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Quando il metano ci dava una mano

24 giugno 2022

Ora che i russi vanno progressivamente riducendo i rifornimenti di gas metano ai Paesi dell’Unione europea, torna drammaticamente attuale la nostra dipendenza da questa importante fonte di energia.

di Giovanni Giovannetti

In tema di autonomia energetica, vi fu un tempo, gli anni Cinquanta del secolo scorso, in cui le cose avrebbero potuto prendere un’altra piega: l’Italia dei Mattei, dei Gronchi, dei Dossetti e dei Vanoni prefigurava infatti un Paese capace di svolgere un ruolo di primo piano nel bacino del Mediterraneo, coltivando politiche energetiche votate all’interesse nazionale.

Metano in Val Padana

l sottosuolo della pianura Padana trasuda infatti di gas naturale, e grazie all’illustre economista e ministro democristiano alle Finanze Ezio Vanoni (ex studente ghislieriano e ex assistente di Benvenuto Griziotti all’Università di Pavia, nonché mentore del futuro presidente dell’Eni Enrico Mattei), l’Agip ne detiene i diritti in esclusiva.
A Cortemaggiore, in provincia di Piacenza; a Ripalta Cremasca, in provincia di Cremona e a Caviaga presso Lodi si cercava il petrolio e si trova il metano. Lo si sapeva dal 1943, ma la notizia viene tenuta nascosta per sei anni, così da assicurare all’Italia, e non a potenze straniere, questa preziosa fonte di energia: un asso nella manica, visto che un metro cubo di metano consente prestazioni almeno pari a quelle che si ottengono con un chilo e mezzo del miglior carbon fossile ma a un costo praticamente dimezzato; e la capacità produttiva dei soli due giacimenti di Caviaga e di Ripalta è indicata in circa un milione e mezzo di metri cubi giornalieri.
Da subito due metanodotti collegano Caviaga ai poli industriali di Sesto San Giovanni sopra Milano e di Dalmine presso Bergamo. Altre condotte seguiranno, costruite dalla Società nazionale metanodotti (Snam) sorta nel 1941: forzando i tempi e la burocrazia (cosa fatta capo ha…), nell’autunno del 1952 il gas naturale ha già raggiunto le città di Milano, Pavia, Novara, Varese, Bergamo, Lecco, Cremona, Brescia, Parma, Reggio Emilia, Torino, Verona, Mantova, Vicenza, Modena, Bologna e numerosi altri centri minori.
Il metano della Val Padana conferisce all’Ente nazionale idrocarburi – Eni, fondato nel 1953 – risorse pressoché illimitate (13 miliardi di metri cubi per una rendita di 130 miliardi l’anno) che permettono all’Ente petrolifero di decollare senza dover ricorrere al mercato finanziario. Ed è indiscutibile il ruolo che questi giacimenti di metano hanno avuto nel favorire il nascente boom economico nazionale.

L’oro di Mosca

Il petrolio che manca nel sottosuolo italiano, l’Eni andrà a cercarselo all’estero: Egitto, Iran, Marocco sono i primi Paesi nei quali Mattei reinveste i profitti del metano. Nel 1960 l’Eni di Mattei condurrà in porto il clamoroso accordo con la Sojuzneftexport, l’agenzia sovietica per l’esportazione petrolifera, per la fornitura di 12 milioni di tonnellate di greggio in quattro anni al prezzo, vantaggiosissimo, di 1,26 dollari al barile, risparmiando così il 40 per cento sul prezzo allora praticato dalle compagnie occidentali e a ristoro vendendo all’Urss 240mila tonnellate di tubi di grande diametro per le condotte petrolifere, assieme ad altre componenti prodotte dalla Finsider (gruppo Iri) nonché pompe e attrezzature per oleodotti dalla Nuovo Pignone di Firenze e 50mila tonnellate di gomma sintetica dell’Anic di Ravenna.
Sia ben chiaro che l’Italia non è l’unico Paese “atlantico” a intavolare rapporti d’affari oltre cortina: nonostante la “guerra fredda” comprano il greggio russo anche la Germania occidentale (il 10 per cento del fabbisogno nazionale), la Grecia (il 25), la Svezia (il 25), l’Austria (il 65) e la Finlandia (il 77 per cento); e vendono tubi ai sovietici, anche più dell’Italia, sia la Germania dell’Ovest che il Giappone. Business is business, ma il problema parrebbe essere l’intraprendenza di Mattei, che passo dopo passo smette di essere un «petroliere senza petrolio» – così lo canzonano i petrolieri texani – e comincia a farsi spazio tra i “grossi” del “cartello”, le cosiddette “Sette sorelle”, locuzione coniata da Mattei per indicare le americane Esso, Mobil, Chevron, Gulf Oil e Texaco, la britannica Bp e l’anglo-olandese Shell. Mattei ambisce a svincolare l’Italia dalla servitù del petrolio, mettendo in discussione «la pretesa delle grandi compagnie petrolifere di massimizzare i profitti» a spese dei Paesi produttori e profetizzando la collaborazione fra Stati consumatori e Stati produttori.

Società paritetiche

Nel 1955-’56 l’Eni promuove un accordo con il governo egiziano, guidato da Gamal Abd el-Nasser, per lo sfruttamento dei campi petroliferi di El Belaym nel Sinai da parte della Compagnie orientale des pétroles d’Egypte (Cope), una società paritetica: all’Egitto il 75 per cento dei proventi; all’Eni il 25 per cento e l’onere della ricerca. Seguiranno accordi analoghi con Iran (1957) Marocco (1958), Libia (1958, accordo solo abbozzato), Sudan (1959), Tunisia (1961) e Nigeria (1962) cui presto si sarebbe aggiunta l’Algeria, da poco indipendente. Con l’ex colonia francese d’Algeria si era ormai a un passo da un grandioso accordo globale di cooperazione economica, a partire dal gas sahariano: e sarebbe stato un deciso passo a favore di Mattei nel faccia a faccia con le “Sette sorelle”.
All’attività di ricerca e di sfruttamento dei pozzi petroliferi presto l’Eni affiancherà quella di raffinazione e distribuzione, con stabilimenti a Mohammedia in Marocco, a Biserta in Tunisia, a Tema in Ghana e in Svizzera, Polonia, Kenia, Uganda, Nigeria, Giordania e persino in India, solo per citarne alcuni. Ne consegue lo sviluppo della rete distributiva sia in Africa che in Europa.
Mattei l’ammazzano il 27 ottobre 1962 nel cielo sopra Bascapè, in quello che poi verrà derubricato a “incidente aereo”. L’ultima indagine sulla sua morte, condotta tra il 1994 e il 2003 dal magistrato pavese Vincenzo Calia, ha se non altro il merito d’aver accertato che fu una bomba e non il caso a provocare l’”incidente”.

Sedimenti romani in piazza del Borromeo a Pavia

31 Maggio 2022

Segnali archeologici di inedita caratura proprio là dove uno dei firmatari dell’appello per Pavia Capitale della Cultura progetta un residence di lusso con parcheggio interrato.

di Giovanni Giovannetti

La proposta di candidare Pavia a capitale della cultura merita credito perché da queste parti domina la creatività. Dove la si trova una città tanto inventiva da avere avuto un presidente della Provincia di “centrosinistra” che al tempo stesso era convinto consigliere comunale di “centrodestra”?
E chi ricorda quel Piano integrato di intervento per l’area Snia le cui volumetrie per nulla entravano in quelle della fabbrica sotto tutela (con la Necchi male in arnese è quel poco che resta della nostra civiltà industriale). Ecco allora la pubblica amministrazione di “centrosinistra” favorire sottotraccia l’accamparsi nella Snia dismessa di un buon numero di Rom rumeni, per poi lanciare questo risoluto appello: «volete che i Rom se ne vadano? Allora bisogna abbattere la Snia». Incantevole…
Stessa creatività nell’inventarsi nel 2006 un onerosissimo Festival, pomposamente chiamato “dei Saperi”, che invece di favorire il rilancio culturale e morale cittadino è servito a onorare i sospesi con alcune aziende d’area, quelle chiamate a collaborare alla egualmente onerosa (e vittoriosa) campagna elettorale del candidato sindaco di “centrosinistra”.

