona offesa» (il Comune di Pavia), questo Decreto era ed è da ritenersi nullo.
Va pure rilevato che all’Atto di querela non viene allegata l’obbligatoria delibera di Giunta che l’autorizza, e già questa mancanza poteva bastare a invalidarlo (come si legge nello Statuto del Comune di Pavia, ignorato da Cattaneo e dai giudici pavesi, «La Giunta autorizza il Sindaco a stare in giudizio», art. 22 comma “i” , e il Sindaco «rappresenta in giudizio l’Amministrazione comunale, previa deliberazione della Giunta municipale», art. 23 comma “h”).
Ma ancora più curiosamente, il 10 luglio 2015, nella sua prima udienza la giudice D’Addea ha affermato che la diffamazione è indubbia, come se anziché giudice fosse la parte civile o il pubblico ministero. Per la precisione, secondo D’Addea «non vi è dubbio che il reato per cui si procede oltre che offendere l’onore e il decoro del Comune di Pavia […] può ledere gli interessi anche di terzi», ritenendo offesa e danneggiata «anche la persona di Alessandro Cattaneo» (Verbale di udienza 10 luglio 2015, p. 10). Il più che compianto avvocato Franco Maurici (era purtroppo per l’ultima volta in un’aula di tribunale; morirà due mesi dopo) si è girato sussurrandomi: «incredibile, questo giudice ha già emesso la sentenza».
Di questo ed altro si tornerà a parlare in sede d’appello, vale a dire in “campo neutro”. Al momento, e laconicamente, non resta che prendere atto che chi ha più volte pasteggiato al desco dell’ex capo della ‘Ndrangheta lombarda… chiuso due occhi su due sul sacco della città… finto di non sapere e di non vedere le ruberie in Asm (la società multiservizi controllata al 95,7 per cento dal Comune di Pavia; ruberie per quasi due milioni di euro) ora siede in Parlamento; chi invece tutto questo lo ha denunciato ora viene condannato.
Insomma, a Pavia sembrano di nuovo prevalere gli “intoccabili” come già una decina d’anni prima, quando il Tribunale pavese era stato paragonato dall’ex Sindaco Elio Veltri al “porto delle nebbie” del Palazzo di Giustizia romano, là dove tutto veniva insabbiato. Quelle di Veltri nel settembre 2008 in Consiglio comunale sono parole pesanti ma, indiscutibilmente, a quel tempo qualcuno aveva abbassato la guardia favorendo, sia pure inconsapevolmente, gli affari illeciti e alimentando il già diffuso senso d’impunità.
Dato il clima, forse non è per caso se la notizia dell’operazione antimafia Crimine-Infinito (e degli arresti di Carlo Chiriaco, Francesco Bertucca e Pino Neri su ordine della Procura milanese antimafia) in piazza del Tribunale a Pavia è arrivata solo il 12 luglio 2010, la tarda sera prima.

Come è immaginabile, dopo la sentenza di primo grado che mi condanna, al Cattaneo non resta che gloriarsene ma facendola, nel gioire, fuori dal vasino: in una sua dichiarazione ad un free-press locale si legge infatti che «questa sentenza mette finalmente ordine in una serie di tristi vicende…»
E quali sarebbero le tristi vicende? Quel suo triste indugiare al desco del narcotrafficante Pino Neri, da poco uscito di galera?
Quel suo circondarsi di tristi amici degli amici come Carlo Chiriaco, condannato a 13 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa?
O l’avere intorno tristissimi amici degli amici, come il presidente della Commissione comunale Territorio (e socio in affari di Neri) Dante Labate o come l’assessore ai Lavori pubblici (e socio in affari di Chiriaco) Luigi Greco?
Ma forse l’ex Sindaco allude al triste tentativo mafioso di penetrare la sfera pubblica pavese, a quell’intendimento fermato dai magistrati antimafia milanesi e non da lui, che al contrario li ha benevolmente accolti tutti quanti prima tra i suoi candidati, poi tra i consiglieri e gli assessori (come recitano le motivazioni di condanna al processo “Crimine-Infinito”).
Niente, nell’intervista non c’è nulla di tutto questo, nessuna autocritica. Leggetela, e vedrete Alessandro Cattaneo condensare il suo svettante nanismo nel dire che «qualcuno ha deciso di fare politica utilizzando il fango. Una stagione buia e triste e un modo di fare politica che però» lui stesso decreta «sconfitto due volte: dalla sentenza di un giudice e dall’elettorato» (“Il Settimanale pavese”, 24 maggio 2018, p. 7). Come se una tale circoscritta sentenza favorevole, per quanto strombazzata a più non posso, potesse in un battito d’ali cancellare la marea montante delle schifezze di cui la sua Amministrazione si è resa triste protagonista per cinque anni: la pagina più buia – quella sì – della recente storia cittadina, la più ammorbata da mafie, corruttele, scandali e ruberie peraltro nemmeno lambiti da certa stampa locale, la più naturalmente infingarda e baciapile, la più incline a non disturbare gli inserzionisti e i loro referenti politici tacendone le malefatte, se non a babbo morto, quando sono ormai argomento di cronaca giudiziaria.
Ripercorro tutto questo nella mia Memoria difensiva: le fonti sono i documenti dell’indagine Crimine-Infinito e le motivazioni dei vari gradi di giudizio di questo fondamentale processo antimafia (che ha visto condannare Carlo Chiriaco e Giuseppe Neri detto Pino o Pinuccio) nonché la cospicua documentazione sui principali scandali urbanistici cittadini, denunciati pubblicamente e in sede giudiziaria proprio dagli «infangatori» di cui parla Cattaneo. Fra l’altro, l’ex Sindaco non fa che ripetere ciò che prima di lui hanno detto i mafiosi condannati e i loro lacché tuttora a piede libero, assieme a taluni fiduciari comunali a libro paga dei cementificatori paladini dell’urbanistica creativa.

