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Itaca

1 luglio 2013

di Dinos Christianòpoulos

Non so se me ne andai per coerenza
o per bisogno di sfuggir da me stesso,
dalla stretta e avara Itaca
con le sue congregazioni cristiane
e la sua asfittica morale.

Comunque, non fu una soluzione; fu una mezza misura.

E da allora sbando di strada in strada
accumulando ferite e esperienze.
Gli amici che amai sono ormai perduti
e sono rimasto solo con la paura che mi veda qualcuno
a cui parlai un giorno d’ideali.

Ora torno con un estremo sforzo
di apparire irreprensibile e integro, torno
e sono, mio Dio, come il figliuol prodigo che lascia
l’errare, amareggiato, e ritorna
al padre misericordioso, per vivere
fra le sue braccia una dissolutezza privata.

Posidone lo porto dentro me,
che mi trattiene sempre lontano;
ed anche se potessi avvicinarmi,
mi troverà Itaca la soluzione?

Ieri ti vidi arrivare nel sonno
severo e cupo, e mi afferravi in modo
violento e rude, e poi mi trascinavi
dentro ad oscuri porti e piazze vuote
finché la tua divisa militare
fu un grande esercito, che passava,
un grande esercito, che mi calcava,
un esercito, che mi schiacciava sotto gli stivali,
mentre avanzava gagliardo; io mi sciolsi,
ero uno straccio, e divenni tutt’uno
col rovente asfalto, che riceveva
le peste degli infiniti stivali.

Fu allora, nel mio sommo avvilimento,
che ebbe sete di te, Signore, l’anima mia.

Dinos Christianòpoulos
Stagione di vacche magre
e altre poesie (1950-1957)

Effigie. le Ginestre

Versi di Sant’Agnese a San Sebastiano

20 giugno 2013

di Dinos Christianòpoulos

Muori prima che il pregar ti sia grave.

I soldati del plotone d’esecuzione
amano e giacciono proprio come tutti gli altri,
fumano e si divertono a farsi fotografare
e accendono candele uguali a Venere e Vesta.
Nulla fra loro e il tuo petto;
solo le frecce che t’innalzeranno al cielo
e questa tua fede che travaglia gli uomini.

Spoglio della tunica militare,
nudo appari più santo.

Domani schiere di uomini avran nome Sebastiano:
bambini che giocheranno nei cortili,
          giovani che lavoreranno nelle officine,
presidenti d’istituti benefici, sovversivi e letterati.
Domani il tuo nome passerà di bocca in bocca
e i fratelli ti commemoreranno nei martirologi
e circoleranno litografie del tuo martirio.
Ma tu, legato all’albero, imbrattato di sangue,
lassù in paradiso non ti dimenticare di noi,
noi che per la fede fummo stretti insieme a te,
ma soprattutto non ti dimenticare del nostro contatto
la prima sera dopo la flagellazione,
il contatto dei nostri corpi, il più innocente, il più casuale,
nell’ora che le nostre labbra lodavano il Signore.

Ieri ti vidi arrivare nel sonno
severo e cupo, e mi afferravi in modo
violento e rude, e poi mi trascinavi
dentro ad oscuri porti e piazze vuote
finché la tua divisa militare
fu un grande esercito, che passava,
un grande esercito, che mi calcava,
un esercito, che mi schiacciava sotto gli stivali,
mentre avanzava gagliardo; io mi sciolsi,
ero uno straccio, e divenni tutt’uno
col rovente asfalto, che riceveva
le peste degli infiniti stivali.

Fu allora, nel mio sommo avvilimento,
che ebbe sete di te, Signore, l’anima mia.

Dinos Christianòpoulos
Stagione di vacche magre
e altre poesie (1950-1957)

Effigie. le Ginestre