Piazza del Borromeo

Tornando all’oggi, non resta che domandarsi cosa s’inventeranno (ora che nuovamente Pavia la si candida a capitale di qualcosa) a fronte delle numerose tracce archeologiche che vanno emergendo all’ex Istituto Santa Margherita di Piazza del Collegio Borromeo; una notizia davvero entusiasmante per alcuni, ma irritante per altri. Si rivelano infatti stratigrafie che vanno dal romano al nostro tempo, passando per capanne a fossa alto-medievali (forse del VI secolo, somiglianti a grubenhaus) e murature medievali imponenti: sono resti che abbracciano un arco di tempo compreso tra l’anno Mille e il XV secolo.
L’edificio in piazza del Borromeo è stato ora acquisito da Heliopolis (una ditta di Trento-Bolzano-Milano, gli stessi che hanno in portafoglio l’area Necchi, ma concorrono anche Supernova e il Santa Margherita). Ci faranno un residence di lusso con parcheggio interrato per due piani. Insomma, se non si interviene, nel quadro del loro progetto di «rigenerazione urbana» i novelli Attila potrebbero distruggere ogni cosa, non ultimo l’edificio, sotto tutela, che fino all’altro ieri ha ospitato l’ospedale Santa Margherita. Strutturista del progetto è al solito lo Studio Calvi (lo stesso delle discusse New Town di L’Aquila e di tante altre alchimie locali e nazionali), ovvero lo studio che fa capo a uno dei più accreditati firmatari dell’appello per candidare Pavia a città capitale della cultura. Soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio, se ci sei batti un colpo.

Eccoli di nuovo

27 Maggio 2022

di Giovanni Giovannetti

Pino di governo del territorio. Si prevede altro cemento nei cortili e nelle aree verdi del centro storico e al Parco della Vernavola. Ma sono proponimenti a ricalco di quelli che il Tribunale amministrativo regionale e il Consiglio di Stato hanno decretato fuorilegge in un recente passato.

Sento dire che la ben temperata matita dell’assessore all’Urbanistica al Comune di Pavia Massimiliano Koch sta disegnando una modifica al Piano di governo del territorio volta a consentire l’edificazione di alcune villette bifamiliari in pieno Parco della Vernavola. Vado a vedere e… sorpresa! L’area a cui l’attuale Giunta di centrodestra intende cambiare destinazione è la stessa che, anni fa, altre pubbliche amministrazioni, di destra e di sinistra, accomunate nell’“affare”, avevano inteso ricoprire di cemento, erodendo un altro po’ di Parco. Quella volta gli andò male.

Correva l’anno 2011…

Il 9 giugno il Tribunale amministrativo regionale cancellò due delibere comunali (la n. 23 del 19 ottobre 2009 e la n. 12 del 19 aprile 2010, votate congiuntamente da Partito democratico, Lega e Pdl) volte a favorire una rilevante speculazione immobiliare in estese zone del Parco della Vernavola sotto assedio. Un business calcolabile in 20 milioni di euro, là dove per la prima volta si pretendeva di costruire in piena Valle invece di eroderne i confini.
L’ottima sentenza sbugiardò clamorosamente il Consiglio comunale pavese e quel voto bipartisan favorevole all’illecita speculazione condiviso da maggioranza e opposizione (unici contrari Paolo Ferloni di Insieme per Pavia e Vincenzo Vigna di Italia dei valori). La sentenza chiarì inoltre che la perequazione (ovvero l’acquisizione di aree strategiche in cambio del diritto di edificarne il 10 per cento o di autorizzare altrove le stesse volumetrie) non può essere applicata alle aree verdi o agricole come quelle che troviamo nel Parco della Vernavola: lo stabiliva l’art. 22 del Piano regolatore generale (Prg), all’epoca in vigore, che lorsignori si riproponevano di aggirare.
La sentenza sbugiardò infine Fabio Panighi (ex funzionario comunale del settore urbanistica) e Angelo Moro (ex dirigente dello stesso assessorato) accorsi a riferire che la zona era disciplinata dell’art. 24 del Prg (aree per servizi), mentre in realtà era soggetta all’art. 22 (Parco della Vernavola) e dunque inedificabile.
La decisione del Tar venne definitivamente confermata il 13 novembre 2012 dal Consiglio di Stato, che rilevò altresì la contraddittorietà dell’operato della stessa Amministrazione che clamorosamente aveva disatteso le determinazioni di tutela ambientale «che pure ha avuto cura di imporsi, obliando di attivare la procedura di carattere precauzionale e preventivo Vas, comunque senza valutare l’assoggettabilità o meno del piano in questione a tale verifica di compatibilità ambientale» (p. 21).
Nel febbraio 2025 cadrà il cinquecentesimo anniversario della storica battaglia di Pavia, combattuta proprio nel Parco della Vernavola. Ve li immaginate il re di Spagna e il presidente francese darsi la mano in mondovisione di fronte alle leggiadre villette a schiera?

Dagli alle Clarisse

Corre anche voce che l’attuale pubblica amministrazione stia per avventarsi a tutta betoniera su cortili e altre aree di pregio del centro storico, eliminando il divieto di costruire nei giardini, nei parchi e nei cortili. E di nuovo c’è che nulla di tutto questo appare nuovo.
Anno 2010. Come dimenticare gli onnivori appetiti dei novelli Attila intorno al complesso monastico di Santa Clara in via Langosco, là dove nel cortile delle Clarisse, invece dei funghi, lorsignori amerebbero coltivare affari (i loro), monetizzando altro inutile cemento. Nel dicembre 2010 l’attuale sindaco Fabrizio Fracassi era assessore all’Urbanistica. Ottenuto il complice benestare della Conferenza comunale dei servizi e della Commissione Paesaggio (l’unico voto contrario fu quello dell’architetto Marco Chiolini), il 16 ottobre 2012 la Giunta comunale ne ratificò la cementificazione: due palazzine, dodici appartamenti in una delle poche “aree verdi” residue nel centro storico cittadino.
L’Ortaglia – ben evidenziata in una splendida stampa secentesca del canonico Ottavio Ballada – ieri come oggi, o quasi, si estendeva lungo via Calchi e via Langosco fino a via Scopoli, delimitata a est dalle mura spagnole, tra i bastioni di Sant’Epifanio e di Santa Giustina (oggi viale Gorizia).
Il dovuto rispetto allo storico luogo di per sé sarebbe potuto bastare; non di meno poteva bastare lo sfumato ricordo di un primo analogo intendimento fermato, nel 1996, dall’allora commissario prefettizio Domenico Gorgoglione. Ma a ribadire che l’area era inedificabile concorrono anzitutto le norme; norme disattese quel tanto che poteva bastare a favorire un illecito; illecito al solito avallato da certificazioni comunali d’azzonamento assai confuse (quella del 9 luglio 2010 recava la firma del solito architetto Moro).
Sì, un illecito clamoroso poiché nella realtà, dal punto di vista urbanistico, l’area è interamente disciplinata da norme che decretano il centro storico quale monumento «unitario e inscindibile»: (le aree di impianto storico sono classificate di categoria “A” secondo il decreto ministeriale 1444/68) dunque verde e parchi urbani pubblici e privati, oggi come allora, non sono né frazionabili né tanto meno edificabili, e devono essere mantenuti a verde, in particolare le aree e i giardini di evidente pertinenza storica. E tali sono le Ortaglie di Santa Clara.
A dissuaderli dal compiere un tale scempio nel cortile delle Clarisse, dieci anni fa bastò la minaccia di un esposto alla Procura (ma già per salvare da altro cemento la Valle della Vernavola il movimento civico di Insieme per Pavia e Italia Nostra dovettero appellarsi al Tar). Oggi chissà. Consiglieri comunali di opposizione: fate la vostra parte.

