Con gli occhi chiusi

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Brevi annotazioni su bonifiche, bonifici e altre schifezze
di Giovanni Giovannetti

Il Il direttore di Asm Pavia e Vigevano Claudio Tedesi è indagato per la finta bonifica del nuovo quartiere di Santa Giulia, alla periferia sud-est di Milano. Insieme alla variazione di destinazione d'uso dei suoli, il business dei rifiuti e delle false bonifiche si conferma una greppia per tutti. Ben oltre Pino Neri; ben oltre Carlo Antonio Chiriaco.

«Si subiscono pressioni enormi. Chiudere un occhio se non entrambi o una firma sotto certe pratiche può rendere cifre che ti cambiano la vita». Sono le ordinarie parole fuori dall'ordinario di un funzionario A.r.p.a. (l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente), uno di quelli che non hanno mai barattato la salute dei cittadini con il tornaconto personale del mancato controllo amministrativo sulle bonifiche.
Parole chiare, in giorni in cui il nuovo quartiere di Santa Giulia (l'ex Montedison di Milano Rogoredo) si ritrova a galleggiare sulla sottostante “falda sospesa” contaminata, acqua destinata a entrare in circolo attraverso le coltivazioni irrigate; luogo dove il Gruppo Risanamento di Luigi Zunino ha costruito le case sopra una pattumiera di veleni tossici e cancerogeni, veleni a volte portati da fuori e scaricati nottetempo. O, come a Pavia, le fantasiose “bonifiche” della Snia o dell'area Landini in Borgo Ticino, luoghi sopra cui abbondano le poco tranquillizzanti 'terre nere' della Necchi. E proprio all'ex Landini, una delibera della Giunta Capitelli (10 febbraio 2006) aveva autorizzato la costruzione di case e verde pubblico, senza prima verificare se l’«indagine geognostica» – disposta dalla proprietà il 30 settembre 2005, affidata alla Tecnodreni – fosse attendibile o meno. Quel documento sostiene che «l’area non è contaminata».
L'«indagine» era molto carente: solo 8 i carotaggi ‘a secco’; non si specificano le differenti tipologie né le caratteristiche chimiche dei cosiddetti «materiali di riporto»; nessuna verifica sulla contaminazione del terreno sottostante. Inoltre l’inquinamento della falda acquifera era dichiarato «entro i limiti», nonostante l’assenza di un’adeguata analisi a monte e a valle. Si poneva l’accento solo sulle due cisterne interrate, per il combustibile da riscaldamento, che i proprietari avevano provveduto a rimuovere nel luglio 2007.
Ha così inizio il braccio di ferro: da una parte le proprietà e il Comune, a prendere tempo; dall’altra l’A.r.p.a. a incalzarli con la richiesta di 29 ‘carotaggi’ e di verifiche in profondità (lettera del 14 dicembre 2007). Le nuove e più circostanziate indagini hanno infine denunciato la presenza di piombo, rame, zinco, idrocarburi e antracene in quantità ben superiori alla norma. Sono sostanze estremamente nocive per la salute. Insomma: a noi i sali dei metalli pesanti e i rifiuti a base di idrocarburi e policitrici aromatici; a loro i proventi dell’urbanistica creativa, con la silenziosa benedizione di una opposizione consiliare destrorsa – oggi al governo – distratta e complice.
A Milano “Santa Giulia” da mercoledì 20 luglio 2010 l'area è sotto sequestro: tra i nove indagati figurano il consulente per la bonifica nonché direttore tecnico delle Asm di Pavia e di Vigevano Claudio Tedesi e, al solito, Giuseppe Grossi e Luigi Zunino. Come dire, piove sul bagnato: il quartiere è ormai al collasso e in mano alle banche, travolto dagli scandali, dalla crisi immobiliare e dai debiti del costruttore, il “Berlusconi rosso” Zunino, in rapporti con Penati, Bassolino, Bersani e Capitelli.
Si ricorderà che nei mesi scorsi erano finiti in carcere Giuseppe Grossi (attraverso sovra-fatturazioni, aveva ricavato 22 milioni in fondi neri dallo smaltimento delle schifezze provenienti da Santa Giulia) e la moglie di Abelli Rosanna Gariboldi (sul conto monegasco gestito in condominio con il marito, la signora aveva dilavato una parte del bottino di Grossi). E se Tedesi è “solo” indagato, forse è perché starebbe collaborando con gli investigatori.
