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Chi ha ucciso Mattei e Pasolini?

29 settembre 2022

Un libro promette rivelazioni
di Giovanni Giovannetti

Per il sessantesimo anniversario della morte di Enrico Mattei (e nel centenario della nascita di Pasolini) Feltrinelli sta per mandare in libreria L’Italia nel petrolio. Mattei, Cefis, Pasolini e il sogno infranto dell’indipendenza energetica. Ne sono autori Giuseppe Oddo e Riccardo Antoniani, un giornalista e un letterato. Oddo lo conosciamo per aver pubblicato, con Andrea Greco, Lo stato parallelo, un importante libro sull’Ente nazionale idrocarburi; di Riccardo Antoniani si conoscono solo lavori accademici (e qualche articolo), ma va pur detto che si tratta di un profondo conoscitore dell’opera di Pasolini, uno dei pochi ad averla messa in risonanza con i motivi che possono aver contribuito a mandarlo a morte. Ahinoi, Antoniani questi temi fino ad ora li ha affrontati a parole, al più lanciando sassi, salvo poi nascondere mani. Ora finalmente ci dona qualcosa di scritto, acquistabile in libreria, e c’è da sperare che L’Italia nel petrolio contenga il molto che sa.
Incrociamo le dita, poiché su questo libro le notizie reperibili in rete al momento sono poche e poco stimolanti. Dal sito di Amazon: «Esplose in volo il jet che la sera del 27 ottobre 1962 doveva atterrare all’aeroporto di Linate. Su quell’aereo viaggiava Enrico Mattei, fondatore e presidente dell’Eni, e – come dichiarò Fanfani molti anni dopo – l’“abbattimento” del piccolo velivolo segnò l’inizio del terrorismo in Italia. Sovente adombrata dall’agiografia su Mattei, la storia di Eugenio Cefis si lega a doppio filo alle vicissitudini industriali e politiche dell’Italia repubblicana. Cefis e Mattei diventano personaggi di Petrolio, il romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini, a partire dal settembre 1974, quando lo scrittore ricevette da Elvio Fachinelli alcuni materiali sull’allora presidente della Montedison. Cosa lega il fondatore dell’Eni all’intellettuale corsaro? Come si incrociano le loro storie con le vicende di Eugenio Cefis? Mattei e Cefis militano nella Resistenza e consolidano il loro rapporto nel dopoguerra. Nominato subito dopo la Liberazione commissario straordinario dell’Agip, Mattei chiama al suo fianco Cefis, che diverrà il suo vice e poi, dopo la sua scomparsa, presidente dell’Eni. Pasolini è invece affascinato da un discorso sulle multinazionali rivolto da Cefis agli allievi dell’Accademia militare di Modena e da un libro su Cefis che ne denuncia lo strapotere, l’arricchimento e i rapporti con i partiti e gli apparati dello Stato. E a partire dal 1975, l’anno del massacro al lido di Ostia, inserisce in Petrolio una serie di capitoli su Cefis e Mattei in cui avanza la tesi della eliminazione del fondatore dell’Eni, ribaltando la versione ufficiale dell’incidente aereo e facendo di Cefis un personaggio a tinte fosche».
Sono cose risapute e in parte sbagliate o incomplete (Pasolini comincia a ricevere materiali da Fachinelli nel luglio-agosto 1974, poi altre cose a fine settembre; da questo momento, agosto 1974 e non 1975, lo scrittore prende a scrivere di Cefis; e a Mattei “commissario straordinario dell’Agip” aggiungerei “per il nord Italia”: ditelo all’estensore di questa nota redazionale). Ma Giuseppe Oddo è una solida garanzia. E da Riccardo Antoniani – che della morte violenta di Pasolini ha potuto parlare con i compianti Licio Gelli, Gianadelio Maletti e Graziano Verzotto (e molti, molti altri) – indubitabilmente c’è da aspettarsi tanto, molto più di quanto al momento si svela. L’Italia nel petrolio è dato in uscita il 25 ottobre. Non resta che aspettare.

Ingerenze

16 settembre 2022

Interferenze elettorali russe o americane. Nulla di nuovo
di Giovanni Giovannetti

Dal 2014 a oggi la Russia avrebbe foraggiato con 300 milioni di dollari partiti e leader politici di 24 Paesi, anche europei, così da influenzare le loro politiche. Lo sostiene il Dipartimento di Stato americano, stando però nel vago, vale a dire senza fare nomi o esibire documenti. Per il presidente del Copasir Adolfo Urso «al momento l’Italia nel report americano non c’è»; per l’ex ambasciatore degli Stati uniti presso la Nato Kurt Walker, ne avrebbero invece beneficiato la Lega di Salvini, Forza Italia di Berlusconi e Fratelli d’Italia di Meloni e Urso, vale a dire tre partiti che poco o nulla sembrano piacere al segretario di Stato americano Tony Blinken e agli ambienti latori della “soffiata”. Insomma, da Washington si getta il sasso e si nasconde la mano, così che la denuncia dell’ingerenza appare essa stessa un’ingerenza.

Untori

In tema di interferenze elettorali le grandi potenze sembrano fare a gara nell’emularsi, tanto che, secondo uno studio della Carnegie Mellon University (Pittsburg, Stati uniti), dal 1946 al 2000 americani e russi «sono intervenuti in circa un’elezione su nove», ovunque nel pianeta. Anche in Italia. Ma qui a primeggiare sono gli americani: stando agli studiosi di Pittsburg, da noi si contano ben otto “ingerenze” di Washington e, per contro, “solo” quattro di Mosca.
Conti alla mano, in Italia tra il 1948 e il 1972 gli Stati uniti hanno occultamente finanziato partiti di destra, come il Movimento sociale italiano; di centro, come la Democrazia cristiana; e di sinistra “amica”, come il Partito socialdemocratico – non disdegnando “contributi” a singoli politici – per un ammontare di 75 milioni di dollari, quasi tutti versati alla Dc.
Sul fronte opposto, tra il 1950 e il 1981 il Cremlino ha sostenuto il Partito comunista italiano con 113 milioni di dollari, un quarto dell’intero Fondo di assistenza internazionale destinato dai sovietici ai partiti e alle organizzazioni operaie di sinistra. Nello stesso arco di tempo si calcola che circa 40 miliardi di lire siano stati versati al Partito socialista (20 milioni e mezzo di euro complessivi); 35,2 miliardi al Partito socialista di unità proletaria (18 milioni di euro); 9 miliardi e mezzo alla Cgil (4 milioni e mezzo di euro); 7,7 miliardi al partitino comunista di Vittorio Vidali nel Territorio libero di Trieste (4 milioni di euro) e, dopo lo “strappo” del 1981-1982, 6,34 miliardi alla fazione filosovietica di Armando Cossutta (3 milioni e duecento mila euro).
Il cordone ombelicale e finanziario tra l’Urss e il Pci verrà reciso solo nel 1981. Fino ad allora, a cadenza periodica, un corriere del Kgb ha recato a Roma una valigia con il deliberato in dollari: 6 milioni e 250 mila nel 1974; 4 milioni e 875 mila nel 1975; 5 milioni e 500 mila nel 1976; 4 milioni e 530 mila nel 1977; 3 milioni e 115 mila nel 1978; 4 milioni nel 1979 e 2 milioni nel 1980. Il 15 dicembre 1981 (due giorni dopo il colpo di Stato del generale Wojciech Jaruzelski in Polonia), in televisione Enrico Berlinguer afferma che considera esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre. È lo strappo finale, e il Cremlino chiude il rubinetto.
Negli anni a seguire i quattrini del Fondo assistenza li incasserà in qualche misura il solo Cossutta, destinandoli alle sue iniziative editoriali, come la rivista “Orizzonti” o come il quotidiano “Paese Sera”. La fazione di Cossutta otterrà anche qualche “fonte indiretta”, come il “pizzo” sulle transazioni commerciali tra alcune ditte italiane e straniere e l’Unione sovietica.

Con la Francia o con la Spagna…

Ma i più abili nel far cassa a quel tempo sono i socialisti, unti da Est e poi da Ovest. Come nel 1962 – vigilia di centro sinistra – quando a coprire il buco di bilancio del partito allora guidato dal premio Stalin Pietro Nenni provvede occultamente la Standard Oil of New Jersey meglio nota come Exxon, che in Italia è rappresentata dalla Esso del petroliere ed elemosiniere democristiano Vincenzo Cazzaniga. Ovviamente sono elargizioni “a buon rendere”, finalizzate a un ritorno misurabile in sanatorie fiscali e dilazioni nel pagamento delle tasse, tali da consentire a Exxon un risparmio netto calcolato nel 1962 in 89,4 milioni di dollari ogni quattro mesi! Come scrive Cazzaniga alla casa madre negli Stati uniti, il budget di 600mila dollari a sua disposizione per le “relazioni pubbliche” è il prezzo da pagare «se vogliamo fare affari in Italia».
Altri quattrini il Psi li ha nientemeno che dal Sifar, il Servizio segreto militare italiano: sono una decina di milioni in fondi neri che tra il 1962 e il 1964 il Servizio eroga all’“Avanti” diretto da Giovanni Pieraccini, uno dei suoi occasionali informatori.
Solo fondi russi o americani o dell’Arabia saudita a nutrire l’onnivoro apparato dirigente di partiti e partitini? Niente affatto, ma ripercorrere le tristi pagine della corruzione politica e del finanziamento indebito della politica richiede tanto spazio, troppo, e in questa sede ci limiteremo a una breve digressione locale, curiosa, poiché in una ridente città lombarda partiti formalmente avversari si erano consorziati nell’intascare tangenti. Il bottino era poi equamente spartito tra socialisti, comunisti e democristiani (e qualche briciola cadeva anche sui partiti minori).

Tangentopoli pavese

26 marzo 1992. A Pavia vengono arrestati il democristiano Giuseppe Girani e il comunista Giuseppe Inzaghi, membri del Cda dell’ospedale San Matteo; il primo detiene la delega al patrimonio, il secondo all’edilizia. Sono al vertice di una «cupola» che lucra sugli appalti al San Matteo, «una congrega di politici e amministratori – come scrive il 5 luglio 2010 il direttore della “Provincia pavese” Sergio Baraldi – che avevano trasformato reparti e lavori che servivano per ampliare l’ospedale, in un losco giro di tangenti». Baraldi rincara poi la dose: «Ci accorgiamo che una vera e propria associazione a delinquere, invece di fare politica al servizio dei cittadini, si preoccupava di dirigere i propri affari, di occupare le istituzioni per spremere denaro ed accrescere il suo potere». Associazione a delinquere? Il 4 giugno vengono incarcerati altri membri del Cda, tra cui il socialista Luigi Panigazzi: come spiegherà, «le bustarelle, erano un sistema, non si poteva fare diversamente…» Tutti condannati? No, tutti assolti.

