Basta Pasolini

13 dicembre 2016 by

di Giovanni Giovannetti

Cosa sanno i ragazzi d’oggi del suo pensiero politico? Conoscono le sue ancora attuali requisitorie corsare e luterane sul divenire di questo nostro Paese?
Cosa sanno sui mandanti e gli esecutori materiali di piazza Fontana a Milano nel 1969 (17 morti e 88 feriti), di piazza della Loggia a Brescia nel 1974 (8 morti e 102 feriti), del treno Italicus nel 1974 (12 morti e 48 feriti), del Rapido 904 nel 1984 (16 morti e 267 feriti)? Cosa sanno della bomba alla stazione di Bologna nel 1980 (85 morti e 200 feriti)?
La risposta è oggi nelle carte processuali di valenti magistrati che, a partire dalle singole stragi, nonostante i depistaggi hanno saputo ipotizzare un unico disegno eversivo, collegando poi il livello operativo degli esecutori a quello organizzativo e strategico dei mandanti nelle istituzioni.
Davvero, a fronte di tutto questo, la sovranità appartiene al popolo, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione? Davvero tutti i partiti hanno sempre potuto concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, come leggiamo all’articolo 49? E l’ordinamento delle Forze armate? si è sempre informato allo spirito democratico della Repubblica, come vorrebbe l’articolo 52?

Sovranità limitata

Pasolini afferma di credere nella politica, nei princìpi “formali” della democrazia, nel Parlamento e nei partiti; e senza indugi attacca il nuovo Potere (con la maiuscola) dalla prima pagina del maggiore quotidiano della borghesia italiana, mostrandosi intuitivo giornalista d’inchiesta e valente politologo capace di vedere le profondità. Cosa può aver percepito o saputo sui burattinai massoni e di Stato che, frantumando ogni barriera tra politica e criminalità, in forma occulta hanno governato la drammatica stagione dello stragismo? lo scrive, anzi, lo grida in alcuni tra i suoi ultimi corrosivi articoli per il “Corriere della Sera”, e in particolare nell’ormai famoso articolo Cos’è questo golpe, quello che comincia con “Io so”:

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
(“Corriere della Sera”, 14 novembre 1974)

Tutto vero, tutto scritto nel 1974, ben prima che le tessere di questo orribile mosaico trovassero una loro collocazione giudiziaria. Per farsi un’idea sintetica della situazione, già allora poteva bastare Pasolini.
La politica di avvicinamento al Pci perseguita da Aldo Moro suscitava fiero allarme sia nei settori più reazionari dell’imprenditoria e dell’apparato statale sia nel partito armato Brigate rosse: una prospettiva che lo stesso Moro pagherà con la vita.
Ma, scrive il capo della P2 Licio Gelli nello Schema R (Schema di massima per un risanamento generale del Paese, dell’agosto 1975), «occorre fare presto» poiché «la formale accettazione della via parlamentare quale unico modo per giungere al potere» se collegata alla «grave crisi economica finanziaria in corso» e alla «conseguente esasperazione di conflitti politici e sociali» può favorire la crescita elettorale delle forze di sinistra, acquisendo elettori tra i ceti medi prima ostili, poiché «il Pci ha dimostrato di saper abbattere le barriere psicologiche e le preclusioni politiche» cristallizzate nell’accordo di Yalta del febbraio 1945. Anzi, per la P2 il voto alle Regionali del 15-16 giugno 1975 (con il 33,46 per cento, +5,60, il Pci aveva quasi raggiunto la Dc, scesa al 35,27, -2,46) già raffigura l’inquietante volontà o, meglio, il pericolo «di un reale e radicale rinnovamento»: un mutamento del senso comune misurabile anche con la vittoria dei “no” ovvero del “sì al divorzio” (nel referendum del 12 maggio 1974), nonostante Dc e Vaticano.
Occorre quindi fare presto, ma senza impaludamenti golpisti; pur presa in esame in ambito Nato, l’idea di un colpo di Stato venne infine scartata dagli inglesi del Western European Department (Wed) del Foreign Office, che la ritenevano avventurosa e controproducente. Lo si legge in questo loro documento:

Vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che una operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell’Occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il controllo sulla macchina del governo. Inoltre la pubblica opinione dei Paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all’interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell’iniziativa. […] Anche se l’intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica rimarrebbe instabile, rafforzando così l’influenza comunista e quella dell’Urss sul lungo periodo.
(Il golpe inglese, “la Repubblica”, 13 gennaio 2008)

Pareva al momento prematura anche «la possibile variante di una neoformazione di destra la quale permetta il recupero e lo scongelamento dei due milioni di voti moderati affluiti al Msi fra il 1971 e il 1972», scriverà Gelli in un suo Memorandum sulla situazione politica italiana (venne sequestrato a Maria Grazia Gelli nel luglio 1982) poiché «siffatta variante andrebbe fortemente colorita di antifascismo». Inutile qui sottolineare la simmetria con la nascita nel 1994 di Alleanza nazionale, il nuovo partito di destra guidato dal formattatore del Msi Gianfranco Fini. A rimorchio dell’ex delfino del fascistissimo Almirante troviamo Publio Fiori (tessera P2 n. 1878) e Gustavo Selva (tessera P2 1814).
E balza subito all’occhio anche l’analogia tra il piduista Piano di rinascita democratica (di caratura ben superiore alle approssimative analisi sociopolitiche dei documenti che lo precedono) e la realtà odierna: al capitolo Procedimenti (paragrafo 1d) la P2 fra l’altro invita a perorare la «nascita di due movimenti: l’uno sulla sinistra (a cavallo fra Psi-Psdi-Pri-Liberali di sinistra e Dc di sinistra), e l’altro sulla destra (a cavallo fra Dc conservatori, liberali e democratici della Destra nazionale)».
Occorre fare presto, e per Gelli «l’unica alternativa valida per la lotta al comunismo resta la Dc», il partito dei notabili e delle clientele che Pasolini vuole invece mandare a metaforico processo nei suoi dibattuti editoriali sul “Corriere della Sera”. Dunque occorre fare presto, poiché riorganizzare un partito che somma correnti più litigiose dei polli di Renzo è lavoro di anni e i Cosacchi, stando a Gelli, sono al confine.
Metafora o realtà? Che la tanto brandita invasione sovietica fosse da tempo un pretestuoso artificio lo conferma assai autorevolmente proprio il capo di Gladio generale Gerardo Serravalle: «lo scenario del Patto di Varsavia» osserva il generale, semmai «prevedeva l’apertura di sorpresa di profondi corridoi nel territorio della Germania federale» e dunque «sembra realistico pensare che l’Italia non potesse costituire obbiettivo strategico di una guerra limitata. Escludendo per puri motivi di buon senso un attacco da parte dell’Austria e della Jugoslavia, nelle valutazioni dello Stato Maggiore del Patto il nostro fronte era considerato secondario con obbiettivi del tutto sussidiari e sempre nel contesto di eventi bellici di respiro globale». Un’opinione condivisa dagli ambienti Nato. Nel suo libro Gladio (Edizioni Associate, 1991), Serravalle ricorda anche la scarsa attitudine delle forze armate sovietiche a muoversi combattendo in montagna, e dunque «il vero ostacolo non sarebbe stato di natura politica ma ambientale»: entrando dal Brennero o da Tarvisio, «le possibilità di manovra, con i carri uno dietro l’altro in fila» sarebbero state pressoché nulle. (pp. 64-65)