L’ultima battaglia di Franco

1 maggio 2018 by

4 dicembre 20012. Nel silenzio assordante degli altri media, dal blog “Direfarebaciare” e dal settimanale “Il Lunedì”, in solitudine, si dava notizia di un nuovo incredibile illecito urbanistico all’orizzonte: la Giunta municipale di Pavia guidata dall’amico degli amici costruttori Alessandro Cattaneo aveva dato il via libera alla edificazione di due palazzine nelle ortaglie dell’antico convento di Santa Clara, nel centro storico cittadino. All’epoca, costruttori, dirigenti comunali e pubblici amministratori erano, chi più chi meno, tutti quanti nel mirino della Procura o per reati di mafia o per altro, e quindi bastò denunciare pubblicamente l’accaduto per creare motivato allarme in Giunta, dirigenti e cementificatori.
Quella è stata l’ultima battaglia dell’avvocato Franco Maurici, nemmeno citato ieri dai giornali. «Contano i fatti», direbbe il più che compianto avvocato. Sì, contano i fatti, e nei fatti sottraemmo il complesso monastico di Santa Clara dalle mani e dal portafoglio degli speculatori. Si rilegga allora qui ciò che non avete trovato ieri sul quotidiano locale. Lo dobbiamo almeno a Franco. (G. G.)

https://sconfinamento.wordpress.com/2012/12/04/vogliono-cementificare-un-parco-storico/

Renzi è una merda

27 aprile 2018 by

Il Partito democratico è tenuto per le palle da un manipolo di faccendieri fiorentini più attenti al loro tornaconto (chissà se solo politico) che all’interesse del Paese. In una fase così delicata e di passaggio, a pseudosinistra ci sono apprendisti fregoni che scelleratamente vedrebbero volentieri un governo M5S-Lega, tale da spostare a ultradestra entro un paio d’anni l’asse politico nazionale. Si legga allora il bell’articolo di Gianfranco Pasquino pubblicato oggi sui quotidiani locali del gruppo l’Espresso. Dice Pasquino: «Usando una metafora cara a Renzi, mentre le Cinque Stelle entrano in campo, lui, che il giorno della sua brutta sconfitta elettorale, aveva portato via il pallone, fa sapere direttamente e indirettamente che non ha intenzione di restituirlo consentendo che la partita cominci. Soltanto un voto a lui contrario della Direzione lo costringerà alla restituzione del pallone e a entrare in campo».

