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Tu per sempre con noi

29 marzo 2017

Ricordo di Luchino Dal Verme “Maino”
di Giovanni Giovannetti

«Spero che ognuno si renda conto di quanto poco sia partigiano far parole e discorsi: Resistenza è azione, è comportamento, è impegno, è stile di vita – è tutto tranne che parole. Al ricordo delle speranze del ’45 e al rimpianto dei compagni perduti, si aggiunge l’amarezza di questi anni, pieni di ingiustizie sociali, di corruttela e di violenza». Sono parole di Luchino dal Verme, il leggendario comandante partigiano “Maino”, dette a chi scrive in uno dei nostri primi incontri negli anni Ottanta quando, ragazzo, ero salito per intervistarlo nell’antica residenza dei Dal Verme a Torre degli Alberi, Oltrepo montano, per un un libro che poi ho pubblicato.
“Maino” – il suo nome di battaglia – era nato il 25 novembre 1913. Ormai centenario, se n’è andato mercoledì 29 febbraio; ma da lassù può dire d’aver vissuto molte volte: nobile e monarchico, ufficiale del regio esercito e comandante partigiano, imprenditore avicolo e marito, padre, nonno esemplare e un punto di riferimento per la comunità.

Le battaglie di Maino

Di famiglia aristocratica, nel corso della seconda Guerra mondiale Luchino Dal Verme combatte in Francia e sul fronte jugoslavo come ufficiale di artiglieria, in forza al reggimento Savoia Cavalleria. Dal luglio 1941 all’ottobre 1942 partecipa alla Campagna di Russia, ed è fra gli scampati al disastro del Corpo di spedizione Italiano. L’armistizio dell’8 settembre 1943 lo sorprende a Forlì, presso il suo reggimento; Luchino riesce a sottrarsi alla cattura e si rifugia al castello di Torre degli Alberi, la residenza di famiglia. In quei mesi mesi contribuisce ad organizzare le prime formazioni partigiane operanti in provincia di Pavia.
A lui – cattolico di nobile lignaggio, ma con solida esperienza militare – il Partito comunista affida il comando della 88ª brigata Garibaldi “Casotti”, ed in seguito lo pone a guida della divisione garibaldina “Gramsci”, nell’Oltrepo pavese: «Avevo una grande diffidenza nei confronti del Pci: era il bolscevismo, era la rivoluzione, era il sovvertimento, nella nostra mentalità e nel nostro giudizio. Difatti c’erano state delle opposizioni, l’ho saputo vent’anni dopo: due comandanti di formazione, “Ciro” e l’“Americano”, tutt’e due del Pci, si sono opposti. Han detto al partito: “Ma voi siete matti, cosa vuol dire dare il comando della ‘Gramsci’ a un Dal Verme?” E si sono battuti perché questo non avvenisse. Io non solo non l’ho mai saputo, da loro, ma ho avuto da loro una totale solidarietà, sul piano umano, sul piano militare, sul piano delle piccole e delle grandissime cose».
Ma c’era anche un altro “dramma”, la sua fede cattolica: «la scomunica. C’era di mezzo la Chiesa, i comunisti! Il mio reggimento era cattolicissimo: “Ma tu sei matto! Ma guarda che, appena abbiamo finito di far la guerra con questi, dobbiamo farla con quelli!” Per fortuna incontro un giovane sacerdote che conoscevo da tempo e mi dice: “Luchino, non hai capito proprio niente. Ma se tu credi, credi nella vita come dono, come responsabilità, ricordati che il dono immediatamente successivo è quello della libertà. E se non sei capace di batterti per la libertà dell’altro uomo, se non ti rendi conto che ti fai tanto più libero quanto più ti impegni per la liberazione dell’altro, perché lui si liberi, perché lui sia libero, allora non hai capito niente”. Era un uomo estremamente illuminato: è morto in Brasile, perché poi ha avuto dispiaceri con la Chiesa…»
“Maino” guida i suoi compagni in numerose imboscate ai nazifascisti lungo la via Emilia, distruggendo i binari della ferrovia Torino-Piacenza o affrontando il nemico a viso aperto, come nella battaglia di Costa Pelata. Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1945, dopo cinque ore di accaniti combattimenti, “Maino” e i suoi conquistano Casteggio. Nasce così la leggenda del Conte partigiano, o meglio del Cònt, come era chiamato nel dialetto locale.

Imprenditore di successo

Finita la guerra, i partiti antifascisti lo vorrebbero candidare alle elezioni per l’Assemblea costituente del 1946, ma Luchino risponde negativamente, preferendo fare ritorno a casa in Oltrepo, dove fonda un’azienda avicola, continuando altresì la sua appassionata opera di testimonianza sul nostro recente passato, e in difesa del territorio: «Oggi l’agricoltura di montagna è un’agricoltura di rapina: il grano non paga le spese che si fanno. La parte fieno non ne parliamo: sono tonnellate che partono dalla montagna e vanno verso la pianura. Alla pianura non conviene produrre fieno, ma produzioni più ricche, più alte di unità foraggere-ettaro: per esempio, il mais allo stato ceroso. Con le macchine, coi terreni fertili, con le grandi estensioni, col mais trinciato la stalla di pianura si alimenta a costi molto più convenienti. Però è indispensabile un po’ di fieno, altrimenti nascono dei problemi. E così il fieno si va a prendere in montagna. E i paesi ricchi sono sempre più ricchi, i paesi poveri sempre più poveri. Il fieno continua ad andare giù, e alla terra non viene restituito nulla: un impoverimento continuo del territorio».
Che fare allora? «Abbiamo capito che era arrivato il momento di preparare modelli perché la montagna generasse, producesse, ricostruisse le risorse che esauriva. La montagna non può esaurirsi completamente, se no addio: nasce il calanco, nasce il dilavamento. Siamo andati in Francia, a cercare dei modelli simili, e siamo partiti con la proposta della linea vacca-vitello, cioè mandrie che per sei mesi pascolano – il che vuol dire non affienare quando i quantitativi di raccolto sono talmente scarsi da non pagare i costi – e sei mesi sono semistabulate con l’alimentazione locale, affienata sul primo taglio. Questa è la nostra proposta, che richiede una grossa crescita culturale della popolazione locale, di uscire dalla fase di agricoltura di rapina».

Consapevole dei propri limiti

Tornando al passato di partigiano, «Della Resistenza rimangono le conseguenze dirette, che se noi possiamo trovarci tutte le volte in una sala o in un convegno o in una piazza a criticarci e a confrontarci, lo dobbiamo alla Resistenza, senza dubbio. E se il Paese ha fatto dei passi giganteschi, se c’è ancora un movimento sindacale, è grazie a essa. La nostra crisi oggi non è “Resistenza sì, Resistenza no”, è crisi culturale. Non siamo capaci di renderci conto dei problemi, di come ha camminato il mondo, con l’energia nucleare, l’atomica… in quarant’anni è successo molto di più di quello che è successo in quattrocento anni prima. Per me è molto più vasto il problema. Ma la Resistenza è ancora attuale se si vuole riprendere la misura dell’uomo. Perché, se in questi anni si sono fatti passi giganteschi sul piano delle condizioni generali di vita, sul piano del modo di rapportarsi degli uomini tra loro non si è fatto un passo, si è andati indietro. Mentre allora c’era stata una testimonianza di solidarietà enorme. Quanto a me, se conoscenza dei propri limiti è felicità… una volta dicevo felicità, oggi dico serenità. Sì, serenità è conoscenza dei propri limiti fino ad amarli, ne sono sempre più convinto».

Addio, Comandante Maino

29 marzo 2017

Apprendiamo la notizia della scomparsa di Luchino Dal Verme, il Comandante “Maino”. Mentre ci associamo al dolore di tutti gli antifascisti, ANPI Provinciale Pavia partecipa al lutto della famiglia, cui esprime, a nome di tutti i propri iscritti, la propria affettuosa vicinanza.
Classe 1913, Dal Verme era un nobile, di antica famiglia aristocratica e monarchica. All’otto settembre, mentre il regio esercito va sgretolandosi e Casa Savoia, in un atto estremo di viltà, abbandona il Paese a sé stesso, lasciando ciascun cittadino solo con sé stesso davanti ad una ineludibile scelta, Dal Verme comprende subito che per restare sé stesso, degno del nobile nome che porta, deve farsi partigiano.
Non guarderà al colore delle casacche partigiane né delle bandiere di quelle Brigate di cui, ora, si mette alla testa. Sarà il Comandante di una Resistenza “perfetta”, per parafrasare il titolo del bel libro di De Luna [La Resistenza Perfetta], durante i 20 mesi in cui le brigate garibaldine comuniste dell’Oltrepò, lo riconosceranno come proprio, e stimatissimo, Comandante: nome di battaglia Maino.
La scelta partigiana del Comandante, aristocratico fianco a fianco combattente con ragazzi e uomini di altra estrazione sociale e di diversa radice politica, rompe gli schemi ingessati dell’Italietta meschina vacuamente acquiescente al fascismo, ed efficacemente incarna il sentire profondo della Resistenza italiana, che trova fondamento in una legge più alta che sovrasta ogni diverso sentire politico: la legge che risiede nella coscienza di quanti, liberi e giusti, presero le armi contro la barbarie e la vergogna, riscattando sé stessi e sperando in un mondo futuro.
Fu lo spirito di abnegazione, lo strappo con le tradizioni, la fatica condivisa e il coraggio insieme praticato sulle montagne a garantire al Comandante “Maino” il rispetto e la fiducia dei suoi uomini.
Combatterono insieme: lui, il nobile, e loro, proletari, studenti, contadini, soldati ribelli; insieme, da subito, capirono che per vincere la barbarie c’è una sola, grande parola sotto cui costruire radici unitarie e di libertà: antifascismo.
Nel giorno della sua scomparsa, l’ANPI onora e ringrazia il comandante partigiano “Maino” per il sacrificio sostenuto e per l’eredità di valori resistenziali che ha contribuito a trasmetterci.
Ciao conte ribelle, che la terra ti sia lieve.

ANPI provinciale di Pavia

È qui la festa?

