Posts Tagged ‘Vittorio Pacchiarotti’

Tanto va la gatta al lardo…

13 marzo 2014

Sull’arresto di Ettore Filippi. Note a margine
di Giovanni Giovannetti

L'”intoccabile” che, grazie all’appoggio offerto dal capo della ‘Ndrangheta lombarda, risultò decisivo nella vittoriosa ascesa di Al Cattaneo a sindaco di Pavia è ora ai domiciliari. Lui, per decenni il supremo garante di squallidi intrecci affaristico-istituzionali e di contiguità mafiose, trent’anni dopo è di nuovo agli arresti. Sì, poiché il poliziotto Ettore Filippi (già capo della Squadra mobile di Pavia) lo ricordiamo già incarcerato a Peschiera nel febbraio 1983, per via – sostiene – di vendicative “toghe rosse” dopo che il 4 aprile 1981 a Milano proprio lui aveva catturato Enrico Fenzi e Mario Moretti, capi delle Brigate Rosse. In realtà venne “accompagnato” ai ferri e processato per certi piccanti favorini confessati ai giudici dal pentito di mafia Angelo Epaminonda detto il Tebano, boss della mala milanese e referente lombardo di Cosa nostra catanese (all’epoca Epaminonda gestiva spaccio di coca, night, bordelli e bische anche in provincia di Pavia). Insomma, ieri come oggi è corruzione. Verrà infine assolto per insufficienza di prove, così che nel 1992 il procuratore capo di Milano Giulio Catelani potrà affermare che «Milano non è Palermo».
Colonizzazione e misto. Subito dopo comincia la resistibile ascesa di Filippi ai piani alti della pubblica amministrazione pavese. Una carriera politica che ne ha rivelato i solidi ideali: nasce socialdemocratico, trascorre l’infanzia nel Partito socialista, l’adolescenza nel Partito liberale, la maturità in Forza Italia, l’età di mezzo nella Margherita, la vecchiaia attiva nel Partito democratico, la parabola senile da attempato cespuglio Pdl e – dopo la parentesi civica di Rinnovare Pavia e l’avvicinamento temporaneo all’Udc – forse non morirà tra i casini.
Agli arresti domiciliari per corruzione e abuso d’ufficio. A pochi passi dalla lottizzazione abusiva di Punta Est e Cascina Scova (ne accenneremo) c’è Cascina Spelta, là dove il costruttore Dario Maestri ha edificato residenze multipiano vista parco, sempre più vicine al corso d’acqua della Vernavola, eludendo la “Galasso”. Il costruttore era accusato di associazione a delinquere finalizzata a corruzione e truffa dopo l’oneroso compenso di 41.140 euro (34.000 più Iva) ad Enrico Colosimo, un… diciamo consulente con entrature in Soprintendenza; “consulenza” al solito suggeritagli dall’ex vicesindaco Ettore Filippi, suo amico e sodale (in una intercettazione Maestri definisce Filippi «la sua testa di sfondamento», quello «capace di far aprire le porte»). (more…)

Consigli al Consiglio

25 settembre 2013

L’Università, Pacchiarotti e il falso Project Financing
da Pavia, Giovanni Giovannetti

In Università mercoledì 25 settembre è stato giorno di Consiglio d’amministrazione. Oltre al parere favorevole sul rimborso delle spese ai candidati che hanno svolto il test per l’ammissione ai corsi di laurea delle professioni sanitarie, il Cda ha toccato l’argomento Campus Aquae, dando «mandato all’amministrazione dell’Ateneo di predisporre una comunicazione in risposta ai chiarimenti chiesti dal SUAP del Comune di Pavia», ovvero la vecchia storia nota ai più sui frequentatori – studenti e no – del Campus polisportivo. Tutto qui.
Peccato poiché, ad esempio, avrebbe potuto essere l’occasione buona per mettere i piedi nel piatto di quella triste storia della nuova garanzia ipotecaria di secondo grado che il concessionario Unisport, società di Vittorio Pacchiarotti, ora pretende dall’Ateneo, dopo che – non più di quattro anni orsono – il pregiudicato imprenditore belgioiosino (già ospite nel 1993 delle patrie galere per corruzione e finanziamento illecito dei partiti) aveva ottenuto dall’Università pavese l’ipoteca su terreni e strutture di Campus Aquae in favore delle banche finanziatrici di Unisport – Mediocredito italiano (per 26.250.000 euro) e Banca popolare di Sondrio (per 14.000.000 euro) – assumendosi così un inedito rischio d’impresa (ma non era un Project Financing?) girando altresì alle stesse banche la cifra annuale indicizzata di 330.000 – riconosciuta per trent’anni dall’Università al Pacchiarotti  – a sommarsi col finanziamento regionale di 4.000.000 di euro e a 660.000 euro suoi propri dell’Università (ma un Project Financing non implica forse ogni costo a carico dell’impresa che costruisce in concessione?) Insomma, a Campus Aquae l'”imprenditore” non ha usato soldi suoi ma delle banche, un debito garantito dall’Università e non da lui: bel “rischio d’impresa” (non sia mai, ma se il Pacchiarotti un giorno dovesse avere problemi chi paga? Pacchioni?)
Peccato poiché, sempre ad esempio, avrebbero potuto confrontarsi sulle otto aule – destinate a Scienze motorie e Farmacia – riscattate al Pacchiarotti nel 2007 in permuta con due appartamenti, di proprietà dell’Ateneo, per un valore stimabile in 1.136.000 euro, in aggiunta a 600.000 in denaro contante.
O ancora della pretesa di Unisport di una integrazione  per euro 1.000.000 e passa a fronte dell’Iva dovuta – e non versata – all’erario dal Pacchiarotti sui 4 milioni e fischia in conto capitale e sul pattuito annuale di 330.000 euro. Il contenzioso con l’Agenzia delle entrate lui, il pregiudicato, ha voluto dirimerlo proponendo causa all’Università, anche se spese e oneri fiscali sono a totale carico del concessionario, ovvero lo stesso Pacchiarotti, e i contributi già comprensivi d’Iva.
Per tacere il resto. Avrebbero dunque potuto parlare di cose serie e non l’hanno fatto, preferendo spendere tempo intorno a una lettera sui «chiarimenti richiesti» dal comunale Sportello unico per le attività produttive. Peccato…

Pacchiarotti dà i numeri

18 settembre 2013

Vittorio Pacchiarotti non smette di stupirci. Se il verbo lavorare lui lo declina in contratti a chiamata e stipendi mancati, le cose non migliorano quando l’imprenditore prova a dare i numeri. Nel rendicontare i frequentatori della piscina di Campus Aquae, ai giornalisti ha consegnato una media giornaliera di 220 studenti universitari su un totale 400 presenze (il 55 per cento); a Comune e Università invece indica “solo” 150 studenti, come si legge nella tabella qui pubblicata, del febbraio 2013, ripresa da una lettera di Unisport Spa a Comune e Università: il 19 per cento dei 780 frequentatori. (G. G.)

E io (non) pago…

15 settembre 2013

«Qui facciamo lavorare 164 persone, per la maggior parte giovani, e questa è un’opera pubblica ad utilizzo pubblico». Così parlò Vittorio Pacchiarotti, il benemerito fautore di Campus Aquae, nel corso della sua recente conferenza stampa. L’imprenditore belgioiosino sembra tuttavia mantenere un rapporto assai particolare con il significato delle parole, a partire dal verbo lavorare. A riprova, si legga questa lettera dell’amico Bernardo Caldarola. (G. G.)

Come studente lavoratore, non posso che sentir ribollire il sangue nelle vene alla lettura dell’articolo comparso su “La Provincia Pavese” dell’11 settembre 2013 riportante le dichiarazioni dell’imprenditore Pacchiarotti, patron di Campus Aquae. Oltre a dire che «qui facciamo lavorare 164 persone, per la maggior parte giovani», forse dovrebbe anche accennare a come quei giovani vengono trattati e di quanto i loro diritti vengano elusi. Dopo aver ricevuto la visita dell’ispettore del lavoro nel mese di dicembre 2010, Pacchiarotti si è visto costretto a regolarizzare alcuni suoi lavoratori – io tra questi – “agganciati” con contratti a chiamata, pur svolgendo servizio a tempo pieno presso la struttura in strada Cascinazza. La rivalsa dello stesso si è concretizzata nel mancato pagamento degli stipendi dei due mesi successivi, mettendo in serie difficoltà dei ragazzi che a 20 anni fanno dei grossi sacrifici per poter sostenere economicamente i propri studi universitari (e qui si apre un altro capitolo, che mi riservo di approfondire in altra sede). Ho dovuto aprire un contenzioso, che grazie al supporto della Cgil si è risolto con il versamento degli stipendi mancanti a un anno dall’apertura del contenzioso stesso. Inutile aggiungere che il mese successivo all’apertura dell’ingiunzione di pagamento sono stato prontamente licenziato. Insomma, il Pacchiarotti che si erge a grande filantropo della comunità pavese risulta essere poco credibile. E l’Università ha le sue responsabilità quando sceglie i partner per le iniziative.