Eventi estremi

14 settembre 2022

Quanti ancora nel 2022?
di Paolo Ferloni

Tra le notizie catastrofiche o inquietanti che più o meno spesso vengono diffuse da televisioni e radio, per poi circolare anche sulla grande stampa, si considerano particolarmente interessanti quelle che riguardano eventi estremi. La loro frequenza un tempo era bassa: essi suscitavano tra la gente allarmi e stupore. Ormai però, negli ultimi dieci anni, essi diventano piuttosto frequenti, se non del tutto abituali, in un pianeta sempre più interconnesso.
Non c’è dunque da meravigliarsi se le associazioni ambientaliste rivolgono attenzione a fenomeni climatici che in passato erano eccezionali ma ora ci sembrano più comuni, quasi non ci fanno più impressione. Ne presenta un quadro accurato un corposo rapporto di Legambiente (163 pagine), redatto dall’Osservatorio Città Clima, dal titolo Il clima è già cambiato che registra 1.118 eventi estremi accaduti in Italia dal 2010 al 2021.
Per limitare il quadro all’anno 2022, vi si sono osservati già 132 eventi estremi, con un rilevante incremento percentuale rispetto alla media degli anni esaminati nel rapporto. Quest’anno in particolare sarà ricordato per la straordinaria siccità e per le eccezionali diminuzioni delle portate dei fiumi in tutta l’Italia settentrionale, Lombardia compresa.
Ma va tenuto presente che in tutto il periodo esaminato nel Rapporto, ben più numerose nell’area metropolitana milanese sono state le esondazioni con relativi allagamenti, in particolare nei bacini del Seveso e del Lambro. Nulla ci permette di pensare che nei prossimi mesi tali fenomeni non possano riprodursi nella nostra regione. Anzi forse sarebbe opportuno chiedersi quante e quali misure di mitigazione e di adattamento sarebbero da immaginare e da predisporre da parte delle amministrazioni competenti.
Nei primi giorni (7-8) di Settembre precipitazioni straordinarie hanno interessato la Lombardia con una grandinata eccezionale su Como, fiumi di fango a Blevio e bolla d’acqua su Cernobbio, e una tromba d’acqua sul lago di Garda, con forti temporali e grandinate anche in altre zone. Notizie che non interessano quei negazionisti secondo cui i cambiamenti climatici non esisterebbero o non sarebbero rilevanti. La sola cosa interessante per certi lombardi sembra la “tassa piatta”.
E infatti nella vita pubblica e nelle vicende politiche, come la campagna elettorale ora in corso in vista delle prossime elezioni del 25 Settembre, tutti fanno largo uso della parola”territorio” e ne riempiono discorsi e programmi, ma quasi nessuno accenna a proporre come adattare e mitigare le condizioni dei nostri territori: prevedere ad esempio la necessità di non cementificare inutilmente il suolo, non pretendere di costruire in aree inondabili o umide, e rispettare i flussi naturali delle acque nei terreni. Quanti altri eventi estremi ci porterà il prossimo autunno?

Quanto è il conto da pagare al Pianeta Terra?

13 settembre 2022

di Paolo Ferloni

Alla fine di Luglio, precisamente giovedì 28, si è registrato l’Earth Overshoot Day 2022, cioè il giorno dell’anno in cui la popolazione umana sul pianeta ha consumato tutte le risorse che la Terra riesce a produrre. Quest’anno esso è arrivato 156 giorni prima della fine dell’anno, il che vuol dire che l’umanità a fine dicembre avrà impiegato e speso il 74% in più di tutto ciò che gli ecosistemi possono rigenerare.
Parrebbe una notiziola da poco, ma invece è un risultato in sé orrendo, che fa spavento. Esso indica il giorno dell’anno a decorrere dal quale l’umanità inizia a “sovraconsumare” le risorse messe a disposizione dalla madre Terra indebitandosi con il futuro.
Se dall’intero Pianeta passiamo a considerare l’Italia, vediamo che l’Overshoot day per la sola Italia nel 2022 è stato il 15 maggio, a neppure metà dell’anno. Il nostro Paese da quel giorno in poi ha cominciato ad essere in debito verso le risorse naturali della Terra.
Il dato riguardante il mondo intero, che è già grave in sé, assume un significato ancor maggiore, anzi drammatico, se lo si considera nelle sue disparità interne: alcuni Paesi come Stati Uniti, Canada, Australia e Russia hanno iniziato l’anno già in debito ecologico, mentre per altri, più poveri, l’impronta ecologica è più bassa e il giorno di superamento del consumo delle risorse a disposizione arriva più tardi.
È chiaro che il dato per ogni Paese non permette di conoscere i contributi delle fasce di popolazione interne. Però ormai si sa con ragionevole approssimazione che il debito ecologico è causato in gran parte dalla classe dei ricchi e ricchissimi. Basta vedere ad esempio il lavoro Climate change & the global inequality of carbon emissions, 1990-2020 nel quale Lucas Chancel il 21 Ottobre 2021 ha stimato che nel 2019 il 10% più ricco della popolazione mondiale ha emesso quasi il 48% delle emissioni globali, e in particolare l’ 1% più ricco ha emesso il 17% del totale delle emissioni di Carbonio climalteranti.
Quindi si vive male e si mette a rischio la sopravvivenza della vita umana sul pianeta, in sostanza per permettere ad una piccola classe di persone di spendere, spandere e naturalmente comandare.
La questione diventa paradossale se si va ad esaminare quanto tutto questo costa all’umanità, sot-traendo ricchezza collettiva che si potrebbe destinare a una maggior giustizia sociale e climatica.
Lo dicono gli analisti finanziari che hanno elaborato lo studio Global Turning Point Report 2022, pubblicato sul sito della società di consulenza finanziaria Deloitte, secondo il quale l’inazione contro il cambiamento climatico potrebbe costare all’economia globale 178 trilioni di dollari da qui al 2070.
Ma al di là di analoghi risultati di ricerche simili, già nel 2019, cioè molto prima di pandemia, guerra e crisi climatica attuale, il rapporto The Lancet Countdown presentava l’allarme e prevedeva, per quanto riguarda l’Italia, un calo dell’8,5% del PIL nei prossimi decenni, con una perdita di produttività del 13,3% nel settore agricolo e dell’11,5 per cento del settore industriale.
Si parla qui di PIL perché politici e giornalisti sembrano interessati solo a quello, ma a ben vedere si tratta di comunità, di vite, persone, affetti, e relazioni sociali e psicologiche, cioè dei costi della società nel suo complesso.

Mariella Mehr (1947-2022)

6 settembre 2022

nel ricordo di Giovanni Giovannetti

Anno di lutti per le edizioni Effigie. A febbraio è mancato Mino Milani. Ad aprile Ivano Ferrari. Ora si ha notizia della morte di Mariella Mehr. Era nata a Zurigo il 27 dicembre 1947. Con lei si è spenta una delle voci più alte della poesia europea del nostro tempo. Fra l’altro Mariella era un luminoso punto di riferimento per chiunque tra noi ha mosso anche solo un dito in favore dei diritti delle minoranze etniche e degli oppressi: Mariella Mehr, svizzera e zingara di etnia Jenisch, apparteneva infatti alla minoranza più discriminata e vessata del suo Paese. Sì, perché dal 1926 al 1974 in Svizzera 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate nell’ambito dell’’operazione “Kinder der Landstrasse”, che si proponeva l’estirpazione del «fenomeno zingaro». Questa attività ha avuto fra le ultime vittime proprio Mariella: sottratta bambina alla madre, come la madre e la nonna ha subito l’allontanamento del figlio ed è stata resa sterile: un tormentato percorso tra orfanotrofio , istituti psichiatrici, violenze, stupri, elettroshock di cui troviamo traccia nei romanzi della “trilogia della violenza” (Il marchio, Labambina, Accusata). Tutto questo ha avuto fine nel 1974, dopo la denuncia pubblica da parte di Mariella, sostenuta da alcune femministe.
Di questa meravigliosa autrice nelle edizioni Effigie ho ospitato due romanzi, Labambina (2006) e Accusata (2008), e due raccolte di poesia, Notizie dall’esilio (2006) e San Colombano e attesa (2010), libri tradotti da Anna Ruchat. Per la sua opera poetica nel 2007 in Italia le è stato conferito il Premio internazionale Camaiore. Ricorderemo anche Silviasilviosilvana (Guaraldi, 1995), Il marchio (Tufani, 2001) e Ognuno incatenato alla sua ora, antologia poetica pubblicata nel 2014 da Einaudi, nonché Dove cadono le ombre, lungometraggio di Valentina Pedicini ispirato alla vita di Mariella, presentato nel 2017 alla rassegna internazionale del cinema di Venezia.
Come dimenticare poi, nel marzo 2007, quel memorabile incontro al Teatro Fraschini di Pavia con le comunità Rom e Sinti della città. Il teatro è stracolmo. La intervistano Irene Campari e Anna Ruchat. Alcuni Rom abusivamente accampati alla Snia leggono le sue poesie dopo averle tradotte loro stessi in romanes e altri le leggono in italiano e tedesco, la lingua di Mariella. Poi le si ascoltano musicate da Fabio Turchetti. Di seguito si offrono due frammenti da quella serata, con le poesie di Mariella nella versione di Turchetti. Un dolce abbraccio, mio Angelo di cenere.

Bambini ucraini rapiti

23 luglio 2022

Un orrore di cui tanto si parla ma poco o punto si sa
di Giovanni Giovannetti

Stando al consigliere del sindaco ucraino di Mariupol Petro Andriushchenko, nella città martire «i militari russi hanno portato via con la forza circa 150 bambini; erano ricoverati in un ospedale» (18 aprile), per trasferirli nel Donetsk occupato.
No, contrordine: lo stesso 18 aprile, il presidente della Repubblica ucraina Volodymyr Zelensky denuncia la scomparsa di «circa 5mila bambini deportati dalla regione di Mariupol in Russia».
Di più, molti di più: è ancora Zelensky il 14 luglio a segnalare che «230mila bambini sono stati rapiti dai russi». Ma non erano cinquemila? Già, cinquemila nella sola regione di Mariupol. Sta a dire che i rimanenti 225mila erano forse stati presi in altre parti del Paese?, in regioni neanche lambite dalla guerra?
Anche i numeri offerti da Mosca destano perplessità: secondo Interfax, tra febbraio e giugno 1,9 milioni di persone, di cui 307.423 bambini, «sono state evacuate in Russia dalle regioni in guerra di Donetsk e Lugansk» (18 giugno), a fronte, dicono in Ucraina, «di 5.097 denunce di rapimenti di minori».