14 marzo 2017

da Pavia, Giovanni Giovannetti

Festa del paesaggio o festa al paesaggio? Passati cinque anni, ecco nuovamente riproporre l’edificazione di due palazzine proprio lì, dalle parti di via Langosco nell’Ortaglia del trecentesco complesso monastico di Santa Clara a Pavia. Nell’antico monastero dovrebbe trasferirsi la biblioteca comunale, ma il progetto va a rilento.
Non si ferma invece la speculazione e per gli orti delle Clarisse il destino pareva segnato, dopo il benestare della Conferenza comunale dei servizi il 14 dicembre 2010, dopo quello della Commissione Paesaggio il 17 luglio 2012, e dopo l’approvazione dello Schema di Convenzione proposto da Delta spa, proprietaria dell’area, da parte della Giunta comunale il 16 ottobre 2012, quando sindaco era ancora Alessandro Cattaneo. Due palazzine, dodici appartamenti in una delle poche “aree verdi” residue nel centro storico cittadino.
L’Ortaglia – ben evidenziata in una splendida stampa secentesca del canonico Ottavio Ballada – ieri come oggi, o quasi, si estendeva lungo via Calchi e via Langosco fino a via Scopoli, delimitata a est dalle mura spagnole, tra i bastioni di Sant’Epifanio e di Santa Giustina (oggi viale Gorizia).
Il dovuto rispetto allo storico luogo di per sé sarebbe potuto bastare, ma a certo pavesume è chiedere troppo; non di meno poteva bastare lo sfumato ricordo di quell’analogo intendimento fermato, nel 1996, dall’allora commissario prefettizio Domenico Gorgoglione. Ma a ribadire che l’area è inedificabile concorrono anzitutto le norme; norme disattese quel tanto che è servito a favorire un illecito; illecito al solito avallato da certificazioni comunali d’azzonamento assai confuse (quella del 9 luglio 2010 reca la temeraria firma dell’architetto Moro, il plurindagato dirigente all’Urbanistica).
Sì, dalle parti delle Clarisse si va riproponendo un illecito clamoroso poiché nella realtà, dal punto di vista urbanistico, l’area è interamente disciplinata da norme che decretano il centro storico quale monumento «unitario e inscindibile» (le aree di impianto storico sono classificate di categoria “A”, come recita il decreto ministeriale 1444/68); dunque verde e parchi urbani pubblici e privati non sono né frazionabili né tanto meno edificabili, «e devono essere mantenuti a verde», in particolare le aree e i giardini di evidente pertinenza storica, e tali sono le Ortaglie di Santa Clara.
Proprietà e Comune di centrodestra orchestrarono di avvalersi della perequazione (è l’acquisizione di aree da parte del Comune in cambio della possibilità per il privato di edificarne una modesta percentuale): io Comune ti autorizzo a fare business nel centro storico in cambio… di 3.390,30 metri quadri di terreno agricolo al quartiere Sora, lontana periferia cittadina, terreno di cui Delta condivide la proprietà con la Immobiliare Nuova srl di Carmine Napolitano (488 mq sono di Delta e 2.902,30 di Napolitano: aree agricole in proprietà a due società immobiliari? Sarà…) Peccato che – seconda violazione – la cessione “gratuita” di altre aree sia consentita solo «in zona avente la medesima destinazione». Peccato che la stessa Giunta comunale nella sua deliberazione del 16 ottobre 2012 ammetta che l’area da acquisire si trovi in zona agricola, peraltro immodificabile. Ma chi ha congegnato una tale buffa?
L’azzonamento dell’Ortaglia a “F” (attrezzature generali pubbliche) invece di “A” (centro storico) pare l’avesse suggerito un inventivo notaio pavese, lui stesso tra i fautori di quell’altro illecito urbanistico del Green Campus al Cravino. Un suggerimento subito accolto dall’allora sindaco Alessandro Cattaneo, lì con loro a fare la festa al paesaggio.


L’esposto di Italia Nostra alla Procura di Pavia

Pubblichiamo la versione integrale dell’esposto di Achille Montroni e di Paolo Ferloni (Italia Nostra) alla Procura della Repubblica contro il progetto di due palazzine da edificare sui suoli a parco dell’antica ortaglia del convento di Santa Clara, nel centro storico.

I sottoscritti dr. Achille Mortoni, Presidente della Sezione di Pavia dell’ Associazione Italia Nostra ONLUS, nato a Viadana (MN) il 5 ottobre 1941, residente in Pavia, Viale […];

prof. Paolo Ferloni, socio della Sezione di Pavia dell’Associazione Italia Nostra ONLUS, nato a Como il 2 settembre 1943, residente in Pavia, […];

DICHIARANO
di depositare il presente esposto e di intervenire nella susseguente istruttoria penale in sostituzione del Comune di Pavia ai sensi dell’ art. 9 co. 1 D.Lgs. 267/2000, in quanto cittadini iscritti nelle liste elettorali del Comune di Pavia, intendendo, in sostituzione del Comune se inerte, in caso di rinvio a giudizio di uno o più dei soggetti infra indicati, costituirsi parte civile e chiedere il risarcimento dei danni morali e materiali arrecati al Comune di Pavia dai reati ravvisabili nei fatti esposti in seguito.

PREMESSE DI FATTO
Il 17 aprile 2012 la Società Delta S.p.A. con sede in Binasco (PV) ha presentato il progetto definitivo per la realizzazione di un complesso residenziale costituito da due palazzine, comprendenti 12 appartamenti oltre a una torre di cerniera per i collegamenti verticali di uso condominiale.
Il complesso dovrebbe sorgere in un’area ricoperta interamente da vegetazione spontanea compresa nel centro storico di Pavia tra Via Langosco e viale Gorizia, la quale fino alla seconda metà del 1700 era l’ortaglia del convento delle Clarisse, ora appartenente al Comune di Pavia.
L’area è destinata nel Piano Regolatore Generale vigente a verde e parco pubblico urbano.

Il predetto progetto, prima di essere approvato definitivamente, fu esaminato il 14 dicembre 2010 dalla Conferenza dei Servizi comunale e poi dalla Commissione Paesaggio nelle sedute del 31 maggio; 20 giugno; 5 luglio; 17 luglio 2012, data in cui fu approvato col voto favorevole di quattro componenti e quello contrario dell’ arch. Chiolini.
L’autorizzazione paesaggistica fu rilasciata il 27 settembre 2012.
La Giunta Comunale il 16 ottobre 2012 approvò la bozza della Convenzione da annettere al permesso di costruire, che quanto prima il Dirigente competente intende rilasciare.
L’illegittimità del progetto è clamorosa e inescusabile per i motivi seguenti.

1 – 
L’area in questione è compresa nel centro storico che il P.R.G. vigente include all’art. 12 N.T.A. tra le aree di impianto storico. Era in antico l’ ortaglia del convento delle Clarisse ed è destinata nel P. R. G. vigente a parco urbano.
Il comma 24 dell’art. 12 citato prescrive: «Le aree di impianto storico sono classificate di categoria A secondo il D.M. 1444/68 e di recupero ai sensi della legge 457/68».
Il comma 12 dell’art. 12 citato prescrive che le aree a giardino o a parco di pertinenza degli edifici siano essi pubblici o privati e appartenenti agli edifici dei gruppi 1 (monumenti) 2 (di pregio architettonico) «sono inedificabili e devono essere mantenute a verde, senza alterazione dell’impianto arboreo, se di pregio»; «gli interventi devono essere finalizzati al mantenimento dell’ immagine storicamente consolidata».
All’art. 1 comma 39 le N.T.A. definiscono «Pertinenza storica: area di pertinenza di edificio di particolare interesse storico, entro la quale la sistemazione del suolo e i manufatti esistenti risultano parte architettonicamente integrata dell’edificio stesso».
Il convento delle Clarisse appartenente al Comune situato in Via Langosco è contiguo a «una vasta area verde che corrisponde agli originari giardini ed orti di pertinenza del monastero» ben rappresentati in numerose mappe antiche, ad esempio nella mappa di Mattheus Merian (Frankfurt 1640), nella famosa mappa del canonico Ottavio Ballada (Pavia, 1654) e nella mappa dell’ultimo catasto austriaco (Pavia, 1855-1858).
Il convento è monumento nazionale e pertanto è incluso nel P.R.G. in vigore tra gli edifici del gruppo 1.
Ne segue che l’ortaglia è una pertinenza storica del fabbricato monumentale quindi per mantenerne l’ immagine storicamente consolidata non può essere edificata, indipendentemente dalla classificazione operata dal P.R.G.

2 – 
L’ ortaglia del monastero di Santa Chiara costituisce uno standard destinato a parco pubblico. Nondimeno non può essere classificata come zona F, come pretende il notaio Trotta subito accontentato dal Comune.

Il centro storico costituisce la zona omogenea A, unitaria e inscindibile, che non può essere allegramente frazionata in tante piccole zone secondo la destinazione delle aree. Il centro storico comprende non solo residenze, ma anche parchi urbani, scuole, università, officine artigianali che peraltro non costituiscono zone classificabili F o D.
Pertanto la normativa prevista dalle N.T.A. all’art. 36bis per le «aree destinate a parchi e verde attrezzato non individuate in scheda normativa e classificate a servizi secondo il Decreto interministeriale 2 aprile 1944 / 1968», cioè F, non è affatto applicabile alla zona A, quale che sia la destinazione delle aree interne al centro storico.
Né in contrario si può invocare l’ art. 36bis co. 12 delle N.T.A. che recita: «Nelle zone omogenee di tipo F collocate all’interno del perimetro dell’ area di impianto storico, per eventuali trasformazioni o nuove costruzioni che risultino ammissibili, l’ altezza massima non può superare l’ altezza degli edifici circostanti di carattere storico- artistico».

È codesta una norma priva di relatum e pertanto inapplicabile per due motivi:

a) all’interno dell’area di impianto storico non esistono zone omogenee di tipo F;

b) nell’ortaglia delle Clarisse non risultano ammissibili né edificazioni né trasformazioni, perché l’area è destinata a parco pubblico inedificabile come prescrive l’ art. 12 co. 12 N.T.A.

3
 – Peraltro ammesso ma non concesso che le norme dettate per le zone omogenee F si possano applicare anche alla zona A, il progetto violerebbe macroscopicamente proprio l’ art. 36bis in due punti essenziali:
a) il progetto prevede la cessione gratuita di un’area in zona agricola in violazione dell’art. 36bis co. 5 che consente solo «la cessione di altre aree in altra zona aventi la medesima destinazione». Non è quindi ammissibile la compensazione perequativa con trasferimento di parte dell’area (destinata a parco urbano compreso in zona A) in zona agricola. È da rilevare che sia il dr. Panighi nella Conferenza dei Servizi sia la Giunta nella deliberazione 16 ottobre 2012 ammettono che l’area da cedere è in zona agricola;
b) l’aumento della superficie lorda di pavimento (SLP) dell’edificio progettato in misura di 1/3 della SLP di edifici esistenti è ammissibile solo «in presenza di edifici esistenti e da demolire» come inequivocabilmente prescrive l’ art. 36bis co. 2 e ribadisce il comma 10. Risulta proprio dalla Relazione del progettista che l’ edificio di riferimento, che è stato utilizzato per aumentarne di 1/3 la superficie utile, fu demolito nel 2007, dunque non esiste più da anni. La Relazione a pag. 3 recita: «Nel dicembre 2007 sono stati demoliti i capannoni pericolanti in cui la S.L.P. era pari a 2664 mq. Attualmente l’ area si configura come un unico spazio libero posto a una quota di 66,20 m.»
Si chiede quindi che la S.V., tenuto conto dell’importanza storica dell’area e del monumento contiguo appartenente al Comune proceda penalmente per abuso d’ufficio e – in caso d’ inizio della costruzione – per inosservanza delle norme e prescrizioni previste dal PRG vigente (art. 44 co. 1 lett. a DPR 6.6.2001 n. 380) contro i responsabili del fatto impedendo che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori con danni irreparabili all’ aspetto della città storica.

Gli scriventi chiedono di essere informati dell’eventuale richiesta di archiviazione intendendo proporre opposizione.

Dichiarano di opporsi all’emissione di decreto penale. Nominano come difensore nel procedimento penale l’Avv. Francesco Maurici.

Il ponte della Stecca

4 gennaio 2017

Sulla “Provincia Pavese” del 3 gennaio leggo che «La convenzione da 300mila euro tra la Provincia ed Eucentre, per il monitoraggio dei ponti della provincia di Pavia, è finita sul tavolo del magistrato. Un cittadino che abita nei pressi del ponte della Becca ha presentato un esposto in procura per chiedere che il magistrato faccia luce su alcune presunte anomalie». Sbagliato: la denuncia di quel «cittadino» risale a più di un anno fa e riguarda taluni onerosi esborsi provinciali – rivelatisi poco utili – per il ripristino del malandato ponte della Becca (più recentemente, la Procura ha ricevuto una integrazione al precedente esposto); e dunque questa notizia è data, diciamo, con un certo ritardo.
Leggo altresì che l’ing. Gian Michele Calvi risulta indagato per falso e truffa (a denunciare era stato quel «cittadino») proprio in riferimento a ciò che in ambienti forensi da qualche tempo viene ironicamente chiamato, e chissà perché, il ponte della Stecca. Sul quotidiano locale leggo altresì che nulla ormai lega o legherebbe l’ingegnere a Eucentre, poiché il Calvi (oberato dai guai giudiziari, a L’Aquila e a Pavia) «da mesi non ha più alcun incarico nella fondazione».
Su “L’Espresso” del 4 settembre 2016 (stesso gruppo editoriale della “Provincia Pavese”), a pagina 32 leggo infine che la Fondazione Eucentre (Eucentre, e non il Calvi) è da tempo in stretti rapporti con la ditta Alga (ricordate gli isolatori fuori norma di l’Aquila? Ricordate gli infruttuosi interventi di Alga al ponte della Becca o Stecca?) e che, anzi, «la società è tra i finanziatori della fondazione di Calvi». Ma dai… (G. G.)

