Ma che gelida manina…

14 luglio 2020 by

di Giovanni Giovannetti

«Noi perdoniamo e chiediamo perdono». È l’appello controcorrente che, nel 1966, la Chiesa polacca rivolge a quella tedesca. E chiede perdono nel 1970 il cancelliere tedesco Willy Brandt, inginocchiandosi nel ghetto di Varsavia. Perdonano e chiedono perdono nel 1984 il presidente della Repubblica francese François Mitterrand e il cancelliere tedesco Helmuth Kohl, tenendosi per mano al sacrario di Douaumont in Francia, là dove sono sepolti i resti non identificati di 130mila francesi e tedeschi morti combattendosi a Verdun nel 1916. Chiede perdono nel 1990 il presidente della Repubblica Ceca Václav Havel, per la drammatica espulsione, nel 1945, di 3,5 milioni di cittadini di lingua e cultura tedesca dai Sudeti e da altri territori cecoslovacchi. Anche il leader di Polska Partia Socjalistyczna (il partito socialista polacco) Jan Józef Lipski ammetterà che il suo Paese ha «contribuito a derubare milioni di tedeschi». Sono passi di elevato valore simbolico. E tale sarebbe potuto essere anche l’incontro tra Mattarella e il presidente sloveno Borut Pahor il 13 luglio 2020 a Basovizza. Ma per i crimini commessi dall’Esercito italiano nei Balcani nessuna alta autorità della Repubblica ha mai sentito l’urgenza istituzionale di ammettere pubblicamente la propria parte di responsabilità politica e civile. Anzi, nei primi commenti dei leader politici in queste ore (non solo quelli di area postfascista), continua la rimozione e la manipolazione.

A Mattarella non far sapere…

12 luglio 2020 by

…che la foiba di Basovizza non è una foiba ma…
di Giovanni Giovannetti

…un pozzo artificiale profondo 256 metri scavato ai primi del Novecento in cerca di carbone. Basovizza viene ritenuta la tomba di tremila italiani e per questo motivo è stata dichiarata monumento nazionale. Ma a farne una fossa comune arrivano primi i nazifascisti che vi gettano ostaggi e partigiani. E buona seconda arriva la famigerata banda del vice questore Gaetano Collotti (articolazione dell’Ispettorato speciale di pubblica sicurezza retto dal doppiamente famigerato questore di Trieste Giuseppe Gueli): sono 35 fascistissimi torturatori che, pervasi da estrema crudeltà, erano soliti “infoibare” le vittime di queste loro criminali imprese.
Passato qualche anno, dopo la dura battaglia di Basovizza del 30 aprile 1945, gli jugoslavi vittoriosi, temendo epidemie, lì dentro getteranno centinaia di militari tedeschi morti combattendo, assieme a carcasse di cavalli, abbondante materiale militare e forse qualche italiano: il 3 maggio diversi «questurini» della banda Collotti sono infatti portati a Basovizza. Stando al ricordo di don Virgil Šček, «alla sera li fucilarono e li gettarono nelle cavità». Non è dato sapere in quale cavità.
Finita la guerra, nell’estate 1945 da quella fossa gli angloamericani esumeranno diversi resti umani (vengono estratte anche otto salme intere, appartenenti a sette soldati tedeschi e un civile). Insomma, dei millantati infoibamenti di massa a Basovizza non pare esserci traccia. E non a Monrupino, altro “monumento d’interesse nazionale”, la tomba comune di 560 tedeschi caduti nella battaglia di Opicina dell’aprile-maggio 1945 (queste salme furono recuperate già nell’estate del 1945, inumate al cimitero di Sant’Anna e successivamente traslate al cimitero militare di Costermano presso Verona).
E nemmeno a Gropada (da quest’ultima foiba verranno esumati “solo” cinque cadaveri, quattro uomini e una donna uccisi nel maggio 1945 per vendetta personale).
In sintesi, se v’è chi accredita la morte di migliaia di persone a scopo di pulizia etnica nella sola fossa di Basovizza, molti studiosi, avvertitamente, la ritengono un clamoroso falso storico e, cifre alla mano, indicano in poco più di mille il numero complessivo degli scomparsi (in gran parte morti nei campi di prigionia jugoslavi) e degli infoibati nel maggio-giugno 1945. A sommarsi con le circa 400 vittime in Istria nel settembre 1943 (204 gli infoibati, fra cui venti tedeschi). Dunque, per quanto numerose e odiose siano state queste morti, non è stato genocidio. Nel caos dopo l’armistizio, fra il 15 settembre e il 4 ottobre l’Istria interna è infatti percorsa da improvvisati plotoni di ribelli armati, fermati solo più tardi – non senza fatica – dal movimento partigiano: al più si tratta di bande di contadini s’ciavi furiosi per gli indubbi torti subiti e in cerca di malcapitati “nemici del popolo”.
Praticando su di loro la violenza (fisica, economica, culturale), il Fascismo ha educato questi Sloveni e Croati d’Italia alla violenza e nelle ore del settembre 1943 il conto lo pagano un po’ tutti: lo paga chi porta una uniforme (gerarchi, militari, guardie comunali, guardie carcerarie, ecc.) e lo paga qualche civile (pubblici funzionari, ufficiali giudiziari, esattori delle imposte, ex squadristi, confidenti dell’Ovra, collaborazionisti, proprietari terrieri, ecc.) a torto o a ragione ritenuto filofascista.

Europa anno zero

1 luglio 2020 by

Dal 1° luglio è in libreria Il tamburo di lotta, libro in cui racconto alcuni retroscena sugli scioperi del Baltico, in Polonia, nell’agosto 1980. Una pacifica rivoluzione operaia in un Paese socialista. Questa è l’introduzione al libro. (G. G.)

L’estate 1980 comincia col botto. Una bomba. Italia, 2 agosto, scoppia la stazione di Bologna: 85 morti, 200 feriti e mutilati. Bomba fascista? Bomba di Stato? Forse l’anteprima di un golpe, forse solo la minaccia a fini politici, per il riequilibrio del potere: «Ah, se solo avessimo avuto quattro mesi ancora», lamenterà anni dopo l’ex venerabile della loggia massonica Propaganda 2 (P2) Licio Gelli, «c’era da fare soltanto un trasferimento di ufficiali delle Forze armate. Sarebbe stato un colpo di Stato senza colpo ferire, non ci sarebbero stati combattimenti. Soltanto sarebbero state eliminate persone che già sapevamo, prese nelle loro case e da Ciampino trasferite in Sardegna». Per questo gravissimo attentato il Tribunale di Bologna ha condannato all’ergastolo i neofascisti dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Gilberto Cavallini (quest’ultimo in primo grado, sentenza del 9 gennaio 2020) nonché a trent’anni di carcere l’allora minorenne Luigi Ciavardini. L’elenco prosegue con la condanna a otto anni del generale del Sismi (i servizi segreti militari) Pietro Musumeci, del suo braccio destro colonnello Giuseppe Belmonte (sette anni e undici mesi), del capo della P2 Licio Gelli (dieci anni, poi ridotti a cinque da trascorrere ai domiciliari nella sua comoda dimora di villa Wanda presso Arezzo) e del faccendiere e uomo dei Servizi Francesco Pazienza (dieci anni, di cui tre condonati). Insomma, sulla strage di Bologna, la P2 e i Servizi segreti dello Stato italiano di nuovo mestano nel torbido, e di nuovo vergano informative false e depistanti (come dimenticare il ruolo da loro avuto in altre stragi, dalla bomba di piazza Fontana a Milano nell’inverno 1969 a quella sul treno Italicus nell’estate 1974).
Di più. Quarant’anni dopo la strage bolognese del 1980, l’11 febbraio 2020 la Procura generale di Bologna ha concluso la sua indagine sui presunti mandanti e finanziatori di questa pagina nera, indicandoli in Licio Gelli e nei suoi adepti: Umberto Ortolani, l’ex responsabile del Servizio segreto civile Federico Umberto D’Amato e l’ex senatore e direttore del settimanale filofascista “il Borghese” Mario Tedeschi. Tutti piduisti, tutti deceduti.

A quel tempo avevo casa alla Croce di Casalecchio, poco fuori Bologna, e il 6 agosto ero come tanti in piazza Maggiore per i solenni funerali delle vittime di questa orrenda strage.
Sui giornali, le cronache della tragedia bolognese hanno intanto sottratto spazio a un’altra tragedia: quella dell’abbattimento di un aereo civile il 27 giugno 1980 nei cieli di Ustica (77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio: tutti morti) da parte di un aereo militare appartenente al “blocco atlantico”, forse francese, forse americano, mandato a intercettare tra le isole di Ustica e Ponza l’aereo con cui il leader libico Mu’ammar Gheddafi si stava recando a Warszawa in Polonia (Gheddafi farà un repentino dietrofront, scampando all’aggressione). Anche su Ustica la verità tarderà a farsi largo e per circa un decennio la caduta di quel Dc-9 Itavia verrà fintamente attribuita prima a un cedimento strutturale (e per questo motivo Itavia dovrà chiudere i battenti); poi a una bomba esplosa a scopo terroristico all’interno dell’aereo. A ben vedere, tuttora non è chiaro se la strage del 2 agosto a Bologna mirasse a giustificare un colpo di Stato incruento o se invece vada letta come una manovra di distrazione di massa dopo l’“accidentale” abbattimento dell’aereo civile.