Bernardo Caldarola

Così parlò Pacchiarotti

11 settembre 2013

da Pavia, Giovanni Giovannetti

Forse Vittorio Paccharotti non ha conosciuto il genovese Stefano Francesca. È quel funzionario del Partito democratico che nel 2006 si era inventato il benemerito Festival dei Saperi, una “quattro giorni” di conferenze quell’anno costate oltre un milione di euro in pubblico denaro – quattro volte più del necessario – in buona parte andati ad onorare i privatissimi sospesi della più che onerosa campagna elettorale del sindaco Piera Capitelli (tipografia Nuova Ata di Genova… Digis di Campochiaro… ecc. ecc. ecc.)
All’epoca il Francesca si era inventato anche altro: ad esempio, la bufala delle 250.000 presenze alla prima edizione del Festival (come riferimento, il pluricelebrato Festivaletteratura di Mantova famoso in tutto il mondo, ne contava circa sessantamila): un dato reso bulimico annettendo chi aveva sbevazzato alla “notte bianca” o era accorso in riva al Ticino per i tradizionali fuochi d’artificio. Fra l’altro, erano forse le stesse persone; e questo semmai ricorda la storia di Fanfani in visita alle fattorie-modello della Maremma: tra una fattoria e l’altra, l’auto dell’esponente democristiano era implacabilmente sorpassata da camion stracolmi di bovini… (e mio nonno la raccontava in altro modo, con Mussolini – e non Fanfani – a riflettere sulla ripetuta evidenza di quel toro dal corno mozzo).
Tornato a Genova, nel maggio 2008 Francesca troverà melanconica dimora nel carcere di Marassi, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta (verrà infine condannato in primo grado a un anno e mezzo di reclusione per corruzione).
No, Pacchiarotti non è Francesca anche se, come lui, è stato per qualche tempo gradito ospite delle patrie galere (arresto, patteggiamento e condanna nel 1993: un anno e tre mesi per corruzione e finanziamento illecito dei partiti).
No, non è Francesca, ma le simmetrie non si fermano alle manette: come il trapanante genovese, Pacchiarotti prova a menare il can per l’aia, dando i numeri o giocando con le parole. (more…)

Circo Mezzabarba

6 agosto 2013

Campus Aquae. L’informativa negata e i segreti di Pulcinella
da Pavia, Giovanni Giovannetti

Continuano pavidamente a giocare a nascondino. Con questa lettera di Ivana Dello Iacono, il Comune di Pavia il 2 agosto scorso ha indebitamente negato ad alcuni consiglieri comunali il parere legale dello Studio Greco-Muscardini su due discussi permessi comunali a costruire rilasciati per Campus Aquae al Cravino.
Il Centro sportivo polivalente per studenti (inaugurato nel 2010 su terreni di proprietà dell’Ateneo e contigui alla lottizzazione abusiva di Green Campus) in realtà di studenti ne ha visti pochini, poiché l’83 per cento dei frequentatori non figura iscritto all’Università: uno strano project financing a trentennale gestione di Unisport – società costituita dall’imprenditore Vittorio Pacchiarotti presso il notaio Trotta il 6 dicembre 2005, solo due settimane prima dell’assegnazione – sopra terreni che il Piano regolatore generale tuttora vigente riserva alle attività universitarie. Strano poiché il costruttore si è avvalso di un finanziamento universitario di 4.660.000 euro, fondi statali, in aggiunta a un “canone” annuale di 330.000 euro (in trent’anni sono altri 9.900.000 euro): un ammontare di 14.560.000 euro, per un’opera dal costo netto preventivato di 15.865.811 euro; è quasi l’intero importo. Ancora più perplessità solleva l’esclusivo Centro benessere “universitario” gestito da Vitruviospa srl (sempre di Pacchiarotti), spacciato quale struttura fondamentale per le attività didattiche e di ricerca: l’autorizzazione comunale – del 15 febbraio 2011 – reca la firma del più che indagato dirigente all’Urbanistica Angelo Moro.
La replica comunale ai consiglieri: «Si esprime il diniego per le seguenti motivazioni e considerazioni: il parere legale in questione è stato richiesto al professionista esterno al fine di acquisire ogni ulteriore elemento tecnico-giuridico, in aggiunta a quelli già in possesso degli uffici nell’esercizio della propria attività istruttoria, utili per tutelare gli interessi dell’Ente nell’ambito di una fattispecie caratterizzata da notevole complessità sia in fatto che in diritto, tenuto conto anche dei diversi soggetti coinvolti, della natura particolare dell’intervento (project financing) e soprattutto della concreta esposizione ad eventuali contenziosi correlati all’attività di controllo e o vigilanza avviata dall’Ente. Tale consulenza legale resta, pertanto, caratterizzata dalla riservatezza che mira a tutelare non solo l’opera intellettuale del legale ma anche la stessa posizione dell’amministrazione la quale, esercitando il proprio diritto di difesa, protetto costituzionalmente, deve pur fruire di una tutela non inferiore a quella di qualsiasi altro soggetto dell’ordinamento».
«Notevole complessità sia in fatto che in diritto»? (balle)
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Paranoici su Marte

29 luglio 2013

da Pavia, Giovanni Giovannetti

Un altro documento comunale top-secret viene ora a scaldare la già rovente estate pavese. È la Relazione dello studio Greco-Muscardini sulla liceità dell’operazione Campus Aquae, il Centro sportivo polivalente inaugurato nel 2010 su terreni dell’Università al Cravino contigui alla lottizzazione abusiva di Green Campus: uno strano project financing a trentennale gestione di Unisport – società costituita ad hoc nel novembre 2005 da Vittorio Pacchiarotti (imprenditore di Belgioioso condannato nel 1993 a 1 anno e 3 mesi per corruzione e finanziamento illecito dei partiti) con atto del notaio Antonio Trotta (ora indagato per i rogiti di Green Campus) – sopra un’area che il Prg indica a “Servizi per l’Università”. Strano poiché il costruttore si è avvalso di un finanziamento universitario di 4.660.000 euro, fondi statali, in aggiunta a un “canone” annuale di 330.000 euro (in trent’anni sono altri 9.900.000 euro): un ammontare di 14.560.000 euro, per un’opera dal costo preventivato di 15.865.811 euro; è quasi l’intero importo: l’autorizzazione comunale al Centro benessere – del 15 febbraio 2011 – reca la firma del più che indagato dirigente all’Urbanistica Angelo Moro.
A quanto risulta, la missiva “secretata” degli avvocati Greco e Muscardini è tra i documenti che giorni fa la Polizia giudiziaria ha inoltrato alla Procura.
La trasparenza non pare albergare tra le virtù di Alessandro Cattaneo: occultata e infine resa pubblica a furor di popolo  la “nota” su Green Campus del prof. Aldo Travi al sindaco, a lungo nascosta agli stessi assessori. E si capisce: il 21 gennaio 2013 l’illustre docente precisava che quelle costruzioni erano condominii e non residenze universitarie (un illecito che non ammette sanatoria). Che le residenze universitarie possibili nelle zone “F” (come appunto quell’area al Cravino) non prevedono semplici insediamenti residenziali per studenti, ma devono assolvere funzioni e servizi «d’interesse generale, e cioè con precise finalità pubbliche». Che il permesso a costruire a firma del dirigente all’Urbanistica Angelo Moro non era conforme al Prg.
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Campus Aquae, «una vicenda all’italiana»

23 luglio 2013

da Pavia, Walter Veltri*

L’elezione a nuovo Rettore dell’Ateneo pavese del prof. Fabio Rugge si spera possa favorire una radicale inversione di tendenza rispetto al recente passato. È importante che si instauri un dialogo – fino ad oggi assente – tra questa importante istituzione e la città, e soprattutto che le future iniziative universitarie siano improntate alla massima trasparenza. È altrettanto urgente che il Rettore faccia chiarezza su alcune opere del passato, dalle molte opacità: ad esempio, Campus Aquae al Cravino, che qui raccontiamo.
Nell’aggiornare il programma triennale delle opere pubbliche, il 28 aprile 2004 l’Università di Pavia aveva pianificato l’edificazione di un centro sportivo polivalente: piscina scoperta e coperta, benessere e fitness, bar, ristorante e negozi, mensa, cucina, residenze per una spesa complessiva di 20.660.000 euro. (dall’Università viene tuttavia indicata la cifra di 18.500.000 – importo netto 15.865.811 euro, più Iva. Quale è stato il costo effettivo?)
Il 28 luglio 2005 la “Gazzetta Ufficiale” ha pubblicato l’avviso di licitazione privata per individuare la ditta a cui affidare i lavori. Alla scadenza del 25 ottobre 2005 nessuna impresa aveva inoltrato offerte.
Lo stesso giorno, il verbale della gara andata deserta veniva inviato al direttore del S.I.I.T. (Servizi integrati infrastrutture e trasporti – Lombardia e Liguria – settore infrastrutture, ovvero l’organo decentrato del ministero delle Infrastrutture e Trasporti) in quanto stazione appaltante, per i successivi adempimenti di competenza. Il 20 dicembre 2005 la predetta progettazione, esecuzione e gestione dei lavori se l’aggiudicava l’impresa Pacchiarotti spa di Belgioioso per, si diceva, 15.865.811 di euro, Iva esclusa.
L’11 novembre – solo un mese prima – presso il notaio Trotta la ditta aggiudicataria aveva costituito Unisport, società con un capitale sociale di 300.000 euro, identico – guarda la coincidenza – a quello previsto nel bando di gara. Di fronte a una tale rapida successione degli avvenimenti si rimane sbigottiti dall’efficienza della Pubblica Amministrazione.
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La bufala di Campus Aquae