Il business del pattume interessa alle mafie. Giovedì scorso, a Milano il presidente della Commissione parlamentare sui rifiuti Gaetano Pecorella ha denunciato le «infiltrazioni delle cosche in queste grandi società». Quali? Troviamo la chiacchierata Lucchini Artoni e la sua appendice Edilbianchi, società che gestivano in subappalto il movimento terra a Santa Giulia (secondo un rapporto della Dia sono contigue ai clan); troviamo anche la Sadi Servizi industriali, acquisita nel 2006 dalla Green Holding di Grossi, che già nel 2003 operava su quell'area, quando era in quota al clan dei Mazzaferro. Come leggiamo nei faldoni dell'inchiesta sulla 'Ndrangheta coordinata da Ilda Bocassini, la famiglia Mazzaferro era in stretti rapporti con il pavese Pino Neri, uno dei capi della 'Ndrangheta in Lombardia.
Può allora tornare utile fare un passo indietro nel tempo per rinfrescare la memoria a chi tra noi se la ritrova molto corta, compresa la locale Procura.

Settembre 2006, prima edizione del Festival dei Saperi, fiore all'occhiello dell'amministrazione Capitelli (centrosinistra): un fiore di plastica, perché una parte del pubblico denaro speso per il Festival (oltre un milione di euro per cinque giorni di conferenze: quattro o cinque volte più del necessario) è andato a ingrossare le tasche di alcune aziende d'area, di amici di amici e di Stefano Francesca, un funzionario diesse chiamato a Pavia per fare pratica. Sono gli stessi 'amici' che un anno prima avevano suggerito idee e lavorato 'gratuitamente' e nell'ombra alla privatissima campagna elettorale del futuro sindaco. Una volta eletta, Capitelli ha finalmente saldato i sospesi, usando però i soldi dei contribuenti, e cioè una parte rilevante del pubblico denaro speso impunemente per la prima edizione del Festival. A scoprirlo è la consigliera Irene Campari, allora in maggioranza; a coprirlo è la blanda opposizione della minoranza di destra, che sa e tace. Scampato alla Procura pavese (nonostante delibere manipolate, travasi di denaro, rendicontazioni lacunose, ecc.) nel maggio 2008 Francesca verrà arrestato a Genova con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta.
25 Luglio 2007. L'amministrazione Capitelli ordina l'abbattimento di uno dei quattro fabbricati Snia sotto tutela, in violazione del Piano regolatore e senza il sostegno di perizie asseverate. Proprietà e pubblica amministrazione lo avevano già deciso da molto tempo: a denunciarlo ancora una volta è Campari che – nel Consiglio comunale del 2 luglio 2007 – rende pubblico il Piano integrato di intervento della proprietà (il gruppo Risanamento di Luigi Zunino, come a Santa Giulia), un documento del 2005 da cui, nonostante i vincoli, scompare la fabbrica e al suo posto disegna un bel centro commerciale. Tra i primi a segnalare l'intenzione di abbattere ricorderemo Sandro Assanelli (Pdl e funzionario dell'A.r.p.a.); Assanelli viene subito tacitato dai maggiorenti del suo partito, in particolare da Sandro Bruni e Pietro Trivi (oggi indagato), che lo accusano di aver assunto una posizione «del tutto personale» lontana dalla «linea del gruppo consiliare di Forza Italia» favorevole all'abbattimento.
Stando ai si dice, parrebbe che la bonifica dell'area Snia sarebbe infine andata a Giuseppe Grossi, sodale di Zunino e amico del deputato Pdl Giancarlo Abelli: è lo stesso Grossi recentemente incarcerato con l’accusa di associazione a delinquere, frode fiscale, appropriazione indebita e riciclaggio
di denaro, nonché della corruzione di pubblici ufficiali. È lo stesso Grossi che, secondo gli inquirenti, ha costituito presso banche svizzere fondi neri per 22 milioni di euro, il frutto di fatturazioni gonfiate in parte trasferiti, dilavati e asciugati al sole di Hong Kong o di Montecarlo su conti cifrati, come quello monegasco della moglie di Abelli, Rosanna Gariboldi che, arrestata per riciclaggio, ha patteggiato una condanna a 2 anni e la restituzione di 1.200.000 euro, saldo del conto balneare condiviso con il marito, conto che negli ultimi otto anni ha registrato movimenti per 3,5 milioni di euro: 12 in entrata per 2.350.000 euro e tre in uscita per 1.294.000. Secondo la magistratura milanese, è provato che «tutte le rimesse in entrata e in uscita» provenivano da «conti riferibili direttamente a Grossi o suoi sodali», ovvero Fabrizio Pessina (incarcerato nel febbraio scorso e scarcerato a luglio), l’avvocato che ha disposto i versamenti estero su estero sul conto segreto della signora Abelli.