I conti non tornano

La narrazione dei bimbi rapiti oppure crudelmente uccisi è un topos ricorrente nella propaganda bellica di tutti i tempi, tendente a screditare il nemico. In tempo di pace lo si era detto anche degli zingari sporchi brutti e cattivi; e ora dei russi.
Zelensky è in guerra, Putin è in guerra, le “fonti” sono tossiche o di parte e le tivù di Stato italiane passano senza alcun vaglio le “veline” di Kiev, mentre scarseggiano quelle fonti “indipendenti” che, in surroga al servizio pubblico, permetterebbero di fare luce sulla poco edificante faccenda.
Difficile venirne a capo, ma è probabile che i russi abbiano sfollato oltre confine (secondo Kiev, «deportato») quasi due milioni di ucraini russofoni. Gli esuli sono ospitati in 9.500 centri di accoglienza temporanea, campi di smistamento e alberghi come quello di Belgorod (Russia) raccontato da Alessandro Di Battista sul “Fatto quotidiano” il 17 luglio scorso: «l’hotel è affollato di bambini e di ragazzi. I piccoli hanno a disposizione una stanza giochi dove lavorano due animatrici. Gli adolescenti passano il tempo giocando con il cellulare o provando balletti», scrive Di Battista, raccontando ciò che vede.
Un passo di lato ed eccoci a Donetsk. Qui una troupe di “Report” (Rai tre) ha potuto intervistare alcune donne fuggite da Mariupol, bypassando la disinformathia speculare di Mosca e Kiev: «L’Ucraina ha affermato che la Russia sta deportando le persone da Mariupol», domanda Manuele Bonaccorsi di “Report”: «Ma smettetela!», risponde una di loro; e l’amica che le sta accanto: «Nessuno ci ha deportato. Stiamo solo lasciando l’inferno. Abbiamo persone sepolte sotto ogni casa, ci sono croci in tutte le strade. Hanno messo l’artiglieria tra gli edifici residenziali anche se c’era scritto “bambini” sui muri»; quelli del battaglione Azov «ci hanno usati come uno scudo umano». Sei milioni di ucraini sono fuggiti dalla guerra verso occidente e altri due milioni verso Oriente. Ma i primi sono «esuli», i secondi «illegalmente deportati».
Altrettanto vero che i «deportati» (quasi tutti russofoni) potranno ottenere la cittadinanza russa attraverso una procedura semplificata. In particolare, le porte sono aperte per «gli orfani o i bambini ucraini lasciati senza cure parentali». Una norma che si applica tanto ai profughi finiti in Russia, quanto ai ragazzi che risiedono nei territori di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia. Del resto Gian Micalessin (altro veterano del giornalismo d’inchiesta che da anni segue il conflitto nel Donbas) riferisce che da quelle parti i russi vengono applauditi come liberatori.
Bambini «deucranizzati»? Mi domando: se una famiglia italiana adotta un bambino ucraino e lo fa studiare in una scuola pubblica e questo bambino impara quanto meno la nostra lingua (da febbraio ne sono giunti 8.885, già accolti e inseriti nelle scuole italiane di ogni ordine e grado), lo si «deucranizza»?

Bambini deportati?

Qualcuno, pasteggiando a popcorn, lo ha definito «un orrore per certi versi simile a quello dei figli dei desaparecidos argentini». Ma sembra vero il contrario, e cioè che questi bambini esuli, in Europa come in Russia, sono ora in luogo più sicuro e lontani dalla guerra. È solo una questione di punti di vista, si dirà, ma come stiano davvero le cose, da una poltrona nessuno può saperlo. Possono invece dirlo Di Battista, Bonaccorsi e tutti coloro che meritoriamente hanno provato a vederci chiaro.
Quanto agli orfani, scrive Ilaria Romano in openmigration.org, «Prima del 24 febbraio, in Ucraina esistevano 702 istituti tra orfanotrofi, strutture sanitarie pediatriche di riabilitazione, case famiglia; alcuni statali, altri privati e gestiti da associazioni e organizzazioni non governative locali e straniere. Di questi, 264 sono stati evacuati per ragioni di sicurezza, per un totale di 6.465 bambini e adolescenti residenti, riallocati in altre zone del Paese (2.375) o all’estero (4.090)».
Sono forse loro i “5mila” «deportati» a cui allude Zelensky? Come darne conto, ma il 47 per cento di questi bambini è ora in Polonia, campione d’accoglienza. Seguono la Germania (il 14 per cento); l’Austria (il 6); l’Italia (il 5); la Turchia (il 4); la Repubblica Ceca, la Spagna e i Paesi Bassi (il 3); la Svizzera e la Romania (il 2).

Trafficanti di esseri umani

Ma la vera piaga (bambini morti per la guerra di Putin a parte) a noi pare quella dei tanti minori spariti nel nulla perché senza genitori o tutori e finiti nell’orbita dei trafficanti di esseri umani o nelle reti della pedofilia, quando non dei trafficanti d’organi. Come ha detto Ernesto Caffo (“Telefono azzurro”), di questi bambini ucraini «se ne parla pochissimo, sono invisibili, arrivano in questi centri enormi» – Caffo parla dalla Polonia – «ma nessuno ha traccia di dove vanno». E poi «Il traffico è un tema che non piace a nessuno ma è una realtà drammaticamente presente e in questo caso ci sono tutti i fattori che possono facilitarlo».

Un’ultima annotazione. Leggo che «i ricercatori di Disability Rights International (una charity statunitense) hanno documentato situazioni critiche e abbandono emotivo dei bambini con disabilità in carico alle strutture residenziali ucraine. Il personale non ha risorse o conoscenze su come rispondere ai bisogni degli ospiti, se non provvedere a trattenerli per gran parte della giornata. Il rapporto denuncia tali situazioni, preesistenti alla realtà attuale connotata dalla guerra. Le risorse e il personale per l’assistenza medica e il supporto erano scarsi prima della guerra e lo sono oggi. In alcuni casi, l’assenza di risposte assistenziali necessarie sono state verificate anche in presenza di gravi malattie o handicap» (Left Behind in the War: Dangers Facing Children with Disabilities In Ukraine’s Orphanages, welforum.it). Ma tutto questo non ditelo ai fautori della disinformathia poltronaia, di Stato o meno: per loro i russi, e solo i russi, mangiano bambini e non popcorn. (G.G.)

Tafazzi d’Occidente

21 luglio 2022

di Giovanni Giovannetti

La guerra d’Ucraina e il pericolo di una escalation nucleare

Fossi in Russia sarei stato con quelli che nel marzo scorso a San Pietroburgo sono scesi in piazza contro la guerra. Contro tutte le guerre, anche quelle dimenticate dai media, e per ricordare quelle più o meno concluse (in Iraq, in Libia, in Somalia, in Afghanistan, in Siria, nei Balcani…), vedi caso fomentate dagli stessi “esportatori di democrazia” che, eludendo accordi e buon senso, negli ultimi trent’anni hanno irresponsabilmente tirato la corda avvicinando alla Russia le loro basi missilistiche, entro pericolosi e superati modelli da “guerra fredda”. Sono gli stessi che ora manifestano la loro indignazione (solo quella) a fronte della reazione, terroristica e criminale quanto si vuole, ma prevedibile, di Putin. Non si provoca chi dispone di un arsenale con oltre seimila testate nucleari. E se le parole hanno un senso, è dal 2007 che Mosca avverte l’Occidente che non avrebbe più tollerato l’espansionismo della Nato nell’Est europeo. E poiché ormai si fa un uso strategico dell’informazione – come se l’Occidente e solo l’Occidente fosse nel giusto, anche moralmente – provo allora a proporre pochi scarni appunti sul conflitto. Sono lo sguardo di chi avrebbe preferito un’Europa dei popoli (non questa, impotente e anemica, dei banchieri e delle aristocrazie finanziarie) e una difesa comune europea, non più delegata a potenze imperialiste per quanto d’“occidente”, come del resto era nelle intenzioni di Altiero Spinelli, di Ernesto Rossi e di Eugenio Colorni, “padri” europei tanto citati quanto ignorati, nel loro Manifesto di Ventotene.

Siamo tutti europei

Dopo l’implosione dell’Unione sovietica, da subito gli Stati uniti hanno avversato qualsiasi ipotesi neo-atlantica europea, inclusiva di una qualche forma di ponte commerciale e culturale con la Russia. All’opposto, hanno favorito l’ascesa a Mosca di una classe dirigente nazionalista, permalosa e guerrafondaia e riposizionato la “guerra fredda”, portando il campo Nato a due passi dal Cremlino. E se Mosca ha ciò che gli europei d’occidente non hanno (l’appoggio nemmeno tanto velato di due terzi del pianeta), gli europei esibiscono ciò che Mosca non ha: un bel guinzaglio che da Washington tiene a bada la vassalla di Bruxelles e Strasburgo, quell’Europa dei banchieri scesa in campo brandendo le sanzioni tafazziane dettate da Washington che, all’opposto, hanno rafforzato il rublo, più che raddoppiato l’export di gas e petrolio verso l’Europa bisognosa di scorte (tradotto in dollari fanno 95 miliardi, a finanziare la guerra in corso) e indotto Mosca ad un repentino abbraccio strategico, politico e commerciale – e presto militare – con la Cina, un tempo nemica. Insomma, il conto salato di questa guerra evitabile al momento lo pagano gli europei, palesemente inabili a imporre e persino esporre i loro interessi, specie quando divergono da quelli di Washington (il “popolo americano” non ha problemi di rifornimento energetico, e nell’Oregon manco sanno dove si trovi l’Ucraina…). Di una politica estera e di un esercito europeo che restituisca all’Europa reale autonomia e voce in capitolo, beh, di queste cose – nonostante le guerre balcaniche degli anni Ottanta e Novanta e nonostante l’Ucraina – forse ne riparleremo al prossimo giro («l’Europa si fotta», disse il sottosegretario di Stato Usa per gli affari europei Victoria Nuland all’ambasciatore a Kiev Geoffrey Pyatt, vent’anni dopo le bombe su Belgrado).