Un bivio democratico. Aprire o affossare tutto di Gianfranco Pasquino

Quattro giorni: tanto è durato il mandato esplorativo di Roberto Fico. Nella storia repubblicana quello più lungo resta quello di Giovanni Spadolini nel 1989, durato 21 giorni e capace di produrre il governo Andreotti VI. Tolta la pausa di riflessione del presidente Mattarella, l’esplorazione delle forze politiche affidata prima alla presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati (18-20 aprile) e poi a Roberto Fico (23-26 aprile) è durata in tutto sette giorni. In precedenza erano stati sette i mandati esplorativi conferiti dal Quirinale: quattro a presidenti del Senato (Merzagora, 1957; Fanfani, 1986; Spadolini, 1989; Marini, 2008) e tre a presidenti della Camera (Leone, 1960; Pertini, 1968, Iotti, 1987). L’esplorazione del Presidente della Camera Roberto Fico (Cinque Stelle) si è conclusa positivamente. Le Cinque Stelle confermano che è loro intenzione aprire un confronto programmatico con il Partito democratico. Dal canto suo, il segretario reggente del Pd Maurizio Martina si dichiara disponibile a verificare se anche nel suo partito esiste una maggioranza a favore dell’inizio del confronto. Toccherà alla Direzione del Partito convocata per giovedì 3 maggio esprimersi, non sul se fare o no un governo con le Cinque Stelle, ma sull’apertura del confronto programmatico. Le prime mosse del due volte ex-segretario del Pd Matteo Renzi e dei suoi sostenitori sembrano essere pregiudizialmente ostili a qualsiasi inizio di confronto. In maniera irrituale, ma rivelatrice del suo personale no procedurale, Matteo Renzi ha fatto una specie di sondaggio “intervistando” i passanti in una piazza di Firenze. Dal canto loro, certamente con l’approvazione, se non anche con l’incoraggiamento dello stesso Renzi, numerosi parlamentari da lui nominati/e hanno inondato la rete esprimendo il loro dissenso con l’hashtag #Senzadime. Usando una metafora cara a Renzi, mentre le Cinque Stelle entrano in campo, lui, che il giorno della sua brutta sconfitta elettorale, aveva portato via il pallone, fa sapere direttamente e indirettamente che non ha intenzione di restituirlo consentendo che la partita cominci. Soltanto un voto a lui contrario della Direzione lo costringerà alla restituzione del pallone e a entrare in campo. I commentatori che s’impegnano in raffinati conteggi sono giunti alla conclusione preliminare che gli “aperturisti” del Pd non hanno attualmente la maggioranza. Qualcosa può cambiare in una settimana soprattutto se il segretario reggente e coloro che pensano che un partito che si chiama democratico ha una responsabilità nazionale riescono chiarire agli iscritti, ai simpatizzanti e agli elettori del Pd che il passo da compiere non consiste nella formazione di un governo con il Movimento Cinque Stelle, per di più a guida di Di Maio, ma nell’individuazione di eventuali convergenze fra i programmi delle Cinque Stelle e del Partito democratico. Per uscire dall’ambiguità e per recuperare il senso delle regole in base alle quali funzionano le democrazie parlamentari, coloro che ritengono utile la trattativa debbono, anzitutto, sottolineare che il Movimento Cinque Stelle è un interlocutore legittimo, già riconosciuto come tale dal Presidente della Repubblica. Non si deve ostracizzare a prescindere un attore politico-parlamentare che rappresenta un terzo degli elettori italiani. In secondo luogo, pur nella consapevolezza che gli elettori italiani lo hanno, per una molteplicità di motivazioni, punito, il Pd non deve rinunciare a rappresentare le loro preferenze e i loro interessi e, certo, lo potrà fare meglio se troverà il modo di influenzare il programma del prossimo governo. Terzo, gli oppositori di qualsiasi inizio di confronto enfatizzano siderali distanze programmatiche, persino sulla stessa concezione di democrazia (non oggetto della trattativa di governo che, comunque, si svolge nel quadro della democrazia parlamentare), ma senza confronto nessuna di quelle distanze potrà mai essere misurata convincentemente. Sembra che sulle priorità delle Cinque Stelle e del Pd, le distanze siano a ogni buon conto meno significative di quelle fra Cinque Stelle e Salvini (o centro-destra nella sua interezza), ad esempio, sul reddito di cittadinanza/di inclusione o lotta alla povertà e sull’Europa. Ne sapremo di più, tutti, compresi i due interlocutori, se il confronto comincerà. Prematuro è parlare di Presidente del Consiglio e di ministri anche perché la nomina del primo spetta al Presidente della Repubblica il quale ha anche il potere costituzionale di accettare o respingere i secondi. Nel bene e nel male, la Direzione del Pd ha la grande responsabilità di scegliere se aprire o affossare un vero confronto programmatico e politico.

Ferrante segretario subito

19 marzo 2018 by

Un estratto dell’intervento di Nicholas Ferrante, vent’anni di Avellino, l’altro ieri al Nazareno. Ferrante ha preso la prima tessera del Partito democratico a 17 anni.

“In Irpinia viviamo una situazione in cui un padre non paga le bollette per mandare il figlio all’università. E il figlio, poi, appena laureato deve accettare un lavoro gratuito, perché quello che conta oggi non è un lavoro retribuito o un diritto in più, ma aggiungere qualche riga al curriculum. Questo non è qualcosa di sinistra, ma è questo che noi in questi anni come Pd abbiamo avallato”. Ma non è tutto: “Noi nel M5s troviamo la bandiera dell’onestà, della moralità, del rispetto dell’altro e la democrazia diretta: questi erano nostri temi ma siamo stati in grado di far prendere a loro tutto questo. Dobbiamo parlare di questione morale, democrazia dei beni comuni, acqua pubblica e rispettare la sovranità popolare sui referendum del 2011 – è una cosa di sinistra – e poi diritti e lavoro”. Infine Ferrante racconta cosa ha fatto la mattina del 5 marzo, quella successiva al voto che ha sancito la sconfitta del Pd alle elezioni: “Sono andato in una scuola a parlare coi ragazzi su invito di una mia professoressa del liceo ed è venuto fuori un quadro terrificante: noi non parliamo più alle giovani generazioni. Non ho saputo rispondere a ragazzi di tre anni più piccoli di me, quando mi hanno chiesto: “Come posso partecipare alla vita del Pd?”. Cosa dovevo rispondere? Di andare a prostrarsi davanti a un signore delle tessere? È stato il momento più difficile. Ho alzato le mani e ho detto: “Non ti so rispondere”. Dobbiamo ripartire dal basso, scusandoci con gli elettori di centrosinistra che hanno votato il M5s: dobbiamo tornare a intercettarli e non dire che loro non ci hanno capito. Loro erano più avanti di noi e i risultati lo dimostrano”.