Cefis, Steimetz e De Masi

19 Maggio 2022

di Paolo Ferloni

Condivido questa bella recensione di Paolo Ferloni a L’uragano Cefis: «Steimetz, De Masi e infine lo stesso Giovannetti – scrive Ferloni – non si sono del tutto accorti che con la loro narrazione hanno dato un contributo molto serio alla storia della chimica in Italia e più in generale alla storia industriale del secolo XX».

Pubblicare o non pubblicare, informare o censurare l’informazione? Trasparenza o censura? La conoscenza, se libera, può contribuire davvero in tempi di pace a far evolvere una società in senso positivo, come qualcuno di noi ingenuamente crede? O invece, se si nascondono le informazioni e le si limitano con forme di censura, si lascerebbe il campo ad esiti meno vantaggiosi per la popolazione ma meno discussi, più sereni, forse socialmente migliori? E certo più convenienti per chi, ricco e potente, può corrompere, sa tacere, sa disinformare, può censurare?
Dilemma necessario e premessa obbligata quando si affronta un libro «unico per davvero», come L’uragano Cefis, di Fabrizio De Masi (ovviamente uno pseudonimo!), pp. XXIV + 382, appena pubblicato dalle edizioni Effigie, del quale si sapeva che esisteva un’unica copia originale, stampata nel 1975 ma non uscita nemmeno dalla tipografia né arrivata mai nelle librerie grazie ad una privata ma occhiuta censura preventiva.
Questa opera, esposta nel 2010 con la massima precauzione (non consultabile dal pubblico, esibita sotto vetro) a Milano alla Mostra del libro antico dal proprietario, Marcello dell’Utri, senatore nonché bibliofilo molto noto, poi riprodotta artigianalmente in foto che vennero lasciate distribuire a qualche collezionista privato, presenta una quasi completa e finora censurata narrazione della vita di Eugenio Cefis (21 luglio 1921 – 25 maggio 2004), massone notorio, che fu tra i protagonisti del cosiddetto “miracolo italiano”, presidente dell’ ENI prima e poi della Montedison, tra gli anni ’60 e ’70 del secolo XX, gestore incontrastato delle principali scelte della politica energetica e della chimica italiana.
Proprio nel medesimo anno 2010 le edizioni Effigie avevano già tolto dalla dimenticanza e dalla censura in cui era stato sepolto il primo libro dedicato allo stesso grande personaggio, Questo è Cefis, di Giorgio Steimetz (altro pseudonimo!), già pubblicato in due edizioni nell’aprile e nel luglio 1972, arrivato nelle librerie ma subito sparito perché quasi tutte le copie esistenti vennero acquistate per evitarne la circolazione tra il pubblico.
Meritoria dunque nel 2010 la pubblicazione del libro di Steimetz, premiata da un relativo successo. Ancor più meritoria e preziosa questa nel 2022 del libro di De Masi, cinquant’anni dopo quella originale di Steimetz, perché permette di ripercorrere più di un secolo di storia italiana dal punto di vista privato e non ufficiale di un cronista provvisto di solida conoscenza degli avvenimenti e di un acuto spirito critico. Si risparmia volentieri al lettore un riepilogo, che sarebbe troppo lungo, dei capitoli del libro. Basti accennare al fatto che nell’esporre la biografia di Cefis l’autore rievoca con meticolosa puntualità creazioni, bilanci, attività e passività di numerose società s.r.l. e s.a.s. istituite via via dal personaggio e dai suoi prestanome per gli scopi più svariati ma nella prospettiva unica di produrre redditi privati piccoli o grandi in modo da sfuggire per quanto possibile al fisco e alla notorietà in patria. Le operazioni finanziarie private di Cefis, familiari e collaboratori in vari Paesi all’estero assunsero ragguardevoli proporzioni e frequenze sistematiche, evitando ogni controllo. Lo stesso comportamento fu poi seguito da numerosi esportatori di capitali, come parecchi anni dopo avrebbe fatto, seguendone l’esempio “imprenditoriale”, anche l’ ex-“cavaliere” promotore di Milano 2 e delle Tv di Mediaset, prima di decidere di lasciarsi coinvolgere nella politica attiva.
Non pare il caso nemmeno di soffermarsi qui sulle divertenti pagine dell’editore Giovannetti, che giustamente ha ritenuto utile far precedere il testo da una brillante introduzione (le prime XXIV pagine) e ha poi trovato necessario concluderlo con un corposo, documentato e puntuale commento dal titolo Anche questo è Cefis di 175 pagine, in cui condensare domande rimaste senza risposte e interpretazioni recenti su tante diverse e misteriose vicende politiche, economiche, industriali e culturali dell’Italia contemporanea. Tanto più affascinanti, queste pagine, perché vi sono disseminate, come in tutto il volume, rare fotografie sia dei personaggi sia dei documenti citati, tratte anche dagli archivi dello Stato e degli enti menzionati. Infine è da rimarcare un essenziale, utilissimo indice dei nomi e dei luoghi.
Va da sé che L’uragano Cefis di De Masi, nella rilettura proposta da Giovannetti, mostra notevoli limiti, anche perché fu scritto in anni in cui non era possibile avere archivi elettronici e si disponeva soltanto di documenti e copie cartacee. Per di più, a quanto si narra, lo stesso Cefis decise a suo tempo la distruzione del proprio archivio domestico, senza dubbio ricco quanto il suo proprietario. Però il testo di De Masi permette, assieme alla introduzione ed alla vivace postfazione di Giovannetti entro le quali è inserito, ed assieme al libro di Steimetz, di tracciare una sezione non comune e non facile da ripercorrere della storia dell’industria e della chimica in Italia, come configurata dalle scelte di Mattei e di Cefis fatte proprie dai successivi governi del dopoguerra.
A questo proposito vien da pensare a un caso curioso del Seicento, quello de Le bourgeois gentilhomme di Molière, che fa esclamare al signor Jourdain, il protagonista borghese: «Sono più di quaranta anni che parlo in prosa senza saperlo!» e possiamo sorriderne con indulgenza. Qui invece Steimetz, De Masi (lo ripetiamo, pseudonimi – forse di due giornalisti lombardi), e infine lo stesso Giovannetti non si sono del tutto accorti che con la loro narrazione hanno dato un contributo molto serio alla storia della chimica in Italia e più in generale alla storia industriale del secolo XX, storia di cui quella italiana ha rappresentato – nel bene e nel male – una parte significativa e non trascurabile, anche se spesso governata da orientamenti sovranazionali, compromessi e inquinamenti ambientali deliberati altrove. Questo contributo illustra scelte che nel secondo dopoguerra furono fondamentali per il nostro Paese, anche se ora in parte appaiono discutibili: un racconto quindi che, per rispondere al dilemma proposto all’ inizio, offre un ulteriore valore aggiunto alla materia del presente volume, ne rende più interessante la pubblicazione e assai stimolante la lettura.