Di fronte a uno scenario tanto agghiacciante, al momento arretrano altre clamorose notizie: oltrecortina, in molte fabbriche polacche da più di un mese sono infatti in corso scioperi e rivendicazioni: il 1° luglio alle officine meccaniche Ursus, presso Warszawa, alcuni reparti del secondo turno di lavoro sono entrati in sciopero contro l’aumento del prezzo della carne che si vende negli spacci all’interno della fabbrica (aumento che tocca il 70 per cento). Attraverso commissioni operaie elette per l’occasione, i lavoratori chiedono l’annullamento degli aumenti e l’applicazione della scala mobile ai salari.
Il giorno dopo, lo sciopero si estende alla fabbrica Polmo di Tczew. La richiesta più importante è ancora un aumento di salario proporzionale a quello dei prezzi.
Scioperano anche gli operai della fabbrica di elicotteri Wsk di Swidnik, delle industrie siderurgiche di Warszawa, dell’impresa di costruzioni di Rzeszów, degli stabilimenti per la lavorazione della carne di Grudziadz e operai di varie imprese di Żyrardów, Poznań, Tarnów.
Dove c’è stata protesta operaia le autorità concedono aumenti salariali; l’aumento dei prezzi, in un primo tempo, rientra solo in alcune regioni, fino a che progressivamente sarà annullato dovunque. Ma non basta agli operai: dagli stabilimenti tessili Itt di Żyrardów parte la richiesta di introdurre un premio di anzianità e di migliorare l’approvvigionamento dei generi alimentari; agli stabilimenti Buczek di Lublin il Comitato di sciopero presenta un pacchetto di richieste dove si chiede anche di equiparare gli assegni famigliari operai a quelli corrispondenti della polizia.
Giovedì 10 luglio entrano in sciopero i 20mila dipendenti della Fso Zeran, presso Warszawa, che produce auto su licenza Fiat. In agitazione anche la filiale di Łódź e (15 luglio) i ferrovieri di Lublin: si chiede il sabato libero, l’anticipo a 55 anni dell’età di pensionamento per i macchinisti, garanzie scritte di incolumità per gli scioperanti e altro ancora. Gli aumenti di salario concessi toccano quasi ovunque i mille złoty. Molte agitazioni sono sospese.
Al 16 luglio sono in sciopero a Lublin circa 80mila lavoratori, la maggioranza delle aziende del voivodato. Ai ferrovieri del reparto locomozione si unisce tutto il compartimento ferroviario; al Mercato centrale gli operai si rifiutano di caricare la carne sui vagoni diretti in Unione sovietica. L’Ufficio politico del Pzpr, o Poup (Partito operaio unificato polacco), in un comunicato, parla delle «sospensioni del lavoro» in corso e lancia un appello per il ritorno alla normalità. Il comunicato appare soltanto sui giornali di Lublin.
Il 23 luglio anche la stampa parla, per la prima volta, di «arresti del lavoro». A Lublin arriva una commissione governativa presieduta dal vice primo ministro Miecisław Jagielski, il futuro negoziatore di Gdańsk, che è stato eletto deputato in quella regione.
La calma torna a Lublin. Ma il comitato di sciopero dei ferrovieri non si scioglie e si costituisce in Consiglio sindacale permanente, in alternativa ai sindacati ufficiali.
Le agitazioni avvengono sulla base di rivendicazioni salariali che ben presto diverranno politiche. Dopo Lublin entrano in sciopero i netturbini di Warszawa. Si sciopera anche a Poznań, Wrocław, Tarnów, Łódź. Arrivano notizie delle prime agitazioni sul Baltico: a Gdańsk, Gdynia e Sopot. L’11 agosto scioperano i trasporti a Warszawa. Sono oltre cento le imprese interessate da scioperi nel luglio. Non c’è ancora quel carattere politico che sarà la novità del movimento del Baltico. Ma gli operai si muovono già in modo diverso dal passato: nessun corteo esterno, gli scioperi si svolgono dentro le fabbriche; si rifiuta la mediazione del sindacato ufficiale e si organizzano i Mks (Miedzakladowy Komitet Strajkowy), i Comitati interaziendali di sciopero, autonomi rispetto al sindacato ufficiale.
«Mi riconosci? Ho lavorato al cantiere per dieci anni e mi sento ancora un operaio navale, perché ho ancora la fiducia degli operai. Ormai sono quattro anni che non trovo lavoro. Adesso facciamo sciopero e occupiamo». Lech Wałęsa sta parlando a Klemens Gniech, il direttore, da una scavatrice posta sul piazzale del cantiere Lenin di Gdańsk tra gli operai che applaudono. È il 14 agosto e hanno subito inizio le trattative con la direzione.

Curioso. Nei Paesi dell’Occidente industrializzato la dicotomia classista viene sconfitta dall’innovazione tecnologica e dall’omologazione dei consumi, mentre il conflitto di classe ha campo aperto in Polonia: di qua la cristallizzazione di un potere destrutturato, non lontano da come lo dipinge Orwell nel suo romanzo La fattoria degli animali; di là un grandioso movimento operaio di stampo classico, dichiaratamente contrapposto ad una classe dirigente che predica eguaglianza e giustizia sociale ma è trincerata dentro ai suoi privilegi. «Così ai marxisti rivoluzionari più ostinati», scrive in quei giorni Adriano Sofri, «è toccato di trangugiare il boccone amarissimo di una “rivoluzione” operaia, ormai impensabile in Occidente, cresciuta nel grembo del blocco socialista”». Leggo Sofri, e tanto basta per dispormi a partire: vado a Danzica, o Gdańsk, a toccare con mano una classe che ora mette in gioco un forte desiderio di felicità e di emancipazione sociale, nonché questioni pratiche come la riduzione dei ritmi di lavoro e l’approvvigionamento alimentare (i lavoratori sono anche consumatori), trovando in Solidarność la loro unica pragmatica possibilità a fronte dell’onnipresente dispotismo dei funzionari e dei dirigenti del partito-Stato, e ben sapendo che il successo delle rivendicazioni sindacali non può che andare di pari passo con l’introduzione di qualche forma di pluralismo nella società polacca, il primo passo verso un più profondo rinnovamento etico. Insomma, come scrive Solidarność nella prima pagina del suo programma, non si è trattato «soltanto del pane, del burro e del salame, ma anche della giustizia, della libertà di opinione, della democrazia, della verità, della legalità, della dignità umana, del rinnovamento della Repubblica». Del resto – lo diceva Lenin – le rivoluzioni scoppiano quando le classi dominanti non sanno più governare e quelle oppresse non riescono più a sopportare. E in Polonia, recita Solidarność, «tutti i valori elementari sono stati troppo a lungo oltraggiati perché si potesse credere di poter migliorare qualcosa senza una loro rigenerazione. La protesta economica doveva essere allo stesso tempo una protesta sociale; e, a sua volta, la protesta sociale doveva essere una protesta morale».
Nel movimento operaio polacco va maturando uno spirito rivoluzionario di matrice religiosa, millenaristica e “plebea”, avvicinabile alle aspirazioni revisioniste dei marxisti libertari e alla lettura del socialismo «come prosecuzione del lavoro spirituale del genere umano» ( Kołakowski); quell’eresia che il Polonia – abbandonata ogni velleità di riforma del partito – presto assume il carattere “rivoluzionario” di opposizione sociale di massa al deludente ingabbiamento sovietico, una tirannia ormai lontana dal prefigurare la liberazione umana in una terra promessa senza più classi, e che all’opposto – ha scritto nel 1972 un marxista “revisionista” come Leszek Kołakowski – da tempo «rappresenta uno dei più formidabili nuclei di repressione nazionale e sociale che ci siano mai stati al mondo». Per Kołakowski, una sinistra che non abbia dalla sua il discernimento, la sapienza, la tolleranza, la forza di persuasione altro non è che «un fascismo adornato con gli striscioni del socialismo».
Insomma, dopo errori, fallimenti e bagni di sangue ora tocca a questa generazione operaia. Hanno al loro fianco i “padri” uccisi nei moti di Poznań del 1956 mentre gridano «pane e libertà» (più di cento i morti); li sorregge la memoria collettiva dei “fratelli” massacrati a Elbląg, Gdańsk, Gdynia e Szczecin del 1970 (almeno 42 operai uccisi); e loro stessi sono stati duramente repressi a Elbląg, Gdańsk ,Nowy Targ, Łodz, Płock, Starachowice, Szczecin, Warszawa nel 1976 dal braccio armato di una forza totalitaria e spaventata, più attenta all’ordine che alle domande di libertà civili e democrazia. Domande che vent’anni dopo loro stessi aggiornano in alcune delle testimonianze qui pubblicate.

L’aeroporto di Gdańsk è a una ventina di chilometri dal centro cittadino. Arrivo verso sera e non trovo né taxi né bus; sono in sciopero anche loro, e altro non resta che fare autostop. Mi raccatta un ragazzetto alla guida della sua Polski Fiat 126p rossa di fabbricazione polacca su licenzia Fiat:
«Dove ti porto?», chiede in una sorta di esperanto anglo-polacco.
«Lasciami davanti a qualche albergo nei pressi dei cantieri».
Eccomi all’Hotel Victoria, in tempo per la cena. Da un palco nella sala, un’orchestrina intona motivi italiani.
La mattina dopo sono ai cantieri di buonora. Ad alcuni operai col bracciale bianco e rosso mostro la mia tessera dell’Ordine: «ah, włoski dziennikarz», non capisco un accidente «Yes… Tak… Photographer…» Il lasciapassare del Międzyzakładowy Komitet Strajkowy lo conservo ancora. Eccomi dunque in quel «museo sociale vivente» dove più profonda è la crepa che separa quel socialismo dispotico e militarizzato da una classe operaia e contadina «che avrebbe dovuto essere la condizione del suo realizzarsi» (Sofri). Giornalisti italiani ne incontro pochi; in compenso ho la fortuna abbracciare Beppe De Simone e Falco Mercurio, due operai dell’Alfa Romeo di Arese che hanno deciso di spendere qui le loro ferie.

In questo libro ripercorro da testimone alcuni retroscena degli scioperi del Baltico nell’agosto 1980. Iniziata in sordina, via via la protesta operaia sfugge di mano un po’ a tutti: a Wałęsa, che spinge per un accordo sindacale e non politico; al partito, che ne ha sottovalutato la portata rivoluzionaria; ai politologi, convinti che liberi sindacati fossero impossibili in un sistema comunista; all’Unione sovietica che, specie dopo gli accordi di Helsinki del 1975 su sovranità nazionale e diritti umani, non può ricorrere a un’altra invasione senza il rischio di sanzioni gravose per la sua economia. Il successo operaio stupisce persino alcuni suoi fautori: «Noi sapevamo che sindacati indipendenti autogestiti erano impossibili in un sistema comunista, ma gli operai non lo sapevano e così è nata Solidarność», dirà Adam Michnik, uno dei principali esponenti del Kor/Kss, il Comitato di autodifesa sociale sorto nel 1976 per dare soccorso ai lavoratori perseguitati e alle loro famiglie, a cui si deve l’elaborazione della strategia politica vincente di quella lotta.
Il declino comunista passa per Gdańsk: negli anni a seguire, con effetto a catena, a Ovest dei cantieri cade un muro, a Est cade un impero.