Il ricatto

7 marzo 2018 by

di Gianfranco Pasquino

Il ricatto arrogante delle dimissioni sospese. «Renzi agisce come quei bambini che, avendo perso, non vogliono giocare più e scappano portando via il pallone»

Nelle democrazie parlamentari si contano i seggi in Parlamento. Si valutano le convergenze programmatiche, si mette insieme una maggioranza in grado di durare e di fare e s’individua la personalità giusta per guidarla. I gruppi parlamentari hanno, tutti, nessuno escluso, il compito di rappresentare almeno i loro elettori e, nella misura in cui lo desiderano e lo sanno fare, di rappresentare la nazione. Chiamarsi fuori, per di più preventivamente, è un sicuro atto di codardia politica, in qualche caso anche di arroganza egoistica. Le dimissioni annunciate, ma non date, da Renzi configurano esattamente la fattispecie della sua rinuncia trasferita anche sul suo, non sappiamo ancora per quanto, partito a «concorrere a determinare la politica nazionale» (sono le parole dell’articolo 49 della Costituzione). Dopo una sconfitta politica, è dissennato pensare che il Pd potrà contare e meno che “governare” dall’opposizione. Non ci riuscirono i comunisti, molto più compatti e disciplinati e molto meglio preparati dei parlamentari del Partito democratico. Renzi ha annunciato di volere rimanere in carica non per dare un contributo, per lui sicuramente quasi impossibile, alla ricostruzione del partito, al quale non ha mai, in verità, dato significativa attenzione, ma per impedire qualsiasi partecipazione dei gruppi parlamentari del Pd alla formazione di una maggioranza di governo. Tenendo conto di tutte le differenze, che sono grandi, fra i due casi: Renzi non è Schulz, Di Maio non è Angela Merkel, il Pd non è minimamente la Spd e il Movimento Cinque Stelle non è la Cdu/Csu, anche se ha ottenuto un consenso elettorale comparabile, preso atto che nel Bundestag non c’era maggioranza operativa diversa da quella della (un po’ meno) Grande Coalizione, socialdemocratici e democristiani hanno negoziato tutti i punti programmatici e, in parte, persino, tanto inevitabilmente quanto correttamente, le cariche, vale a dire i ministri responsabili di tradurre quei punti in politiche pubbliche. Poi gli iscritti alla Spd sono stati chiamati a decidere. Nessuno dei socialdemocratici si oppose ai negoziati. Un terzo degli iscritti ha poi espresso un voto negativo finendo, però, accettare disciplinatamente la sconfitta e, poi, collaborare affinché la Grande Coalizione governi la Germania nel miglior modo possibile. Con le sue dimissioni a futura memoria Renzi sta praticamente ricattando il suo partito. Si mette di traverso persino al tentativo di aprire un negoziato, di andare a vedere le carte degli altri, in questo caso dei Cinque Stelle che sono quelli che hanno le carte in mano e le daranno. Per dirla con le sue metafore, Renzi agisce come quei bambini che, avendo perso, non vogliono giocare più e scappano portando via il pallone. Renzi ha perso alla grande, ma il pallone non è suo. Decideranno i parlamentari del Pd se continuare a giocare oppure no. Potrebbero decidere di andare a vedere le carte, di negoziare i punti programmatici, di portare l’esito agli iscritti. Nutro una notevole perplessità su una consultazione aperta, molto impropriamente definibile come primaria, poiché credo che debbano assolutamente essere gli iscritti a decidere i comportamenti e il futuro del “loro” partito. Come Renzi lo ha preannunciato, il suo comportamento si configura, da un lato, come integralmente partitocratico: il segretario del partito detta e impone la linea ai gruppi parlamentari. Dall’altro lato, è deprecabilmente antiparlamentare negando qualsiasi autonomia di discussione, di valutazione, di decisione a deputati e senatori eletti dal popolo (questa è la parola giusta). Vero è che, a causa della legge Rosato, quegli eletti li ha praticamente scelti tutti lui, ma, una volta entrati in parlamento, tutti loro hanno il dovere costituzionale di rappresentare la nazione e di farlo “senza vincolo di mandato”. Qualsiasi altro comportamento, a partire dal ricatto delle dimissioni a orologeria, è nocivo al parlamento, all’Italia e allo stesso Pd.

