Lettera sentimentale all’Anpi di Pavia

3 novembre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Carissimi, scusatemi, ma la decisione dell’Anpi pavese di non presenziare alle celebrazioni del 4 novembre mi vede ampiamente in disaccordo politico e umano. La faccio breve. Al di là di ogni giudizio sulla guerra (e il mio è negativo, nel 1915 sarei stato con Maria Giudice e Umberto Terracini a fermare i treni diretti al fronte) una volta che si combatte io sto con i contadini e i proletari combattenti, e cent’anni dopo in piazza ci vado quanto meno per questi ragazzi, nel ricordo dei vivi e dei troppi morti, i cui nomi sono incisi sopra migliaia di lapidi, come quella di piazza Italia, lato Università. Domenica 4 novembre in una qualche piazza io ci sarò, non foss’altro per ricordare un famèi diciannovenne che ho fatto appena in tempo a conoscere: quel ragazzino era mio nonno, quarto reggimento alpini val d’Orco, mungitore e “ragazzo del 99”. In fin dei conti il nonno cent’anni fa ha vinto una guerra.

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Storia avventurosa di Bananopoli

31 ottobre 2018 by

dal nostro inviato Giovanni Giovannetti

La pianta romana di Bananopoli «svetta verso le nubi con una fitta trama di torri» scrive il Petrarca al Boccaccio «e dispone verso ogni direzione di una vista senza impedimenti e libera, tanto che non so se alcuna città, tra quelle poste in pianura, ne abbia una più aperta e piacevole».
Da allora molta acqua è passata sotto il ponte sul Tesino, quello vecchio – ferito ma non ucciso da fuoco “amico” nell’ultima guerra – e quello nuovo, che pure è detto vecchio. Invece di rimettere una sull’altra le sue toste pietre antiche e mantenerlo pedonale, i geniali genieri lo hanno rifatto camionabile, portando il traffico ad accalcarsi lungo il cardo cittadino, così che Bananopoli ora dispone di un ponte medievale in meno e di molti problemi alla viabilità in più.
Non di meno, del “sacco” urbanistico faranno le spese molti storici palazzi dati per “vecchi”: «All’abbattimento del primo», dirà entusiasta l’assessore ai Lavori pubblici e prenditore in proprio, «inevitabilmente gli altri seguiranno come birilli». Bavetta alla bocca e mano sul cuore, lato portafoglio, l’intrepido assessore immagina cubature su cubature di edificato e un’autostrada in vece del cardo, a spaccare in due una città sulla carta grande tre volte l’attuale.
Altri tempi si dirà, di quando l’antico passava per vecchio, e pure il ponte nuovo. Tempi in cui i prenditori si potevano accordare con la pubblica amministrazione nell’abbattere, facciamo qualche esempio, un trecentesco edificio sul decumano e un medievale isolato là dove il decumano incrocia il cardo. Demolite di soppiatto anche le presenze coeve dell’edificio neoclassico sul lato nord di Piazza grande. Insomma, un “sacco” devastante, ben più gravoso dei bombardamenti “alleati” di dieci-vent’anni prima.

