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Un forse utile ripasso

1 maggio 2021

di Giovanni Giovannetti

Tra gli arrestati di questi giorni a Parigi c’è anche il quasi ottantenne e malato Giorgio Pietrostefani, esule in Francia dopo la tormentata condanna definitiva a 22 anni di reclusione quale mandante dell’omicidio, a Milano, nel 1972, del commissario di polizia Luigi Calabresi. Ne ho scritto in alcune pagine del mio Malastoria, che qui ripropongo in sintesi.

Poco prima di essere ucciso il 17 maggio 1972, il commissario milanese di polizia Luigi Calabresi stava indagando su un traffico d’armi e di esplosivi internazionale che vede coinvolti ambienti atlantici, circoli neonazisti tedeschi e Ustaša croati.

E va ricordato che (lo scrive l’ex ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani nel suo libro Politica a memoria d’uomo) una parte dell’esplosivo poi usato per la strage di piazza Fontana a Milano «venne fornita a uomini di Ordine nuovo da un agente nordamericano. Ma non era della Cia, proveniva da una centrale tedesca [la base di Bad Tolz, dove si addestravano le forze non convenzionali italiane] in cui operavano americani e tedeschi».

Venti giorni prima di morire il commissario Calabresi scrive un dettagliato rapporto, collegando il traffico d’armi ed esplosivi con piazza Fontana. Questo rapporto scompare, assieme alle carte di una sua personale ricerca sulle bombe alla Banca dell’agricoltura.

Vai a sinistra

Per l’assassinio di Calabresi (ingiustamente ritenuto il maggior responsabile della morte dell’anarchico Pino Pinelli) verranno infine condannati a 22 anni di reclusione Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, tutti esponenti di Lotta continua: il primo come esecutore materiale, Pietrostefani e Sofri come mandanti. Sono chiamati a correo da Leonardo Marino, autoaccusatosi di aver guidato l’auto usata per la fuga. E questa è la “verità” giudiziaria, poiché i tre si son sempre dichiarati innocenti.

E infatti, sulla vicenda Calabresi, molte tessere faticano a trovare un posto. A partire proprio da Marino (pizzicato dai Carabinieri dopo alcune rapine a mano armata per “autofinanziamento” personale), sulla cui “crisi di coscienza” permangono ampie zone d’ombra: che dire dei suoi numerosi colloqui mai verbalizzati con il colonnello dei Carabinieri Umberto Bonaventura della divisione Pastrengo (17 giorni in mano a costoro) prima della confessione “ufficiale” al giudice Ferdinando Pomarici? Quando ancora era tenente, il Bonaventura è stato collaboratore del generale piduista Giovan Battista Palumbo nonché collega di Michele Santoro, quel tenente colonnello dei Carabinieri amico del criminologo nazifascista Aldo Semerari e processato a Trento proprio su denuncia di Lotta continua (e i Carabinieri, taluni Carabinieri, sembrano avere un conto aperto con Lc).

Che dire anche delle numerose contraddizioni in cui Marino è incorso in sede dibattimentale? Come se qualcuno lo avesse preventivamente “imboccato”.

E che dire dei circa 200 milioni in lire misteriosamente piovuti dal cielo sull’indebitato Marino (non era il bottino delle sue rapine), guarda caso nell’imminenza di quel suo “pentimento”.

Curiosamente, Marino ha chiamato i suoi due figli Adriano (in onore di Sofri) e Giorgio (come Pietrostefani). Marino, un teste che nell’ottobre 1992 la Corte di cassazione, a sezioni riunite, ha definito assolutamente non credibile.

Svolta a destra

«Secondo me non è Sofri il mandante dell’omicidio Calabresi», dirà il 7 aprile 2004 il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga: «lui però, probabilmente, sa chi è stato a uccidere il commissario». Comunque sia, più d’uno sembra trarre sollievo dalla sua eliminazione. Ma con il clima che grava intorno a Calabresi, è ampiamente possibile che la mano omicida sia di qualcuno – verosimilmente dell’area di Lotta continua – che lo ha ritenuto un atto di giustizia; per dirla con Sofri, l’azione di chi «disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». Quella violenza torbida, cieca e di Stato che, dopo piazza Fontana, dopo piazza della Loggia e dopo l’Italicus favorirà in molti ragazzi intossicati da tanta cattiveria la deriva della lotta armata: se lo Stato tira bombe e ammazza allora ci dobbiamo difendere, si sentiva dire. Nei tristi giorni di piazza Fontana anche l’editore Giangiacomo Feltrinelli maturerà la scelta della clandestinità.