L’accordo di Helsinki del 1975 tra i Paesi europei (affiancati da Canada e Stati uniti) e il blocco comunista è al più ricordato per la parte relativa alla cristallizzazione dei confini europei concordata trent’anni prima a Jalta (rispetto dei diritti relativi alla sovranità; rinuncia alla minaccia o all’uso della forza; inviolabilità delle frontiere; integrità territoriale degli Stati; risoluzione pacifica delle controversie). Ma il sesto, il settimo e l’ottavo (non ingerenza negli affari interni; rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo; eguaglianza dei diritti ed autodeterminazione dei popoli) sono veri punti di “svolta”, poiché a Oriente infiammeranno l’azione dei gruppi dissidenti intellettuali e, specie in Polonia, operai. L’introduzione dello stato di guerra del 13 dicembre 1981 in Polonia negherà nei fatti il senso di quell’accordo.
L’analisi minuta delle ingerenze negli affari interni di questo o quello Stato sovrano, a Oriente come a Occidente, gode già di una vasta bibliografia. Ma occorre qui ricordare almeno che il 1975 è l’anno della disfatta politica e militare americana in Vietnam e, altro esempio, l’anno della forte avanzata del Pci in Italia. Di un tale clima favorevole alle sinistre sembra voler approfittare l’Unione sovietica, convinta di volgere a proprio favore i rapporti di forza planetari con il blocco atlantico. Dal canto loro gli americani non staranno a guardare, e difatti la loro ingerenza in alcuni Stati europei – si comprenda la semplificazione – cambia metodo e caratura: non più golpe come in Grecia nel 1967 o in Cile nel 1973; non più, non solo bombe “stabilizzanti” e omicidi di Stato, ma infiltrazione economica e programmi occulti di distruzione e distrazione di massa, come l’operazione Blue Moon, un protocollo congiunto di Cia e Fbi che promuove il consumo di Lsd ed eroina come antidoto all’impegno politico, trasformando così l’opposizione in devianza.
Ne riferisce Roberto Cavallaro il 7 gennaio 2010 al processo bresciano per la bomba in piazza della Loggia. L’ex squadrista nero, sindacalista Cisnal e uomo dei Servizi militari “paralleli” rivela di aver presenziato con altri italiani a un seminario formativo ad alto livello tenuto nell’autunno 1972 sulle montagne dei Vosgi in Francia; in quella sede viene illustrata proprio l’operazione Blue Moon e le relative modalità di introduzione, anche in Italia, di eroina e allucinogeni per marginalizzare i movimenti della nuova sinistra.
La filosofia del mondo diviso in due blocchi inalienabili, induce a forme di collaborazione informale i Servizi segreti dell’Est e dell’Ovest: Cavallaro precisa infatti che a quella riunione «erano presenti più soggetti, sia dell’Europa occidentale sia, con nostra grande sorpresa, persone appartenenti all’area opposta del Patto di Warszawa», chiamati a confrontarsi su come annichilire gli avversari e qualunque forma di dissidenza. E dunque non per caso il programma di Solidarność – tesi 15, paragrafo 4 – sollecita il Governo a intraprendere misure volte alla «risocializzazione delle persone colpite dall’alcoolismo e dalla tossicodipendenza» (tra i Paesi del blocco orientale, con 35mila tossicodipendenti la Polonia era la più colpita dalla “narkomania”).

La storia del primo sindacato libero in un Paese dell’Est è qui scandita in tre tempi: la nascita dentro il movimento di scioperi, soprattutto del litorale baltico (agosto 1980); le lotte per una Polonia democratica stroncate dal colpo di Stato militare del dicembre 1981; e poi, crollati i muri, la difficile ricerca di un punto d’incontro intorno a cui rifondare un’etica comune condivisa.
I cinquecento giorni di vita del sindacato sono segnati da un primo ciclo di lotte diffuse – operai, minatori, studenti, contadini, “terziario” e trasporti pubblici – fino al primo, inedito sciopero generale, il 3 ottobre 1980, in un Paese a regime comunista. L’elezione di Wojciech Jaruzelski a premier e poi a segretario del partito è l’inizio della svolta golpista. Peggiorano le condizioni dell’economia. L’affaire di Bydgoszcz riporta indietro ai tempi bui; nell’estate le donne scendono in piazza contro la scarsità dei generi di prima necessità; nel sindacato affiorano due linee che il prestigio personale dei suoi leader non riuscirà a conciliare. Col dicembre 1981 comincia la bufera. Ma questo movimento che non ha desiderato il potere, questa società che si è auto-organizzata nelle lotte della classe come classe generale, hanno tracciato un percorso di liberazione che gli emissari dell’Impero hanno soltanto provvisoriamente interrotto.

Vent’anni dopo sono tornato a Danzica per ascoltare il ricordo dei protagonisti di quello sciopero e il loro punto di vista sulla successiva transizione. Me lo dettano, fra gli altri, Anna Walentynowicz, la “pasionaria di Danzica”, l’ex saldatrice dal cui licenziamento prende il via la protesta operaia; l’assemblatore Marian Mocko, che fino alla morte prematura si è schierato al fianco dei lavoratori licenziati; Stanisław Dziedziul, saldatore ai cantieri che nel 1940, a nove anni, era stato deportato dalla nativa Vilnius in un gulag siberiano; Mieczysław Kalinowski, un ex operaio deluso dalla nuova classe dirigente e dall’economia di mercato. Nel frattempo Tadeusz Fiszbach, il dirigente comunista “dalla parte degli operai”, si è avvicinato a Dio, mentre il generale Jaruzelski difende ancora caparbiamente il suo operato di vent’anni prima. Bogdan Lis, un tempo leader di Solidarność, oggi traghetta a Est le ditte occidentali. Un altro dirigente, Zenon Kwoka, è invece disoccupato e gioca in borsa con alterne fortune. Dopo la chiusura dei cantieri nel 1997, Zbigniew Lis, progettista e responsabile del servizio d’ordine interno durante gli scioperi del 1980, ha scelto la libera professione. Con la successiva riapertura, l’elettricista Wojtek Tucholski è stato riassunto come impiegato. Un altro elettricista, Lech Wałęsa, nel 1990 è stato eletto Presidente della Repubblica.

Scrivo queste pagine a Torino nel chiuso di una stanza mentre fuori è silenzio, le strade sono deserte e se cambi isolato la polizia ti ferma. Nella città della Fiat come nel resto d’Italia vige il “coprifuoco”, reso necessario dall’incedere della pandemia del Coronavirus. Ma se la notizia di qualche calciatore positivo al tampone conquista le prime pagine di giornali e notiziari, nulla trapela su come siano messi gli operai che, nonostante l’emergenza, sono loro malgrado tenuti a lavorare. Né conosciamo il numero dei lavoratori costretti a letto dopo aver contratto il virus in fabbrica.
In questo andare verso un futuro in cui nulla-sarà-più-come-prima, al momento si accalcano sentimenti contraddittori, sospesi tra il catastrofismo (simboleggiato dal laboratorio sociale da stato di polizia in corso) e l’opportunità di prefigurare nuovi e rigeneranti miti collettivi in un mondo di “fratelli” dove tutto è interconnesso e dove, nonostante tutto, mai arretra l’utopia della fratellanza universale.
Solidarność vuol dire solidarietà, che è sinonimo di fratellanza. E se le avversità estreme come la carenza di alimenti o l’assenza di libertà democratiche nel 1980 hanno indotto a reazioni rigeneranti e prefigurative, è non di meno augurabile che qualcosa di analogo possa ripetersi oggi, a seguito di una invasiva pandemia.

Giovanni Giovannetti

Perché abbattere?

15 giugno 2020 by

di Giovanni Giovannetti

L’attuale querelle sui monumenti “da abbattere” sta assumendo toni surreali e modi da resa dei conti fuori tempo massimo. In questo incedere iconoclasta, negli Stati Uniti c’è chi vuole liberare il Paese dall’icona del “colonialista” Cristoforo Colombo (lasciando però al loro posto le innumerevoli facce di bronzo di George Washington, quel “padre della patria” proprietario di schiavi…)
Varcato l’Atlantico, ecco che a Bristol in Inghilterra la folla abbatte la statua del mercante di schiavi Edward Colston: un ben strano modo per ricordare le numerosissime vittime del pessimo passato schiavista e coloniale britannico (quanti sono i monumenti che, sull’isola, sono dedicati a queste loro vittime?)
E in Italia? Chi a Milano imbratta il monumento allo “stupratore razzista” Indro Montanelli – e a Torino quello a Vittorio Emanuele II – non farebbe meglio a rivendicare un analogo bronzeo ricordo, che so, del leader cirenaico della resistenza anti-coloniale Omar al-Mukhtār, impiccato nel 1931 da Badoglio e Graziani? E quando mai si è marcata la distanza da queste tristi pagine della nostra storia patria dedicando vie e piazze, per dire, alla memoria dei torturati e dei gassati in Somalia nel 1935-’36 (con buona pace del “negazionista” Montanelli) o dei torturati e dei deportati sloveni dopo l’occupazione italiana del 1941: vecchi, donne e bambini trattati come bestie; “non umani”, insomma s’ciavi, morti di stenti in italianissimi campi di concentramento come quello all’isola di Rab.
Perché tutto questo viene eluso? Perché, mi domando, l’italietta del dopoguerra, provinciale e piccolo borghese, si è rivelata incapace di una reale resa dei conti con le malefatte del suo passato fascista e coloniale? Forse perché è rimasta fascista, perbenista e poi “democristiana”. E la sua cultura, direbbe Pasolini, si nutre di «un umanesimo scolastico formale e volgare».

Come a Bolzano

Perché abbattere? Non sarebbe meglio lasciare ciò che resta lì dov’è e semmai ribaltarne il senso? Perché, buon esempio, non fare come a Bolzano? Sulla facciata della locale Casa del Fascio permane un grande bassorilievo con al centro il duce a cavallo e il motto “Credere obbedire combattere”. Lì sopra ora appare una scritta luminosa, in italiano, tedesco e ladino: «Nessuno ha il diritto di obbedire». Sono parole di Hannah Arendt.
Ma la scritta luminosa data 2017, a più di settant’anni dalla caduta del fascismo. Ben altra storia viene scritta quando, per dirla col “Gian Burrasca” televisivo, «…il popolo affamato fa la rivoluzion».
«La storia del passato, ormai ce l’ha insegnato…», cantava Rita Pavone. E ben lo sanno i francesi. A fine Settecento, nella Francia di Luigi XVI e di Maria Antonietta, invece di «mangiare brioches» il popolo affamato se la piglia proprio con i sovrani, e cadono le teste e si abbattono i monumenti. Ricorderemo allora la distruzione della grandiosa statua equestre di Luigi XIV, Le Roi Soleil, collocata nel 1699 a Parigi in place Vendome. A noi pavesi, questo monumento può interessare. Perché?
Ebbene, non tutti sanno che lo sfortunato monumento equestre parigino era imparentato con il pavese Regisole: ovviamente non è la pur bella scultura di Francesco Messina, del 1937, che tuttora fa gradevole mostra di sé in piazza Duomo, ma il magnifico e millenario “originale” romano, distrutto nel 1796.

il “Gran Cavallo”

