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13 dicembre 1981. L’ordine regna a Varsavia

17 dicembre 2021

Cade in questi giorni il quarantesimo anniversario del colpo di Stato militare in Polonia.
di Giovanni Giovannetti

La notte tra sabato 12 e domenica 13 dicembre 1981 in Polonia scatta la repressione. Verso mezzanotte, i reparti speciali della milicja irrompono nella sede di Solidarność. in tutto il Paese sono arrestati gli oppositori del regime. A Gdańsk vengono incarcerati tutti i sindacalisti. Si vedono i carri armati percorrere le strade. Verso le 2 di notte, è tutto finito. alle 6 di mattina, per circa 20 minuti, il generale Jaruzelski parla alla radio: annuncia la costituzione di un consiglio militare di sicurezza nazionale e proclama la legge marziale. Il discorso del primo ministro viene ripetuto più volte durante la domenica: «cittadini e cittadine della Repubblica popolare polacca», scandisce con sguardo algido il generale plenipotenziario, «mi rivolgo a voi come soldato e come capo del governo polacco. Mi rivolgo a voi per motivi di gravissima importanza. la nostra patria è sull’orlo dell’abisso. Il patrimonio di generazioni, l’edificio polacco, risorto dalle ceneri della guerra, viene nuovamente distrutto. Le strutture dello Stato hanno cessato di funzionare. All’economia agonizzante vengono inferti nuovi colpi. Le condizioni di vita impongono alla gente un peso sempre più gravoso. Nelle fabbriche e in molte case polacche si alzano le barriere di dolorose divisioni. Il clima di conflitto ad oltranza, di incomprensione e di odio semina la devastazione psichica, uccide le tradizioni di tolleranza. gli scioperi, la conflittualità permanente, le azioni di protesta sono diventate la norma». Per Jaruzelski «non il governo bensì Solidarność ha disatteso gli accordi, e non giorni, ma ore separano la Polonia dalla catastrofe».

Tutti in casa

A mezzogiorno, annunciatori in divisa militare comunicano dagli schermi della televisione le disposizioni del consiglio militare di sicurezza: coprifuoco dalle ore 22 alle 6 del mattino; è vietata ogni riunione, raduno, dimostrazione, anche se a carattere sportivo o di spettacolo; sono autorizzate solo le funzioni religiose nelle chiese; è vietata la diffusione di qualsiasi pubblicazione, è permessa solo la stampa di partito e militare; ogni polacco dovrà sempre portare con sé documenti di identità; chi risiede in zona di confine deve chiedere il permesso di residenza permanente o temporaneo; chi intende lasciare il luogo di residenza per più di 48 ore deve richiedere uno speciale permesso; si è decisa la censura sulla corrispondenza e sulle conversazioni telefoniche; tutti i pacchi saranno controllati. Gli apparecchi ricetrasmittenti, le armi da fuoco, i fucili da caccia o per attività sportive devono essere consegnati alle autorità; si proibisce la navigazione sotto qualsiasi forma nelle acque del Baltico e in quelle interne. Per chi rifiuta di rispettare i nuovi regolamenti c’è la pena di morte.
Lech Wałęsa si è intanto rifiutato di collaborare: viene subito internato nella residenza governativa di Arłamów, presso Warszava, e vi rimarrà per quasi due anni. L’ex capo del Governo Edward Gierek e alcuni suoi ex collaboratori sono arrestati come responsabili della disastrosa situazione economica della Polonia.I pochi dirigenti sfuggiti all’arresto incitano dalla clandestinità gli operai polacchi allo sciopero generale.

Solidarietà?

Da ogni lato del pianeta si levano parole di condanna per per la legge marziale in Polonia e l’invito al ripristino delle libertà civili e sindacali. Ma tutto sommato, «per il poco che riuscivamo a capire, sembrò che i governi occidentali emettessero un sospiro di sollievo», scrive Jaruzelski nelle sue memorie. Del resto, come giustificare il comportamento americano? Pur conoscendo il piano nei suoi minimi dettagli, l’amministrazione Reagan nulla ha fatto per impedire il colpo di Stato. E come biasimare la condanna solo formale della socialdemocrazia che governa la Germania occidentale?, un Paese legato da forti interessi economici con l’Urss, specie in campo energetico, nonché molto esposto nel credito finanziario alla Polonia; è inutile sottolineare che l’eventuale bancarotta della Polonia avrebbe trascinato con sé un certo numero di importanti banche occidentali. E la Germania dell’ovest, pur indotta a cullare la prospettiva in una evoluzione riformistica della crisi, sa che la Polonia potrà essere solvente solo se interverrà economicamente l’unione sovietica.
In Italia, da subito il Partito comunista italiano manifesta la sua «netta condanna», poiché quanto è successo vanifica «i tentativi di risolvere politicamente la crisi della Polonia, con la partecipazione responsabile di tutta la società e attraverso un processo di effettiva democratizzazione» (dichiarazione del 13 dicembre 1981). Il 30 dicembre il Pci va molto oltre: «bisogna quindi prendere atto che anche questa fase dello sviluppo del socialismo che ebbe inizio con la Rivoluzione d’ottobre ha esaurito la sua forza propulsiva, così come si era esaurita la fase che vide la nascita e lo sviluppo dei partiti socialisti e dei movimenti sindacali raccolti intorno alla Seconda internazionale». E ancora, puntando la penna più a Est: «il Pci non sottovaluta il ruolo che l’Unione sovietica svolge a livello mondiale. Questo ruolo talora converge con gli interessi di quei Paesi e popoli che si battono contro l’imperialismo e i regimi reazionari, per la liberazione e l’indipendenza nazionale, talora entra in contrasto con questi stessi interessi, quando non li viola apertamente, com’è il caso dell’intervento militare nell’Afghanistan». È lo strappo finale dei comunisti italiani da Mosca, a ribadire l’urgenza per l’Europa di una “terza via” poiché «inaccettabile è ogni separazione tra socialismo e democrazia, tra forme di proprietà e di controllo sociale dei mezzi di produzione e forme di organizzazione democratica del potere politico».
Ma è così scontata l’ombra del leader sovietico Leonid Brežnev in cabina di regia? Si verrà a sapere che Jurij Andropov, suo successore nel 1983, nella sessione del politburo del 10 dicembre 1981 ebbe a dire che «se anche la Polonia finisse con l’essere governata da Solidarność che così sia», poiché «oggi si rischierebbero sanzioni politiche ed economiche da parte dell’occidente che renderebbero difficili le cose per noi».