La piramide rovesciata

La penna che verga il Piano è forse di Francesco Cosentino (tessera P2 n. 1608), giovane segretario particolare di Enrico De Nicola dal 1946 al 1947, poi nominato segretario generale della Camera dei deputati. Per Roberto Calvi (banchiere legato da temerari rapporti con il bancarottiere Michele Sindona e il Vaticano, tessera P2 n. 1624), questo alto funzionario dello Stato era il numero due della Loggia P2: subito dopo Andreotti, prima di Ortolani e Gelli.
Cosentino lo si riconosce nelle fotografie scattate a Palazzo Giustiniani il 27 dicembre 1947: è quel giovane tra Alcide De Gasperi, Enrico De Nicola e Umberto Terracini alla solenne firma di quella Costituzione che il piduista Piano di Rinascita avrebbe voluto riscrivere. Quasi a dire, ha scritto Sandra Bonsanti, «che la Repubblica italiana nacque già insidiata dall’interno, da subito».
Comincia nel 1975 quella presa o pretesa del potere con altri mezzi e apparenze che vedrà capifila ancora uomini della P2, e fra loro Silvio Berlusconi, confratello dal 1978. Lo ha recentemente confermato Ezio Cartotto (ex fedelissimo del Cavaliere) retrodatando il progetto di Forza Italia proprio al 1975-76: «dopo l’eventuale golpe», racconta Cartotto, «il potere sarebbe passato nelle mani di un governo di transizione. Un esecutivo non interamente militare, ma con una forte presenza di generali. Sarebbero state varate le necessarie modifiche costituzionali. Dopodiché, dopo un paio d’anni, si sarebbe tornati alla democrazia» con la formazione di comitati, equivalenti ai Clubs berlusconiani del 1994 (Maria Elena Scandaliato e Andrea Sceresini, Cartotto: «nel 1976 Berlusconi aveva fondato i comitati “genitori” di Forza Italia», “Il Fatto Quotidiano”, 21 febbraio 2013). Della «necessità di costituire un nuovo assetto strutturale del partito articolato in clubs territoriali e settoriali», al solito ha già scritto Gelli nel suo Memorandum.
Il 21 marzo 1975 nasce anche Fininvest, la telegenica fabbrica del consenso e del potere, controllata da Servizio Italia e Società Azionaria Fiduciaria, che tre anni dopo avvierà il noto impero televisivo nel segno del coevo Piano di rinascita democratica.
Entrambe le controllanti appartengono alla costellazione di Bnl Holding, banca assai generosa con Cmc (la fittizia società commerciale che ha dato copertura alla Cia in Italia) e con Eugenio Cefis; banca sotto controllo piduista: piduisti il direttore generale Alberto Ferrari (tessera P2 n. 1625), il responsabile dei Servizio titoli e Borsa Mario Diana (n. 1644), il direttore centrale delle filiali Bruno Lipari (n. 1919), il direttore centrale per gli affari generali Gustavo De Bac (n. 1889). Piduista anche il direttore generale di Servizio Italia Gianfranco Graziadei (n. 1912) nonché, notoriamente, Silvio Berlusconi (n. 1816).
Le fiduciarie Bnl Servizio Italia e Società Azionaria Fiduciaria ricorrono anche nelle speculazioni immobiliari romane con al centro il Vaticano, proprietario di circa un quarto dell’intero patrimonio fondiario. Nel gennaio 1977, cioè vent’anni dopo il famoso articolo di Manlio Cancogni sulle trame immobiliari vaticane (Capitale corrotta uguale nazione infetta, “l’Espresso”, 11 dicembre 1955) l’illecito mercimonio fu argomento di una altrettanto ben fatta inchiesta di Paolo Ojetti sul settimanale “Europeo”, la cui pubblicazione causò l’immediato siluramento del direttore Gianluigi Melega da parte dell’editore piduista Rizzoli (Paolo Ojetti, Vaticano Spa, “l’Europeo”, 7 e 21 gennaio 1977): si venne a sapere di “pie” istituzioni trasformate in sedi bancarie, alberghi o centri commerciali e direzionali (anche il palazzo in cui, a un prezzo irrisorio, Rizzoli pensava di trasferire la sede romana della casa editrice). Insomma, se ne mutava la destinazione d’uso senza versare il dovuto o dichiarare le plusvalenze.
Nel piano piduista, una particolare attenzione è dunque riservata ai media. Il Piano di rinascita prefigura la dissoluzione «della Rai-tv in nome della libertà di antenna […] in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese». Dispone anche l’acquisizione di «alcuni settimanali di battaglia» e «almeno 2-3 elementi per ciascun quotidiano o periodico» ai quali «dovrà essere affidato il compito di “simpatizzare” per gli esponenti politici» prescelti.
Come affondare il coltello nel burro, e infatti nell’elenco degli iscritti alla P2 sequestrato nel 1981 ci sono 22 giornalisti, da sommare ad 8 direttori di testata, 7 funzionari della Rai-tv e qualche editore.

O che bel castello

12 dicembre 2016 by

di Tino Cobianchi

Martedì 13 dicembre alle ore 17, presso la Biblioteca universitaria di Pavia (palazzo Centrale di corso Strada Nuova 65), si terrà la presentazione de Il castello, nuovo “libro di San Siro” di Mino Milani. L’autore ne parlerà con Cristina Scalabrini e Beppe Benvenuto. Intanto si legga questa bella recensione al romanzo, a firma di Tino Cobianchi.

 

È uscito il nuovo e attesissimo “libro di San Siro” di Mino Milani. Grazie alla gentilezza dell’autore abbiamo potuto leggere in anteprima Il castello e con piacere lo presentiamo. Non volendo privare i lettori di scoprire in che modo il commissario Ferrari riesce a ritrovare armi rubate nel vicino Regno di Sardegna mentre è sulle tracce di un pericoloso evaso, anziché accennare alla trama, facciamo conoscere i vari protagonisti che dividono la scena con l’indiscusso mattatore Melchiorre Ferrari, il fidato Steiner («ragazzo sei la mia consolazione»), Ziller, Rovati e Rovida.
Questa scelta non è solo un semplice escamotage, ma si presta bene perché ne Il Castello forse in più che in altri libri “di San Siro”, lo scrittore ritaglia un ruolo non solo di comparsa a diversi personaggi. Il primo a entrare in scena è Ireneo Lanati, noto come Balnéger che «aveva cominciato a mettersi nei pasticci da ragazzino, passando velocemente dai furtarelli ai furti, per fatalmente giungere alla rapina, senza con ciò trascurare truffe, frodi, imbrogli, pestaggi a pagamento e via dicendo»; in procinto di essere giustiziato riesce a scappare «evadendo alla maniera classica, segando cioè le sbarre della finestra con una lima».
Una parte importante è svolta da Cesare Lombroso, qui studente all’Università e non ancora famoso psichiatra e antropologo criminale. Milani gli affida il compito di far conoscere in nuce le sue teorie («il crimine è una malattia con cui si nasce: lo si porta scritto in viso») a uno sbigottito Ferrari. Inizialmente perplesso dalle innovative idee del brillante assistente di Pratner e uscito «da quella sorta di strano incantesimo», il commissario ne intuisce la validità e, a modo suo, le utilizza. Mariani Pietro detto Marianètu è invece il contadino che a sua insaputa e per un’ossessione, «qualcuno grida di notte e non lo lascia dormire», offre a Ferrari il filo per risolvere i misteri (e i guai) che incontrerà visitando il castello «e tutto quanto di triste sta attorno» appena fuori Pavia dove si scorge che «il Ticino laggiù in fondo appariva d’un cilestrino vago e insignificante».
Un ruolo non secondario lo svolge Angelo Bassini, noto «mazziniano, garibaldino, reduce di guerra» e amico di Ferrari; le sue preziose informazioni aiutano il commissario a fare chiarezza sul contrabbando di armi che alimenta le fobie mazziniane del barone Ziller e preoccupa il governo di Torino che «aveva mandato in missione il Commissario superiore Molinatti» a Pavia.
La parte di prima donna è di Teresina, mascolina e affascinate nipote del barcaiolo Balestra, «ragazza di poco più di vent’anni, bella anzi prorompente, dai capelli color del grano maturo, dagli occhi neri» che affascina non solo il buon Ferrari ma anche il compassato Lombroso e i questurini messi sulle tracce di «quella sorta di inno alla giovinezza».
Enrico Trespi è un misterioso possidente bresciano esperto in armi; la sua spregiudicatezza e audacia darà molto filo da torcere al commissario Ferrari costringendolo persino a trascorrere una notte all’addiaccio, mentre il suo fascino colpirà il cuore di Teresina.
Il filo rosso che lega indizi, intuizioni e personaggi (se ne incontreranno altri in veste di preti, secondini, contadini, vetturini, fabbri e barcaioli) è magistralmente intrecciato e narrato da Mino Milani. Attraverso i monologhi notturni del commissario corroborati dall’immancabile bicchiere di cognac, lo scrittore compone l’intricato puzzle con il quale Ferrari porta a termine le sue faticose e movimentate indagini al castello, riuscendo altresì, e il lettore scoprirà come, ad anteporre le ragioni del cuore a quelle di Stato.
Il libro è arricchito da pregevoli descrizioni che rappresentano il vero e proprio valore aggiunto del romanzo. Ne citiamo un frammento che, con un tocco di poesia, coglie e descrive bene la filosofia, lo stile e il modo di essere del commissario Ferrari: «Seguirono lunghi temporali agostani, e gli usignoli smisero le loro melodie più presto del solito, né le ripresero se non quando il cielo tornò azzurro e limpido, ma di quel colore magico e languido che preludeva all’autunno. Quella era la stagione prediletta da Ferrari. Non s’era mai curato di pensarci su bene, ma in fondo avrebbe voluto che l’autunno durasse tutto l’anno. Quando poteva, se ne andava zoppicando lentamente per le stradine silenti e in ombra per buona parte del giorno … non c’era bisogno di correre a cercare le cose necessarie: se dovevano venire, sarebbero venute. Di ciò era certo. Vero o no, che malgrado fosse zoppo, lui arrivava dappertutto?».

Legittimo godimento bis!