Sull’Italia dei misteri torna a soffiare l'”Uragano” Eugenio Cefis

9 Maggio 2022

Pubblicato per la prima volta un libro scritto nel ’75 contro il super dirigente d’azienda
di Luigi Mascheroni

Abiti blu della migliore borghesia e eminenza grigia della peggior politica, Eugenio Cefis è stato uno degli uomini di maggior potere, e meno appariscenti, degli anni ’60 e ’70 in Italia. È celeberrima la risposta che gli diede Enrico Cuccia quando Cefis, che a lungo aveva avuto la sua fiducia, gli annunciò obtorto collo le proprie dimissioni dalla Montedison: «Non mi aspettavo che accettasse, credevo che Lei avrebbe fatto il colpo di Stato». E forse avrebbe potuto.
Influentissimo, ambiguo, misterioso. Di Eugenio Cefis, in fondo, è stato scritto molto di più di quanto realmente si sappia. Certo, fu personaggio di peso enorme: consigliere dell’AGIP, presidente dell’ENI dal ’67 al ’71 e poi della Montedison dal ’71 al ’77, Cavaliere di Gran Croce ma anche si dice, e sono molti i «si dice» nella sua biografia coinvolto, secondo alcune inchieste, nell’attentato a Enrico Mattei e nelle morti del giornalista Mauro de Mauro e di Pier Paolo Pasolini. E fino a qui nulla di nuovo.
Le novità arrivano adesso, con la ripubblicazione di uno dei libri più misteriosi del nostro ‘900: L’uragano Cefis, scritto da un oscuro Fabrizio De Masi (è solo un nome de plume), stampato nel 1975, mai arrivato nelle librerie (sparì già in tipografia) e di cui si conserva una sola copia conosciuta, quella che nel marzo 2010 il senatore-bibliofilo Marcello Dell’Utri espose alla Mostra del libro antico di Milano (quando annunciò anche il ritrovamento di un capitolo perduto del romanzo Petrolio di Pasolini, intitolato «Lampi sull’Eni», che però subito dopo sparì). Comunque, da quel momento, apparso a sorpresa, L’uragano Cefis prese a circolare in fotocopia a mo’ di samizdàt tra studiosi e complottisti. Come mai tanti segreti? Perché il libro contiene informazioni esatte, dunque pericolose, sulla spudorata intraprendenza di Eugenio Cefis, uno dei più altolocati timonieri del management pubblico, eroe diabolico la cui vita è legata a filo doppio ai tanti misteri che hanno attraversato il Paese. Ricercato, citato, poco o nulla letto, ora L’uragano Cefis (che fa il paio con un altro titolo a lungo introvabile, Questo è Cefis, di un altrettanto fantomatico Giorgio Steimetz, apparso e subito sparito nel ’72) è di pubblico dominio. Viene pubblicato dalla casa editrice Effigie di Giovanni Giovannetti il quale da dieci anni si dedica a ricerche su Cefis, il caso Mattei, i misteri d’Italia e Pasolini.
Ora, distinguiamo. Da una parte c’è quanto scrive l’enigmatico Fabrizio De Masi (pagato da qualcuno che vuole ricattare il suopermanager Cefis): pagine utili per ricostruire il brulicante arcipelago di società private che, per tramite di prestanome, fanno tutte capo all’«onorato presidente»: società immobiliari, petrolifere, finanziarie, del legno, della plastica, della pubblicità, ecc. affidate a suoi uomini di fiducia e che con Eni e poi Montedison sono a volte in affari altre volte in concorrenza, quando la mission personalissima di Cefis è privatizzare gli utili socializzando le perdite. E poi, dall’altra parte, c’è appunto tutto ciò che Giovannetti aggiunge per completezza di informazione in un breve testo introduttivo e soprattutto nella corposa postfazione intitolata «Anche questo è Cefis», cioè la parte che oggi interessa di più.
Ed eccoci alle vere novità del libro. Uno: come nasce la potenza economica di Cefis. In passato si è speculato su presunte fortune accumulate nei mesi in cui fu comandante partigiano; in realtà semplicemente Cefis dopo la guerra sposa Marcella Righi, ereditiera del cosiddetto «Prato buono» a Milano, un’area che negli anni ’50 e ’60 conosce un’espansione immobiliare pazzesca: fu lui, Cefis, a gestire il tesoro e ad accumulare attraverso vendite e investimenti un patrimonio che toccò l’incredibile cifra di cento miliardi delle vecchie lire. Poi c’è il capitolo del Cefis ufficiale e partigiano, fra luci e ombre: è vero che fu tra i più importanti comandanti di area cattolica-monarchica e, proprio a partire da quegli anni, amico di Enrico Mattei, che poi affiancherà nell’attività di ristrutturazione dell’AGIP e quindi dell’ENI; ma è anche vero che nel ’41 era stato sottotenente nella Slovenia occupata, teatro di efferatezze, deportazioni di civili, villaggi bruciati, fucilazione di «collaborazionisti» Due: i rapporti con la politica. Nel libro Giovannetti tira fuori una vera chicca: una lettera inedita datata settembre 1962 in cui Aldo Moro, segretario della Dc, chiede a Enrico Mattei di «fare un passo indietro», cioè di rinunciare alla presidenza dell’Eni (il suo mandato era in scadenza nell’aprile ’63); suggerimento rimasto inascoltato. Poco più di un mese dopo Mattei viene assassinato. Tre: l’Italia dei Misteri. Proprio nella morte di Mattei potrebbe aver avuto un ruolo attivo una misteriosa associazione aristocratica, anticomunista e paneuropeista chiamata «Cercle» (di cui nulla si è mai saputo in Italia) e che accoglieva la creme della destra politica e finanziaria europea, da Giulio Andreotti e il finanziere vaticano Carlo Pesenti al cancelliere Konrad Adenauer e Franz-Josef Strauss, lo spagnolo Alfredo Sanchez-Bella, ex ministro di Franco, il banchiere americano David Rockefeller, gli statisti francesi Jean Monnet, Robert Schuman, Antoine Pinay, Valery Giscard d’Estaing e il fondatore dell’Oas Jacques Soustelle, il tedesco Reinhard Gehlen, già capo dei Servizi segreti al tempo del nazismo…. Un buon numero di costoro rispondeva anche all’Opus Dei e all’Ordine sovrano dei Cavalieri di Malta. Quattro: i legami con la P2. Secondo un informatore del Sismi, Samuele Turi, siamo nel 1983 – ma non ci sono altre prove a sostegno della soffiata – Eugenio Cefis, di certo massone, sarebbe stato il vero capo della loggia massonica P2. Infine, cinque, Cefis e la stampa. Il grand commis si infilò in tutti i grandi giornali. Aiuta Indro Montanelli tramite importanti contributi pubblicitari quando fonda “il Giornale”; e mette le mani soprattutto sul “Corriere della Sera” che dal ’74 passa progressivamente sotto controllo piduista: formalmente, i proprietari (Crespi, Agnelli, Moratti) lo cedono al gruppo Rizzoli; in realtà i soldi li mette la Montedison presieduta da Cefis, garantendo un finanziamento senza interessi con una fidejussione ai Rizzoli della Montedison International Holding di Zurigo, assicurandosi – anche grazie a prestazioni pubblicitarie garantite per almeno 2 miliardi e mezzo l’anno – una costante azione volta a sostenere l’attività industriale e commerciale del gruppo Montedison Sono gli anni in cui direttore del “Corriere” è Piero Ottone e il corsaro Pier Paolo Pasolini in quel momento imbrattato di Petrolio e invischiato in molti misteri attacca frontalmente la Dc e Andreotti (referente politico di Cefis dopo Fanfani, ormai in disgrazia) e scrive – in un articolo passato alla storia – «Darei l’intera Montedison per una lucciola…». Pochi mesi prima di venire ammazzato. Ma tutto ciò è solo letteratura.

(“Il Giornale”, 4 maggio 2022)

Pasolini e Pavia

6 Maggio 2022

Lo scrittore e la campagna pavese, tanto simile a quella dei suoi anni friulani

di Giovanni Giovannetti

Nella città lombarda lo scrittore era venuto per svariate ragioni e diversi incontri pubblici. Ma venne anche in veste di regista: nel 1968, tra Bereguardo e Copiano Pasolini gira molte scene di Teorema, uno dei suoi film migliori: in una ricca famiglia borghese, le incrostature di uno stile di vita avvitato sul calcolo economico, sull’ordine e sul possesso sono mandati a gambe all’aria dall’arrivo di una misteriosa figura messianica, liberatoria e destabilizzante (una manifestazione del sacro, Terence Stamp nel film); al punto che Paolo (Massimo Girotti), il capofamiglia, un ricco industriale, dopo quell’incontro, francescanamente si spoglierà di tutto e donerà la fabbrica ai suoi dipendenti.

pasolini pavia

Perché Copiano? Pasolini va cercando luoghi che gli ricordino la campagna della sua giovinezza al paese materno di Casarsa in Friuli; e il cugino Nico Naldini non esita a indicargli questi campi e queste cascine (a Magherno Naldini, in fuga da Milano, aveva preso casa): sono i paesaggi pavesi di Teorema.