Intervista a Jaruzelski

L’immagine di Wojciech Jaruzelski rimarrà per sempre quella televisiva del generale in divisa che, la mattina del 13 dicembre 1981, annuncia la proclamazione della legge marziale. Lo abbiamo incontrato a Roma nell’autunno del 1992, in occasione dell’uscita dell’edizione italiana delle sue memorie: «Lo stato di guerra fu inevitabile, era il male minore. Non fu colpo di Stato, perché io ero il primo ministro legalmente riconosciuto anche dalla comunità internazionale e la Costituzione mi consentiva di ricorrere all’intervento militare per fronteggiare una situazione che si faceva ogni giorno più grave. L’Unione sovietica ci aveva tagliato il 50 per cento delle forniture di gas e il 70 per cento del petrolio, e minacciava il blocco totale a partire dal gennaio 1982. Ci avrebbero affamati. Insomma, una vera catastrofe, aggravata dagli aumenti salariali e dal contemporaneo calo di 18 punti della produzione industriale. Da molto tempo si erano intensificate le manovre militari del Patto di Warszawa lungo i nostri confini. Oggi sappiamo che già un anno prima a Mosca c’era un articolato piano di invasione della Polonia, ipotesi per noi inaccettabile. Un rischio concreto, nonostante il contemporaneo impegno dell’Armata rossa in Afghanistan, nonostante la crisi economica e tecnologica, campo nel quale la Russia ormai da tempo era stata superata dagli Stati uniti. Allora decidemmo di fare da soli, per evitare una nuova Ungheria o una nuova Cecoslovacchia, a noi e a loro. Solidarność era un movimento che pervadeva tutto e che sul piano politico era di destra, addirittura reazionario; invece sul piano socioeconomico era populista, sinistroide, anticomunista. Di conseguenza, chiunque attaccasse il comunismo era un buon alleato; Solidarność era una coalizione come quella tra Stalin Churchill e Roosevelt, in cui ognuno trovava il suo posto, dall’antisemita Jurczyk al progressista Kuroń, in nome della lotta contro il Male. Ma esiste un effetto boomerang, perché sorge il dubbio che questo soggetto politico una volta al potere non si comporti come un “comunista”, ma molto peggio. Quanto a Wałęsa, era effettivamente un moderato, particolarità che apprezzo. Però era anche difficile da capire. Quando qualcuno dice “bianco” la mattina e “nero” la sera, è arduo comprendere a che cosa vuole arrivare.
Oggi penso che lo stato di guerra del dicembre 1981 abbia evitato una pericolosissima reazione a catena assai più traumatica, che avrebbe aggravato il conflitto tra i due blocchi. Venti anni dopo, il nostro mondo è radicalmente cambiato grazie alla spinta propulsiva di Solidarność, ormai esaurita, e grazie a chi ha saputo governare la transizione democratica degli anni Ottanta e Novanta».

«Il peso del sacrificio che il partito ti chiede»

9 dicembre 2021

Una lettera inedita di Aldo Moro a Enrico Mattei pochi giorni prima della tragedia di Bascapè
di Giovanni Giovannetti

lettera Moro

La morte violenta del presidente dell’Eni Enrico Mattei resiste tra i misteri insoluti della più recente storia italiana. Il 27 ottobre 1962 il bireattore che lo porta da Catania a Milano esplode nel cielo di Bascapè, poco distante dall’aeroporto di Linate, per una bomba innescata dall’apertura del carrello d’atterraggio: «Il cielo era rosso, bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutt’attorno», riferiranno alcuni contadini del posto.
Erano in molti a volerlo eliminare: la Cia, le principali compagnie petrolifere private, l’Oas francese, i Servizi inglesi, settori di Confindustria e ambienti politici italiani. Ma come ho scritto su queste pagine il 22 ottobre scorso, va sempre più profilandosi un’altra verità, che porta dritta dritta a Parigi, alla sede lo Sdece, il controspionaggio francese.

Caro amico ti scrivo

In questi giorni sto lavorando a un lungo saggio sul compianto presidente dell’Eni. Sto anche aiutando un amico videomaker, Salvatore Diodato, che su Mattei va invece imbastendo un documentario. E Salvatore aiuta me, socializzando i documenti che via via lui riprende all’Archivio storico dell’Eni di Castel Gandolfo: documenti come la relazione a Mattei del vogherese Giuseppe Ratti, il suo “ministro degli esteri” di ritorno da Mosca; alcune incantevoli lettere del sindaco di Firenze Giorgio La Pira; la lettera dell’Oas, l’Organisation de L’armée secrète che, nel luglio 1961, minaccia di morte Mattei e qualche altra preziosa missiva.
Ma ecco affiorare un documento inedito di grande rilevanza: una lettera che il segretario politico della Democrazia cristiana Aldo Moro scrive a Mattei il 19 settembre 1962. Ebbene, cinque settimane prima della tragedia di Bascapè, Moro chiede a Mattei, a nome del partito, di fare un passo indietro e lasciare la presidenza dell’Eni:

