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Banale, stupido inquinamento dell’aria

3 febbraio 2023

di Paolo Ferloni

Due aggettivi sgraziati per un sostantivo che oggi è peggio di una parolaccia, è un ricorrente insulto alle popolazioni della povera, pur se ricchissima, pianura padana.
Sempre rammento quando in un’assemblea popolare a Corteolona, dopo l’incendio che nel gennaio 2018 distrusse per parecchie ore rifiuti e gomme in un capannone, molti interventi accorati – femminili, in particolare – lamentarono che non si sa niente della qualità dell’aria, le autorità non informano, nessuno ci avverte sui pericoli per la salute. Lamenti ed accuse rivolti a enti, cioè a sindaci, province, regioni che non dicono e non fanno. Ebbene, va detto con forza che non è vero: ci sono misure, analisi, studi, pubblicazioni, statistiche, libri e tutto quanto la scienza contemporanea sa fare ci è ormai ben noto, se si vuole. Basta lèggere, occorre informarsi. E di documenti e informazioni ce ne sono e se ne trovano un sacco. Anche se li ignora il presidente della Lombardia.
Per quanto riguarda l’aria, due giorni fa è stato pubblicato da Legambiente il rapporto Mal’Aria di città 2023 con il modesto sottotitolo cambio di passo cercasi. Ne ha parlato la stampa nazionale e quella locale, si veda ad es. su “La Provincia Pavese” del 31 gennaio 2023 la pagina intera curata con attenzione da Stefania Prato, dal titolo “Aria malata di smog…Pavia tra le 29 città più inquinate d’Italia”. Per i buoni pavesi non ci sarebbe nient’altro da aggiungere, se non suggerire la lettura integrale del breve rapporto, sono solo 23 pagine con tabelle di dati sulle polveri sottili e gli ossidi di azoto (https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/11/Rapporto_Malaria_2023.pdf).
Ma per capire bastano anche le prime tre righe di esso: «Decresce troppo lentamente l’inquinamento atmosferico nelle città italiane mettendo a rischio la salute dei cittadini che cronicamente sono esposti a concentrazioni inquinanti troppo elevate».
Da qui si capisce che c’è una decrescita felice, di polveri e di ossidi d’azoto, ma è troppo piccola, è troppo lenta. C’è a Pavia, sì, come a Cremona e a Mantova e a Milano, ma ci sono anche i morti in soprannumero dovuti all’aria inquinata, come ha avvertito nell’Ottobre 2022 la Agenzia Europea dell’Ambiente, si veda (https://www.eea.europa.eu/themes/air/health-impacts-of-air-pollution), sottolineando il legame tra esposizione a polveri sottili (PM 2,5 e PM 10) e tumori, diabete di tipo 2, obesità, malattia di Alzheimer, demenza e malattie degli apparati respiratorio e cardiovascolare.
Assieme alle note caratteristiche geofisiche del bacino del Po, cronica emergenza, criticità acute, poco o nessun rispetto delle norme uniscono le città delle regioni settentrionali in una generale tendenza al minimo intervento ed alla paziente quanto stupida sopportazione.
Il Rapporto per la verità avanza alcune intelligenti proposte, sull’esempio di grandi città straniere. Ma a meno che non sopravvenga una serie di poco probabili quanto auspicate precipitazioni a ripulire l’atmosfera che i nostri motori, industrie e camini sporcano sistematicamente, l’esperienza ci consiglia un sereno scetticismo.

Porajmos, la più che rimossa “Shoah tzigana”

28 gennaio 2023

di Giovanni Giovannetti

La grande poetessa svizzera Mariella Mehr, zingara, riteneva che bisognasse favorire l’ascesa in Europa di una élite culturale propria, così da ridare voce e credito al popolo Romanì.
Per esempio, quando nei media e nel senso comune si parla dell’Olocausto, istintivamente si pensa agli ebrei e solo agli ebrei, dimenticando che anche gli zingari, fra gli altri, furono dai nazifascisti derubricati a non-umani. Ad ogni 27 gennaio, ricorrenza della Giornata della Memoria, prevale quindi il ricordo della Shoah, termine che vuole indicare lo sterminio di sei milioni di esseri umani di religione ebraica. Una enormità, che va ad eclissare la memoria di altri genocidi, come appunto quello del popolo zingaro (Rom, Sinti, Jenisch).

Gli indifferenti

L’élite culturale zingara invocata da Mehr tuttora fatica a manifestarsi e di conseguenza la memoria dell’Olocausto – la più grande tragedia del Novecento, una delle più cupe pagine della storia dell’umanità – parrebbe affare che riguarda i soli ebrei.
Lo dico con tutto il garbo e il rispetto che un argomento così delicato richiede: chi è in condizione di farlo – e cioè tutti coloro che, a differenza del mondo zingaro, hanno accesso ai media – dovrebbe anche ricordare quanto meno la “Shoah zingara”, ovvero l’altrettanto efferato massacro di centinaia di migliaia di zigeuner nei lager nazisti di Auschwitz e Treblinka e in quelli balcanici di Jasenovac in Croazia, con il pieno appoggio dell’Italia fascista, e di Semlin presso Belgrado. Erano anche loro usati come cavie negli esperimenti “scientifici”; e molti zingari (uomini, donne, bambini) nemmeno videro i campi di sterminio perché, fuori da ogni contabilità, vennero uccisi davanti a casa loro.
Tutto questo è potuto accadere nello stesso clima di colpevole silenzio, nella stessa apatia morale e con la stessa ammorbante indifferenza di chi, in Italia come nel resto d’Europa, ha lasciato che si discriminassero e poi si deportassero e si uccidessero milioni di ebrei.
In Romania nel biennio 1941-’42 il governo filo-nazista di Ion Antonescu deportò 25mila zingari in Transdniestria, una zona compresa tra la Moldavia e l’Ucraina sovietica occupata dai tedeschi. In pochi hanno fatto ritorno e quasi tutti i Rom rumeni oggi in Italia hanno in famiglia uno di questi lutti.
Si ritiene che almeno 700mila zingari siano stati massacrati dentro e fuori i campi di sterminio, il 70 per cento dell’intera popolazione. Questo genocidio i Rom serbi lo chiamano Porajmos, un percorso di morte condiviso, assieme agli Ebrei, con circa 9mila omosessuali e transessuali, 1500 testimoni di Geova e un numero imprecisato di disabili, malati di mente, comunisti e pentecostali. Di questi ultimi (una declinazione del protestantesimo) il sottosegretario all’Interno Guido Buffarini Guidi sosterrà che erano pratiche religiose «contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza». A loro aggiungeremo altri “indesiderati”, come i circa 45mila militari italiani che, deportati nei campi di lavoro coatto in Germania, da questi luoghi infami non usciranno vivi.
Come è potuto accadere? Per derubricare l’altro a nemico servono uno sguardo deumanizzante (così da negare i tratti costitutivi dell’umano, direbbe Chiara Volpato) e la creazione del “falso conflitto”: noi-loro (o noi o loro), ovvero la menzogna della conflittualità che vede l’altro relegato a non-umano alieno e inanimato, tanto da legittimare il peggiore arbitrio: ieri con zingari, omosessuali e soprattutto ebrei. Oggi con ebrei, omosessuali e soprattutto zingari.

Un popolo di troppo

Se nella Germania nazista e nell’Italia fascista gli zingari erano considerati l’emblema dell’asocialità, non di meno le discriminazioni ai loro danni si prolungheranno nel dopoguerra.
Il 5 settembre scorso si è spenta Mariella Mehr, una delle voci più alte della poesia europea del nostro tempo nonché luminoso punto di riferimento per chiunque tra noi ha mosso anche solo un dito in favore dei diritti delle minoranze etniche e degli oppressi: Mariella Mehr, di etnia Jenisch, apparteneva infatti alla minoranza più discriminata e vessata del suo Paese. Sì, perché dal 1926 al 1974 (avete letto bene: 1974!) nella socialisteggiante Svizzera 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate nell’ambito dell’operazione Kinder der Landstrasse, che si proponeva l’estirpazione del «fenomeno zingaro». Questa attività ha avuto fra le ultime vittime proprio Mariella: nata nel 1947, sottratta bambina alla madre, come la madre e la nonna ha subìto l’allontanamento del figlio ed è stata resa sterile: un tormentato percorso tra orfanotrofio, istituti psichiatrici, violenze, stupri, elettroshock di cui troviamo traccia nei romanzi della “trilogia della violenza” (Il marchio, Labambina, Accusata). Tutto questo ha avuto fine solo dopo la denuncia pubblica da parte di Mariella, sostenuta da alcune femministe.
Non più forni crematori, ma «fosse stato per il sindaco, i Rom li avrebbe messi sopra un treno e mandati via». Sono parole di un primo cittadino italiano già membro della Commissione etica di un partito “progressista” che, nel 2008, nuovo secolo, parlava di sé in terza persona. L’anno prima, lo stesso sindaco – un dirigente scolastico – aveva sentenziato che «nessuno di questi bambini verrà prossimamente inserito nelle scuole perché farlo costituirebbe un incentivo per le famiglie a radicarsi sul territorio», disdegnando così la Costituzione, i diritti universali dei minori e il buonsenso.
Un popolo “di troppo” si aggira per l’Europa e anche a sinistra vi fu chi sconsideratamente minacciò deportazioni “sopra un treno”.

Vecchi e nuovi pregiudizi

Nel maggio 1945, lacera, sporca, incattivita, Liliana Segre, reduce dall’inferno di Auschwitz-Birkenau (è tra i pochi sopravvissuti), può fare ritorno a Milano. Ma il portiere della sua abitazione al numero 55 di corso Magenta non la riconosce, e la allontana: «Via, via le zingare…», dirà.

Incredibile, ma l’anti-ziganismo e la romofobia – il pregiudizio razziale oppure quello dettato da istintiva paura – abitano in noi, nel “falso conflitto” con stranieri, diversi e poveracci, o con chi semplicemente la vede in modo diverso, trasformati in valvola di sfogo, per dirla con Bauman, «delle nostre inquietudini, della nostra insicurezza, del nostro disagio verso i problemi autentici».
E non da ora. Gli anni Cinquanta e Sessanta sono infatti decenni in cui in Italia (limitiamoci al nostro Paese) assistiamo al lento processo di sedentarizzazione e di perdita delle identità culturali zigane, percorso che ha portato al progressivo avvicinamento alle città degli zingari italiani e balcanici (fuggiti in Italia dopo la presa del potere da parte di Tito in Jugoslavia e di nuovo negli anni Novanta, per salvarsi dal conflitto), con la loro ghettizzazione in enormi, periferici «campi per i nomadi», ovvero aberranti luoghi di convivenza forzata che hanno limitato i processi di inclusione e il pieno accesso al sistema dei diritti. Una grande occasione sprecata. Finita l’epoca romantica del nomade giostraio o dedito al riciclo dei materiali di recupero, si sarebbe dovuto investire su scuola e lavoro, e su patti di reciprocità. Invece hanno avuto spazio i pregiudizi e i processi di marginalizzazione più autodistruttivi (nei campi si registrano forme elevate di tossicodipendenza). La strategia del rifiuto e dell’abbandono, insieme allo sgombero dei campi-ghetto senza disegnare un’alternativa, ha potuto solo spostare il problema, poiché sospinge Sinti e Rom tra i «perdenti radicali» di cui ci ha parlato Enzensberger, con il pericolo di vederli reclutati dalla criminalità.
Ecco, a superare i vecchi e i nuovi steccati potrebbe concorrere un maggiore coinvolgimento dei Sinti e dei Rom nei riti della sfera pubblica, specie quelli, come il Giorno della Memoria, che li riguardano più direttamente e in profondità. Un degno passo lo ha fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso del 27 gennaio. Si spera che a lui possano accodarsi altri, anche dalle Sinagoghe, nel comune vincolo a ricordare che lega tutti, proprio tutti i popoli e le minoranze perseguitate e discriminate di questa nostra Terra.