Le comparse reclutate al Pertusati

Lungo la strada provinciale 235, poco prima di Vigalfo riconosciamo infatti l’antica chiesetta della Colombina dove nel film la signora Lucia (Silvana Mangano) fa all’amore con uno studente del posto.
Torniamo ora verso Pavia. Poco prima di Fossarmato un tempo sorgeva la cascina Torre bianca, là dove la serva Emilia (Laura Betti) – che è in odore di santità e si nutre di sole ortiche – finirà col levitare nell’aria di fronte a una folla adorante, che avanza verso di lei come nel Quarto stato di Pellizza da Volpedo.

pasolini pavia

Pasolini aveva reclutato molte di queste comparse fra gli studenti dell’Ateneo pavese nonché fra gli ospiti del Pio albergo Pertusati di Pavia. Laura Betti ricorderà che, «al momento della levitazione, come al solito mancavano i soldi per la piccola folla di comparse che dovevano assistere al miracolo della santa. Franco Rossellini, il produttore, non si perse d’animo e fece irruzione in un ospizio di vecchietti vicino a Pavia urlando per le corsie: “venite! Presto venite! Ci sta una santa che fa i miracoli!”. Caricò i vecchietti nel furgoncino e cominciò subito a far circolare un po’ di fiaschi dì vino e insomma i vecchietti, disposti sotto il tetto da dove io me ne partivo in volo, ci credevano sul serio». Al posto della cascina, abbattuta, ora troviamo un spianata di cemento con attorno quattro villette, un capannone e qualche silos.

La villa alla Zelata

La villa sospesa “su palafitte” dove Lucia si concede all’ospite è alla Zelata di Bereguardo. Qui dimoravano l’allora proprietaria del “Corriere della Sera” Giulia Maria Crespi e suo marito, l’architetto Guglielmo Mozzoni. Anni dopo un piccato Mozzoni lamenterà che «Pasolini si è servito di quell’ambiente per raccontare cose che non sono in accordo con il mio modo di pensare».
In altre scene siamo a Villanterio, nella vicina Sant’Angelo Lodigiano oppure in riva al Ticino. E qui, dalle parti di Bereguardo, forse allo scrittore e regista pareva d’essere sulle rive del “suo” Tagliamento.
Come altre opere di Pasolini, Teorema non avrà vita facile: dopo la “prima” (nel 1968, alla Mostra del cinema di Venezia), la procura di Roma ne ordina il sequestro «per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava». Al processo veneziano che seguirà il pubblico ministero chiede la condanna di Pasolini a sei mesi di reclusione; il regista verrà infine assolto poiché, recita la sentenza, «Lo sconvolgimento che Teorema provoca non è affatto di tipo sessuale, è essenzialmente ideologico e mistico. Trattandosi incontestabilmente di un’opera d’arte, Teorema non può essere sospettato di oscenità». Non di meno, al film verrà conferito il premio dell’Office Catholique International du Cinèma, accompagnato dal giudizio entusiasta del presidente della giuria, il sacerdote gesuita canadese Marc Gervais.

pasolini pavia

Dagli al “finocchio”

Marxista senza chiese, Pasolini è costantemente preso di mira, in particolare dagli ambienti neofascisti (ma anche da settori del Partito comunista) e fatto oggetto di una costante campagna di discredito. Come nell’agosto 1968 a Venezia per la “prima” di Teorema, dove viene insultato e minacciato da un manipolo di fascisti: c’era Carlo Cicuttini (uno degli autori della strage di Peteano nel 1972: tre carabinieri uccisi); c’era l’ordinovista trevigiano Roberto Raho, sodale di Carlo Maria Maggi (quel Maggi assolto nel 2005 per piazza Fontana e condannato nel 2017 all’ergastolo quale mandante della strage di piazza della Loggia a Brescia); e c’erano Marcello Soffiati (è l’informatore “Eolo” dei Servizi segreti italiani, americani e spagnoli) e il bombarolo nero Delfo Zorzi, implicato nella strage di piazza Fontana a Milano nel 1969, nella strage di Brescia del 1974 e in altre oscure trame del terrore.
Quel clima ostile a Pasolini ben lo ricorda l’allora esponente del Fuan (l’organizzazione universitaria della destra filofascista) e futuro parlamentare missino Tommaso Staiti di Cuddia, all’epoca studente presso l’Ateneo pavese: «A Pavia organizzai una cosa di cui mi sono pentito. Una sera venne in città Pier Paolo Pasolini a tenere una conferenza. E io e un’altra trentina di ragazzi, ci mettemmo ad aspettarlo con quattro chili di finocchi. Poi, quando lui arrivò, glieli tirammo addosso. Allora Pasolini mi avvicinò e mi disse: “Ma perché non vieni a discutere con noi?” Io in quel momento gli risposi con una banalità qualsiasi. Adesso penso di aver sbagliato».
Era il 22 ottobre 1964, e in via Varese si inaugurava il circolo culturale Labriola. A discutere di “Valori religiosi e marxismo”, con Pasolini c’erano Sergio Antonielli, Pio Baldelli, Michele Ranchetti e Lanfranco Caretti. Presenti in sala, Lucio Mastronardi, Renata Colorni, Alcide Malagugini. Erano altri tempi.

Questa volta Cefis non può fermare l’Uragano

5 Maggio 2022

La Effigie edizioni di Giovanni Giovannetti, dopo Questo è Cefis, pubblica un’altra rarità che racconta misteri, amori e ricchezze di uno degli uomini più potenti d’Italia. Con rivelazioni su una lettera di Moro a Mattei

di Paolo Morando

Era il Sacro Graal della “cefisologia”: un libro solo per modo di dire, mai distribuito, stampato probabilmente in un pugno di copie, probabilmente quelle che bastavano per consentire al protagonista del volume (suo malgrado) di bloccarlo prima che arrivasse in mano ai lettori. L’unica copia sopravvissuta è per giunta di proprietà di un bibliofilo ben noto alle cronache, politiche e soprattutto giudiziarie: l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. Una dozzina di anni fa la espose a Milano, alla sua Mostra del libro antico, quando ancora nessuno ne aveva mai sentito parlare. E da lì il libro inesistente era tornato ad inabissarsi nel nulla, anche per via di un sequestro giudiziario connesso a una spericolata affermazione proprio di Dell’Utri, che rivelò di essere anche in possesso del misterioso “Appunto 21” di Petrolio, pure quello Sacro Graal ma in ambito pasoliniano. Salvo poi fare presto marcia indietro, per dribblare una inevitabile inchiesta per ricettazione.
Ora L’uragano Cefis in libreria ci arriva davvero, per merito della Effigie Edizioni di Giovanni Giovannetti, come già avvenne per Questo è Cefis, altra rarità, del quale però mezzo secolo dopo copie originali ancora ne spuntano, benché al costo di svariate centinaia di euro. Di Uragano, invece, da qualche anno giravano al massimo mazzette di fotocopie, nel ristretto ambito dei cultori della materia (compreso chi scrive), finendo a un certo punto anche su eBay, ovviamente a un prezzo proibitivo. I due volumi d’altra parte hanno diverse caratteristiche in comune: dall’autore schermato da uno pseudonimo (Giorgio Steimetz nel caso di Questo è Cefis, del 1972, Fabrizio De Masi per L’uragano Cefis, del 1975, che si giovava anche di un’introduzione dell’altrettanto inesistente Pier Crescenzi) al contenuto durissimo nei confronti di Cefis, l’ex presidente dell’Eni fresco di nomina alla guida di Montedison all’epoca del primo volume e, al momento della mancata uscita di Uragano, uno degli uomini più potenti d’Italia (era anche vicepresidente di Confindustria, quando al suo vertice stava Gianni Agnelli). Una potenza nascosta dietro una coltre di mistero mai diradatasi, anzi cresciuta a dismisura dopo la sua morte nel 2004, in Svizzera, dove si era trasferito con un coup de théâtre già nel 1977, uscendo per sempre dalla sfera pubblica che aveva a lungo dominato.