Solo cercare la pace è normale

«Questa guerra è anche il fallimento dell’umanesimo cristiano», come ha scritto Luigino Bruni su “Avvenire”: «Ci volevano tremila anni di Bibbia e duemila anni di Cristianesimo per rispondere ad una invasione militare con il mestiere delle armi?! Quale creatività politica ci hanno insegnato Abele, Abigail, Cristo, Francesco, i martiri, i santi, le madri? Ai carri armati abbiamo solo saputo rispondere con altri carri armati, alle bombe con altre bombe, alle mine con altre mine più moderne, al sangue umano con altrettanto sangue umano che non smette di odorare nel suolo della nostra terra. E noi lo consideriamo normale, necessario, magari addirittura giusto. Noi, noi cristiani, che frequentiamo i sacramenti, che facciamo gli incontri sulla Parola di vita, le adorazioni del Santissimo, che mandiamo aiuti umanitari, che accogliamo dentro casa anche i profughi… Non è normale, niente è normale in questa guerra e in ogni guerra: solo cercare la pace è normale, solo far cessare ora la guerra è normale. Questa guerra, e tutte le guerre. Il resto è solo disumanesimo, è anti-cristianesimo, terra al di fuori del Regno dei cieli. La sola guerra giusta è quella che riusciamo a non fare».
Bruni si domanda poi se i Vangeli sono solo pagine da leggere durante la messa (e Giorgio La Pira ne converrebbe).

Rischio nucleare “tattico”, «purché in Europa…»

«Se la Russia fosse certa di non scatenare una ritorsione sul proprio territorio “limitandosi” alle armi nucleari tattiche, potrebbe usarle per prima. Non è escluso che nel frattempo gli Usa abbiano già garantito questa certezza e si siano convinti che l’Ucraina non vale il rischio di un conflitto nucleare che coinvolga i territori Usa. Biden lo ha detto più volte». Sono parole del generale Fabio Mini, ex capo di stato maggiore del Comando Nato delle forze Alleate del Sud Europa. Mini ha aggiunto che, nel caso, gli Stati uniti non risponderebbero pan per focaccia, «purché si rimanga in Europa, Russia esclusa». Al dunque, «mentre sembra facile eliminare il rischio di guerra globale termonucleare con un semplice “gentlemen agreement” fra Usa e Russia o il rispetto dei trattati esistenti, è quasi impossibile eliminare il rischio di guerra nucleare tattica in Europa», e «chi detiene armi e potere si è già impegnato direttamente in un conflitto che certamente porta alla distruzione dell’Ucraina e dell’Europa». Prepariamoci. Oppure si dia finalmente retta al ripetuto appello di Papa Francesco: «chi può si dia veramente da fare per i negoziati».

Russi affamatori?

Leggendo i giornali e ascoltando i notiziari televisivi, mi ero convinto che i russi stessero cinicamente usando il grano come arma di pressione contro l’Occidente fautore delle sanzioni. Secondo “La civiltà cattolica” di luglio-agosto 2022 parrebbe vero il contrario: don Fernando de la Iglesia scrive infatti che attualmente i cereali russi (primo esportatore al mondo) «sono inutilizzabili per le sanzioni». Dunque, stando allo studioso, le sanzioni sarebbero semmai la causa, e non l’effetto, della mancata esportazione di quella rilevante quota di granaglie. Leggo poi che a rendere esplosiva l’attuale crisi alimentare hanno contribuito «le guerre» (al plurale) e da ultimo il Covid. Ma a determinare la grande speculazione sui prezzi degli alimenti concorrono in primo luogo quattro multinazionali occidentali che controllano il mercato dei cereali e delle granaglie, quelle che gli analisti chiamano le “ABCD”: la Archer Daniels Midland (Stati uniti); la Bunge (Stati uniti); la Cargill (Stati uniti) e la francese Dreyfus. Nel mondo si stima che circa 800 milioni di persone stiano patendo la fame. E dire che «l’agricoltura mondiale potrebbe alimentare senza problemi 12 miliardi di esseri umani». Non lo sapevo. Ora lo so.

Armi all’Ucraina, soldi a Putin

Il rischio che la russa Gazprom (multinazionale dell’energia controllata dallo Stato) chiuda i rubinetti del gas metano, lasciandoci a becco asciutto nel prossimo inverno, di certo non fa dormire sonni tranquilli. Così lunedì 18 luglio, di primo mattino, il premier Mario Draghi e un nutrito drappello di ministri (Di Maio, Lamorgese, Cartabia, Cingolani, Giovannini e Bonetti) giungono ad Algeri per formalizzare l’acquisto di altri 9 miliardi di metri cubi di gas, ottenuti al prezzo di 4 miliardi di dollari spalmati da qui al 2024. Formidabile: d’ora in poi il nostro primo fornitore di gas naturale sarà l’Algeria, e non più la Russia. Altro che sanzioni, la diversificazione dei fornitori, con Algeri capofila, parrebbe una formidabile sberla assestata ai guerrafondai moscoviti, tanto che a taluni ministri presenti non par vero di potersene gloriare ai microfoni compiacenti e compiaciuti delle tivù di Stato italiane: come ha detto il ministro degli Esteri Luigi di Maio, «Con l’Algeria avremo una partnership energetica più forte che ci consentirà di mitigare gli effetti delle sanzioni alla Russia», e ben di meglio «c’è una grande disponibilità da parte dell’Algeria a sostenerci sia nel breve, medio e lungo periodo». Non fosse che…
…dal febbraio scorso l’azienda di Stato algerina Sonatrach ha avviato una partnership proprio con Gazprom, per la ristrutturazione degli impianti e del sistema di gestione, la ricerca, l’estrazione e lo sfruttamento commerciale di 24 nuovi giacimenti di gas, a partire dal formidabile giacimento di Ben Assel: alla Sonatrach il 51 per cento; alla Gazprom il 49 per cento. Un accordo comprensivo, in prospettiva, del nucleare civile.
Al dunque, il punto non è smettere di comprare il gas russo o russo-algerino. Ne abbiamo bisogno e quindi va fatto (e la cooperazione economica e militare tra Algeri e Mosca data al 1962, l’anno della indipendenza dalla Francia e della guerra civile). Ma si dicano le cose come stanno; si dica che, spalle al muro, in questo momento siamo costretti a comprare il gas da Gazprom, e che anche parte del gas algerino è di Gazprom. E di conseguenza, tuttora, assieme ad altri Paesi europei stiamo finanziando la guerra russa all’Ucraina (dal 24 febbraio scorso a oggi, Mosca ha raddoppiato i proventi dall’export di gas e petrolio). Bella ipocrisia, non diversa dal sanzionare la Russia e contemporaneamente starci in affari. Armi all’Ucraina, soldi a Putin. Meraviglioso.

Quando il metano ci dava una mano

24 giugno 2022

Ora che i russi vanno progressivamente riducendo i rifornimenti di gas metano ai Paesi dell’Unione europea, torna drammaticamente attuale la nostra dipendenza da questa importante fonte di energia.

di Giovanni Giovannetti

In tema di autonomia energetica, vi fu un tempo, gli anni Cinquanta del secolo scorso, in cui le cose avrebbero potuto prendere un’altra piega: l’Italia dei Mattei, dei Gronchi, dei Dossetti e dei Vanoni prefigurava infatti un Paese capace di svolgere un ruolo di primo piano nel bacino del Mediterraneo, coltivando politiche energetiche votate all’interesse nazionale.

Metano in Val Padana

l sottosuolo della pianura Padana trasuda infatti di gas naturale, e grazie all’illustre economista e ministro democristiano alle Finanze Ezio Vanoni (ex studente ghislieriano e ex assistente di Benvenuto Griziotti all’Università di Pavia, nonché mentore del futuro presidente dell’Eni Enrico Mattei), l’Agip ne detiene i diritti in esclusiva.
A Cortemaggiore, in provincia di Piacenza; a Ripalta Cremasca, in provincia di Cremona e a Caviaga presso Lodi si cercava il petrolio e si trova il metano. Lo si sapeva dal 1943, ma la notizia viene tenuta nascosta per sei anni, così da assicurare all’Italia, e non a potenze straniere, questa preziosa fonte di energia: un asso nella manica, visto che un metro cubo di metano consente prestazioni almeno pari a quelle che si ottengono con un chilo e mezzo del miglior carbon fossile ma a un costo praticamente dimezzato; e la capacità produttiva dei soli due giacimenti di Caviaga e di Ripalta è indicata in circa un milione e mezzo di metri cubi giornalieri.
Da subito due metanodotti collegano Caviaga ai poli industriali di Sesto San Giovanni sopra Milano e di Dalmine presso Bergamo. Altre condotte seguiranno, costruite dalla Società nazionale metanodotti (Snam) sorta nel 1941: forzando i tempi e la burocrazia (cosa fatta capo ha…), nell’autunno del 1952 il gas naturale ha già raggiunto le città di Milano, Pavia, Novara, Varese, Bergamo, Lecco, Cremona, Brescia, Parma, Reggio Emilia, Torino, Verona, Mantova, Vicenza, Modena, Bologna e numerosi altri centri minori.
Il metano della Val Padana conferisce all’Ente nazionale idrocarburi – Eni, fondato nel 1953 – risorse pressoché illimitate (13 miliardi di metri cubi per una rendita di 130 miliardi l’anno) che permettono all’Ente petrolifero di decollare senza dover ricorrere al mercato finanziario. Ed è indiscutibile il ruolo che questi giacimenti di metano hanno avuto nel favorire il nascente boom economico nazionale.

L’oro di Mosca

Il petrolio che manca nel sottosuolo italiano, l’Eni andrà a cercarselo all’estero: Egitto, Iran, Marocco sono i primi Paesi nei quali Mattei reinveste i profitti del metano. Nel 1960 l’Eni di Mattei condurrà in porto il clamoroso accordo con la Sojuzneftexport, l’agenzia sovietica per l’esportazione petrolifera, per la fornitura di 12 milioni di tonnellate di greggio in quattro anni al prezzo, vantaggiosissimo, di 1,26 dollari al barile, risparmiando così il 40 per cento sul prezzo allora praticato dalle compagnie occidentali e a ristoro vendendo all’Urss 240mila tonnellate di tubi di grande diametro per le condotte petrolifere, assieme ad altre componenti prodotte dalla Finsider (gruppo Iri) nonché pompe e attrezzature per oleodotti dalla Nuovo Pignone di Firenze e 50mila tonnellate di gomma sintetica dell’Anic di Ravenna.
Sia ben chiaro che l’Italia non è l’unico Paese “atlantico” a intavolare rapporti d’affari oltre cortina: nonostante la “guerra fredda” comprano il greggio russo anche la Germania occidentale (il 10 per cento del fabbisogno nazionale), la Grecia (il 25), la Svezia (il 25), l’Austria (il 65) e la Finlandia (il 77 per cento); e vendono tubi ai sovietici, anche più dell’Italia, sia la Germania dell’Ovest che il Giappone. Business is business, ma il problema parrebbe essere l’intraprendenza di Mattei, che passo dopo passo smette di essere un «petroliere senza petrolio» – così lo canzonano i petrolieri texani – e comincia a farsi spazio tra i “grossi” del “cartello”, le cosiddette “Sette sorelle”, locuzione coniata da Mattei per indicare le americane Esso, Mobil, Chevron, Gulf Oil e Texaco, la britannica Bp e l’anglo-olandese Shell. Mattei ambisce a svincolare l’Italia dalla servitù del petrolio, mettendo in discussione «la pretesa delle grandi compagnie petrolifere di massimizzare i profitti» a spese dei Paesi produttori e profetizzando la collaborazione fra Stati consumatori e Stati produttori.