“La Provincia Pavese”, 7 marzo 2018

Cinquestelle

6 marzo 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Ma siamo poi sicuri che alle “politiche” 2018 ha vinto il centrodestra? Perde il Pd; perde Forza Italia; Salvini raddoppia, ma a spese di Berlusconi. E vincono i Cinquestelle, brandendo reddito di cittadinanza, difesa del territorio, più Stato e meno privato per istruzione e sanità, il tutto entro l’orizzonte di una più equa redistribuzione delle risorse (sono in prevalenza valori della sinistra). Il Partito democratico perde al Sud e nelle periferie (2 milioni e mezzo di voti in meno rispetto al 2013). E quell’aizzare i cani contro i grillini traditori per non aver puntualmente restituito una quota dello stipendio, è semmai servito a rendere noto l’avvenuto versamento da parte degli altri, legittimandoli. Schematizzando:

– I Cinquestelle sfondano grazie al voto che fino a ieri ha premiato il Pd (e Grillo e Di Maio rottamano così il renzismo);

– la Lega vince piluccando da Forza Italia (e Salvini rottama il berlusconismo).

Ora il Pd ha un problema: con le buone o con le cattive dovrà cacciare Renzi, ora subito adesso! E a centrodestra un problema ce l’hanno Salvini e ciò che rimane di Forza Italia, problema serio: quello di trovare almeno 40 deputati “responsabili” ovvero comprabili: ne bastassero una decina l’operazione parrebbe fattibile, ma 40 voltagabbana sembrano fuori budget anche per Paperon de Berlusconi.
Anche i Cinquestelle hanno un problema, risolvibile: quello di un accordo politico o quanto meno di programma con un nuovo Pd senza Renzi, coinvolgendo al tempo stesso Liberi e uguali, così da mettere a frutto il mandato del suo “nuovo” elettorato: un governo di centrosinistra, con il Pd al centro e i Cinquestelle a “sinistra”. Sono categorie vecchie e superate, eh grillini, ma è solo per capirci. E questo parrebbe il più serio e stabile dei governi oggi possibili.
Ne sembra convenire il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che medita un incarico a Di Maio con il Pd chiamato a funzioni di garante dei cosiddetti poteri forti nazionali ed europei.
E nel Partito democratico ne conviene il presidente della Regione Piemonte Chiamparino – colui che ha salvato il partito a Torino, mantenendosi in civile dialogo se non in serrata collaborazione col sindaco pentastellato Appendino – che ora si candida alla segreteria Pd, forse prefigurando analoghi intenti. E pare convenirne lo stesso Gentiloni, shoccato dall’esito della tornata elettorale e più ancora dalla reazione dei suo segretario politico finto-dimissionario, ovvero quel tale che, dando inquietanti segni di disordine mentale (peraltro evidenti da tempo), ha invitato i Cinquestelle a fare comunella con la Lega, dimostrando un senso dello Stato pari a zero.

Vi odio, cari poliziotti

4 marzo 2018 by

Pasolini, il Sessantotto e una «brutta poesia»
di Giovanni Giovannetti

Pier Paolo Pasolini era nato a Bologna il 5 marzo 1922, e dunque oggi cadrebbe il suo novantaseiesimo compleanno. Ma a cinquant’anni dal Sessantotto siamo anche dentro a quest’altro anniversario; e ne ricorre un terzo, correlato a quest’ultimo: l’anniversario degli scontri tra studenti e polizia a Valle Giulia il 1° marzo 1968, quelli presi di mira da Pasolini nella sua tanto citata quanto equivoca ed equivocata poesia Il Pci ai giovani!!, da lui stesso definita «brutta».
A quel tempo per una parte del Pci gli studenti che scendono in piazza altro non sono che «un rigurgito di infantilismo estremista e di vecchie posizioni anarchiche». Lo scrive Giorgio Amendola, in un duro attacco agli studenti dopo gli scontri romani con la polizia del 1° marzo 1968, (Necessità della lotta sui due fronti, “Rinascita”, 7 giugno 1968). Nel rincarare la dose, il migliorista Amendola scrive che «Bisogna notare una nostra debolezza nel condurre una lotta coerente contro le posizioni estremiste e anarchiche affiorate nel movimento studentesco, e di qui diffuse anche in certi settori del movimento operaio. In realtà tutto il nostro fronte di sinistra è restato a lungo scoperto, per il modo debole e incoerente con il quale viene condotta la lotta sui due fronti. Ora la lotta sui due fronti è una necessità permanente del movimento comunista. La lotta contro l’opportunismo socialdemocratico è efficace se essa viene accompagnata da un’azione coerente contro il settarismo, lo schematismo e l’estremismo». Non pago, Amendola accusa il movimento studentesco di manifestare posizioni antisovietiche: «Ora v’è un tratto che lega le varie posizioni estremiste ed anarchiche: ed è, più che la critica, che a volte può essere doverosa, la polemica astiosa e calunniosa antisovietica. Quando a Pechino la manifestazione dei giovani in solidarietà con gli studenti francesi si muove dietro uno striscione nel quale si dichiara la volontà di lottare “contro gli Stati Uniti e contro l’Unione Sovietica”, ebbene si compie un’azione assurda, e noi non possiamo permettere che senza una nostra resistenza simili calunnie penetrino nel movimento giovanile, circolino fra i lavoratori, creino nuovi motivi di confusione e di divisione». Questa presa di posizione verrà ritenuta incauta – bontà sua – dal segretario comunista Luigi Longo, apparentemente incline al «dialogo».