Il monaco di Monza

21 gennaio 2023

di Giovanni Giovannetti

Ecco chi, nel marzo 2010, propose a Marcello Dell’Utri l’acquisto di Lampi sull’Eni, uno dei capitoli “mancanti” in Petrolio, l’incompiuto romanzo di Pier Paolo Pasolini.

In Petrolio di Pier Paolo Pasolini si è più volte ipotizzata la mancanza di un capitolo, l’Appunto 21, che ha per titolo Lampi sull’Eni. La discussione resta aperta tra chi lo ritiene scritto e indebitamente sottratto e chi invece pensa che quel titolo fosse solo un promettente promemoria su cui l’autore sarebbe tornato in seguito.
Chi lo dà per scritto, e dunque deliberatamente tolto dal romanzo, ha gioco facile nel rammentare che lo stesso Pasolini proprio in Petrolio scrive: «Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato Lampi sull’Eni, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria».
Altri autorevoli studiosi, in punta di filologia, lo ritengono una specie di segnalibro, ma stando al compianto poeta Attilio Bertolucci, quel capitolo Pasolini l’aveva scritto e poi qualcuno assai vicino alla famiglia lo avrebbe sottratto. Bertolucci è mancato nel giugno del 2000 e non può confermare, ma la dimostrata e deliberata espunzione di altre pagine dall’incompiuto romanzo (come i tre discorsi di Cefis e due pagine su Eugenio Cefis e Enrico Mattei dal titolo Per la carriera di Carlo) compiuta proprio da persone vicine alla famiglia, quanto meno genera sconcerto.

Non per soldi ma per denaro

Un analogo sentimento lo si avverte nell’apprendere che le tanto anelate pagine di Lampi sull’Eni nel marzo 2010 sarebbero state offerte in vendita al senatore e bibliofilo siciliano Marcello Dell’Utri, poco dopo condannato a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Vediamo come.
Il 2 marzo in una affollata conferenza stampa, Dell’Utri annuncia che avrebbe esposto un inedito di Pasolini alla Mostra del libro antico di Milano il 12 marzo successivo. Ma alla data stabilita l’inedito non c’era. In una teca di vetro, assieme alle prime edizioni delle opere di Pasolini, troviamo invece esposto Questo è Cefis di tale Giorgio Steimetz (un nome di comodo) e, lì accanto, un libro ancora più strano, intitolato L’uragano Cefis. Autore, un altrettanto sconosciuto Fabrizio De Masi.
Dell’Utri si giustifica così: il clamore sorto attorno alla notizia avrebbe «spaventato» chi gli aveva mostrato e promesso l’inedito. Il senatore aveva detto che l’inedito era un capitolo «trafugato» di Petrolio, di cui proprio lui, beffardamente, era entrato in possesso. Una notizia clamorosa due volte: poiché ci saremmo trovati di fronte a pagine di rilevante interesse storico e letterario; e poiché il senatore stava dando (inconsapevolmente?) una “notizia di reato”. «L’ho letto, è inquietante, parla di temi e problemi dell’Eni, parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese». Presto Dell’Utri si correggerà: «In realtà non l’ho letto… me ne hanno riferito un sunto… sembra che in quelle pagine Pasolini parli dell’Eni… di Cefis… di Mattei…». E a Paolo Di Stefano (“Corriere della Sera”, 12 marzo 2010), che gli chiede se quei fogli li avesse visti, risponde: «Li ho avuti tra le mani per qualche minuto, sperando di poterli leggere con calma dopo». Che fisionomia avevano? «Una settantina di veline dattiloscritte con qualche appunto a mano». Poi si preciserà che sono esattamente 78 «di un totale di circa duecento». Potrebbe essere il famoso capitolo mancante, intitolato Lampi sull’Eni? Risposta: «Più esattamente Lampi su Eni».

La polizia indaga

Sentito il 22 aprile 2010 dal sostituto procuratore romano Francesco Minisci, che sta indagando sulla morte dello scrittore, Dell’Utri riferisce che il 1° marzo di quell’anno «mi si è avvicinata una persona di circa 60 anni che io non conoscevo, dicendomi di essere in possesso di importanti documenti relativi a Pier Paolo Pasolini. In particolare mi mostrò un dattiloscritto (con apposte alcune correzioni a penna o a matita) dicendomi che si trattava del capitolo di Petrolio che era stato trafugato, e dunque mai pubblicato. Io ho preso in mano il testo formato da fogli ingialliti di carta velina senza però avere il tempo di leggerne il contenuto. Ed infatti l’ignota persona lo riprese, dicendo che mi avrebbe contattato lui per consegnarmelo».
E sin qui… Ma ora si presti molta attenzione al seguito: dice il senatore che «in quella stessa occasione» l’ignoto «mi consegnò due libri, uno dal titolo Questo è Cefis (pubblicato nel 1972 e fatto immediatamente ritirare dal mercato dallo stesso Cefis) e l’altro dal titolo L’uragano Cefis, mai pubblicato e scritto nel 1975. L’ignoto mi disse che quello che era scritto sul dattiloscritto in gran parte compare nei libri che mi ha consegnato. Io gli chiesi di darmi un recapito per poterlo contattare, ma questa persona mi disse che mi avrebbe contattato lui (ed infatti gli ho dato il mio numero del telefono). Tuttavia da quella data non si è fatto più sentire. Si tratta di un soggetto che non avevo mai visto prima né ho visto in seguito ma sarei in grado di riconoscerlo». Dunque, stando a Dell’Utri, Lampi sull’Eni esiste, lui l’ha visto e terrebbe conto di quanto Giorgio Steimetz (uno dei molti pseudonimi utilizzati dal giornalista e saggista Luigi Castoldi) ha scritto in Questo è Cefis, un libro che Pasolini possedeva in fotocopia.
Andiamo ora a quanto dice Riccardo Antoniani ne L’Italia nel petrolio, scritto con Giuseppe Oddo, ora in libreria per Feltrinelli. Lo studioso incontra Dell’Utri a Roma nel 2012, e il senatore gli rivela «che Castoldi era la stessa persona che gli aveva offerto i due volumi su Cefis». A questo punto l’anonimo latore di Lampi sull’Eni verrebbe ad avere un’identità: quella appunto di Luigi Castoldi, alias Steimetz, l’autore di Questo è Cefis.
Nel 2012 Castoldi era ancora in vita (morirà nel 2021); Antoniani prova allora a sentirlo ma lui preferisce tacere. Allo studioso non resta che rivolgersi a Giuseppe Volontè, socio in affari del Castoldi, e da Volontè ottiene quanto meno la conferma che era stato Castoldi a consegnare i due volumi a Dell’Utri. Dunque, Dell’Utri ricorda bene e dice il vero, ma ai magistrati romani che indagano sulla morte di Pasolini quel nome non lo ha fatto.

Qual buon convento

Chi era Castoldi? classe 1929, monzese, democristiano, ex dipendente Eni, in ottimi rapporti con la Curia milanese, era stato per anni il segretario generale del Comitato per le nuove chiese, un ente morale fondato e presieduto da Mattei e poi da Cefis. Il tutto sotto l’alto patronato dell’arcivescovo di Milano monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI.
Presto Cefis verrà a sapere la vera identità di “Steimetz”, Castoldi appunto, e invece di querelarlo decide di arruolarlo; per conto di Montedison l’autore di Questo è Cefis stila allora un puntuto ritratto del presidente della Società italiana resine (Sir) Nino Rovelli, grande rivale di Cefis. Viene così dato alle stampe Nino Rovelli, il malaffare (Everest, 1974); lo firma tale Diego Monteplana, ovvero Castoldi.
Non finisce qui: con il suo vero nome Castoldi ha negli anni pubblicato numerosissime monografie presso Egr, acronimo di Editrice giornalisti riuniti, la casa editrice di L’uragano Cefis, una casa editrice di cui questo nostro autore era stato il fondatore assieme a Volontè. E anzi, qui ora preme dirlo, il poliedrico Castoldi è l’occulto facitore anche dell’Uragano. A rivelarlo concorre il raffronto con quanto si legge in Santi senza candele (Egr, 1988), un altro libro in cui Castoldi, questa volta senza camuffarsi, torna a parlare di Cefis parafrasando l’in-edito Uragano.
Comunque sia, la stampa de L’uragano Cefis – e marginalmente di Questo è Cefis – più che un messaggio politico si rivela una sporca operazione-ricatto volta a spillar quattrini all’alto timoniere di Montedison, e Cefis proverà in tutti i modi a impedirne la diffusione. Si può ora aggiungere, e lo ipotizza Antoniani, che la stessa Egr, formalmente fondata nel 1975, «potrebbe addirittura essere nata anche proprio con i fondi ricevuti dalla Montedison per interromperne la diffusione». Di certo, questo secondo pamphlet su Cefis viene stampato in pochissimi esemplari («forse una decina», dirà Volontè a Antoniani, quanto era necessario per condurre in porto il ricatto) e dunque Pasolini non lo vedrà.

Caro amico lo scrivo

Quanto a Lampi sull’Eni, non è dato sapere se Castoldi ne fosse entrato in possesso oppure se avesse agito da intermediario. Ma è anche possibile che di quel dattiloscritto, venalmente, Castoldi fosse l’autore: una truffa ai danni di Dell’Utri, un inganno «in gran parte» basato su ciò che «compare nei libri che» lo stesso Castoldi aveva scritto e che al senatore «ha consegnato». Spillar quattrini: sembra scritto nel codice genetico di questo nostro autore tutto d’un prezzo. Ma se Questo è Cefis e L’uragano Cefis sono libri d’inchiesta tutto sommato ben scritti e documentati, Lampi su Eni sa di apocrifo, e pure maldestramente congegnato. Tanto che, a fronte del grande clamore suscitato dal “ritrovamento” (il 3 marzo 2010 ne parlarono tutti i giornali, e pure le tivù), l’“ignota persona” si eclissò, lasciando il senatore a becco asciutto.
Come dimenticare allora la truffa dei falsi Diari di Mussolini, cinque manoscritti di cui, l’11 febbraio 2007, solo tre anni prima, Dell’Utri disse di essere entrato in possesso. L’argomento tenne banco per molto tempo sui giornali e può aver offerto al Castoldi o ad altri lo spunto per una analoga impresa.

Postilla

Nei giorni scorsi l’avvocato Stefano Maccioni ha meritoriamente promosso una raccolta firme per chiedere la riapertura delle indagini sulla morte di Pasolini. Questa. https://chng.it/GdRGYB8hsw . Sottoscrivete e diffondete.

 

Informazione o propaganda?