Ma in un primo tempo le indagini sulla morte di Calabresi guardano a destra, in particolare dopo l’arresto dei neofascisti Gianni Nardi, Bruno Stefàno e della tedesca Gudrun Kiess Mardou (compagna del Nardi) il 22 settembre 1972 al valico di Brogeda, tra Como e la Svizzera. I tre sono a bordo di una Mercedes carica d’armi, esplosivo e munizioni. Secondo l’estremista di destra e collaboratore di giustizia Aldo Tisei, il camerata «Concutelli riferì di un traffico d’armi tra l’Italia e la Svizzera e disse che Nardi, Stefàno e la Kiess abitualmente portavano armi in Italia» per conto di Ordine nuovo; e poiché «Calabresi aveva scoperto questo traffico» i tre, sempre stando a Tisei e Concutelli, lo eliminarono.

Nella abitazione di Nardi verrà trovata una piantina della zona di via Cherubini a Milano, dove Calabresi sotto casa viene ucciso, e una giacca simile a quella indossata dal killer. E in carcere, la Kiess avrebbe rivelato a un’altra detenuta che alla guida dell’auto dei killer di Calabresi c’era proprio lei, peraltro sprovvista di patente. Inutile sottolineare che, stando a tre testimoni oculari, alla guida di quell’auto Fiat 125 blu rubata c’era una donna, ritenuta molto somigliante alla Kiess.

Si aggiunga infine che una nota del Sid definisce Gianni Nardi «grosso trafficante d’armi». Il terrorista nero (e gladiatore, col numero di codice 565-N) risulterà molto somigliante al photofit dell’assassino di Calabresi e sarà poi riconosciuto da molti testimoni oculari.

Insomma se, come è probabile, non sono stati loro a uccidere Calabresi, quanto meno lo andavano prefigurando.

La cornice a questo triste disegno sembra infine fornirla l’ex capo del reparto D del Sid generale Gian Adelio Maletti a Daniele Mastrogiacomo (che nell’estate del 2000 lo intervista per “la Repubblica”), riferendo dei numerosi carichi di esplosivo, destinati all’arcipelago ordinovista, che «arrivavano dalla Germania via Gottardo direttamente in Friuli e in Veneto» poiché «la Cia voleva creare, attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell’estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l’arresto di questo scivolamento verso sinistra».

Al processo contro Bompressi, Pietrostefani e Sofri si verrà anche a sapere che i proiettili del delitto Calabresi erano stati venduti a un’asta della Polizia; i suoi abiti distrutti.

Salutati i reperti, salutiamo ora il trafficante d’armi e uomo dei Servizi e di Gladio Gianni Nardi: riparato in Spagna, muore nell’isola di Palma de Majorca il 10 settembre 1976 in un ben strano incidente stradale provocato da un camion: “strano”, poiché Nardi non ha mai avuto la patente e si sussurra che sia stata una finzione. Morto o meno, il gladiatore scompare, portando con sé parecchi segreti sullo stragismo di Stato e sulle incursioni mercenarie di Gladio in giro per il mondo.

Giovanni Giovannetti, “Malastoria”, pp. 286-89 e p. 596

Dove sono finite le biblioteche scolastiche?

27 aprile 2021

di Annalisa Testa *

Massimo Bucchi

Sono stata assunta all’età di 25 anni in un liceo della mia città, avevo vinto un concorso come assistente di biblioteca. Con entusiasmo sono entrata in quell’immenso edificio moderno, costruito da poco e inaugurato l’anno precedente. Mi sembrava di essere diventata di nuovo un’alunna, in effetti la mia età non si discostava molto da quella degli studenti che frequentavano l’ultimo anno.

I volumi erano circa 4000, la maggior parte non catalogati, c’era un bel lavoro da fare. Un manifesto con le regole di classificazione decimale Dewey era appeso alla parete: 100 per la filosofia, 200 per la religione, 300 per le scienze sociali, fino ad arrivare alla mia divisione preferita, 800 per la letteratura. Lo osservavo spesso e aspettavo il momento in cui tutti i volumi della biblioteca sarebbero stati correttamente allineati negli armadietti di metallo e di vetro comprati per l’occasione. Una bella spesa per la scuola, ma ne era valsa la pena.

La biblioteca era frequentata da studenti bisognosi di consigli per le loro ricerche, oppure stanchi dalle lezioni e in cerca di una breve pausa, un saluto veloce, un racconto della giornata appena trascorsa, un resoconto di una situazione familiare lasciata in sospeso la volta precedente, una condivisione del risultato ottenuto nell’ultima interrogazione. Frammenti di vita vissuta a comporre un quadro, un’opera d’arte.