Ma chevvogliono queste minchie di Arecchi e quell’altro lì, Ignazio Stabile quando scrive di «esempi aberranti di violazione delle norme edilizie e di deturpazione ambientale…» qui bisogna rinnovaaaare e il nostro interesse è l’interesse della città. Paceamen se aumenta lo squilibrio con le periferie, cresciute a macchia d’olio senza asili, scuole, strade, negozi. L’economia deve girare e pecunia non olet, i soldi non hanno odore. Che questi due si facessero un giro nel centro cittadino, tra le sessanta banche e i di molto strani movimenti di capitali e forse capiranno.
Guidetti, Vanzina, Saiti, Körting, Meta, Ghisio, Vigorelli, Snia Viscosa, Fivre, Necchi… Le fabbriche, quelle sì cadono come birilli, ma si deve pur campare. Ben venga allora la piccola o grande rendita parassitaria legata all’indotto universitario e sanitario. E se ci sai fare, col tempo puoi anche salire di livello comprando e vendendo suoli: una botta a chi di dovere e in un amen te li ritrovi da agricoli a edificabili.
E poi chissenefrega di questo Petrarca e della sua «vista senza impedimenti». Roba vecchia vecchia vecchia. E allora brindiamo a dieci cento mille segni del progresso come palazzo Alfa, tredici piani per tredicimila metri cubi di vetro e acciaio, tanto che lo hanno ribattezzato il “palazzo di vetro”. Questa sì che è trasparenza. E se ne diano una qualche ragione i talebani ambientalisti, i baluba di sinistra e tutti ‘sti altri culattoni che chiocciano «abuso edilizio abuso edilizio…» Guardassero in casa loro, al numero diciassette di viale della Libertà, a quell’alveare per sciùri costruito dal grande elemosiniere della politica banana: alla faccia del regolamento e senza dare troppo dell’occhio, l’elemosiniere ha bellamente aggiunto due piani. E l’opposizione? Muta come un pesce muto. Andate allora in quel verminaio e domandatevi come mai qui ha preso sede la federazione provinciale del partito del popolo banano. Come mai?

Il multidealista

29 ottobre 2018 by

dal nostro inviato a Bananopoli Giovanni Giovannetti

«Bastardo d’un giornalista», sbotta il prenditore edile sfogliando di primo mattino “il Gazzettino banano”. «E dire che l’ho querelato, e l’hanno querelato il sindaco, il vicesindaco e il direttore sanitario… ma lui niente, va avanti. Ora mi sente».
Il prenditore chiama il Rude, un lungo elenco di precedenti penali:
– Rude!
– Uhe, prenditore
– Quel delinquente lì ha scritto ancora delle cose paurose sul mio conto
– Il giornalista?
– Sì, quel bastardo. Appena puoi passa da me perché io desidero fare quella cosa.
Il prenditore edile sta costruendo un villaggio sopra un’area destinata all’edilizia universitaria, salvo porre quelle case in vendita sul libero mercato, reclamizzandole, l’impunito, con enormi manifesti. Insomma, una lottizzazione abusiva bella e buona, portata a buon fine oliando «quello che in Comune apre tutte le porte», ovvero l’assessore al suo bilancio, che è anche vicesindaco di Bananopoli.
Costui è un ex poliziotto tutto d’un prezzo, un esserone onnivoro che tiene crudelmente per le palle il giovane sindaco Pupo. Insomma, lo ricatta e lui succube non può che gratificarlo, delegando l’onnivoro a rappresentarlo nel ben remunerato consiglio d’amministrazione dell’ospedale cittadino (e il figlio del vicesindaco, benedetto dal Pupo, tiene ben salda cadréga nel consiglio della multiservizi comunale).
Ma andiamo più a fondo, aggiungendo particolari alla biografia dell’ex birro, che è leggenda. Lo ricordiamo infatti membro a sua insaputa del cda della Fondazione sammarinense di Ester Barbaglia, la maga di Craxi e Berlusconi, che sulle cime del monte Titano possiede il 21 per cento di una banca dedita al riciclaggio di alto lignaggio mafioso.
Guardia o ladro? Vai a capire… Al tempo in cui era vicequestore, lo si rammenta pur ospite delle patrie galere per certi suoi piccanti favorini confessati ai giudici dal pentito di mafia Angelo Epaminonda detto il Tebano, boss della mala e referente lombardo di Cosa nostra catanese. Insomma, il Tebano gestiva spaccio, night, bordelli e bische dalle parti di Bananopoli, e qualcuno chiudeva un occhio, anzi due.
Ma proseguiamo. Tra i più stretti collaboratori dell’onnivoro svetta alquanto il suo discusso commercialista, tale Tiradritto da Palmi, revisore dei conti della multiservizi municipale e di molte altre società. Per quali meriti acquisiti è agile dirlo: Tiradritto è legato da un patto occulto con il capo della mafia lombarda di cui si è detto, suo collega in Massoneria; sono amici e sodali, e negli anni in cui il mafioso sconta ai domiciliari la sua condanna a nove anni per narcotraffico, tra i due resiste una compartecipazione d’affari di cui dividono i guadagni in nero. E sarà Tiradritto a introdurre l’onnivoro alla corte del capo mafioso, per voti e candidati da presentare alle imminenti elezioni.
Di che stupirsi? Del resto per l’ex birro la coerenza è tutto. Già la sua carriera politica ne rivela i solidi ideali: nasce socialdemocratico, trascorre l’infanzia nel partito socialista, l’adolescenza nel partito liberale, la maturità in forza italia, l’età di mezzo nella margherita, la vecchiaia attiva nel partito democratico e, dopo una parentesi civica, forse non morirà udc e tanto meno tornerà in galera, per raggiunti limiti d’età.
Che questo multidealista fosse a libro paga del prenditore edile, a non pochi pareva acclarato (gli esempi si sprecano) ben prima che lo blindassero per corruzione. Aggiungeremo che l’onnivoro si dipingeva anche editore. E nel versare fior di quattrini all’effimera casa editrice del multidealista, il prenditore amava definirlo «il mio dipendente».
Chiusa la telefonata con il Rude, quest’ultimo chiama allora quell’altro suo dipendente:
– Ciao vicesindaco.
– Ciao prenditore.
– Hai visto sul giornale cosa scrive quel rompicoglioni? Quello lì l’ho querelato, l’ho minacciato eh? e lui continua tranquillamente!
– Vedi prenditore, questo infame non ha nessuna paura di dire minchiate…
– Gliela faremo venire noi la paura.
Indecisi se saccagnare o che altro il giornalista, una notte senza luna qualcuno darà fuoco alla sua casa. La mattina dopo l’incendio, il primo a manifestare solidarietà è il vicesindaco.