9 gennaio 2023

Undici storici corrispondenti di grandi media lanciano l’allarme sui rischi della narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto: «Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin».

L’ex inviato del “Corriere della Sera” Massimo Alberizzi: «Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni». Toni Capuozzo (ex TG5): «Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori. Trattare così il tema vuol dire non conoscere cos’è la guerra».
«Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male». Inizia così l’appello pubblico di undici storici inviati di guerra di grandi media nazionali (“Corriere”, Rai, Ansa, Tg5, “Repubblica”, “Panorama”, “Sole 24 Ore”), che lanciano l’allarme sui rischi di una narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto nel giornalismo italiano (qui il testo integrale sul quotidiano online “Africa ExPress”). «Noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro: siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti», esordiscono Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò. «Proprio per questo – spiegano – non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata. Siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi», notano i firmatari. «Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico. La propaganda ha una sola vittima: il giornalismo».

«L’opinione pubblica spinta verso la corsa al riarmo»

Gli inviati, come ormai d’obbligo, premettono ciò che è persino superfluo: «Qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: è l’unico responsabile? Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin». Mentre, notano, «manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo». Quegli stessi media che «ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il due per cento del Pil. Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra – concludono – sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre».

«Questa guerra sta distruggendo il giornalismo»

Alberizzi: «Non è più informazione, è propaganda». Sono parole di assoluto buonsenso, che tuttavia nel clima attuale rischiano fortemente di essere considerate estremiste. «Dato che la penso così, in giro mi danno dell’amico di Putin», dice al fattoquotidiano.it Massimo Alberizzi, per oltre vent’anni corrispondente del “Corriere” dall’Africa. «Ma a me non frega nulla di Putin: sono preoccupato da giornalista, perché questa guerra sta distruggendo il giornalismo. Nel 1993 raccontai la battaglia del pastificio di Mogadiscio, in cui tre militari italiani in missione furono uccisi dalle milizie somale: il giorno dopo sono andato a parlare con quei miliziani e mi sono fatto spiegare perché, cosa volevano ottenere. E il “Corriere” ha pubblicato quell’intervista. Oggi sarebbe impossibile». La narrazione del conflitto sui media italiani, sostiene si fonda su «informazioni a senso unico fornite da fonti considerate “autorevoli” a prescindere. L’esempio più lampante è l’attacco russo al teatro di Mariupol, in cui la narrazione non verificata di una carneficina ha colpito allo stomaco l’opinione pubblica e indirizzandola verso un sostegno acritico al riarmo. Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni e nemmeno chi si informa leggendo più quotidiani al giorno riesce a capirci qualcosa».

«Fare spettacolo interessa di più che informare»

«Questa guerra è l’occasione per molti giovani giornalisti di farsi conoscere, e alcuni di loro producono materiali davvero straordinari», premette invece Alberto Negri, trentennale corrispondente del “Sole” da Medio Oriente, Africa, Asia e Balcani. «Poi ci sono i commentatori seduti sul sofà, che sentenziano su tutto lo scibile umano e non aiutano a capire nulla, ma confondono solo le acque. Quelli mi fanno un po’ pena. D’altronde la maggior parte dei media è molto più interessata a fare spettacolo che a informare». La vede così anche Toni Capuozzo, iconico volto del Tg5, già vicedirettore e inviato di guerra – tra l’altro – in Somalia, ex Jugoslavia e Afghanistan: «L’influenza della politica da talk show è stata nefasta», dice al fattoquotidiano.it. «I talk seguono una logica binaria: o sì o no. Le zone grigie, i dubbi, le sfumature annoiano. Nel raccontare le guerre questa logica è deleteria. Se ci facciamo la domanda banale e brutale “chi ha ragione?”, la risposta è semplice: Putin è l’aggressore, l’Ucraina aggredita. Ma una volta data questa risposta inevitabile servirebbe discutere come si è arrivati fin qui: lì verrebbero fuori altre mille questioni molto meno nette, su cui occorrerebbe esercitare l’intelligenza».

«In guerra i dubbi sono preziosi»

«Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori», argomenta Capuozzo. «Invece è proprio in queste circostanze che i dubbi sono preziosi e l’unanimismo pericolosissimo. Credo che questo modo di trattare il tema derivi innanzitutto dalla non conoscenza di cos’è la guerra: la guerra schizza fango dappertutto e nessuno resta innocente, se non i bambini. E ogni guerra è in sé un crimine, come dimostrano la Bosnia, l’Iraq e l’Afghanistan, rassegne di crimini compiute da tutte le parti». Certo, ci sono le esigenze mediatiche: «È ovvio che non si può fare un telegiornale soltanto con domande senza risposta. Però c’è un minimo sindacale di onestà dovuta agli spettatori: sapere che in guerra tutti fanno propaganda dalla propria parte, e metterlo in chiaro. In situazioni del genere è difficilissimo attenersi ai fatti, perché i fatti non sono quasi mai univoci. Così ad avere la meglio sono simpatie e interpretazioni ideologiche». Una tendenza che annulla tutte le sfumature anche nel dibattito politico: «La mia sensazione è che una classe dirigente che sente di avere i mesi contati abbia colto l’occasione di scattare sull’attenti nell’ora fatale, tentando di nascondere la propria inadeguatezza. Sentire la parola “eroismo” in bocca a Draghi è straniante, non c’entra niente con il personaggio», dice. «Siamo diventati tutti tifosi di una parte o dell’altra, mentre dovremmo essere solo tifosi della pace».

(da Tgcom24)

Pasolini, i Marsigliesi e la banda della Magliana

7 gennaio 2023

di Giovanni Giovannetti *

Pasolini amava apparire ben rasato e pettinato. Avanti negli anni aveva preso anche a tingersi di nero i folti capelli brizzolati; e a Roma era solito servirsi da un barbiere in piazza Trilussa, lo stesso da cui andavano Enrico Depedis detto Renatino, Franco Giuseppucci detto il Negro e Giovanni Girlando detto il Roscio. Sono tre ragazzi di borgata che al momento lavorano per i Marsigliesi e presto si metteranno in proprio: ecco la nascente banda della Magliana. Questi giovani sono tra le fonti “dal basso” di Pasolini. Sì, perché lo scrittore ha coltivato rapporti con il sottobosco criminale delle borgate romane, dal quale apprende notizie sul linguaggio della mala e, perché no, altre perniciose informazioni. A Giuseppucci e Girlando aggiungeremo quanto meno l’autista dei “Marsigliesi” Antonio Pinna: «…ora Pier Paolo vorrebbe sapere da me i nomi di alcuni elementi della criminalità organizzata che si sono infiltrati nelle Brigate rosse», ha detto Pinna a Silvio Parrello nel 1975.
Pasolini avrebbe forse voluto accennarne all’Appunto 52b di Petrolio, ma di quella pagina nell’incompiuto romanzo rimane solo il titolo: Il Negro e il Roscio, per l’appunto Giuseppucci e Girlando.

Chi sono i Marsigliesi?

Sono un branco di delinquenti che, negli anni caldi dello stragismo (ma anche della “dolce vita” romana) sembra vivere in un mondo a parte, tra auto di lusso, cocaina e belle donne, spendendo subito il denaro che gli entra in tasca rapinando, sequestrando e spacciando, come se la vita più che vissuta andasse bruciata. Di loro si è in parte smarrito il ricordo, ma nella Roma dei primi anni Settanta Bergamelli, Berenguer e Bellicini hanno fatto scuola, s’intende criminale. Le “tre B” irrompono nell’immaginario collettivo della micro delinquenza borgatara e nel vecchio scenario malavitoso del saccagno (il coltello) con nuovi e più violenti metodi, gestendo il gioco d’azzardo, le scommesse clandestine, la prostituzione, il contrabbando di sigarette e soprattutto il narcotraffico: sono infatti il terminale italiano della cosiddetta French Connection, quel giro di droga proveniente dall’Asia, raffinata a Marsiglia e irradiata nel mondo.

Quelli della Magliana

I Marsigliesi giunti a Roma sono anche specialisti nei sequestri di persona. Manco a dirlo, a loro spettano regia d’insieme e gestione delle trattative poiché a sequestrare (e a spacciare) provvedono i loro apprendisti reclutati nel sottobosco della malavita romana, oppure free lance del crimine come il boss della Garbatella Danilo Abbruciati.
Da questo variegato arcipelago micro-criminale di borgata provengono Abbatino, De Pedis, Girlando, Giuseppucci, Mancini e altri tirocinanti, tutti a bottega dai Marsigliesi come Leonardo dal Verrocchio. Appartengono ai gruppi della Magliana-Acilia e del Testaccio; sono gli stessi che dopo la carcerazione o la fuga dei loro precettori sapranno progressivamente consorziarsi nella ben più nota ed efferata banda della Magliana, in forza dei metodi spicci e dei rapporti altolocati avuti in lascito dai padri e padrini di Marsiglia, con Abbruciati a fare da ponte tra le due generazioni criminali. Sotto il profilo organizzativo è presa a modello la nuova Camorra napoletana, e a differenza dei Marsigliesi quelli della Magliana re-investono il maltolto dei furti, dei sequestri e dell’usura nell’acquisto di nuova coca e di nuova eroina, ma anche (Colafigli, Diotallevi e Abbruciati) nel settore delle costruzioni e in altre labirintiche operazioni finanziarie: nella capitale, lungo la costa tirrenica e in Sardegna, contribuendo così a uno scempio edilizio di proporzioni sempre più mostruose.
In quel 1975 (muore Pasolini, ma è anche l’anno di alcuni clamorosi sequestri di persona) la cosiddetta banda della Magliana non è ancora formalmente costituita. Edoardo Toscano detto Operaietto sta col gruppo del Trufello; Enrico De Pedis detto Renatino con quelli del Testaccio; Maurizio Abbatino detto Crispino e Franco Giuseppucci detto il Negro col Trullo; Nicolino Selis detto il sardo (poi elevato a luogotenente romano della nuova Camorra di Raffaele Cutolo) sta col gruppo di Ostia-Acilia… e così via. Presto si consorzieranno in batterie e poi in vera e propria banda mafiosa, legata da «obblighi maggiori di solidarietà tra gli associati, i quali sono, pertanto, maggiormente impegnati e tenuti a prendere in comune ogni decisione, senza possibilità di sottrarsi dal dare esecuzione alle stesse», come dirà Maurizio Abbatino ai magistrati il 13 dicembre 1992.
Oggi Abbatino è un collaboratore di giustizia. A questa figura apicale della criminalità romana l’allora capo del Sismi Giuseppe Santovito era solito inoltrare benauguranti saluti. Del resto, come ha segnalato il giudice istruttore bolognese Leonardo Grassi, la banda della Magliana viene «utilizzata ripetutamente dai Servizi segreti quale agenzia per la gestione degli affari sporchi».