A fine giornata arrivava Marco, sulla sua sedia a rotelle, spinto dall’amico di turno. Veniva in biblioteca ad aspettare il nonno, ci vedevamo tutti i giorni e passavamo insieme del tempo: era un tempo fuori dalla realtà, una bolla in cui lui mi raccontava tutte le teorie filosofiche di cui era appassionato. Frequentava il primo liceo, conosceva sicuramente più cose di me, sviscerava tutto con una profondità d’animo che mi lasciava incredula, quasi stordita. Condividevamo il fascino che esercitava su di noi la teoria degli universi paralleli, ne parlavamo spesso, ognuno rilanciava su possibilità sempre più avveniristiche.

Un giorno tiepido di primavera di qualche tempo dopo, la mamma mi raccontò che quelle furono le sue ultime parole… mondi paralleli, aveva detto, lo aveva ripetuto tante volte prima di andare via.

La biblioteca pullulava di attività: gli editori presentavano i loro libri e venivano organizzate conferenze su temi diversi, tanti erano gli incontri con gli scrittori a cui partecipavano gli studenti e i loro docenti, alimentando il dibattito sull’uno o sull’altro argomento.

Dopo cinque anni, la biblioteca contava quasi cinquemila volumi, tra acquisti e donazioni, tutti classificati e al loro posto.

Dopo cinque anni, venne emanata una legge dello Stato, la legge n. 124 del 1999, che all’art. 8 stabiliva il trasferimento del personale di ruolo dipendente dagli enti locali, tra cui gli assistenti di biblioteca delle istituzioni scolastiche statali, nei ruoli del personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA). In sostanza, un assistente di biblioteca, in virtù della legge menzionata, diventava dal 1° gennaio 2000 un assistente amministrativo, veniva a fare parte quindi del personale di segreteria della scuola in cui era in servizio, senza opzione di scelta… Non esisteva più la figura professionale di bibliotecario nelle scuole statali.

Dopo cinque anni, lasciai la mia biblioteca e fui costretta a ricominciare la mia vita lavorativa all’interno della segreteria scolastica del mio stesso liceo. Era il primo gennaio 2000. Ero diventata un’assistente amministrativa.

La finestra del mio ufficio era di fronte alle vetrate della biblioteca, da lì riuscivo a scorgere i grandi tavoli di legno circondati da sedie e la mia vecchia postazione, il PC, la stampante, il catalogo per soggetti e il catalogo per autori, alcuni armadietti, la raccolta della Gazzetta Ufficiale che con tanta ostinazione avevo deciso di conservare, nonostante ne comprendessi la facile sostituzione con un archivio informatico, di recente creazione. Tutto era lì, immobile, ogni cosa al suo posto, come se ad un tratto la vita che la animava, le parole che riempivano lo spazio, la vivacità, il vociare in mezzo ai tanti tentativi di far rispettare il silenzio non fossero mai esistiti. Le luci spente decretavano la fine, una fine inaspettata e imprevista.

Con il tempo, il Liceo diventava ogni anno più frequentato, le prime classi che si formavano erano sempre più numerose, la tendenza era quella di soddisfare la richiesta del territorio, questo volevano i dirigenti scolastici. La scuola, intanto, si articolava nei diversi indirizzi: sportivo, architettonico, con potenziamento della lingua straniera; le aule non erano più sufficienti ad accogliere gli alunni, quelle dedicate al disegno, grandissime e luminosissime vennero via via divise per raddoppiarne il contenuto, un contenuto che nel tempo assumeva una connotazione numerica, più che umana.

E arrivò quel giorno, temuto e previsto; quando accadde, sentii una contrazione allo stomaco, un desiderio di non esserci, di non ascoltare, di non vedere. Era la fine dopo la fine, da quel momento non si sarebbe più potuto tornare indietro, e dire che ancora ci speravo, che qualcosa potesse cambiare, che qualche mente illuminata potesse ripristinare una realtà positiva e costruttiva. La biblioteca venne adibita ad aula, vennero dismessi i grandi tavoli di legno e sostituiti da banchi biposto, il manifesto delle regole di classificazione Dewey rimosso e poi gettato, al suo posto una lavagna interattiva. A fare da cornice, armadietti ricolmi di libri, chiusi.