Altri soldi all’indagato

30 dicembre 2016

La Provincia di Pavia e il suo presidente Vittorio Poma elargiscono altri 300mila euro all’Eucentre «guidato dall’ingegner Calvi […] per tenere costantemente monitorato lo stato di salute di tutti i ponti del territorio». Speriamo sia solo omonimia, poiché un tale Gian Michele Calvi, ingegnere, fautore di Eucentre, risulta attualmente indagato per falso e truffa aggravata (artt. 479 e 640 cpp.) proprio a seguito dei lavori per «somma urgenza» al ponte della Becca o della mucca (da mungere) in anni che vanno dal 2010 (amministrazione Poma; sì, lo stesso Poma) al 2013 (amministrazione Bosone); interventi costati sino ad ora più di 8 milioni di euro in pubblico denaro, senza peraltro risolvere il problema. (G. G.)

Ponti sicuri, 300mila euro a Eucentre
di Stefania Prato *

Convenzione tra la Provincia e il centro ricerche guidato dall’ingegner Calvi: circa 300 le strutture che saranno monitorate.

Una convenzione tra Provincia ed Eucentre per tenere costantemente monitorato lo stato di salute di tutti i ponti del territorio. Una spesa di 300mila euro per il controllo di 300 infrastrutture: 6 i ponti che hanno una lunghezza compresa tra gli 800 e i 1.200 metri, 164 quelli con una lunghezza tra i 20 e i 350 metri e 130 le infrastrutture di dimensioni più piccole, quelle che al massimo raggiungono i 20 metri. Strutture su corsi d’acqua importanti come Po, Ticino, Sesia, Agogna, Terdoppio, Olona e su torrenti come Versa, Staffora, Coppa. Che verranno tenute sotto controllo dai tecnici di Eucentre, di cui è fondatore Gian Michele Calvi, che si occupa di ricerca nel campo della riduzione del rischio, soprattutto sismico. Ed è proprio per prevenire eventuali rischi naturali che il presidente della Provincia Vittorio Poma ha deciso di stanziare risorse per un monitoraggio di 6 mesi. Analisi che serviranno a costruire una banca dati utile per conoscere le criticità, stilare l’elenco delle priorità e chiedere risorse. Studi approfonditi sulla capacità portante, sullo stato di degrado e sulla situazione di eventuale pericolo legata a ciascun ponte. «Dati strumentali per realizzare progetti mirati ed interventi specifici, su basi razionali fondate». Perché la maggior parte di questi ponti è stata costruita a metà del secolo scorso e ora «necessita di consistenti lavori di manutenzione per evitare il pericolo di collassi strutturali». A scattare la fotografia delle condizioni di salute delle infrastrutture provinciali sarà quindi Eucentre. A cui spetterà il compito di «verificare i materiali di costruzione, capire quali siano i massimi livelli di peso sopportabili e quale la consistenza strutturale». «Una ricerca sistematica anche per comprendere l’origine di alcune problematiche – chiarisce il presidente -. Il territorio provinciale accoglie una rete capillare ed estesa di opere infrastrutturali che negli anni avrebbe richiesto trasferimenti destinati alla manutenzione ordinaria e straordinaria di gran lunga superiori a quelli effettivamente previsti nei bilanci. Quarant’anni di progressive riduzioni delle risorse destinate alla manutenzione, il naturale invecchiamento di strutture che oggi hanno certamente superato il periodo di vita utile, il trasferimento della maggior parte del patrimonio Anas alla Provincia hanno portato ad una situazione di potenziale prossimo collasso». Eppure tutti questi ponti, anche quelli più piccoli, «hanno assunto una sempre più forte valenza strategica per il sistema socio-economico territoriale e la loro chiusura sarebbe insostenibile». Insomma, dice Poma, «ci sono valutazioni che non si possono più differire, anche per predisporre piani di intervento sulla base di priorità fondate e delle risorse disponibili». «Si è dato vita ad un accordo innovativo, perché sottoscritto tra due soggetti pubblici – sottolinea il presidente. L’ultimi rilievi effettuati dall’ufficio tecnico della Provincia aveva rilevato numerose criticità e per alcuni ponti si è riscontrato un significativo peggioramento. Da qui la necessità di interventi di messa in sicurezza».

* “La Provincia Pavese”, 30 dicembre 2016

Le buone pratiche

29 dicembre 2016

Borgarello ha cancellato il mega market
di Stefania Prato *

Il nuovo Pgt scrive definitivamente la parola «fine» al progetto del centro commerciale. L’amministrazione Lamberti mette in atto la promessa fatta in campagna elettorale e cancella il contestato megamarket dal piano che disegna il futuro urbanistico del territorio. Piano portato in Consiglio e approvato dalla maggioranza. Nessun cambio di rotta da parte di sindaco e giunta, nonostante il conto da 30milioni e mezzo di euro presentato da Progetto commerciale, la società che intende realizzare l’intervento. Non si è fatto intimorire questo piccolo centro di circa 2.700 abitanti che invece ha lanciato la sua sfida, quella di sopravvivere senza gli introiti milionari promessi dall’insediamento e di puntare tutto su consumo di suolo zero e valorizzazione del patrimonio paesaggistico ed edilizio esistente. Restituiti quindi all’agricoltura 38 ettari di terreno, con una diminuzione del consumo di suolo di quasi il 96%, rispetto al Pgt precedente. Eliminata la destinazione commerciale ai 217mila metri quadri che il vecchio piano concedeva al market e che torneranno agricoli. Cancellate o ridotte le lottizzazioni previste nel piano del 2009 che prevedeva un aumento della superficie urbanizzata del 49%, contro una media provinciale del 14%. Insomma, dice il sindaco Nicola Lamberti, si punta tutto su un nuovo modello di sviluppo del territorio, con l’agricoltura che viene riconosciuta come «una componente fondamentale, perché in grado di produrre servizi, generare lavoro e produrre benefici per l’ambiente». E con quel patrimonio storico, costituito da Villa Mezzabarba, il Naviglio, il Parco Visconteo e il Barco Certosa, che non domanda altro che venire valorizzato per fare da traino al rilancio economico. Eliminare il megamarket, sostiene il primo cittadino, è da considerare «un atto di generosità verso gli abitanti di Borgarello e non solo». «La parte sud di Pavia si trova a sostenere una quantità di traffico già inaccettabile e destinata a peggiorare con il nuovo centro commerciale – chiarisce Lamberti -. Le ripercussioni sulla salute pubblica sarebbero inevitabili, perché non dimentichiamo che la nostra provincia è la seconda in Italia per morti per inquinamento ed è per questo che spetta alle amministrazioni il compito di disegnare strategie a lungo termine, ponendo in atto scelte coraggiose per il futuro dei nostri figli. Scelte che vanno contro ad immediati interessi economici anche per le casse municipali». Ecco quindi l’incremento della mobilità dolce con un’ampia rete di percorsi ciclopedonali, il potenziamento dei servizi, il rispetto dei corridoi ecologici e naturali per salvaguardare flora e fauna, il recupero del patrimonio edilizio esistente, «con l’obiettivo di incrementarne il valore», precisa il sindaco che dà il via libera anche a politiche di «miglioramento dell’efficienza energetica». E chiarisce: «I futuri fabbisogni possono essere soddisfatti dal comparto residenziale che si sta realizzando a sud di via Berlinguer. L’offerta già programmata di circa 200 vani è in grado di rispondere alla domanda stimata». Sono stati invece confermati, ma ridimensionati, 3 ambiti di trasformazione, destinati all’ampliamento di attrezzature pubbliche esistenti su una superficie di 1,5 ettari, che rappresenta circa il 2% dell’attuale superficie comunale urbanizzata. Questi alcuni dei punti fondamentali del nuovo Piano di governo condiviso dal vicesindaco Laura Baronchelli e da tutto il gruppo di Progetto civico. «L’obiettivo è quello di ricostruire e tramandare un paesaggio che rischiava di essere disintegrato dalle lottizzazioni del vecchio Pgt. E di costituire un esempio virtuoso per i centri vicini- sottolinea Baronchelli -. Ci rendiamo conto che queste scelte siano una goccia nel mare delle scelte urbanistiche degli altri Comuni, ma la speranza è che possano prevalere strategie a lungo termine che tengano conto del bene della collettività. Si sta portando avanti un’idea di futuro del territorio, in modo coerente con il nostro programma». Il nuovo Pgt diventa così la pietra tombale del progetto del mega market, presentato per la prima volta una decina di anni fa dalla società bergamasca che al Comune ha fatto richiesta danni per 30milioni e mezzo di euro, somma lievitata proprio dopo la delibera consiliare che modificava il Piano di governo. «Su quel progetto – aveva detto Marco Meloni, coordinatore territoriale di Progetto commerciale – era stato investito denaro, con significative aspettative economiche».

* “La Provincia Pavese”, 29 dicembre 2016

Celeste ladrocinio globale

23 dicembre 2016

Gli anni di Roberto Formigoni in Regione Lombardia
di Giovanni Giovannetti

I giudici della decima sezione del Tribunale di Milano hanno condannato il senatore post-ciellino Roberto Formigoni a 6 anni di reclusione per corruzione (è caduta la sola accusa di associazione a delinquere). Disposti anche sei anni di interdizione dai pubblici uffici e il pagamento di tre milioni alla Regione Lombardia. È dunque ampiamente confermato il sistema di clientelismo, tangenti, frodi e ruberie emerso con gli scandali della Fondazione Maugeri di Pavia e del San Raffaele di Milano, un sistema che per anni ha avuto per dominus l’ex governatore della Lombardia Formigoni.

L’indagine

La Fondazione Maugeri nasce a Pavia nel 1965 come Clinica del Lavoro e conta istituti in numerose regioni italiane. Mission: la tutela della salute nel lavoro e la prevenzione dei rischi legati ad attività produttive, con particolare attenzione alla medicina riabilitativa e al reinserimento socio-produttivo del disabile.
Il 13 aprile 2012 la Guardia di Finanza arresta l’ex assessore alla Sanità della Regione Lombardia, il ciellino Antonio Simone (condannato a 8 anni e 8 mesi), nonché il presidente della Fondazione Umberto Maugeri (nel dicembre 2015 era uscito dal procedimento patteggiando 3 anni e 4 mesi di carcere), il direttore amministrativo Costantino Passerino (condannato a 7 anni), il consulente Gianfranco Mozzali (nel 2015 ha patteggiato 2 anni e sei mesi) e il commercialista Claudio Massimo (ha patteggiato 2 anni e 8 mesi). E con loro il faccendiere Pierangelo Daccò, già in carcere dal novembre 2011 per aver avuto parte nell’oblio materiale e morale dell’ospedale milanese San Raffaele: dopo la condanna in primo grado a 10 anni di reclusione nel processo con rito abbreviato, per Daccò ne arriva ora una seconda a 9 anni e 2 mesi.
I magistrati contestano ai vertici della Fondazione d’aver creato, in Svizzera e a Singapore, fondi neri per 73 milioni di euro «attraverso fittizie operazioni commerciali, fondi extra-bilancio», 63 dei quali destinati a «pagamenti corruttivi per intermediari e pubblici ufficiali» cos“ da “pilotare” 15 delibere regionali e ricavarne oltre 200 milioni di pubblico denaro. Quattrini mossi dagli “emissari” in Regione Simone e Daccò, insieme a quegli altri 9 provenienti dal San Raffaele (che di milioni regionali ne ha infine ottenuti quasi 400, manovrati per nascondere i buchi di bilancio del “santuario” dell’ormai defunto prete-manager Luigi Verzè).
Secondo la Procura milanese l’onorato e ben remunerato sodalizio Daccò-Simone avrebbe elargito 8 milioni di «tangenti in natura» al governatore lombardo Roberto Formigoni in cambio della sua Celeste «protezione globale». Per la precisione: 4.634.000 euro per l’uso esclusivo di tre yacht tra il giugno 2007 e l’ottobre 2011. L’acquisto dalla Limes («riferibile a Daccò e Simone») di villa Li Grazii ad Arzachena in Sardegna (13 locali), «avuta a prezzo notevolmente inferiore a quello di mercato per un importo di 1.500.000». Cinque vacanze di capodanno (in Argentina, Patagonia, Brasile e due volte nei Caraibi) tra il 2006 e il 2011, per una spesa di 638.000 franchi svizzeri da sommare a 86.000 dollari. 600.000 euro «per finanziare la campagna di Formigoni nella competizione elettorale per la Regione nel 2010». 500.000 euro per eventi incontri e cene elettorali con «altri uomini politici, funzionari regionali, dirigenti di strutture sanitarie private e pubbliche». 70.000 euro per «l’organizzazione di cene e convention nell’interesse di Formigoni durante le edizioni del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini». 18.000 euro in biglietti aerei.