Stile particolarissimo

Su Cefis è stato detto e scritto di tutto: fondatore della P2, sovvenzionatore di eversori (il golpe Borghese), longa manus dietro le morti violente di Enrico Mattei, Mauro De Mauro e Pier Paolo Pasolini, in un filone complottista tanto inesauribile quanto sprovvisto di prove fattuali. Un filone alimentato anche dalle tante voci sul suo leggendario patrimonio personale, chiaramente accumulato chissà come. L’uragano Cefis, ed è già un grande merito, consente di fare definitivamente luce su quest’ultimo presunto mistero: quel patrimonio arrivò infatti in dote al campione della “razza padrona” dalla moglie Marcella Righi, di famiglia ricchissima. Che poi Cefis quel patrimonio lo abbia fatto fruttare grazie a spregiudicate operazioni finanziarie è altro discorso, che peraltro il libro firmato De Masi affronta in maniera altrettanto spregiudicata. Lo stile dell’autore è infatti particolarissimo: tanto barocco nei passaggi descrittivi dedicati a Cefis quanto certosino e pedante nell’elencazione dei dettagli relativi a società, consigli d’amministrazione, capitali sociali e quant’altro.
Si capisce benissimo che il De Masi, allora, ebbe accesso a carte non esattamente a portata di mano. E che quindi l’operazione di discredito di Cefis, perché di questo si trattava, era stata studiata a lungo. Con quanto successo impossibile dirlo, visto che il libro in effetti mai vide la luce.

Armi di pressione

Il che non stupisce affatto, se si considera che il libro si sofferma con prosa sprezzante e compiaciuta anche sulle amicizie femminili dello sposato e padre di famiglia Eugenio Cefis. Un’arma di ricatto, insomma. O comunque una formidabile arma di pressione su un uomo già al centro di mille scandali, con risvolti giudiziari (fondi neri, tangenti, spionaggio, intercettazioni telefoniche) finiti peraltro sempre nel nulla. Uragano si conclude tra l’altro chiudendo il cerchio aperto da Questo è Cefis, dando conto di una denuncia contro Cefis basata proprio sull’inchiesta pubblicata dalla Agenzia Milano Informazioni (riconducibile a Graziano Verzotto, altra figura controversa) e poi sfociata nel libro di Steimetz: denuncia che, prevedibilmente, non sortì alcun effetto. Con ampio scorno anche di De Masi, che pure, su Questo è Cefis, di per sé non si espone troppo: «Almeno letterariamente – scrive infatti – non osiamo esprimere pareri in ossequio alla deontologia professionale».
È una frase significativa, che tradisce probabilmente la volontà di allontanare ogni sospetto di collegamento tra le due “opere”, chiamiamole così. Ma il sospetto è invece fortissimo. Giovannetti, ricercatore infaticabile, si è infatti meritoriamente incaricato non solo di pubblicare L’uragano Cefis, bensì anche di farlo precedere da una propria introduzione di una quindicina di pagine (con al centro appunto la questione dell ricchezza di Cefis) e, soprattutto, di chiuderlo con una postfazione di addirittura 170, cioè quante ne conta in questa edizione il libro finora inesistente firmato De Masi.

Santi senza candele

E in prefazione ha messo a confronto numerosi passaggi di L’uragano Cefis con altrettanti di un libro dimenticato di Luigi Castoldi, giornalista e scrittore brianzolo, classe 1929, «democristiano, in ottimi rapporti con la Curia milanese». Il libro in questione è Santi senza candele, pubblicato nel 1988 da quella Egr (Editrice Giornalisti Riunisti) che avrebbe dovuto pubblicare Uragano e per la quale proprio Castoldi fu autore di numerose monografie. Si tratta di un libro che raccoglie una serie di ritratti: si va da Andreotti a Berlinguer, da De Mita a Fanfani, da Martinazzoli a Zaccagnini. C’è anche Enrico Mattei, predecessore di Cefis alla guida dell’Eni. Guarda caso, c’è pure Cefis. E il confronto lascia poco spazio ai dubbi. Ecco alcuni passaggi a titolo di esempio (ma la casistica è molto più ricca).
De Masi, pagina 7: «Dinastia di capomastri, come lo sarà il figlio, Camillo…». Castoldi, p. 64: «Cefis Eugenio, una dinastia (!) di capomastri. L’impresa edile del nonno Francesco passa a Camillo Cefis, padre di Eugenio…».
De Masi, p. 15: «Nell’anticamera del simpatico bunker di Cefis un’infilata di tavolette votive alla parete, secondo una disposizione ambientale studiata con garbo. È l’hobby di Cefis l’ex-voto…». Castoldi, p. 66: «Ho parlato con lui nel suo studio di via Chiossetto. Nella sala
d’attesa un’infilata di ex-voto alle pareti…».
De Masi, p. 16: «Il genio del Presidente, afferma Mattei, è determinante per la conduzione dell’Eni. Di genî ne basta uno solo. L’Eu-genio diventa due volte di troppo». Castoldi, p. 66: «Cefis è ormai talmente in all’Eni che Mattei, nel ’60, si rende conto della misura d’ingombro e decide che di geni ne basta uno: l’Eu-genio è di troppo, per etimologia e per importanza».
De Masi, p. 37: «Giorgio Cefis, grimpeur come il babbo, entra alla segreteria di Enrico Cuccia alla “Mediobanca”, un ambiente frequentato dal dott. Cefis padre». Castoldi, p. 66: «Nel ’44 è nato Giorgio, un grimpeur come il padre (l’ha fatto entrare alla segreteria di Cuccia, il deus ex machina di Mediobanca e della galassia economica italiana; adesso è alla Morgan Greenfield Int. ed è uno che conta)».
De Masi, p. 41: «È la Primula rossa dell’economia italiana». Castoldi, p. 61: «Impenetrabile. Primula rossa della finanza italiana».
De Masi, p. 68: «È all’apogeo. Può permettersi di piantare in asso Antonio Bisaglia, il veneto arrampicatore delle Partecipazioni Statali, l’Andreotti del Bilancio e del Midi-Kassa, l’Emilio Colombo del Tesoro, il Carli della Banchitalia, tutta gente illustre e rotta al potere, cui aveva fatto capo giorni prima al momento delle rumorose dimissioni».
Castoldi, p. 62: «Cefis era capace di piantare in asso il povero Bisaglia, il ras veneto giunto alle Partecipazioni Statali. Mandava a dire all’Andreotti del Bilancio e del Midi-Kassa che l’avrebbe (ri)chiamato lui. Liquidava in poche battute l’Emilio Colombo, Colombo il mite, la tortorella del Tesoro, quanto il Carli, il bull-dozer, il duro (e integro) della Banca d’Italia».
Aggiungete a tutto questo la circostanza, pure segnalata da Giovannetti, che qua e là spuntano corrispondenze anche con Questo è Cefis. Il quale risulta stampato in una tipografia di Monza, appunto la città di Castoldi. Mistero risolto dunque? Probabilmente sì. Ma nella postfazione Giovannetti butta lì un’altra notevole scoperta: una lettera inedita di Aldo Moro a Mattei in cui l’allora segretario della Dc esortava il presidente dell’Eni «a fare un passo indietro». Era il 19 ottobre 1962: un mese prima dell’attentato di Bascapè, l’eterno mistero italiano.