«Carissimo, ti dò il benvenuto a Bari che deve molto alla tua intelligente ed ardita iniziativa ed alla tua affettuosa comprensione. Di quel che hai fatto e farai con spirito amichevole desidero ancora ringraziarti con tutto il cuore. Ho ancora meditato sulle cose che ci siamo detti nel nostro ultimo incontro e, naturalmente, sul peso del sacrificio che il partito ti chiede. A mente fredda e sulla base delle più compiute informazioni da te fornitemi ho dovuto ancora concludere che è questa ancora la via migliore. Ogni decisione, ed anche questa, comporta certo uno svantaggio ed in esso, credimi, io metto in primissima linea il tuo disappunto, anzi il tuo evidente e comprensibile dispiacere. Lo noto personalmente e mi pesa molto. Ma, credi, nella situazione attuale non c’è di meglio da fare. La tua rinuncia contribuisce a consolidare una situazione assai fragile e spegne una polemica astiosa che ti avrebbe ancor più amareggiato, e con te le tue idee e le tue importanti iniziative. Sembra di perdere ed invece si garantisce e si consolida. Ho l’impressione che non si canterà vittoria. Aggiungi dunque anche questa alle tue benemerenze; alla tua silenziosa fedeltà; al tuo servizio prezioso nell’interesse del paese. Grazie, caro Mattei, con i più affettuosi sentimenti. Aldo Moro»

In area cattolica il presidente dell’Eni era inviso a tanti. Per l’ultra-liberista don Luigi Sturzo lo statalista Mattei rappresentava una sorta di cavallo di Troia del social-comunismo. Ma in quegli anni Cinquanta concorrono a difenderlo figure altrettanto carismatiche come De Gasperi, Fanfani, Boldrini, La Pira, Bo, Dossetti, Gronchi e Vanoni, solo per citarne alcuni.
E tra i nemici di carta di Mattei, va almeno ricordato il duro attacco personale e politico che un campione della borghesia e tutor del capitalismo lombardo, il “liberista” Indro Montanelli, rivolge a Mattei in cinque articoli sul “Corriere della Sera” usciti tra il 13 e il 17 luglio 1962, accusandolo delle peggio malefatte. Mattei replicherà il 27 dello stesso mese, sempre sul “Corriere”, elencando le «numerose inesattezze e deformazioni della realtà» scritte da Montanelli sul prezzo del metano, sul petrolio sovietico, sugli accordi con Iran ed Egitto, sui punti di attrito con le “Sette sorelle” e sul reale indebitamento dell’Eni (circa la metà di quanto indicato), consigliando infine all’«articolista» di scegliere con più cura le sue «fonti e i suoi eventuali consiglieri».
L’«ingegnere» stava anche particolarmente antipatico a una figura di rilievo del partigianesimo bianco come padre Innocenzo Maria Casati, che in una «lettera riservata» ai «democristiani cattolici» aveva chiesto la sua destituzione dall’Eni (nell’occasione – lo segnala lo studioso Paolo Gheda – Mattei verrà difeso dall’arcivescovo ambrosiano Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI).

La svolta

In Italia si era alla vigilia di importanti cambiamenti politici e di inedite aperture a sinistra, favorite da uno scenario internazionale che nel gennaio 1961 vede l’elezione di John Fitzgerald Kennedy alla presidenza degli Stati uniti. Prestando orecchio alle (presunte) determinazioni aperturiste del nuovo inquilino della Casa bianca, al congresso democristiano di Napoli del gennaio 1962 Aldo Moro aveva ottenuto il mandato per negoziare l’accordo di governo con il Partito socialista. Da quel momento non è solo l’Oas/Sdece (o settori della Cia, di concerto con la Mafia) a volere lo scalpo di Mattei; anche per i vertici del suo partito l’intraprendenza del presidente dell’Eni rappresenta una minaccia da contenere, con le buone o con le cattive. Questo segnale, chi lo sa se solo politico, è colto per tempo da Moro che, vista la situazione, lo esorta inascoltato a dimettersi.
Disponendosi allo scontro (il suo mandato triennale era in scadenza), Enrico Mattei ha intanto nascosto a Matelica, in casa del fratello Italo, alcuni dossier “scottanti”. Ma a quella data i suoi sicari sono già posizionati e pronti all’azione, chi a Catania chi a Roma.

L’agente francese

4 dicembre 2021

di Giovanni Giovannetti

La strana storia che accomuna due libri usciti nel 1968 e nel 1970 (un saggio e un quasi romanzo) a ciò che sulla morte di Enrico Mattei un magistrato benemerito ha potuto accertare solo trent’anni dopo.

La morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei il 27 ottobre 1962 (il bireattore sul quale viaggiava tra Catania e Milano esplode in volo sopra Bascapè) resiste tra i misteri insoluti della recente storia italiana. Erano in molti a volerlo morto: la Cia, le principali compagnie petrolifere private, l’Oas francese, i Servizi inglesi, settori di Confindustria e ambienti politici italiani. Ma va sempre più profilandosi un’altra verità, quella storia a cui fa cenno Paolo Morando nel denso capitolo finale del suo libro su Eugenio Cefis (Laterza, 2021) e di nuovo oggi, in un ampio articolo che trovate sul settimanale “l’Essenziale”.
Veniamo ai fatti. Secondo l’assai informato Philippe Thiraud de Vosjoli (è stato l’uomo di collegamento tra i Servizi francesi e la Cia, colui che avverte gli americani dei missili sovietici a Cuba e i francesi delle infiltrazioni sovietiche ai più alti livelli della Repubblica), a sabotare l’aereo di Mattei all’aeroporto di Catania sarebbe stato «Laurent», un appartenente al “Comitato”, un segmento “coperto” dello Sdece (il controspionaggio francese) vocato all’eliminazione fisica degli avversari. Questo defilato segmento è retto da una commissione al cui vertice, scrive lo spione francese in Le Comitè – un libro del 1975, mai uscito in Italia – sederebbe nientemeno che il primo ministro francese (e futuro presidente della Repubblica) Georges Pompidou.