Dall’osservatorio delle mie carte, registravo i cambiamenti e cercavo di far sopravvivere un’idea di scuola, così come l’avevo sempre desiderata. Con i miei amici, gli insegnanti con cui tante volte avevo vissuto lo spazio e il tempo in biblioteca, condividevo questo obiettivo; con fatica in alcuni momenti, con determinazione in altri, lottavo per costruire una scuola che avesse la dignità del suo nome. Ancora oggi, tra le circolari da interpretare, i protocolli da eseguire, le norme da applicare, inseguo con fiducia il mio sogno, quello di una biblioteca come centro culturale in cui far convergere le proposte di attività da integrare con quelle scolastiche, un crocevia di possibilità da cui docenti e alunni possano attingere opportunità per ampliare il sapere; una biblioteca che rappresenti un porto sicuro per gli studenti, in cui si costruisca un ponte tra il libro ed il suo contenuto, affidato nelle mani del bibliotecario: una persona, non uno schermo, non un programma informatico, capace di infondere negli studenti la curiosità per la conoscenza, che è consapevolezza, competenza, esperienza…vita.

*Annalisa Testa è assistente amministrativa presso un Liceo Scientifico dei Castelli Romani.

Librerie chiuse o semivuote e fatturati in aumento?

27 aprile 2021

di Giovanni Giovannetti

Effettivamente il termometro del mercato librario italiano, se visto nel suo insieme, nel 2020 ha segnalato un miglioramento del 2,4 per cento ascrivibile all’aumento nelle vendite degli e-book (97 milioni di euro, +27 per cento rispetto al 2019), degli audiolibri (17,5 milioni di euro, +94 per cento!) e a una diversa politica degli sconti sul prezzo di copertina dei libri cartacei, tale da portare la “varia” nel suo complesso al +0,3 per cento. Ma va pur detto che – sono stime Aie/Nielsen – nei primi quattro mesi del 2020 la perdita del fatturato in libreria ha toccato il 20 per cento (con un picco di oltre il 70 per cento tra marzo e aprile, e solo a partire da giugno si era tornati ai livelli del 2019) in un Paese, l’Italia, in cui il numero dei lettori e le vendite in libreria non crescono da 17 anni. Ne consegue, recita il rapporto Aie/Nielsen, che «il lockdown ha fatto chiudere le librerie, ha bloccato la pubblicazione di nuovi libri, ha cancellato festival ed eventi, lasciando internet come unico canale d’acquisto». Insomma, aumenta solo la vendita online, passata dal 27 per cento al 48 per cento del totale.

Una più recente ricerca di Aie ha infine mostrato, cito, «che all’11 luglio la perdita di fatturato annuo si era ridotta all’11 per cento rispetto al 20 per cento di aprile» (equivalenti a 533 milioni rispetto ai 600 milioni dello stesso periodo nell’anno precedente) cui vanno aggiunti altri quattro punti percentuali recuperati nei mesi che seguono, contenendo così la perdita al 7 per cento.

Ma siamo sempre lì: a fare mercato e a salvare gli editori di fascia “grossa”, e non necessariamente “alta”, al solito, sono stati alcuni best-seller. Buon per loro, ma per i piccoli “di qualità” è comunque notte fonda.

Leo, uno di noi

23 aprile 2021

di Giovanni Giovannetti

Leo Zanier

Libers… di scugnî lâ di Leonardo Zanier, l’emigrazione, l’immigrazione e il “25 aprile” di chi tuttora è libero solo di partire.

Ci sono libri che più di altri danno caratura e profondità a un progetto editoriale; la riproposta in quattro lingue delle poesie di Libers… di scugnî lâ di Leonardo Zanier (il friulano della Carnia e l’arabo come lingue principali; italiano e francese a piè di pagina) rende merito a un’opera e a un autore che non smette di essere attuale e anzi, lo ha scritto Andrea Ermano, la sua poesia possiede «una forza incredibile, un impatto che aumenta con il tempo».

Di Zanier, delle sue opere letterarie e della sua vita privata e professionale, nulla ho saputo sino al 1977. Quell’anno esce l’edizione Garzanti del suo Libers…, un canto che mi cattura al punto da indurmi a cercare notizie su di lui: avrei voluto conoscerlo, fotografarlo (era il mio mestiere), farci due chiacchiere. Chiedo allora in casa editrice; Anna Drugman, la responsabile dell’ufficio stampa di Garzanti mi segnala che Zanier vive in Svizzera tra Zurigo e Riva San Vitale e che di mestiere è perito edile e sindacalista. Apprendo che in Svizzera, l’antifascista e antirazzista Zanier è stato per anni uno dei principali animatori della federazione delle Colonie libere (dove ha contribuito ad alfabetizzare e a forgiare professionalmente i più bisognosi tra i lavoratori immigrati); coordina poi l’Ecap-Cgil, l’Ente sindacale di formazione e di ricerca, una struttura transnazionale attenta fra l’altro ai problemi delle marginalità e delle povertà.