10 dicembre 2016 by

di Paolo Ferloni

Più di dieci anni sono passati dal 25-26 giugno 2006, quando col referendum si respinse la legge di riforma costituzionale fatta approvare dal Governo Berlusconi nel novembre 2005. Votarono oltre 26 milioni di cittadini, cioè il 52,46%, anche se per un referendum costituzionale non è richiesto un quorum; soltanto in Lombardia e Veneto il Sì raggiunse la maggioranza, ma complessivamente il 61,29% dei votanti rispose No, contro il 38,71% di Sì. Qualcuno l’avrà forse dimenticato…
Più di cinque anni sono passati dal 12-13 giugno 2011, quando il referendum dei quattro quesiti: Sì all’acqua pubblica ed ai servizi pubblici locali con rilevanza economica, no all’energia elettronucleare, no al “legittimo impedimento” per le massime autorità dello Stato fu votato da 27.277.276 di donne e uomini, cioè dal 54,8% degli elettori, che vollero esercitare la propria sovranità di cittadini contro il tradizionale scetticismo di chi andava dubitando che si potesse avere il quorum, cioè superare il limite del 50%.
Chi si riconobbe in quel risultato e nel “legittimo godimento” ironico di Marco Travaglio, assaporato a livello locale e nazionale, si rallegrò per il metodo, cioè per il buon uso dell’istituto stesso del referendum, in cui pochi dei politici di professione e di lungo corso credono. Si osservò che gli elettori rigettarono così l’ideologia berlusconiana dell’uomo solo e privilegiato, dell’eletto che si sente al di sopra di tutti, non criticabile e non perseguibile. Gli dissero: sei uno come noi.
La casta sconfitta ha fatto di tutto per riguadagnare potere in vari modi: cercando di privatizzare dove possibile la gestione pubblica dell’acqua, continuando a mettere assieme governi impresentabili e ad eleggere un Parlamento-zerbino con una legge elettorale truffaldina.
Non fa meraviglia che un simile Parlamento dall’aprile 2014 abbia digerito e approvato – a fatica – una riforma costituzionale motivata superficialmente, scritta male, illeggibile, inutilizzabile. Ha inoltre approvato tutti i regali fatti alla destra da Matteo Renzi, finto capo di centro-sinistra: la serie di leggi pensate e proposte apposta per danneggiare i lavoratori, i giovani, la scuola pubblica, i beni comuni, la natura, e favorire spese militari, dirigenze bancarie, condoni, evasori fiscali, sprechi, esportazioni illecite, grandi opere inutili con pretesti di semplificazione amministrativa e di disciplina europea.
Solo sette mesi sono passati dal 17 aprile scorso, quando il 31,2% degli elettori andò a votare al referendum contro le trivellazioni: quorum non raggiunto, referendum definito fallito da Renzi e da giornali e televisioni al seguito. Definito così da lorsignori perché nessuno poteva sapere quanto fosse serio e quanto era costato il lavoro scientifico, tecnico e politico sotteso a quel risultato. Un grave dubbio sull’intelligenza politica del capo del Governo apparve evidente quando il 18 aprile egli dichiarò di aver vinto: non teneva in nessun conto i 13.334.764 voti contrari alle trivellazioni, li censurava, non immaginava di ritrovarseli tutti trasformati in No al referendum costituzionale.
Pochi minuti, una mezz’ora, erano passati dalla chiusura dei seggi il 4 dicembre scorso, quando dalle prime Sezioni scrutinate – oltre che dai sondaggi convergenti – fu ben chiaro che il popolo sovrano in larga maggioranza non ha visto ragioni valide per votare Sì al quesito referendario, sia pure ben presentato ed agghindato, ed ha sommato alle cause di rifiuto della politica energetica e ambientale del Governo, già espresse nel voto del 17 aprile, il rigetto di tutte le finzioni e manovre arroganti e autoritarie del Governo Renzi: vere o presunte, palesi o segrete. Spiace per tutti coloro che nel Pd si sono turati il naso per disciplina di partito; per chi ha dimenticato la sconfitta del referendum berlusconiano del 2006; per chi ha scambiato centro-sinistra per centro-destra; per chi ha creduto in un cambiamento della politica nazionale senza accorgersi né capire che era il solito teatrino manovrato da burattinai nascosti altrove. Quanti gli illusi? Non pochi: 13.432.208 Sì contro i 19.419.507 che hanno visto e smascherato la presa in giro.
Due articoli de “il manifesto” del 7 dicembre spiegano bene la situazione: Le cause sociali del No a Renzi, di Roberto Ciccarelli, che analizza alcuni punti significativi del Rapporto ISTAT 2015 in relazione con il voto negativo della gente, in particolare dei giovani e del Sud; e Il ceffone del popolo sovrano, di Massimo Villone, «ancora capace di un grande ceffone collettivo, cui fa da contorno quello della Borsa che sale e dello spread che scende».
E “il Fatto Quotidiano” del 6 dicembre ha giustamente intitolato la prima pagina La Costituzione batte Renzi 59 a 41, per sottolineare che un capo del Governo deve servire e attuare la Costituzione, non stravolgerla per scopi di parte.
Dunque è un legittimo godimento, quello popolare, proprio come nel 2011. Felicemente superata la parziale delusione del mancato quorum per il referendum contro le trivellazioni, e ribaditi con allegria i No del 2006, quando non era ancora arrivata la crisi a mordere le economie dei Paesi europei ora in affanno nella globalizzazione.
Da parte nostra, prepariamoci a seppellire sotto una grande risata o uno sgangherato sghignazzo chi fra qualche anno vorrà proporre altre sconsiderate o squilibrate riforme costituzionali.
Nel frattempo, diamoci da fare: cerchiamo di far funzionare bene la Costituzione così com’è, CNEL compreso. Senza sprechi né danni alle istituzioni e all’erario, se possibile.
E in conclusione ripetiamo: legittimo godimento bis!

Profeti

8 dicembre 2016 by

E mai il valente Mario Fortunato di TelePavia fu più profetico nell’ironizzare, in trasmissione, altre futuribili contestazioni comunali a Vito Sabato: lo stesso giorno, 7 dicembre, a Vito è stata notificata l’ennesima reprimenda inoltrata dal plurindagato Angelo Moro, la quarta in un anno.
L’ingegner Sabato viene accusato di aver fatto affermazioni che possono «nuocere al prestigio e all’immagine del Comune» (Vito sarebbe il nocivo, e non l’apprendista Torquemada Angelo Moro ora a giudizio); e che tali affermazioni «sono riconducibili all’attività dell’Ente» (come se le malefatte del Torquemada – azzonamenti e permessi farlocchi a selezionati costruttori poi condannati o con lui a giudizio – fossero da addebitare all’Ente, e non all’incantevole plurimputato).
Su questo dirigente incline alle furfanterie già la Cassazione si è pronunciata definitivamente, ordinando la confisca dei 77 appartamenti illecitamente costruiti a Punta Est proprio brandendo un suo generoso permesso: chi allora nuoce «al prestigio e all’immagine del Comune»? Ma quando lo cacciate?
A proposito: caro sindaco Massimo Depaoli, cara vicesindaco e assessore al Personale Angela Gregorini, poiché non lo sapete vi si informa che dopo la menzionata sentenza della Cassazione su Punta Est (che è dunque definitiva), i danni da questo tale (500mila euro) li potete rivendicare sin da ora subito adesso, senza dover attendere la futuribile sentenza penale. (G. G.)

Lunga vita a Vito

7 dicembre 2016 by

Dopo il servizio delle Iene il 28 novembre su Italia Uno (e in attesa di una loro nuova discesa pavese a breve) l’agenda televisiva di Vito Sabato registra altri due appuntamenti: mercoledì 7 dicembre Vito è stato a TelePavia, ospite della trasmissione Ora locale (lo vediamo nella foto, negli studi di TelePavia, con Giovanni Giovannetti e Mario Fortunato); domenica 11 dicembre alle ore 14 sarà invece ospite di Massimo Giletti a L’Arena, seguitissima trasmissione pomeridiana di Rai 1. Tra la prima e la seconda apparizione, chi ne avesse piacere potrà leggere, venerdì, il ritratto a lui dedicato dal settimanale della diocesi pavese Il Ticino. Buona visione e buona lettura.

Vito Sabato è quel funzionario comunale tutto d’un pezzo che in più riprese ha denunciato alla procura pubblici amministratori e dirigenti tutti d’un prezzo. Da qualche settimana la storia di Vito è romanzo popolare, dopo un seguitissimo servizio delle Iene il 28 novembre su “Italia Uno”: Iene scatenate poiché, invece di premiarlo, l’amministrazione pavese lo vuole inoperoso, così da non nuocere (Vito, e non i sette o ottanta ladroni da lui denunciati e ora a processo). Alle Iene, e non senza imbarazzo, il sindaco Massimo Depaoli ha detto che la questione dipende dai dirigenti (e da chi dipendono i dirigenti?) e che, ad ogni buon conto, a breve lui vedrà e provvederà (le Iene contano i giorni).
Ora, segnatevi questa data: dopo TelePavia (mercoledì 7 dicembre, ore 19,30) domenica 11 dicembre Vito Sabato sarà nuovamente in tivù, ospite di Massimo Giletti a Una domenica da leoni, spin-off de L’Arena (Rai 1).
Il bel faccione di Vito buca lo schermo, ma non sfonda sulla stampa locale (quella nazionale, dal “Fatto Quotidiano” alla “Stampa”, ne scrive ormai costantemente): evidentemente ciò che dal Pavese fa notizia in Italia, non ha caratura per il quotidiano di Pavia. Poco male, poiché il nostro Vito (tra i pochi “eroi” positivi in circolazione) in queste ore deve fare la spesa col passamontagna, per non trovarsi sommerso dai complimenti e dalle strette di mano dei concittadini.