20 luglio 2013

da Pavia, Giovanni Giovannetti

Qui di fianco riprendiamo due “promo” di Campus Aquae al Cravino, centro polivalente sorto su terreni dell’Università contigui alla lottizzazione abusiva di Green Campus: ma dove sta scritto che è riservato a studenti? Che palestre, piscine, ristorante e l’esclusivo centro benessere “universitario” (massaggi decontrattivanti… drenanti… connettivali… ayurvedici…) sono in realtà strutture, ehm, fondamentali per le “attività didattiche e di ricerca”? Non lo leggiamo; e infatti il costoso centro ricreativo è frequentato all’83 per cento da persone che formalmente non ne avrebbero titolo.
Campus Aquae è un project financing a trentennale gestione di Unisport – società costituita ad hoc da Vittorio Pacchiarotti di Belgioioso nel novembre 2005 presso il notaio Trotta – sopra un’area (come la limitrofa Green Campus) che il Prg indica a “Servizi per l’Università U1” (l’autorizzazione comunale al Centro benessere – del 15 febbraio 2011 e gestito da Vitruviospa srl, sempre di Pacchiarotti – reca la firma del più che indagato dirigente all’Urbanistica Angelo Moro). Project financing strano, poiché l’imprenditore belgioiosino si avvale di un finanziamento di 4.660.000 euro elargiti dall’Università, fondi statali in aggiunta a un “canone” annuale di 330.000 euro (in trent’anni sono altri 9.900.000 euro) per un’opera dal costo preventivato di 15.865.811 euro. E l’Università? Nulla da obiettare?
Pacchiarotti è quell’imprenditore condannato nel 1993 a 1 anno e 3 mesi per corruzione e finanziamento illecito dei partiti, per un giro di bustarelle volto a favorire l’edificazione di un parcheggio lungo il Ticino. Nel 2008 il Comune di Pavia (amministrazione Capitelli; Ettore Filippi vicesindaco e assessore dal Bilancio) gli ha elargito in dono oltre 700.000 euro quale compenso o compensazione (a rendere?) per la mancata costruzione di una piscina in via Acerbi. Secondo persone del mestiere, conti alla mano, sarebbe stato l’imprenditore a dover rifondere il Comune. E l’onere venne anche spacciato quale compromesso a tutto vantaggio della collettività, già che Pacchiarotti avrebbe minacciato una rivalsa legale per 1.500.000 euro. Un ex consigliere comunale riferisce poi questa affermazione dell’imprenditore, in dialetto pavese: «Mì sò gnént, l’ha faj tütt al Filippi» (Non so niente, ha fatto tutto Filippi, Ettore Filippi).
Sia Pacchiarotti che Dario Maestri (il costruttore di Punta Est) figurano tra i graditi sponsor del periodico pavese “Il Mondo del lunedì” (ora “Il Mondo di Pavia” online), testata vicina a Rinnovare Pavia, la lista civica della famiglia Filippi di cui ricordiamo l’onerosa campagna elettorale alle Comunali 2009. Così come è ormai storia (giudiziaria) la vicenda di quel candidato chiesto da Filippi al capo della ’Ndrangheta lombarda Pino Neri, avvocato tributarista reduce da 9 anni di carcere per narcotraffico, nuovamente condannato in primo grado il 6 dicembre 2012 a 18 anni per associazione mafiosa.
Ricordiamo Filippi nel 2005 membro “a sua insaputa” del cda della fondazione di diritto sammarinese Ester Barbaglia – la maga di Craxi e Berlusconi – che fra l’altro possedeva il 21 per cento di una banca, il Credito Sammarinese, incline al riciclaggio per conto di narcotrafficanti.

Il vento di Punta Est

24 marzo 2012

da Pavia, Giovanni Giovannetti

Mazzette? Affarismo? «Che male c’è? Qui lo fanno tutti». Insomma, parafrasando Craxi, se tutti rubano nessuno ruba. Sono parole di un politico della Pavia che conta, uno con molte entrature presso immobiliaristi, costruttori e faccendieri, tanto da rappresentarne un prolungamento “politico” nelle istituzioni, da oliare all’occorrenza. Lo chiameremo “Confuso”.
“Confuso” è uomo di centrosinistra, così come lo era “Tanticapelli”, leader del Sessantotto pavese, poi socialista “di sinistra”, oggi affermato consulente politico di centrodestra. “Tanticapelli” ebbe il suo quarto di gloria giudiziaria con Tangentopoli, già che nel 1993 provò la galera. Patteggiò, ed ora è qui, a tratteggiare il profilo psicologico del tangentaro incallito: «Sai, Giovanni, prendi le mazzette una volta, due, tre… tutti lo fanno. Lì per lì stai attento… ma di replica in replica (e intanto nessuno ti persegue) ti senti pervaso dal senso d’impunità. Cade così ogni freno inibitorio e una certa pratica si trasforma in normalità». Insomma, roba da alcolisti anonimi.
Non solo mazzette. Ad esempio, ricorderemo i pubblici fondi della prima edizione del Festival dei Saperi (2006), una parte dei quali sono serviti per onorare alcuni privatissimi sospesi della dispendiosa campagna elettorale di Piera Capitelli. Altro esempio: i 700.000 euro in pubblico denaro pilotati nel 2008 dal vicesindaco e assessore al Bilancio Ettore Filippi nelle tasche dell’amico Vittorio Pacchiarotti – imprenditore condannato nel 1993 a 1 anno e 3 mesi per corruzione e finanziamento illecito dei partiti – quale compenso o compensazione (a rendere?) per la mancata costruzione di una piscina in via Acerbi: secondo persone del mestiere, conti alla mano sarebbe stato l’imprenditore a dover rifondere il Comune. E l’onere venne anche spacciato quale compromesso a tutto vantaggio della collettività, già che Pacchiarotti avrebbe minacciato una rivalsa legale per 1.500.000 euro. Un ex consigliere comunale riferisce poi questa affermazione dell’imprenditore, in dialetto pavese: «Mì sò gnént, l’ha faj tütt al Filippi» (Non so niente, ha fatto tutto Filippi). (more…)

Partiti tangenti

31 luglio 2011
Quella Tangentopoli pavese di vent'anni fa. Così lontana, così vicina
di Giovanni Giovannetti

26 marzo 1992. Buona parte dei componenti il Cda del Policlinico San Matteo – sorpresi a collezionare mazzette – vengono incarcerati. Sono democristiani, socialisti e postcomunisti, associati tra loro nello spartirsi equamente il bottino, il 10 per cento sui costi progressivamente lievitati degli appalti pubblici all'ospedale. Una storia passata? No, sembra oggi.

«I partiti sono diventati macchine di potere» … «I partiti non fanno più politica» … «I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia». Sono alcuni passi dalla celebre intervista di Eugenio Scalfari al segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer, pubblicata da "Repubblica" il 21 luglio 1981. Trent'anni fa e sembra ieri, tanto suona attuale, alla luce di quanto sta emergendo tra Monza e Sesto San Giovanni.
Rileggendola, mi sono tornate alla mente un paio di cose. La prima: sulla diversità morale del Pci, secondo Berlinguer salvaguardata fra l'altro dall'esclusione dal Governo che – dice – salvò moralmente il partito, non offrendo l'occasione per diventare ladri. E nelle amministrazioni locali? E l'esborso di tangenti eretto a sistema? Risparmio i numerosi esempi, contenendoli poco oltre a qualche breve ricordo. La seconda (collegata alla prima): se della corruzione Pasolini sa e scrive senza avere le prove, a sinistra il Pci sa e ha le prove, ma sta a guardare. Il partito "pulito" rivendica la sua diversità antropologica mentre il suo "doppio" partecipa come tutti al banchetto Enimont (e non solo consumando l'aiutino alla stampa comunista offerto dalle generose campagne pubblicitarie di Cefis), amministra clientele, soffoca i movimenti e ogni altro embrione di nuove culture politiche libertarie. È la palestra alla quale si forma buona parte della classe dirigente immorale e immortale che tuttora guida il Partito democratico.
Trasformazione… cambiamento della società… Non si registrano passi avanti. Col tempo, anzi, la situazione pare vistosamente peggiorata: per qualche tempo la stagione moralizzatrice dell'inchiesta "Mani pulite" renderà palpabile la metastasi profonda della corruzione di una classe dirigente che smette di separare la funzione dei partiti e della politica dal ruolo di chi è chiamato a governare; partiti di destra e di sinistra sono sorpresi nello spartirsi equamente il bottino. I duri alla Greganti non parlano; altri vuoteranno il sacco, raccontando il sistema. Una storia passata? No, sembra oggi.