Obbedienza, castità, povertà

A tutto questo andrebbero aggiunte «somme tra i 5.000 e i 10.000 euro consegnate in diverse occasioni a Milano da Daccò e Perego [Alberto Perego, nominato da Formigoni nel cda dell’istituto nazionale di genetica molecolare, coinquilino di Formigoni alla Memores Domini, la confraternita o “gruppo adulto” dei ciellini che si dedicano a Dio ripromettendosi obbedienza, castità e… povertà] per ulteriori spese connesse all’utilizzo degli yacht» oppure le «somme di denaro periodicamente consegnate a Milano da Daccò a Formigoni, di importo non determinato […] complessivamente non inferiori a circa 270.000 euro» (Perego è tra gli assolti).
Interrogato dai magistrati nel dicembre 2012, il fiduciario svizzero di Daccò e Simone Giancarlo Grenci, ha confermato il pagamento «di affitti di ville da 80/90 mila euro ai Caraibi per 2-3 settimane e ritengo fossero destinate ad ospitare più persone». Poi ci sono alcuni voli a sbafo su Parigi o Caraibi, per alcune migliaia di euro, in compagnia di Renato Pozzetto oppure insieme al fratello Carlo Formigoni e sua moglie Anna Martelli, o di Alberto Perego: «anche questo – sostiene Grenci – mi è stato riferito da Daccò».
In cambio di una tale messe di lusinghe – scrivono i magistrati Laura Pedio, Antonio Pastore e Gaetano Ruta – Roberto Formigoni si sarebbe adoperato «affinché fossero adottati da parte della Giunta, in violazione di leggi e dei doveri di imparzialità ed esclusivo perseguimento dell’interesse pubblico, provvedimenti diretti ad erogare consistenti somme di denaro e altri indebiti vantaggi economici» alla Fondazione Maugeri e al San Raffaele: «Formigoni e Sanese [il ciellino Nicola Sanese, segretario generale della Regione, assolto] nell’ambito di riunioni ristrette del cosiddetto Tavolo sociosanitario inter-assessoriale» o al virtuale “Caffè Sanità” – luoghi «in cui venivano assunte le decisioni più delicate in materia di sanità» – indicavano al direttore generale dell’assessorato alla Sanità Carlo Lucchina e alla dirigente Alessandra Massei (ciellina doc, ex direttore amministrativo della Maugeri nel 2007-2008, «socia in Sudamerica in una serie di attività con Daccò»; Lucchina e Massei sono stati infine assolti) «il contenuto economico delle decisioni […] anche in assenza delle condizioni di legge». Era poi compito dei dirigenti trovare «le soluzioni tecniche che fornissero una apparente giustificazione alle erogazioni delle somme richieste», nonostante il parere contrario dei funzionari della direzione generale della sanità.
Insomma, tra il 1997 e il 2011 il governatore Formigoni avrebbe elargito discrezionalmente montagne di pubblico denaro a private strutture sanitarie, venendo da loro compensato con vacanze dorate
e pecunia a scrocco, vivendo così alla grande per un decennio a spese dei lobbysti Sansone e Daccò.

Bonifiche e bonifici

Come dimenticare allora il 20 ottobre 2009, quando in carcere era finito il compianto Giuseppe Grossi, costruttore amico di Formigoni, già membro del Cda della Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor, che governa l’ospedale. Con don Verzè, Giuseppe Grossi aveva costituito la Blu energy: in tre anni di vita la società ha accumulato 116 milioni di debiti, soldi ricevuti per lo più dalle banche (79,8 milioni) e utilizzati per costruire l’impianto di produzione di energia di Vimodrone. La missione della Blu energy era fornire elettricità al San Raffaele, ma all’ospedale ha fatto solo lievitare i costi di approvvigionamento da 11 a 41 milioni.
Secondo gli inquirenti, Grossi aveva accumulato presso banche svizzere fondi neri per 22 milioni di euro, il frutto di fatturazioni gonfiate in parte trasferiti, dilavati e asciugati al sole di Hong Kong o di Montecarlo.
Conti cifrati, come quello monegasco della bronese Rosanna Gariboldi – moglie dell’ex vate della sanità lombarda e referente politico della Maugeri in Regione Gian Carlo Abelli – che, arrestata per riciclaggio, ha infine patteggiato una condanna a 2 anni e la restituzione di 1.200.000 euro, saldo del conto “balneare” condiviso con il marito. Conto che negli ultimi otto anni aveva registrato movimenti per 3,5 milioni di euro: 12 in entrata per 2.350.000 euro e tre in uscita per 1.294.000. Secondo la magistratura milanese, è provato che «tutte le rimesse in entrata e in uscita» provenivano da «conti riferibili direttamente a Grossi o suoi sodali».
E sodale era Fabrizio Pessina (incarcerato dal febbraio al luglio 2009), l’avvocato che aveva disposto i versamenti estero su estero sul conto segreto della signora Abelli. Fra l’altro, i coniugi Abelli avevano ottenuto dall’amico Grossi la disponibilità di una Porsche, di un aereo privato e di un appartamento nel centro di Milano.
L’inchiesta era partita dalla bonifica ambientale di Santa Giulia, alle porte di Milano, affidata alla Green Holding di Grossi. Ma col tempo le indagini hanno intrapreso anche altre vie: a cosa dovevano servire i fondi neri creati dal Grossi, se non a corrompere pubblici amministratori, politici e funzionari? Fatto è che, in sette anni, ben 275 milioni di pubblico denaro sono passati dalle casse della Regione Lombardia alle tasche del ciellino Giuseppe Grossi.

L’assicuratore

Secondo Umberto Maugeri, negli anni Novanta quando il compianto Abelli era assessore regionale, «non esisteva il problema di andare continuamente in Regione a discutere». Forse è per gratitudine che alla signora Gariboldi in Abelli, per dieci anni la Fondazione ha riconosciuto un contratto «di progetto» – «fittizio» secondo gli investigatori – remunerato nel suo insieme con 350.000 euro.
«Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione. Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto». Parola di Giuseppe Poggi Longostrevi, proprietario di cliniche e “re Mida” della sanità lombarda, coinvolto nello scandalo delle “ricette d’oro” (700 medici coinvolti, 175 condannati per aver prescritto inutili e costosi esami clinici nelle sue cliniche private, convenzionate col sistema sanitario). Longostrevi morì suicida nel 2000. Anni dopo, il 18 luglio 2011, morrà suicida l’ex vicepresidente del San Raffaele, Mario Cal.
La maxi-truffa al servizio sanitario nazionale emerge nel 1996, dopo una denuncia alla Procura milanese da parte dell’avvocato amministrativista Giuseppe Santagati, a quel tempo direttore generale dell’allora Unità socio-sanitaria locale 39-Milano sud.
All’epoca Abelli era presidente della importantissima Commissione Sanità della Regione Lombardia. Processato, nel 2003 verrà assolto dall’accusa di frode fiscale, anche se la sentenza confermerà che l’assessore di Formigoni aveva ricevuto da Longostrevi 72.800.000 in lire per una consulenza «non effettiva», tale da mascherare «un versamento in denaro al politico per guadagnarne i favori».
Gian Carlo Abelli aveva conosciuto la galera, anche se per poco tempo nel 1985, per ordine del Gip Cesare Beretta che lo accusava di peculato e concorso in truffa nell’ambito di una inchiesta sull’ospedale Policlinico San Matteo di Pavia, di cui Abelli era stato per lungo tempo presidente. Con lui, finirono in carcere Dino Landini (direttore amministrativo del San Matteo) e Claudio Gariboldi, fratello di Rosanna, titolare dell’agenzia di assicurazioni Reliance, nonché agente per altre compagnie.
Dopo aver confrontato fra loro molti contratti, Beretta e il pm Giuseppe Baccolo avevano scoperto che le numerose polizze custodite al San Matteo presentavano importi molto più elevati di quelle analoghe presso Gariboldi. Il cognato si accollerà ogni responsabilità, “scagionando” così Abelli.
«Sa che cosa successe invece a me?» Giuseppe Santagati, anni dopo aver denunciato lo scandalo milanese delle “ricette d’oro” lo domanda a Gianni Barbacetto che lo sta intervistando, e il giornalista rimanda: «Ebbe un premio, per aver fatto risparmiare alla Regione un pacco di miliardi?» Santagati risponde: «No. Fui cacciato. Sostituito al vertice della mia ex azienda (ironia della sorte o scelta calcolata?) da un mio omonimo: Santagati Giuseppe, stesso nome e stesso cognome». E ancora durante l’intervista: «La Regione paga, butta i nostri soldi. Come fanno a ripetere che la sanità lombarda è la migliore d’Italia? Hanno trasformato gli ospedali in un supermercato: ed è una gara a offrire le cure più costose, non importa se utili o no. Uno entra per una visita ed esce con un trapianto. L’interesse del sistema è il profitto dell’imprenditore della sanità, non la salute del paziente». Ma la Regione non controlla? «Se a scandalo segue scandalo, è evidente che i controlli non funzionano. Sono i fatti a dimostrarlo. Il modello lombardo, il modello Formigoni, ha trasferito ingenti risorse dagli ospedali pubblici alle cliniche private. La Regione paga, alla fine, le prestazioni di tutti. Così, nel migliore dei casi, spinge a dare sempre più prestazioni, e a scegliere quelle più costose. Nel peggiore dei casi, quando entra in scena un medico disonesto, le prestazioni saranno anche inutili, oppure dichiarate ma non eseguite» (Gianni Barbacetto, «Le cliniche degli orrori? Il vero orrore è il sistema sanitario», “Il Venerdì di Repubblica”, 11 luglio 2008).