Cittadino perbene

Discriminato e mobbizzato sia dalle Amministrazioni di sinistra che da quelle di destra per aver denunciato più d’una ruberia in danno della collettività. Anzi, a rendere dura la vita di questo nostro funzionario comunale concorre proprio il temerario Angelo Moro, l’ex dirigente all’Urbanistica ora alla Mobilità, a giudizio per gravi reati contro la pubblica amministrazione eppure nemmeno sospeso (da Moro quest’anno ben tre contestazioni disciplinari).
E dire che, stando alla legge “anticorruzione” nella pubblica amministrazione, «il pubblico dipendente che denuncia all’autorità giudiziaria […] condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria…» (legge 190/12 , art 1, comma 51). E dire che, stando alla Corte dei Conti, tali malefatte sono ormai da tempo una tassa occulta che ogni italiano paga: 60 miliardi annuali, 1000 euro a testa, neonati inclusi.
Dunque, Vito Sabato andrebbe ringraziato – e non perseguito – per aver denunciato mercimoni milionari in danno della collettività. Furfanterie che vanno dalla lottizzazione abusiva di Punta Est all’illecito urbanistico di Green Campus; dall’assunzione di taluni dirigenti con concorsi ad personam alle gravi irregolarità nelle gare d’appalto per i lavori di segnaletica stradale («dai prezzi palesemente gonfiati» fino al 100 per cento, e fatturati due volte).

I traffici dell’Ufficio Traffico

Soffermiamoci su questo ultimo grave illecito. Siamo nel 2006, Sabato denuncia lavori pagati e «in gran parte mai realizzati» per un ammontare calcolato in 2.277.598 di euro. Sempre le stesse ditte a concorrere e altre delizie a danno dei contribuenti. Illeciti per i quali l’8 aprile 2011 il Tribunale di Pavia ha condannato fra gli altri l’ex dirigente dell’ufficio Mobilità e Trasporti Antonio Capone (falsi, truffa aggravata e continuata, peculato, violenza privata continuata e aggravata: tre anni e dieci mesi di reclusione e risarcimento danni). Il «sistema criminale» era in voga da anni. Una «radicata prassi corruttiva», una «disinvolta e criminale gestione del pubblico denaro» e degli appalti stradali nutrita dalle «pressioni di assessori che non hanno esitato a minacciare di licenziamento funzionari onesti, che hanno avuto solo la colpa di denunciare i fatti a cui stavano assistendo». Sono le parole del pm Roberto Valli, riprese dalla sua requisitoria.
Al Capone e alla sua combriccola di certo non è mancata l’ironia: lavori su 413 metri lineari di asfalto pagati come se la strada fosse lunga più del doppio o del triplo; strisce per il parcheggio delle auto tinteggiate lungo vie in terra battuta; fermate per l’autobus in vicoli forse accessibili a un motorino; un impianto semaforico tra via Lardirago e la tangenziale, là dove in realtà troviamo un sottopasso… In un secondo esposto alla Procura, Sabato chiama in causa Roberto Portolan, assessore socialista alla Mobilità e alla Polizia locale, e il direttore generale del Comune di Pavia Giampaolo Borella: «il dottor Borella mi aveva consigliato di presentare domanda di mobilità presso il Comune di Cosenza, mia città natale. Mi aveva detto che, quand’anche le cose denunciate fossero risultate vere, il denunciante non è mai persona gradita all’amministrazione e pertanto un mio trasferimento […] sarebbe servito ad assicurarmi una vita più serena». In una lettera riservata a Borella e al segretario generale del Comune, il comandante della polizia municipale Gianluca Giurato informa che «l’assessore Portolan mi ha più volte riferito che l’ingegner Sabato non avrebbe dovuto occuparsi di segnaletica stradale».

Il sindaco parla per messaggi

«Io parlo per messaggi, perché parlare troppo non serve…» Sono parole inquietanti, del sindaco Piera Capitelli (centrosinistra, sindaco di Pavia dal 2005 al 2009) a Vito. Cosa voleva il sindaco dal funzionario? Premiarlo per la sua rettitudine? Ringraziarlo poiché, grazie alla sua denuncia, l’Amministrazione aveva risparmiato ingenti somme di pubblico denaro? No, leggete: «mi piacerebbe che lei chiedesse di essere trasferito in un altro ufficio…» Come dire: sei così zelante che ti vorrei altrove, il più lontano possibile dai traffici dell’ufficio Traffico.
Da sinistra a destra. Dopo il cambio di colore nel 2009, il combattivo funzionario si ritrova malvisto anche dalla Giunta Cattaneo (centrodestra). E nulla cambia dopo il 2014, col silente sindaco Depaoli (centrosinistra).
Secondo il pm Valli, il processo al Capone «è l’esempio di come a Pavia può esserci un malaffare diffuso nella gestione degli appalti e l’asservimento sistematico del pubblico agli interessi del privato». Ne siamo convinti.

Postilla finale

E mai il valente Mario Fortunato di TelePavia fu più profetico nell’ipotizzare in trasmissione una nuova contestazione comunale: proprio il 7 dicembre, a Vito è stata notificata l’ennesima reprimenda dal plurindagato Angelo Moro, la quarta in un anno. Su questo dirigente incline alle furfanterie già la Cassazione si è pronunciata definitivamente, ordinando la confisca dei 77 appartamenti illecitamente costruiti a Punta Est dopo un suo generoso permesso.
Vito Sabato viene accusato di aver fatto affermazioni che possono nuocere al prestigio e all’immagine del Comune (Vito il nocivo, e non l’imputato Moro); e che tali affermazioni sono riconducibili all’attività dell’Ente (come se fosse stato l’Ente, e non l’incantevole plurimputato ad aver rilasciato permessi farlocchi e cioè fuorilegge).
A proposito: caro sindaco Depaoli, cara vicesindaco Gregorini, vi si informa che dopo la menzionata sentenza della Cassazione, a questo tale i danni (500mila euro) li potete rivendicare senza dover attendere la futuribile sentenza penale.

Storia, geografia, scemenze

7 dicembre 2016 by

Alessandro Cattaneo, l’ex sindaco più amato d’Italia, attuale responsabile Enti locali di Forza Italia, lunedì 5 dicembre 2016 in Consiglio comunale a Pavia: «In Urss cadeva il muro di Berlino». Bene, bravo, bischero.

La rinascita democratica

5 dicembre 2016 by

I piani occulti della P2 hanno anticipato con impressionante esattezza la linea dei governi italiani, da Craxi a Berlusconi a Renzi.
[…]
Dal Piano di Rinascita democratica, sequestrato a Licio Gelli nel 1985:

– abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori;
– limitazione del peso politico dei sindacati;
– riduzione dei partiti di massa a reti di club orbitanti attorno a una oligarchia autoleggittimata e a un leader carismatico;
– liberalizzazione e controllo politico della televisione;abolizione del bicameralismo con l’istituzione di un’unica Camera, con un settore politico e un settore tecnico;
– riduzione del numero dei parlamentari;
– passaggio dalla Repubblica parlamentare alla Repubblica presidenziale;
– soppressione delle province;
– limitazione dei poteri della Corte Costituzionale.

(Aldo Giannuli, Da Gelli a Renzi, passando per Berlusconi, Ponte alla Grazie, 2016)

La città immobile

4 dicembre 2016 by

di Paolo Ferloni, Walter Veltri, Stefania Vilardo *

In questi giorni è stato pubblicato il consueto rapporto annuale di Legambiente sulla qualità della vita nelle città capoluogo di provincia. In esso figurano, analizzati per singolo indicatore, i dati relativi al 2015 e si valuta anche l’andamento degli ultimi cinque anni. Da questo studio è scaturito che generalmente le città medio-piccole raggiungono i risultati migliori.
Purtroppo, valutati i dati nel periodo 2011-2015, Pavia viene bollata come “città immobile”: appare che in questi cinque anni nulla sia stato fatto per rendere la città più vivibile. Cinque anni che comprendono sia l’amministrazione Cattaneo di centro destra, – per quanto riguarda la Giunta Cattaneo il dato non sorprende, – sia l’attuale Giunta di centro-sinistra. I dati confermano l’immobilismo di De Paoli che aveva impostato la campagna elettorale principalmente su una maggiore qualità della vita rispetto al passato.
Ma per la città il risultato è ancora più negativo se viene confrontato con quello delle prime dieci classificate che sono città del Nord e delle stesse dimensioni di Pavia. Nel rapporto ci sono anche le tabelle di alcuni indicatori per tutti i cinque anni del periodo 2011-2015, che confermano il peggioramento della città nel periodo 2014-2015 con De Paoli. Se ne presentano tre qui di seguito.
1. Trasporto pubblico: passeggeri [viaggi/abitante]: Pavia é passata da: 88 viaggi per abitante nel 2011 a 96 nel 2014 per crollare a 63 viaggi per abitante nel 2015. Questo pessimo dato è quasi certamente il risultato degli sconsiderati provvedimenti che stanno disincentivando l’uso del mezzo pubblico, in assenza del Piano Urbano della Mobilità, presi singolarmente in modo isolato dall’Assessore alla Mobilità. Con la conseguenza che i cittadini che vengono dalla periferia o non si muovono dalla zona in cui vivono o prendono la macchina, visto che possono parcheggiare in pieno centro.
2. Dispersione della rete idrica, che considera la differenza tra l’acqua immessa nella rete e quella consumata: dal 14% si è passati al 16%. Certo ci si rende conto che può non esserci una relazione diretta tra i guasti del vecchio acquedotto e l’operato della Giunta, ma si tratta di un segnale, per quanto modesto, d’invecchiamento e declino della città.
3. Però il dato più allarmante è la concentrazione del PM10 che certifica la qualità dell’aria e passa dai 34,5 microgrammo per metro/cubo del 2014 ai 39,5 microgrammo per metro/cubo del 2015. Oltre a ribadire che Pavia è tra le città più inquinate, il dato conferma anche l’assenza di provvedimenti da parte del Sindaco, o lascia immaginare che i provvedimenti presi siano stati inutili o poco utili.
Infatti una concentrazione di polveri così elevata e permanente nel tempo ha conseguenze negative per la salute dei cittadini, di cui il Sindaco è il primo responsabile. Conseguenze delle quali egli è sicuramente ben informato, come tutti noi, e che potrebbe affrontare soltanto con interventi sistematici e coraggiosi, non senza un largo consenso tra sindaci del Pavese e altri sindaci lombardi delle città di pianura che si trovano nelle medesime condizioni.