Ora legale

27 ottobre 2018 by

Dal nostro inviato a Bananopoli Giovanni Giovannetti

Bananopoli è festante. Nella ridente cittadina oggi si plaude l’attempato insegnante che alle ultime elezioni, nonostante l’avverso pronostico, ha saputo primeggiare sul giovane sindaco uscente più reclamizzato d’Italia.
«È un bravo guaglione che si lascia guidare», aveva ironizzato anni prima il Faraone (il compianto lider locale del partito del lader) nel soffocare l’imberbe nella culla.
Per la verità, qualche grano o grana d’amore al giovane sindaco uscente non era mancata, tanto che, per la sua campagna elettorale, alcuni prenditori hanno nuovamente aperto portafogli, organizzato cene e innalzato bene auguranti calici, infruttuosamente.
Di una tale umiliante débâcle l’imberbe non sa darsi pace: lui, il vicepresidente dell’Anci (l’associazione dei comuni d’Italia); lui, l’aspirante formattattore a tutto etere dello stesso suo partito… Tutto inutile: il telegenico viene asfaltato in casa dal professor nessuno e irriso su scala nazionale anche più che in passato, come dopo l’emergere di quel suo indigesto pasteggiare al desco del grande capo della mafia lombarda, altro illustre concittadino, reduce da nove anni di galera per narcotraffico (erano «particolarmente buoni gli antipasti», dirà). Se poi questo abbraccio cincinnante tra la Cosca e il Pupo (così lo irridevano gli uomini d’onore) sia stato sodale o immorale non è dato sapere. Ma via costoro, le elezioni successive non hanno registrato eletti tra gli amici degli amici, e tanto meno l’esserino ha potuto riascoltare quel soave tintinnar dei calici per la vittoria. Tutto ha un limite, anche nella tollerante Bananopoli.