Cosa accomuni il monumento parigino e quello pavese è presto detto: Leonardo da Vinci, che nel 1490 prende il Regisole a modello per il suo “Gran cavallo” in onore di Francesco Sforza, padre di Ludovico il Moro. «Di quel di Pavia si lalda [loda] più il movimento che nessuna altra cosa. L’imitazione delle cose antiche è più laldabile [lodevole] che le moderne. Non po essere bellezza e utilità, come appare nelle fortezze e nelli omini. Il trotto è quasi di qualità di cavallo libero. Dove manca la vivacità naturale, bisogna farne una accidentale», scrive il Vinci.
Il «Regisole è cosa ammirevole per lo slancio del cavallo come all’assalto della cima di un colle», scriveva più di cent’anni prima Francesco Petrarca al Boccaccio. Ma forse Leonardo allude «all’utilità o alla bellezza» trattata da Agostino al libro XXII del De Civitate Dei («Certo è che non vi è alcuna parte del corpo, creata per ragione d’utilità che non abbia anche la sua bellezza»). Così come lo si può immaginare assieme al grande architetto senese Di Giorgio Martini (con Leonardo a Pavia nel giugno 1490) a rimirare questo elegante cavallo romano collocato proprio lì nell’Atrio di San Siro di fronte alle romaniche cattedrali “gemelle” di Santo Stefano e Santa Maria del Popolo poco prima del loro progressivo abbattimento per fare posto al Duomo attuale.
Il modello preliminare del leonardesco “Gran Cavallo”, in terracotta, era alto più di sette metri. Viene ultimato nel 1493 («a dì 20 di dicembre 1493 conchiudo gittare il cavallo sanza coda e a diacere…») e subito esposto in Corte Vecchia a Milano, per il matrimonio tra Bianca Maria Sforza – nata a Pavia, nipote di Ludovico il Moro – e l’imperatore Massimiliano I d’Austria, suscitando in chi lo vede grande stupore e ammirazione: «e nel vero quelli che veddono il modello, che Lionardo fece di terra grande, giudicano non aver mai visto più bella cosa, né più superba», scrive Vasari ne Le Vite.
Leonardo pensava di fondere il cavallo in un unico pezzo reintroducendo l’antico e dimenticato metodo di “fusione indiretto”, ma a quel tempo i venti di guerra inducono il Moro a costruire cannoni, e non monumenti, così che il 14 novembre 1497 quel prezioso bronzo prende la via di Ferrara. E il gigantesco modello in creta, lamenta il Vasari attingendo ai Ricordi di fra’ Sabba da Castiglione, già studente a Pavia, «durò fino che i francesi vennono a Milano» ovvero fino a quando, nel 1499, i balestrieri guasconi per loro diletto «lo spezzarono tutto». Forse non del tutto, poiché il duca Ercole I di Ferrara, per tramite di Giovanni Valla suo agente a Milano, provò senza esito a chiedere quanto restava del Cavallo Sforza per farne la propria statua.
Alcune Cronache milanesi ottocentesche riferiscono poi di un cavallo «di meravigliosa grandezza de relevo col l’immagine del Re» esposto nel 1509 in piazza Castello a Milano: «di qual cavallo si trattasse, non si sa; forse che il re di Francia» Luigi XII «fece quello che voleva fare per sé il duca di Ferrara?», si domanda Giovanni Battista de Toni. Per certo il procedimento di fusione in forma di cava a tasselli verrà in seguito mutuato in Francia dallo svizzero Baldassarre Keller per la imponente statua equestre di Luigi XIV, il Re Sole.

Pavia, 16 maggio 1796

E come il Gran Cavallo Sforza, la statua del Re Sole verrà abbattuta e fusa durante la prima Rivoluzione francese (non resta che un piede, ora al Museo Carnavalet). Di destino in destino, stessa sorte il 16 maggio 1796 per il pavese Regisole, icona del Comune e modello elettivo di entrambi i monumenti che, forse raffigurando l’imperatore romano Settimio Severo, «in quanto emblema di quel passato autoritario ed aristocratico che si voleva cancellare» scrive Mino Milani, viene stupidamente abbattuto da studenti filo-giacobini: «così finiva, per mano pavese, il simbolo secolare della città».

Mostra sul Leonardo “pavese”: dagli all’assessore

25 aprile 2020 by

di Giovanni Giovannetti

Un vecchio detto recita saggiamente che sbaglia solo chi fa. E forse ha sbagliato il Comune di Pavia a credere che a una mostra sugli anni pavesi di Leonardo si potessero affiancare le opere di artisti contemporanei che al genio vinciano (e pavese, e vigevanese, e milanese d’elezione) hanno inteso rivolgere un loro devoto omaggio creativo.
Ma l’errore degli errori parrebbe essere stato un altro: quello di adombrare la possibilità di esporre a Pavia niente meno che la “Isleworth Mona Lisa”, un dipinto attribuito a Leonardo, opera ascrivibile al periodo “pavese” del Maestro toscano. E come è noto, sono vergati a Pavia anche i suoi magnifici disegni anatomici e forse il celeberrimo “Uomo vitruviano”, nonché il dipinto del “San Girolamo” e molti altri suoi incompiuti progetti (quello del “gran cavallo”, lo sappiamo, guarda al pavese Regisole, così come taluni suoi disegni di chiese a croce greca paiono accostabili al progetto dell’erigendo Duomo pavese. Senza dimenticare la sua “Città ideale”, i navigli, ecc.)
Quanto alla “Isleworth Mona Lisa” o “Gioconda pavese” (un ritratto di Isabella d’Aragona, la giovane moglie di Gian Galeazzo Sforza marginalizzata col marito nella prigione dorata del Castello visconteo di Pavia) ne hanno impedito l’esposizione problemi non superabili nel poco tempo a disposizione. E così in mostra non rimane che un qualche tributo novecentesco, vale a dire la cornice senza il… quadro.
Tutto questo è davvero “terribile” e ora l’opposizione consiliare di centrosinistra al Mezzabarba (che quando era al governo ha tenacemente evitato di mostrare il benché minimo interesse sui trascorsi pavesi dell’italiano più famoso al mondo) chiede al sindaco di centrodestra la testa dell’assessora Mariangela Singali poiché, dicono, tutto questo suo agitarsi intorno a Leonardo è costato alla collettività quasi 400 mila euro (?).
Strano destino quello delle “assessore”. Ne ricordiamo infatti un’altra, la grande filosofa Silvana Borutti, appartenente al fronte opposto del centrosinistra, assai caparbia nel sostenere, solo una manciata d’anni fa, il cosiddetto “Festival dei Saperi”, la cui prima edizione era costata quasi un milione e 400mila euro in pubblico denaro (!?!).
Per la verità, Borutti altro non era che l’incolpevole foglia di fico d’alto censo messa a coprire una vergognosa partita di giro: emergerà che una parte cospicua di questi denari erano serviti a onorare taluni debiti pregressi contratti dal Partito democratico della sinistra e dalla Margherita (oggi Pd) con tipografi, creativi, centri di ricerca e altri “amici” nella onerosissima e privatissima campagna elettorale vinta nel 2005 da Piera Capitelli, la sindaca di cui per l’appunto l’inconsapevole professoressa Borutti diverrà assessore o assessora: ecco dunque a referto tipografie come la Nuova Ata di Genova (49.940 euro, che a suo tempo aveva curato la stampa dei materiali elettorali di Capitelli) e, altro esempio, Call centre come la Digis di Campochiaro (36mila euro), che pure ha contribuito al successo elettorale della Piera.
E se una parte del budget speso oggi per Leonardo è servito ad arredare alcuni spazi espositivi, che ne è – tornando al Festival dei Saperi e limitandoci a un solo esempio – che ne è, dicevo, delle 151 bandiere e dei 13 parallelepipedi-libreria costati al contribuente qualcosa come 144mila euro? Li avevano definiti un «patrimonio durevole di Pavia» ed erano costati quasi quanto il passivo della mostra su Leonardo, quantificabile in 177mila euro.
Aggiungo che, a differenza del benemerito Festival, la mostra sul Vinci non ha certo goduto di buona stampa. Un acceso livore sembra manifestarlo proprio “la Provincia Pavese”, quel foglio locale che, va pur detto, anni prima si era mostrato assai generoso con il chiacchierato Festival della Piera. E si capisce: il “busiardin” ha collezionato 97.200 euro di buoni motivi per simpatizzare: è la cifra che, in vista del Festival, l’amministrazione Capitelli ha versato in pubblicità al gruppo “Espresso”, di cui il foglio pavese era sino a ieri la locale articolazione.
Concludo con un breve accenno al budget a suo tempo conferito alla Wam&co di Stefano Francesca (quasi 500mila euro), ovvero a colui che del tribolato Festival è stato l’organizzatore, e della campagna elettorale di Capitelli è stato il conduttore. Francesca si era persino fregato il logo del Festival, disegnato dallo studio Lupi e pagato con fondi pubblici comunali. A questa e ad altre notizie il “busiardin” non ha mai dato spazio. Del resto, Francesca ne avrebbe volentieri concesso l’utilizzo al Comune di Pavia… previo esborso. Qualcuno lo ha impedito.


Post scriptum

Mostra su Leonardo: un’occasione perduta? Una cosa va subito detta: per la prima nazionale della “Isleworth Mona Lisa” (di produzione tutta pavese), un budget 400mila euro sarebbe parso anche modesto. Ma le cose hanno preso un’altra piega e ora, in mesi di pandemia e di fermo scolastico, si grida allo scandalo per i pochi visitatori. Mancata comunicazione? Biglietto d’ingresso troppo oneroso? A contenere il “danno” sarebbe bastato accordare per tempo condizioni di favore alle scolaresche d’ogni ordine e grado (ingresso gratuito in Santa Maria Gualtieri e prezzo simbolico di un euro per la mostra nel suo insieme).
Altri comuni hanno inteso celebrare l’anniversario della morte di Leonardo finanziando piccole e grandi iniziative con fondi statali e regionali; ma i progetti erano da presentare per tempo, e l’amministrazione Depaoli, pur sollecitata, non lo ha fatto. Si poteva approfittarne per rendere disponibili in forma virtuale i codici della biblioteca viscontea del Castello pavese, ora in microfilm, un luogo notoriamente frequentato da Leonardo. Altro progetto di modesta spesa, quello di un percorso vinciano in città: al Castello in piazza Duomo in Santa Maria alle Pertiche, a Canepanova, a palazzo Bottigella, lungo il naviglio, lungo il Ticino ecc. si potevano collocare targhe con la riproduzione dei disegni del Vinci relativi ai luoghi, accompagnandoli con le descrizioni offerte da lui stesso e dal Petrarca.

Il tamburo di lotta

22 aprile 2020 by

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Giovanni Giovannetti “sta a casa”, e da casa legge la sua introduzione a Il tamburo di lotta (in uscita a luglio), un libro sugli scioperi del Baltico che nel 1980 hanno cambiato la storia della Polonia e dell’Europa.