* Insieme per Pavia

NO

2 dicembre 2016 by

A tutto questo, io voto NO

2 dicembre 2016 by

di Riccardo Catenacci

Non ho finora scritto riflessioni o altro sul referendum, più che altro perché stremato dalla pervasivitá di questa estenuante campagna.
In linea di principio, non voglio intendere questo referendum come un appuntamento eminentemente politico e di breve respiro sul Governo; credo che la riflessione sulla seconda parte, quella “tecnica”, della Costituzione meriti una riflessione più lucida e di ampio respiro.
Vedere però i promotori della riforma, cioè chi attualmente guida il Paese, cercare di “convincere” gli elettori della bontà della riforma della Carta costituzionale attraverso inserzioni sponsorizzate su pagine fb qualunquiste e con allusioni clientelari mi fa venire il voltastomaco.
Questo è il livello a cui siamo arrivati; ricordiamoci allora da dove siamo partiti.
Questa riforma nasce indissolubilmente avvinghiata all’Italicum con il proposito di far fuori il Senato, cioè il ramo del parlamento che più volte (per i meccanismi di elezione su base regionale) ha minato le possibilità di governare per il partito di maggioranza relativa nel paese.
Le altre, avvincenti, parti della riforma sono un confuso accrocchio di elementi populisti (il taglio dei costi), una confusa volontà centralista e qualche, marginale, accattivante richiamo alla rappresentatività popolare. Nulla di ben focalizzato e, a mio avviso, in secondo piano rispetto a un disegno politico tramontato con la fine del patto del Nazareno e la discesa nei sondaggi del Pd dalle vette delle Europee. Lo testimonia senza possibilità di smentita la corsa a promettere modifiche all’ “ottimo” e mai testato Italicum.
Tramontata dunque l’ipotesi di un partito nella nazione, unico polo di governo sul modello Dc, rimane la volontà di potenza e di permanenza al potere di una neo-arrivata ed arrivista classe “dirigente”, ben supportata dai residui della precedente.
Meritavamo di meglio, meritavamo – e sarebbe stato utile – un dibattito serio e critico sull’assetto delle istituzioni. In molti, da una parte e dall’altra, abbiamo provato a farlo. Molti in buonafede, alcuni no.
Questa riforma non è pessima, e ugualmente non è buona. Si è discusso a lungo sul merito di ogni punto di questa vastissima revisione costituzionale. Non è mia intenzione aggiungere a milioni di altri i miei rilievi puntuali.
A due giorni dal voto, tra allarmismi, bufale, minacce, rinnovi contrattuali, marketing virale e un livello infimo del dibattito credo ormai che pensare di stare decidendo – e di dover decidere – sull’Idea di Stato (di funzionamento dello stesso) che ciascuno ha o dovrebbe avere sia un modo di truffarsi da soli, o di essersi lasciati truffare. Stiamo parlando, ora e come sempre, di politica, non di Diritto Costituzionale.
A tutto questo, io voto No.

Tsunami

1 dicembre 2016 by

Ricordate il volantino “Vota Mafia?” 

Singolarmente, il mancato sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo arrivò ad imputare a questo foglio (e non a se stesso) la sua mancata riconferma, tale da comprometterne la carriera politica (si era auto-candidato alla guida del Paese; ora fatica a mantenere lo scranno di consigliere comunale d’opposizione). Piovvero piccate querele, sue e dei compagni di merende Pino Neri (il capo della ‘Ndrangheta lombarda, che nel 2009 ne favorì l’elezione), Dante Labate (candidato con Cattaneo, che del Neri fu socio nell’Immobiliare Vittoria), Luigi Greco (ex assessore e capo di gabinetto del sindaco più trombato d’Italia, in rapporti con il mafioso Pino Neri). Ora quel temporale diventa tsunami; ma è onda di ritorno, dopo la richiesta di archiviazione del pm Mario Andrigo (notoriamente esperto in fatti di mafia), ben volentieri accolta dal Gip Luisella Perulli e di seguito riportata.
Insomma, tutto vero: per il magistrato pavese «non può esservi dubbio alcuno che il Giovannetti, nel contesto del predetto volantino, abbia riferito fatti veri»; che, per questa triste verità il Cattaneo il Labate e il Greco non possano in alcun modo ritenersi offesi; e tanto meno si deve lamentare Giuseppe Neri detto Pino «il quale, pur indicato con l’appellativo di “capo della ‘Ndrangheta lombarda”, non può certo dolersi di tale “qualifica” essendo stato colpito sin dal luglio 2010 da ordinanza cautelare per il delitto di cui all’art. 416-bis Cp proprio con riferimento al suo ruolo direttivo rivestito nell’ambito del locale di ‘Ndrangheta di Pavia e provincia».
Ma il veleno sta ahiloro nella coda: per Andrigo il comportamento di Cattaneo, Labate e Greco, pur «non penalmente rilevante» è tale da «gettare ombre e/o dubbi circa la loro limpidezza». E tanti saluti. (G. G.)

Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pavia

Richiesta di archiviazione (artt. 408/411 c.p.p.,125 e 126 D.Lv. 271/89). Al Giudice per le Indagini Preliminari, sede. Il Pubblico Ministero, letti gli atti del procedimento indicato in epigrafe;