Nome di battaglia “Laurent”

La mattina del 27 ottobre, “Laurent” sarebbe salito sull’aereo di Mattei senza essere notato, riuscendo a manipolare l’altimetro oppure collegando la bomba all’anemometro (quest’ultima è una tecnica di sabotaggio molto diffusa; la si trova anche nei manuali Oss dell’ultima guerra). (more…)

Alluvioni

22 novembre 2021

Aree inondabili in Italia: uno studio per prevenire le alluvioni
di Paolo Ferloni

È stato presentato dal Ministero per la Transizione Ecologica il 17 Novembre scorso a Roma alla stampa e agli operatori ambientali il Rapporto sulle condizioni di pericolosità da alluvione in Italia e indicatori di rischio associati predisposto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (I.S.P.R.A). Ricco di tabelle e grafici, il testo mira a dare un quadro generale delle conoscenze sulle condizioni di pericolosità e di rischio di alluvioni nel Paese, nel contesto più ampio del dissesto idrogeologico, entro il quale i fenomeni più appariscenti sono proprio le alluvioni.
Esse non soltanto hanno impatti particolarmente gravi sul territorio, ma minacciano di diventare sempre più frequenti a seguito dei cambiamenti climatici e degli eventi catastrofici che questi inducono sul pianeta. I climatologi ormai avvertono che se si studia l’ andamento delle piogge si assiste, anche in varie regioni italiane, a mesi, se non stagioni intere, di siccità, a cui fanno seguito improvvisi temporali massici che lasciano cadere in poche ore, o giorni, quantità di acqua pari a quelle che in passato scendevano in un anno intero, come è accaduto da ultimo anche in Sicilia.
Partendo dalla normativa di riferimento, e in particolare da come il dissesto idrogeologico venne già definito nel Decreto Legislativo n. 152 del 2006, il Rapporto sottolinea la necessità di applicare in Italia a tutti i livelli, sia nazionale sia regionale sia locale, la Direttiva Alluvioni 2007/60/CE in un dettagliato quadro conoscitivo che da un lato sia unitario e aggiornato, e d’altra parte tenga conto delle tormentate vicende storiche delle alluvioni in molte regioni del Paese.
Come suggerisce l’introduzione, ‟L’approccio che la Direttiva europea 2007/60/CE indica per la mitigazione del rischio di alluvioni per la salute umana, l’ambiente, il patrimonio culturale e le attività economiche è quello di una gestione coordinata, articolata e integrata basata sulla conoscenza”. Dal punto di vista di metodo appare chiaro quindi che un Comune, una Provincia e una Regione, se vorranno attuare le linee suggerite dalla Direttiva, non potranno più procedere approvando Piani regolatori o grandi progetti di nuovi impianti o logistiche in modo non coordinato, senza ‟valutare le condizioni di pericolosità e di rischio del territorio, sulla base di quanto accaduto nel passato a causa di eventi alluvionali e di quanto potrebbe accadere negli scenari futuri, anche in prospettiva delle mutate condizioni imposte dai cambiamenti climatici”.
Appare ovvio che l’attuazione pratica della Direttiva richieda il coordinamento delle attività di tutti i soggetti coinvolti a livello locale, distrettuale, regionale e nazionale.
Nella provincia e nella città di Pavia, come è noto, la relazione, o meglio la convivenza, tra la popolazione ed i corsi d’acqua è storicamente sempre stata segnata dal rilevante valore economico, militare, paesaggistico di fiumi e canali, ma insieme gravata e funestata da allagamenti, inondazioni, alluvioni.
Dunque sarebbe molto interessante approfondire qui, tra il Pavese, la Lomellina e l’ Oltrepò, gli aspetti locali toccati nel Rapporto e nella Direttiva citata, per prospettarsi e configurare prevenzioni e sviluppi in cui non ci si trovi impreparati davanti alle conseguenze, in parte imprevedibili, dei cambiamenti climatici sui quali giustamente il Rapporto non manca di attirare l’attenzione di amministratori, operatori e cittadini.

 

Pasolini e Mattei

10 novembre 2021

di Giovanni Giovannetti

Alla biasimevole eliminazione da Petrolio dei tre discorsi di Eugenio Cefis (che Pasolini stesso scrive di voler inserire tra la prima e la seconda parte del libro), dall’edizione 1992 dell’incompiuto romanzo i curatori avevano deliberatamente aggiunto e cioè sottratto, eliminato, anche un’altra pagina: quella in cui il protagonista – l’ingegnere petrolchimico Carlo Valletti – affianca Cefis nell’uccisione di Enrico Mattei. Lo rivela Walter Siti, a pochi mesi dall’uscita di una nuova edizione, aggiornata, del tormentato lavoro di Pasolini.