(“il Domani”, 4 maggio 2022)

L’uragano Cefis

4 Maggio 2022

Un volume misterioso e sino ad ora introvabile. Il ritratto di una borghesia socialmente noncurante dedita unicamente al proprio tornaconto. Nuove ipotesi sulla morte di Enrico Mattei

di Giovanni Giovannetti

Dato alle stampe nel 1975, L’uragano Cefis è un libro unico per davvero. Se ne conserva infatti una sola copia, quella che nel marzo 2010 il chiacchierato senatore-bibliofilo Marcello dell’Utri espose tra i pezzi di pregio alla Mostra del libro antico di Milano. Da allora L’uragano ha preso a circolare in fotocopia a mo’ di samizdàt, e si spiega: il libro contiene informazioni esatte, dunque pericolose, sulla sfacciata intraprendenza a fini personali di Eugenio Cefis, uno dei più altolocati timonieri del management pubblico, presidente dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni) e poi della Montedison. L’uragano si sofferma infatti sul brulicante arcipelago di società private che, per tramite di prestanome, fanno tutte capo a Cefis: sono società immobiliari, petrolifere, metanifere, finanziarie, del legno, della plastica, della pubblicità,̀ televisive, ecc. affidate a uomini di fiducia del presidente di Eni e di Montedison e che con Eni e poi Montedison sono a volte indebitamente in affari altre volte in concorrenza, in quell’epoca di bassa marea morale, per dirla con Calvino, in cui l’hanno vinta i peggiori. Ne emerge la foto di gruppo di una borghesia parassitaria, incline all’affarismo e socialmente noncurante: la borghesia più ignorante d’Europa, direbbe Pasolini.
Di questa borghesia traffichina Eugenio Cefis parrebbe il paradigma, «la storia mediocre di un uomo mediocre…» scrive il fantomatico Fabrizio De Masi (un nome di comodo), ma dal suo libro traspare semmai la storia di un uomo che – tornando a Pasolini (e a Dostoevskij) – ha conosciuto «la grandezza sia dell’integrazione che del delitto»: la metamorfosi di un “eroe diabolico” metà guardia e metà ladro, la storia di una vita legata a filo doppio ai tanti, troppi intrallazzi e misteri che hanno attraversato e attraversano questo nostro Paese.

L’onorato presidente

Non è tutto. Nel mio ampio saggio conclusivo rendo conto di ciò che l’anonimo autore di L’uragano Cefis ha inteso tacere, raccordando l’inchiesta di De Masi alla biografia politica e morale dell’“onorato presidente”: Eugenio Cefis, quel giovane sottotenente fucilatore di partigiani e antifascisti poi diventato lui stesso partigiano e antifascista, nome di battaglia Alberto, uno tra i più preparati comandanti militari della Resistenza di area cattolico-monarchica. Dopo la Liberazione, eccolo prima all’Agip e poi all’Eni accanto a Enrico Mattei, il presidente dell’Ente petrolifero di Stato ucciso il 27 ottobre 1962 (una morte che vedrebbe Cefis coinvolto). A Mattei subentrerà proprio l’ex partigiano Alberto, chiamato a perseguire politiche industriali non sempre volte al pubblico interesse e a prefigurare mutamenti istituzionali in aperto contrasto con la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Fosse dipeso da lui o dai suoi mandanti politici oggi l’Italia sarebbe una Repubblica presidenziale, più autoritaria che autorevole, guidata dall’“uomo forte” o dal tecnocrate di turno.

L’aereo di Mattei esplode sopra Bascapè

Nella postfazione mi soffermo anche sulla morte di Mattei, segnalando che in questo delitto potrebbe aver avuto un ruolo il “Cercle”, una misteriosa associazione – aristocratica, anticomunista e pan-europeista – di cui sino ad ora nulla si è saputo in Italia. Essa accoglieva, con poche eccezioni, il meglio della destra politica e finanziaria europea. Tra i circa settanta membri c’erano gli italiani Giulio Andreotti e il finanziere Carlo Pesenti; i tedeschi Konrad Adenauer e Franz-Josef Strauss; lo spagnolo Alfredo Sanchez-Bella, ex ministro di Francisco Franco e importante banchiere; il banchiere americano David Rockefeller; gli statisti francesi Jean Monnet, Robert Schuman, Antoine Pinay, Valery Giscard d’Estaing e il fondatore dell’Oas Jacques Soustelle, nonché l’agente segreto dello Sdece (il controspionaggio francese) Jan Violet e il collega tedesco Reinhard Gehlen (l’ex capo dei Servizi segreti al tempo del nazismo).
Stando a quanto sul delitto avrebbe saputo Giacomo Rumor – cugino del notabile Dc Mariano Rumor – a uccidere Mattei (e il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista di “Time-Life” William McHale, con Mattei su quel volo maledetto) sarebbe stato un corso di nome Laurenzi detto “Sokar”, assunto all’aeroporto di Catania Fontanarossa poco prima dell’attentato. Laurenzi avrebbe sabotato l’aereo assieme a “Neter” – nome di copertura di un militare dell’Aeronautica italiana – e a tale Omar Terenski, sloveno. L’ordigno «che doveva attivarsi alla discesa del carrello in fase di atterraggio fu fatto invece esplodere in volo sopra la località di Bascapè da parte di un certo “Kukin”, dotato di un congegno trasmittente, situato a terra nei pressi della cascina dei Panigada, in località Albaredo», poco fuori Bascapè, a 17 chilometri dall’aeroporto milanese di Linate. Lo rivela Paolo Rumor, figlio di Giacomo, in L’altra Europa, un libro del 2017 scritto a più mani con Loris Bagnara e lo storico e politologo Giorgio Galli.

Gli assassini di Mattei addestrati in una base Nato

Colpo di scena, “Sokar” e “Neter” avrebbero fatto pratica alla stazione radar dell’Aeronautica militare presso Gambolò-Remondò, che si trova anch’essa in provincia di Pavia, a poco più di quaranta chilometri in linea d’aria da Bascapè. Qui aveva sede il 12° Gruppo Radar Cram (acronimo di Gruppo radar Aeronautica militare), poi rinominato 112ª Squadriglia radar remota, una dipendenza Nato. Perché allora non ipotizzare che la bomba sia stata fatta esplodere da un radiocomando a distanza tarato su frequenze militari, come scrive Rumor riprendendo i “documenti riservati” del padre? Lo scenario è avveniristico e per quanto plausibile è forse improponibile (pare d’essere in un libro di Ian Fleming) ma è curioso che l’opzione di un abbattimento a distanza, tecnicamente possibile, sia rimasta sostanzialmente fuori da ogni indagine. Eppure nel racconto di Paolo Rumor non mancano gli elementi d’interesse: un corso di nome Laurenzi (l’agente segreto francese Thiraud De Vosjoli ha scritto in un libro che il sicario era un corso chiamato “Laurent”), tracce di “strutture parallele”, quel comando a distanza partito da sotto i pioppi di cascina Albaredo di Bascapè.

Le foto truffa

17 marzo 2022

Dalla guerra senza pudore

Non paghi d’averci ammorbato con la foto, oscenamente costruita, di una “lolita” con mitra e lecca lecca (e scene di guerra da un videogioco, spacciato dal Tg1 per un girato a Kiev), il 16 marzo “la Stampa” di Torino pubblica a tutta pagina la foto della recente strage di Donetsk compiuta dalle milizie di Zelensky (più di venti morti e decine di feriti) come se «La carneficina» (è questo il titolo) fosse opera dei russi da qualche parte in Ucraina: nessun credit, nessuna didascalia esplicativa ma due riquadri, dal titolo «Così Kiev affronta l’assalto finale» e «I traumi dei bimbi in fuga a Leopoli». Sopra la foto in campo rosso si legge che «i russi tengono in ostaggio 400 persone all’ospedale di Mariupol. Nuova offensiva sulla capitale». Di questa pelosa “disinformazia” d’occidente davvero non si sentiva la mancanza. (G. G.)