26 marzo 1992, undici anni dopo. Tangenti al San Matteo

A Pavia vengono arrestati il democristiano Giuseppe Girani e il comunista Giuseppe Inzaghi, membri del Cda dell'ospedale San Matteo; il primo deteneva la delega al patrimonio, il secondo all'edilizia. Sono al vertice di una «cupola» che lucra sugli appalti al San Matteo, «una congrega di politici e amministratori – come scrive il direttore della "Provincia pavese" Sergio Baraldi – che avevano trasformato reparti e lavori che servivano per ampliare l'ospedale, in un losco giro di tangenti». Baraldi rincara poi la dose: «Ci accorgiamo che una vera e propria associazione a delinquere, invece di fare politica al servizio dei cittadini, si preoccupava di dirigere i propri affari, di occupare le istituzioni per spremere denaro ed accrescere il suo potere». Associazione a delinquere? Sì, il 4 giugno vengono incarcerati altri membri del Cda: il socialista Luigi Panigazzi, il comunista Armelino Milani (morto nel 1994) e il democristiano Giancarlo Albini. Come spiegherà Panigazzi, «le bustarelle, erano un sistema, non si poteva fare diversamente…». Così la Ivces costruzioni di Vigevano otterrà l'appalto del valore di 15 miliardi per la nuova Ematologia, versando 350 milioni in tangenti; la Castagnetti (impianti di condizionamento) esborserà 108 milioni – il 10 per cento – «per non essere estromessa dalla gara»; la Bull Honeywell donerà 50 milioni in contanti alla "cupola" per ottenere l'appalto dell'informatizzazione del Policlinico. Cifre minori saranno versate dalla Sorin (valvole cardiache), dalla Florenzia (settore costruzioni) e dalla Siemens (multinazionale delle apparecchiature elettromedicali).
Ma la madre di tutte le tangenti (560 milioni in comode rate da 100 milioni brevimano, più o meno equamente divisi tra Dc, Psi e Pci/Pds) è quella versata per la costruzione dei Reparti speciali, il cosiddetto "palazzone", appalto affidato alla Cogefar-Impresit (gruppo Fiat) per 2 miliardi e 842 milioni delle vecchie lire, impresa che infine verrà a costare oltre 45 miliardi. Così la raccontano Fabrizio Guerrini e Filiberto Mayda in Mala Pavia scritto "a caldo" nel 1992: «Nel 1990, con la gestione di Trespi [Virginio Trespi, democristiano, presidente del Cda del San Matteo], viene presentata la perizia di completamento; 28 miliardi e 253 milioni ed il Consiglio di amministrazione ne approva la delibera. […] Il progetto Cogefar-Impresit è del tipo "chiavi in mano", un appalto-concorso, visto e rivisto da apposite commissioni tecnico-scientifiche ed elaborato secondo le norme Cee sulla trasparenza. Tant'è che, in tangenti, costerà oltre mezzo miliardo».
Un anno prima, il 3 febbraio 1991 al congresso di Rimini il Partito comunista era confluito nel Partito democratico della sinistra (Pds). L'ex sindaco di Vigevano Luigi Bertone ne è il segretario provinciale. Due giorni dopo l'arresto di Inzaghi e Girani, al quotidiano locale Bertone dichiara che, di fronte a una storia così grave, andava fatta giustizia, invitando a «ricostruire nuove regole» perché l'accaduto non poteva essere liquidato «come un semplice incidente».
Il democristiano Girani si mantiene zitto e cheto (vuoterà il sacco solo due mesi dopo) anche se lì per lì si assume ogni responsabilità contabile in quanto amministratore del partito, (offrendo così più di un paracadute al segretario provinciale Luigino Maggi). Più loquace il frastornato nonché "pentito" Inzaghi. Per le mazzette al Policlinico accusa Girani di essere stato «il referente della Democrazia cristiana e di tutti i partiti» dando addosso altresì il suo segretario politico: «Avevo ricevuto l'incarico di seguire l'attività di Girani e di informare lo stesso Bertone del progredire di tutte le pratiche che avrebbero avuto un ritorno economico per il mio partito […] Bertone svolgeva il ruolo di collettore del denaro destinato a finanziare il Pds […] lo stesso Bertone disse a me e a Milani che il referente per ricevere il denaro delle tangenti del Policlinico era, per il Pds come per la Dc e il Psi, Giuseppe Girani. […] In più occasioni Girani si è recato presso la federazione Pci/Pds, rivolgendosi direttamente a Bertone, sia per consegnare denaro sia per discutere di problemi in generale». Di fronte al pm Vincenzo Calia, Inzaghi aggiunge che la tangente pagata dalla Ivces venne subito consegnata «direttamente a Bertone». E ancora: dal segretario provinciale della Quercia «mi fu chiesto se, nell'ambito dei programmi di edilizia ospedaliera del San Matteo, era possibile affidare alcuni lavori a CoopSette, che era stata indicata a Bertone dagli organi regionali del partito». Secondo Inzaghi, «Bertone si era particolarmente impegnato nel risolvere il problema dei ritardi del rilascio delle concessioni edilizie per la realizzazione della nuova Ematologia».
Nell'aprile 1990 Bertone era assessore comunale pavese all'Urbanistica. C'era da ristrutturare l'ex padiglione "contagiosi" – l'attuale clinica di Ematologia – da parte della Ivces per un importo indicato in tre miliardi di lire (infine se ne spenderanno tredici!) e il presidente Trespi chiede al Comune l'aumento dell'indice di utilizzazione fondiaria, in deroga al Piano regolatore. L'approvazione, nel febbraio 1991, «consentirà al San Matteo di edificare su 17.000 metri quadrati fuori dalle regole del Piano regolatore», come sottolineano gli autori di Mala Pavia.
Il 4 giugno 1992 Bertone si ritrova in carcere insieme ad Albini, Panigazzi e Milani, accusato di corruzione, concussione e associazione a delinquere. Lo denuncia anche Girani: «Ho portato io a Bertone una quota dei 100 milioni della Ivces (20 milioni in contanti). In quell'occasione dissi a Bertone che per i successivi versamenti avrebbe dovuto pensarci direttamente Inzaghi, che nel frattempo mi era stato indicato da Bertone come colui al quale avrei dovuto consegnare i soldi per il Pci».
Nonostante le ricostruzioni circostanziate, Bertone si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda, così come Armelino Milani.
Tuttavia, nel marzo 1993 lui e Girani sono di nuovo agli arresti domiciliari. Bertone è accusato di tentata concussione: una mazzetta di 200 milioni – e altre concordate ma non consegnate – per l'affare mai realizzato del teleriscaldamento in città (dopo Tangentopoli, nel 1992 saltò tutto), metà della cifra sarà intascata dal Pci, indagine che si concluse con l'arresto dell'assessore regionale Giancarlo Magenta (Psi), del consigliere comunale Roberto Portolan (Psi) e dell'ex assessore comunale pavese ai Lavori pubblici Giovanni Grieco (Dc).
Bertone lo ritroveremo nuovamente inquisito, sempre nel 1993, per un appalto truccato al Bosco Negri, e infine condannato a 1 anno e 4 mesi per corruzione e finanziamento illecito dei partiti, dopo aver patteggiato per un giro di bustarelle volto a favorire l'edificazione di un parcheggio lungo il Ticino, per il quale patteggiarono anche altri inquisiti: il consigliere comunale Renzo Cavioni (Psi, 8 mesi per corruzione) e gli imprenditori Danilo Brera, Pietro Pecora, Vittorio Pacchiarotti e Augusto Graziadei, tutti e quattro condannati a 1 anno e 3 mesi.
Dall'inchiesta milanese di Mani Pulite il Pds ne emerge con meno graffi di altri: il partito – scrive l'ex cronista di giudiziaria de "l'Unità" Marco Brando – non aveva partecipato in modo diffuso e organico alla spartizione delle tangenti: «Ma uscì pure che non ne aveva bisogno, perché la Lega della cooperative otteneva una quota di appalti concordata e poi finanziava – diciamo legalmente – il Pci-Pds. Solo a cavallo tra anni Ottanta e Novanta gli altri partiti, prima beneficiari di soldi attraverso l'incasso di soldi provenienti da tangenti vere e proprie versate dalle aziende vincitrici di appalti pubblici, cominciarono col chiedere» a Milano come a Pavia «che anche il Pci-Pds seguisse la stessa trafila. Così si passò dal finanziamento formalmente legale attraverso le coop all'unico calderone di mazzette in cui anche una parte dell'ex partito comunista dovette attingere».
La stagione pavese di "Mani pulite" cade grossomodo negli anni in cui in Procura operano magistrati di valore come Vincenzo Calia (dal maggio 2002 è a Genova; nel 2008 è nominato procuratore aggiunto) o come l'attuale presidente della sezione penale presso il Tribunale pavese Cesare Beretta. Ricorderemo che, nel settembre 1994, a Calia viene affidata la nuova inchiesta sull'uccisione del presidente dell'Eni Enrico Mattei, precipitato con il suo aereo la sera del 27 ottobre 1962 nelle campagne di Bascapè, infine archiviata nel 2003 (inchiesta che richiamò ogni energia del valente magistrato).
Il collega Beretta si spinge persino ad inquisire intoccabili come Gian Carlo Abelli detto "il faraone", il ras della sanità in Lombardia. Era il 13 febbraio 1985 quando il "faraone" venne arrestato – insieme a Dino Landini e al cognato Claudio Gariboldi con l'accusa di peculato e concorso in truffa (verrà assolto). Claudio Gariboldi è il fratello di Rosanna, l'ex assessore provinciale pavese e moglie di Abelli balzata recentemente agli onori delle cronache per alcuni movimenti in denaro "sporco" dell'amico e sodale Giuseppe Grossi presso un suo conto cifrato (17964 A) alla banca J. Safra di Montecarlo. 1985, altri tempi: a Tangentopoli mancano sette anni e c'è ancora la Democrazia cristiana, il partito per il quale si industriava il nostro apprendista "faraone".
Grossi lo ricordiamo in affari con Mario Resca (sono anche proprietari dell'ex zuccherificio di Casei Gerola in Lomellina), l'imprenditore vicinissimo a Paolo e Silvio Berlusconi nonché direttore generale del Ministero dei Beni culturali e vicepresidente della Sesto Immobiliare, la società di Davide Brizzi che nel 2008 – in cordata con il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna, Bancaintesa, Unicredit, un Fondo coreano e uno americano – ha acquistato da Luigi Zunino l'area Falk di Sesto San Giovanni, oggi al centro dello scandalo mazzette che vede Filippo Penati (Pd) indagato per concussione, corruzione e finanziamento illecito dei partiti.