L’inchiesta era partita dalla bonifica ambientale del nuovo quartiere milanese di Santa Giulia, l’ex area industriale Montedison a Rogoredo di cui era proprietario Zunino, bonifica affidata alla Green Holding di Grossi. Ma col tempo le indagini hanno preso anche altre strade: a cosa dovevano servire i fondi neri creati dal Grossi, se non a corrompere pubblici amministratori, politici, funzionari? I magistrati della Procura milanese ne sembrano convinti. Fatto è che, in sette anni, ben 275 milioni di pubblico denaro sono passati dalle casse della Regione Lombardia alle tasche del ciellino Giuseppe Grossi.
Nelle carte dei magistrati milanesi che indagano sull'ex Sisas di Pioltello e su Santa Giulia, il nome dell'abelliano Claudio Tedesi è tra quelli che ricorrono con maggiore frequenza: associato a Grossi o a Zunino (oppure ad entrambi) emerge carsicamente da molte pratiche di bonifica delle maggiori aree dismesse, non solo localmente. Ad esempio, la citata ex Montedison di Rogoredo, nonché l’ex Sisas, di cui Tedesi ha diretto i lavori di bonifica. Ad esempio, l’ex zuccherificio di Casei Gerola – 500mila mq – di cui Grossi è proprietario attraverso la Sadi servizi industriali spa, proprietà condivisa con Mario Resca, amico di Paolo e Silvio Berlusconi; ma anche la bonifica della Zeta Petroli tra Albaredo e Campospinoso. C’è poi la chiacchierata discarica per rifiuti speciali di Verretto, presso cui hanno operato società di Grossi insieme a società del gruppo Ecodeco.
A Pioltello pagava lo Stato, ovvero noi. Dopo il fallimento della Sisas, Grossi acquista una parte dei terreni accollandosi l'onere della bonifica che il fido Tedesi certifica in 120 milioni di euro; altri 'esperti' indicano in 19 milioni il valore fondiario. Tutto sembra filare liscio, fino a quando un creditore della Sisas, il gruppo Air Liquid, decide di vederci chiaro. Si scopre così che per bonificare l'area poteva bastare meno della metà della cifra indicata da Tedesi; e circa 40 milioni per i suoli: il valore sale a 94 milioni se si tiene conto delle varianti urbanistiche già approvate! Da 19 si passa a 94 milioni: sono cifre lontanissime. Com'è possibile? La risposta è contenuta in alcune intercettazioni, dalle quali emerge che il curatore fallimentare della Sisas Vittorio Ottolenghi, ufficialmente garante dei creditori, in realtà agiva nell'esclusivo interesse di Grossi.
Anche a Valle Lomellina i conti non sembrano tornare: secondo l'A.r.p.a. per la bonifica della Sif Furfurolo sarebbero bastati 1.250.000 euro e pochi mesi di lavoro: una soluzione economica e garante della salvaguardia dell’ambiente; secondo l'inossidabile Tedesi – al solito incaricato della progettazione – la semplice messa in sicurezza di ceneri e terreno avrebbe posto l'area al di fuori delle norme di legge e senza sufficienti garanzie ambientali. Chi l'ha spuntata? Ovviamente Tedesi, disdegnando il parere dell’A.r.p.a., l’organismo tecnico al di sopra delle parti. Tedesi per il progetto ha percepito 700.000 euro, ovvero il 5 per cento del costo della bonifica. A quanto somma il 5 per cento di 1.250.000 euro? Se lo domandano all'A.r.p.a., e ce lo domandiamo anche noi. Nel frattempo, i lavori di bonifica se li sono aggiudicati in “associazione temporanea di imprese” la francese Sarp Industries e la bergamasca Cantieri Moderni. Ma è tutto fermo, perché pende un ricorso al Tar: sollevato da chi? Dal re delle bonifiche e dei bonifici Giuseppe Grossi.