Quel giorno a Valle Giulia studenti di destra e di sinistra insieme danno scacco alle forze dell’ordine («…non siam scappati più», canta Paolo Pietrangeli in Valle Giulia, inno del Sessantotto). Insomma, si assiste a una rivolta generazionale apparentemente estranea alla dicotomia fascismo-antifascismo tanto cara ai partiti. E infatti il primo a intervenire sarà il missino Giorgio Almirante, subito accorso in Università col suo servizio d’ordine a mettere in riga gli studenti di destra, minacciandoli e sconfessandoli; il secondo è Pasolini, con il controverso testo poetico Il Pci ai giovani!!, destinato a “Nuovi argomenti” e pubblicato in estratto da “l’Espresso” il 16 giugno 1968 col titolo Vi odio, cari studenti. Ne fuoriesce una lettura fuorviante sin dal titolo, sostenuta dai versi in cui Pasolini sembra schierarsi con i poliziotti («Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti, / io simpatizzavo coi poliziotti»). Tutto questo pare assai curioso se a scrivere è la penna del poeta più inquisito del momento, colui che qualche verso più avanti si dice «ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia». Leggiamo allora Il Pci ai giovani!! per intero:

Mi dispiace. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, cari.
Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:
peggio per voi.
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
goliardico) il culo. Io no, cari.
Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli; la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, cari. Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
si tratta di una lotta intestina.
Per chi, intellettuale o operaio,
è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente la idea
che un giovane borghese riempia di botte un vecchio
borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera
un giovane borghese. Blandamente
i tempi di Hitler ritornano: la borghesia
ama punirsi con le sue proprie mani.
Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli
che operano a Trento o a Torino,
a Pavia o a Pisa, /a Firenze e un po’ anche a Roma,
ma devo dire: il movimento studentesco (?)
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.
Questo, cari figli, sapete.
E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
al potere.
Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre
sulla presa di potere.
Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,
nei vostri pallori snobismi disperati,
nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,
nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo
(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia
infima, o da qualche famiglia operaia
questi difetti hanno qualche nobiltà:
conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)
Riformisti!
Reificatori!
Occupate le università
ma dite che la stessa idea venga
a dei giovani operai.
E allora: Corriere della Sera e Stampa, Newsweek e Monde
avranno tanta sollecitudine
nel cercar di comprendere i loro problemi?
La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte
dentro una fabbrica occupata?
Ma, soprattutto, come potrebbe concedersi
un giovane operaio di occupare una fabbrica
senza morire di fame dopo tre giorni?
e andate a occupare le università, cari figli,
ma date metà dei vostri emolumenti paterni sia pur scarsi
a dei giovani operai perché possano occupare,
insieme a voi, le loro fabbriche. Mi dispiace.
È un suggerimento banale;
e ricattatorio. Ma soprattutto inutile:
perché voi siete borghesi
e quindi anticomunisti. Gli operai, loro,
sono rimasti al 1950 e più indietro.
Un’idea archeologica come quella della Resistenza
(che andava contestata venti anni fa,
e peggio per voi se non eravate ancora nati)
alligna ancora nei petti popolari, in periferia.
Sarà che gli operai non parlano né il francese né l’inglese,
e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula,
si è dato da fare per imparare un po’ di russo.
Smettetela di pensare ai vostri diritti,
smettetela di chiedere il potere.
Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti,
a bandire dalla sua anima, una volta per sempre,
l’idea del potere.
Se il Gran Lama sa di essere il Gran Lama
vuol dire che non è il Gran Lama (Artaud):
quindi, i Maestri
– che sapranno sempre di essere Maestri –
non saranno mai Maestri: né Gui né voi
riuscirete mai a fare dei Maestri.
I Maestri si fanno occupando le Fabbriche
non le università: i vostri adulatori (anche Comunisti)
non vi dicono la banale verità: che siete una nuova
specie idealista di qualunquisti: come i vostri padri,
come i vostri padri, ancora, cari! Ecco,
gli Americani, vostri odorabili coetanei,
coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando,
loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario!
Se lo inventano giorno per giorno!
Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno:
potreste ignorarlo?
Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione
del Times e del Tempo).
Lo ignorate andando, con moralismo provinciale,
“più a sinistra”. Strano,
abbandonando il linguaggio rivoluzionario
del povero, vecchio, togliattiano, ufficiale
Partito Comunista,
ne avete adottato una variante ereticale
ma sulla base del più basso idioma referenziale
dei sociologi senza ideologia.
Così parlando,
chiedete tutto a parole,
mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
una serie di improrogabili riforme
l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!
Che la buona stella della borghesia vi assista!
Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti
della polizia costretti dalla povertà a essere servi,
e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica
borghese (con cui voi vi comportate come donne
non innamorate, che ignorano e maltrattano
lo spasimante ricco)
mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso
per combattere contro i vostri padri:
ossia il comunismo.
Spero che l’abbiate capito
che fare del puritanesimo
è un modo per impedirsi
la noia di un’azione rivoluzionaria vera.
Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni!
Andate a invadere Cellule!
andate ad occupare gli usci
del Comitato Centrale: Andate, andate
ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!
Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere
di un Partito che è tuttavia all’opposizione
(anche se malconcio, per la presenza di signori
in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
borghesi coetanei dei vostri schifosi papà)
ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.
Che esso si decide a distruggere, intanto,
ciò che un borghese ha in sé,
dubito molto, anche col vostro apporto,
se, come dicevo, buona razza non mente…
Ad ogni modo: il Pci ai giovani, ostia!
Ma, ahi, cosa vi sto suggerendo? Cosa vi sto
consigliando? A cosa vi sto sospingendo?
Mi pento, mi pento!
Ho perso la strada che porta al minor male,
che Dio mi maledica. Non ascoltatemi.
Ahi, ahi, ahi,
ricattato ricattatore,
davo fiato alle trombe del buon senso.
Ma, mi son fermato in tempo,
salvando insieme,
il dualismo fanatico e l’ambiguità…
Ma son giunto sull’orlo della vergogna.
Oh Dio! che debba prendere in considerazione
l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?