OSSERVA

I querelanti lamentano lesione alla propria reputazione a seguito della diffusione di un volantino da parte della lista civica “Insieme per Pavia”, della quale i querelati GIOVANNETTI e VELTRI erano esponenti, nel corso della propaganda elettorale per le elezioni comunali di Pavia della primavera del 2014.
Il volantino in questione veniva anche sottoposto a sequestro nell’ambito del procedimento 4404/14 RGNR, iscritto a carico di VELTRI e GIOVANNETTI, scaturito dalla querela del CATTANEO al quale in seguito sono stati riuniti quelli connessi soggettivamente ed oggettivamente originati dalle querele di NERI, GRECO e LABATE; Tra gli atti istruttori assunti meritano menzione gli interrogatori degli indagati VELTRI e GIOVANNETTI, assunti il 18.9.2014 nel procedimento 6316/14 RGNR, originato dalla querela del NERI.
Tali interrogatori risolvono in radice il problema della riferibilità dello scritto oggetto di querela all’indagato GIOVANNETTI, il quale se ne è espressamente assunto — ed anzi ne ha addirittura “rivendicato” — la paternità, mentre il VELTRI, che pure componeva il comitato di sostegno della lista civica, si è dichiarato a conoscenza della esistenza del volantino ma senza aver contribuito alla sua stesura e/o diffusione.
Ciò posto, già con riferimento alla posizione del VELTRI è evidente la carenza di qualsivoglia elemento che consenta di attribuirgli un contributo alla redazione e/o diffusione del volantino, di talché la notizia di reato nei confronti del medesimo è per ciò solo priva di alcun fondamento.
Quanto al GIOVANNETTI, la valutazione della di lui condotta non può prescindere da alcune considerazioni relative al contenuto del volantino e — soprattutto — dal contesto in cui ne è avvenuta la redazione e diffusione. Sotto tale profilo la vicenda si inquadra nell’ambito dei limiti al diritto di critica politica, essendo pacifica non solo l’attività di scrittore, editore e blogger dell’indagato, il quale è da tempo impegnato pubblicamente a Pavia sui temi di interesse della politica e dell’amministrazione locale (si v. in particolare il blog https://sconfinamento.wordpress.com/), ma anche la sua collocazione — all’epoca dei fatti — nel comitato di sostegno alla lista civica “Insieme per Pavia”, che era presente alle consultazioni Comunali de quibus.
Ciò detto, si reputa utile riportare di seguito, brevemente, alcuni arresti giurisprudenziali in materia di esercizio del diritto, di critica politica, al fine di evidenziare quali siano i canoni interpretativi cui ancorare le valutazioni che debbono essere formulate nella presente vicenda.
Si è ritenuto, in particolare (Sez. 5, Sentenza n. 31096 del 04/03/2009 Ud. (dep. 28/07/2009) Rv. 244811) che non costituisca esercizio del diritto di critica politica, con effetto scriminante della condotta ingiuriosa, l’espressione che ecceda il limite della continenza, consistendo non già in un dissenso motivato espresso in termini misurati e necessari, bensì in un attacco personale lesivo della dignità morale ed intellettuale della persona che, anche nel contesto di vivace polemica di un confronto politico, resta penalmente rilevante.
Ancora (Sez. 5, Sentenza n. 7419 del 03/12/2009 Ud. (dep. 24/02/2010 ) Rv. 246096) si è stabilito che la critica politica — che nell’ambito della polemica fra contrapposti schieramenti può anche tradursi in valutazioni e commenti tipicamente “di parte”, cioè non obiettivi — debba pur sempre fondarsi sull’attribuzione di fatti veri, posto che nessuna interpretazione soggettiva, che sia fonte di discredito per la persona che ne sia investita, può ritenersi rapportabile al lecito esercizio del diritto di critica, quando tragga le sue premesse da una prospettazione dei fatti opposta alla verità.
Inoltre (Sez. 5, Sentenza n. 14459 del 02/02/2011 Ud. (dep. 11/04/2011 ) Rv. 249935) l’esercizio del diritto di critica politica può rendere non punibili espressioni anche aspre e giudizi di per sé ingiuriosi, tesi a stigmatizzare comportamenti realmente tenuti da un personaggio pubblico, ma non può scriminare la falsa attribuzione di una condotta scorretta, utilizzata come fondamento per l’esposizione a critica del personaggio stesso.
È stato anche deciso che (Sez. 5, Sentenza n. 27339 de/13/06/2007 Ud. (dep. 12/07/2007) Rv. 237260) sussiste l’esimente dell’esercizio del diritto di critica politica (art. 51 cod. pen.) nel caso in cui — con lettera recapitata al Consiglio comunale — siano rivolte aspre critiche ad un consigliere concernenti fatti risultati veri, relativi al cumulo di molteplici cariche politiche remunerate, all’incompatibilità implicante dimissioni da alcune cariche, alla possibilità di attività professionali in conflitto con lo stesso Comune, stigmatizzandone l’attività in quanto preordinata ad “arraffare” il più possibile per sé, “fregandosene” del resto, considerato che il diritto di critica si concreta nella espressione di un giudizio o di un’opinione che, nella specie, accertata la verità dei fatti e l’applicabilità del diritto di critica politica, non è violato il limite della continenza, tenuto conto della perdita di carica offensiva di alcune espressioni nel contesto politico in cui la critica assume spesso toni aspri e vibrati e del fatto che la critica può assumere forme tanto più incisive e penetranti quanto più elevata è la posizione pubblica del destinatario.
Sulla stessa linea (Sez. 5, Sentenza n. 13565 de/13/03/2008 Ud. (dep. 31/03/2008) Rv. 239829) il reato di diffamazione oggettivamente configurabile nel fatto di definire taluno come “furfante” o “responsabile di furfanterie” può ritenersi scriminato in virtù dell’art. 51 cod. pen. quando detta definizione si collochi in un contesto di polemica politica, significando il ritenuto disvalore di scelte che si assumano compiute in contrasto con l’interesse collettivo. Viceversa (Se. 5, Sentenza n. 3126 del 27/11/2007 Ud. (dep. 21/01/2008) Rv. 238339) non può ritenersi scriminata dall’esercizio del diritto di critica politica l’ingiuria riconoscibile nella qualificazione di “persona compromessa e invischiata” attribuita, nel corso di una seduta della giunta di una comunità montana, da un componente di tale organo al segretario generale, quando l’autore del fatto, richiesto, nel medesimo contesto, di indicare le ragioni del suddetto giudizio (espresso, tra l’altro, nei confronti di soggetto investito di funzioni amministrative, prive di particolari connotazioni di natura politica), abbia rifiutato di farlo.
Venendo quindi al merito, si osserva innanzitutto che il titolo del volantino costituisce espressione dubitativa — fatta palese dal punto interrogativo che segue la frase “VOTA MAFIA ?” — la quale sintetizza il dubbio che l’elettore, esprimendo preferenza per uno dei candidati ivi nominativamente menzionati, possa attribuire il proprio consenso ad uno o più soggetti le cui frequentazioni e/o la cui azione politica pregressa, non siano caratterizzate dalla necessaria trasparenza, ed anzi rechino con sé il rischio di contatti e/o rapporti con ambienti e personaggi coinvolti in inchieste giudiziarie sulla ‘Ndrangheta lombarda.
Il retro del predetto volantino riporta una domanda (Cosa dovrebbe fare la politica?) alla quale viene fornita risposta mediante la citazione integrale di un passaggio del discorso tenuto da Paolo BORSELLINO in un Istituto Scolastico nel 1989, discorso divenuto per certi versi “storico” in quanto il magistrato siciliano, poi ucciso dalla mafia nel 1992, esponeva in modo molto efficace la propria convinzione circa la necessità che la valutazione da compiere in sede penale, sulle condotte di esponenti politici coinvolti in inchieste giudiziarie, fosse tenuta ben distinta dal giudizio etico e morale che ogni cittadino è chiamato ad esprimere sul comportamento dei soggetti che si candidano a ruoli di pubblico amministratore, anche quando tali comportamenti non costituiscono illecito penale. In sostanza BORSELLINO metteva in guardia dal rischio che i partiti politici — e più in generale l’intera opinione pubblica — venissero meno dal compiere quel necessario controllo di moralità ed eticità dei comportamenti dei propri esponenti, nascondendosi dietro lo schermo della sentenza penale, e che quindi, pur in presenza di rapporti, contatti, frequentazioni, tra un politico e persone e/o ambienti contigui se non addirittura intranei alla criminalità mafiosa, non si traessero le necessarie conseguenze sul piano politico per il sol fatto che le indagini penali si fossero concluse nel senso della irrilevanza penale dei fatti.
Fatte queste considerazioni risulta evidente come il volantino “incriminato”, non faccia altro che riportare accanto al nome di ciascuno dei candidati menzionati una breve sintesi di quanto emerso nell’ambito delle indagini condotte dalli AG di Milano nel procedimento denominato “Crimine-Infinito”. Ciò è ampiamente documentato nelle copiose memorie prodotte dal GIOVANNETTI, alle quali sono allegati ampi stralci degli atti e dei provvedimenti del processo di Milano (si v. in particolare la memoria depositata il 21.10.2014 nel proc. 6316/14 e quella depositata il 6.11.2014 nel corso dell’interrogatorio nel procedimento n. 4404/14).
In tale situazione non può esservi dubbio alcuno che il GIOVANNETTI, nel contesto del predetto volantino, abbia riferito fatti veri, in quanto direttamente tratti dal contenuto degli atti — non più coperti da segreto dopo l’esecuzione delle ordinanze cautelati — del processo milanese “Crimine-Infinito”.
Né può esservi dubbio alcuno che le frasi e le espressioni utilizzate dal GIOVANNETTI non possano in alcun modo essere considerato intrinsecamente offensive e/o ingiuriose verso il LABATE, il CATTANEO ed il GRECO. Lo stesso è a dirsi per il NERI, il quale, pur indicato con l’appellativo di “capo della ‘Ndrangheta lombarda”, non può certo dolersi di tale “qualifica” essendo stato colpito sin dal luglio 2010 da ordinanza cautelare per il delitto di cui all’art. 416-bis Cp proprio con riferimento al suo ruolo direttivo rivestito nell’ambito del locale di ‘Ndrangheta di Pavia e provincia (ruolo che ha trovato conferma giudiziale con condanna del NERI sia in primo grado che in appello).
Così ricostruiti i fatti non paiono esservi dubbi circa la aderenza alla realtà dei fatti riportati dal GIOVANNETTI nel volantino oggetto di querela, nonché circa il rispetto dei limiti entro i quali il diritto di critica politica può essere esercitato. Di contro non risultano utilizzate dal GIOVANNETTI espressioni e/o toni che abbiano oggettivamente travalicato i limiti — per come sopra ampiamente ed esemplificativamente descritti — della critica politica, posto che i riferimenti alla ‘Ndrangheta, alla “caciotta” e quant’altro, paiono aderenti a fatti e vicende concrete, riferibili tutte al contenuto degli atti giudiziari ed al ruolo di amministratori pubblici e — più in generale — di soggetti politici impegnati nella consultazione elettorale dei querelanti (escluso solo il NERI).
CATTANEO, GRECO e LABATE, in definitiva, dovevano e devono considerarsi soggetti passivi di quel diffuso controllo di “eticità” e “moralità” auspicato da Paolo BORSELLINO e tradotto in atto dal volantino di GIOVANNETTI, anche e soprattutto con riferimento alle condotte e frequentazioni non penalmente rilevanti ma pur sempre tali da gettare ombre e/o dubbi circa la loro limpidezza.
Per tutte le sue sposte ragioni, va totalmente esclusa la rilevanza penale degli scritti contenuti nel volantino costituendo il medesimo concreto esercizio del diritto di critica politica e pertanto si deve ritenere l’infondatezza della notitia criminis,

il Pubblico Ministero
chiede
che la S.V. voglia disporre l’archiviazione del procedimento e ordinare la conseguente restituzione degli atti al proprio Ufficio, per la conservazione in archivio. Manda alla Segreteria per avviso alla p.o..

Pavia, 15.1.2016
Il Pubblico Ministero (dott. Mario Andrigo, Sost.)