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Covid all’amatriciana

13 aprile 2021

Come si resiste alla pandemia in un istituto alberghiero

di Livio Ciappetta*

Massimo Bucchi

Sarebbe inutile e ridondante associarmi al già vasto coro di proteste per la gestione delle scuole durante la pandemia. Nonostante i dubbi di coloro che sostengono che non è possibile ad oggi stimare quanti e quali danni comporterà questo anno e mezzo di didattica sui generis nel futuro degli studenti, chi lavora a scuola ha già sotto gli occhi le difficoltà a cui i ragazzi sono andati incontro. Quindi passiamo oltre, per provare a gettare uno sguardo su uno spaccato scolastico particolare, spesso ritenuto marginale, come un centro di formazione professionale alberghiero. Cercherò di raccontare chi siamo e cosa abbiamo fatto finora, consapevole di non poter restituire in poche righe la complessità di una scuola che esiste da oltre sessant’anni, e anche col desiderio di non prendermi troppo sul serio, almeno di tanto in tanto.

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Dire fare ascoltare

7 aprile 2021

di Maria Cecilia Iannilli*

Massimo Bucchi

Nel mio lavoro incontro bambini e ragazzi. 

L’incontro reale avviene, si può dire, in un non-luogo. Nel crocevia di una sofferenza psichica il più delle volte inconsapevole ma spesso visibile al corpo, il quale parla di emozioni molto intense che hanno bisogno di essere nominate e integrate. Sono una psicoterapeuta e l’essenza del mio mestiere è l’ascolto. 

Come adulti, è importante accogliere le emozioni dei bambini e dei ragazzi e anche quelle che suscitano in noi, tenendo a mente la nostra storia per capire e non proiettare giudizi, aspettative, difficoltà, frustrazioni. Solo così si può aiutarli a raccontare la loro esperienza fatta anche di errori, illusioni, incomprensioni e incertezze, e trovare modi per attraversare la vita insieme a idee nuove per viverla, per immaginarla e per desiderarla. 

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Vergogne tricolori

4 aprile 2021

L’invasione italiana della Jugoslavia (terza e ultima parte)

di Giovanni Giovannetti

fucilati

Come scrive nell’estate 1942 un soldato italiano in Slovenia, «Abbiamo distrutto tutto da cima fondo, senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano solo di muoversi, tiriamo senza pietà e chi muore muore». Tutto questo è pazzesco, ma in Italia un criminale in divisa come Roatta verrà prosciolto nel 1948. La fuga in Spagna e l’assoluzione finale sono il prezzo del suo silenzio sulle gravi responsabilità del “maresciallo d’Italia” Pietro Badoglio e dei vertici militari, fuggiti da Roma subito dopo l’annuncio della fine delle ostilità con gli Alleati, abbandonando l’Esercito allo sbando senza ordini e senza una guida. Loro sì responsabili – ben più di Roatta – della catastrofe finale nonché della mancata difesa della capitale dall’occupazione tedesca il 10 settembre 1943.

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Punta Est. Tutti assolti

2 aprile 2021

La seconda sezione della Corte d’appello di Milano ha assolto tutti gli imputati nel processo per la lottizzazione abusiva di Punta Est a Pavia «perché il fatto non sussiste». Per aver sollevato il caso, sul portone dello studio dell’avvocato Franco Maurici vennero ripetutamente disegnate croci a morto; al consigliere comunale Walter Veltri venne bruciata l’auto e a me la casa. Non resta che domandarsi se, per i giudici milanesi, quelle croci Maurici se le sia dipinte da solo, se Veltri abbia dato fuoco alla sua auto e Giovannetti alla sua casa.

La notte del 16 febbraio 2012 “ignoti” distruggono a picconate le vetrate della sede di Insieme per Pavia in via Ferrini.

Il 17 maggio 2012 sul blog Direfarebaciare viene lasciato questo messaggio: «Stanotte è morto un mio amico. Siate più buoni. Non fate che qualcuno desideri danzare sulle vostre tombe».

Il 14 novembre 2012 “ignoti” disegnano croci nere a morto all’ingresso dell’ufficio dell’avvocato Maurici. Cancellate, tre giorni dopo ne vengono disegnate altre.

Il 14 dicembre 2012 “ignoti” danno fuoco all’auto del consigliere comunale di Insieme per Pavia Walter Veltri.