Società paritetiche

Nel 1955-’56 l’Eni promuove un accordo con il governo egiziano, guidato da Gamal Abd el-Nasser, per lo sfruttamento dei campi petroliferi di El Belaym nel Sinai da parte della Compagnie orientale des pétroles d’Egypte (Cope), una società paritetica: all’Egitto il 75 per cento dei proventi; all’Eni il 25 per cento e l’onere della ricerca. Seguiranno accordi analoghi con Iran (1957) Marocco (1958), Libia (1958, accordo solo abbozzato), Sudan (1959), Tunisia (1961) e Nigeria (1962) cui presto si sarebbe aggiunta l’Algeria, da poco indipendente. Con l’ex colonia francese d’Algeria si era ormai a un passo da un grandioso accordo globale di cooperazione economica, a partire dal gas sahariano: e sarebbe stato un deciso passo a favore di Mattei nel faccia a faccia con le “Sette sorelle”.
All’attività di ricerca e di sfruttamento dei pozzi petroliferi presto l’Eni affiancherà quella di raffinazione e distribuzione, con stabilimenti a Mohammedia in Marocco, a Biserta in Tunisia, a Tema in Ghana e in Svizzera, Polonia, Kenia, Uganda, Nigeria, Giordania e persino in India, solo per citarne alcuni. Ne consegue lo sviluppo della rete distributiva sia in Africa che in Europa.
Mattei l’ammazzano il 27 ottobre 1962 nel cielo sopra Bascapè, in quello che poi verrà derubricato a “incidente aereo”. L’ultima indagine sulla sua morte, condotta tra il 1994 e il 2003 dal magistrato pavese Vincenzo Calia, ha se non altro il merito d’aver accertato che fu una bomba e non il caso a provocare l’”incidente”.

Sedimenti romani in piazza del Borromeo a Pavia

31 Maggio 2022

Segnali archeologici di inedita caratura proprio là dove uno dei firmatari dell’appello per Pavia Capitale della Cultura progetta un residence di lusso con parcheggio interrato.

di Giovanni Giovannetti

La proposta di candidare Pavia a capitale della cultura merita credito perché da queste parti domina la creatività. Dove la si trova una città tanto inventiva da avere avuto un presidente della Provincia di “centrosinistra” che al tempo stesso era convinto consigliere comunale di “centrodestra”?
E chi ricorda quel Piano integrato di intervento per l’area Snia le cui volumetrie per nulla entravano in quelle della fabbrica sotto tutela (con la Necchi male in arnese è quel poco che resta della nostra civiltà industriale). Ecco allora la pubblica amministrazione di “centrosinistra” favorire sottotraccia l’accamparsi nella Snia dismessa di un buon numero di Rom rumeni, per poi lanciare questo risoluto appello: «volete che i Rom se ne vadano? Allora bisogna abbattere la Snia». Incantevole…
Stessa creatività nell’inventarsi nel 2006 un onerosissimo Festival, pomposamente chiamato “dei Saperi”, che invece di favorire il rilancio culturale e morale cittadino è servito a onorare i sospesi con alcune aziende d’area, quelle chiamate a collaborare alla egualmente onerosa (e vittoriosa) campagna elettorale del candidato sindaco di “centrosinistra”.

Piazza del Borromeo

Tornando all’oggi, non resta che domandarsi cosa s’inventeranno (ora che nuovamente Pavia la si candida a capitale di qualcosa) a fronte delle numerose tracce archeologiche che vanno emergendo all’ex Istituto Santa Margherita di Piazza del Collegio Borromeo; una notizia davvero entusiasmante per alcuni, ma irritante per altri. Si rivelano infatti stratigrafie che vanno dal romano al nostro tempo, passando per capanne a fossa alto-medievali (forse del VI secolo, somiglianti a grubenhaus) e murature medievali imponenti: sono resti che abbracciano un arco di tempo compreso tra l’anno Mille e il XV secolo.
L’edificio in piazza del Borromeo è stato ora acquisito da Heliopolis (una ditta di Trento-Bolzano-Milano, gli stessi che hanno in portafoglio l’area Necchi, ma concorrono anche Supernova e il Santa Margherita). Ci faranno un residence di lusso con parcheggio interrato per due piani. Insomma, se non si interviene, nel quadro del loro progetto di «rigenerazione urbana» i novelli Attila potrebbero distruggere ogni cosa, non ultimo l’edificio, sotto tutela, che fino all’altro ieri ha ospitato l’ospedale Santa Margherita. Strutturista del progetto è al solito lo Studio Calvi (lo stesso delle discusse New Town di L’Aquila e di tante altre alchimie locali e nazionali), ovvero lo studio che fa capo a uno dei più accreditati firmatari dell’appello per candidare Pavia a città capitale della cultura. Soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio, se ci sei batti un colpo.

Eccoli di nuovo

27 Maggio 2022

di Giovanni Giovannetti

Pino di governo del territorio. Si prevede altro cemento nei cortili e nelle aree verdi del centro storico e al Parco della Vernavola. Ma sono proponimenti a ricalco di quelli che il Tribunale amministrativo regionale e il Consiglio di Stato hanno decretato fuorilegge in un recente passato.

Sento dire che la ben temperata matita dell’assessore all’Urbanistica al Comune di Pavia Massimiliano Koch sta disegnando una modifica al Piano di governo del territorio volta a consentire l’edificazione di alcune villette bifamiliari in pieno Parco della Vernavola. Vado a vedere e… sorpresa! L’area a cui l’attuale Giunta di centrodestra intende cambiare destinazione è la stessa che, anni fa, altre pubbliche amministrazioni, di destra e di sinistra, accomunate nell’“affare”, avevano inteso ricoprire di cemento, erodendo un altro po’ di Parco. Quella volta gli andò male.

Correva l’anno 2011…

Il 9 giugno il Tribunale amministrativo regionale cancellò due delibere comunali (la n. 23 del 19 ottobre 2009 e la n. 12 del 19 aprile 2010, votate congiuntamente da Partito democratico, Lega e Pdl) volte a favorire una rilevante speculazione immobiliare in estese zone del Parco della Vernavola sotto assedio. Un business calcolabile in 20 milioni di euro, là dove per la prima volta si pretendeva di costruire in piena Valle invece di eroderne i confini.
L’ottima sentenza sbugiardò clamorosamente il Consiglio comunale pavese e quel voto bipartisan favorevole all’illecita speculazione condiviso da maggioranza e opposizione (unici contrari Paolo Ferloni di Insieme per Pavia e Vincenzo Vigna di Italia dei valori). La sentenza chiarì inoltre che la perequazione (ovvero l’acquisizione di aree strategiche in cambio del diritto di edificarne il 10 per cento o di autorizzare altrove le stesse volumetrie) non può essere applicata alle aree verdi o agricole come quelle che troviamo nel Parco della Vernavola: lo stabiliva l’art. 22 del Piano regolatore generale (Prg), all’epoca in vigore, che lorsignori si riproponevano di aggirare.
La sentenza sbugiardò infine Fabio Panighi (ex funzionario comunale del settore urbanistica) e Angelo Moro (ex dirigente dello stesso assessorato) accorsi a riferire che la zona era disciplinata dell’art. 24 del Prg (aree per servizi), mentre in realtà era soggetta all’art. 22 (Parco della Vernavola) e dunque inedificabile.
La decisione del Tar venne definitivamente confermata il 13 novembre 2012 dal Consiglio di Stato, che rilevò altresì la contraddittorietà dell’operato della stessa Amministrazione che clamorosamente aveva disatteso le determinazioni di tutela ambientale «che pure ha avuto cura di imporsi, obliando di attivare la procedura di carattere precauzionale e preventivo Vas, comunque senza valutare l’assoggettabilità o meno del piano in questione a tale verifica di compatibilità ambientale» (p. 21).
Nel febbraio 2025 cadrà il cinquecentesimo anniversario della storica battaglia di Pavia, combattuta proprio nel Parco della Vernavola. Ve li immaginate il re di Spagna e il presidente francese darsi la mano in mondovisione di fronte alle leggiadre villette a schiera?

Dagli alle Clarisse

Corre anche voce che l’attuale pubblica amministrazione stia per avventarsi a tutta betoniera su cortili e altre aree di pregio del centro storico, eliminando il divieto di costruire nei giardini, nei parchi e nei cortili. E di nuovo c’è che nulla di tutto questo appare nuovo.
Anno 2010. Come dimenticare gli onnivori appetiti dei novelli Attila intorno al complesso monastico di Santa Clara in via Langosco, là dove nel cortile delle Clarisse, invece dei funghi, lorsignori amerebbero coltivare affari (i loro), monetizzando altro inutile cemento. Nel dicembre 2010 l’attuale sindaco Fabrizio Fracassi era assessore all’Urbanistica. Ottenuto il complice benestare della Conferenza comunale dei servizi e della Commissione Paesaggio (l’unico voto contrario fu quello dell’architetto Marco Chiolini), il 16 ottobre 2012 la Giunta comunale ne ratificò la cementificazione: due palazzine, dodici appartamenti in una delle poche “aree verdi” residue nel centro storico cittadino.
L’Ortaglia – ben evidenziata in una splendida stampa secentesca del canonico Ottavio Ballada – ieri come oggi, o quasi, si estendeva lungo via Calchi e via Langosco fino a via Scopoli, delimitata a est dalle mura spagnole, tra i bastioni di Sant’Epifanio e di Santa Giustina (oggi viale Gorizia).
Il dovuto rispetto allo storico luogo di per sé sarebbe potuto bastare; non di meno poteva bastare lo sfumato ricordo di un primo analogo intendimento fermato, nel 1996, dall’allora commissario prefettizio Domenico Gorgoglione. Ma a ribadire che l’area era inedificabile concorrono anzitutto le norme; norme disattese quel tanto che poteva bastare a favorire un illecito; illecito al solito avallato da certificazioni comunali d’azzonamento assai confuse (quella del 9 luglio 2010 recava la firma del solito architetto Moro).
Sì, un illecito clamoroso poiché nella realtà, dal punto di vista urbanistico, l’area è interamente disciplinata da norme che decretano il centro storico quale monumento «unitario e inscindibile»: (le aree di impianto storico sono classificate di categoria “A” secondo il decreto ministeriale 1444/68) dunque verde e parchi urbani pubblici e privati, oggi come allora, non sono né frazionabili né tanto meno edificabili, e devono essere mantenuti a verde, in particolare le aree e i giardini di evidente pertinenza storica. E tali sono le Ortaglie di Santa Clara.
A dissuaderli dal compiere un tale scempio nel cortile delle Clarisse, dieci anni fa bastò la minaccia di un esposto alla Procura (ma già per salvare da altro cemento la Valle della Vernavola il movimento civico di Insieme per Pavia e Italia Nostra dovettero appellarsi al Tar). Oggi chissà. Consiglieri comunali di opposizione: fate la vostra parte.