A ciascuno il “suo”

23 aprile 1995 – 17 marzo 2013: diciotto anni di presidenza Formigoni in Regione Lombardia, anni di corruzione. In manette: l’ex presidente della commissione Bilancio Massimo G. Guarischi (settembre 2000, condannato a 5 anni per corruzione e di nuovo arrestato nel marzo 2013 per un presunto giro di tangenti legate alla sanità); l’assessore alla Formazione professionale Guido Bombarda (gennaio 2004, ha infine patteggiato una condanna a 18 mesi di reclusione per una tangente da 110 mila euro e per tre corsi sul turismo religioso mai tenuti o realizzati in modo irregolare); il consigliere Pdl Gianluca Rinaldin (febbraio 2008, corruzione e truffa); l’assessore al Turismo Pier Gianni Prosperini (dicembre 2009, corruzione e turbativa d’asta, ha patteggiato una pena di 3 anni e 5 mesi); il vice presidente del Consiglio regionale ed ex assessore all’Ambiente e al Commercio Franco Nicoli Cristiani (novembre 2011, arrestato con in tasca una mazzetta da 100.000 euro); l’assessore alla Protezione civile e Ambiente Massimo Ponzoni (gennaio 2012: corruzione, concussione, bancarotta fraudolenta per il crac dell’immobiliare “il Pellicano”; fino all’agosto 2009 l’ha condivisa con Rosanna Gariboldi).
Per Nicoli Cristiani e Ponzoni grava anche il sospetto di sintonie con le ’ndrine. Per lo stesso motivo, il 10 ottobre 2012 entra in carcere Domenico Zambetti, assessore regionale alla casa, accusato della compra di 4.000 voti da Eugenio Costantino e Giuseppe D’Agostino, affiliati alla ’Ndrangheta: 50 euro a preferenza, per un ammontare complessivo di 200.000 euro. Fra l’altro, Zambetti avrebbe negoziato corsie preferenziali in vista di Expo 2015.
A fronte di un così inquietante scenario appare arduo cogliere conclamate differenze tra la l’associazione a delinquere di stampo mafioso e quella di intrigo istituzionale, per anni tracimante dai piani alti del “Pirellone”, il grattacielo-simbolo dell’ex “capitale morale” del Paese.

Lugano bella

20 dicembre 2016

Pasolini e il passaggio di proprietà del “Corriere della Sera”
di Giovanni Giovannetti

Dal 1974 il “Corriere della Sera” passa progressivamente sotto controllo piduista: formalmente, i proprietari (Crespi, Agnelli, Moratti) lo cedono al gruppo Rizzoli (Angelo Rizzoli, tessera P2 n. 1977) di cui Bruno Tassan Din (tessera P2 n. 1633) è direttore generale; in realtà i soldi li mette Eugenio Cefis, garantendo un finanziamento senza interessi della Montedison International holding di Zurigo e la promessa – disattesa – di ripianare il 50 per cento dell’assai elevato debito del quotidiano.
L’accordo tra Montedison International Establishment di Vaduz e Rizzoli International, discretamente sottoscritto a Lugano il 6 agosto 1975 (attenzione alle date: tre mesi dopo ammazzano Pasolini), garantisce un finanziamento di 10 miliardi e 650 milioni di lire per l’acquisto dell’intera proprietà, nonché prestazioni pubblicitarie garantite per almeno 2 miliardi e mezzo l’anno, suddivise in comode rate trimestrali di 650 milioni. Ma il patto svizzero subordina altresì al gradimento di Cefis il capo redattore delle pagine economiche del “Corriere”; impone anche a tutte le pubblicazioni del Gruppo editoriale “Corriere della Sera” di svolgere, a decorrere dal 1° luglio 1975, «una intensa costante azione volta a sostenere, con ogni più opportuno intervento ed iniziativa, l’attività industriale e commerciale di Montedison Spa e dell’intero suo gruppo».

Come corsari

Dal oltre due anni Pasolini è tra i più letti e discussi collaboratori del “Corriere”, di cui è ormai un polemista di punta. I suoi spiazzanti articoli sono spesso ospitati in prima pagina dal direttore Pier Leone Mignanego detto Piero Ottone e creano dibattito, incuneandosi nella «coscienza infelice della borghesia, con i dubbi, e le inquietudini, che almeno la parte più illuminata si poneva» (Giovanni Raboni). Inutile sottolineare che, sul “Corriere”, Pasolini va in una direzione ostinatamente contraria ai proponimenti dei reali proprietari; Pasolini, che volentieri baratterebbe «l’intera Montedison per una lucciola». Anzi, datano a quei mesi il cambio di opinione a favore del compromesso storico di Berlinguer («quel “compromesso” realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo», scrive il 14 novembre 1974 in un passo del celeberrimo Che cos’è questo golpe?) ed alcuni tra i suoi più espliciti affondi “corsari” e “luterani”; invettive che tanto infastidiscono gli amici democristiani di Cefis.
Pasolini descrive un nuovo Potere violento e totalizzante, del tutto esemplificabile nel timoniere di Montedison. Va anche raccogliendo notizie su di lui, il neo-padrone occulto del “Corriere” nonché figura-chiave del romanzo che sta scrivendo: Petrolio.
La sua defenestrazione parrebbe dunque tra le meno esternabili premesse all’intesa; ma serve prudenza, poiché il rilancio dell’indebitato quotidiano (finalmente prossimo alle 700mila copie di vendita) era proprio da ascrivere alle scelte editoriali di Ottone: come avrebbe reagito questo nostro Re Mida se gli avessero imposto la rinuncia a Pasolini?
Ottone nulla sapeva di accordi occulti. E ben di meglio o peggio era intenzionato a dare sempre più spazio allo scrittore sotto contratto (in cantiere c’era anche una rubrica letteraria dal titolo leninista di Che fare?)
Tolto di mezzo Pasolini, derubricata la sua morte a una storia tra “froci”, il valente direttore avrebbe potuto anche limitarsi alle sentite condoglianze. E con l’inconsapevole Ottone ben saldo alla guida è d’incanto simulata la continuità della linea editoriale e un indolore planar morbido tra le fauci della P2: «Mi sta bene che faccia lo stesso giornale» dirà Andrea Rizzoli, il padre di Angelo, al direttore del “Corriere”, «ma non potrebbe avere verso Montedison un occhio di riguardo, per esempio come “La Stampa” lo ha per la Fiat?» «No», rispose Ottone, e in Rizzoli ne presero atto, taluni ridendo sottecchi.
Sono solo apparenze: ne offre un eloquente riscontro il Contratto di somministrazione pubblicitaria tra Rizzoli e Montedison (21 settembre 1976), laddove l’editore si impegna a fornire nei propri quotidiani e periodici «una rappresentazione esauriente, serena e obbiettiva della somministrata e del Gruppo Montedison, evitando atti e testi redazionali in contrasto, e comunque» tali da arrecare danno, anche indiretto, all’immagine di Montedison e relative controllate, sia pure «compatibilmente con la funzione e il ruolo rivestiti da un grande quotidiano a diffusione nazionale»: migliora la forma, ma la sostanza è speculare a quella dell’accordo sottoscritto l’anno prima.
Ottone lascia per suo conto nel 1977. Gli subentra Franco Di Bella (tessera P2 n. 1887); neanche il tempo d’insediarsi e il neo-direttore va a Canossa da Licio Gelli, scrivendo al “Venerabile” il 23 dicembre 1977: «Ambirei moltissimo essere ricevuto da Lei […] sia per dissolvere qualche ombra, sia per realizzarla più compiutamente sulla situazione e sulle prospettive […] Mi creda, con rinnovata e affettuosa devozione»; e il 20 marzo 1978: «…I frutti del rinnovamento si stanno vedendo e quasi tutto si deve a Lei…». Gelli a Di Bella il 22 maggio 1981: «Guardi che se Lei vuole rimanere a dirigere quel giornale, deve fare quello che le dico».

Bella ciao

Per la verità, il primo tentativo di acquisto del “Corriere” da parte di Cefis risale al 1972, poco dopo l’insediamento a Montedison, quando Giulia Maria Crespi ne era ancora elettiva proprietaria. Lo racconta lei stessa nell’autobiografico Il mio filo rosso (Einaudi, 2015): «Venne da me Luchino Dal Verme [già glorioso comandante partigiano nell’Oltrepo pavese], che oltre ad essere mio cognato è una persona che stimo moltissimo», scrive la signora: «a nome di Italo Pietra mi viene a riferire a chiare lettere che Cefis sarebbe interessato all’acquisto del “Corriere”, in modo totale o anche parziale» (gli ex partigiani Cefis e Pietra, lo ricordiamo, avevano condiviso l’appartenenza al Sim – i servizi segreti fascisti – e poi all’Eni). Andò che «la trattativa si arenò molto velocemente, perché quando il presidente della Montedison si trovò davanti alla clausola del potere editoriale, fece subito marcia indietro». Sarà solo questione di tempo.
Cefis arriva così a controllare buona parte della stampa italiana, garantendosi uno smisurato potere personale: oltre al milanese “Corriere della Sera”, tiene in mano i romani “Messaggero” e “Tempo” nonché il settimanale “Tempo illustrato”, senza tralasciare un contributo finanziario al nascente “Giornale nuovo” dell’amico Indro Montanelli. Tutto questo a spese di Montedison: ben 90 miliardi di lire, in ampia parte provenienti da fondi neri. Inutile sottolineare che l’acquisto di giornali non sarebbe tra le missions del gruppo, di cui la chimica pare ormai soltanto un pretesto.

La grande fuga

Nel 1977, a soli 56 anni, improvvisamente Cefis abbandona la direzione di Montedison e ripara a Lugano (il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia al fuggitivo: «Che fa? Se ne va? Ma lei non era quello che doveva fare il colpo di Stato?»).
Una informativa del Sismi (il servizio segreto militare) indica in Cefis il vertice della cupola piduista. Il presunto capo della P2 ha infine «abbandonato il timone, a cui è subentrato il duo Ortolani-Gelli». Da una seconda nota del 17 settembre 1982 si apprende che «intensi contatti sarebbero intercorsi in Svizzera, fino al mese di agosto u. s., tra Licio Gelli ed Eugenio Cefis, presidente della Montedison International».
Cambia il timoniere, non cambiano gli intendimenti; anzi, diventa persino impudente il trattamento “di rispetto” che la stampa rizzoliana riserva ai confratelli piduisti, nella continuità tra il sistema di potere di Cefis e quello gelliano. Come dimenticare la famigerata intervista di Maurizio Costanzo (tessera P2 n. 1819) a Licio Gelli, il 5 ottobre 1980 sul “Corriere della Sera”: nel citare massoni “di livello” come Cagliostro e Garibaldi, Gelli attacca lo Statuto dei lavoratori; si dice favorevole alla pena di morte; invoca una repubblica presidenziale sull’esempio di De Gaulle; fa a pezzi la Costituzione («un abito liso e sfibrato») caldeggiandone la «completa revisione».
Fuori Cefis, dal 31 dicembre 1978 Montedison Holding Company Zurigo e Montedison International Establishment Vaduz revocano l’accordo. Porte chiuse ai Rizzoli anche da Istituto mobiliare italiano (Imi) e Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità (Icipu) – entrambi pubblici – che in un perfido gioco delle parti, deliberatamente negano finanziamenti al gruppo editoriale. La situazione si fa drammatica e Angelo Rizzoli si vedrà costretto a batter cassa, con la mediazione di Umberto Ortolani (tessera P2 n. 1622), alla Banca Nazionale del Lavoro di Alberto Ferrari, al Monte dei Paschi di Siena di Giovanni Cresti e a Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano (con la compartecipazione vaticana dello Ior). Sono tre banche sotto controllo piduista.
Lo scacchiere Propaganda 2 non muove il solo “Corriere”: il 10 ottobre 1979 inaugura le pubblicazioni “L’Occhio” di Maurizio Costanzo, che, osserva Teodori, «diviene la voce diretta della Loggia esprimendo il massimo della sua linea politica un anno dopo in occasione del caso D’Urso» (il funzionario del ministero di Grazia e Giustizia rapito il 12 dicembre 1980 dalle Brigate rosse, “condannato a morte” e infine liberato il 15 gennaio 1981), invocando il ritorno al codice di guerra, l’instaurazione della pena di morte e la sospensione temporanea di alcune garanzie costituzionali. Insomma, ogni occasione è buona per legittimare uno Stato autoritario e forcaiolo.
In Svizzera Cefis coltiva l’ossessione di cancellare ogni traccia del suo passato: come ricorda Mario Pirani, ex dirigente Eni, «Cefis appariva a tutti molto misterioso, quasi a volere confermare le proprie origini di ufficiale del Servizio informazioni militare (Sim). Aveva persino proibito che apparisse la sua immagine o il suo nome sui giornali». Così anche Troya, alias Cefis, in Petrolio: «Egli doveva, per la stessa natura del suo potere, restare nell’ombra. E infatti ci restava. Ogni possibile “fonte” d’informazione su di lui era misteriosamente quanto sistematicamente fatta sparire».