Abbatino, quella foto all’Idroscalo e le pizze del film Salò

Pasolini venne attirato all’Idroscalo di Ostia la sera del 1° novembre 1975 con la promessa che avrebbe riavuto i negativi del film Salò, rubati mesi prima alla Technicolor di Roma.
Ascoltato dalla Commissione parlamentare Antimafia, Abbatino ha ammesso di essere stato uno degli esecutori materiali di quel furto, su mandato di tale Franco Conte, il gestore di una bisca clandestina nel quartiere romano della Magliana. Ma attenzione, secondo Abbatino «Conte conosceva Pasolini in quanto questi, occasionalmente, aveva frequentato il suo locale»; aggiunge anche di aver visto l’auto dello scrittore di fronte alla sua bisca. Sono notizie nella sostanza già note, perché ai commissari dell’Antimafia Abbatino non fa che ripetere le cose dette a Raffaella Fanelli nel libro-intervista La verità del Freddo (Chiarelettere, 2018).
Dunque Abbatino conosce l’auto di Pasolini, conosce i fratelli Borsellino (due dei sicari di Pasolini; con loro Abbatino ha rubato le pizze alla Technicolor) e forse conosce Pino Pelosi, indotto ad auto-accusarsi dell’omicidio di Pasolini.
D’accordo, Nell’agosto 1975 Abbatino ruba le “pizze” di alcuni film, tra cui Salò di Pasolini. Ma che ci faceva questo tirocinante dei Marsigliesi accanto al corpo straziato dello scrittore la mattina dopo il massacro? In una fotografia di Antonio Monteforte scattata quel 2 novembre si vede anche lui, Abbatino. La sua presenza tra il pubblico dell’Idroscalo era già emersa nel 2014, segnalata da Carmelo Abbate in Bolero, romanzo-verità che vede protagonista uno dei ragazzetti a sinistra nella foto: è il sedicenne Umberto Cicconi, nipote del boss della vecchia “mala” Ernesto Cicconi detto “Bolero”, i cinque punti della malavita tatuati sul braccio, futuro fotografo personale nonché fiduciario del leader socialista e presidente del Consiglio Bettino Craxi.
Questa immagine si è anche indotti ad accostarla ad alcuni versi di una poesia di Pasolini, Salerno, dove gli uccisori posano per una foto ricordo accanto alla «Puora musa di bandìt», alla povera faccia del bandito «come dopo un safari»: «Come dopo un safari / i suoi figli prediletti son fotografati / in semicerchio, stretti da spirito di corpo / (chi è un po’ intimidito dall’obbiettivo / guarda verso i propri compagni)».
Insomma, scrive il 23 luglio 2016 Aldo Colonna sul “Manifesto”, «si assiepano intorno al morto ammazzato lupi famelici riuniti a vario titolo e per conto di tribù diverse. Per sincerarsi che la preda morta lo sia davvero, per riferire a chi di dovere che il sabba si era concluso come da programma, qualcuno per farsi avanti ed offrirsi come manovalanza per altri e più “alti” incarichi».

Omicidio premeditato

Che a uccidere un uomo prestante come Pasolini sia stato un diciassettenne mingherlino, ormai lo crede solo Marco Belpoliti (“la Repubblica”, 18 dicembre 2022). Nel 2010 sarà Claudio Marincola del “Messaggero” – un giornalista, e non un magistrato – a raccogliere le testimonianze di chi, in quella notte buia e senza luna, dalle baracche all’idroscalo di Ostia ha potuto, se non assistere, almeno ascoltare. E lo stesso anno il Reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri ha saputo isolare cinque tracce ematiche sugli abiti indossati da Pasolini. Al dunque, testimonianze e analisi scientifiche convergono nell’indicare che a uccidere lo scrittore non fu Pelosi ma un nutrito commando.
Altro che “lezione al frocio”: fu un omicidio premeditato. Secondo una informativa del Nucleo investigativo dei Carabinieri (5 giugno 2011) «gli aggressori» si osservi l’uso del plurale «hanno voluto uccidere deliberatamente Pier Paolo Pasolini poiché le tracce dell’automobile rilevate sul terreno evidenziano inequivocabilmente che il conducente ha puntato il corpo del regista agonizzante a terra accelerando fin dall’inizio della corsa come a voler impattare il corpo dell’uomo al massimo della velocità e della potenza». A riscontro di quanto già sostenne Sergio Citti, ribadito da David Grieco nel film La macchinazione.

Taci, l’amico ti ascolta

Ma c’è dell’altro: non è vero che Pelosi e Pasolini si incontrarono la prima volta solo qualche ora prima del delitto, come recitano le sentenze del 1976: i due si frequentavano da mesi e molti amici e parenti di entrambi lo sapevano: lo sapeva Nico Naldini, che addirittura glielo presenta (Pasolini a Dario Bellezza: «è amico di Nico»); lo sapeva Ninetto Davoli (Davoli a Pelosi nell’agosto ’75: «a’ Pi’, ’o sai che chi frequenti è un personaggio grosso… mi raccomando, comportate bene»); e lo sapeva Laura Betti, che qualche tempo prima del delitto una testimone ricorda seduta al tavolo di un ristorante con Pasolini e… Pelosi. Trent’anni dopo lo stesso Pelosi ammetterà che “quel signore” lui lo frequentava da luglio («Come ti chiami? Io mi chiamo Pier Paolo»). Altro “dettaglio”: Pasolini si era rivolto alla madre di Pelosi per alcuni lavori di cucito.
Né Naldini né Davoli né Betti né altri, forse per paura, se la sentiranno di smentire la bugia giudiziaria, e tanto meno di contribuire a far luce sul furto alla Technicolor di Roma dei negativi del film Salò usati come esca. L’avessero fatto, oggi non saremmo qui a lamentare, come si legge nella Relazione finale della Commissione parlamentare Antimafia, le «omissioni particolarmente gravi» negli accertamenti immediati che, subito dopo il delitto Pasolini, «si sarebbero dovuti svolgere».

* “Domani”, 7 gennaio 2023

Chi ha ucciso Pasolini

24 dicembre 2022

di Giovanni Giovannetti

Dalla notte in cui ammazzano Pasolini a oggi, le pratiche analitiche in criminologia hanno fatto enormi passi in avanti, consentendo accertamenti tecnicamente impossibili nel 1975. Le macchie di sangue sulla camicia di Pasolini – conservata con gli altri reperti ritrovati sull’auto in uno scatolone al Mu.Cri., il Museo criminologico di Roma – potrebbero così rivelare l’identità degli assassini.
Il 3 maggio 2010 lo scatolone contenente i reperti è stato consegnato al Ris di Roma. E nelle mani degli investigatori scientifici gli abiti di Pelosi e Pasolini hanno preso parola, rivelando altri tre profili genetici oltre ai loro, forse ascrivibili agli assassini (e la traccia biologica di “3° soggetto ignoto” si trova sia sulla maglia intima di lana del Pelosi che sulla camicia di Pasolini): un ulteriore riscontro che a eseguire il massacro fu un nutrito commando.

L’esca

Dopo il furto del negativo di Salò compiuto da Maurizio Abbatino e dai fratelli Borsellino (ma il copione sembra scritto con l’inchiostro dei Marsigliesi), il film viene dunque sottratto da quella che presto sarebbe diventata la banda della Magliana: «Ce l’abbiamo noi la pellicola originale del film Salò…», dice un giorno Sergio Placidi a Sergio Citti, «al tuo amico devi dire che se le rivuole, deve sganciare due miliardi di lire» (il produttore del film Alberto Grimaldi replicò offrendo non più di 50 milioni di lire). E dunque del ricatto era al corrente Sergio Citti, a suo dire letteralmente prelevato da Sergio Placidi e portato in un seminterrato di San Basilio, dove ha modo di incontrare alcuni della banda, che si offrono di restituire il film a Pasolini, così da attirarlo, per tramite dell’inconsapevole Citti, sul luogo dell’agguato.
Poco dopo, il contatto si fa diretto. Lo conferma il critico cinematografico Gian Luigi Rondi a Unomattina (Rai 1) il 2 aprile 2016, commentando il film di David Grieco La macchinazione: subito dopo quel contatto Pasolini «mi telefonò e mi disse “che cosa posso fare? Qui mi parlano della banda…” (dei Marsigliesi?) Gli ho detto “stai attento, non frequentare quella gente, e difatti quella gente arrivò di sua iniziativa, senza che lui la chiamasse». Pasolini era disperato, «“ho fatto un lavoro molto impegnativo e ora non ho più nulla”. Questo film è servito per la sua trappola. Gli hanno detto “te lo diamo il primo novembre all’idroscalo di Ostia, tu vieni a tarda sera”. Lui andò tranquillamente con la sua macchina ed è accaduto quello che è accaduto». A riprova di ciò che Pelosi scrive nel suo libro; a ulteriore riscontro delle pizze di Salò usate come esca.
5 maggio 2015 per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini è di nuovo archiviazione. L’Ordinanza nemmeno ipotizza un movente, né modalità del massacro, né possibili mandanti; secondo i giudici «tutte le indagini che appaiono allo stato ragionevolmente possibili sono state svolte e non hanno avuto un esito suscettibile di proficuo sviluppo procedimentale».
Insomma, i giudici, pur avendo delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi: che la “verità” giudiziaria – e solo quella – torni pure là dov’era, sembrano dire, cioè alla vergognosa sentenza d’appello del 1976, più e più volte smentita dai fatti: un solo colpevole, l’allora “reo confesso” Pelosi.

La macchinazione

La verità? Pasolini è stato ucciso da più persone e qualcuno ha cercato di nascondere la verità. Come in un copione, «le macchine si fermarono a raggiera puntando entrambe gli abbaglianti verso la Gt, come fosse la scena di un film», scrive Pino Pelosi nel suo libro. Proprio come in una delle scene più efficaci del film La macchinazione di David Grieco (1917): non auto, ma trivelle montate su cingolati che sinistramente avanzano verso il corpo esanime di Pasolini dopo che Pelosi viene scritturato per recitare in un finto film la parte di un pischello che uccide un froscio che vuole violentarlo.
Anche questa è fantasia. Ma è una finzione efficace che riesce a rendere credibile la verità: il fatto cioè che la versione ufficiale dell’omicidio di Pasolini sia stata costruita come in un copione.
Benpensanti, fascisti e pennivendoli cortigiani stiano allora sereni. Stiano sereni coloro che per mesi o forse anni, e ancora nei giorni della morte, tengono il suo telefono sotto abusivo controllo. Stiano sereni i due Carabinieri in pattuglia (forse gli stessi di cui ha parlato il profugo russo Misha Besseldorf) che la notte del 2 novembre 1975, coperti dal buio, assistono al massacro, forse credendolo un banale regolamento di conti e fermando poi Pelosi, appiedato, sul litorale di Ostia, a due passi dal luogo del delitto. Non sta guidando l’auto di Pasolini, come invece si legge nel loro rapporto, perché quell’auto verrà ritrovata la notte stessa sulla via Tiburtina, ben distante da Ostia, a cinquanta metri dalla roulotte di Giuseppe Mastini alias Johnny lo zingaro.

Chi ha ucciso Pasolini?