Cefis, Steimetz e De Masi

19 Maggio 2022

di Paolo Ferloni

Condivido questa bella recensione di Paolo Ferloni a L’uragano Cefis: «Steimetz, De Masi e infine lo stesso Giovannetti – scrive Ferloni – non si sono del tutto accorti che con la loro narrazione hanno dato un contributo molto serio alla storia della chimica in Italia e più in generale alla storia industriale del secolo XX».

Pubblicare o non pubblicare, informare o censurare l’informazione? Trasparenza o censura? La conoscenza, se libera, può contribuire davvero in tempi di pace a far evolvere una società in senso positivo, come qualcuno di noi ingenuamente crede? O invece, se si nascondono le informazioni e le si limitano con forme di censura, si lascerebbe il campo ad esiti meno vantaggiosi per la popolazione ma meno discussi, più sereni, forse socialmente migliori? E certo più convenienti per chi, ricco e potente, può corrompere, sa tacere, sa disinformare, può censurare?
Dilemma necessario e premessa obbligata quando si affronta un libro «unico per davvero», come L’uragano Cefis, di Fabrizio De Masi (ovviamente uno pseudonimo!), pp. XXIV + 382, appena pubblicato dalle edizioni Effigie, del quale si sapeva che esisteva un’unica copia originale, stampata nel 1975 ma non uscita nemmeno dalla tipografia né arrivata mai nelle librerie grazie ad una privata ma occhiuta censura preventiva.
Questa opera, esposta nel 2010 con la massima precauzione (non consultabile dal pubblico, esibita sotto vetro) a Milano alla Mostra del libro antico dal proprietario, Marcello dell’Utri, senatore nonché bibliofilo molto noto, poi riprodotta artigianalmente in foto che vennero lasciate distribuire a qualche collezionista privato, presenta una quasi completa e finora censurata narrazione della vita di Eugenio Cefis (21 luglio 1921 – 25 maggio 2004), massone notorio, che fu tra i protagonisti del cosiddetto “miracolo italiano”, presidente dell’ ENI prima e poi della Montedison, tra gli anni ’60 e ’70 del secolo XX, gestore incontrastato delle principali scelte della politica energetica e della chimica italiana.
Proprio nel medesimo anno 2010 le edizioni Effigie avevano già tolto dalla dimenticanza e dalla censura in cui era stato sepolto il primo libro dedicato allo stesso grande personaggio, Questo è Cefis, di Giorgio Steimetz (altro pseudonimo!), già pubblicato in due edizioni nell’aprile e nel luglio 1972, arrivato nelle librerie ma subito sparito perché quasi tutte le copie esistenti vennero acquistate per evitarne la circolazione tra il pubblico.
Meritoria dunque nel 2010 la pubblicazione del libro di Steimetz, premiata da un relativo successo. Ancor più meritoria e preziosa questa nel 2022 del libro di De Masi, cinquant’anni dopo quella originale di Steimetz, perché permette di ripercorrere più di un secolo di storia italiana dal punto di vista privato e non ufficiale di un cronista provvisto di solida conoscenza degli avvenimenti e di un acuto spirito critico. Si risparmia volentieri al lettore un riepilogo, che sarebbe troppo lungo, dei capitoli del libro. Basti accennare al fatto che nell’esporre la biografia di Cefis l’autore rievoca con meticolosa puntualità creazioni, bilanci, attività e passività di numerose società s.r.l. e s.a.s. istituite via via dal personaggio e dai suoi prestanome per gli scopi più svariati ma nella prospettiva unica di produrre redditi privati piccoli o grandi in modo da sfuggire per quanto possibile al fisco e alla notorietà in patria. Le operazioni finanziarie private di Cefis, familiari e collaboratori in vari Paesi all’estero assunsero ragguardevoli proporzioni e frequenze sistematiche, evitando ogni controllo. Lo stesso comportamento fu poi seguito da numerosi esportatori di capitali, come parecchi anni dopo avrebbe fatto, seguendone l’esempio “imprenditoriale”, anche l’ ex-“cavaliere” promotore di Milano 2 e delle Tv di Mediaset, prima di decidere di lasciarsi coinvolgere nella politica attiva.
Non pare il caso nemmeno di soffermarsi qui sulle divertenti pagine dell’editore Giovannetti, che giustamente ha ritenuto utile far precedere il testo da una brillante introduzione (le prime XXIV pagine) e ha poi trovato necessario concluderlo con un corposo, documentato e puntuale commento dal titolo Anche questo è Cefis di 175 pagine, in cui condensare domande rimaste senza risposte e interpretazioni recenti su tante diverse e misteriose vicende politiche, economiche, industriali e culturali dell’Italia contemporanea. Tanto più affascinanti, queste pagine, perché vi sono disseminate, come in tutto il volume, rare fotografie sia dei personaggi sia dei documenti citati, tratte anche dagli archivi dello Stato e degli enti menzionati. Infine è da rimarcare un essenziale, utilissimo indice dei nomi e dei luoghi.
Va da sé che L’uragano Cefis di De Masi, nella rilettura proposta da Giovannetti, mostra notevoli limiti, anche perché fu scritto in anni in cui non era possibile avere archivi elettronici e si disponeva soltanto di documenti e copie cartacee. Per di più, a quanto si narra, lo stesso Cefis decise a suo tempo la distruzione del proprio archivio domestico, senza dubbio ricco quanto il suo proprietario. Però il testo di De Masi permette, assieme alla introduzione ed alla vivace postfazione di Giovannetti entro le quali è inserito, ed assieme al libro di Steimetz, di tracciare una sezione non comune e non facile da ripercorrere della storia dell’industria e della chimica in Italia, come configurata dalle scelte di Mattei e di Cefis fatte proprie dai successivi governi del dopoguerra.
A questo proposito vien da pensare a un caso curioso del Seicento, quello de Le bourgeois gentilhomme di Molière, che fa esclamare al signor Jourdain, il protagonista borghese: «Sono più di quaranta anni che parlo in prosa senza saperlo!» e possiamo sorriderne con indulgenza. Qui invece Steimetz, De Masi (lo ripetiamo, pseudonimi – forse di due giornalisti lombardi), e infine lo stesso Giovannetti non si sono del tutto accorti che con la loro narrazione hanno dato un contributo molto serio alla storia della chimica in Italia e più in generale alla storia industriale del secolo XX, storia di cui quella italiana ha rappresentato – nel bene e nel male – una parte significativa e non trascurabile, anche se spesso governata da orientamenti sovranazionali, compromessi e inquinamenti ambientali deliberati altrove. Questo contributo illustra scelte che nel secondo dopoguerra furono fondamentali per il nostro Paese, anche se ora in parte appaiono discutibili: un racconto quindi che, per rispondere al dilemma proposto all’ inizio, offre un ulteriore valore aggiunto alla materia del presente volume, ne rende più interessante la pubblicazione e assai stimolante la lettura.

Sull’Italia dei misteri torna a soffiare l'”Uragano” Eugenio Cefis

9 Maggio 2022

Pubblicato per la prima volta un libro scritto nel ’75 contro il super dirigente d’azienda
di Luigi Mascheroni