Lo smog aumenta i morti da Coronavirus

10 aprile 2020 by

Perché in Lombardia il massimo dei contagi e dei morti da COVID19? La modesta visione del chimico
di Paolo Ferloni

Dalla metà dello scorso febbraio, quando alle notizie sulla diffusione del Coronavirus COVID19 in Cina e in Corea del Sud si sono aggiunte in Italia informazioni, dapprima scarse o modeste, poi via via più frequenti, sulla presenza del virus stesso nel Nord Italia, le regioni della pianura padana e da marzo l’intero Paese si trovano a fronteggiare quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito una ‟pandemia”, cioè una malattia epidemica con tendenza a diffondersi ovunque e ad investire popolazioni intere in più Paesi, con conseguenze globali.
Si pone l’interrogativo, vitale per noi lombardi, avanzato giustamente su ‟il manifesto” del 20 marzo 2020 dallo storico e saggista Piero Bevilacqua: «perché tanta mortalità in Lombardia?», interrogativo che ormai tutti si pongono, come egli riconosce, ma al quale in generale non è facile trovare vere risposte. Bevilacqua avanza qualche ipotesi: ad esempio la «ghettizzazione delle specializzazioni mediche», con l’abitudine a «separare il corpo dell’uomo e le sue malattie dagli habitat in cui gli uomini vivono». Separazione chiaramente assurda. Oppure «è per non mettere in discussione l’assetto economico su cui è stato edificato il benessere sociale di quelle regioni?», domanda assai spinosa, alla quale ogni cittadino lombardo, se si confronta con la propria coscienza, potrebbe dare una personale, differente risposta.
Nel citare articoli scientifici che si trovano in rete, Bevilacqua ricorda correttamente che «la nostra più grande pianura ha condizioni meteo-climatiche e geofisiche uniche in Europa, e che gli inquinamenti dominanti sono dovuti agli allevamenti intensivi, alla concimazione chimica dei campi, ai fumi delle fabbriche, alle emissioni dei motori diesel». Questo quadro si completa se si considerano i tre principali gruppi di inquinanti abbondanti nell’aria della pianura padana: gli ossidi di azoto, l’ozono e il particolato atmosferico, cioè le polveri sottili PM10 e PM 2,5, le particelle che si depositano normalmente nei nostri polmoni, e che, date le loro proprietà fisiche e chimiche, sono in grado di agganciare parti di molecole di qualsiasi virus e trasportarle su lunghe distanze.
Va detto che in Lombardia operano da tempo gruppi scientifici che hanno studiato i danni dell’inquinamento alla salute ed attirato con forza l’attenzione della gente, dei giornalisti e degli amministratori sul tema della qualità dell’aria. Basti citare, tra l’altro, due libri recenti: Pier Mannuccio Mannucci e Margherita Fonte da Milano, in Aria da morire (Dalai 2013), illustrano studi sanitari svolti e risultati ottenuti in Italia e in Europa tra il 2000 e il 2012, mentre da Pavia Paolo Ferloni e Massimo Oddone in Se l’aria ci avvelena (Effigie, 2019), riferiscono sinteticamente i dati chimico-fisici relativi all’aria in Lombardia tra il 1998 e il 2018, e mostrano come la cattiva qualità dell’aria sia dannosa non soltanto a uomini e donne, soprattutto anziani e bambini, quanto anche implichi una serie di rischi ambientali per le condizioni di vita degli animali – dai più grandi ai più piccoli – e delle piante.
Nessuna meraviglia dunque se la popolazione lombarda, con la sua alta densità abitativa, sia potuta risultare più sensibile ed esposta all’ignoto nuovo virus di tipo influenzale lungo l’asse viario e commerciale Milano-Monza-Bergamo-Brescia, cioè le terre che più respirano polveri sottili e ossidi d’azoto, e in certe aree della bassa tra Milano-Lodi-Piacenza, inquinate inoltre da ozono, metano e ammoniaca. L’intenso traffico di veicoli sugli stessi assi viari principali della regione e di alcune province, sistema nevralgico del citato assetto economico, non avrà dato pure il suo contributo?
Altri interrogativi di un certo interesse: perché prevalgono i maschi tra i contagiati e i morti? E la diminuzione degli inquinanti, a seguito dei decreti governativi del Marzo 2020, ha dato speranze di miglioramento delle condizioni ambientali sia nelle campagne sia nelle città? E come mai sono tanto lente le cinetiche di decrescita del contagio? Più in generale manca la certezza sui dati epidemiologici, cioè su quali e quanti decessi siano stati causati dal virus, e sulle modalità di diffusione di esso in ospedali e in residenze per anziani in Lombardia. Temi su cui si sofferma Pino Arlacchi in un articolo su ‟Il Fatto Quotidiano” del 9 aprile scorso per interrogarsi sui numeri di vittime lombarde in confronto con quelle delle altre regioni e concludere che «L’anomalia italiana è la Lombardia», conclusione di pessimismo forse un po’ simmetrico alle visioni ottimiste di chi vede questa come la ‟regione modello” del Paese dal punto di vista amministrativo, economico e sanitario.
Qualche preliminare risposta su alcune questioni si comincia a trovare in questi giorni in lavori scientifici che sospettano e cercano di dimostrare una correlazione tra polveri sottili e decessi per Coronavirus e virus più in generale, che può essere ipotizzata anche per la Lombardia.
Negli Stati Uniti, dove scienziati anche prudenti stanno prevedendo un numero di vittime di COVID19 tra 100mila e 240mila, uno studio condotto dal gruppo di Biostatistica della Università di Harvard, già ben noto per le sue ricerche epidemiologiche sull’inquinamento atmosferico, sta discutendo l’ipotesi di una correlazione tra esposizione per lungo tempo a polveri sottili (PM 2,5) e incremento di decessi di pazienti di COVID 19 in funzione della concentrazione del particolato (si veda l’abstract in: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.05.20054502v1).
Un secondo spunto lo introduce un ‟position paper” di un gruppo di autori della Società Italiana di Medicina Ambientale e delle Università di Bologna, Bari e Milano. Essi hanno rilevato in un lavoro (coordinato da Leonardo Setti di Bologna e già citato nella stampa nazionale) che «nel caso di precedenti casi di contagi virali, le ricerche scientifiche hanno evidenziato alcune caratteristiche della diffusione dei virus in relazione alle concentrazioni di particolato atmosferico». Per la Cina si citano lavori in cui furono considerati decessi per influenza aviaria e morbillo, relativi agli anni 2016 e 2017, mentre per l’Italia, considerando quanto avvenuto dall’inizio della diffusione del COVID19 nel 2020, si è visto che «concentrazioni elevate di PM10 nel periodo 10-29 febbraio» possono aver accelerato la «diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia». (https://magazine.unibo.it/archivio/2020/03/19/coronavirus-il-particolato-atmosferico-accelera-la-diffusione-dellinfezione)
Si tratta di osservazioni preliminari e limitate, che meriterebbero di essere completate in uno studio più ampio, esteso nel tempo alla presenza costante di inquinanti in anni precedenti e nello spazio alle altre regioni: Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto, per comprendere davvero come il virus vi si è diffuso, e con quali velocità e intensità in ogni regione.
Pare in sostanza doveroso e giusto avvertire che i confronti spesso proposti e ricercati con altri Paesi europei (ad es. Germania, Regno Unito, Francia, Spagna) saranno poco significativi, o anzi fuorvianti, finché non si terrà conto dello stato di inquinamento da particolato sottile che persiste da più di una ventina d’anni sulla maggior parte della pianura padana. Sembrano peraltro essere parecchi coloro che respirano serenamente questo smog ricco d’inquinanti, italiani qui domiciliati, ma nati e residenti in altre regioni, nelle quali all’occorrenza tornano a rifugiarsi.

Leonardo da Vinci pavese d’elezione

14 febbraio 2020 by

Perché difendo la mostra pavese su Leonardo: è costata troppo? Nel 2006 per la tanto reclamizzata prima edizione del Festival dei Saperi (quattro giorni di poche, costosissime conferenze) il Comune spese sette volte tanto. L’hanno vista in pochi? Come parametro valutativo parrebbe alquanto fragile; detto questo, con due mesi a disposizione per allestimento e promozione sfido chiunque a fare meglio. Ha avuto scarsa eco sulla stampa? Diciamo che per colmare la lacuna sarebbe bastato acquistare fior di pagine pubblicitarie sui fogli locali: come i 97mila euro (più o meno la metà del costo di Looking for Monna Lisa, al netto delle infrastrutture) donati nel 2006 al gruppo della “Provincia pavese” per non recare danno al truffaldino Festival. E poi…

di Giovanni Giovannetti

 

Ci sono mostre comprate “a pacchetto”, che richiedono un modesto impegno organizzativo, e altre prodotte allo scopo di radicare conoscenza e destinate a fruttificare più avanti nel tempo. Looking for Monna Lisa appartiene a questa seconda categoria, poiché prende di petto una questione di stringente interesse locale, come la presenza di Leonardo da Vinci a Pavia e quel grandioso lascito in pensieri, parole ed opere che l’italiano più famoso al mondo ha messo a punto nelle sue frequenti visite ad amici, amiche e conoscenti in riva al Ticino.

 

Leonardo “cervello in fuga”

Qualche esempio tra i molti? I magnifici disegni anatomici di Leonardo (oggi alla Biblioteca reale di Windsor) sono vergati a Pavia nella «vernata» 1510-1511, tanto da immaginarlo nottetempo, in odore di eresia, a squartar cadaveri in decomposizione alla fioca luce delle candele in una qualche stanza dello Studium pavese, seguendo le indicazioni del grande anatomista Marc’Antonio Della Torre.
Il disegno dell’Uomo vitruviano, simbolo grafico del nostro tempo (è ovunque, anche sulla moneta italiana da un euro) trova maturazione a Pavia nel 1490, col protrarsi del soggiorno di consulenza sull’erigendo Duomo pavese.
Altro esempio: tutti o quasi tutti i disegni appartenenti al cosiddetto Manoscritto B (è a Parigi, e parrebbe un primo abbozzo di un vinciano trattato di architettura) hanno origine a Pavia.
E dovendo porre mano al “gran cavallo” (un grandioso monumento equestre in onore di Francesco Sforza, padre di Ludovico il Moro) eccolo rimirare l’antico monumento equestre pavese del Regisole («di quel di Pavia si loda più il movimento che nessuna altra cosa. L’imitazione delle cose antiche è più lodevole che le moderne», scrive Leonardo nel Codice atlantico).
Che dire poi della sua avveniristica “città ideale” «vissino a un fiume» e attraversata da canali a convergere nel «Tesino».

 

Gioconda pavese?

E veniamo alla Gioconda, ovvero al tema centrale della mostra pavese. Chi è davvero Monna Lisa? Quell’enigmatico sorriso potrebbe appartenere a Isabella d’Aragona, l’infelice moglie di Gian Galeazzo Sforza, a Pavia dal 1488 al 1497; lo comproverebbero i simboli della casata Sforza ben visibili sull’abito eppure sino ad ora elusi. Leonardo avrebbe dipinto il ritratto ufficiale della duchessa proprio al Castello visconteo, tra colonne solo abbozzate nell’incompiuto quadro al Louvre ma ben visibili, ad esempio, nella Vernon Gioconda (è negli Stati uniti) e nell’Isleworth Mona Lisa (è in Svizzera). Entrambe queste versioni sembrano precedere la Gioconda parigina.
Una Gioconda “pavese”? Ne è convinta la storica tedesca Maike Vogt-Lüerssen che, a riprova, segnala il velo sul capo e l’abito “Sforza” a lutto, di colore verde scuro e maniche in velluto nero decorato in scollatura da una catena di anelli interconnessi, simbologia della casata: «questa non può che essere Isabella d’Aragona» ha ribadito. Il dipinto al Louvre ne sarebbe una versione successiva. Secondo la studiosa pare possibile risalire alla data dell’“originale” poiché dopo la morte della madre Ippolita Maria Sforza il 19 agosto 1488 per nove mesi Isabella portò l’abito nero del “lutto grave” (e di nuovo nel 1494-95, alla morte del marito) e quel vestito in velluto verde e nero nei tre mesi che seguono. Dunque, a parere di Vogt-Lüerssen, «Leonardo dipinge il primo ritratto ufficiale della duchessa tra il 19 maggio e il 19 agosto 1489, ambientandolo al castello di Pavia», dimora di Isabella, sullo sfondo di due colonne.
Solo imprevedibili ostacoli burocratici hanno impedito l’arrivo a Pavia della Isleworth Mona Lisa, pensata come snodo focale di Looking for Monna Lisa. Un vero peccato. Ma ormai il dado è tratto, e la presenza vinciana a Pavia trova finalmente spazio tra gli argomenti di portata internazionale intorno ai quali coltivare la futuribile Città dei sapori e dei saperi.