Integralisti anticemento

30 giugno 2010
da Pavia, Giovanni Giovannetti

San Lanfranco: Alberto Ferrari di Sinistra e Libertà scende in campo e non si include «a priori nel gruppo degli integralisti anticemento» perché una città – una città che ha perso 16 mila operai e l'intero settore manifatturiero, una città che campa di economia parassitaria (gli affitti in nero agli studenti sono la terza "industria" cittadina dopo Università e Ospedale) – questa città «se non vuole morire, deve fisiologicamente svilupparsi» (“La Provincia Pavese”, 30 giugno 2010).
«Integralisti anticemento»? A Pavia diminuiscono gli abitanti – nel 1971 eravamo quasi novantamila (88.839) oggi siamo settantamila (71.400) – ma si continua ad edificare su ogni zolla ancora disponibile, nonostante l’assenza di acquirenti. Non solo: secondo l’Agenzia del territorio, a Pavia ci sono 1.269 costruzioni abusive. Siamo quarti in Italia dopo Roma (6.000), Napoli (6.000), Catania (4.000) e Bari (1.337). Sono dati ripresi dal Rapporto Ecomafia 2008 di Legambiente (pag. 57). Se li confrontiamo con la popolazione residente (un edificio abusivo ogni 55 abitanti) Pavia si rivela prima assoluta, l’inarrivabile capitale dell’abusivismo edilizio nazionale.
Come ho già avuto modo di riferire (ma all'amico Ferrari deve essere sfuggito), in Italia in soli 15 anni il “partito del mattone” ha urbanizzato 3.663.000 ettari di suolo, nonostante la disponibilità di 28 milioni di case (2 milioni delle quali abusive, con una evasione fiscale di oltre 3 miliardi di euro!): il 17 per cento del territorio nazionale, una superficie pari a Lazio e Abruzzo insieme. In testa troviamo Liguria, Calabria e Campania, regioni ahinoi governate dal centrosinistra, regioni devastate da speculazioni impressionanti, regioni per le quali l’ambiente non è stato considerato come risorsa ma come intralcio alla crescita del loro Pil di riferimento: quello in quota alle mafie ingorde, che riciclano il denaro nell’edificazione e nella compravendita di immobili.
Ferrari lamenta che a Pavia «il centro-sinistra ha purtroppo favorito la trasformazione in residenza privata di un edificio pubblico come il Santa Margherita in piazza Borromeo; ha favorito lo scempio urbanistico del nuovo quartiere Pavia Ovest; l'occupazione di parte della Vernavola e infine le linee del Pgt senza filosofia alcuna». Dimentica – e chissà perché – l'affaire Carrefour lungo la Vigentina; l'affaire Snia lungo viale Montegrappa; l'affaire Landini in viale Giuseppe Maria Giulietti; dimentica persino l'affaire piscina in via Acerbi, quella mai realizzata nonostante 700.000 euro in pubblico denaro benevolmente donati al costruttore Pacchiarotti, l'amico dell'ex vicesindaco 'Margherita' nonché assessore al Bilancio Ettore Filippi.
Dov'era Alberto Ferrari mentre gli «integralisti anticemento» Campari e Giovannetti denunciavano l'iperspeculazione Carrefour o l'abusivo abbattimento della Snia monumentale? Lui sedeva in consiglio comunale. E che combinava, mentre la sua collega «integralista» Irene Campari e quell'altro suo sodale là fuori denunciavano bonifiche taroccate – come la bonifica dell'area Landini – o il pervasivo intreccio che ha visto usare i Rom della Snia a pretesto dell'illecito abbattimento dell'antica fabbrica, voluto dal sindaco di centrosinistra su mandato dell'immobiliarista d'area Luigi Zunino? Alla Snia il Ferrari non lo ricordiamo. In compenso sono ormai oscena storia alcuni episodi degni di Mississippi Burning, con le famiglie Rom nella parte delle vittime di colore e i neofascisti di Forza Nuova, il sindaco di Pieve Porto Morone Angelo Cobianchi (Forza Italia) e il Presidente del quartiere Pavia Est Adelio Locardi (Ds, poi Sinistra e Libertà) nella parte del Ku Klux Klan.
Ma torniamo a San Lanfranco, 117 mila metriquadri che l'ospedale San Matteo vuole ora far fruttare, insieme ad altre aree nel Parco della Vernavola (come l'area dietro al Dosso Verde), i terreni agricoli contigui al Carrefour (area commerciale inutilmente destinata a triplicare) ed altri ancora lungo la Vigentina, tra la tangenziale e San Genesio: 17 lotti di cui l'Ospedale ha chiesto la variazione di destinazione d'uso.
Nella provincia di Pavia in quarant’anni sono stati urbanizzati 13.085 ettari circa, equivalenti a 196.000 pertiche milanesi di terra agricola e forestale. Nell’arco di cinquant’anni lo spazio occupato da abitati e case è quasi raddoppiato, passando dal 3,4 per cento al 7,8 per cento del territorio. In poco meno di un cinquantennio le aree urbanizzate hanno invaso una superficie equivalente a 19.000 campi di calcio. Una velocità e una percentuale (- 9,3 per cento) superiore a quella che – negli ultimi 40 anni – ha riguardato le altre due province a vocazione agricola della bassa Lombardia Cremona (- 8,1) e Mantova (- 8,9). Il fenomeno ha interessato principalmente i terreni agricoli della pianura, che sono stati ridotti del 9,3 per cento: sono tra i più fertili del mondo, una risorsa ambientale, paesaggistica ed economica di valore strategico; un bene sempre più prezioso sono le zolle verdi che ancora resistono tra le case dei centri abitati.
Insediamenti di ogni tipo invadono le aree agricole mentre imponenti aree industriali dismesse giacciono inutilizzate e abbandonate al degrado. Ad alimentare il consumo di suolo è una impostazione culturale figlia di un modello di sviluppo che ignora i limiti fisici dell’ambiente. Non sembra vederla così Ferrari, lui che non è «a priori nel gruppo degli integralisti anticemento», quando scrive che un territorio «se non vuole morire, deve fisiologicamente svilupparsi».
Quale sviluppo? In risposta alla stagnazione e alla recessione economica si profilano progetti di scarso contenuto sotto il profilo occupazionale e di notevole impatto sul territorio (termocombustori, centrali elettriche, aree logistiche, ecc.) mentre il comparto agricolo vive una crisi profonda, culminata nella recente chiusura dello zuccherificio di Casei Gerola (le cui maestranze sono da quattro anni in cassa integrazione). L’introduzione della nuova normativa urbanistica regionale e la volontà di risolvere i problemi viabilistici potenziando quasi esclusivamente la rete del trasporto su gomma sono elementi destinati ad incidere ulteriormente sull’assetto territoriale. La “pioggia” di progetti che è calata negli ultimi anni sulla provincia di Pavia vuole stendere una nuova pesante coltre di asfalto e cemento sovvertendo equilibri socioeconomici consolidati, come nel caso della distribuzione commerciale, rivoluzionata in seguito all’espansionismo di “iper”, “interporti” e “logistica”: un modello di sviluppo che appunto non conosce il concetto di limite e che rischia di depauperare a ritmi impressionanti la dotazione dei suoli agricoli della pianura. Per anni – ben prima dell’amministrazione Capitelli (2005-2009) – i partiti tradizionali si sono divisi il territorio come se fosse un bottino, in affari con i grossi gruppi commerciali e immobiliari, incuranti del calo occupazionale e della chiusura dei negozi di vicinato: infatti, per ogni posto di lavoro acquisito in un ipermercato se ne perdono da tre a cinque nei negozi di vicinato. In Provincia di Pavia chiudono le botteghe (8 comuni ne sono ormai privi, e in altri 32 i negozi di vicinato sono in via di estinzione. Chiudono soprattutto gli esercizi alimentari), cala quindi l’occupazione e aumentano i disagi, soprattutto per le persone anziane.
Tradendo gli elettori, pseudopolitici di "destra" e di "sinistra" cementati n
el trasversale “partito degli affari” pretendono che si edifichi su ogni zolla libera, sostenuti  – quando non foraggiati – da speculatori e faccendieri  ben radicati e ramificati, che volutamente ignorano la distruzione del territorio (un bene non riproducibile) peggiorando radicalmente il tessuto socioeconomico della città. Hanno cambiato la nostra vita con la costruzione di ipermercati e quartieri dormitorio, e con lo scempio delle continue varianti al Piano regolatore; hanno già trasformato in suolo edificabile milioni di metricubi di terreno agricolo, senza alcun vantaggio né per la città né per i cittadini: «Per il boom edilizio non posso che essere felice», dichiarò infelicemente nel giugno 2007 l’allora sindaco Piera Capitelli. Quello stesso sindaco che ordinò l’abbattimento di una parte della Snia monumentale, sotto tutela dal Piano regolatore, al solo fine di favorire una speculazione immobiliare; lei stessa presenziò personalmente all'inaugurazione dell’iperlucro Carrefour (la più grande speculazione mai vista finora a Pavia) sanata in corso d’opera da una variante di Giunta e subito dopo rivenduta (la proprietà incassò 74 milioni di euro, soldi solo transitati da Pavia).
Nonostante l’assenza di attività produttive, a Pavia si contano ben 62 sportelli bancari. Primeggiamo anche in altri settori. Ad esempio, in quello delle Slot machines: una ogni 55 abitanti, più del triplo della media nazionale. Insieme al frequente cambio di proprietà degli esercizi commerciali del centro, questi sono inequivocabili segnali della penetrazione mafiosa in città e secondo il Procuratore distrettuale antimafia Ferdinando Pomarici «le mafie sono ormai radicate a Pavia e in provincia, operano negli appalti, nella ristorazione, nel piccolo e nel grande commercio». Non è dunque per caso se il Rapporto 2003 della Commissione antimafia rileva che «a Pavia il controllo criminale del territorio non segue la via del ‘pizzo’ ma quella del videopoker» (pag. 382). Se la cornice non è delle migliori, il quadro mostra evidenti crepe. Nel corso della passata consigliatura, sono stati tenuti comportamenti e assunte decisioni che hanno nuociuto, nuocciono e continueranno a nuocere alla città, anche per il futuro, se non si porrà ad esse rimedio. Con il cambio d'amministrazione qualcosa è cambiato: i referenti istituzionali del “partito del cemento”.