Abiti blu della migliore borghesia e eminenza grigia della peggior politica, Eugenio Cefis è stato uno degli uomini di maggior potere, e meno appariscenti, degli anni ’60 e ’70 in Italia. È celeberrima la risposta che gli diede Enrico Cuccia quando Cefis, che a lungo aveva avuto la sua fiducia, gli annunciò obtorto collo le proprie dimissioni dalla Montedison: «Non mi aspettavo che accettasse, credevo che Lei avrebbe fatto il colpo di Stato». E forse avrebbe potuto.
Influentissimo, ambiguo, misterioso. Di Eugenio Cefis, in fondo, è stato scritto molto di più di quanto realmente si sappia. Certo, fu personaggio di peso enorme: consigliere dell’AGIP, presidente dell’ENI dal ’67 al ’71 e poi della Montedison dal ’71 al ’77, Cavaliere di Gran Croce ma anche si dice, e sono molti i «si dice» nella sua biografia coinvolto, secondo alcune inchieste, nell’attentato a Enrico Mattei e nelle morti del giornalista Mauro de Mauro e di Pier Paolo Pasolini. E fino a qui nulla di nuovo.
Le novità arrivano adesso, con la ripubblicazione di uno dei libri più misteriosi del nostro ‘900: L’uragano Cefis, scritto da un oscuro Fabrizio De Masi (è solo un nome de plume), stampato nel 1975, mai arrivato nelle librerie (sparì già in tipografia) e di cui si conserva una sola copia conosciuta, quella che nel marzo 2010 il senatore-bibliofilo Marcello Dell’Utri espose alla Mostra del libro antico di Milano (quando annunciò anche il ritrovamento di un capitolo perduto del romanzo Petrolio di Pasolini, intitolato «Lampi sull’Eni», che però subito dopo sparì). Comunque, da quel momento, apparso a sorpresa, L’uragano Cefis prese a circolare in fotocopia a mo’ di samizdàt tra studiosi e complottisti. Come mai tanti segreti? Perché il libro contiene informazioni esatte, dunque pericolose, sulla spudorata intraprendenza di Eugenio Cefis, uno dei più altolocati timonieri del management pubblico, eroe diabolico la cui vita è legata a filo doppio ai tanti misteri che hanno attraversato il Paese. Ricercato, citato, poco o nulla letto, ora L’uragano Cefis (che fa il paio con un altro titolo a lungo introvabile, Questo è Cefis, di un altrettanto fantomatico Giorgio Steimetz, apparso e subito sparito nel ’72) è di pubblico dominio. Viene pubblicato dalla casa editrice Effigie di Giovanni Giovannetti il quale da dieci anni si dedica a ricerche su Cefis, il caso Mattei, i misteri d’Italia e Pasolini.
Ora, distinguiamo. Da una parte c’è quanto scrive l’enigmatico Fabrizio De Masi (pagato da qualcuno che vuole ricattare il suopermanager Cefis): pagine utili per ricostruire il brulicante arcipelago di società private che, per tramite di prestanome, fanno tutte capo all’«onorato presidente»: società immobiliari, petrolifere, finanziarie, del legno, della plastica, della pubblicità, ecc. affidate a suoi uomini di fiducia e che con Eni e poi Montedison sono a volte in affari altre volte in concorrenza, quando la mission personalissima di Cefis è privatizzare gli utili socializzando le perdite. E poi, dall’altra parte, c’è appunto tutto ciò che Giovannetti aggiunge per completezza di informazione in un breve testo introduttivo e soprattutto nella corposa postfazione intitolata «Anche questo è Cefis», cioè la parte che oggi interessa di più.
Ed eccoci alle vere novità del libro. Uno: come nasce la potenza economica di Cefis. In passato si è speculato su presunte fortune accumulate nei mesi in cui fu comandante partigiano; in realtà semplicemente Cefis dopo la guerra sposa Marcella Righi, ereditiera del cosiddetto «Prato buono» a Milano, un’area che negli anni ’50 e ’60 conosce un’espansione immobiliare pazzesca: fu lui, Cefis, a gestire il tesoro e ad accumulare attraverso vendite e investimenti un patrimonio che toccò l’incredibile cifra di cento miliardi delle vecchie lire. Poi c’è il capitolo del Cefis ufficiale e partigiano, fra luci e ombre: è vero che fu tra i più importanti comandanti di area cattolica-monarchica e, proprio a partire da quegli anni, amico di Enrico Mattei, che poi affiancherà nell’attività di ristrutturazione dell’AGIP e quindi dell’ENI; ma è anche vero che nel ’41 era stato sottotenente nella Slovenia occupata, teatro di efferatezze, deportazioni di civili, villaggi bruciati, fucilazione di «collaborazionisti» Due: i rapporti con la politica. Nel libro Giovannetti tira fuori una vera chicca: una lettera inedita datata settembre 1962 in cui Aldo Moro, segretario della Dc, chiede a Enrico Mattei di «fare un passo indietro», cioè di rinunciare alla presidenza dell’Eni (il suo mandato era in scadenza nell’aprile ’63); suggerimento rimasto inascoltato. Poco più di un mese dopo Mattei viene assassinato. Tre: l’Italia dei Misteri. Proprio nella morte di Mattei potrebbe aver avuto un ruolo attivo una misteriosa associazione aristocratica, anticomunista e paneuropeista chiamata «Cercle» (di cui nulla si è mai saputo in Italia) e che accoglieva la creme della destra politica e finanziaria europea, da Giulio Andreotti e il finanziere vaticano Carlo Pesenti al cancelliere Konrad Adenauer e Franz-Josef Strauss, lo spagnolo Alfredo Sanchez-Bella, ex ministro di Franco, il banchiere americano David Rockefeller, gli statisti francesi Jean Monnet, Robert Schuman, Antoine Pinay, Valery Giscard d’Estaing e il fondatore dell’Oas Jacques Soustelle, il tedesco Reinhard Gehlen, già capo dei Servizi segreti al tempo del nazismo…. Un buon numero di costoro rispondeva anche all’Opus Dei e all’Ordine sovrano dei Cavalieri di Malta. Quattro: i legami con la P2. Secondo un informatore del Sismi, Samuele Turi, siamo nel 1983 – ma non ci sono altre prove a sostegno della soffiata – Eugenio Cefis, di certo massone, sarebbe stato il vero capo della loggia massonica P2. Infine, cinque, Cefis e la stampa. Il grand commis si infilò in tutti i grandi giornali. Aiuta Indro Montanelli tramite importanti contributi pubblicitari quando fonda “il Giornale”; e mette le mani soprattutto sul “Corriere della Sera” che dal ’74 passa progressivamente sotto controllo piduista: formalmente, i proprietari (Crespi, Agnelli, Moratti) lo cedono al gruppo Rizzoli; in realtà i soldi li mette la Montedison presieduta da Cefis, garantendo un finanziamento senza interessi con una fidejussione ai Rizzoli della Montedison International Holding di Zurigo, assicurandosi – anche grazie a prestazioni pubblicitarie garantite per almeno 2 miliardi e mezzo l’anno – una costante azione volta a sostenere l’attività industriale e commerciale del gruppo Montedison Sono gli anni in cui direttore del “Corriere” è Piero Ottone e il corsaro Pier Paolo Pasolini in quel momento imbrattato di Petrolio e invischiato in molti misteri attacca frontalmente la Dc e Andreotti (referente politico di Cefis dopo Fanfani, ormai in disgrazia) e scrive – in un articolo passato alla storia – «Darei l’intera Montedison per una lucciola…». Pochi mesi prima di venire ammazzato. Ma tutto ciò è solo letteratura.

(“Il Giornale”, 4 maggio 2022)

Pasolini e Pavia

6 Maggio 2022

Lo scrittore e la campagna pavese, tanto simile a quella dei suoi anni friulani

di Giovanni Giovannetti

Nella città lombarda lo scrittore era venuto per svariate ragioni e diversi incontri pubblici. Ma venne anche in veste di regista: nel 1968, tra Bereguardo e Copiano Pasolini gira molte scene di Teorema, uno dei suoi film migliori: in una ricca famiglia borghese, le incrostature di uno stile di vita avvitato sul calcolo economico, sull’ordine e sul possesso sono mandati a gambe all’aria dall’arrivo di una misteriosa figura messianica, liberatoria e destabilizzante (una manifestazione del sacro, Terence Stamp nel film); al punto che Paolo (Massimo Girotti), il capofamiglia, un ricco industriale, dopo quell’incontro, francescanamente si spoglierà di tutto e donerà la fabbrica ai suoi dipendenti.

pasolini pavia

Perché Copiano? Pasolini va cercando luoghi che gli ricordino la campagna della sua giovinezza al paese materno di Casarsa in Friuli; e il cugino Nico Naldini non esita a indicargli questi campi e queste cascine (a Magherno Naldini, in fuga da Milano, aveva preso casa): sono i paesaggi pavesi di Teorema.

Le comparse reclutate al Pertusati

Lungo la strada provinciale 235, poco prima di Vigalfo riconosciamo infatti l’antica chiesetta della Colombina dove nel film la signora Lucia (Silvana Mangano) fa all’amore con uno studente del posto.
Torniamo ora verso Pavia. Poco prima di Fossarmato un tempo sorgeva la cascina Torre bianca, là dove la serva Emilia (Laura Betti) – che è in odore di santità e si nutre di sole ortiche – finirà col levitare nell’aria di fronte a una folla adorante, che avanza verso di lei come nel Quarto stato di Pellizza da Volpedo.

pasolini pavia

Pasolini aveva reclutato molte di queste comparse fra gli studenti dell’Ateneo pavese nonché fra gli ospiti del Pio albergo Pertusati di Pavia. Laura Betti ricorderà che, «al momento della levitazione, come al solito mancavano i soldi per la piccola folla di comparse che dovevano assistere al miracolo della santa. Franco Rossellini, il produttore, non si perse d’animo e fece irruzione in un ospizio di vecchietti vicino a Pavia urlando per le corsie: “venite! Presto venite! Ci sta una santa che fa i miracoli!”. Caricò i vecchietti nel furgoncino e cominciò subito a far circolare un po’ di fiaschi dì vino e insomma i vecchietti, disposti sotto il tetto da dove io me ne partivo in volo, ci credevano sul serio». Al posto della cascina, abbattuta, ora troviamo un spianata di cemento con attorno quattro villette, un capannone e qualche silos.

La villa alla Zelata

La villa sospesa “su palafitte” dove Lucia si concede all’ospite è alla Zelata di Bereguardo. Qui dimoravano l’allora proprietaria del “Corriere della Sera” Giulia Maria Crespi e suo marito, l’architetto Guglielmo Mozzoni. Anni dopo un piccato Mozzoni lamenterà che «Pasolini si è servito di quell’ambiente per raccontare cose che non sono in accordo con il mio modo di pensare».
In altre scene siamo a Villanterio, nella vicina Sant’Angelo Lodigiano oppure in riva al Ticino. E qui, dalle parti di Bereguardo, forse allo scrittore e regista pareva d’essere sulle rive del “suo” Tagliamento.
Come altre opere di Pasolini, Teorema non avrà vita facile: dopo la “prima” (nel 1968, alla Mostra del cinema di Venezia), la procura di Roma ne ordina il sequestro «per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava». Al processo veneziano che seguirà il pubblico ministero chiede la condanna di Pasolini a sei mesi di reclusione; il regista verrà infine assolto poiché, recita la sentenza, «Lo sconvolgimento che Teorema provoca non è affatto di tipo sessuale, è essenzialmente ideologico e mistico. Trattandosi incontestabilmente di un’opera d’arte, Teorema non può essere sospettato di oscenità». Non di meno, al film verrà conferito il premio dell’Office Catholique International du Cinèma, accompagnato dal giudizio entusiasta del presidente della giuria, il sacerdote gesuita canadese Marc Gervais.

pasolini pavia

Dagli al “finocchio”

Marxista senza chiese, Pasolini è costantemente preso di mira, in particolare dagli ambienti neofascisti (ma anche da settori del Partito comunista) e fatto oggetto di una costante campagna di discredito. Come nell’agosto 1968 a Venezia per la “prima” di Teorema, dove viene insultato e minacciato da un manipolo di fascisti: c’era Carlo Cicuttini (uno degli autori della strage di Peteano nel 1972: tre carabinieri uccisi); c’era l’ordinovista trevigiano Roberto Raho, sodale di Carlo Maria Maggi (quel Maggi assolto nel 2005 per piazza Fontana e condannato nel 2017 all’ergastolo quale mandante della strage di piazza della Loggia a Brescia); e c’erano Marcello Soffiati (è l’informatore “Eolo” dei Servizi segreti italiani, americani e spagnoli) e il bombarolo nero Delfo Zorzi, implicato nella strage di piazza Fontana a Milano nel 1969, nella strage di Brescia del 1974 e in altre oscure trame del terrore.
Quel clima ostile a Pasolini ben lo ricorda l’allora esponente del Fuan (l’organizzazione universitaria della destra filofascista) e futuro parlamentare missino Tommaso Staiti di Cuddia, all’epoca studente presso l’Ateneo pavese: «A Pavia organizzai una cosa di cui mi sono pentito. Una sera venne in città Pier Paolo Pasolini a tenere una conferenza. E io e un’altra trentina di ragazzi, ci mettemmo ad aspettarlo con quattro chili di finocchi. Poi, quando lui arrivò, glieli tirammo addosso. Allora Pasolini mi avvicinò e mi disse: “Ma perché non vieni a discutere con noi?” Io in quel momento gli risposi con una banalità qualsiasi. Adesso penso di aver sbagliato».
Era il 22 ottobre 1964, e in via Varese si inaugurava il circolo culturale Labriola. A discutere di “Valori religiosi e marxismo”, con Pasolini c’erano Sergio Antonielli, Pio Baldelli, Michele Ranchetti e Lanfranco Caretti. Presenti in sala, Lucio Mastronardi, Renata Colorni, Alcide Malagugini. Erano altri tempi.