Ceta senza paraocchi

16 dicembre 2016

Chiediamo al Parlamento europeo di bocciarlo!
di Paolo Ferloni

Tempo fa si è proposto su queste colonne un interrogativo: Cosa è il CETA? E serve agli europei? (Direfarebaciare, luogo di sconfinamenti, 1° ottobre 2016) e ci si chiedeva, in caso di non ratifica del trattato da parte degli stati membri, e di sola approvazione da parte della Commissione: perché tanta fretta di applicarlo?
Nel frattempo, ben consapevoli del fatto che l’acronimo CETA (per Comprehensive Economic and Trade Agreement) e il contenuto stesso del trattato sono pressoché ignorati dagli italiani, popolazione, autorità e governanti compresi, abbiamo cercato di capirne qualcosa di più, stimolati anche dai fatti avvenuti in Belgio in Ottobre. In quel piovoso e felice Paese (in cui la divisione tra valloni e fiamminghi è meno evidente ma più incancrenita di quella, si fa per dire, tra Trentino e Alto Adige) il 14 ottobre il senato della Vallonia aveva votato contro la firma del CETA, bloccando così la ratifica del trattato da parte del Governo belga.
In Belgio la Vallonia è regione minoritaria, con circa 3 milioni e mezzo di abitanti di lingua francese e tedesca, più poveri dei maggioritari fiamminghi. Ma forse sono più svegli, se i cittadini ed i parlamentari valloni si sono accorti dei guai che l’accordo potrebbe portare agli europei, e in particolare alle minoranze regionali. Come nella favola di Andersen Gli abiti nuovi dell’imperatore c’è un bambino che grida: «L’imperatore è nudo», perché nudo lo vede coi propri occhi, così il senato della Vallonia aveva votato fuori dal coro conformista dei fiamminghi e dei governi europei con paraocchi, tutti accecati come quello italiano.
Dopo la figuraccia internazionale fatta fare dal Belgio alla Commissione europea e al presidente Junker, nei giorni seguenti si scatenò una corsa di tutti i poteri forti belgi ed europei a pressioni d’ogni sorta per far recedere la Vallonia dal suo voto contrario. Trattative convulse con la delegazione canadese produssero un testo che Commissione e governi hanno definito più accettabile, sicché il senato vallone il 28 Ottobre a maggioranza ha dato parere favorevole, con i voti contrari dei Verdi, e domenica 30 ottobre il canadese Trudeau poteva firmare con Junker il testo finale del CETA, che entra in vigore provvisoriamente per un periodo di due anni. Invece di ringraziare la Vallonia per aver espresso il suo sincero disaccordo contro un trattato dannoso, i governi europei si sono allineati, ciascuno con i doverosi paraocchi, alla linea della Commissione.
Si è già osservato che secondo la Commissione il CETA darebbe una serie di benefici all’Europa, come dice il sito http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/index_it.htm, in cui sono appiccicate poche frasi di rito per spiegare i vantaggi commerciali che ne avrebbero gli europei e i posti di lavoro in Europa. Dunque i parlamentari europei a Strasburgo sarebbero fortemente incoraggiati a votare a favore del trattato.
Nel tentativo di capire se si tratti di frottole o illusioni, ci si è imbattuti in internet in utili materiali, consistenti in interviste con rozze invettive di tale Donald Trump, all’epoca candidato presidente dato per perdente, contro i trattati internazionali quali il NAFTA, il TPP e il TTIP riguardanti gli USA (ma non il CETA: gli Stati Uniti infatti non c’entrano formalmente col CETA). D’altro lato si è trovato un approfondito studio economico, ricco di tabelle e grafici, pubblicato in rete nel Settembre scorso (ultima versione del 19 ottobre 2016) da Pierre Kohler e Servaas Storm, studiosi americani di una Università privata, la Tufts University di Medford nel Massachusets, dal titolo appunto “C.E.T.A. without blinders”, al quale si rimanda il lettore privo di pregiudizi, attento e curioso, sul sito http://www.ase.tufts.edu/gdae/Pubs/wp/16-03CETA.pdf.
Si troverà in quello studio una corretta considerazione del tutto generale su quanti e quali effetti possa consentire la liberalizzazione dei commerci sul benessere interno statico di un Paese in condizioni di pieno impiego, effetti che risultano così piccoli da essere quasi trascurabili, tanto da essere definiti il “piccolo segreto sporco” da Paul Krugman, premio Nobel per l’economia nel 2008.
Alla validità di questa critica che inficia ogni accordo internazionale basato sulla liberalizzazione globale dei commerci tra Paesi sviluppati che godano di felici condizioni di piena occupazione (e non è certo il caso di numerosi Paesi europei, tra cui l’Italia) si aggiunge la considerazione che di paraocchi si sono dotati gli autori dei rapporti elaborati per conto della Commissione, i quali dovevano argomentare l’utilità del CETA sia sotto il profilo economico sia per dimostrare il supposto incremento di posti di lavoro che esso avrebbe promosso.
Invece lo scenario e il modello di simulazione da oggi al 2023, proposto dai due autori citati nei grafici di figura 4 a pag. 28 del loro rapporto, dimostra che il CETA produrrà una diminuzione della proporzione del reddito da lavoro in percentuale del PIL sia per gli stati membri europei, Italia compresa, sia per il Canada, mentre molto modesta – ironia della sorte – sarebbe la dercrescita del Regno Unito, dove però la maggioranza al referendum del 23 giugno scorso ha deciso di uscire dall’Unione economica europea. Quindi il CETA sarà dannoso sia per l’Europa, sia per il Canada: cioè stupido.
I risultati negativi dello studio citato sono del resto in accordo con le esperienze precedenti di vari trattati di libero commercio tra cui – per non andar lontano – il NAFTA in vigore dal 1994 tra Canada, USA e Messico, contro il quale si è scagliato in recenti interviste Donald Trump. Forse senza valide ragioni, se si calcolano i vantaggi ottenuti da imprese statunitensi che hanno stabilito fabbriche in Messico, dove la manodopera percepisce salari più bassi. Ma con qualche ragione se si pensa che quelle delocalizzazioni hanno lasciato disoccupati molti cittadini degli Stati Uniti, che si sono impoveriti.
Cioè si vede che la “liberalizzazione” regionale dei commerci ha prodotto effetti esattamente contrari a quanto la retorica dei promotori prometteva: incremento di disuguaglianze, stagnazione dei salari, crescita di disoccupazione, diminuzione della capacità di negoziazione colletttiva dei lavoratori, a fronte di un solo beneficio principale, l’aumento di redditi delle élites dirigenti.
Si capisce bene allora a cosa servirà in Europa e in Italia il CETA. La conclusione senza paraocchi dice che servirà a configurare quella contro-lotta di classe dei ricchi contro i poveri che, come acutamente osservava Luciano Gallino, sociologo, scrittore e professore emerito dell’università di Torino scomparso nel Novembre 2015, le classi dominanti nel mondo hanno deciso di sferrare contro le classi subalterne per recuperare i privilegi persi in Europa con le lotte operaie e contadine dal dopoguerra fino agli anni Ottanta.
Noi cittadini possiamo dunque chiedere ai nostri parlamentari europei di bocciarlo, se per avventura vogliono davvero rappresentare non gli interessi di qualche lobby finanziaria o bancaria o di alcuni dirigenti industriali soltanto, ma quelli degli elettori e dell’intero Paese.

La grande bellezza

15 dicembre 2016

in Lomellina la fantasia è al potere
di Mimmo Damiani *

A Sannazzaro De Burgondi, in Lomellina, esiste una delle più grandi raffinerie d’Europa. Ovviamente non ha come mission quella di purificare l’aria dove viviamo noi, fa però felici macchine e petrolieri. Piaccia o meno, è il business ragazzi!. Se la vedi di sera da lontano sembra una città piena di luci e di fascino e tra noi lumleni è anche nota perché diffonde a-gratis, nella nostra pianura, quel profumino di arsenico e di merda che Chanel N. 5… se lo sogna. Alcuni giorni fa è successo un grave incidente, con nuvole giganti e nere, paura, pompieri che giravano con le mascherine, scuole chiuse. Ora tutto tace. Tranne lei, la Raffineria del Po, che ha ripreso, con serena regolarità, il suo rumore e il suo profumo.
Ora i decisori politici ed economici del nostro territorio hanno pensato di costruire, di fronte a questa Signorina, anche uno tra i più grandi depositi d’amianto d’Europa.
Ottimo. Pensiero veramente geniale. Non vedevamo l’ora di un’altra grande bellezza.
Vista la sintonia di intenti, ci permettiamo suggerire, per dare ulteriore impulso alla evidente “spinta propulsiva”, di costruire anche, alla sua destra, un paio di enormi inceratori di rifiuti tossici e, sul lato sinistro, una piccola centralina nucleare, da farsi in accordo col futuro governo francese.
Poi ovviamente, per tutto il perimetro tra Sannazzaro, Ferrera e Pieve del Cairo depositi di fanghi, scorie e scarti di lavorazioni chimiche. Sarebbe inoltre coerente ed utile, coniugare a queste grandi opere, nell’ area limitrofa di Dorno, Alagna e Gropello Cairoli (anche in onore dei patriottici fratelli) il più grande campo Rom senza servizi del Nord Italia, una casa per anziani con operatori particolarmente sadici, una comunità di profughi gestita dalla ‘ndrangheta e la più attrezzata ed efficiente sede di neonazisti della UE. Proponiamo infine di abbattere l’inutile Castello di Scaldasole per piazzarci sopra il più grande Centro Commerciale tra i Paesi del G7, con mega-multipli parcheggi al posto delle risaie. Potrebbe infine essere assai stimolante per il turismo anche diffondere, su tutto il territorio, mercatini periodici per il commercio nero delle armi e luoghi di riproduzione e potenziamento della stirpe della zanzara tigre.
Nel ringraziare per la preziosa attenzione porgiamo cordiali saluti, restiamo in attesa di riscontro ed auguriamo a voi cari decisori, ovviamente, buone feste.

* Movimento civico “La Piazza e il Ponte”

Basta Pasolini

13 dicembre 2016

di Giovanni Giovannetti

Cosa sanno i ragazzi d’oggi del suo pensiero politico? Conoscono le sue ancora attuali requisitorie corsare e luterane sul divenire di questo nostro Paese?
Cosa sanno sui mandanti e gli esecutori materiali di piazza Fontana a Milano nel 1969 (17 morti e 88 feriti), di piazza della Loggia a Brescia nel 1974 (8 morti e 102 feriti), del treno Italicus nel 1974 (12 morti e 48 feriti), del Rapido 904 nel 1984 (16 morti e 267 feriti)? Cosa sanno della bomba alla stazione di Bologna nel 1980 (85 morti e 200 feriti)?
La risposta è oggi nelle carte processuali di valenti magistrati che, a partire dalle singole stragi, nonostante i depistaggi hanno saputo ipotizzare un unico disegno eversivo, collegando poi il livello operativo degli esecutori a quello organizzativo e strategico dei mandanti nelle istituzioni.
Davvero, a fronte di tutto questo, la sovranità appartiene al popolo, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione? Davvero tutti i partiti hanno sempre potuto concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, come leggiamo all’articolo 49? E l’ordinamento delle Forze armate? si è sempre informato allo spirito democratico della Repubblica, come vorrebbe l’articolo 52?