Foibe?

6 febbraio 2020 by

di Giovanni Giovannetti

A poca distanza dal “Giorno della memoria” (27 gennaio, nel ricordo dei milioni di morti nei campi di sterminio nazifascisti), dal 2005 ogni 10 febbraio cade, a mo’ di bilanciamento, il “Giorno del ricordo”, nel ricordo delle «vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, […] di tanti innocenti colpevoli solo di essere italiani» (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 9 febbraio 2019).
È invece la ricorrenza della firma a Parigi di quel Trattato di pace che, nel breve volgere di qualche anno, consentirà la riammissione dell’Italia nel novero delle Nazioni unite. Ma nel Belpaese si preferisce tuttora ignorare questo fondamentale passo per la storia repubblicana ed enfatizzare la contemporanea perdita territoriale a cui è stato costretto dalle mire imperialiste del Fascismo, ricucendo sul Paese aggressore ovvero su noi stessi l’identità fittizia e auto-assolutoria degli italiani-brava-gente.

Viva l’Italia

E veniamo alle foibe. Un genocidio, come qualcuno lo ha dipinto? Il massacro di cittadini «rei soltanto di essere italiani»? Sono bugie. Come rileva Nevenka Troha (membro della commissione italo-slovena chiamata nel 1993 dai due governi a far luce sulla complessa vicenda), «i documenti confermano che gli jugoslavi non volevano affatto colpire e tantomeno eliminare gli italiani in quanto tali, ma catturare, perseguire e punire i responsabili e complici dei crimini fascisti e nazisti»; la studiosa aggiunge che i «dati disponibili sugli uccisi italiani confermano che si trattava in maggioranza di persone coinvolte nel fascismo e nel collaborazionismo, in particolare come membri delle formazioni militari, paramilitari e di polizia, anche se è verosimile che tra essi non tutti furono egualmente (o affatto) colpevoli a livello personale dei crimini commessi sotto quelle insegne. Le tensioni personali e collettive erano infatti quelle, senza precedenti storici, provocate dalle dittature fascista e nazista, alimentate dal razzismo e dall’imperialismo di Stato e culminante nello scatenamento di una immane guerra di conquista mondiale e di sterminio o assoggettamento delle “razze inferiori”».
Non tutto andrà secondo intendimenti. In queste terre adriatiche vocate al multilinguismo, i comunisti jugoslavi si dicono per la fratellanza tra i popoli, sia pure con accenti nazionalistici. La mano tesa agli italiani è però negata «agli esponenti fascisti di primo piano e ai criminali di guerra», come recita una comunicazione diplomatica jugoslava agli ambasciatori a Belgrado di Gran Bretagna e Stati uniti.
Ma siamo in tempi di rancore e per estensione anche qualche a-comunista o qualche innocente burocrate passerà per “fascista”.
Dopo due anni di scellerata e violenta occupazione nazifascista e venti anni di razzismo italiano a spese degli s’ciavi (con vari artifici fiscali, il fascismo ha espropriato le terre dei piccoli contadini croati e sloveni per consegnarle ad altri «di pura razza italiana»), siamo ora alla resa dei conti: con l’arrivo dell’esercito jugoslavo in Istria e a Trieste, dopo l’8 settembre 1943 e nel maggio 1945 – nonostante le disposizioni, che consigliano equità e prudenza per non sporcare la buona immagine internazionale dell’esercito di Tito – a volte prevalgono i risentimenti collettivi incontrollati, a sommarsi con gli arresti, i processi sommari e le vendette personali dovute a screzi o conflitti d’interesse.
Queste inutili violenze, duramente biasimate dall’“alto”, e in particolare da uno sconsolato Tito, inevitabilmente indeboliranno la forza contrattuale dei liberatori/occupatori di Trieste al tavolo parigino in cui si decide il destino della Venezia Giulia e dell’Istria (e Tito ne è consapevole).


Parigi val bene una mossa

A Parigi l’Italia ne approfitterà per gettare altro fango sugli s’ciavi, accrescendo artatamente l’entità degli infoibati e inondando quel tavolo di foto raccapriccianti, per poi definire questi indubbi orrori «di gran lunga più atroci da qualunque cosa possa esser stata effettuata da chicchessia in territorio durante la guerra compresi, che è tutto dire, i tedeschi» (sono le parole del segretario generale del ministero degli Esteri Renato Prunas al consigliere d’Ambasciata francese in Italia François de Panafieu).
Prunas mente sapendo di mentire, e ben lo sanno gli Alleati, più volte discretamente chiamati a smentire le cifre spacciate da Roma. Ad esempio, delle persone incarcerate in provincia di Trieste nei quaranta giorni di occupazione jugoslava (per le autorità italiane sono 2.472; una coeva relazione Alleata conterrà questo numero in 1.492 effettivi) non torneranno in 498; per buona parte sono militari, poliziotti e burocrati del regime. E come rileva un documento angloamericano dell’aprile 1947, «in certi casi sono stati notificati come deportati uomini che non avevano mai lasciato Trieste».
Dei detenuti italiani mandati a processo, qualcuno è condannato a morte e subito fucilato; altri sono rinchiusi nei campi di internamento o di lavoro jugoslavi a patire fame e malattie (e cioè gli stessi tormenti inflitti per anni dagli italiani a decine di migliaia di «allogeni») in Paesi, la Croazia e la Slovenia, piegati in due dall’occupazione nazifascista e con intere zone senza più rete idrica né fognaria.
Ad ogni buon conto, la maggioranza degli internati verrà rilasciata nel giro di pochi mesi; e dopo l’accordo del 1947 anche gli ultimi prigionieri potranno rincasare, beneficiando dell’amnistia concessa loro nell’estate 1948 dal governo jugoslavo.

E allora queste foibe?

Il numero delle persone spinte in quell’abisso non lo sapremo mai; ma al di là delle cifre, in un appunto del 20 giugno 1947 al ministro degli Esteri italiano Vittorio Zoppi traspare chiaro l’intento manipolatorio, là dove si legge «che il mettere in cattiva luce le atrocità degli jugoslavi nei confronti degli italiani è uno degli scopi cui tendiamo perché in questo modo possono crearsi le premesse necessarie per rifiutare la consegna di italiani alla Jugoslavia» (i criminali di guerra italiani rivendicati dagli jugoslavi sono 833 e tra loro i generali Gambara, Grazioli, Roatta, Robotti e Orlando).
Prendiamo ad ulteriore esempio la foiba-simbolo di Basovizza: è un pozzo artificiale profondo 256 metri scavato ai primi del Novecento in cerca di carbone. Basovizza viene ritenuta la tomba di tremila italiani e per questo motivo è stata dichiarata monumento nazionale. Ma a farne una fossa comune arrivano primi i nazifascisti che vi gettano ostaggi e partigiani. E buona seconda arriva la famigerata banda del vice questore Gaetano Collotti (articolazione dell’Ispettorato speciale di pubblica sicurezza retto dal famigerato questore di Trieste Giuseppe Gueli): sono 35 fascistissimi torturatori che, pervasi da estrema crudeltà, erano soliti infoibare le vittime di queste loro criminali imprese.
Passato qualche anno, dopo la dura battaglia di Basovizza del 30 aprile 1945, gli jugoslavi vittoriosi, temendo epidemie, lì dentro getteranno centinaia di militari italiani e tedeschi morti combattendo, assieme a carcasse di cavalli, abbondante materiale militare e forse qualche altro italiano: il 3 maggio diversi «questurini» della banda Collotti sono infatti portati a Basovizza. Stando al ricordo di don Virgil Šček, «alla sera li fucilarono e li gettarono nelle cavità». Non è dato sapere in quale cavità.
Finita la guerra, nell’estate 1945 da quella fossa gli angloamericani esumeranno diversi resti umani (vengono estratte anche otto salme intere, appartenenti a sette soldati tedeschi e un civile). Insomma, dei millantati infoibamenti di massa a Basovizza non pare esserci traccia. E non a Monrupino, altro “monumento d’interesse nazionale”, la tomba comune di centinaia di tedeschi caduti nella battaglia di Opicina dell’aprile-maggio 1945. E nemmeno a Gropada (da quest’ultima foiba verranno esumati “solo” cinque cadaveri, quattro uomini e una donna uccisi nel maggio 1945 per vendetta personale).
In sintesi, se tra gli studiosi v’è chi accredita la morte di migliaia di persone a scopo di pulizia etnica nella sola fossa di Basovizza, altri invece avvertitamente la ritengono un clamoroso falso storico e, cifre alla mano, indicano in poco più di mille il numero complessivo degli infoibati nel maggio-giugno 1945. A sommarsi con le circa 400 vittime in Istria nel settembre 1943 (204 gli infoibati, fra cui venti tedeschi). Dunque, per quanto numerose siano state queste morti, non è stato genocidio (e avvicinare le foibe all’olocausto è pura follia).
Nel caos dopo l’armistizio, fra il 15 settembre e il 4 ottobre l’Istria interna è infatti percorsa da improvvisati plotoni di ribelli armati, fermati solo più tardi – non senza fatica – dal movimento partigiano: al più si tratta di contadini s’ciavi furiosi per gli indubbi torti subiti e in cerca di malcapitati “nemici del popolo”.


«…il più vivo disprezzo»

Del ventennale clima di violenza fascista e della mano pesante di Mussolini con questi connazionali di etnia croata e slovena, poco prima dell’8 settembre (l’annuncio dell’armistizio) si era fatto testimone il vescovo di Trieste e Capodistria Antonio Santin. Pur essendo notoriamente benevolo con il Fascismo, in una lettera del 12 marzo 1943 al sottosegretario agli Interni Guido Buffarini Guidi l’alto prelato denuncia violenze su «giovani donne e perfino minorenni che vengono denudate completamente e si abusa di loro in modo osceno e crudele. Pieni di lividure» scrive Santin «uomini e donne sentono il più vivo disprezzo per coloro che così li martoriano». Segue la supplica: per l’onore dell’umanità e «per il buon nome dell’Italia, per il rispetto della legge e dell’autorità» tali violenze «devono cessare!» poiché, osserva profeticamente il vescovo, «quando la persona umana non ha più nessun diritto si rivolta violentemente, perché non ha più nulla da perdere».
Ma tra questi armati rancorosi e crudeli, va detto (ce lo ricorda Giacomo Scotti, uno dei più attenti studiosi di questa materia ardente), sono pochi, davvero pochi i partigiani. E ancor meno i comunisti italiani, lì per lì contrari ad una resistenza armata nell’Istria nonché alla sua unione con la Croazia (in linea con Togliatti, proponevano di rinviare a fine guerra ogni contenzioso territoriale). Per questo motivo i comunisti italiani sono marginalizzati, quando non avversati, dal Partito comunista croato.