«Che ore sono?», chiede Atalanta ridendo di sottecchi (il neosindaco attempato lo chiameremo Atalanta, come la figlia di Iasio e come la squadra di calcio).
È ormai tempo di ora legale, e presto se ne avvede il presidente verdelega della locale Azienda servizi municipalizzati, messo ai ceppi con altre arpie dopo anni di ladrocinio (tra loro il figlio dell’ex assessore comunale al suo bilancio). Basti dire che il contabile dell’Azienda e della cosiddetta “Banda dei quattro” si è mariuolato in solitudine all’incirca due milioni di euro; 25 euro ad abitante, neonati inclusi. Al confronto di un così alto magistero, il presidente verdelega e i suoi complici – il direttore generale e il figlio dell’assessore – paiono dei pezzenti, meri arraffatori di benefit e di spiccioli.
Pericolo scampato, pensa tra sé Atalanta mentre dà una scorsa agli atti giudiziari. Se di nuovo avesse vinto il Pupo catodico, Asm sarebbe rimasta ben salda in mano alla “Banda dei quattro”.
E per fortuna non si contano chiacchierati tra gli eletti nel nuovo Consiglio comunale, ripete a se stesso sorseggiando un caffè, e il passato è passato (e chissà se è passato davvero). Come dimenticare però quel 16 luglio 2010, quella manifestazione antimafia guidata dal giovane sindaco di Bananopoli in fascia tricolore. Accanto a lui per l’occasione si accalcano gli amici dei mafiosi appena incarcerati. C’è l’ex assessore al suo bilancio (poi arrestato per corruzione), che ha candidato nelle liste del suo movimento politico le persone indicate dai mafiosi arrestati. C’è quel suo figlio (poi arrestato per peculato), che nel maggio 2010 ha assunto in Asm Lavori un ingegnere «nella piena disponibilità» del capo della ’Ndrangheta lombarda. C’è l’assessore ai Lavori pubblici, già socio in affari del direttore sanitario dell’Azienda sanitaria locale (arrestato per fatti di mafia) nonché di un pluricondannato per mafia e narcotraffico. C’è l’assessore alla Mobilità, già gradito ospite di mafiosi apicali nei più esclusivi ristoranti della Locride. Ci sono due consiglieri comunali in rapporti fraterni con il capo bastone lombardo-calabrese. E chissà se tra i manifestanti c’era anche il fantomatico “Peppino”, a cui l’ex direttore sanitario dell’Asl nell’agosto 2009 confida la necessità di «costruire un centro di potere» a Bananopoli.

Pavia, la terra dei fuochi

26 ottobre 2018 by

Rai3, rubrica “Persone” del 20 ottobre 2018

Eroina di Stato

16 ottobre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

I nomi dei morti per overdose in Italia tra il 1974 e il 1985 sono da scrivere accanto a quelli delle vittime della stagione stragista, ben scolpiti sulla tragica lapide delle morti di Stato.

Deponendo il 7 gennaio 2010 al processo bresciano per la bomba in piazza della Loggia, l’ex squadrista nero e sindacalista Cisnal Roberto Cavallaro riferirà di aver presenziato a una riunione ad alto livello tenuta nell’autunno 1972 sulle montagne dei Vosgi in Francia; in quella sede venne illustrata l’operazione Blue Moon e le relative modalità di introduzione, anche in Italia, di eroina e allucinogeni per marginalizzare i movimenti della nuova sinistra.