Sovranità limitata

Pasolini afferma di credere nella politica, nei princìpi “formali” della democrazia, nel Parlamento e nei partiti; e senza indugi attacca il nuovo Potere (con la maiuscola) dalla prima pagina del maggiore quotidiano della borghesia italiana, mostrandosi intuitivo giornalista d’inchiesta e valente politologo capace di vedere le profondità. Cosa può aver percepito o saputo sui burattinai massoni e di Stato che, frantumando ogni barriera tra politica e criminalità, in forma occulta hanno governato la drammatica stagione dello stragismo? lo scrive, anzi, lo grida in alcuni tra i suoi ultimi corrosivi articoli per il “Corriere della Sera”, e in particolare nell’ormai famoso articolo Cos’è questo golpe, quello che comincia con “Io so”:

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
(“Corriere della Sera”, 14 novembre 1974)

Tutto vero, tutto scritto nel 1974, ben prima che le tessere di questo orribile mosaico trovassero una loro collocazione giudiziaria. Per farsi un’idea sintetica della situazione, già allora poteva bastare Pasolini.
La politica di avvicinamento al Pci perseguita da Aldo Moro suscitava fiero allarme sia nei settori più reazionari dell’imprenditoria e dell’apparato statale sia nel partito armato Brigate rosse: una prospettiva che lo stesso Moro pagherà con la vita.
Ma, scrive il capo della P2 Licio Gelli nello Schema R (Schema di massima per un risanamento generale del Paese, dell’agosto 1975), «occorre fare presto» poiché «la formale accettazione della via parlamentare quale unico modo per giungere al potere» se collegata alla «grave crisi economica finanziaria in corso» e alla «conseguente esasperazione di conflitti politici e sociali» può favorire la crescita elettorale delle forze di sinistra, acquisendo elettori tra i ceti medi prima ostili, poiché «il Pci ha dimostrato di saper abbattere le barriere psicologiche e le preclusioni politiche» cristallizzate nell’accordo di Yalta del febbraio 1945. Anzi, per la P2 il voto alle Regionali del 15-16 giugno 1975 (con il 33,46 per cento, +5,60, il Pci aveva quasi raggiunto la Dc, scesa al 35,27, -2,46) già raffigura l’inquietante volontà o, meglio, il pericolo «di un reale e radicale rinnovamento»: un mutamento del senso comune misurabile anche con la vittoria dei “no” ovvero del “sì al divorzio” (nel referendum del 12 maggio 1974), nonostante Dc e Vaticano.
Occorre quindi fare presto, ma senza impaludamenti golpisti; pur presa in esame in ambito Nato, l’idea di un colpo di Stato venne infine scartata dagli inglesi del Western European Department (Wed) del Foreign Office, che la ritenevano avventurosa e controproducente. Lo si legge in questo loro documento:

Vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che una operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell’Occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il controllo sulla macchina del governo. Inoltre la pubblica opinione dei Paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all’interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell’iniziativa. […] Anche se l’intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica rimarrebbe instabile, rafforzando così l’influenza comunista e quella dell’Urss sul lungo periodo.
(Il golpe inglese, “la Repubblica”, 13 gennaio 2008)

Pareva al momento prematura anche «la possibile variante di una neoformazione di destra la quale permetta il recupero e lo scongelamento dei due milioni di voti moderati affluiti al Msi fra il 1971 e il 1972», scriverà Gelli in un suo Memorandum sulla situazione politica italiana (venne sequestrato a Maria Grazia Gelli nel luglio 1982) poiché «siffatta variante andrebbe fortemente colorita di antifascismo». Inutile qui sottolineare la simmetria con la nascita nel 1994 di Alleanza nazionale, il nuovo partito di destra guidato dal formattatore del Msi Gianfranco Fini. A rimorchio dell’ex delfino del fascistissimo Almirante troviamo Publio Fiori (tessera P2 n. 1878) e Gustavo Selva (tessera P2 1814).
E balza subito all’occhio anche l’analogia tra il piduista Piano di rinascita democratica (di caratura ben superiore alle approssimative analisi sociopolitiche dei documenti che lo precedono) e la realtà odierna: al capitolo Procedimenti (paragrafo 1d) la P2 fra l’altro invita a perorare la «nascita di due movimenti: l’uno sulla sinistra (a cavallo fra Psi-Psdi-Pri-Liberali di sinistra e Dc di sinistra), e l’altro sulla destra (a cavallo fra Dc conservatori, liberali e democratici della Destra nazionale)».
Occorre fare presto, e per Gelli «l’unica alternativa valida per la lotta al comunismo resta la Dc», il partito dei notabili e delle clientele che Pasolini vuole invece mandare a metaforico processo nei suoi dibattuti editoriali sul “Corriere della Sera”. Dunque occorre fare presto, poiché riorganizzare un partito che somma correnti più litigiose dei polli di Renzo è lavoro di anni e i Cosacchi, stando a Gelli, sono al confine.
Metafora o realtà? Che la tanto brandita invasione sovietica fosse da tempo un pretestuoso artificio lo conferma assai autorevolmente proprio il capo di Gladio generale Gerardo Serravalle: «lo scenario del Patto di Varsavia» osserva il generale, semmai «prevedeva l’apertura di sorpresa di profondi corridoi nel territorio della Germania federale» e dunque «sembra realistico pensare che l’Italia non potesse costituire obbiettivo strategico di una guerra limitata. Escludendo per puri motivi di buon senso un attacco da parte dell’Austria e della Jugoslavia, nelle valutazioni dello Stato Maggiore del Patto il nostro fronte era considerato secondario con obbiettivi del tutto sussidiari e sempre nel contesto di eventi bellici di respiro globale». Un’opinione condivisa dagli ambienti Nato. Nel suo libro Gladio (Edizioni Associate, 1991), Serravalle ricorda anche la scarsa attitudine delle forze armate sovietiche a muoversi combattendo in montagna, e dunque «il vero ostacolo non sarebbe stato di natura politica ma ambientale»: entrando dal Brennero o da Tarvisio, «le possibilità di manovra, con i carri uno dietro l’altro in fila» sarebbero state pressoché nulle. (pp. 64-65)

La piramide rovesciata

La penna che verga il Piano è forse di Francesco Cosentino (tessera P2 n. 1608), giovane segretario particolare di Enrico De Nicola dal 1946 al 1947, poi nominato segretario generale della Camera dei deputati. Per Roberto Calvi (banchiere legato da temerari rapporti con il bancarottiere Michele Sindona e il Vaticano, tessera P2 n. 1624), questo alto funzionario dello Stato era il numero due della Loggia P2: subito dopo Andreotti, prima di Ortolani e Gelli.
Cosentino lo si riconosce nelle fotografie scattate a Palazzo Giustiniani il 27 dicembre 1947: è quel giovane tra Alcide De Gasperi, Enrico De Nicola e Umberto Terracini alla solenne firma di quella Costituzione che il piduista Piano di Rinascita avrebbe voluto riscrivere. Quasi a dire, ha scritto Sandra Bonsanti, «che la Repubblica italiana nacque già insidiata dall’interno, da subito».
Comincia nel 1975 quella presa o pretesa del potere con altri mezzi e apparenze che vedrà capifila ancora uomini della P2, e fra loro Silvio Berlusconi, confratello dal 1978. Lo ha recentemente confermato Ezio Cartotto (ex fedelissimo del Cavaliere) retrodatando il progetto di Forza Italia proprio al 1975-76: «dopo l’eventuale golpe», racconta Cartotto, «il potere sarebbe passato nelle mani di un governo di transizione. Un esecutivo non interamente militare, ma con una forte presenza di generali. Sarebbero state varate le necessarie modifiche costituzionali. Dopodiché, dopo un paio d’anni, si sarebbe tornati alla democrazia» con la formazione di comitati, equivalenti ai Clubs berlusconiani del 1994 (Maria Elena Scandaliato e Andrea Sceresini, Cartotto: «nel 1976 Berlusconi aveva fondato i comitati “genitori” di Forza Italia», “Il Fatto Quotidiano”, 21 febbraio 2013). Della «necessità di costituire un nuovo assetto strutturale del partito articolato in clubs territoriali e settoriali», al solito ha già scritto Gelli nel suo Memorandum.
Il 21 marzo 1975 nasce anche Fininvest, la telegenica fabbrica del consenso e del potere, controllata da Servizio Italia e Società Azionaria Fiduciaria, che tre anni dopo avvierà il noto impero televisivo nel segno del coevo Piano di rinascita democratica.
Entrambe le controllanti appartengono alla costellazione di Bnl Holding, banca assai generosa con Cmc (la fittizia società commerciale che ha dato copertura alla Cia in Italia) e con Eugenio Cefis; banca sotto controllo piduista: piduisti il direttore generale Alberto Ferrari (tessera P2 n. 1625), il responsabile dei Servizio titoli e Borsa Mario Diana (n. 1644), il direttore centrale delle filiali Bruno Lipari (n. 1919), il direttore centrale per gli affari generali Gustavo De Bac (n. 1889). Piduista anche il direttore generale di Servizio Italia Gianfranco Graziadei (n. 1912) nonché, notoriamente, Silvio Berlusconi (n. 1816).
Le fiduciarie Bnl Servizio Italia e Società Azionaria Fiduciaria ricorrono anche nelle speculazioni immobiliari romane con al centro il Vaticano, proprietario di circa un quarto dell’intero patrimonio fondiario. Nel gennaio 1977, cioè vent’anni dopo il famoso articolo di Manlio Cancogni sulle trame immobiliari vaticane (Capitale corrotta uguale nazione infetta, “l’Espresso”, 11 dicembre 1955) l’illecito mercimonio fu argomento di una altrettanto ben fatta inchiesta di Paolo Ojetti sul settimanale “Europeo”, la cui pubblicazione causò l’immediato siluramento del direttore Gianluigi Melega da parte dell’editore piduista Rizzoli (Paolo Ojetti, Vaticano Spa, “l’Europeo”, 7 e 21 gennaio 1977): si venne a sapere di “pie” istituzioni trasformate in sedi bancarie, alberghi o centri commerciali e direzionali (anche il palazzo in cui, a un prezzo irrisorio, Rizzoli pensava di trasferire la sede romana della casa editrice). Insomma, se ne mutava la destinazione d’uso senza versare il dovuto o dichiarare le plusvalenze.
Nel piano piduista, una particolare attenzione è dunque riservata ai media. Il Piano di rinascita prefigura la dissoluzione «della Rai-tv in nome della libertà di antenna […] in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese». Dispone anche l’acquisizione di «alcuni settimanali di battaglia» e «almeno 2-3 elementi per ciascun quotidiano o periodico» ai quali «dovrà essere affidato il compito di “simpatizzare” per gli esponenti politici» prescelti.
Come affondare il coltello nel burro, e infatti nell’elenco degli iscritti alla P2 sequestrato nel 1981 ci sono 22 giornalisti, da sommare ad 8 direttori di testata, 7 funzionari della Rai-tv e qualche editore.

O che bel castello

12 dicembre 2016

di Tino Cobianchi

Martedì 13 dicembre alle ore 17, presso la Biblioteca universitaria di Pavia (palazzo Centrale di corso Strada Nuova 65), si terrà la presentazione de Il castello, nuovo “libro di San Siro” di Mino Milani. L’autore ne parlerà con Cristina Scalabrini e Beppe Benvenuto. Intanto si legga questa bella recensione al romanzo, a firma di Tino Cobianchi.