In Petrolio Pasolini vede in Eugenio Cefis un “eroe” diabolico, «come gli eroi di Balzac e Dostoevskij: conoscono cioè la grandezza sia dell’integrazione che del delitto». In esso si fanno anche ampi cenni all’uccisione di Mattei, e Pasolini ne indica il possibile mandante in Troya, ovvero Cefis. Ma è finzione romanzesca.
In quegli anni, quando la narrazione ufficiale sulla caduta dell’aereo di Mattei parla ancora di un incidente provocato dal pilota, Pasolini afferma che il presidente dell’Eni era stato ucciso per far posto «fisicamente» a Cefis e a Fanfani (referente politico di Cefis), come scrive sopra a un diagramma riprodotto alla pagina 117 di Petrolio. Dunque un intrigo per buona parte interno all’Italia e ai suoi blocchi di potere, le cui fila erano forse tenute in mano da Cefis.
Anzi, stando a quanto Pasolini “scrive” in Petrolio, l’ingegner Carlo Valletti aiuta Cefis a uccidere Mattei , ma si tratta di una pagina inopinatamente eliminata dall’edizione Einaudi 1992. E qui Pasolini sembra sovrapporre Carlo Valletti Tetis (la sua scissione diabolica) al veneto Graziano Verzotto, ovvero all’alto funzionario Eni e segretario regionale della Democrazia cristiana che, nell’ottobre 1962, aveva indotto Mattei a tornare in Sicilia (e questa non è finzione romanzesca).
In quegli anni Pasolini ha un buen retiro proprio a Catania, in via Firenze, un defilato rifugio semi-segreto, senza il telefono, lontano dai clamori romani. Al calar della sera per lui inizia una seconda vita tra i marchettari di destra, al più appartenenti alle squadre del servizio d’ordine del Msi. Da questi ambienti può aver saputo qualcosa «di enorme valore pubblico» come, ad esempio, la verità sulla morte di Mattei. Non pare quindi azzardato riconoscere proprio Verzotto nella filigrana delle pagine siracusane dell’incompiuto romanzo, là dove Carlo Valletti donna, e cioè Tetis, è latrice di importanti segreti per una persona. Va dunque a trovarla, ma questa persona, una scrittrice, «non è in casa; però – scrive Pasolini – non è neanche in città; è fuori: in una regione lontana: a Siracusa». Lo dice a Tetis una donna dal forte accento veneto. Tetis parte allora per la Sicilia, raggiungendo Siracusa all’alba, ma alla fine non potrà dire le cose importanti a colei che aveva scelto per confidente e «cioè come depositaria di un segreto che non poteva che essere di enorme valore pubblico, una volta rivelato»: un segreto pericoloso, «che potremmo ben dire storico», scrive Pasolini. per l’appunto la morte di Mattei.
A queste pagine fa seguito l’Appunto 3e Seconda parte della prefazione posticipata: le spade vendute: un altro capitolo mai scritto, poiché in Petrolio appare solo il titolo seguìto da una pagina bianca.

La guerra “santa” del partigiano Mattei

29 ottobre 2021

di Giovanni Giovannetti

sfilata liberazione

Il partigiano Enrico Mattei (nome di battaglia Monti oppure Este o Marconi, come la nonna Ester Marconi) era un industriale di un certo nome. Subito dopo l’8 settembre 1943 (è la data in cui viene reso noto l’armistizio con gli anglo-americani; ne consegue l’occupazione tedesca dell’Italia), Mattei sale in montagna a Roti Valdiola presso Matelica nelle Marche; si dice per evitare di intrattenere rapporti commerciali con i tedeschi. Poi eccolo sui monti dell’Oltrepo pavese, dalle parti di Sant’Eusebio, poco distante dalla via Emilia, in una vecchia riserva di caccia. Milano è a due passi, e questo cattolico malizioso e dinamico, dotato di sorprendenti capacità organizzative e senso pratico, su indicazione di Enrico Falk, di Mario Ferrari Aggradi e del vicesegretario della neonata Democrazia cristiana Orio Giacchi, nel maggio 1944 viene messo a capo dei partigiani Dc – non più di duemila ex ufficiali monarchici, chi fedele al Re e chi alla istituzione monarchica – in seno al Comando generale del Corpo volontari della libertà (Cvl), accanto a figure militarmente e politicamente preparate come il comunista Luigi Longo, l’azionista Ferruccio Parri o il badogliano generale Raffaele Cadorna.

Cattolici e democristiani

La guerra sta finendo e a Milano, al Comando generale del Cvl Mattei va riposizionandosi: pur di accreditarsi sul piano militare, nell’inverno 1944-1945 il rappresentante dei non numerosi democristiani militarmente attivi non esita a dichiararsi referente politico anche delle formazioni apartitiche ma di orientamento cattolico operanti in Val d’Ossola e in Friuli, annettendole allo scudo crociato.
Mattei trova il modo di gloriarsene al primo congresso nazionale che la Democrazia cristiana tiene a Roma dal 24 al 28 aprile del 1946: in quella sede parla di 65mila partigiani combattenti raggruppati in 181 brigate; di 1.976 caduti; di 2.439 feriti; di 33 prigionieri, concludendo che «ogni nostra formazione fu un miracolo di equilibrio e di moderazione, pur nella arroventata atmosfera del combattimento, pure a contatto con quell’acre propaganda di odio e di crudeltà con cui il governo repubblicano tentava di avvelenare gli spiriti della gioventù italiana. Questi nostri partigiani, che, grazie alle loro convinzioni religiose e alla mitezza dei loro costumi, stabilirono dovunque furono presenti un ordine civile cristiano, ci dicono con il muto ma eloquente linguaggio delle loro gesta che non bisogna disperare, che sono ancora per noi disponibili nel fondo della nostra natura e della stirpe italica inesauribili valori divini e umani, affidandoci ai quali ogni rinascita sarà possibile».
E torna in argomento il 18 novembre 1951, deponendo al processo lucchese per i fatti di Porzûs in Friuli (diciassette partigiani nazionalisti ammazzati in Friuli da altri partigiani “rossi” fra il 7 e il 18 febbraio 1945): «Io ero a capo delle formazioni democristiane che raggruppavano non solo le Brigate del popolo, che erano tre divisioni, ma anche il Raggruppamento Di Dio, che era forte di nove divisioni e faceva capo alle Fiamme verdi che io rappresentavo, e le Brigate Julia nonché altre formazioni che erano nel Veneto: il tutto per un complesso di circa 30.000 uomini». E già si passa dai 65mila del congresso democristiano a «circa 30.000 uomini» di Lucca.