Gli affari loro 3

4 aprile 2009
da Albergati a Capitelli ad Albergati. Bonifiche? No grazie
da Pavia, Giovanni Giovannetti

Il commissario prefettizio al Comune di Pavia Maria Laura Bianchi ha disposto il pagamento 720.000 euro in pubblico denaro al costruttore Vittorio Pacchiarotti, in esecuzione di una delibera di Giunta vincolante, dopo la mancata costruzione della piscina di via Acerbi. Un ‘dono’ elargito dai Capitelli boys al noto imprenditore di Belgioioso, un pagamento vivacemente sostenuto in Consiglio comunale dalla famiglia Filippi (Luca era consigliere comunale; il padre Ettore era vicesindaco e assessore al Bilancio), in rapporti con Pacchiarotti. Sono gli stessi soldi che l’assessore Antonio Bengiovanni avrebbe voluto che fossero destinati alla manutenzione delle scuole.
Di fronte alla crisi attuale (e a molti pavesi che faticano ad arrivare a fine mese) la generosa elargizione appare quantomeno discutibile. Molte famiglie stanno faticando a sostenere l’aumento delle mense scolastiche e delle rette di asili e scuole, e di autobus, luce, gas, acqua potabile ecc. Beffardamente, alcuni aumenti sono opera proprio dello stesso assessore Filippi.
Tutto questo perché già nel 2000 l’amministrazione Albergati intendeva costruire in via Acerbi una piscina (Franco Maurici l’aveva chiamata «la tinozza», per via dei 130 cm di profondità, mentre il Coni la voleva ‘olimpica’ e in altro luogo) sopra un terreno contaminato da idrocarburi e metalli, omettendo l’alto inquinamento dei suoli e mettendo il forse ignaro appaltatore di fronte alla “sorpresa geologica”. A chi l’onere della bonifica? A nessuno. Per essere precisi, ancora una volta pagano i cittadini.

Settima stazione. Sprechi

La storia è lunga e noiosa. Per farla breve, alla collettività “cornuta e mazziata” la mancata costruzione della piscina in via Acerbi è già costata almeno 1.400.000 euro (mutuo, interessi, Iva). Pacchiarotti ha emesso fatture per 209.000 euro (prime opere e piano di caratterizzazione), parte dei quali (133.678 euro) sono già stati incassati.
Facciamo il solito passo indietro, dando la parola all’ex assessore ai Lavori pubblici Giuliano Ruffinazzi: «Tutto il terreno di quella zona è in condizioni simili: sono stati costruiti almeno trenta condomini e nessuno ha mai sollevato problemi del genere». Questa incredibile dichiarazione a “la Provincia Pavese” risale al 28 settembre 2004 (Giunta Albergati). Ruffinazzi ammette che a Città Giardino un intero quartiere è stato edificato sopra terre nere e altre scorie provenienti dalla fonderia Necchi, scorie spesso contaminate da metalli e idrocarburi potenzialmente cancerogeni. Invece di lamentare l’attentato alla salute dei cittadini, l’assessore quasi lo giustifica ammettendo di sapere che «tutto il terreno di quella zona è in condizioni simili…»: un assist (forse involontario) a Pacchiarotti, che si è affrettato a sottolineare come tutti sapessero, «ma nessuno ha provveduto a informarci». Guarda caso, nel novembre 2005 proprio Filippi (allora vicesindaco) ribadirà che l’amministrazione comunale sapeva «e l’ha tenuto nascosto».
Il 5 gennaio 2005 Pacchiarotti consegna al Comune di Pavia un’indagine ambientale che ribadisce la contaminazione dell’area. Contemporaneamente interrompe i lavori – cominciati in assenza del piano di caratterizzazione – e inaugura un contenzioso con il Comune su chi dovrà farsi carico della bonifica. Il preventivo è di 1.300.000 euro, ma si calcola un costo reale inferiore di circa il 50 o 60 per cento. Una bella differenza con quello per la «bonifica di tutta l’area» indicato nel capitolato d’appalto (novembre 2000), quantificato in 480 milioni di lire, Iva inclusa.
Il problema viene risolto: la piscina non si farà. A Pacchiarotti andranno altri 720.000 euro “per il disturbo”; senza nemmeno sollecitare l’Autorità giudiziaria a quantificare il dovuto (e solo dopo – eventualmente – disporre il pagamento).
Non resta che incalzare la prossima amministrazione: pretenda il risarcimento dei danni. Il progettista dell’intervento e l’autore del progetto esecutivo avevano entrambi l’obbligo di accertare preventivamente lo stato del terreno.