 

È uscito il nuovo e attesissimo “libro di San Siro” di Mino Milani. Grazie alla gentilezza dell’autore abbiamo potuto leggere in anteprima Il castello e con piacere lo presentiamo. Non volendo privare i lettori di scoprire in che modo il commissario Ferrari riesce a ritrovare armi rubate nel vicino Regno di Sardegna mentre è sulle tracce di un pericoloso evaso, anziché accennare alla trama, facciamo conoscere i vari protagonisti che dividono la scena con l’indiscusso mattatore Melchiorre Ferrari, il fidato Steiner («ragazzo sei la mia consolazione»), Ziller, Rovati e Rovida.
Questa scelta non è solo un semplice escamotage, ma si presta bene perché ne Il Castello forse in più che in altri libri “di San Siro”, lo scrittore ritaglia un ruolo non solo di comparsa a diversi personaggi. Il primo a entrare in scena è Ireneo Lanati, noto come Balnéger che «aveva cominciato a mettersi nei pasticci da ragazzino, passando velocemente dai furtarelli ai furti, per fatalmente giungere alla rapina, senza con ciò trascurare truffe, frodi, imbrogli, pestaggi a pagamento e via dicendo»; in procinto di essere giustiziato riesce a scappare «evadendo alla maniera classica, segando cioè le sbarre della finestra con una lima».
Una parte importante è svolta da Cesare Lombroso, qui studente all’Università e non ancora famoso psichiatra e antropologo criminale. Milani gli affida il compito di far conoscere in nuce le sue teorie («il crimine è una malattia con cui si nasce: lo si porta scritto in viso») a uno sbigottito Ferrari. Inizialmente perplesso dalle innovative idee del brillante assistente di Pratner e uscito «da quella sorta di strano incantesimo», il commissario ne intuisce la validità e, a modo suo, le utilizza. Mariani Pietro detto Marianètu è invece il contadino che a sua insaputa e per un’ossessione, «qualcuno grida di notte e non lo lascia dormire», offre a Ferrari il filo per risolvere i misteri (e i guai) che incontrerà visitando il castello «e tutto quanto di triste sta attorno» appena fuori Pavia dove si scorge che «il Ticino laggiù in fondo appariva d’un cilestrino vago e insignificante».
Un ruolo non secondario lo svolge Angelo Bassini, noto «mazziniano, garibaldino, reduce di guerra» e amico di Ferrari; le sue preziose informazioni aiutano il commissario a fare chiarezza sul contrabbando di armi che alimenta le fobie mazziniane del barone Ziller e preoccupa il governo di Torino che «aveva mandato in missione il Commissario superiore Molinatti» a Pavia.
La parte di prima donna è di Teresina, mascolina e affascinate nipote del barcaiolo Balestra, «ragazza di poco più di vent’anni, bella anzi prorompente, dai capelli color del grano maturo, dagli occhi neri» che affascina non solo il buon Ferrari ma anche il compassato Lombroso e i questurini messi sulle tracce di «quella sorta di inno alla giovinezza».
Enrico Trespi è un misterioso possidente bresciano esperto in armi; la sua spregiudicatezza e audacia darà molto filo da torcere al commissario Ferrari costringendolo persino a trascorrere una notte all’addiaccio, mentre il suo fascino colpirà il cuore di Teresina.
Il filo rosso che lega indizi, intuizioni e personaggi (se ne incontreranno altri in veste di preti, secondini, contadini, vetturini, fabbri e barcaioli) è magistralmente intrecciato e narrato da Mino Milani. Attraverso i monologhi notturni del commissario corroborati dall’immancabile bicchiere di cognac, lo scrittore compone l’intricato puzzle con il quale Ferrari porta a termine le sue faticose e movimentate indagini al castello, riuscendo altresì, e il lettore scoprirà come, ad anteporre le ragioni del cuore a quelle di Stato.
Il libro è arricchito da pregevoli descrizioni che rappresentano il vero e proprio valore aggiunto del romanzo. Ne citiamo un frammento che, con un tocco di poesia, coglie e descrive bene la filosofia, lo stile e il modo di essere del commissario Ferrari: «Seguirono lunghi temporali agostani, e gli usignoli smisero le loro melodie più presto del solito, né le ripresero se non quando il cielo tornò azzurro e limpido, ma di quel colore magico e languido che preludeva all’autunno. Quella era la stagione prediletta da Ferrari. Non s’era mai curato di pensarci su bene, ma in fondo avrebbe voluto che l’autunno durasse tutto l’anno. Quando poteva, se ne andava zoppicando lentamente per le stradine silenti e in ombra per buona parte del giorno … non c’era bisogno di correre a cercare le cose necessarie: se dovevano venire, sarebbero venute. Di ciò era certo. Vero o no, che malgrado fosse zoppo, lui arrivava dappertutto?».

Legittimo godimento bis!

10 dicembre 2016

di Paolo Ferloni

Più di dieci anni sono passati dal 25-26 giugno 2006, quando col referendum si respinse la legge di riforma costituzionale fatta approvare dal Governo Berlusconi nel novembre 2005. Votarono oltre 26 milioni di cittadini, cioè il 52,46%, anche se per un referendum costituzionale non è richiesto un quorum; soltanto in Lombardia e Veneto il Sì raggiunse la maggioranza, ma complessivamente il 61,29% dei votanti rispose No, contro il 38,71% di Sì. Qualcuno l’avrà forse dimenticato…
Più di cinque anni sono passati dal 12-13 giugno 2011, quando il referendum dei quattro quesiti: Sì all’acqua pubblica ed ai servizi pubblici locali con rilevanza economica, no all’energia elettronucleare, no al “legittimo impedimento” per le massime autorità dello Stato fu votato da 27.277.276 di donne e uomini, cioè dal 54,8% degli elettori, che vollero esercitare la propria sovranità di cittadini contro il tradizionale scetticismo di chi andava dubitando che si potesse avere il quorum, cioè superare il limite del 50%.
Chi si riconobbe in quel risultato e nel “legittimo godimento” ironico di Marco Travaglio, assaporato a livello locale e nazionale, si rallegrò per il metodo, cioè per il buon uso dell’istituto stesso del referendum, in cui pochi dei politici di professione e di lungo corso credono. Si osservò che gli elettori rigettarono così l’ideologia berlusconiana dell’uomo solo e privilegiato, dell’eletto che si sente al di sopra di tutti, non criticabile e non perseguibile. Gli dissero: sei uno come noi.
La casta sconfitta ha fatto di tutto per riguadagnare potere in vari modi: cercando di privatizzare dove possibile la gestione pubblica dell’acqua, continuando a mettere assieme governi impresentabili e ad eleggere un Parlamento-zerbino con una legge elettorale truffaldina.
Non fa meraviglia che un simile Parlamento dall’aprile 2014 abbia digerito e approvato – a fatica – una riforma costituzionale motivata superficialmente, scritta male, illeggibile, inutilizzabile. Ha inoltre approvato tutti i regali fatti alla destra da Matteo Renzi, finto capo di centro-sinistra: la serie di leggi pensate e proposte apposta per danneggiare i lavoratori, i giovani, la scuola pubblica, i beni comuni, la natura, e favorire spese militari, dirigenze bancarie, condoni, evasori fiscali, sprechi, esportazioni illecite, grandi opere inutili con pretesti di semplificazione amministrativa e di disciplina europea.
Solo sette mesi sono passati dal 17 aprile scorso, quando il 31,2% degli elettori andò a votare al referendum contro le trivellazioni: quorum non raggiunto, referendum definito fallito da Renzi e da giornali e televisioni al seguito. Definito così da lorsignori perché nessuno poteva sapere quanto fosse serio e quanto era costato il lavoro scientifico, tecnico e politico sotteso a quel risultato. Un grave dubbio sull’intelligenza politica del capo del Governo apparve evidente quando il 18 aprile egli dichiarò di aver vinto: non teneva in nessun conto i 13.334.764 voti contrari alle trivellazioni, li censurava, non immaginava di ritrovarseli tutti trasformati in No al referendum costituzionale.
Pochi minuti, una mezz’ora, erano passati dalla chiusura dei seggi il 4 dicembre scorso, quando dalle prime Sezioni scrutinate – oltre che dai sondaggi convergenti – fu ben chiaro che il popolo sovrano in larga maggioranza non ha visto ragioni valide per votare Sì al quesito referendario, sia pure ben presentato ed agghindato, ed ha sommato alle cause di rifiuto della politica energetica e ambientale del Governo, già espresse nel voto del 17 aprile, il rigetto di tutte le finzioni e manovre arroganti e autoritarie del Governo Renzi: vere o presunte, palesi o segrete. Spiace per tutti coloro che nel Pd si sono turati il naso per disciplina di partito; per chi ha dimenticato la sconfitta del referendum berlusconiano del 2006; per chi ha scambiato centro-sinistra per centro-destra; per chi ha creduto in un cambiamento della politica nazionale senza accorgersi né capire che era il solito teatrino manovrato da burattinai nascosti altrove. Quanti gli illusi? Non pochi: 13.432.208 Sì contro i 19.419.507 che hanno visto e smascherato la presa in giro.
Due articoli de “il manifesto” del 7 dicembre spiegano bene la situazione: Le cause sociali del No a Renzi, di Roberto Ciccarelli, che analizza alcuni punti significativi del Rapporto ISTAT 2015 in relazione con il voto negativo della gente, in particolare dei giovani e del Sud; e Il ceffone del popolo sovrano, di Massimo Villone, «ancora capace di un grande ceffone collettivo, cui fa da contorno quello della Borsa che sale e dello spread che scende».
E “il Fatto Quotidiano” del 6 dicembre ha giustamente intitolato la prima pagina La Costituzione batte Renzi 59 a 41, per sottolineare che un capo del Governo deve servire e attuare la Costituzione, non stravolgerla per scopi di parte.
Dunque è un legittimo godimento, quello popolare, proprio come nel 2011. Felicemente superata la parziale delusione del mancato quorum per il referendum contro le trivellazioni, e ribaditi con allegria i No del 2006, quando non era ancora arrivata la crisi a mordere le economie dei Paesi europei ora in affanno nella globalizzazione.
Da parte nostra, prepariamoci a seppellire sotto una grande risata o uno sgangherato sghignazzo chi fra qualche anno vorrà proporre altre sconsiderate o squilibrate riforme costituzionali.
Nel frattempo, diamoci da fare: cerchiamo di far funzionare bene la Costituzione così com’è, CNEL compreso. Senza sprechi né danni alle istituzioni e all’erario, se possibile.
E in conclusione ripetiamo: legittimo godimento bis!

Profeti

8 dicembre 2016

E mai il valente Mario Fortunato di TelePavia fu più profetico nell’ironizzare, in trasmissione, altre futuribili contestazioni comunali a Vito Sabato: lo stesso giorno, 7 dicembre, a Vito è stata notificata l’ennesima reprimenda inoltrata dal plurindagato Angelo Moro, la quarta in un anno.
L’ingegner Sabato viene accusato di aver fatto affermazioni che possono «nuocere al prestigio e all’immagine del Comune» (Vito sarebbe il nocivo, e non l’apprendista Torquemada Angelo Moro ora a giudizio); e che tali affermazioni «sono riconducibili all’attività dell’Ente» (come se le malefatte del Torquemada – azzonamenti e permessi farlocchi a selezionati costruttori poi condannati o con lui a giudizio – fossero da addebitare all’Ente, e non all’incantevole plurimputato).
Su questo dirigente incline alle furfanterie già la Cassazione si è pronunciata definitivamente, ordinando la confisca dei 77 appartamenti illecitamente costruiti a Punta Est proprio brandendo un suo generoso permesso: chi allora nuoce «al prestigio e all’immagine del Comune»? Ma quando lo cacciate?
A proposito: caro sindaco Massimo Depaoli, cara vicesindaco e assessore al Personale Angela Gregorini, poiché non lo sapete vi si informa che dopo la menzionata sentenza della Cassazione su Punta Est (che è dunque definitiva), i danni da questo tale (500mila euro) li potete rivendicare sin da ora subito adesso, senza dover attendere la futuribile sentenza penale. (G. G.)