Nel nome Di Dio

Il mito populista di Enrico Mattei nasce quindi da un bluff poiché, a dire le cose come stanno, il 17 marzo 1945 il Raggruppamento Di Dio e la divisione Tito Speri delle Fiamme verdi, al comando del generale Luigi Masini Fiore, sottoscrivono una intesa operativa a partire dal «carattere prettamente militare delle loro formazioni» e manifestando la «sfiducia sull’efficienza degli attuali organi preposti dal C.D.L.N. a compiti militari» (ovvero in Enrico Mattei fra gli altri) e «la mancanza di una effettiva unità tra le formazioni del C.V.L. per una efficiente campagna di liberazione». Il documento prosegue denunciando varie inadempienze, come l’«insufficiente assegnazione di fondi presumibilmente in conseguenza di una sproporzione valutativa a favore delle formazioni a tendenza politica».
Questo accordo è indirizzato “per conoscenza” anche al ministero della Guerra: se ne ricava che i firmatari ritengono di doversi relazionare direttamente con il Comando militare del Governo del Sud e con i Servizi alleati, bypassando il Cln.
Vanagloria o meno di Mattei e di altri democristiani («sono formazioni formalmente apolitiche ma sostanzialmente nostre», scrive da Lugano Edoardo Clerici ad Alcide De Gasperi il 18 marzo 1945), che vi fosse stato accordo o raccordo politico tra il Raggruppamento delle divisioni Di Dio operante tra la Lombardia e il Piemonte e la neonata Democrazia cristiana è nei fatti: dopo una trattativa condotta in Svizzera, l’accordo viene sottoscritto a Roma da Aminta Migliari Giorgio, dal segretario Dc Alcide De Gasperi e dal delegato Dc presso la giunta militare del Cln romano, il braccio destro di don Luigi Sturzo Giuseppe Spataro il – attenzione alla data – 24 aprile 1945.
Ed è proprio come la dipinge Mattei, sì, ma a guerra ormai finita. Si legge infatti che «il partito Democristiano si impegna di rappresentare il Raggruppamento Di Dio in seno al Cln» nonché a premere sul ministero della Guerra affinché nel dopoguerra la Di Dio diventi «una unità dell’Esercito regolare italiano».
Nel 1947, il futuro presidente dell’Eni darà vita alla Federazione volontari della libertà (Fvl), l’associazione dei partigiani cattolici che si contrappone all’Anpi e ai partiti di sinistra. Sfruttando la propria nomea di alfiere della partigianeria cattolica e anticomunista, alle elezioni del 18 aprile 1948 l’ex partigiano Marconi entra in Parlamento, sia pure per il rotto della cuffia: con 13.483 voti è infatti il penultimo dei 18 deputati democristiani eletti nel collegio Milano-Pavia. E come si legge nelle Memorie di Paolo Emilio Taviani, Mattei era anche un reclutatore per Gladio. A lui si era rivolto proprio Taviani per cooptare nella struttura clandestina anticomunista di Stay behind alcuni tra i più fidati ex partigiani “bianchi”.

Nella foto: iI Comando generale del Corpo volontari della libertà apre la sfilata del 6 maggio 1945 a Milano. Da sinistra, Mario Argenton, Ferruccio Parri, Raffaele Cadorna, Luigi Longo, Enrico Mattei e Fermo Solari. In seconda fila si riconoscono Aldo Lampredi (a sinistra, con l’impermeabile bianco), Giovanni Battista Stucchi e Walter Audisio (ultimo a destra, dietro a Mattei).

La morte di Mattei e la pista francese

25 ottobre 2021

di Giovanni Giovannetti

mattei aereo eni

Il 27 ottobre 1962, all’aeroporto Fontanarossa di Catania, un qualcuno rimasto ignoto colloca circa un etto di esplosivo Compound B (come nelle “bombe appiccicose” del film Salvate il soldato Ryan di Spielberg) sotto il Morane-Saulnier 760/B del presidente dell’Eni Enrico Mattei, che esplode nel cielo sopra Bascapè, campagna lombarda, alla fuoriuscita del carrello d’atterraggio.
Il sabotaggio all’aereo di Mattei è oggi un fatto acclarato. Lo certificano le perizie disposte dal magistrato pavese Vincenzo Calia, che tra il 1994 e il 2003 ha condotto l’ultima indagine su questa tragedia senza però riuscire a dare un nome ai mandanti e agli esecutori materiali. A conclusione della sua lunga indagine, pur non escludendo altre possibili trame, Calia sembra propendere per un complotto interno all’Eni. Ma nei quarant’anni che la precedono, prevale la vulgata dell’incidente, ascrivibile al maltempo o a una incauta manovra del pilota.

La pista francese

Erano in molti ad avere Mattei in antipatia, sia in Europa che negli Stati uniti: dalle compagnie appartenenti al cartello delle “sette sorelle” a chi, anche in Italia, mal tollerava quel suo intrepido panarabismo. (more…)

Il beato Popiełuszko, testimone della speranza

15 ottobre 2021

di Giovanni Giovannetti

Cade in questi giorni l’anniversario della triste morte del sacerdote e attivista polacco Jerzy Popiełuszko, il gracile e cardiopatico cappellano dell’acciaieria Huta Warszawa. Il sacerdote viene rapito il 19 ottobre 1984 a Toruń da tre ufficiali del quarto dipartimento della polizia segreta (il capitano Grzegorz Piotrowski e i tenenti Leszek Pękala e Waldemar Chmielewski) che lo pestano, lo “incaprettano” e lo gettano forse ancora vivo nelle acque della Vistola. Il 30 ottobre il suo cadavere viene ritrovato presso Włocławek: ha la mandibola fratturata e il cranio sfondato. Una morte orribile, che a noi ricorda quella di Pier Paolo Pasolini: come Pasolini, Popiełuszko attacca il potere; come Pasolini, prima lo avvertono e poi l’ammazzano.