La notte tra il 16 e il 17 dicembre 2012 “ignoti” entrano nella casa al momento vuota di Giovanni Giovannetti, staccano i quadri dalle pareti e aprono cassetti, senza tuttavia rubare nulla. Un chiaro avvertimento.

La notte tra il 30 e il 31 dicembre 2012 “ignoti” danno fuoco alla casa di Giovannetti. Distrutto il seminterrato. Il pronto intervento dei Vigili del fuoco evita il peggio. Non si riscontrano altri incendi dolosi di abitazioni private nella recente storia di Pavia.

Interrogata in Procura il 25 febbraio 2013, Elena Soncini sulle croci a morto per Maurici, riferisce quanto segue: l’imprenditore edile Dario Maestri disse a Ciro Manna: «hai visto che bel lavoro abbiamo fatto? …che bravi siamo stati? Così vediamo se la finiscono di romperci i coglioni”. Manna annuì sorridendo, facendo intendere di comprendere il discorso di Maestri». Dopo alcuni giorni la Soncini viene nuovamente sentita poiché a conoscenza di altri atti di intimidazione, commissionati dal Maestri al Manna, verso Veltri, Giovannetti e la Brendolise (quest’ultima per il parere negativo espresso in ordine all’edificazione di Punta Est) che, a loro parere, li stavano danneggiando. In particolare, riferisce che il Maestri le aveva confidato di aver commissionato a Ciro Manna degli “atti intimidatori” verso chi (Giovannetti, Maurici e Veltri) lo stava danneggiando nelle sue attività imprenditoriali: «Spesso lo stesso Manna commentava il fatto che non sapevano contro chi si erano messi e che prima o poi lo avrebbero fatto picchiare se non avesse smesso di scrivere contro di lui [Giovannetti]»; e aggiunge: «Mentre Maestri stava leggendo l’articolo della “Provincia Pavese” mi disse che le croci ai danni di Maurici le aveva fatte fare sulle porte e sulle targhe dello studio anche dove c’era il nome della figlia. Non ricordo esattamente le parole ma disse anche che se dette croci fossero state pulite le avrebbe fatte rifare». Cosa che effettivamente avvenne. Secondo l’accusa, si rende evidente «la determinazione di Maestri/Manna di “eliminare” con qualsiasi mezzo i loro detrattori, senza escludere il ricorso alla violenza». I giudici assolvono.

«Tra pianti e pianti e pianti»

1 aprile 2021

L’invasione italiana della Jugoslavia (seconda parte)

di Giovanni Giovannetti

italiani sloveni

Il 6 aprile cade l’ottantesimo anniversario di una delle pagine più tristi della nostra storia nazionale. «Dicono che donne e bambini e vecchi, a frotte, o rinvenuti nei boschi o presentatisi spontaneamente alle nostre linee costretti dalla fame e dal maltempo, sono stati intruppati, e avviati (tra pianti e pianti e pianti) ai campi di concentramento». Lo si legge al giorno 25 settembre 1942 del Diario di don Pietro Brignoli, cappellano militare del secondo reggimento Granatieri di Sardegna.

Tutti i fermati – scrive il tenente dei Carabinieri Giovanni De Filippis in una delle sue periodiche relazioni – «sfilano davanti a una commissione di ufficiali della divisione Granatieri e di confidenti: secondo le indicazioni fornite da questi ultimi, si procede senza altri accertamenti: la parola dei confidenti diventa Vangelo. E così trecentomila abitanti della Slovenia restano in balìa dei confidenti…» (26 giugno 1942). Di questa commissione sono autorevoli componenti il questore di Lubiana Ettore Messana e l’ispettore capo di pubblica sicurezza Giuseppe Gueli (altri criminali di guerra). Coadiuvati dal coordinatore del locale ufficio Ovra Ciro Verdiani, il questore, con l’ispettore e i tirapiedi, interrogano i prigionieri e li fanno torturare flagellandoli, bastonandoli, colpendoli al basso ventre, infliggendo bruciature o esponendo i testicoli alla corrente elettrica (non mancano i casi di stupro su alcune detenute).

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Problemi di connessione

30 marzo 2021

di Francesco Bucci* e Francesco Finotti*

Massimo Bucchi

L’intervento di due studenti nel nostro dibattito sulla scuola (e un sentito grazie a Massimo Bucchi per le illustrazioni originali che accompagnano la discussione).