Questa volta Cefis non può fermare l’Uragano

5 Maggio 2022

La Effigie edizioni di Giovanni Giovannetti, dopo Questo è Cefis, pubblica un’altra rarità che racconta misteri, amori e ricchezze di uno degli uomini più potenti d’Italia. Con rivelazioni su una lettera di Moro a Mattei

di Paolo Morando

Era il Sacro Graal della “cefisologia”: un libro solo per modo di dire, mai distribuito, stampato probabilmente in un pugno di copie, probabilmente quelle che bastavano per consentire al protagonista del volume (suo malgrado) di bloccarlo prima che arrivasse in mano ai lettori. L’unica copia sopravvissuta è per giunta di proprietà di un bibliofilo ben noto alle cronache, politiche e soprattutto giudiziarie: l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. Una dozzina di anni fa la espose a Milano, alla sua Mostra del libro antico, quando ancora nessuno ne aveva mai sentito parlare. E da lì il libro inesistente era tornato ad inabissarsi nel nulla, anche per via di un sequestro giudiziario connesso a una spericolata affermazione proprio di Dell’Utri, che rivelò di essere anche in possesso del misterioso “Appunto 21” di Petrolio, pure quello Sacro Graal ma in ambito pasoliniano. Salvo poi fare presto marcia indietro, per dribblare una inevitabile inchiesta per ricettazione.
Ora L’uragano Cefis in libreria ci arriva davvero, per merito della Effigie Edizioni di Giovanni Giovannetti, come già avvenne per Questo è Cefis, altra rarità, del quale però mezzo secolo dopo copie originali ancora ne spuntano, benché al costo di svariate centinaia di euro. Di Uragano, invece, da qualche anno giravano al massimo mazzette di fotocopie, nel ristretto ambito dei cultori della materia (compreso chi scrive), finendo a un certo punto anche su eBay, ovviamente a un prezzo proibitivo. I due volumi d’altra parte hanno diverse caratteristiche in comune: dall’autore schermato da uno pseudonimo (Giorgio Steimetz nel caso di Questo è Cefis, del 1972, Fabrizio De Masi per L’uragano Cefis, del 1975, che si giovava anche di un’introduzione dell’altrettanto inesistente Pier Crescenzi) al contenuto durissimo nei confronti di Cefis, l’ex presidente dell’Eni fresco di nomina alla guida di Montedison all’epoca del primo volume e, al momento della mancata uscita di Uragano, uno degli uomini più potenti d’Italia (era anche vicepresidente di Confindustria, quando al suo vertice stava Gianni Agnelli). Una potenza nascosta dietro una coltre di mistero mai diradatasi, anzi cresciuta a dismisura dopo la sua morte nel 2004, in Svizzera, dove si era trasferito con un coup de théâtre già nel 1977, uscendo per sempre dalla sfera pubblica che aveva a lungo dominato.

Stile particolarissimo

Su Cefis è stato detto e scritto di tutto: fondatore della P2, sovvenzionatore di eversori (il golpe Borghese), longa manus dietro le morti violente di Enrico Mattei, Mauro De Mauro e Pier Paolo Pasolini, in un filone complottista tanto inesauribile quanto sprovvisto di prove fattuali. Un filone alimentato anche dalle tante voci sul suo leggendario patrimonio personale, chiaramente accumulato chissà come. L’uragano Cefis, ed è già un grande merito, consente di fare definitivamente luce su quest’ultimo presunto mistero: quel patrimonio arrivò infatti in dote al campione della “razza padrona” dalla moglie Marcella Righi, di famiglia ricchissima. Che poi Cefis quel patrimonio lo abbia fatto fruttare grazie a spregiudicate operazioni finanziarie è altro discorso, che peraltro il libro firmato De Masi affronta in maniera altrettanto spregiudicata. Lo stile dell’autore è infatti particolarissimo: tanto barocco nei passaggi descrittivi dedicati a Cefis quanto certosino e pedante nell’elencazione dei dettagli relativi a società, consigli d’amministrazione, capitali sociali e quant’altro.
Si capisce benissimo che il De Masi, allora, ebbe accesso a carte non esattamente a portata di mano. E che quindi l’operazione di discredito di Cefis, perché di questo si trattava, era stata studiata a lungo. Con quanto successo impossibile dirlo, visto che il libro in effetti mai vide la luce.

Armi di pressione

Il che non stupisce affatto, se si considera che il libro si sofferma con prosa sprezzante e compiaciuta anche sulle amicizie femminili dello sposato e padre di famiglia Eugenio Cefis. Un’arma di ricatto, insomma. O comunque una formidabile arma di pressione su un uomo già al centro di mille scandali, con risvolti giudiziari (fondi neri, tangenti, spionaggio, intercettazioni telefoniche) finiti peraltro sempre nel nulla. Uragano si conclude tra l’altro chiudendo il cerchio aperto da Questo è Cefis, dando conto di una denuncia contro Cefis basata proprio sull’inchiesta pubblicata dalla Agenzia Milano Informazioni (riconducibile a Graziano Verzotto, altra figura controversa) e poi sfociata nel libro di Steimetz: denuncia che, prevedibilmente, non sortì alcun effetto. Con ampio scorno anche di De Masi, che pure, su Questo è Cefis, di per sé non si espone troppo: «Almeno letterariamente – scrive infatti – non osiamo esprimere pareri in ossequio alla deontologia professionale».
È una frase significativa, che tradisce probabilmente la volontà di allontanare ogni sospetto di collegamento tra le due “opere”, chiamiamole così. Ma il sospetto è invece fortissimo. Giovannetti, ricercatore infaticabile, si è infatti meritoriamente incaricato non solo di pubblicare L’uragano Cefis, bensì anche di farlo precedere da una propria introduzione di una quindicina di pagine (con al centro appunto la questione dell ricchezza di Cefis) e, soprattutto, di chiuderlo con una postfazione di addirittura 170, cioè quante ne conta in questa edizione il libro finora inesistente firmato De Masi.

Santi senza candele

E in prefazione ha messo a confronto numerosi passaggi di L’uragano Cefis con altrettanti di un libro dimenticato di Luigi Castoldi, giornalista e scrittore brianzolo, classe 1929, «democristiano, in ottimi rapporti con la Curia milanese». Il libro in questione è Santi senza candele, pubblicato nel 1988 da quella Egr (Editrice Giornalisti Riunisti) che avrebbe dovuto pubblicare Uragano e per la quale proprio Castoldi fu autore di numerose monografie. Si tratta di un libro che raccoglie una serie di ritratti: si va da Andreotti a Berlinguer, da De Mita a Fanfani, da Martinazzoli a Zaccagnini. C’è anche Enrico Mattei, predecessore di Cefis alla guida dell’Eni. Guarda caso, c’è pure Cefis. E il confronto lascia poco spazio ai dubbi. Ecco alcuni passaggi a titolo di esempio (ma la casistica è molto più ricca).
De Masi, pagina 7: «Dinastia di capomastri, come lo sarà il figlio, Camillo…». Castoldi, p. 64: «Cefis Eugenio, una dinastia (!) di capomastri. L’impresa edile del nonno Francesco passa a Camillo Cefis, padre di Eugenio…».
De Masi, p. 15: «Nell’anticamera del simpatico bunker di Cefis un’infilata di tavolette votive alla parete, secondo una disposizione ambientale studiata con garbo. È l’hobby di Cefis l’ex-voto…». Castoldi, p. 66: «Ho parlato con lui nel suo studio di via Chiossetto. Nella sala
d’attesa un’infilata di ex-voto alle pareti…».
De Masi, p. 16: «Il genio del Presidente, afferma Mattei, è determinante per la conduzione dell’Eni. Di genî ne basta uno solo. L’Eu-genio diventa due volte di troppo». Castoldi, p. 66: «Cefis è ormai talmente in all’Eni che Mattei, nel ’60, si rende conto della misura d’ingombro e decide che di geni ne basta uno: l’Eu-genio è di troppo, per etimologia e per importanza».
De Masi, p. 37: «Giorgio Cefis, grimpeur come il babbo, entra alla segreteria di Enrico Cuccia alla “Mediobanca”, un ambiente frequentato dal dott. Cefis padre». Castoldi, p. 66: «Nel ’44 è nato Giorgio, un grimpeur come il padre (l’ha fatto entrare alla segreteria di Cuccia, il deus ex machina di Mediobanca e della galassia economica italiana; adesso è alla Morgan Greenfield Int. ed è uno che conta)».
De Masi, p. 41: «È la Primula rossa dell’economia italiana». Castoldi, p. 61: «Impenetrabile. Primula rossa della finanza italiana».
De Masi, p. 68: «È all’apogeo. Può permettersi di piantare in asso Antonio Bisaglia, il veneto arrampicatore delle Partecipazioni Statali, l’Andreotti del Bilancio e del Midi-Kassa, l’Emilio Colombo del Tesoro, il Carli della Banchitalia, tutta gente illustre e rotta al potere, cui aveva fatto capo giorni prima al momento delle rumorose dimissioni».
Castoldi, p. 62: «Cefis era capace di piantare in asso il povero Bisaglia, il ras veneto giunto alle Partecipazioni Statali. Mandava a dire all’Andreotti del Bilancio e del Midi-Kassa che l’avrebbe (ri)chiamato lui. Liquidava in poche battute l’Emilio Colombo, Colombo il mite, la tortorella del Tesoro, quanto il Carli, il bull-dozer, il duro (e integro) della Banca d’Italia».
Aggiungete a tutto questo la circostanza, pure segnalata da Giovannetti, che qua e là spuntano corrispondenze anche con Questo è Cefis. Il quale risulta stampato in una tipografia di Monza, appunto la città di Castoldi. Mistero risolto dunque? Probabilmente sì. Ma nella postfazione Giovannetti butta lì un’altra notevole scoperta: una lettera inedita di Aldo Moro a Mattei in cui l’allora segretario della Dc esortava il presidente dell’Eni «a fare un passo indietro». Era il 19 ottobre 1962: un mese prima dell’attentato di Bascapè, l’eterno mistero italiano.

(“il Domani”, 4 maggio 2022)