Le porte della coscienza

Convinto anticomunista (nella Polonia sotto assedio del generale Jaruzelski è difficile non esserlo), nelle sue omelie Popiełuszko incita apertamente i fedeli a contestare il regime: «Poiché ci è stata tolta la libertà di parola, ascoltiamo la voce del nostro cuore e della nostra coscienza a vivere nella verità dei figli di Dio, non nella menzogna imposta dal regime». (more…)

Un’altra condanna per l’Italia

12 ottobre 2021

per acque non depurate e mancanza di fognature
di Paolo Ferloni

È trascorso meno di un anno da quando la Corte di Giustizia europea ha condannato l’Italia perché in larghe zone venivano superati in continuazione per molti anni i valori limite fissati per le particelle PM10 dalla direttiva «qualità dell’aria», in tranquilla ignoranza e in pieno menefreghismo della Direttiva 2008/50/CE, in particolare nelle regioni del Nord di lavoratori e di benestanti, che poi sono state anche le zone più colpite dalla pandemia del Corona virus nel 2020.
Occorre accorgersi ora di un’altra sentenza, emessa dalla Sezione sesta della medesima Corte di Giustizia il 6 Ottobre 2021 (il testo completo in https://www.eius.it/giurisprudenza/2021/529) che condanna l’Italia per inadempienze nel settore della depurazione delle acque reflue a seguito di una causa avviata da tempo, dal 2014.
Ritenendo insufficienti i chiarimenti forniti in proposito dall’Italia nel corso della fase preliminare del procedimento, la Commissione europea il 15 Luglio 2019 ha proposto dinanzi alla Corte di Giustizia Europea del Lussemburgo il ricorso per inadempienza (causa C-668/19).
In questo caso la Commissione ha rilevato lacune e violazioni di una normativa ben più antica stabilita dalla CEE, la n. 271 del lontano 1991, che dava agli Stati membri una scadenza ragionevole per adeguarsi, cioè fino al 2005. Se si vanno a cercare fognature efficienti e depuratori dopo ormai trent’anni centinaia di cittadine, città e siti italiani ne sono ancora sprovvisti: ad esempio Trieste, Alassio, Venezia, Matera. Catanzaro, Pisa, Pistoia, per citare soltanto alcunì luoghi famosi che (s)figurano nei lunghi elenchi della sentenza.
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Replica a Paolo Morando

3 settembre 2021

di Giovanni Giovannetti

Di ritorno a Pavia, ripropongo questa mia replica all’amico Paolo Morando, uscita esattamente un mese fa sul quotidiano “Domani”.

Cosa è stato Eugenio Cefis nella sua vita terrena? un prefiguratore, come lo ha dipinto su questo giornale Paolo Morando il 14 luglio scorso? oppure un uomo pericoloso per la democrazia e per il Paese?
Nell’incompiuto romanzo Petrolio Pasolini vede in lui un “eroe” diabolico, «come gli eroi di Balzac e Dostoevskij: conoscono cioè la grandezza sia dell’integrazione che del delitto». Petrolio contiene anche ampi cenni all’uccisione di Enrico Mattei, il predecessore di Cefis al vertice dell’Eni, e Pasolini ne indica il possibile mandante in Troya, ovvero Cefis. Ma è finzione romanzesca?
In quegli anni quando ancora la verità ufficiale sulla caduta dell’aereo con a bordo Mattei parla di incidente tecnico, Pasolini afferma in Petrolio che il presidente dell’Eni era stato ucciso per far posto «fisicamente» a Cefis e a Fanfani, come scrive sopra a un diagramma riprodotto alla pagina 117 del romanzo. Dunque un intrigo per buona parte interno all’Italia e ai suoi blocchi di potere.
Eugenio Cefis e Amintore Fanfani coinvolti nell’eliminazione di Mattei? L’aveva già ipotizzato il giornalista Mauro De Mauro nel 1970 e dopo di lui i magistrati che hanno indagato sulle morti di Mattei e dello stesso De Mauro. E questa non è finzione romanzesca. Il 16 settembre 1970 il giornalista viene ucciso, e il motivo sta in quello che potrebbe aver scoperto sulla morte di Mattei.

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Montanelli

22 luglio 2021

di Giovanni Giovannetti

montanelli

Oggi ricorre il ventesimo anniversario dalla morte di Indro Montanelli, e poco fa il Tg2 lo ha ricordato intervistando i direttori del “Giornale” Augusto Minzolini e del “Corriere della Sera” Luciano Fontana, e cioè le principali testate presso cui ha operato il giornalista di Fucecchio (per la verità, Montanelli ha parecchio scritto anche sul fascista “Borghese”, ma sotto pseudonimo, così da aggirare il rapporto di esclusiva con il “Corriere”).

Se da Minzolini apprendiamo che di quelli come Montanelli si è perso lo stampo (e Travaglio?), Fontana lo ricorda a partire da una fotografia, la stessa che campeggia proprio all’ingresso del suo ufficio. Ebbene, dalle immagini a corredo del servizio scopro che si tratta di una mia foto, questa, in cui lo si vede gesticolare nei corridoi dell’Ateneo pavese la sera in cui gli venne conferita la medaglia Teresiana.

Sono giorni, questi, in cui lavoro a una lunga postfazione de L’uragano Cefis, un introvabile libro sulle imprese del campione di un certo capitalismo italiano (l’unica copia conosciuta era finita in mano a Marcello Dell’Utri, e dunque trovo corretto che presto torni, anzi vada, in libreria). E qui fa capolino lo svettante nanismo del “liberista” Montanelli.