Questi versi finali inducono a riconsiderare il senso dell’intero componimento; e ve ne sono altri in cui Pasolini invita provocatoriamente i giovani a impadronirsi del Pci: «Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni! / Andate a invadere Cellule! / andate ad occupare gli usci / del Comitato Centrale: andate, andate / ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure! / Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere / di un Partito che è tuttavia all’opposizione».
Sì, c’è una nuova idea di “rivoluzione” libertaria progressiva più attenta ai francofortesi che non al marxismo dottrinario in crisi; un salutare ripensamento che attraversa il movimento giovanile e la Nuova sinistra italiana, riverberato da riviste come “Quaderni rossi”, “Ombre rosse”, “Quaderni piacentini”, “Nuovo impegno” e altre ancora. Ma questo proposito il Pci non sembra intenzionato a mutuarlo, percependolo semmai come minaccia in anni di crisi referenziale del più importante partito di massa della sinistra italiana; un partito sempre più attratto dalla prospettiva di una Große Koalition con la Dc.
Certo, se presi alla lettera isolandoli dal contesto, alcuni versi de Il Pci ai giovani!! possono apparire ambivalenti: ad esempio, Franco Fortini vi legge un attacco al movimento studentesco e accuserà Pasolini di ambire alla carica di «fiduciario lirico» del Pci; glielo dirà di persona, interrompendo seduta stante ogni rapporto con lui.
Nel commentare su “L’Espresso” il 16 giugno 1968 questo suo componimento, Pasolini prova allora a precisare «che questi brutti versi, e cioè non chiari, io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti “sdoppiati” cioè ironici e autoironici. Tutto è detto tra virgolette. Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una captatio malevolentiae: le virgolette sono perciò quelle della provocazione». L’unico brano non provocatorio, riferisce Pasolini, «è quello parentetico finale. Qui sì pongo, sia pure attraverso lo schermo ironico e amaro (non potevo convertire di colpo il démone che mi ha frequentato, subito dopo la battaglia di Valle Giulia – e insisto sulla cronologia anche per i non filologi), un problema “vero”: nel futuro si colloca un dilemma: guerra civile o rivoluzione?» E ancora: «la borghesia sta trionfando, sta rendendo borghesi gli operai, da una parte, e i contadini ex coloniali, dall’altra», scrive: insomma, «attraverso il neo-capitalismo la borghesia sta per diventare la società stessa, sta per coincidere con la storia del mondo». Detta così, come non convenirne.
Tornerà altre volte sull’argomento; in particolare, lo farà il 17 maggio 1969 nella sua rubrica Il Caos, sul “Tempo illustrato”:

Proprio un anno fa ho scritto una poesia sugli studenti, che la massa degli studenti, innocentemente, ha “ricevuto” come si riceve un prodotto di massa: cioè alienandolo dalla sua natura, attraverso la più elementare semplificazione. Infatti quei miei versi, che avevo scritto per una rivista “per pochi”, “Nuovi Argomenti”, erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, “L’Espresso” (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan (Vi odio, cari studenti) che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. Potrei analizzare a uno a uno quei versi nella loro oggettiva trasformazione da ciò che erano (per “Nuovi Argomenti”) a ciò che sono divenuti attraverso un medium di massa (“L’Espresso”). Mi limiterò a una nota per quel che riguarda il passo sui poliziotti. Nella mia poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma […]; nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l’attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescio, in quanto il potere oltre che additare all’odio razziale i poveri – gli spossessati del mondo – ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un’altra specie di odio razziale; le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come “ghetti” particolari, in cui la “qualità di vita” è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università.