L’operazione Blue Moon

Tutto questo Cavallaro lo ripeterà in tv a Gianni Minoli, aggiungendo che a quella riunione «erano presenti più soggetti, sia dell’Europa occidentale sia, con nostra grande sorpresa, persone appartenenti all’area opposta del Patto di Varsavia», chiamati a confrontarsi su come annientare gli avversari e qualunque forma di dissidenza.
“Annientare”? «I servizi di sicurezza» precisa Cavallaro «non sono fondati su princìpi di cavalleria, ma sull’idea che il nemico va comunque eliminato». E se in Unione sovietica e in Cina fucilano i dissidenti o li deportano nei gulag e nei campi di rieducazione, in occidente, ammette Cavallaro, li annichiliscono, favorendo lo “sballo” (bella idea di democrazia).
Il programma Blue Moon – pianificato dal capo dell’Fbi Edgar Hoover di concerto con la Cia – viene messo a punto negli Stati uniti nell’intento di sedare la nuova sinistra americana, trasformando così l’opposizione in devianza. Lsd ed eroina sono quindi usate come antidoto all’impegno politico di chi, dal 1967, manifesta contro la guerra in Vietnam (e ai combattenti americani in Vietnam si somministrano anfetamine e altri additivi chimici). Da alcuni documenti governativi “declassificati” dall’amministrazione Crinton nel 1994, apprendiamo poi che sui “Chicago riots” (gli scontri dell’agosto 1968 a margine della Convenzione del Partito democratico, contro la continuazione della guerra in Vietnam) un sesto degli hippy partecipanti ai disordini «apparteneva ad agenzie federali e a organismi di intelligence»: una percentuale altissima di provocatori ed infiltrati lì a spingere questi giovani sulla strada dello scontro fisico e della violenza.

L’agente Stark

Ma, lo si è detto, Blue Moon non ha solo finalità interne agli Stati uniti. Nel febbraio 1975 all’hotel Baglioni di Bologna la polizia arresta uno strano personaggio che ha con sé tanti milioni in valuta estera e notevoli quantità di Lsd. Questo narcotrafficante e produttore in proprio di acido lisergico è Ronald Stark, un agente che la Cia ha infiltrato negli ambienti della sinistra italiana. Apparirà chiaro ai giudici che Stark è uno dei principali fautori europei di Blue Moon. Dopo quattro anni di carcere, l’11 aprile 1979 Ronald Stark è messo in libertà provvisoria, con l’ordine – disatteso – di non lasciare l’Italia. Si ritiene che sia morto a San Francisco in California l’8 maggio 1984.
Quali sono le conseguenze di questa criminale guerra sottotraccia ai ragazzi della nuova sinistra? Nel 1970 in Italia non ci sono tossicodipendenti; nel 1985 se ne contano più di 300mila. Tra il 1974 e il 1975 l’offerta illegale di eroina a buon mercato improvvisamente soppianta quella delle droghe leggere, che sono tolte per qualche tempo di circolazione e criminalizzate artatamente da stampa e istituzioni. Negli anni a seguire avremo dipendenze, morte, annichilimento. Si aggiunga il salto di qualità della malavita tradizionale e, dal 1978, l’ascesa della criminalità mafiosa legata al narcotraffico (con un fatturato di 3000 miliardi di lire annui).
La prima vittima per overdose è a Udine, nel 1974. Un rapporto sull’andamento della diffusione del consumo di droga in Italia, pubblicato nel 1992 dal “British Journal of Addiction”, indica un notevole aumento nel numero di decessi per droga (principalmente da overdose) e nei casi di Hiv/Aids di persone che nel corso degli anni Ottanta si iniettavano eroina per via endovenosa. Gli autori del report stimano che nel 1977 ci siano stati 28.000 consumatori di oppiacei; nel 1982, questo cifra era salita a 92.000. Per sottolineare ulteriormente questo aumento imponente, gli autori hanno scoperto durante il loro periodo di studio (1985-1989), che il numero di soggetti che si recavano presso i centri di recupero per dipendenze dalle droghe è aumentato da 13.905 a 61.689, un aumento in gran parte dovuto dalla crescita nel consumo di eroina in Italia, non più un semplice Paese di transito: secondo il capo della commissione di Cosa Nostra Tommaso Buscetta, «il traffico di stupefacenti in Italia era iniziato solo nel 1978».