Questo amico di Eugenio Cefis e del capitalismo lombardo vedeva infatti come il fumo negli occhi le politiche stataliste del presidente dell’Eni Enrico Mattei, di cui Cefis era l’alter ego, tanto da attaccarlo duramente e personalmente in cinque articoli sul “Corriere della Sera” usciti tra il 13 e il 17 luglio 1962. Mattei replicherà il 27 dello stesso mese, sempre sul “Corriere”, elencando le «numerose inesattezze e deformazioni della realtà» scritte da Montanelli sul prezzo del metano, sul petrolio sovietico, sugli accordi con Iran ed Egitto, sui punti di attrito con le “Sette sorelle” e sul reale indebitamento dell’Eni (circa la metà di quanto indicato), consigliando infine all’«articolista» di scegliere con più cura le sue «fonti e i suoi eventuali consiglieri».

Insomma, sarà anche stato un grande giornalista, ma di economia ne capiva meno di una capra. In compenso, nessuno meglio di lui ha saputo fare dell’ottimo “lavoro sporco” conto terzi prima e dopo la morte di Mattei, ucciso nei cieli di Bascapè il 27 ottobre 1962.

A distanza di tempo, con la sua pelosa eleganza, Cefis saprà manifestare gratitudine: il “Giornale” di Montanelli nasce infatti nel 1974 grazie a un contributo pubblicitario di 12 miliardi di lire in tre comode rate scuciti dalla Spi (gruppo Montedison, e cioè Cefis).

Mattei e Borsellino

20 luglio 2021

di Giovanni Giovannetti

attentato

27 ottobre 1962. All’aeroporto di Catania, due “tecnici” e un “carabiniere” collocano circa un etto di esplosivo Compound B (come nelle “bombe appiccicose” del film Salvate il soldato Ryan di Spielberg) sotto il Morane Saulnier 760/B del presidente dell’Eni Enrico Mattei, che deflagra nel cielo di Bascapè alla fuoriuscita del carrello d’atterraggio.
La sera stessa della tragedia una tiepida manina provvede ad alleggerire il contenuto della cassaforte di Mattei presso la sede Snam di San Donato Milanese.
A Bascapè, campagna pavese, in quelle ore accorrono in tanti (dal factotum di Eugenio Cefis Massimiliano Gritti all’investigatore privato Tom Ponzi). Accorre anche un nutrito drappello di uomini dell’Ufficio Affari riservati (Uaar), il Servizio segreto civile (in una fotografia di quel giorno, il funzionario di Polizia Giuseppe Romeo riconosce il futuro capo degli Affari riservati Elvio Catenacci). Sono alla sfacciata ricerca della borsa di Mattei, così sfacciata da provocare l’indignata reazione del professor Michele Salvini, che di Mattei invece cerca i resti: «si scavava soprattutto nella buca principale», dirà al magistrato pavese Vincenzo Calia il 2 febbraio 1995, ma il professore deve rilevare «con disappunto che chi scavava era alla ricerca soprattutto di una valigetta».
A noi che siamo di un’altra generazione, quel lontano episodio ricorda qualcosa di più recente. Sì, a noi ricorda il pomeriggio del 19 luglio 1992 a Palermo là dove, con una carica di esplosivo, la Mafia ammazza conto terzi Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Sul luogo dell’agguato in via D’Amelio prima ancora della Polizia arrivano i colleghi del Sisde (erede dell’Uaar) che si disinteressano dei morti e vanno in cerca della sua borsa con l’“agenda rossa”, quella su cui il magistrato siciliano aveva appuntato ciò che ormai gli era chiaro sui rapporti tra Mafia e Stato (nella foto, il capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli si allontana da via D’Amelio con la borsa di Borsellino). Secondo Salvatore Baiardo (vicino ai fratelli Gaviano) l’agenda rossa è ora in più mani, e una copia farebbe da “salvacondotto” al latitante numero uno della Mafia, l’inafferrabile Matteo Messina Denaro. E stando all’ex boss di Caltanissetta Luigi Ilardo (morto ammazzato il 10 maggio 1996), la mano dei Servizi traspare anche negli omicidi del parlamentare comunista Pio La Torre, dell’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco e dell’ex presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Stando a questa lettura, queste morti, come la morte di Mattei, sarebbero morti di Stato.

Repubblica batte Monarchia 4 a 3

12 luglio 2021

1968. Chi ricorda quella sera di un’estate italiana di 53 anni fa quando, a Napoli, in quell’altro Europeo vittorioso, la nazionale italiana al suo debutto batté l’Unione sovietica non ai supplementari, non ai rigori, ma dentro a una stanza chiusa dello spogliatoio del “San Paolo”, presenti solo l’arbitro e i due capitani, facendo a testa e croce. Giacinto Facchetti disse testa, quell’altro croce. vinse Facchetti (qui nella foto a pugno chiuso assieme a Mazzola, Bercellino e Valcareggi), ma corre voce che la monetina sia stata tirata due volte. Tiè, dasvidania tovarish, tornatevene a Mosca sporchi comunisti. Avevo 12 anni e il mio Sessantotto era il poster di quel trionfo chi lo sa se di cartapesta appeso in cameretta. Chi s’accontenta, gode. (G.G.)

campioni

Ustica, 27 giugno 1980

26 giugno 2021

di Giovanni Giovannetti

Davvero lo Stato repubblicano «veglia al mantenimento dell’ordine pubblico, alla sicurezza dei cittadini, alla loro incolumità», come recita il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza? Anni di doppia osservanza, di stragismo e di altre operazioni inconfessabili sembrano semmai affermare il contrario. Basti l’esempio del DC9 Itavia che, in volo da Bologna a Palermo, il 27 giugno 1980 viene abbattuto con modalità terroristiche, tra Ponza e Ustica, da aerei militari appartenenti a nazioni nostre alleate: delle 81 persone a bordo (77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio) nessuno sopravvive. Parliamone. (more…)