Ottava stazione. Terre nere

A Pavia, le cancerogene terre nere della fonderia Necchi sono come le mafie: nessuno le vede, ma inquinano. Prima e dopo la chiusura del reparto, sono state equamente disperse dentro buche, fondamenta e aree dismesse sparse su tutto il territorio comunale. È la pervasiva democrazia dell’ecobusiness locale, che vuole socializzare le tossine e privatizzare gli utili. I manovratori sono persone che giocano con la nostra salute: a noi i sali dei metalli pesanti e i rifiuti a base di idrocarburi e policitrici aromatici; a loro i proventi dell’urbanistica ‘creativa’, cioè le plusvalenze e le percentuali sul “nero” generato dai subappalti gonfiati. Una torta da spartire, comprata con la salute di quei cittadini inconsapevoli che andranno a giocare in “quel” verde pubblico o a vivere in “quelle” case costruite sopra le pattumiere della deindustrializzazione.
Ed è vero a Città Giardino, in via Acerbi, dove il Comune progettava di edificare la piscina; e a San Pietro, nell’area Snia, dove il Comune aveva pianificato case, supermercati e una scuola; e lungo il Ticino, a Ticinello e nell’area Vul, dove i pavesi fanno pic-nic; e nella vicina cloaca dismessa dell’ex Landini (chiusa nel 1993), un’area di 12 mila mq dove abbondano le poco tranquillizzanti tossine della Necchi. E proprio qui una delibera della Giunta Capitelli (10 febbraio 2006) autorizza la costruzione di case (nel frattempo già messe in vendita) e verde pubblico, senza prima verificare se l’“indagine geognostica” – disposta dalla proprietà il 30 settembre 2005, e affidata alla Tecnodreni – fosse attendibile o meno. Quel documento sostiene che “l’area non è contaminata”.
Ma l’“indagine” risulta molto carente: solo 8 i carotaggi ‘a secco’; non si specificano le differenti tipologie né le caratteristiche chimiche dei cosiddetti “materiali di riporto”; nessuna verifica sulla contaminazione del terreno sottostante. Si pone l’accento solo sulle due cisterne interrate, per il combustibile da riscaldamento, che i proprietari avevano provveduto a rimuovere nel luglio 2007.
Tuttavia la legge prevede il benestare dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (A.r.p.a.); i tecnici si recano quindi sul posto e constatano la presenza delle terre di fonderia.
Ha così inizio il braccio di ferro: da una parte le proprietà e il Comune (che nel frattempo aveva incassato 500.000 euro in oneri di urbanizzazione), a prendere tempo; dall’altra l’A.r.p.a. a incalzarli con la richiesta di indagini approfondite (lettera del 14 dicembre 2007). Negli stessi giorni Sandro Assanelli, dirigente dell’A.r.p.a. e responsabile per le bonifiche, deve subire un veemente – e lì per lì inspiegabile – attacco politico e personale da parte del vicesindaco Filippi che, fra l’altro, sulla stampa locale arriva a definirlo «un incompetente». Assanelli lo querelò. Seguono 29 ulteriori “carotaggi” e verifiche in profondità (ci sono quasi 5 metri di materiale di riporto), almeno fino al terreno naturale sottostante.
Il Piano di bonifica (declassato a Piano di risanamento poiché nelle falde acquifere sono presenti tracce di nitriti e nitrati nella norma) è stato approvato il 5 marzo 2009 e costerà circa 2 milioni di euro.
Le cose non cambiano nella limitrofa area Shell. Al riguardo, il funzionario della Regione Lombardia  Nicola Di Nuzzo ha inviato al Comune una memoria nella quale scrive che le terre nere di fonderia non sono pericolose per la salute. Guarda caso, Di Nuzzo è lo stesso funzionario che ha gestito la discussa pratica della bonifica all’ex Sif Furfurolo di Valle Lomellina, costata 14,5 milioni di euro! Secondo l’A.r.p.a., per la messa in sicurezza di quell’area ne sarebbero bastati 1.250.000.

Nona stazione. Feudi verdi per la vergogna

A Pavia, dietro via Milazzo ci sono campi dove l’erba non cresce più. Sono le aree di smistamento delle ‘terre nere’, le stesse ‘terre’ che l’assessore ‘verde’ all’ecologia e sviluppo sostenibile Pinuccia Balzamo, in una intervista a Telepaviaweb ha spacciato  per materiale inerte, ribadendo che nell’area Landini e nel resto della città non esisterebbero pericoli per la salute dei cittadini. L’assessore ignora o finge di ignorare che, fin dalle prime analisi – pretese dall’Arpa nel gennaio 2008, dopo un controllo – su quell’area compaiono piombo, rame, zinco, idrocarburi e antracene in misura ben superiore alla norma.
L’assessore ignora o finge di ignorare che il 3 ottobre 2005 il settore Ambiente e Territorio dell’Ufficio ecologia  – il suo minifeudo ‘verde’ – «prende atto dei risultati delle analisi chimiche presentate nell’indagine geognostica» della proprietà dalla quale non risulta «alcuna contaminazione dei terreni investigati». Ma l’indagine, a cura della Tecnodreni, presenta – come abbiamo già visto – solo 8 carotaggi ‘a secco’ e una moltitudine di altre carenze, che emergeranno quasi due anni dopo, grazie all’irrigidimento di un coscienzioso funzionario Arpa come Assanelli che – fiutato l’inganno – ha preteso indagini accurate. Nel frattempo, l’assessorato della Balzamo aveva «preso atto», ma non aveva ritenuto necessario «procedere ad ulteriori approfondimenti analitici dell’area in oggetto»: prende per buoni quelli forniti dalla proprietà!
L’assessore ignora o finge di ignorare che il 10 febbraio 2006, sull’«area in oggetto» la Giunta ha autorizzato edilizia residenziale (per il 20 per cento edilizia convenzionata): case costruite su una pattumiera.
Forse l’assessore ignora poiché il 10 febbraio non ha partecipato al voto. Chissà perché quando in Giunta o in Consiglio comunale si votavano porcate, l’assessore Balzamo e il consigliere ‘verde’ Angelo Zorzoli immancabilmente erano da qualche altra parte: il 29 dicembre 2006 Balzamo si era assentata per un opprimente bisognino proprio mentre la sua Giunta approvava l’ecomostro autostradale Broni-Mortara; il 20 ottobre 2008 Zorzoli era momentaneamente fuori dall’aula mentre la maggioranza in Consiglio comunale – di cui faceva parte – approvava la costruzione di una vera e propria autostrada tra la tangenziale e l’area Neca, che passerà sulla soglia di scuole, asili e parchi gioco; il momentaneo impedimento non ha consentito a Zorzoli di votare nemmeno la proposta del consigliere Fracassi, che avrebbe voluto l’istituzione del Parco del Navigliaccio e il miglioramento della viabilità interna, nonché piste ciclabili al posto del serpente d’asfalto.
L’assessore all’Ecologia e allo sviluppo insostenibile e il consigliere ‘Verde’ Zorzoli sembrano anche condividere la cementificazione selvaggia in corso. E insieme tacciono sui parcheggi, che la Giunta vuole costruire in centro storico, e sulle iperseculazioni Carrefour all’interno del parco Visconteo. E insieme «rassicurano» i cittadini.
I Verdi pavesi sono tre da trent’anni, una variopinta nomenklatura su base tengofamilgliare. Come Ambrogio (quello dei Ferrero Roché) pur di non avere granen, i grunen nostrani accorrevano ogniqualvolta il sindaco sfascista aveva un languorino. Come ombrette, sgarze e guardabuoi, hanno passato il loro tempo stando silenziosi sul dorso dell’ippopotamo comunale, a spiluccare quel poco che arrivava. Come «l’utile idiota» di leniniana memoria, sono stati gli occasionali alleati dei palazzinari, degli asfaltatori e dei comitati d’affari che ramificano dentro i partiti maggiori. Come le tre scimmiette, loro non vedono, non sentono, non parlano.
Sta proseguendo il gioco di ruolo tra alcune imprese e la pubblica amministrazione; un gioco che gonfia i portafogli dei palazzinari tanto quanto le fondamenta di alcune costruzioni. Impareremo mai? Ancora si ironizza sui rifiuti di fonderia messi a tappetino nelle fondamenta della Facoltà di Ingegneria al Cravino che, in caso di pioggia, gonfiavano tanto da rendere ‘ballerino’ l’edificio. Quell’imbarazzante rompicapo venne risolto da un notissimo (e superpagato) ingegnere strutturista.
E Legambiente? Condivide? Un tempo sembrava che queste persone si battessero in nome del popolo inquinato. I suoi rappresentanti in Consiglio comunale Zorzoli e Cappelletti hanno taciuto, guadagnandosi così il plauso degli speculatori e degli inquinatori.
Così come la chiusura della Necchi è stata devastante per l’economia e per l’occupazione locale, altrettanto devastante è il suo lascito in sostanze dannose per la salute. Con buona pace per quel Filippi che ebbe a dire (e chissà perché) che le nostre denunce dell’inquinamento cancerogeno erano «solo cazzate». Gentile Procuratore capo Gustavo Cioppa, le chiediamo: sono «solo cazzate»?