Solo poche battute su altri scenari trame e personaggi dell'ecobusiness locale, a partire da Giorgio Comerio, che da Garlasco trasformava in oro i rifiuti nocivi e radioattivi sopra navi a perdere (Riccardo Bocca, “L'espresso”, 3 giugno 2005) e a finire con il pavese Raoul Alessandro Queiroli, indagato nell'inchiesta veneta “Cagliostro” e in quella toscana denominata “pesciolino d'oro”, infine incarcerato a conclusione dell'inchiesta piemontese “Pinocchio” sul lucroso smaltimento illegale di 350 tonnellate di rifiuti tossici: terre inquinate da idrocarburi, residui della triturazione delle componenti in plastica delle autovetture, materiali con lattice e ammoniaca, fanghi di perforazione, traversine ferroviarie che da Genova, Savona, Pavia, Lecco venivano smaltiti nell'alessandrino, nel novarese, nel pavese e nel milanese. (Ecomafie, Rapporto di Legambiente 2005). L'inchiesta si conclude nel 2008, dopo 16mila intercettazioni telefoniche e 35 persone denunciate, 17 delle quali incarcerate. Vengono coinvolte quattro ditte della provincia di Pavia: Atiab di Torre d'Isola, Alm.eco di Pavia, Agritec di Casteggio e Dvm di Casorate Primo. Sotto l'asfalto della tangenziale di Casorate la Dvm avrebbe collocato «un milione di chili di scarti di fonderia, eternit e terre contaminate da idrocarburi» (“La Provincia Pavese”, 13 marzo 2007) che avrebbero fatturato guadagni vertiginosi ad alcune ditte fornitrici (lo smaltimento dei rifiuti speciali costa circa 6,6 euro al chilo: in questo modo la spesa può superare di poco i 50 centesimi).
Un'altra inchiesta, l'“Operazione Matassa” nel settembre scorso ha portato alla luce un traffico di rifiuti tra la Sicilia e il Lodigiano. Si tratta di vere e proprie bombe ambientali che, mischiate ai materiali derivati dalle demolizioni, finiscono in discariche abusive o nel sottofondo di strade o di linee ferroviarie, quando non a pavimentare i complessi residenziali, mimetizzate con un esile strato di terra da coltivo.
Rapidamente torniamo all'urbanistica, all’iperspeculazione Carrefour lungo la Vigentina. È una storia nata male e finita peggio. Nata male perché il terreno agricolo limitrofo all’area Fiat sul quale ora sorge il Carrefour venne acquistato nel dicembre 2001 da Pietro Guagnini – già membro della commissione edile – dal commercialista ed ex assessore della Giunta leghista di Jannaccone Pazzi Augusto Pagani e da Arturo Marazza (soci nella Vernavola Srl) per 500 milioni di lire e rivenduto subito dopo alla società GS per 830 milioni: una speculazione.
Finita peggio perché il 10 gennaio 2008 Carrefour ha venduto i negozi della galleria alla tedesca Union Investment. Due settimane prima dell'inaugurazione e a lavori quasi ultimati, il 19 novembre 2007 la Giunta fa propria una richiesta di Carrefour per l’ampliamento del parcheggio e dell’area commerciale (portata a oltre 15.000 mq calpestabili) e approva una variante – l’ennesima – al Piano di lottizzazione (delibera n. 254). Subito dopo il gruppo Carrefour ha venduto la ‘galleria’ al Fondo Unilmmo di Union Investment per 74 milioni di euro (ancora una volta, la scoperta è di Irene Campari
).
Il parcheggio di 14.950 mq sul tetto dell’iper è sceso a terra quel 19 novembre: il 18 luglio 2007 il Comune ha autorizzato l’aumento della «superficie di incremento delle aree per attrezzature di interesse comune e parcheggi» da 43.400 a 60.500 mq (45.076 dei quali destinati al parcheggio), ad uso pubblico, in comodato per 90 anni alle società Demeter e SSC, entrambe del Gruppo Carrefour.
Uno che se ne intende, un addetto ai lavori, ammette che nemmeno ai tempi di Tangentopoli si erano viste porcherie così sfacciate: e racconta storie di insospettabili untori, di consiglieri corrotti, di dirigenti a libro paga, di fatture taroccate e di società lussemburghesi costituite ad hoc per movimentare il denaro delle tangenti. Il 'nero' sarebbe passato anche dai subappalti gonfiati.
Il business funzionava così: alcune ditte compiacenti emettevano fatture apportando un cospicuo sovrapprezzo, il 20 per cento del quale andava ad arricchire il tesoretto a disposizione di… di un insospettabile intermediario, un uomo cerniera con vistose entrature nella massoneria locale. 'Golaprofonda' riferisce di un noto esponente ‘progressista’ che avrebbe ricevuto 200.000 euro dall'«intermediario» per favorire per la pratica Carrefour e per la riapertura del supermercato di via Torretta.