carneficina

Carmelo Bene

17 marzo 2022

Un ricordo personale
di Giovanni Giovannetti

Il 16 marzo di vent’anni fa moriva Carmelo Bene, il più grande attore italiano di sempre. L’ho conosciuto e fotografato a Pavia nel 1984, al Teatro Fraschini, in occasione dell’allestimento dell’Adelchi, da Alessandro Manzoni. A lui serviva un fotografo con qualche capacità e Massimo Teoldi, che allora dirigeva il teatro, lo indirizzò a me. Allestito un set di lato al proscenio, son rimasto ad aspettarlo per più di dieci ore. La sera prima c’era stata una rissa furibonda fra lui e Piera degli Esposti, Carmelo aveva un po’ di febbre ma si truccò e lavorammo di ritratto e alle foto di scena. Foto di scena? «Io sono la scena» mi disse «e quindi basto». A fine seduta mi confesserà di non essersi dato così tanto a un fotografo «dai tempi di Luxardo».
Partita la Piera, nel ruolo di Ermengarda ecco la giovanissima e poco appariscente Anna Perino. Con noi c’era il percussionista Antonio Striano. E c’era anche il compositore Gaetano Giani Luporini, lucchese come me (e mia nonna di cognome faceva Luporini). «Chissà» mi disse con fare canzonatorio «forse abbiamo qualche gene in comune».
Viste quelle foto, Carmelo le volle comprare per suo uso personale. Ne circolano tuttora. A prescindere dall’Adelchi.

carmelo bene

Il buco nel Petrolio

3 marzo 2022

di Giovanni Giovannetti

Stamane ho potuto finalmente leggere quanto di nuovo offre la bella edizione del Petrolio pasoliniano curata da Maria Careri e da Walter Siti, che aggiunge alcune pagine deliberatamente e inopinatamente cassate nelle edizioni precedenti, tante note esplicative e le ghiotte postfazioni dei curatori.
Petrolio è ora un volume di oltre ottocento pagine comprensive – data la mole non poteva essere altrimenti – di qualche insignificante e quindi accettabile manchevolezza (ad es., alla nota 23 di p. 751, Luigi Castoldi – e non Castaldi –, classe 1929, non era un partigiano di Cefis; e alla nota 56, Roscio e Negro sono soprattutto i soprannomi di Franco Giuseppucci e Giovanni Girlando, due componenti apicali della costituenda banda della Magliana). Ma stiamo parlando di un libro che offre davvero molto. Fra l’altro, torna al suo posto una fondamentale pagina dal titolo Per la carriera di “Carlo”, scritta a Chia nell’agosto 1974, inopinatamente espunta dalle edizioni precedenti, là dove Pasolini scrive chiaro e tondo che Carlo I (lo scisso ingegnere petrolchimico Carlo Valletti, protagonista dell’incompiuto romanzo) «Aiuta Cefis nell’assassinio di Mattei». Più avanti in questa pagina Pasolini fa un accenno ai due discorsi di Cefis al momento in suo possesso, precisando che «I due pilastri entro cui si dispone la bizzarra materia sono il discorso agli Allievi dell’Accademia di Modena e il discorso al Centro Alti Studi Militari di Cefis». Quindi, conclude Siti, i discorsi che Pasolini prevede di pubblicare tra la prima e la seconda parte di Petrolio sono due e non tre, e puntualmente li troviamo tra i “Documenti” in fondo al libro. Tutto chiaro, o almeno così parrebbe, se non per il fatto… (more…)

Petrolio

1 marzo 2022

di Giovanni Giovannetti

pasolini  

Il 3 marzo 2022 arriva finalmente in libreria per Garzanti una nuova versione del pasoliniano Petrolio, a cura di Maria Careri e di Walter Siti. Questa edizione propone alcune significative novità; in particolare, torna al suo posto una pagina deliberatamente eliminata dall’edizione Einaudi del 1992, eppure fondamentale «non solo per l’affermazione netta sulla responsabilità di Cefis nell’omicidio di Mattei», come scrive Siti il 26 febbraio 2022 su “Tuttolibri”, «ma anche perché vi si chiarisce quali discorsi di Cefis (due e non tre) Pasolini volesse inserire nel testo».
Espunta la pagina su Cefis, dall’edizione 1992 di Petrolio spariscono anche i discorsi ad essa collegati: che restassero a prender polvere tra le carte di Pasolini al fiorentino Gabinetto Vieusseux, anche se lo scrittore avrebbe voluto inserirli tra la prima e la seconda parte di questa sua magmatica opera incompiuta.
Cosa alimenta questi postumi timori? Nel 1992, l’anno in cui viene pubblicato Petrolio, Pasolini era morto da diciassette anni e Cefis è “esule” a Zurigo. E quando nel 2005 esce l’edizione negli Oscar Mondadori, Cefis era ormai passato a miglior vita; ma da queste parti il fantasma dell’omone di Cividale incute ancora paura, e la paura è un sentimento durevole e pervasivo. Vietato quindi anche solo accennare, anche semplicemente in nota al libro, all’indagine di Vincenzo Calia, da poco conclusa, sulla tragica fine di Mattei (un divieto, si mormora, imposto dagli eredi di Pasolini). E dire che questo magistrato-filologo era stato il primo a segnalare, nel 2003, i ricalchi da Questo è Cefis (il “misterioso” libro di un fantomatico Giorgio Steimetz) rintracciabili nell’incompiuto Petrolio.
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Siamo tutti europei

1 marzo 2022

Fossi in Russia sarei con quelli che a San Pietroburgo sono scesi in piazza contro la guerra. Contro tutte le guerre, anche quelle che vengono ignorate dai media, e per ricordare quelle da poco concluse (in Iraq, in Libia, in Somalia, in Afghanistan, in Siria, nei Balcani…), vedi caso fomentate dagli stessi “esportatori di democrazia” che, eludendo accordi e buon senso, negli ultimi trent’anni hanno irresponsabilmente tirato la corda, avvicinando alla Russia le loro basi missilistiche, entro pericolosi e superati modelli da “guerra fredda”. Sono gli stessi che ora manifestano la loro indignazione (solo quella) a fronte della reazione, terroristica e criminale quanto si vuole, ma prevedibile, di Putin. Non si tira la corda né si provoca chi dispone di un arsenale con oltre diecimila testate nucleari. E se le parole hanno un senso, è dal 2007 che Mosca avverte l’Occidente che non avrebbe più tollerato l’espansionismo della Nato nell’Est europeo. E poiché ormai si fa un uso strategico dell’informazione – come se l’Occidente e solo l’Occidente fosse nel giusto – provo allora a riproporre questa lucida analisi di Barbara Spinelli, uscita sul “Fatto quotidiano” il 26 febbraio scorso. Altiero Spinelli, il padre di Barbara, è stato uno degli autori del Manifesto di Ventotene: lui avrebbe voluto un’Europa dei popoli (non questa, impotente e anemica, dei banchieri e delle aristocrazie finanziarie) e una difesa comune europea, non più delegata agli americani. Rileggiamolo. (G. G.)

mappa nato

Una guerra nata dalle troppe bugie di Barbara Spinelli

Paragonando l’invasione russa dell’Ucraina all’assalto dell’11 settembre a New York, Enrico Letta ha confermato ieri in Parlamento che le parole gridate con rabbia non denotano per forza giudizio equilibrato sulle motivazioni e la genealogia dei conflitti nel mondo. (more…)

Il cerchio magico

21 febbraio 2022

di Giovanni Giovannetti

Questa è la strana storia di un gruppo di potere semi-clandestino, aristocratico, “atlantico”, sconosciuto in Italia e fautore di una “strategia della tensione” in orbita europea.

Andreotti

Lo chiamavano gruppo Cercle, e per meglio chiarire affrontiamolo a partire dal suo motto: «Cercle si prende cura di tutto ciò che, direttamente o indirettamente, può rafforzare il carattere conservatore dell’Europa in divenire: difesa dell’Africa australe, antisovietismo permanente, apertura alla Spagna franchista…». Il gruppo associa politici, diplomatici e uomini di intelligence di alto profilo accomunati da un radicale atlantismo. Si tratta di uno dei più influenti, esclusivi e riservati club politici d’Occidente.
Formatosi negli anni Cinquanta, il Cercle era nato per cementare le relazioni franco-tedesche durante la “guerra fredda”. Ma nel corso degli anni diventò molto di più, sostenendo cause di destra in tutto il mondo e rivelandosi un punto di riferimento riservato per circa settanta politici, uomini d’affari, polemisti e personale dei servizi diplomatici e di sicurezza. Al Cercle si aderiva per invito e a tutti era chiesto di mantenere il segreto. (more…)