Pontevecchio Connection

12 ottobre 2008
da Pavia Giovanni Giovannetti
seconda parte
Cultura mafiosa e cultura politica: stesso linguaggio?«Io parlo per messaggi». La frase non è stata pronunciata dall’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, bensì da Piera Capitelli, il sindaco di Pavia. La rivolge a Vito Sabato, funzionario presso il Comando della polizia locale, durante un colloquio del marzo 2006, al quale prende parte anche il direttore generale del Comune Giampaolo Borella.
Il 23 febbraio 2006, Sabato aveva presentato un esposto alla Procura della Repubblica. Denunciava alcune gravi irregolarità nelle gare d’appalto per i lavori di segnaletica stradale («dai prezzi palesemente gonfiati» fino al 100 per cento); denunciava anche lavori fatturati e «in gran parte mai realizzati». Un meccanismo in voga da anni, afferma Sabato: una «continuità di reato» con ditte «in affari con Capone» (Antonio Capone, l’ex responsabile dell’ufficio Mobilità e Traffico), sempre le stesse, che a turno ottenevano l’appalto anche se ai lavori provvedeva (quando provvedeva) la Biesse di Cura Carpignano. La ditta appaltatrice tratteneva per sé una parte del compenso, senza muovere un alluce. Gli illeciti commessi sarebbero gravissimi: violenza privata, diffamazione, falso ideologico, abuso d’ufficio, turbativa d’asta, violazione delle norme che regolano gli appalti, peculato, frode nelle pubbliche forniture, corruzione, occultamento e distruzione di atti pubblici.
In un secondo esposto alla Procura, il 23 febbraio 2007 Sabato chiama in causa Roberto Portolan, assessore alla Mobilità e alla Polizia locale (Portolan «si spinse fino al punto di incaricare della progettazione di opere di segnaletica stradale – per un importo complessivo di 220.000 euro – finanche un dottore commercialista […] Il comandante dei vigili Gianluca Giurato ricevette in quella circostanza pressioni, che vennero definite “indirizzi politici” da parte dell’assessore»); e chiama in causa anche il direttore generale Borella: «il dottor Borella mi aveva consigliato di presentare domanda di mobilità presso il Comune di Cosenza, mia città natale. Mi aveva detto che, quand’anche le cose denunciate fossero risultate essere vere, il denunciante non è mai persona gradita all’amministrazione e pertanto un mio trasferimento […] sarebbe servito ad assicurarmi una vita più serena». In una lettera riservata a Borella e al Segretario generale del Comune, Giurato informa che «l’assessore Portolan mi ha più volte riferito che il dott. Sabato non avrebbe dovuto occuparsi di segnaletica stradale».
«Io parlo per messaggi, perché parlare troppo non serve…» Parole inquietanti. Cosa voleva il sindaco dal funzionario? Premiarlo per la sua rettitudine? Ringraziarlo poiché, grazie alla sua denuncia, l’Amministrazione ha risparmiato ingenti somme di pubblico denaro? No, leggete: «mi piacerebbe che lei chiedesse di essere trasferito in un altro ufficio… » Come dire: sei così zelante che ti vorrei altrove, il più lontano possibile dai traffici dell’ufficio Traffico. Le pressioni del sindaco si aggiungono così alla lunga serie di «intimidazioni e abusi», minacce di ritorsione e di licenziamento che Sabato e Giurato stanno già subendo, da mesi.
Il 7 marzo 2007 Portolan ha rinunciato alla delega della polizia (ma è come se l’avesse mantenuta: comanda ancora lui). Una mossa spiazzante, perché in cambio ha ottenuto la revoca del servizio Mobilità per Giurato e l’esilio in uno sperduto loculo dell’ufficio Anagrafe per Sabato, senza telefono e computer.
Il 26 Febbraio 2008 il sindaco Capitelli sospende Giurato dal servizio. Di cosa viene accusato? Di aver manipolato il concorso per 5 posti nella Polizia municipale? Non c’è nessuna querela a suo carico, nessun procedimento in corso. In un’intervista al quotidiano locale, il sindaco parla di «gravi e incomprensibili leggerezze e superficialità in alcune scelte da lui prese». Tra i motivi della sospensione si cita l’opposizione di Giurato all’introduzione in città dei semafori T-Red (di cui la Ci.Ti.Esse di Rovellasca detiene l’esclusiva) commercializzati dalla Scae di Segrate.
E poi succede che…

Giovedì 18 settembre la Guardia di Finanza arresta Raoul Cairoli, amministratore unico della Ci.Ti.Esse, e mette agli arresti domiciliari Giuseppe Astorri, il direttore commerciale della Scae. Pesante l’accusa: associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta. Alcune società, guidate da Ci.Ti.Esse, si sarebbero accordate per pilotare le gare d’appalto «in collusione tra loro e con i pubblici ufficiali».
Sotto inchiesta è un sistema che l’Unione Consumatori ha definito «la truffa del secolo». I dati sono impressionanti: negli ultimi cinquant’anni, le multe per i divieti di sosta, di fermata e per il superamento del limite di velocità sono aumentate del 6.870 (!) per cento. Un business per le amministrazioni vampire, che in questo modo fanno cassa, come ha denunciato Enrico Gelpi, presidente dell’ACI.
Il sistema T-Red si è rivelato la punta avanzata della frode a danno degli automobilisti. Secondo il Giudice milanese per le Indagini Preliminari Andrea Ghinetti, le ditte installatrici taravano gli impianti in modo da favorire le infrazioni, in accordo con funzionari compiacenti. Nel 2006 e limitatamente ai casi in esame, si è avuto un giro d’affari di oltre 10 milioni di euro. Buona parte di questi apparecchi erano dati in noleggio ai Comuni, che incassavano i due terzi degli introiti. Il resto andava al fornitore il quale, molto spesso, si dimostrava generoso con i funzionari e con gli assessori più zelanti.
Guarda caso…

Guarda caso: il T-Red è il sistema al quale si era opposto il capo dei vigili, quel Giurato sollevato dall’incarico per avere escluso dalla gara d’appalto la chiacchierata Ci.Ti.Esse.
Guarda caso: proprio su questo fronte si incrina il rapporto tra il capo dei vigili e l’assessore Portolan.
Guarda Caso: Ci.Ti.Esse e Scae hanno trovato buona accoglienza a Belgioioso, dove è sindaco Fabio Zucca, compagno di partito di Portolan e suo predecessore all’assessorato pavese alla Mobilità, feudo dello Sdi.
Guarda Caso: Antonio Capone, rinviato a giudizio a Pavia per i traffici all’Ufficio Traffico, è stato consulente del comune di Belgioioso.
Guarda caso: nell’elencare i motivi della sospensione, il 26 febbraio 2008 il sindaco Piera Capitelli cita le lamentele di Cairoli e della Ci.Ti.Esse, allora messo da parte e ora inquisito, per accusare Giurato di aver esposto l’amministrazione alle loro «minacciate azioni giudiziarie».
L’altra ditta sotto inchiesta, la Scae, si era aggiudicata una gara per la realizzazione della segnaletica stradale, ma non ha mai eseguito i lavori: non era in grado di farlo. la Scae avrebbe esibito false credenziali: sarebbe un reato, sarebbe “turbativa d’asta”.
Con quali documenti la ditta di Segrate si è aggiudicata l’appalto? Giriamo la questione alla Procura pavese: si indaghino i canali attraverso i quali alcune aziende ottengono certificazioni taroccate, vergate da compiacenti funzionari comunali. Intervenga anche il ministro Brunetta, perché sono dipendenti pubblici nel libro paga della pubblica amministrazione e anche di altri.
Il 24 ottobre si terrà la prima udienza della causa intentata al Comune da Gianluca Giurato. Il comandante dei vigili chiede al giudice Ferrari il reintegro al suo posto di lavoro.
L’autunno caldo

 Un’altra causa di lavoro si terrà il 9 novembre. L’ha promossa il dirigente comunale Guido Corsato, minacciato ed emarginato dopo che si era opposto alle pressioni del vicesindaco Filippi, il quale intendeva affidare l’inventario dei beni comunali ad una ditta diversa da quella risultata vittoriosa nella gara. Così Corsato in Tribunale: «L’appalto era stato attribuito alla ditta Acierre di Pavia. Filippi mi ha chiesto di favorire la ditta CGS di Belgioioso, che aveva programmi simili. Io mi sono opposto e Filippi mi ha invitato a dimettermi. Sono stati due anni, dal 2000 al 2002, di urla nei miei confronti…».
CGS fa parte del gruppo Pacchiarotti, in calorosi rapporti con Filippi, dal quale ha ottenuto un decisivo appoggio per un risarcimento di 500.000 euro in pubblico denaro per la mancata costruzione di una piscina sopra un terreno che tutti sapevano essere fortemente inquinato.
Metalli pesanti, idrocarburi, scorie di fonderia: scarti di lavorazione e altre schifezze inquinanti che, dopo la chiusura della Necchi (per oltre mezzo secolo la più importante fabbrica cittadina) sono finite dentro buche o nelle aree dimesse, come la Landini del quartiere Borgoticino o la Snia di San Pietro, insieme a benzene, antracene, zolfo e altre sostanze tossiche e cancerogene sopra le quali si vorrebbero edificare case e scuole, aggirando le onerose bonifiche. Ecobusiness, aree dimesse e discariche sono temi sui quali torneremo presto.