Il picchiatore «alto, grosso e con la barba folta» di cui parla Pelosi sarebbe un militante di Avanguardia nazionale.
Più che a scopo di ricatto, per questi ambienti il furto delle pizze del film Salò assume un ben più profondo significato simbolico. Salò, ambientato ai tempi della Repubblica sociale italiana. Salò, metafora del potere d’oggi «che manipola i corpi in modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler», ha detto Pasolini in una intervista nel 1975: «Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio di culture viventi, reali, precedenti».
Per il mondo dei Delle Chiaie, dei Di Luia e dei Concutelli tutto ha un limite e con Salò “Paola” (come in questi ambienti chiamano Pasolini) quel limite lo ha ampiamente superato. E poi i fascisti, statene certi, non dimenticano l’onta dell’intrepido camerata Serafino Di Luia inseguito e picchiato da “Paola” fin sopra a un autobus, in risposta all’aggressione fascista la sera del 22 settembre 1962, dopo la “prima” di Mamma Roma.
In conclusione, che dire di più sui veri esecutori materiali? I loro nomi – due in particolare – oggi stanno sulla bocca (quasi sempre cucita) di coloro che a quel tempo hanno frequentato gli ambienti neofascisti della capitale. Erano risaputi anche da taluni funzionari del Dipartimento affari riservati. E ovviamente li sapeva Pelosi, che prima di morire li ha confessati quanto meno a un noto politico vicino allo scrittore. Al dunque e senza voler attribuire responsabilità (non spetta a noi ma ai magistrati), non sarebbe il momento di riaprire le indagini e di andare più a fondo sul ruolo che nel massacro di Pasolini, stando a queste voci convergenti, potrebbe aver avuto l’ambiente di Avanguardia nazionale; magari sentendo il non più giovane Bruno Di Luia come persona ipoteticamente informate sui fatti?

L’amico degli amici

Mi sia concessa un’ultima postilla. Quella che vede l’autista dei Marsigliesi Antonio Pinna (è tra i sicari di Pasolini all’idroscalo) fatto esfiltrare nel marzo 1976 da un tale colonnello Michele Santoro dei Carabinieri: quel Santoro amico del criminologo nazifascista e piduista Aldo Semerari? quel fautore dell’alleanza tattica tra criminalità comune e destra eversiva? Colui che nell’aprile 1973 fornisce l’esplosivo a Nico Azzi del gruppo milanese la Fenice, per alcuni attentati sui treni? lo stesso colonnello dei Carabinieri (e dei Servizi) che due anni dopo la morte di Pasolini andrà a processo per le bombe di Trento? Stando alla “fonte” – un ex dei Nar che da Santoro avrebbe avuto protezione e favori («mi ha tolto d’impiccio un sacco di volte», ha detto) – sì, è lui. E dal libretto di servizio del colonnello risulta che nel 1975-’76 questo amico dei fascisti, dei golpisti e dei piduisti è di stanza proprio a Roma, senza compiti particolari, presso la Sesta brigata Carabinieri. A proposito: le periodiche e parecchio lusinghiere schede valutative su di lui che si leggono nel libretto sono a firma, fra gli altri, di personaggi di peso come i generali Franco Picchiotti, Giuseppe Siracusano, il comandante alla Pastrengo Giovan Battista Palumbo e il futuro capo del Sisde Giulio Grassini: tutti piduisti.

(da G. Giovannetti, Malastoria, Effigie 2020)

Assassino di carambola

18 dicembre 2022

Pasolini, Pelosi, Laura Betti e quella loro cena prima del delitto

di Giovanni Giovannetti

testimone prima del delitto Pasolini

12 novembre 1975. Sono trascorsi dieci giorni dall’omicidio di Pasolini, Pino Pelosi ha “confessato” sostenendo d’aver avuto a che fare con lo scrittore la prima volta solo qualche ora prima del delitto. Ore 22, di fronte alla stazione Termini «si è avvicinato un signore con gli occhiali sui 35-50 anni, col volto magro, di media statura, a bordo di un’autovettura…» Insomma, verso sera Pasolini rimorchia un marchettaro diciassettenne, si appartano, glielo succhia, vorrebbe sodomizzarlo, il marchettaro si ribella, lo colpisce e l’ammazza. Una storia di frosci finita male. Tutto chiaro? Niente affatto. Subito dopo l’omicidio una testimone dirà ai Carabinieri d’aver visto Pasolini, Laura Betti e… Pelosi «qualche tempo prima del delitto» seduti insieme a un tavolo di ristorante. Lo scrive il “Corriere della Sera”, rilevando che «se ciò fosse vero, la versione del ragazzo (“mai visto lo scrittore”), crollerebbe». In quell’articolo si legge poi che Laura Betti, invece di recarsi dal giudice, «ha detto di essere tanto abbattuta da non poter dare qualsiasi valutazione sulle circostanze riferite dal teste». Di questo articolo ben si ricorda l’avvocato Stefano Maccioni, che da anni si occupa del caso Pasolini e il 17 dicembre ne rende conto in una intervista a Globalist. E Pelosi? Trent’anni dopo ammetterà che “quel signore” lui lo frequentava da luglio («Come ti chiami? Io mi chiamo Pier Paolo»), confermando quanto ha raccontato nel 1976 Franco Borsellino – altro componente del “branco” – a Renzo Sansone, appuntato dei Carabinieri infiltrato nella bisca di via Donati 140 a Roma (ma la procura non ne volle tener conto); emergerà che tra i parenti e amici di Pier Paolo molti sapevano (Ninetto Davoli a Pelosi nell’agosto ’75: «a’ Pi’, ’o sai che chi frequenti è un personaggio grosso… mi raccomando, comportate bene»; Pasolini a Dario Bellezza: «è amico di Nico». Altro “dettaglio”: Pasolini si era anche rivolto alla madre di Pelosi per alcuni lavori di cucito. Nico è il cugino Nico Naldini: «Assassino di carambola», recita un verso del Sacerdote di Goffredo Parise, una cruda poesia dell’aprile 1986 su Naldini esplicita sin dalla prima strofa: «Teosofo loico / con la scusa dell’omosex / ti facesti teologo / del Santo cugino // Non sei né l’uno né l’altro…» E ancora, in un incalzante crescendo: «Piuttosto somigli / ma neppur questo è certo / a quel baronetto truffaldino / che a Pechino / si copriva il volto / al passaggio / della discoperta / veritas occidentale», là dove “baronetto truffaldino” significa falsario, gabbamondo, mistificatore… come si legge nella magnifica biografia del baronetto inglese Edmund Backhouse L’eremita di Pechino. Né Naldini né Betti né altri, forse per paura, se la sentiranno di smentire la bugia giudiziaria, e tanto meno di contribuire a far luce sul furto alla Technicolor di Roma dei negativi del film Salò, poi usati come esca.

PPP

16 dicembre 2022

Pasolini ucciso da molti. Accertamenti approssimativi. Ora lo ammette la Commissione parlamentare antimafia

di Giovanni Giovannetti

Tra le notizie del giorno assume particolare interesse quella del parere formulato dalla Commissione parlamentare Antimafia sul delitto Pasolini. Nella Relazione approvata sul finire della scorsa legislatura – e ora resa pubblica – pur ammettendo che le soluzioni di carattere giudiziario «appaiono ormai del tutto improbabili», la morte dello scrittore viene finalmente messa in connessione «con il furto della pellicola originale di Salò o le 120 giornate di Sodoma»: è risaputo, ma ora lo ammette un organismo istituzionale. La Commissione denuncia poi le «omissioni particolarmente gravi» negli «accertamenti immediati che si sarebbero dovuti svolgere» e ricorda «la mancata audizione dei testimoni che abitavano nelle baracche della zona e che avevano udito quanto avvenuto quella notte e che avrebbero sin dal principio dato conto dell’evidenza che l’aggressione fu condotta da numerose persone», e non dal solo Pelosi, indotto ad auto-accusarsi, come invece recitano nel 1976 le sentenze di primo e secondo grado (nella prima si ammette il concorso con ignoti; nella successiva Pelosi è il solitario omicida). Sarà un giornalista, Claudio Marincola del “Messaggero” – e non un magistrato – a raccogliere nel 1999 le testimonianze di chi, in quella notte buia e senza luna, nelle baracche all’idroscalo di Ostia ha potuto, se non assistere, almeno ascoltare. Non per caso, nella relazione si sottolinea che sono state alcune inchieste di giornalismo investigativo ad aver «definitivamente sgretolato l’iniziale ipotesi, purtroppo allora sostenuta dai mezzi di comunicazione e da alcune pronunce giurisdizionali, secondo cui l’assassinio dello scrittore sarebbe stato solo il tragico esito di un incontro sessuale sfociato estemporaneamente in una aggressione da parte di un unico individuo e cioè Pino Pelosi». Di confutazione in confutazione la Commissione rileva poi l’assoluta mancanza «di approfondite perizie sulle gravi ferite riportate da Pasolini e sui mezzi con i quali queste erano state inferte».

I Commissari hanno anche affrontato il tema degli «evidenti collegamenti con il mondo della criminalità organizzata romana dell’epoca, ma fondamentalmente in ragione di alcune dichiarazioni rese da Maurizio Abbatino», uno dei capi della Banda della Magliana sentito in «due distinte occasioni». Nulla al momento conosciamo su quanto, al riguardo, può aver ammesso Abbatino, ben riconoscibile, fra l’altro, in una fotografia che lo riprende tra i curiosi accanto al cadavere la mattina dopo il delitto.

Circostanze

5 dicembre 2022

di Giovanni Giovannetti

Il neofascista che ammazza Pasolini (e il colonnello dei Servizi che farà esfiltrare quell’altro del commando)

unità 1975

Per uno strano gioco del destino, la pagina 5 de “L’Unità” di giovedì 11 dicembre 1975 mette il rinvio a giudizio di Pino Pelosi (indotto ad auto-accusarsi dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini) proprio a fianco di una cronaca giudiziaria in cui si legge il nome di chi quell’omicidio l’ha davvero compiuto: questo tale è tra i 62 estremisti di destra rinviati a giudizio – e infine assolti – con l’accusa di ricostituzione del partito fascista.
Nella stessa pagina si dà poi notizia della costituzione di parte civile del Consiglio di fabbrica della Ire-Ignis di Trento dopo l’accoltellamento, nel luglio 1970, di due operai per mano di un commando fascista. Poche settimane dopo quell’accoltellamento, a Trento arrivano il funzionario di polizia Saverio Molino e il colonnello dei Carabinieri – e uomo dei Servizi – Michele Santoro: il primo, a guidare la squadra politica della questura; Santoro in veste di nuovo comandante del gruppo Carabinieri. Qualche anno dopo Santoro, Molino e il colonnello del Sid Angelo Pignatelli verranno rinviati a giudizio con l’accusa di aver organizzato una strage, fortunosamente mancata, il 18 gennaio 1971 di fronte al tribunale di Trento. Manco a dirlo, tutti assolti.
Santoro era agli ordini del comandante della “Pastrengo” generale Giovanni Battista Palumbo, piduista. Ma era anche amico fraterno di un altro membro della P2, il criminologo nazifascista Aldo Semerari, quel teorico dell’alleanza strategica tra criminalità comune e destra eversiva poi arrestato – e assolto – per la strage alla stazione di Bologna nell’agosto 1980. Ebbene, nel 1976 Santoro favorirà la fuga all’estero di Antonio Pinna, autista dei “Marsigliesi”, altro componente del commando di neofascisti e criminalità romana che a Ostia, la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, ammazza Pasolini.