Un anno è ormai passato dall’inizio della pandemia. Un anno è passato da quelle promesse vane di una sospensione didattica di al massimo un paio di settimane, che non avrebbe influito sulla preparazione né sulla vita degli studenti. Eppure eccoci qui, noi studenti, un anno dopo tutto questo, con gli occhi consumati dagli schermi pixelati dei nostri dispositivi, coi dolori alle ossa per il troppo stare seduti, con una stanchezza che è penetrata ormai fino al midollo. Ci siamo dimenticati come salutare gli amici, le amiche, i fidanzati, le fidanzate, i nonni, le nonne. Noi studenti stiamo perdendo la nostra gioventù, la nostra spensieratezza, gravati dal peso di migliaia di morti e di contagi, che pure troppo spesso ci vengono imputati. E come studenti siamo qui a scrivere di scuola, perché in questo momento di caos, di confusione, essa avrebbe potuto essere un porto sicuro, un luogo riparato dalle intemperie, dove sentirsi a casa, senza paura né timore. Perché la scuola è la nostra quotidianità, il luogo delle nostre gioie e dei nostri dolori, dei successi e dei fallimenti. Ma questa scuola non c’è più. La pandemia ha messo in luce problemi ancestrali dell’apparato scolastico italiano, a partire dall’insufficienza delle infrastrutture, passando per l’arretratezza delle tecnologie a disposizione degli istituti, per arrivare alla proverbiale incompetenza di coloro che dirigono il comparto scuola. Problemi, questi, che non sono sorti durante l’ultimo anno, ma in questo periodo sono esplosi, dimostrando che la scuola italiana è una nave piena di falle, la quale va avanti più per buona volontà che per effettiva pianificazione, imbarcando acqua da tutte le parti, con le vele logore e le assi fatiscenti. (more…)

Leonardo in love

29 marzo 2021

di Giovanni Giovannetti

isleworth

Scrive Massimo Gramellini: «Si può mandare in carcere un personaggio storico che non c’è mai stato, con l’accusa di avere ucciso una modella che non è mai esistita?» Il “personaggio storico” è Leonardo da Vinci, così come lo propone lo sceneggiato tv a lui dedicato in onda su Rai 1; e la modella è una fantomatica Caterina da Cremona, per l’appunto mai esistita, artatamente dipinta come il grande amore della sua vita.

E dire che la vita di Leonardo, vita reale, avrebbe saputo offrire agli incauti sceneggiatori spunti anche più intriganti; sanno gli autori di questa fiction che l’enigmatico sorriso di Monna Lisa forse appartiene a Isabella d’Aragona, nipote di Ludovico il Moro e moglie di Gian Galeazzo Sforza? Lo comproverebbero i simboli della casata Sforza, ben visibili sull’abito e sino ad ora elusi; sanno che l’intesa fra l’artista e l’infelice Isabella forse era più che intellettuale?

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«Si ammazza troppo poco»

25 marzo 2021

di Giovanni Giovannetti

Ripropongo da oggi e fino al 6 aprile, a cadenza periodica, alcune pagine dal mio Malastoria su uno dei momenti più odiosi (e scantonati) della recente storia italiana: l’occupazione italiana della Jugoslavia, di cui tra qualche giorno cade l’ottantesimo anniversario.

6 aprile 1941. Al fianco di Germania e Ungheria, l’Italia invade la Jugoslavia. Occupiamo la provincia di Lubiana, ampie parti della costa dalmata, alcune isole e le bocche di Cattaro. Comandante supremo della Seconda armata (il cosiddetto Supersloda: “Comando Superiore di Slovenia e Dalmazia”) è il generale Mario Roatta.

Quello della 3c

La carriera di Roatta (e di molti suoi ufficiali subalterni come Taddeo Orlando) è costellata di gravi crimini di guerra. Nel 1936-’37 Roatta lascia temporaneamente la guida del servizio segreto militare (Sim) per assumere il comando del Corpo truppe volontarie italiane (Ctv) schierate da Mussolini al fianco dei nazionalisti di Francisco Franco nella guerra civile spagnola. Nel marzo del 1937 il nostro generale viene amaramente sconfitto a Guadalajara dalla dodicesima brigata internazionale di cui fa parte il battaglione Garibaldi, formato prevalentemente dai volontari italiani antifascisti guidati dal repubblicano Randolfo Pacciardi e dal comunista Ilio Barontini; quel battaglione che Carlo Rosselli ha contribuito a rendere popolare in alcuni articoli per “Giustizia e libertà”, l’autorevole rivista degli antifascisti riparati a Parigi.