Iaio e Fausto

L’eroina è dunque «usata come dispositivo biopolitico che agisce sui corpi per stordirli, paralizzarli, renderli dipendenti e neutralizzarli», ha scritto Gabriele de Marco nella sua tesi di laurea su Andrea Pazienza, il giovane e affermato disegnatore che morirà per overdose nel 1988.
A Milano il variegato mondo della nuova sinistra si cimenta allora in una capillare indagine sullo spaccio in città, confluita in un “libro bianco” a cui contribuiscono più di duecento ragazzi, capaci di raccogliere una gran messe di informazioni “sul campo”.
Il mondo dello spaccio è in allarme. Ne faranno le spese, fra gli altri, i diciottenni Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due ragazzi del centro sociale Leoncavallo, uccisi “per avvertimento” in via Mancinelli a Milano il 18 marzo 1978 (due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro) da un commando fascista arrivato da Roma. Forse i due si erano imbattuti in qualcosa che andava oltre lo spaccio (sul quotidiano “Lotta Continua” del 9 marzo 1979 leggiamo che «Fausto e Jaio avevano casualmente scoperto che lo spaccio di eroina in zona Lambrate era in mano ad una sacra alleanza tra la banda di Francis Turatello e i fascisti direttamente legati a Servello»). E grondano gli indizi sui presunti assassini, da molti indicati nei coetanei Massimo Carminati e Claudio Bracci (“esattori” della banda mafiosa della Magliana) assieme a Mario Corsi della cosiddetta “banda Prati”, un’articolazione dei Nuclei armati rivoluzionari (lo sostengono alcuni “neri” pentiti; lo ipotizzano i magistrati via via chiamati a indagare; lo scrivono Saverio Ferrari e Luigi Mariani nel libro L’assassinio di Fausto e Iaio, Redstar press, 2018).
A proposito di perquisizioni: in una intercettazione telefonica del 23 ottobre 1979 la madre del Corsi racconta a un’amica (il telefono è sotto controllo) che i poliziotti «della Digos di Milano e di Cremona» le hanno perquisito la casa: «…questi uomini… sono stati tanto gentili, mi hanno strappato tutto sul muro… le lettere… tutto mi hanno strappato… mi hanno detto: signora, butti via tutto, l’avvisiamo…», comportandosi da «veri padri di famiglia»: perché il 25 luglio 1979 gli agenti del secondo distretto milanese di Polizia hanno distrutto lettere e altri elementi indiziari se non probatori?
Tinelli e Iannucci erano soliti ripetere al registratore i risultati delle loro ricerche (avevano raccolto anche notizie presso le locali farmacie: come osserva il giornalista di Radio Popolare Umberto Gay, «contando le siringhe vendute si poteva risalire alla quantità di tossicodipendenti presenti in zona, alle loro abitudini, ai grammi di eroina venduta e infine al business degli spacciatori». Nel Dossier Fausto e Iaio a cura dello stesso Gay e di Fabio Poletti (Radio Popolare, 1988) si legge poi che mentre i famigliari di Fausto erano a Trento per la sepoltura, a Milano la vicina di pianerottolo «un tardo pomeriggio sente dei rumori. Sa che nell’appartamento dei Tinelli non c’è nessuno e, incuriosita, si mette a sbirciare dallo spioncino. Nota degli uomini che aprono la porta ed entrano nell’appartamento» muniti di torce. E «quando Danila Tinelli torna a Milano scopre che sono scomparsi da casa i nastri con le registrazioni. Non manca nient’altro.
L’appartamento dei Tinelli è in via Montenevoso 9, proprio di fronte al covo brigatista, scoperto “solo” nel giugno 1978 dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (ma ai piani superiori del condominio abitato dai Tinelli, da mesi, ben prima del rapimento Moro, Carabinieri e Servizi pare avessero una loro postazione di controllo). «La porta di ingresso non risulterà forzata» scrivono Gay e Poletti, sottolineando che «all’epoca a Danila Tinelli non erano ancora stati restituiti gli effetti personali di Fausto, fra cui le chiavi di casa».
Da approfondire è poi il ruolo avuto da taluni guru della controcultura americana ed europea (da Timothy Leary – in buoni rapporti con Ronald Stark – a Carlos Castaneda, l’autore o presunto tale di Gli insegnamenti di don Juan, un libro cult scritto quando Castaneda era un oscuro studente universitario). Si legga allora almeno L’agente del Caos (Einaudi 2018), spy story di Giancarlo De Cataldo con protagonista Jay Dark, un personaggio immaginario del tutto sovrapponibile a Ronald Stark.