Operazione Istrien

Dopo l’8 settembre 1943, da subito i tedeschi si riaffacciano aggressivi sul litorale istriano. L’11 settembre una colonna motorizzata viene affrontata dagli insorti e da soldati italiani in una sanguinosa battaglia al bivio di Trizzano a sud del fiume Quieto, e di nuovo al canale di Leme e presso la zona carbonifera dell’Arsia.
Il 2 ottobre, guidati da ascari fascisti del posto, colonne tedesche partite da Trieste, Fiume e Pola sciamano impietose nei villaggi dell’interno massacrando e bruciando (è la cosiddetta operazione “Istrien”, al superiore comando di Erwin Rommel).
Villanova del Quieto, Grisignana, Pisino, Salambatti, Carmedo, Albona, Grisilli, Gimino, Cressini… come scrive Scotti (si riprende un esempio fra i tanti), a Cressini questi criminali in divisa rinchiudono in una casa tre madri con cinque bambini, poi gettano una bomba dalla finestra e appiccano il fuoco. Davanti al villaggio, due sorelle sono uccise, i loro corpi sono gettati su una pila di paglia e bruciati(Scotti).
In un documento del 28 gennaio 1944 di penna Ustaša (i fascisti croati amici di Hitler e di Mussolini), la narrazione dell’orrore non è da meno: si legge infatti che a Gimino i tedeschi «hanno ucciso 15 bambini al di sotto dei sette anni, 197 adulti e 29 sono morti sotto i bombardamenti, in totale 241 persone. Nella vicina Coppellania di Cere, che conta 1.300 anime, hanno ucciso due donne e sessantadue maschi. Non si sono mai preoccupati di accertare se qualcuno fosse partigiano o no, ma hanno fucilato a casaccio come a loro piaceva. In molte case hanno mangiato e bevuto abbondantemente e poi, andandosene, hanno ammazzato uno o due castigliani». Non mancano le cronache di violenze a donne e ragazze, e l’annotazione che nel villaggio di Parizi gli unici sopravvissuti sono «due maschi, ottantenni».
Insomma, la sola operazione “Istrien” costa la vita ad almeno tremila persone (e diversi partigiani fucilati dai tedeschi poi gettati in foiba passeranno per vittime della “violenza slava”). Anche i Četnici serbi e croati – filomonarchici e anticomunisti – uccisi dai partigiani il 22 settembre 1943 nella presa dell’isola di Lussino verranno conteggiati tra gli infoibati da sedicenti storici neofascisti.

Genocidio sì, ma culturale

Chi si ricorda di loro? Nessuno può vantare l’esclusiva del lutto, e le sofferenze e i diritti di sloveni e croati vilipesi e massacrati non sono da anteporre a quelle dei civili italiani ammazzati o indotti a partire. Ma se tuttora è salda la memoria dei quattrocento istriani infoibati e dei quasi 300mila «naufraghi nella tempesta della pace» (è la poetica citazione ripresa dal cinegiornale “Settimana Incom” del 21 febbraio 1947 sui profughi giuliano-dalmati), pochi rammentano, rimanendo in Istria, il brutale eccidio nazifascista di più di 3mila italiani di lingua e cultura croata e slovena, uccisi per rappresaglia nell’operazione “Istrien” del settembre-ottobre 1943. E nel Friuli non sono meno le vittime civili dei tremendi rastrellamenti compiuti dai nazifascisti nell’autunno 1944. Tutti “banditi”? Quasi tutti sono civili inermi.
E chi ricorda, altro esempio, il pianificato genocidio culturale delle minoranze slovene e croate della Venezia Giulia (allargato, dal 1941, alla Slovenia meridionale occupata): chiusura coatta delle scuole dove si insegna il croato e lo sloveno; vietato l’uso di queste lingue negli uffici pubblici e nei luoghi di lavoro; chiusura di 31 giornali; scioglimento di circa 400 circoli ricreativi, ecc. Sono anche vietate le scritte in lingua s’ciava sulle pietre tombali… Insomma, il Fascismo vieta loro di comunicare e, fosse possibile, persino di pensare nella lingua materna. «È lecito invadere le case, i campi, le chiese di questi slavi e imporre loro con le rivoltelle in pugno di non amare, di non pensare e di non pregare in slavo?» si domanda allora, sin dal 1921, lo scrittore triestino Giani Stuparich, medaglia d’oro al valor militare.

Memoria condivisa? No, grazie

Nell’ottobre 1993 è stata istituita una Commissione bilaterale italo-slovena di 14 esperti, anche nel tentativo di arrivare a una interpretazione condivisa di questi fatti. Nella Relazione finale fra l’altro leggiamo che il fascismo provò a realizzare «un vero e proprio programma di distruzione integrale dell’identità slovena e croata» e gli arresti e le uccisioni che seguirono «si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo Stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo». Ma, come lamenta Jože Pirjevec, storico di orientamento liberale, se i «componenti della Commissione furono all’altezza di quest’arduo compito» non così è stato per i politici, «quelli di parte italiana, che non se la sentirono di avallare un testo troppo distante dalla vulgata da essi stessi costruita» evitando di pubblicarla in forma ufficiale, come invece è avvenuto in Slovenia.
Ma poiché ogni morte innocente è da considerare un crimine, cosa cambia? Cambia che la strumentalizzazione politica di queste morti, l’esibizione di falsi numeri e di false circostanze, mira a porre sullo stesso piano il fascismo e l’antifascismo, dando così modo ai fascisti di ora di oscurare i crimini dei fascisti di allora, sovrapponendo e confondendo tragedie incomparabili come l’olocausto e le foibe. In Italia più che altrove teatrino di opposte rappresentazioni, rimane elusa l’aspettativa di una memoria pubblica suffragata dai fatti e inclusiva «delle sofferenze e dei dolori di tutte le vittime: italiane, slovene, croate» (Guido Crainz) ovvero quel sereno confronto tra memorie, anche differenti, che s’imporrebbe nel comune orizzonte europeo.

Sorella luna

19 luglio 2019 by

Una bellissima e spiazzante rilettura del Cantico delle Creature di San Francesco, operata da Milani sul “Messaggero dei Ragazzi” del 9 febbraio 1975: «Laudato sie, mì Signore, per sora luna e le stelle…» sembra dire Francesco all’astronauta e agli umani del nostro tempo.

Senza pudore

24 maggio 2019 by

Jacopo Vignati, 31 anni, è il segretario provinciale pavese della Lega Nord. Da qualche mese il Vignati è anche presidente dell’Aler di Pavia e Lodi, l’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale che gestisce un notevole patrimonio di edilizia pubblica nelle due provincie.
Ebbene, questo tale ha preso carta e penna e indirizzato una lettera a tutti gli inquilini Aler di Pavia invitandoli – lui, il presidente dell’Aler – a votare alle elezioni Amministrative pavesi per il leghista Fabrizio Fracassi e alle Europee per l’altrettanto leghista Angelo Ciocca: «Per favorire ancora di più il nostro impegno sulle politiche abitative in questa tornata di elezioni comunali ed europee» si legge, «potete anche voi fare qualcosa di concreto per portare a casa altre opportunità di crescita per la vostra realtà». E questo atto concreto, stando al presidente Aler, è votare «Fabrizio Fracassi a Sindaco della Città di Pavia». La lettera prosegue con l’invito, alle Europee, a dare la preferenza ad «Angelo Ciocca, persona che conosce la nostra realtà». Firmato Jacopo Vignati. Senza pudore.

Elezioni

23 maggio 2019 by

Alle elezioni amministrative pavesi del 26 maggio darò la mia preferenza a Pierangelo Monni e Stefania Vilardo di Insieme per Pavia, candidati nella lista Pavia a colori. Loro e non altri perché appartengono al gruppo che in questi anni più di chiunque ha svolto un documentato controllo civico sull’operato della pubblica amministrazione, denunciando illeciti urbanistici (Greenway, Punta Est, Santa Clara ad esempio), impedendo speculazioni immobiliari sopra importanti aree verdi come il parco della Vernavola ed impedendo le infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto socioeconomico cittadino.
Ecco perché Stefania, ecco perché Pierangelo: per difendere la legalità, la trasparenza e la partecipazione nella pratica amministrativa, stimolare progetti di valorizzazione dell’ambiente storico e naturale, cominciare ad immaginare nuove prospettive per una città che potrebbe trasformare le sue criticità in risorse, per esempio le aree dismesse.
Ma soprattutto per fare fronte comune contro una destra che taglia finanziamenti all’Università, al polo sanitario, ai trasporti e all’edilizia pubblica, con il risultato di un peggioramento della nostra qualità della vita, senza contare le politiche di aggressione ai diritti dei più deboli o di chi è ritenuto un diverso.