Lettera aperta…

18 novembre 2022

…a una classe dirigente che a Pavia non c’è
di Giovanni Giovannetti

Con questo mio intervento, il settimanale della Diocesi pavese “il Ticino” inaugura un dibattito sulla via da intraprendere per risollevare Pavia dal coma profondo – politico, economico, spirituale – in cui attualmente versa. Capitale di regno al tempo dei Longobardi e poi capitale culturale del Ducato di Milano, dopo la chiusura delle sue importanti fabbriche (e il conseguente crepuscolo del manifatturiero) a Pavia primeggiano le economie parassitarie, nel cono d’ombra della sua storica Università: una città-dormitorio che manca di interrogarsi su un possibile futuro a vantaggio di tutti e non di pochi.

Cari pubblici amministratori del recente passato, di ora e del futuro; cari imprenditori locali, dirigenti di Fondazioni bancarie e mondo accademico, a Pavia stiamo rinunciando a valorizzare le nostre migliori potenzialità economiche e culturali, viste come fonte di occupazione. Abbandonata ogni aspirazione industriale o comunque produttiva, messa in naftalina la “Città dei congressi”, mai decollata la “Città dei saperi”, nuovamente si sono abbattuti i segni del passato industriale come la parte monumentale della Snia e il cosiddetto “Lingottino” della Necchi e avanza l’anonima rete commerciale di stoccaggio e vendita delle merci, a soffocare i negozi di vicinato e a costellare di future “aree dismesse” la pianura irrigua pavese. Il modello sta mostrando da tempo i suoi limiti.
Soffermiamoci allora su due parole “amiche”: «progetto» e «visioni». Pavia non può fare a meno del proprio rilancio, a partire dal censimento delle cose che già si fanno – un patrimonio da valorizzare – e delle idee sul da farsi. Al dunque, facciamo qualche esempio e alcune proposte.

Visitatori tutto l’anno

Manca tuttora una visione strategica d’insieme, quel progetto di città, alternativo all’attuale città-dormitorio, capace di coniugare la futuribile Città dei congressi con quella, egualmente a venire, dei Saperi e dei Sapori. Senza questa cornice ogni iniziativa, per quanto benemerita, è destinata a rimanere fine a sé stessa.
Pavia è luogo di transito, prima o dopo la visita al Monumento della Certosa. Un turismo “mordi e fuggi” che fa perno su Milano. Una tendenza da invertire, promuovendo la città e le sue peculiarità monumentali e gastronomiche come centro di un “sistema” che ramifica e fruttifica a sud nell’Oltrepo, a ovest in Lomellina, a nord alla Certosa e a est fino a Cremona, con una promozione coordinata degli eventi. Lo scopo non è fare un po’ di animazione culturale a uso e consumo dei locali come, ad esempio, lo era il Festival dei Saperi. Non guasta un po’ d’animazione, ma altra cosa è il marketing territoriale, altra cosa è portare visitatori a Pavia tutto l’anno e dare visibilità al territorio, puntando sulla città “sapiente” di Agostino, di Boezio, di Liutprando, di Petrarca, di Opicino, di Leonardo, di Cardano e tanti altri: Volta, Foscolo, Golgi, Milani, don Angelini…
La storia millenaria, le chiese romaniche, il parco fluviale, la campagna irrigua, le cascine storiche, le aree protette… Pavia offre molto, ma pochi ne sono al corrente.

Città dei Congressi

Pavia dovrebbe anzitutto dotarsi di un capace Centro congressi, senza il quale non si va da nessuna parte, e di conseguenza aumentare la ricezione alberghiera (in città come Mantova è dieci volte più alta): immaginate decine di migliaia di congressisti e accompagnatori che al loro ritorno si trasformano in gratuiti testimonial per Pavia e il suo territorio. Un Centro congressi era annunciato all’area Neca: lo hanno tolto, per fare spazio ad altra inutile edilizia commerciale e residenziale vista-ferrovia, più funzionale a una città-dormitorio per pendolari che alla “città dei saperi”.
Fingendo che l’urgenza di un Centro congressi torni d’attualità, a quel punto la futuribile Città dei saperi dovrebbe farsi ancora più attraente, migliorando l’offerta ricreativa d’intervento culturale, così da trattenere tra cotti e ciottolato i visitatori ora solo di passaggio. Come?
Penso una diversa gestione del complesso monumentale della Certosa (è proprietà del demanio), il più importante della Lombardia, provvedendo al suo restauro e ripristinando il biglietto d’ingresso, ridefinendolo altresì a luogo di raccoglimento spirituale.
Penso al grandioso parco tra il Castello visconteo e la sua Certosa, teatro della storica battaglia di Pavia che, nel 1525, vide fronteggiarsi il re di Francia Francesco I e quello spagnolo Carlo V d’Asburgo (a proposito: nel 2025 saranno cinquecento anni…). Penso dunque al parco “della battaglia” e a un museo multimediale da ospitare in Castello oppure, perché no, nell’antico maniero di Mirabello, oggi semi-abbandonato.
Penso a un percorso che colleghi fra loro i tanti luoghi cittadini vergati da Leonardo da Vinci nelle sue carte e nei suoi quaderni.
Ecco, Leonardo: penso a un museo interattivo dell’acqua, della navigazione fluviale e della civiltà industriale, al Castello o all’Idroscalo e collegato al parco del Naviglio, ovvero a un’opera di ingegneria idraulica che ha fatto scuola nel mondo: un potenziale museo a cielo aperto tra il pavese Borgo Calvenzano e la Certosa, con la possibilità di viaggiare in “nave” da Pavia al Monumento, tra conche e natura.
Penso a un Museo dell’arte contemporanea in una struttura polivalente (foss’anche in cima a un parcheggio multipiano in qualche area dismessa) insieme a cinema, caffè, librerie e altro ancora, così come se ne vedono in Germania, in Svizzera e in Austria (a volte basterebbe saper copiare!). Uno spazio per iniziative non effimere, che aspirino alla documentazione e alla conservazione.
Penso a investimenti mirati e programmati nel tempo a favore del depresso sistema museale pavese (Pinacoteca e Museo del Risorgimento), aiutando i privati a promuoverne di nuove. Il “percorso risorgimentale” porta a pensare inevitabilmente a Villa Cairoli di Gropello: si inauguri allora un itinerario storico: Villa Cairoli e il Museo pavese, ma anche Palestro e Montebello (e la Stradella di Depretis).
Penso alle tante, tantissime cose possibili, ma lo spazio di questa pagina è quello che è, mi sono dilungato anche troppo e dunque mi avvio a concludere.

 

Ora et labora

Quanto al turismo religioso (Pavia possiede un complesso di chiese romaniche fra i maggiori al mondo), ricorderemo che Pavia è tappa della via Francigena, che da Canterbury portava e porta a Roma i pellegrini, quella via da percorrere prevalentemente a piedi per ragioni penitenziali e devozionali (l’hospitale presso la chiesa di Santa Maria in Betlem, in Borgo Ticino, era una tappa di quel viaggio). Senza dimenticare riti pagani come il “Bruciamento del diavolo” a Vigevano per carnevale, o di tradizione cattolica come il “Crocione” di Tromello e i “fuochi” di Zavattarello e Romagnese: questi ultimi sono tra le più arcaiche e poco note celebrazioni della Settimana santa pasquale; nulla da invidiare alle processioni del nostro Meridione. Per tacere di santuari come quello delle Bozzole di Garlasco o l’eremo di Sant’Alberto di Butrio nell’Oltrepo montano.
Quanto ad aree post-industriali come la Snia e l’Arsenale – limitrofe al centro storico – dovrà prevalere l’interesse pubblico, ad uso di poli scolastici e luoghi per attività produttive avanzate e la sera ricreative: cittadelle della cultura e della socializzazione sul modello di quanto già si vede in altre città europee.
Cari pubblici amministratori, sono suggerimenti che renderebbero la città più simile a Strasburgo e differente da Platì o Buccinasco, idee che vorrebbero rendere piacevole la permanenza a Pavia, con evidenti benefìci per l’economia locale, senza dimenticare che eleverebbe la qualità della vita per tutti.
Servono strumenti che già abbiamo. E poiché sognare non costa niente sogniamo pure amministratori capaci – e non rapaci – e una politica più visionaria e meno pasticciona; in una parola, lungimirante. E davvero “trasparente”.

Leonardo da Vinci, Amadeo e Bramante progettisti del Duomo pavese

14 ottobre 2022

di Giovanni Giovannetti

Il 14 ottobre 2022 ricorre il decimo anniversario della riapertura del Duomo di Pavia dopo il drammatico crollo, il 17 marzo 1989, della contigua torre civica medievale e dopo i lavori di consolidamento che ne conseguirono. Il settimanale cattolico “Il Ticino” dedica a questo anniversario il numero odierno, pubblicando fra l’altro un mio contributo sul Duomo nelle carte di Leonardo da Vinci. (G.G.)

Leonardo da Vinci soggiornò varie volte a Pavia, capitale culturale del Ducato sforzesco, per poi tornarvi ripetutamente, l’ultima nel 1513. Nel giugno 1490, accompagnato dal grande architetto ingegnere e artista senese Francesco di Giorgio Martini, visitò il cantiere del nuovo Duomo, inaugurato due anni prima dal fratello di Ludovico il Moro, il cardinale Ascanio Sforza, vescovo di Pavia dal 1476. I due illustri consulenti e il loro seguito alloggiarono alla locanda del Saracino, accanto alla chiesa di Santa Maria Gualtieri, come documenta la nota di pagamento di 20 libbre disposto dalla “Fabbriceria” il 21 giugno: «Item die XXI Junii Johanni Augustino de Berneriis hospiti ad signum Saracini Papiae pro expensis sibi factis per Dominos Franciscum Senensem [Francesco di Giorgio Martini] et Leonardum Florentinum ingeniarios cum sociis et famulis suis et cum equis, qui ambo specialiter vocati fuerunt pro consultatione supra- scripte fabbricae (Ecclesie majoris Papie) in summa libr. XX».
Lo avremmo potuto leggere nel perduto Registro della Fabbrica del Duomo di Pavia. Lo si trova comunque citato nel 1816 dal conte Luigi Malaspina di Sannazzaro a pagina 28 del suo Memorie storiche della fabbrica della cattedrale di Pavia.