Come i morti di piazza Fontana

Il 18 luglio 1975 Pasolini scrive per il “Corriere della Sera” un articolo – La Droga: una vera tragedia italiana – modulato sul rapporto tra droghe e pulsione di morte: leggera o pesante che sia, la droga, scrive, «viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte». Di come l’eroina e in generale la dipendenza dagli oppiacei si vada radicando in forma di controllo sociale, lo scrittore sembra non avvedersi, avvertendo però che «lo spazio per la droga è enormemente aumentato». E già un mese prima, in una “lettera aperta” a Marco Pannella, Pasolini conclude scrivendo che la distruzione dei valori umanistici e popolari è «il segno dominante del nuovo potere», immaginando infine questi tecnocrati appesi in «un nuovo Piazzale Loreto», per «l’abiezione dei fini e la stupida inconsapevolezza con cui hanno operato».
Ne conveniamo, magari meditando sulle tante morti legate al consumo di eroina e allucinogeni degli anni tra il 1974 e il 1985 (e in quelli a seguire).
Concludendo: i nomi dei morti per overdose in Italia sono da scrivere accanto a quelli delle vittime della stagione stragista, ben scolpiti sulla tragica lapide delle morti di Stato.

I colori della paura

7 ottobre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Nell’Italia gialloverde il partito della paura quotidianamente reitera il messaggio che gli immigrati ora (come gli zingari allora) sono tutti sporchi brutti e soprattutto cattivi. Stona quindi ai timonieri united color che si contino modelli di accoglienza virtuosa, come in quei paesi della Calabria (più d’uno) che, prendendo a modello Riace, danno in comodato d’uso ai migranti le case abbandonate da chi nel tempo è migrato, salvando così un patrimonio abitativo avviato al decadimento e contemporaneamente ravvivando la vita sociale di questi paesi abitati ormai da pochi vecchi e che, proprio grazie ai migranti, stanno progressivamente rifiorendo.
Il sindaco-capofila di Riace Domenico Lucano è stato arrestato per un reato che nell’ordinamento italiano ancora non esiste: il reato di umanità.
Tendendo evangelicamente una mano agli ultimi, Lucano non ha derogato alle regole per favorire gli illeciti guadagni della criminalità fondiaria, come è di norma in questo ammalorato Paese; né ha favorito enormi profitti da parte di società private nella malagestione della rete autostradale, come è emerso dopo il crollo di un ponte (l’ultimo caso, il più drammatico, di mancata manutenzione); e tanto meno ha privatizzato milioni e milioni in pubblico denaro, come ha fatto (in buna compagnia) il partito di cui è segretario l’attuale ministro dell’Interno. No, costruendo ponti e restando umano, Lucano ha semplicemente reso virtuoso ciò che il ministro della paura vorrebbe oneroso, dando così fastidio, perché la paura e le relative rendite elettorali si alimentano costruendo problemi (al più percepiti) e non risolvendoli. Se questo è il clima oggi nel Paese, orrendo, allora, come ha detto Beppe Fiorello, «arrestateci tutti».

Siamo tutti vigevanesi

29 settembre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Nei suoi anni al servizio di Ludovico il Moro, notoriamente Leonardo da Vinci ha avuto modo di frequentare Vigevano (residenza estiva della Corte sforzesca) e Pavia, sede dell’unica Università del Ducato e dorata “prigione” per il giovane Gian Galeazzo Sforza (il vero duca) e l’ancor più giovane moglie Isabella d’Aragona.
Nel maggio 2019 cadranno i cinquecento anni dalla morte, ad Amboise in Francia, dell’italiano più famoso al mondo. Un anniversario che verrà ricordato ovunque ma non a Pavia, dove si tace su tutto, anche sul meglio.
Allora, cari pavesi, non resta che migrare nella “ducale” Vigevano, là dove non hanno perso l’occasione, calendarizzando un nutrito ciclo di iniziative, inaugurate dalla presentazione del volume I luoghi di Leonardo: Milano, Vigevano e la Francia (sono gli atti dell’ottimo convegno vigevanese del 2014 su Leonardo).
Salutato il primo appuntamento, in pavesi possono ora appuntarsi il secondo: venerdì 5 ottobre, alle ore 18, con Stefano Zuffi che interviene su Gli animali in Leonardo: ritratti, simboli, misteri. Di venerdì in venerdì, il 12 ottobre Simone Ferrari parla del mito di Leonardo, dalla Gioconda alle ultime novità; infine, il 9 novembre l’affondo di Marco Versiero sulla simbologia politica sforzesca.
Meditate, pavesi, meditate.