Giovanni Giovannetti

L’inumano

26 aprile 2019 by

di Giovanni Giovannetti

La lotta di Liberazione, ha scritto il 25 aprile scorso Marco Revelli sul “Manifesto”, «fu la vittoria dell’umano sull’inumano».
Ma quale etica pubblica e politica possiamo permetterci settant’anni dopo? Quella di chi è allegramente keynesiano con le banche e i bancarottieri e tristemente liberista con i lavoratori? Quella di una società ormai priva di mobilità sociale che vede sempre più dilatarsi la forbice delle diseguaglianze? Quella della società di ceto – cioè basata su ceti immobili – che si sta palesando all’orizzonte?
Tra le conseguenze, c’è la distruzione della società salariale e dello stato sociale, mentre s’impongono le aggressive economie delle transazioni finanziarie. Le retribuzioni italiane sono ormai di gran lunga inferiori alla media europea (nel 2000 erano di oltre 4 punti percentuali sopra). Con la precarizzazione del lavoro cresce il senso di insicurezza, la sfiducia nel futuro e nella possibilità di mantenere il proprio benessere. Negli ultimi vent’anni più di 120 miliardi di euro – l’8 per cento del Prodotto interno lordo – sono passati dai salari ai profitti, 5.200 euro in media all’anno a lavoratore, 7.000 euro se escludiamo i lavoratori autonomi (mentre i primi cinque manager nazionali continuano a guadagnare insieme circa 102 milioni di euro, equivalenti al salario lordo di 5.000 operai. Contemporaneamente, il potere d’acquisto delle pensioni è drammaticamente sceso del 33 per cento e tra i più giovani un minorenne su tre è a rischio povertà). Una montagna di denaro sottratta all’economia produttiva e ricollocata in ambito finanziario ormai al collasso: crisi annunciata, poiché da tempo in incubazione. La casta politico-economica ha pensato di spalmarla sui lavoratori, sui pensionati e sulla piccola e media borghesia impoverita, spostando su comodi capri espiatori (gli zingari, gli immigrati) l’«eccesso di paura» (Bauman) e la frustrazione di chi è povero o si vede scivolare lungo la china della povertà. È quel disagio generalizzato della cittadinanza che Alessandro Portelli sullo stesso numero del “Manifesto” ha amaramente definito degli “ammazzanani”: invece di prendersela con le élite al potere, vecchi e nuovi poveri danno addosso a chi è ancora più povero – zingari, immigrati, marginali – derubricati a non-cittadini.
Il vuoto politico e l’incapacità di incontrare chi è più toccato dalla crisi sembrano minare lo stesso principio di democrazia. Finita l’era dei partiti-chiesa, invocare l’“uomo forte” ormai non pare un tabù, e qualcuno già si dispone a occupare quello spazio. La fuga a destra del Partito democratico in un Paese dai già ridotti ammortizzatori sociali rende ancora più esplicita l’incapacità di rappresentare chi sta facendo fatica.
La forbice si allarga: aumentano i profitti per mafie e affaristi e, specularmente, calano quelli delle famiglie, dei pensionati e dei precari, sempre più numerosi. Il vero conflitto è tra i poveri senza speranza di emancipazione e questo “nuovo Potere” cattivo, aggressivo e autoreferenziale: mero prolungamento nel sociale delle lobbies economico-finanziarie, da qualche anno la politica ha chiamato l’esercito nelle strade delle principali città a tastare il polso agli italiani militarizzando l’ordine pubblico.
L’attuale radicalizzazione del conflitto sociale sembra richiamare quelle misure, degne di uno Stato autoritario, volte a impedire con ogni mezzo la saldatura tra il sempre più tangibile e frammentato arcipelago senza rappresentanza dei precari a vita (mantenuti in concorrenza fra loro), il ceto medio in difficoltà e i pensionati con la minima. Andiamo ormai verso la sospensione di alcune garanzie fondamentali, siamo alle prove generali di regime, in cammino verso un nuovo “ordine” volto a soffocare ogni forma di dissenso e a sostituire la democrazia con la democrazia apparente, la legalità apparente.
Un passo indietro mezzo secolo e risuona l’eco dell’Italia repubblicana descritta da Pasolini in romanzi, film, articoli, poesie. Un altro passo ancora ed ecco l’Italia precapitalistica descritta da Leopardi nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani (1824), l’eco dell’individualismo popolare e dell’arretratezza di una classe dirigente miope e benestante, attenta al suo tornaconto e chiusa ermeticamente alle novità socioculturali che attraversavano l’Europa. Sembra oggi.

Alla fiera dell’Est

22 aprile 2019 by

L’altra Resistenza: osovani, fascisti e quel “fronte unico” anticomunista
di Giovanni Giovannetti

Guido Pasolini, fratello minore di Pier Paolo, è tra i partigiani della Osoppo massacrati nell’eccidio di Porzûs, in Friuli, del febbraio 1945; un martirio che segnerà Pier Paolo per tutta la vita.
Ma una scottante verità preme allo scrittore mentre lavora a Petrolio: la verità sulle relazioni intercorse tra la brigata partigiana Osoppo e la Decima Mas repubblichina di Junio Valerio Borghese, tanto che, per saperne di più, nell’estate 1971 lo scrittore chiede inutilmente di incontrare il principe filo-golpista. Purtroppo Borghese è ormai latitante in Spagna.
Pasolini avrebbe potuto allora rivolgersi a qualche altro testimone diretto, come ad esempio l’ex maestra e missionaria del fascismo Maria Pasquinelli, agente di collegamento tra Governo del Sud e Borghese e fautrice di quell’accordo: vent’anni prima a Lucca, al processo per l’eccidio di Porzûs, Pasquinelli aveva ammesso d’aver preso contatti con l’Osoppo «attraverso l’ufficiale che il Borghese mi aveva indicato», e che i capi osovani «si dichiararono pronti a trattare in merito personalmente con il Borghese» (e deponendo al “processo Borghese” dirà inoltre che fu «introdotta presso le formazioni Osoppo per mezzo dei partigiani Enea e Bolla», i partigiani osovani Gastone Valente e Francesco De Gregori, poi massacrati a Porzûs. In seguito negherà d’aver conosciuto Bolla).
Ma la conferma più autorevole arriva dallo stesso Borghese, e proprio al processo lucchese: «Vi fu un incontro a Vittorio Veneto fra il capitano Morelli ed un signore che allora si faceva chiamare colonnello Verdi e che recentemente ho saputo chiamarsi Grassi».
Di questi incontri se ne potrebbero contare forse due: come scrive l’aiutante di campo di Borghese Mario Bordogna, «il 1° gennaio 1945, d’accordo col comandante Borghese, il capitano Morelli ebbe un primo abboccamento col capo partigiano Verdi (nome di battaglia di Candido Grassi) alla presenza del tenente Boccazzi» (Alfonso Cino Boccazzi, ambigua figura di ufficiale del Sim badogliano, “catturato” dalla Decima).
Verdi è tra i firmatari, il 23 giugno 1945, della denuncia per l’eccidio di Porzûs. A dire di Bordogna, il partigiano aveva infine avanzato «una sorprendente proposta: formare un gruppo il cui comandante sarebbe stato un elemento della Decima (che avrebbe dovuto fornire le armi) e il vicecomandante un elemento della “Osoppo”». Inutile ricordare che «l’accordo da stipulare per la formazione di questo gruppo militare-partigiano sui generis, avrebbe ovviamente contemplato anche un patto di reciproca non-aggressione».
Di più: questi “italiani” si autoproclamano patrioti e nazionalisti ma sono collaborazionisti di un esercito di occupazione, quello tedesco. Doppiamente collaborazionisti: dall’ottobre 1943 il Friuli, la Venezia Giulia, la provincia di Lubiana, Fiume, Gorizia e le isole del Quarnero, sottratte alla Repubblica sociale, passano infatti sotto l’autorità civile del Gauleiter di Klagenfurt. Il Nordest è rinominato Adriatisches Künstenland, Litorale adriatico, e si prospetta a fine guerra, se vinta, un suo qualche accomodamento nella futuribile Grande Germania.

Osovani in camicia nera

A fronte di uno scenario tanto magmatico, che dire poi degli osovani in camicia nera visti all’opera nel cosiddetto “presidio di Ravosa”, costituito il 28 gennaio 1945 (pochi giorni prima dell’eccidio di Porzûs) in un “patriottico” accordo tra la Milizia fascista e il comandante della 1ª Divisione Osoppo Marino Silvestri Alfredo (è la Divisione a cui appartiene Guido Pasolini, il fratello minore di Pier Paolo; nel dopoguerra ritroveremo Silvestri in Gladio), con il beneplacito di Francesco De Gregori Bolla e del suo delegato politico Alfredo Berzanti Paolo, il futuro primo presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia. Al processo di Lucca diranno che era per proteggere Ravosa dai saccheggi dei cosacchi, alleati e complici delle malefatte di nazisti e camicie nere.
L’accordo è preceduto da vari incontri preparatori di Silvestri, Berzanti e altri osovani – Dino Bonetti Tullio, Agostino Benetti Gustavo e Armando Cuberli Astrakan – con il capitano della Milizia difesa territoriale Bruno Valter Pozzi e il federale udinese Mario Cabai, quest’ultimo legato a Bolla da «fraterna amicizia» sin dai tempi del comune apprendistato militare all’Accademia di Modena. Costoro – fascisti, osovani, spioni e clero – son tutti votati a comuni intendimenti antislavi, tanto da confezionare false notizie che davano per imminente una «invasione slava» del Veneto e giustificare anche così quello strano miscuglio di forze formalmente nemiche inscenato a Ravosa; arrivano persino a prefigurare un attacco al presidio partigiano sloveno di Robedischis, approvato tra gli altri dallo stesso Bolla.
Al solito, non viene meno la tolleranza germanica (come scrive Jože Pirjevec, «è un fatto che gli osovani intrattennero rapporti “diplomatici” con la Wehrmacht e con i suoi collaboratori cosacchi»). Pare incredibile ma, guidati da ufficiali repubblichini e da loro addestrati e armati di tutto punto, questi osovani prenderanno parte a più d’un rastrellamento anti-garibaldino. Al processo di Lucca ne ha dato fra gli altri testimonianza Zeffirino Rossi Amos, un garibaldino arrestato nel marzo 1945 dai doppiogiochisti del presidio di Ravosa e rinchiuso nel collegio Marconi di Udine: da lì, il prigioniero vede «gli osovani uscire ed entrare con la macchina e la moto, ed io mi domandavo come potevano fare ciò».
E sempre a Lucca, l’osovano Francesco del Negro: «Ci dissero di andare a Ravosa e qui giunti ci dissero di andare a vestirci a Udine con la divisa dei repubblichini. Con me erano diversi altri. Ci dettero la divisa grigio verde, una camicia nera ed una camicia grigio verde. Sul berretto ricordo che c’era il fascio».
Ermenegildo Qualizza, altro osovano, ai giudici: «Il presidio era comandato da ufficiali repubblichini. Il comandante è sempre stato un tenente e c’erano anche tre sottufficiali». Qualizza puntualizza che era «vestito come gli altri, in grigio verde, ed avevamo due camicie una grigio verde ed una nera». Ma ben di peggio Qualizza ammette di aver preso parte a rastrellamenti antigaribaldini: «Ricordo che a Udine un giorno, mentre facevamo istruzione, ci portarono a un rastrellamento e bisognò andare» (questa circostanza è confermata dal capitano della Milizia fascista Bruno Valter Pozzi e da altri testimoni).

La realtà è romanzesca

Altrettanto surreale appare la deposizione di Remigio Rebez detto “la belva di Udine”, nuotatore paracadutista della Decima Mas di stanza al Centro di repressione presso la famigerata caserma “Piave” di Palmanova, un luogo in cui lo stesso Rebez tortura e ammazza i partigiani: come si legge, la maggior parte erano garibaldini, mentre i pochissimi dell’Osoppo «erano trattati benissimo e io stesso sono andato con loro al cinematografo». Rebez porta numerosi esempi, concludendo che «i patrioti dell’Osoppo arrestati sedevano alla mensa unitamente ai sottufficiali del Comando della Milizia» (questa deposizione, resa a Udine del 13 giugno 1945, è agli atti del processo lucchese di Porzûs).
Su un altro piano, Rebez ricorda il capitano delle SS Pakebusch, (comandante del centro di repressione antipartigiana della caserma “Piave” di Palmanova) gradito ospite a Villa Mangilli del facoltoso marchese Ferdinando Mangilli, esponente dell’Osoppo e membro dell’Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno.
Questa “guardia civica” patriottica e anticomunista di Ravosa è gerarchicamente alle dipendenze del comando tedesco; associa osovani, camicie nere, cani sciolti e gli alpini repubblichini del Reggimento “Tagliamento” (fucilatori di partigiani, a guerra ormai finita confluiranno nella Osoppo), poiché l’ombra lunga dello strano consorzio sembra riverberarsi sull’Italia a venire: nel “presidio” si intravvede infatti il primissimo vagito di Gladio.