Ma per quanto Pasolini argomenti, «ormai la frittata era fatta». Come scrive Wu Ming 1 in un commento a quei versi (La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia, “Internazionale”, 29 ottobre 2015), la frittata «sarebbe rimasta a fumigare in padella per i quarant’anni e passa a venire, per la gioia di “postfascisti”, ciellini, sindacati gialli, teste da talk-show, scrittori tuttologi esternazionisti, commentatori pavloviani». E tuttora, «ogni volta che si manifesta il conflitto sociale e la polizia interviene a reprimerlo riparte, come lo ha chiamato un cattivo maestro, “l’infame mantra” su Pasolini che stava con la polizia e i manganelli. Con quel mantra si è giustificato ogni ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine. Bastonate, candelotti sparati in faccia, gas tossici, l’uccisione di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz di Genova, la solidarietà di corpo agli assassini di Federico Aldrovandi eccetera. Periodicamente, frasi decontestualizzate sui manifestanti “figli di papà” e i poliziotti proletari sono usate contro precari, sfrattati o popolazioni che si oppongono alla devastazione del proprio territorio».

Ciao Clemente

26 febbraio 2018 by

Di te ricorderò la narrazione di quel ragazzo sedicenne antifascista e comunista che eri, il racconto della parte che hai avuto, con Guido Gnocchi, nel rapimento del primario pavese di ginecologia. La questione era seria: nell’Oltrepo montano si dovevano accudire le ragazze stuprate dai mongoli della divisione Turkestan, gli ex prigionieri di guerra russi la cui ferocia era leggendaria.
Nel 1956 quel ragazzo uscirà dal Pci dopo i fatti di Ungheria (rientrerà nel 1964), diverrà l’avvocato della locale Camera del lavoro, scriverà libri di storia come Le origini del Pci nel Pavese (1969), splendidi romanzi e racconti come Il buon partito (1990) e monografie come quella sul comunista mortarese Carlo Lombardi, il partigiano “Remo” (quasi vent’anni passati nelle galere fasciste e poi commissario politico della brigata partigiana “Capettini”) o Un comunista degli anni ’50, dedicata all’operaio della Necchi Angelo Marinoni.
E tra i tuoi libri, uno lo porto davvero nel cuore: è Operai e contadini, sulla civiltà del lavoro e la storia economica e sociale del territorio pavese. Lo sfoglio: nelle fotografie che lo accompagnano rivedo nitidi momenti della nostra storia e sento l’eco di parole amiche: solidarietà, fratellanza, uguaglianza, democrazia, giustizia… A pagina 155 c’è Carlo Tacconi, un operaio licenziato nel 1953 per avere criticato padron Necchi su “La Squilla”, il quindicinale delle maestranze di fabbrica. A pagina 218 è ritratto Daniele Sacchi, mio compagno di classe alle medie, un giovane operaio licenziato nei primi anni Ottanta insieme alla madre e a un fratello dalla Körting in chiusura, poi falegname in proprio; Daniele è morto qualche anno fa. A pagina 239 rivedo mio padre che dalla Lucchesia emigrò prima in Svizzera, poi a Pavia: gli toccò il reparto solfuri alla Snia Viscosa, poi la fonderia alla Necchi, fino al pensionamento anticipato negli anni della crisi.
Compagni, amici e parenti che hanno fatto di noi quello che siamo.
Cosa ci resta oggi di quella dignità e di quei valori? E ai nostri figli? Per loro, il mercato del lavoro è andato frantumandosi nelle forme flessibili e subordinate agli umori del mercato che oggi ben conosciamo. Altro che funzione sociale dell’impresa, caro Clemente, altro che Repubblica nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro come diritto; altro che «diritto del lavoratore ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», come recita la nostra Costituzione disattesa: ora il lavoro è in somministrazione, salario d’ingresso, lavoro “in affitto”, gabbie salariali, ecc., senza più garanzie; e il lavoratore è diventato flessibile e “fedele” alla fabbrica: quel “comune sentire” non è più tra lavoratori solidali tra loro ma tra lavoratori e impresa: un senso di appartenenza o identificazione fondato sul ricatto, che non ammette fratture.
È andata così, caro Clemente, e la sconfitta brucia dentro. Un ultimo fraterno abbraccio. Tuo

Giovanni