Vito Sabato superstar

30 novembre 2016 by

La storia di Vito è ormai nota ai pavesi: è quel funzionario comunale tutto d’un pezzo che in più riprese ha denunciato alla procura taluni pubblici amministratori e dirigenti tutti d’un prezzo. Da domenica la storia di Vito è romanzo popolare grazie ad un seguitissimo servizio delle Iene su “Italia Uno”: Iene scatenate poiché, invece di premiarlo, l’amministrazione pavese lo vuole inoperoso, così da non nuocere (Vito, e non i sette o ottanta ladroni da lui denunciati e ora a processo). Alle Iene, e non senza imbarazzo, il sindaco Depaoli ha detto che la questione dipende dai dirigenti (e da chi dipendono i dirigenti?) e che, ad ogni buon conto, entro due settimane lui vedrà e provvederà (le Iene contano i giorni).
Il bel faccione di Vito buca lo schermo, ma non sfonda sulla stampa locale (quella nazionale scrive ormai costantemente di questo nostro eroe in borghese): evidentemente ciò che dal Pavese fa notizia in Italia, non ha caratura per il foglio di Pavia. Poco male, poiché il nostro Vito (tra i pochi “eroi” positivi in circolazione) in queste ore deve fare la spesa col passamontagna, per non trovarsi sommerso dai complimenti e dalle strette di mano dei concittadini.
Tornando allo sputtanamento in telemondovisione di quella classe dirigente che (sino a ieri?) ha creduto Pavia cosa nostra, domenica pomeriggio, 4 dicembre, il nostro Vito rincarerà la dose a … (bip) per … (bip bip). Urca Delloiacono! Urca Moro! Urca Gregorini! Urca Depa! (G. G.)

Canto in morte di Fidel

29 novembre 2016 by

di Aldo Colonna

Fidel Castro è morto, fin qui nulla di eccezionale. I vivi muoiono, è una legge della natura. Si sono subito levati peana, qualcuno ha stappato bottiglie di champagne. Due interventi su tutti mi hanno colpito:quello di Lucia Annunziata e l’altro di Roberto Saviano. Quello dell’Annunziata è un’intervento “colto” anche se, almeno apparentemente, di parte. Ella denuncia che il grosso delle strutture alberghiere e turistiche di Cuba sono raggruppate nel GAESA, un’organizzazione controllata dai papaveri del Partito e dai parenti di Fidel. È vero, triste ma vero. Epperò,vorrei controbattere, Cuba non è soltanto questo e, in morte di un leader, ci si aspetterebbe una disanima più completa.
L’intervento di Saviano invece è improntato ad una furia iconoclasta che esclude l’approfondimento. Ho stima per Saviano e mi dolgo delle condizioni in cui deve vivere ma ho la sensazione tattile che si sia acconciato, negli ultimi tempi, a fare il tuttologo. Ho imparato che, per prendere la parola, bisogna sapere di cosa si parla, scevri da furori ideologici.
La rivoluzione castrista ha significato (non solo per me) la speranza e la disillusione. Non conta in questa sede parlare dell’eccellenza della Sanità e del sistema scolastico, all’avanguardia in tutti i sensi: potremmo essere tacciati di essere di parte e di voler contrabbandare questi successi con la limitazione delle libertà.
La rivoluzione avviene nel ’59 e diventa “comunista” solo due anni dopo con l’episodio della Baia dei Porci. Castro, pochi lo evidenziano, è innamorato degli Stati Uniti e vorrebbe un rapporto paritetico, non da sottomessi, con l’ingombrante vicino. Per tutta risposta gli americani bruciano “El encanto”, un grande magazzino dell’Avana (l’incendio risulterà doloso e verranno rinvenute, tra le macerie, le prove del coinvolgimento americano). 
I castristi sono obbligati, obtorto collo, ad allacciare rapporti con i sovietici.
Durante tutti i miei soggiorni a Cuba, prendendo un taxi insieme ai tecnici sovietici che non parlavano una parola di spagnolo, ho potuto notare come i locali detestassero profondamente gli “invasori”. Ho virgolettato a dimostrare che Cuba si sia trovata di fronte non ad uno ma a due dilemmi.
 La Rivoluzione nasce libertaria NON comunista. E allora, perché non parlare della stagione di Batista? Qualcuno sa che quel dittattore esercitava lo jus primae noctis? Qualcuno sa che l’America organizzava pacchetti all inclusive all’Hotel Capri con tanto di puttana? Qualcuno sa che l’Hotel Capri era il quartier generale di Lucky Luciano?
Qualcuno sa che Guantanamo, data in affitto agli americani nel 1903 da Tomas Estrada Palma, sarebbe dovuta tornare ai cubani nel ’59 e che gli americani si sono guardati bene dal restituirla ai legittimi proprietari?
 Che democrazia è mai questa che pretende di mantenere una base militare in un Paese senza il suo assenso?
Semplice, è la democrazia che consente a un Bush, in Florida, di taroccare il voto per mandare alla Casa Bianca il fratello. 
È la democrazia che favorisce il golpe cileno contro un Presidente regolarmente eletto. Qualcuno sa che la Moneda fu bombardata da caccia americani? E qualcuno sa che il Premio Nobel per la Pace, Kissinger aveva mallevadorato tutto l’impianto golpista? 
Nel “cortile di casa” – ma questo lo sanno pure in prima elementare – gli americani non hanno mai consentito forme di governo che gli fossero in qualche modo ostili o contrari.
Fidel Castro ha abbattuto un sistema dittatoriale odioso (quello di Battista), di carattere medioevale.
Qualcuno asserisce che lui stesso si è tramutato, nel tempo, in un odioso tiranno. E, in parte, ha ragione. Ma qualcuno si è mai domandato se questo processo ha in qualche misura attinenza con l’embargo?
Per andare a vedere il bluff gli americani avrebbero dovuto sedersi intorno ad un tavolo con i cubani e intavolare trattative serie. Ma questo era impossibile perché Castro aveva spodestato i grandi proprietari da sempre allineati con gli yankees.
C’è una cosa che non mi ha fatto mai amare fino in fondo Castro: l’evenienza che egli sia stato coinvolto nell’incidente mortale di Camillo Cienfuegos. Cienfuegos e Che Guevara avevano un carisma che Fidel neanche si sognava.
Un popolo è stato liberato dalla Rivoluzione, un popolo ne è stato oppresso? Sono convinto che la Storia giudicherà Fidel Castro. La rivoluzione castrista è stato un fatto luminoso, la Storia giudicherà se quella stessa rivoluzione si è imbarbarita a tal punto da rendere schiavo il popolo nel momento in cui lo liberava,
Io non ho più miti né dogmi ma sono allergico alla democrazia americana dove tirare al nero è diventato quasi uno sport nazionale.
E spero che, nella normalizzazione che naturalmente avverrà nei prossimi anni, gli Stati Uniti si tengano fuori.
Che non siano i McDonald’s insomma il segno della loro ‘libertà’. E spero anche che Putin – che non ho MAI amato – batta un colpo se la democrazia di Trump prevederà ancora pacchetti IT con puttane dodicenni strappate alle famiglie per un piatto di fagioli.

C’era un popolo in Italia

28 novembre 2016 by

“Do you hear the people sing? Singing a song of angry men?
It is the music of a people who will not be slaves again” (Les Mirables)

di Marco Bonacossa

C’era una storia fatta di albe fredde nelle campagne di un’Italia unita solo nelle cartine geografiche.

Milioni di uomini e donne al canto del gallo si alzavano ed armati di falce e zappe andavano nei campi per far crescere così tanto ben di dio che avrebbe potuto saziare il mondo intero. Quelle invece erano le terre del padrone che con gli stivali puliti, la camicia bianca e un cavallo nero veniva a dare ordini ricordando che loro, i lavoratori, erano roba sua. Le sue bestie da soma.

Per tredici, quattordici ore la terra veniva amata e lavorata da chi non aveva niente, se non la prole. Cominciarono a chiamarsi proletari.

Dalle città e dalle officine qualcuno cominciò a predicare un nuovo vangelo. Venivano promesse l’uguaglianza, la libertà, diritti. La rivoluzione. Parole, sogni, miraggi. Come l’America. Qualcuno però ha creduto nell’America e ci è andato. Qualcuno è rimasto e ha pensato che un nuovo dio, il proletariato, non sarebbe poi stato così male.

Da domani se passa il padrone non ci togliamo più il cappello. Vogliamo anche lavorare di meno. E vogliamo anche più pane. Una lotta non è dura se non fa paura e le tasche del padrone si svuotano a forza di andare nei bordelli delle città e a fare offerte alla chiesa. Dio vi benedica signor conte. Assolvetemi padre. Voi già devolvete molti denari in beneficienza, siete assolto dai vostri peccati. Amen.

Le braccia incrociate non raccolgono più il grano, non strappano la gramigna e le vacche si lamentano per il latte non munto. Da soli non facciamo niente. Uniti possiamo tutto. E se il padrone si arrabbia? E se si arrabbia a noi cosa cambia? Solo noi conosciamo questa terra e come si lavora. Ha bisogno di noi. Vedrai che cede.

Sette giorni di braccia incrociate, di pance vuote, di mantelle e vestiti luridi e bucati. In testa i pidocchi, nello stomaco niente, nel cuore sogni d’amore e di rivoluzione.

Qualcuno ha visto il padrone venire verso la cascina. Insieme a lui però erano in tanti, tutti a cavallo, tutti in divisa, tutti armati.