Leonardo architetto e ingegnere

Secondo Edmondo Solmi, il modello definitivo del Duomo di Pavia «venne fatto quasi esclusivamente sui disegni di Leonardo, tanto che nell’architettura della cattedrale pavese veniamo a possedere l’unico saggio compiuto dell’arte di costruzione chiesastica del Vinci». Sono parole audaci, ma forse di qualche senso.
Fra l’altro Carlo Pedretti (è il maggiore studioso di Leonardo) retrodata a quegli anni il Manoscritto B e i relativi disegni vinciani a croce greca riferiti al Duomo pavese (lo ha stabilito l’esame delle carte ai raggi ultravioletti) così come daterebbero al 1487-88 due schizzi architettonici contenuti nel Codice Atlantico (ai fogli 119 verso e 28 recto) «che avevano già fatto pensare a una idea per la cattedrale di Pavia», rendendo almeno ipotizzabile un coinvolgimento di Leonardo fin da subito (il primo progetto è del 1487 e la posa della prima pietra nell’anno successivo): «Si prospetterebbe così di riprendere la vecchia tesi del Solmi, o per lo meno qualche aspetto di essa» scrive Pedretti in Leonardo architetto, «tanto più che la data del Manoscritto B si è potuta accertare essere compresa tra il 1487 e il 1490. Si tratta di un periodo che corrisponde a quello degli inizi degli studi anatomici di Leonardo, e infatti alcuni fogli di anatomia a Windsor contengono studi anatomici che sono in diretto rapporto con il contenuto del Manoscritto B – e del resto sui primi fogli del Manoscritto B, si hanno annotazioni sulla proporzione degli arti che riflettono quelli di tutta la serie di fogli anatomici a Windsor». Visti ai raggi ultravioletti, i fogli anatomici di Windsor rivelano un’insospettata ricchezza di particolari, invisibili ad occhio nudo, «che equivale all’acquisizione di materiali inediti, in base ai quali si possono impostare nuove considerazioni sull’attività di Leonardo architetto a Pavia», specie a fronte degli esigui documenti sopravvissuti.
E tra questi rari documenti si fanno largo due missive, di rilevante significato indiziario, tra il duca reggente e il suo cancelliere. Con una lettera da Pavia al segretario ducale Bartolomeo Calco, l’8 giugno 1490 Ludovico il Moro sollecitò la presenza a Pavia per il già ricordato consulto dell’illustre «inzigniero senexe» Francesco di Giorgio Martini, giunto a Milano il 31 maggio, chiamato per il tiburio del Duomo milanese: «M[esse]r Bartolomeo. Questi deputati sopra la fabrica de la chiesa magiore de questa Cità ne hanno richiesto et factone grande istancia che vogliamo essere contenti de servirgli de quello inzigniero senexe, quale adoperano sopra la fabbrica del domo de Milano, per fargli vedere epsa chiesa: et desyderando noi de compiacergli per esser la richiesta loro honestissima, ve dicemo che dobbiate essere con li dicti Deputati, parlando ancora al dicto inzigniero, et fare che vegni qua a vedere questa fabrica. Luduvicus Maria Sforza etc».
Nel post-scriptum il Moro estese l’invito a «Magistro Leonardo fiorentino et magistro Jo. Antonio Amadeo» lasciando intravvedere, ha scritto Adriano Peroni, «come Leonardo fosse allora richiesto dalla Fabbriceria pavese (insieme con l’Amadeo), probabilmente in qualità di conoscitore già ben avvertito dei problemi architettonici della cattedrale». Il pavese Amadeo – preminente autore del progetto generale – in quei giorni era a Como «per impresa de non picol momento», come replicò Bartolomeo Calco al Moro il 10 giugno, e dovrà rinunciare. Poco dopo, Leonardo e Di Giorgio Martini a cavallo scenderanno a Pavia «cum sociis et famulis suis et cum equis».

A consulto sul Duomo pavese

Anna Maria Brizio non esita a definire «d’eccezionale importanza» il post-scriptum, ignorato anche da Solmi che pure «ha sostenuto ad oltranza» la partecipazione di Leonardo al primo progetto del Duomo pavese. Secondo la studiosa, «la precisa richiesta dei deputati pavesi, recepita e fatta propria dal Moro, di Leonardo e Giovan Antonio Amadeo insieme per eseguire il sopralluogo a fianco di Francesco di Giorgio significa, non mi par dubbio, che entrambi erano i due ingegneri più idonei a dare a Francesco di Giorgio le più esaurienti informazioni e chiarimenti circa i problemi e le soluzioni prospettate per la costruzione del Duomo di Pavia».
Insomma, «nel frattempo la partecipazione di Leonardo ai progetti e ai lavori per il Duomo pavese era andata crescendo in modo incidente» e la richiesta dei deputati non può che presupporre un suo coinvolgimento ben prima del 1490; anzi, lo rivelerebbe come «uno dei due ingegneri ducali maggiormente implicati nei lavori».
Ne I manoscritti e disegni di Leonardo da Vinci (1939), Adolfo Venturi annota simmetrie tra la veduta prospettica di una chiesa, abbozzata sul foglio veneziano n. 238, e la facciata del Duomo pavese (anche secondo Pedretti quel disegno «echeggia le articolazioni volumetriche del Duomo di Pavia»).
Si confronti poi il disegno a Venezia e lo stesso modello ligneo del Duomo pavese con la chiesa riconoscibile nell’incompiuto dipinto del San Girolamo, databile tra il 1485 e il 1490, ossia i primi anni di Leonardo presso il Moro (è l’opinione di Wilhelm Suida, sostanzialmente condivisa da Carmen Bambach, Pietro Cesare Marani, Edoardo Villata e Scott Nethersole), la cui committenza pavese è quanto meno presumibile. Ne consegue un deciso sostegno all’ipotesi che si tratti del Duomo di Pavia al cui progetto, come supponiamo, Leonardo concorre forse da subito.

San Pietro a Roma sul modello del Duomo pavese

In una lettera del Comune di Pavia al proprio vescovo cardinale Ascanio Maria Sforza relativa alla cattedrale (17 agosto 1487), vengono allegati alcuni disegni a similitudine di «Romae Sacris aedibus, atque vel in primis cum illo S.tae Sophiae Constantinopolis celeberrimo omnium Templo», a similitudine delle Chiese romane, e in particolare di Santa Sofia a Costantinopoli. Nella missiva compare un «perito architectore»: Giovanni Antonio Amadeo? Leonardo? Per Richard Schofield è probabile che fosse Donato Bramante.
«Son, Dei Gratia, pur giunto a Pavia / Benché arrostito son nella persona. / Ver è ch’in borsa un sol quattrin non suona / Tanta ell’ha di monete carestia».
È un sonetto del Bramante per l’amico e poeta Gasparo Visconti. Secondo Pedretti, «una visita di Leonardo a Pavia a quel tempo verrebbe a proporre la possibilità di una sua partecipazione alla prima fase dei progetti per la nuova cattedrale pavese, per cui non sarebbe da escludersi che Leonardo potesse infatti essere quel “perito architetto” al quale si allude nei documenti come autore dei primi disegni inviati al cardinale Ascanio Sforza a Roma. Ciò spiegherebbe le sorprendenti affinità rilevate dal Solmi fra certi disegni di chiese nel Manoscritto B e la concezione architettonica che andava prendendo corpo nel modello del Rocchi [si tratta del modello ligneo del Duomo pavese, un’opera di Cristoforo Rocchi e di Giovanni Pietro Fugazza conservata ai Civici musei di Pavia], e spiegherebbe inoltre perché, quando nel 1490 Leonardo fu chiamato a Pavia per un consulto sui lavori a quella cattedrale, veniva considerato (e spetta ad Anna Maria Brizio il merito di averlo rilevato) alla pari di Francesco di Giorgio e dell’Amadeo. È dunque probabile che Leonardo si trovasse a Pavia il 29 giugno 1488 quando fu posta la prima pietra della nuova cattedrale, oppure il 22 agosto dello stesso anno, quando un comitato di esperti con a capo il Bramante si riuniva per esaminare “certa disegna et certos modellos” preparati dal Rocchi e dall’Amadeo».
Per Solmi e Pedretti «i disegni di chiese nel Manoscritto B che potrebbero assegnarsi ai primi progetti o idee per la nuova cattedrale pavese sono […] quelli ai fogli 24 recto, 52 recto (un foglio con schizzi di lavoratori) e 55 recto»; quest’ultimo foglio contiene anche il ricordo grafico della perduta chiesa pavese di Santa Maria alle Pertiche. Pedretti ci rammenta che «si tratta di disegni che sono spesso citati come anticipazioni del progetto bramantesco del nuovo San Pietro in Vaticano». A Roma si ha infatti «un ingrandimento quasi pantografico d’un effetto collaudato a Pavia e fors’anche a Vigevano», per quella piazza solo in apparenza simmetrica.

Dalla terra al cielo

Del tempo di Bramante e Leonardo, nella cattedrale pavese non restano che la cripta monumentale e parte del grande basamento absidale. A terminarlo non sono bastati cinquecento anni; e il detto popolare la fabrica dal domm, a significare lungaggini, ben si attaglia al tormentato edificio, malamente ultimato nel 1933 a “ru- stico”, ovvero quasi senza rivestimento marmoreo (la stessa cupola “bramantesca”, temerariamente eretta da Carlo Maciachini su mandato del vescovo e cardinale Agostino Riboldi, è del 1885). Tra Sei e Ottocento alla guida del cantiere seguiranno Pellegrino Tibaldi, Benedetto Alfieri, Maciachini e Alessandro Antonelli; fino ai recenti lavori di consolidamento coordinati da Gianpaolo Calvi nel secondo Novecento, dopo il drammatico crollo della contigua Torre civica il 17 marzo 1989. Ma pare indubbia l’impronta bramantesca della griglia 8 per 8 e le relative combinazioni di multipli e sottomultipli. «L’ottagono è una figura simbolica importante» osserva Alberto Arecchi, «perché indica la transizione dal quadrato al cerchio, ossia dalla terra al cielo; simboleggia perciò la risurrezione e la rinascita».

Chi ha ucciso Mattei e Pasolini?

29 settembre 2022

Un libro promette rivelazioni
di Giovanni Giovannetti

Per il sessantesimo anniversario della morte di Enrico Mattei (e nel centenario della nascita di Pasolini) Feltrinelli sta per mandare in libreria L’Italia nel petrolio. Mattei, Cefis, Pasolini e il sogno infranto dell’indipendenza energetica. Ne sono autori Giuseppe Oddo e Riccardo Antoniani, un giornalista e un letterato. Oddo lo conosciamo per aver pubblicato, con Andrea Greco, Lo stato parallelo, un importante libro sull’Ente nazionale idrocarburi; di Riccardo Antoniani si conoscono solo lavori accademici (e qualche articolo), ma va pur detto che si tratta di un profondo conoscitore dell’opera di Pasolini, uno dei pochi ad averla messa in risonanza con i motivi che possono aver contribuito a mandarlo a morte. Ahinoi, Antoniani questi temi fino ad ora li ha affrontati a parole, al più lanciando sassi, salvo poi nascondere mani. Ora finalmente ci dona qualcosa di scritto, acquistabile in libreria, e c’è da sperare che L’Italia nel petrolio contenga il molto che sa.
Incrociamo le dita, poiché su questo libro le notizie reperibili in rete al momento sono poche e poco stimolanti. Dal sito di Amazon: «Esplose in volo il jet che la sera del 27 ottobre 1962 doveva atterrare all’aeroporto di Linate. Su quell’aereo viaggiava Enrico Mattei, fondatore e presidente dell’Eni, e – come dichiarò Fanfani molti anni dopo – l’“abbattimento” del piccolo velivolo segnò l’inizio del terrorismo in Italia. Sovente adombrata dall’agiografia su Mattei, la storia di Eugenio Cefis si lega a doppio filo alle vicissitudini industriali e politiche dell’Italia repubblicana. Cefis e Mattei diventano personaggi di Petrolio, il romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini, a partire dal settembre 1974, quando lo scrittore ricevette da Elvio Fachinelli alcuni materiali sull’allora presidente della Montedison. Cosa lega il fondatore dell’Eni all’intellettuale corsaro? Come si incrociano le loro storie con le vicende di Eugenio Cefis? Mattei e Cefis militano nella Resistenza e consolidano il loro rapporto nel dopoguerra. Nominato subito dopo la Liberazione commissario straordinario dell’Agip, Mattei chiama al suo fianco Cefis, che diverrà il suo vice e poi, dopo la sua scomparsa, presidente dell’Eni. Pasolini è invece affascinato da un discorso sulle multinazionali rivolto da Cefis agli allievi dell’Accademia militare di Modena e da un libro su Cefis che ne denuncia lo strapotere, l’arricchimento e i rapporti con i partiti e gli apparati dello Stato. E a partire dal 1975, l’anno del massacro al lido di Ostia, inserisce in Petrolio una serie di capitoli su Cefis e Mattei in cui avanza la tesi della eliminazione del fondatore dell’Eni, ribaltando la versione ufficiale dell’incidente aereo e facendo di Cefis un personaggio a tinte fosche».
Sono cose risapute e in parte sbagliate o incomplete (Pasolini comincia a ricevere materiali da Fachinelli nel luglio-agosto 1974, poi altre cose a fine settembre; da questo momento, agosto 1974 e non 1975, lo scrittore prende a scrivere di Cefis; e a Mattei “commissario straordinario dell’Agip” aggiungerei “per il nord Italia”: ditelo all’estensore di questa nota redazionale). Ma Giuseppe Oddo è una solida garanzia. E da Riccardo Antoniani – che della morte violenta di Pasolini ha potuto parlare con i compianti Licio Gelli, Gianadelio Maletti e Graziano Verzotto (e molti, molti altri) – indubitabilmente c’è da aspettarsi tanto, molto più di quanto al momento si svela. L’Italia nel petrolio è dato in uscita il 25 ottobre. Non resta che aspettare.