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Mala Storia

24 marzo 2021

di Roberta Salardi

Malastoria di Giovanni Giovannetti fa riferimento al nostro passato prossimo, soprattutto al periodo compreso fra gli anni Quaranta e gli anni Settanta, collocandosi idealmente fra i due omicidi dei fratelli Guido e Pier Paolo Pasolini, risalenti a contesti molto diversi e cronologicamente distanti, tuttavia entrambi avvenuti in circostanze controverse: l’eccidio di Porzûs del ’45 e l’uccisione del poeta all’Idroscalo di Ostia nel ’75. (Dico “idealmente” perché in realtà il testo sconfina in più punti da quei limiti temporali).
A proposito della morte del fratello partigiano appena diciannovenne PPP ebbe a scrivere parole che potrebbero essere apposte a epigrafe anche del delitto di cui fu egli la vittima a distanza di trent’anni: “Che la sua morte sia avvenuta così, in una situazione complessa e apparentemente difficile da giudicare, non mi dà nessuna esitazione. Mi conferma soltanto nella convinzione che nulla è semplice, nulla avviene senza complicazioni e sofferenze: e quello che conta soprattutto è la lucidità critica che distrugge le parole e le convenzioni, e va a fondo nelle cose, dentro la loro segreta e inalienabile verità” (brano tratto da un articolo apparso su Vie Nuove nel 1961 e riportato a pag. 94 del volume). Porzûs purtroppo fu una tragedia nella tragedia: un agguato di partigiani ad altri partigiani per lotte intestine ideologico-territoriali al confine Est d’Italia che accompagnarono gli ultimi mesi della Resistenza (condannate dal Clnai, pag. 60). E proprio nel richiamo ad alcuni cupi episodi avvenuti tra le fila delle brigate di liberazioni affonda le radici il racconto di Giovannetti, laddove il nemico numero uno, i tedeschi per la brigata Osoppo, ad esempio, passava in secondo piano rispetto ai temuti partigiani garibaldini con le loro aspirazioni di giustizia sociale. (more…)

A che o a chi serve una nuova logistica a Trivolzio?

22 marzo 2021

Si ha notizia di un progetto di nuova logistica che una società con sede in California a San Francisco, chiamata Prologis Italy, avrebbe proposto di costruire in un terreno nel Comune di Trivolzio che l’anno scorso era coltivato a risaia, contiguo e collegabile all’autostrada Milano-Genova, dove già nel 2004 un insediamento logistico era stato previsto e inserito nel Piano di Governo del Territorio. Poi la crisi economica degli anni successivi sembrava aver fatto dimenticare l’idea, che ora invece il Comune sarebbe pronto ad accogliere.
In un’intervista concessa a ‟La Provincia Pavese” il 13 Marzo scorso il sindaco di Trivolzio, Paolo Bremi, ha manifestato un atteggiamento cauto, forse anche perché consapevole del fatto che il progetto ora in discussione non è certo quello immaginato nel 2004 ma è un edificio lungo 180 metri e alto 22 metri la cui costruzione e messa in funzione porterebbe in fastidiosa dote al paese una serie di danni economici e di guai alla qualità di vita degli abitanti: con tanti aspetti sgradevoli a lungo termine che un Comitato di opposizione sta cercando di mettere in evidenza e di portare a conoscenza del pubblico pavese.
Appare insensato infatti vedere la scelta di una infrastruttura tanto ingombrante e invasiva come contrapposta al presunto vantaggio occupazionale di uno stabilimento che certo sarà altamente automatizzato e ricco più di robot che di lavoratori, peraltro non scelti tra gli abitanti di Trivolzio e dei paesi vicini.
La Sezione pavese di Italia Nostra anche in questa occasione non può non rammentare che l’art.9 della Costituzione repubblicana impegna i cittadini a tutelare le risorse storiche e naturali della Nazione, e in particolare nella pianura padana a sostenere la necessità di ridurre al minimo il consumo di pregiato suolo agricolo che deve rimanere il più possibile vivo e in buone condizioni naturali, senza essere asfaltato, cementificato, impermeabilizzato, reso innaturale e degradato.
Se fosse vero che sia possibile ed occorra collocare in Lombardia e nella Provincia di Pavia una nuova logistica (basti pensare poi che se ne progetta un’altra a Casatisma), toccherebbe agli enti competenti, Provincia di Pavia in primo luogo e Regione Lombardia, valutarne bene e non superficialmente i costi e i benefici, e soprattutto far emergere, da un’attenta considerazione delle aree industriali dismesse in provincia e in regione eventuali collocazioni alternative che rispondano alle esigenze dei promotori senza far pesare sull’ambiente ulteriori consumi di suolo agrario.

Il Consiglio Direttivo di Italia Nostra, Pavia