Signor conte, ci siamo noi soldati del regio esercito e le nostre armi per ristabilire l’ordine. Prima di venire qua il parroco ci ha dato la sua benedizione. Quelli sono senza dio, si fanno chiamare socialisti. Grazie ragazzi. Allora diamogli questo socialismo. Di legnate.

Tra la nebbia e il frinire dei grilli da una parte uomini vestiti di grigioverde con i fucili a tracolla, dall’altra uomini, donne, vecchi e bambini con i rastrelli e la rabbia nelle mani. L’esito è scontato.

E’ una battaglia che è andata persa, non la guerra.

Lo spettro si aggira per l’Europa e fa paura. Nelle campagne, nei quartieri proletari si aggirano persone che hanno imparato a leggere e scrivere e dicono parole che arrivano prima al cuore che al cervello. Come al mare, durante la tempesta, si solleva una nuova onda. Ma nessuno di loro aveva mai visto il mare. Nessuno di loro aveva mai visto oltre il campo e la chiesa del paese. Nessuno di loro sapeva leggere e scrivere. Nessuno di loro conosceva qualcosa di diverso dalla fame e dal lavoro. Eppure tutti sapevano che bisognava lottare. Eppure tutti sapevano che nel mondo c’erano altre persone sfruttate come loro. E che le catene andavano spezzate per tutti e non solo per sé stessi.

Si dice che il re voglia mandarci tutti a combattere in guerra contro l’Austria e la Germania. Cosa faccio nonno? Non ci andare nipote. Ribellati. Alla tua età abbiamo scioperato una settimana. Ci hanno sparato contro i soldati e tuo padre è morto. Non è cambiato molto. Anzi, quasi niente.

Ma se ora tu andassi a fare quello che gli assassini di tuo padre ti ordinano, non faresti un torto a te stesso, ma a tutto il proletariato. Pensaci.

Da lontano il sibilo del treno dei soldati che vanno al fronte. Carne da macello per gli interessi dei potenti. E’ il popolo l’agnello sacrificale. Qualcosa dovremmo pur fare.

Deposta la zappa, si prende ago e filo. C’è una bandiera rossa da cucire. Ci sono treni da fermare e binari sui quali stendersi. Nessuno deve andare alla guerra.

L’arresto, la prigione, il fronte, le ferite, i morti. Anni di follia. I padroni hanno giocato con le nostre vite. Loro non c’erano in trincea. Noi sì.

Si torna a casa, ma niente è più come prima. Di notte gli incubi della guerra, di giorno i sogni della rivoluzione. Occupiamo i campi, occupiamo le fabbriche. Siamo tanti, siamo forti. In Russia ce l’hanno fatta, hanno ucciso lo zar. Ora tocca a noi.

Uno dei nostri ha tradito. Si è messo con i padroni. Ha gettato la bandiera rossa e ha messo la camicia nera. Si chiama Benito Mussolini.

Signor conte, con suo padre c’era l’esercito. I tempi cambiano, ora è lei il padrone e l’esercito che ci difende dai senza dio si chiama fascismo. Lei lo sa bene, la chiesa è povera e deve pensare alle anime, può solo pregare, ma le camicie nere hanno bisogno anche del suo aiuto. Una piccola offerta e che dio la benedica. Amen.

Olio di ricino, fiamme, bastoni, sogni svaniti e compagni spariti. Chi morto nel corpo e sepolto in tombe anonime, chi morto per il mondo e rinchiuso in prigione o al confino. Qualcuno è scappato all’estero, chissà se mai tornerà.

Venti anni di oblio, di adunate, di folle oceaniche, di discorsi al balcone e di un impero ritornato sui colli di Roma. Un paese in divisa e l’altro ridotto al silenzio. Poi la guerra, le sconfitte, i soldati congelati in Russia o dispersi in Africa. Una sera d’estate l’ubriacatura. Si abbattono i vessilli del regime caduto come un castello di carte. Neanche il tempo di riprendersi dalla sbronza che bisogna imparare il tedesco per sopravvivere.

Ci si incontra, di nascosto, in case anonime. Qualcosa dobbiamo pur fare. Dobbiamo riconquistare la libertà. Dopo la notte dovrà sorgere il sol dell’avvenire. I compagni chiusi nelle prigioni piangono per le torture, altri viaggiano con gli ebrei sui treni diretti in Germania e Polonia. Noi siamo qua. Saliamo in montagna e armiamoci.

Nessuno vuole più la guerra, nessuno vuole più il duce, tutti odiano i tedeschi. Sono tanti i giovani che disertano e salgono in montagna. Non sono tutti compagni. Tanti lo sono, altri credono soltanto che l’essere umano sia nato libero e che tale debba rimanere.

D’estate scendiamo dai monti e andiamo a liberare frazioni e paesi, catturiamo armi ai fascisti e uccidiamo i tedeschi. Lo facciamo per la libertà. Lo faccio per mio nonno, ucciso per lo sciopero nei campi, e per mio padre costretto a combattere sul Carso. Lo faccio per me, per i compagni e perché i miei figli possano nascere in un’Italia libera. E dopo la libertà voglio che sorga il sol dell’avvenire, la rivoluzione.

L’inverno è duro. Si gela. Il freddo e i tedeschi sono temuti alla pari. La neve è nostra nemica. Bisogna stringere i denti quando riusciamo a non farli battere. Arriverà la primavera. La rossa primavera.

Ad aprile i tedeschi e i fascisti scappano. Siamo tanti. Cantiamo. Sorridiamo. Beviamo. Le donne sono tutte belle. Costruiremo un paese nuovo, migliore. Vedrai.

Nelle piazze carri pieni di fucili. File di giovani, di uomini e di donne con un fazzoletto rosso al collo depongono le armi. Un soldato americano assiste distratto a quel funerale laico. Non capisce quando qualcuno di loro piange. Strabuzza gli occhi quando qualcuno di loro bacia il mitra. Non è solo una stagione che finisce. Ma è un sogno: la rivoluzione. Qualcuno ci crede ancora. Qualcuno ha capito. Ora c’è rimasto il gran partito. Un monolite con delle fessure. Il nuovo orizzonte verso il quale voltarsi e consegnarsi.

Le fabbriche sono i nuovi campi. Ore di lavoro sottopagato, chi protesta muore di fame, chi tace si ammazza di fatica. Nessun diritto. Il signor conte ha venduto i terreni e ha aperto due aziende metalmeccaniche. I padroni di ieri ora si chiamano industriali. Gli sfruttati di oggi si chiamano operai. Cortei, manifesti, bandiere rosse e piazze piene per una nuova libertà.

Papà, ma anche tu hai preso le armi per fare la rivoluzione. Dimmi cosa c’è di diverso. Di diverso c’è che noi lottavamo contro i nazifascisti. Quando nel ’68 occupavi l’università non protestavo. Ma ora no. Come hai detto che vi fate chiamare? Brigate Rosse? Ma andiamo. Finirete con l’inimicarvi tutta la classe operaia. E ricordati una cosa: chi usa le armi prima o poi uccide qualcuno. E quello è il punto di non ritorno. Non ce l’abbiamo fatta noi a far la rivoluzione, non crederete di poterla fare voi. Non andrete da nessuna parte.

Le parole d’ordine sono sempre le stesse: rivoluzione e riscossa del proletariato. Ma ora nei cuori c’è solo tanta rabbia e non esiste più il sol dell’avvenire, ma il presente. Scritto con il piombo dei proiettili delle P38. Compagni e fascisti muoiono negli scontri del sabato pomeriggio. Politici e poliziotti muoiono per volontà di direzioni strategiche di autoproclamate avanguardie proletarie. Dietro di loro all’inizio qualcuno, poi nessuno. Combattenti solitari di un’immaginaria guerra che produce tragedie vere.

Qualcuno muore con la pistola in mano, qualcuno è sepolto dagli ergastoli, qualcuno ritrova la ragione, qualcuno trova la sua via nel bucarsi.

Passano gli anni. Cade il muro. Persino il partito non esiste più. Ha cambiato nome. Ha cambiato pelle. Ci si trova nelle commemorazioni. In quelle giornate saluti e canti sono ammessi. Qualcuno lo fa sorridendo, qualcuno per tradizione, qualcuno con una lacrima che scende sul viso.

Quello delle televisioni ha vinto le elezioni. E’ caduto e si è rialzato. Tre volte. Ora non c’è più, ma c’è la sua eredità culturale, se così possiamo definirla.

Papà, voi avevate il partito, ma la mia generazione, fatta di giovani precari ed altri emigrati, che cosa ha?

Non era poi così grande quel partito, figlio. Prima parlava di rivoluzione e poi chi come tuo zio, sbagliando, ha creduto troppo in quelle parole prima lo ha accusato di essere un fascista, poi un compagno che sbagliava e dopo lo ha abbandonato e venduto alla polizia. Io invece gli sono rimasto fedele, al partito, e senza discutere niente un bel giorno ci ha detto che il rosso non era più di moda. Non era poi così grande quel partito. Non avete bisogno di quello voi. Dite soltanto la verità. E’ l’ultimo atto rivoluzionario. E’ la base di ogni rivoluzione passata e futura. Da soli non fate niente. Uniti potrete fare tutto.