Cambiata l'amministrazione (ora a Pavia governa il centrodestra) cambiano i referenti ma non i metodi. Lo si intravvede al quartiere di San Lanfranco, dove una speculazione l'hanno beffardamente chiamata «equilibrata e non invasiva riqualificazione della zona»; al solito, la «riqualificazione» è altro inutile cemento: 300 appartamenti per 940 abitanti sopra un'area di pregio, accanto alla basilica romanica. Un'area detta “di trasformazione” dalla nuova Giunta comunale e dall'assessore Fabrizio Fracassi (Lega Nord), che un tempo era pompiere («mai più costruzioni al di fuori del già edificato») mentre oggi, dalla sua cadréga di assessore all'urbanistica, lo ritroviamo piromane: niente più spadoni puntati alla giugulare della Giunta «calce e martello», niente più denunce (a parole) della profanazione del sacro suolo padano: ai pavesi ora tocca anche questo clistere «equilibrato e non invasivo» con la peretta ben salda tra le dita dell'assessore celodurista, assorto nel metterlo in quel posto ai pavesi.
Tra i balùba Mezzebarbe, una domanda fatica a trovare la sua equilibrata e non invasiva risposta: a Pavia – città che conta tremila appartamenti “sfitti”; città deindustrializzata che in trent'anni ha perso 17 mila abitanti – a questa città servono forse nuove case?
Altre domande, questa volta a capitan Fracassi: assessore, chi le ha benevolmente guidato la mano nel colorare a rosa le “aree di trasformazione” del “suo” Pgt? I cittadini animati dal pubblico interesse o l'interesse dei costruttori amici degli amici? Guarda il caso, l'area destinata a mutare pelle è di proprietà dell'Ospedale San Matteo (100mila metri quadri, che il Prg indica a “servizi”, ormai prossimi a diventare edificabili), così come i terreni agricoli intorno al Carrefour, destinati dallo stesso assessore all'allargamento dell'altrettanto inutile oltre che dannosa area commerciale: un'altra decisiva campana a morto per il commercio di vicinato; un altro gradito regalo a chi mira unicamente a speculare sulla variazione di destinazione d'uso dei suoli e sulla compravendita che muove denaro, il vero business, di cui tutto il resto è un pallido sottoprodotto, la scolorita foglia di fico sulle verdi vergogne celoduriste dei nuovi referenti politici della speculazione immobiliare.
I partiti tradizionali si sono divisi il territorio come se fosse un bottino, in affari con i grossi gruppi commerciali e immobiliari, incuranti del calo occupazionale e della chiusura dei negozi di vicinato: infatti, per ogni posto di lavoro acquisito in un ipermercato se ne perdono da tre a cinque nei negozi di vicinato. In Provincia di Pavia chiudono le botteghe (8 comuni ne sono ormai privi, e in altri 32 i negozi di vicinato sono in via di estinzione. Chiudono soprattutto gli esercizi alimentari), cala quindi l’occupazione e aumentano i disagi, soprattutto per le persone anziane, mentre il dialogo a volte non facile tra pubblica amministrazione e realtà giovanili oggi sfuma tra le nebbie di anonime periferie slegate dal centro cittadino, periferie che nella migliore delle ipotesi consegnano i nostri ragazzi ai consumi costosi nei bar e nei pub, il regno delle slot machines (Pavia ne conta una ogni 55 abitanti, più del triplo della media nazionale) . Non è un caso se il Rapporto 2003 della Commissione antimafia rileva che «a Pavia il controllo criminale del territorio non segue la via del ‘pizzo’ ma quella del videopoker». Al Centro sociale Barattolo sgomberato non si incontravano slot machines: che sia questo il problema?
Iperspeculazioni immobiliari e finanziarie, contiguità con chi ricicla il denaro sporco, mancato rispetto delle regole da parte della pubblica amministrazione… Pavia pulita da mafie e malaffare? No, Pavia pulita da zingari, poveri, giovani e chiunque riproponga intendimenti più sobri su vita e consumi.
Quale tracciato segna il confine tra illegalità e criminalità? Traffici e criminalità non sono tuttavia cominciati nel giugno 2009. A cento passi dal Carrefour c'è la "GreenWay" di Montemaino, che prevede la costruzione di 6 condomini e 14 villette a pochi passi dal torrente, in deroga a leggi e regolamenti, sopra un terreno che ha tra i proprietari alcuni parenti di Alberto Pio Artuso, influente ex consigliere comunale di centrosinistra nonché ex presidente della Commissione urbanistica. Parafrasando l'illustre 'ndranghista Carlo Antonio Chiriaco, «nella migliore delle ipotesi» sono comportamenti illegali, «nella peggiore» sono criminali (a Chiriaco ciò che è di chiriaco: per la precisione, «nella migliore delle ipotesi ti mando in ospedale, nella peggiore ti sotterro…»). A quanti passi da tutto questo troviamo la locale Procura?

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