Posts Tagged ‘Controre’

La parola deposta

8 luglio 2013

A proposito di Controre di Domenico Brancale
di Gianluca Pulsoni

Deporre è un verbo di estremo interesse. Contempla molti significati, certamente, e fra questi alcuni che còlti nel loro uso e senso antropologico proprio delle nostre società occidentali sembrerebbero essere distanti anni luce fra loro. In questo caso specifico, ci si riferisce alla deposizione in accezione laica, cioè alla giustizia, e alla deposizione della figura del Cristo: due momenti che si potrebbero definire epifanie di una cosiddetta “verità” generale. La voce che testimonia e il corpo che diventa testimonianza. E in un certo senso, a collegare queste due polarità estreme, c’è l’arte, come sempre in mezzo. Campo di un divenire umano che sfida la natura come modo di stare o non stare al mondo.
Nel suo lavoro lirico, nel corso di questi anni, Domenico Brancale si è spesso confrontato col senso profondo del termine deposizione nei suoi estremi, fino anche a includere la parola nel titolo di una sua lettura-spettacolo fra le più riuscite ma forse, soprattutto, rivelatrici, dove nello scenario la pietra faceva da contraltare figurativo pressoché perfetto alla fissità “cavernosa” della voce. Anche ne L’ossario del sole, che è stato e tutt’oggi è un esercizio di alta poesia sospeso tra erotismo trobadorico e squarci espressionistici, l’autore non sembra abbandonare questo interesse, semmai enuncia e intensifica l’operazione di una fine simbolica del mondo, operazione il cui rovescio complementare o suo negativo, la deposizione simbolica dell’io, potrebbe essere motivo ispiratore di Controre, fatica che riprende motivi simili della precedente ma che si muove in direzione fatalmente altra.
Dal titolo emblematico, chiaro nel suo buio, e quasi scolpito, Controre: dove l’ora è «L’ora contro, la breccia in ogni pensiero». In un certo senso, è forse un “libro delle ore”, cartografia che segna e circoscrive un ciclo temporale, alla maniera della ore liturgiche per i diversi periodi dell’anno. (more…)

La vista di colui che tace…

28 giugno 2013

…per una terra incompiuta
di Domenico Brancale

…solo un presente senz’ombra di presente
Michele Ranchetti

La fiamma che alimenta le cose si spegne lasciando nell’orbita delle nostre pupille geometrie inconsolabili, simulacri – rimorsi nel vento.

Ascolta la vista di colui che tace. Ascoltala farsi cammino tra le cose che non sono mai state – mai resti. Ascoltala piegarsi all’orizzonte inciso nella linea che sparge il mare.

Qui ti chiamano Ionio. Il mio sguardo lontano abita la linea di questa promessa.

Briser le soleil, direbbe Le Corbusier. Non aver altra soluzione che frangere i raggi del sole. Briser la terre, direbbe un vecchio. Non aver altra soluzione che di frangere la pietra.

Chi frequenta il vuoto allunga le braccia per sfiorarti.

Come la carne, l’aria sa essere umida intorno alle vertebre di cemento in cui il midollo del ferro grida e incendia il tempo. Nessuno direbbe pilastri.

Anche questo è lo spazio che immobilizza il tempo.

Il cielo fa da parete alla piega della fronte. Non oso specchiarmi nel simulacro del mio volto.

Il cemento armato dei nostri pensieri fugge tutta la pena verso l’aria. Fugge dove non si può arrivare. Ogni dove resta sospeso.

Questi metalli che oscillano nella voce perché tu esista nel bianco. Siamo una lingua incompiuta.

Voce di uno: «Qui non resta che cingersi intorno al paesaggio qui volgere le spalle»

Bastava l’assenso

il tuo capo reclino verso il qui lontano
impediva il confronto

l’inconfessabile sui tuoi lobi
staccati dal
predetto
sudore di canto a venire

parlavo la tua stessa lingua incompresa

come se potessimo ancora dire
è possibile resisterle

Domenico Brancale
Controre

Effigie. le Ginestre

Soli ancora non nati

23 giugno 2013

di Domenico Brancale

Tocca sentire, soltanto sentire, ancor prima di lasciare al respiro il tentativo di svelare il silenzio che avvolge le sue carte. E in questa costellazione segreta a se stessa, al largo di ogni nostro possibile sguardo, vedere, soltanto vedere il corpo che ci attende lungo la traiettoria della luce scheggiata. Vedere l’avvenire di ciò che un giorno sarà concesso alla nostra carne, quando spegnendosi irrevocabilmente il pensiero, un abbaglio di corolle infuocate cingerà la nostra vita.

Vivi a morte. Morti a vita. Amanti, ritroveremo il mistero del corpo, dopo aver graffiato le pareti della memoria, scavato fino al fondo di qualunque soglia in cui è conficcata la colpa che incatena i desideri riemersi dalle viscere, senza più l’ancora di questo apparire.

Forse finalmente ciechi, qualcosa passerà sulla retina della nostra anima: oasi di pietre nere, saette di animali latranti, processioni di braccia, crepe di vulva, ruote di crani, radici di carne, agavi di pene, cataste di seni, rami d’assedio che sfiorano la lacrima – Soli ancora non nati.

E così che, impresso da un gesto che matura nel buio della traccia,
assisto la pittura di Simone Pellegrini e mi chiedo, se dovrò morire,
che sia il giorno dopo questo avvento, scanno della voce, taglio del
silenzio che tu pittore induci.

Bastava l’assenso

il tuo capo reclino verso il qui lontano
impediva il confronto

l’inconfessabile sui tuoi lobi
staccati dal
predetto
sudore di canto a venire

parlavo la tua stessa lingua incompresa

come se potessimo ancora dire
è possibile resisterle

Domenico Brancale
Controre

Effigie. le Ginestre