Ingerenze

16 settembre 2022

Interferenze elettorali russe o americane. Nulla di nuovo
di Giovanni Giovannetti

Dal 2014 a oggi la Russia avrebbe foraggiato con 300 milioni di dollari partiti e leader politici di 24 Paesi, anche europei, così da influenzare le loro politiche. Lo sostiene il Dipartimento di Stato americano, stando però nel vago, vale a dire senza fare nomi o esibire documenti. Per il presidente del Copasir Adolfo Urso «al momento l’Italia nel report americano non c’è»; per l’ex ambasciatore degli Stati uniti presso la Nato Kurt Walker, ne avrebbero invece beneficiato la Lega di Salvini, Forza Italia di Berlusconi e Fratelli d’Italia di Meloni e Urso, vale a dire tre partiti che poco o nulla sembrano piacere al segretario di Stato americano Tony Blinken e agli ambienti latori della “soffiata”. Insomma, da Washington si getta il sasso e si nasconde la mano, così che la denuncia dell’ingerenza appare essa stessa un’ingerenza.

Untori

In tema di interferenze elettorali le grandi potenze sembrano fare a gara nell’emularsi, tanto che, secondo uno studio della Carnegie Mellon University (Pittsburg, Stati uniti), dal 1946 al 2000 americani e russi «sono intervenuti in circa un’elezione su nove», ovunque nel pianeta. Anche in Italia. Ma qui a primeggiare sono gli americani: stando agli studiosi di Pittsburg, da noi si contano ben otto “ingerenze” di Washington e, per contro, “solo” quattro di Mosca.
Conti alla mano, in Italia tra il 1948 e il 1972 gli Stati uniti hanno occultamente finanziato partiti di destra, come il Movimento sociale italiano; di centro, come la Democrazia cristiana; e di sinistra “amica”, come il Partito socialdemocratico – non disdegnando “contributi” a singoli politici – per un ammontare di 75 milioni di dollari, quasi tutti versati alla Dc.
Sul fronte opposto, tra il 1950 e il 1981 il Cremlino ha sostenuto il Partito comunista italiano con 113 milioni di dollari, un quarto dell’intero Fondo di assistenza internazionale destinato dai sovietici ai partiti e alle organizzazioni operaie di sinistra. Nello stesso arco di tempo si calcola che circa 40 miliardi di lire siano stati versati al Partito socialista (20 milioni e mezzo di euro complessivi); 35,2 miliardi al Partito socialista di unità proletaria (18 milioni di euro); 9 miliardi e mezzo alla Cgil (4 milioni e mezzo di euro); 7,7 miliardi al partitino comunista di Vittorio Vidali nel Territorio libero di Trieste (4 milioni di euro) e, dopo lo “strappo” del 1981-1982, 6,34 miliardi alla fazione filosovietica di Armando Cossutta (3 milioni e duecento mila euro).
Il cordone ombelicale e finanziario tra l’Urss e il Pci verrà reciso solo nel 1981. Fino ad allora, a cadenza periodica, un corriere del Kgb ha recato a Roma una valigia con il deliberato in dollari: 6 milioni e 250 mila nel 1974; 4 milioni e 875 mila nel 1975; 5 milioni e 500 mila nel 1976; 4 milioni e 530 mila nel 1977; 3 milioni e 115 mila nel 1978; 4 milioni nel 1979 e 2 milioni nel 1980. Il 15 dicembre 1981 (due giorni dopo il colpo di Stato del generale Wojciech Jaruzelski in Polonia), in televisione Enrico Berlinguer afferma che considera esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre. È lo strappo finale, e il Cremlino chiude il rubinetto.
Negli anni a seguire i quattrini del Fondo assistenza li incasserà in qualche misura il solo Cossutta, destinandoli alle sue iniziative editoriali, come la rivista “Orizzonti” o come il quotidiano “Paese Sera”. La fazione di Cossutta otterrà anche qualche “fonte indiretta”, come il “pizzo” sulle transazioni commerciali tra alcune ditte italiane e straniere e l’Unione sovietica.

Con la Francia o con la Spagna…

Ma i più abili nel far cassa a quel tempo sono i socialisti, unti da Est e poi da Ovest. Come nel 1962 – vigilia di centro sinistra – quando a coprire il buco di bilancio del partito allora guidato dal premio Stalin Pietro Nenni provvede occultamente la Standard Oil of New Jersey meglio nota come Exxon, che in Italia è rappresentata dalla Esso del petroliere ed elemosiniere democristiano Vincenzo Cazzaniga. Ovviamente sono elargizioni “a buon rendere”, finalizzate a un ritorno misurabile in sanatorie fiscali e dilazioni nel pagamento delle tasse, tali da consentire a Exxon un risparmio netto calcolato nel 1962 in 89,4 milioni di dollari ogni quattro mesi! Come scrive Cazzaniga alla casa madre negli Stati uniti, il budget di 600mila dollari a sua disposizione per le “relazioni pubbliche” è il prezzo da pagare «se vogliamo fare affari in Italia».
Altri quattrini il Psi li ha nientemeno che dal Sifar, il Servizio segreto militare italiano: sono una decina di milioni in fondi neri che tra il 1962 e il 1964 il Servizio eroga all’“Avanti” diretto da Giovanni Pieraccini, uno dei suoi occasionali informatori.
Solo fondi russi o americani o dell’Arabia saudita a nutrire l’onnivoro apparato dirigente di partiti e partitini? Niente affatto, ma ripercorrere le tristi pagine della corruzione politica e del finanziamento indebito della politica richiede tanto spazio, troppo, e in questa sede ci limiteremo a una breve digressione locale, curiosa, poiché in una ridente città lombarda partiti formalmente avversari si erano consorziati nell’intascare tangenti. Il bottino era poi equamente spartito tra socialisti, comunisti e democristiani (e qualche briciola cadeva anche sui partiti minori).

Tangentopoli pavese

26 marzo 1992. A Pavia vengono arrestati il democristiano Giuseppe Girani e il comunista Giuseppe Inzaghi, membri del Cda dell’ospedale San Matteo; il primo detiene la delega al patrimonio, il secondo all’edilizia. Sono al vertice di una «cupola» che lucra sugli appalti al San Matteo, «una congrega di politici e amministratori – come scrive il 5 luglio 2010 il direttore della “Provincia pavese” Sergio Baraldi – che avevano trasformato reparti e lavori che servivano per ampliare l’ospedale, in un losco giro di tangenti». Baraldi rincara poi la dose: «Ci accorgiamo che una vera e propria associazione a delinquere, invece di fare politica al servizio dei cittadini, si preoccupava di dirigere i propri affari, di occupare le istituzioni per spremere denaro ed accrescere il suo potere». Associazione a delinquere? Il 4 giugno vengono incarcerati altri membri del Cda, tra cui il socialista Luigi Panigazzi: come spiegherà, «le bustarelle, erano un sistema, non si poteva fare diversamente…» Tutti condannati? No, tutti assolti.

Eventi estremi

14 settembre 2022

Quanti ancora nel 2022?
di Paolo Ferloni

Tra le notizie catastrofiche o inquietanti che più o meno spesso vengono diffuse da televisioni e radio, per poi circolare anche sulla grande stampa, si considerano particolarmente interessanti quelle che riguardano eventi estremi. La loro frequenza un tempo era bassa: essi suscitavano tra la gente allarmi e stupore. Ormai però, negli ultimi dieci anni, essi diventano piuttosto frequenti, se non del tutto abituali, in un pianeta sempre più interconnesso.
Non c’è dunque da meravigliarsi se le associazioni ambientaliste rivolgono attenzione a fenomeni climatici che in passato erano eccezionali ma ora ci sembrano più comuni, quasi non ci fanno più impressione. Ne presenta un quadro accurato un corposo rapporto di Legambiente (163 pagine), redatto dall’Osservatorio Città Clima, dal titolo Il clima è già cambiato che registra 1.118 eventi estremi accaduti in Italia dal 2010 al 2021.
Per limitare il quadro all’anno 2022, vi si sono osservati già 132 eventi estremi, con un rilevante incremento percentuale rispetto alla media degli anni esaminati nel rapporto. Quest’anno in particolare sarà ricordato per la straordinaria siccità e per le eccezionali diminuzioni delle portate dei fiumi in tutta l’Italia settentrionale, Lombardia compresa.
Ma va tenuto presente che in tutto il periodo esaminato nel Rapporto, ben più numerose nell’area metropolitana milanese sono state le esondazioni con relativi allagamenti, in particolare nei bacini del Seveso e del Lambro. Nulla ci permette di pensare che nei prossimi mesi tali fenomeni non possano riprodursi nella nostra regione. Anzi forse sarebbe opportuno chiedersi quante e quali misure di mitigazione e di adattamento sarebbero da immaginare e da predisporre da parte delle amministrazioni competenti.
Nei primi giorni (7-8) di Settembre precipitazioni straordinarie hanno interessato la Lombardia con una grandinata eccezionale su Como, fiumi di fango a Blevio e bolla d’acqua su Cernobbio, e una tromba d’acqua sul lago di Garda, con forti temporali e grandinate anche in altre zone. Notizie che non interessano quei negazionisti secondo cui i cambiamenti climatici non esisterebbero o non sarebbero rilevanti. La sola cosa interessante per certi lombardi sembra la “tassa piatta”.
E infatti nella vita pubblica e nelle vicende politiche, come la campagna elettorale ora in corso in vista delle prossime elezioni del 25 Settembre, tutti fanno largo uso della parola”territorio” e ne riempiono discorsi e programmi, ma quasi nessuno accenna a proporre come adattare e mitigare le condizioni dei nostri territori: prevedere ad esempio la necessità di non cementificare inutilmente il suolo, non pretendere di costruire in aree inondabili o umide, e rispettare i flussi naturali delle acque nei terreni. Quanti altri eventi estremi ci porterà il prossimo autunno?