Chi no e chi sì

3 settembre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Lunedì 3 settembre 2018. In stazione di buon’ora, treno per Milano, giornale. Leggo sul “Fatto quotidiano” un deciso intervento di Nicola Gratteri su mafie e politica, ieri, a Marina di Pietrasanta: «Un tempo era il mafioso ad andare a casa del politico a chiedere assunzioni e favori. Oggi è il politico che va a casa del boss a chiedere pacchetti di voti». Gratteri guida la procura di Catanzaro ma è come se parlasse di Pavia, sprofondo nord: «Nei primi otto mesi del 2018 sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose venti Comuni (otto in Calabria): questo sarà un anno record, e aumenteranno ancora, perché il rapporto tra mafie e politica è sempre più stretto: la ‘Ndrangheta sta sul territorio, la politica no. La ‘Ndrangheta ha regole serie che fa rispettare, con un inflessibile tribunale interno, ed è fatta di persone serie, che selezionano la loro classe dirigente con metodi ben più rigorosi di quelli della politica». Qual’è l’emergenza più grave, la mafia o la corruzione? «Sono due facce della stessa medaglia». Come non convenirne.
A proposito, ho con me nello zaino le Motivazioni di una sentenza di primo grado che mi condanna per diffamazione. In essa si dice che Pino Neri è «un avvocato» e da nessuna parte trovo scritto che questo «avvocato» era il capo della ‘Ndrangheta lombarda; e il giudice che la firma nulla trova da eccepire se un politico va personalmente da questo noto mafioso e narcotrafficante, fresco reduce da nove anni di galera, a chiedere voti. Con buona pace di Nicola Gratteri, di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone, di Ilda Boccassini e dei tanti magistrati che non hanno abbassato la guardia.

Alla destra pavese che per ora non c’è

6 agosto 2018 by

Ripropongo in questa sede la mia bonaria replica a Nicola Niutta e Andrea Mitsiopoulos uscita oggi, 6 agosto, su “la Provincia Pavese” che ringrazio. Ho evidenziato in grassetto i passi che, per evidenti motivi di spazio, sul quotidiano locale sono venuti meno.

«Non importa che il gatto sia bianco o nero, finché cattura topi è un buon gatto». Tra le frasi celebri del compianto Deng Xiao Ping questa forse calza a buon commento del richiamo a una lista civica (per sua stessa natura tangenziale ai partiti) da parte di Nicola Niutta e Andrea Mitsiopoulos il 5 agosto sulla “Provincia Pavese” (all’appello i due non mancano di incollare il nuovo mantra della destra locale: Pavia ai pavesi). I sino a prova contraria onestissimi destrorsi Niutta e Mitsiopoulos aggiungono che «la nostra città ha bisogno di non guardare più all’ex, cioè all’indietro», ovvero, almeno credo, o mi piace credere, a quel vero e proprio assalto clientelare dei beni comuni favorito nel tempo da pubblici amministratori locali più trapananti del trapano, quelli stessi sorpresi da più d’una Procura a pasteggiare al desco di mafiosi apicali, di lottizzatori abusivi e speculatori di ogni fatta (bell’esempio di pavesità favorire la cementificazione del Parco della Vernavola o del cortile delle Clarisse in pieno centro storico!), deridendo al tempo stesso ogni possibilità di crescita economica spirituale e morale cittadina. E non è stato un «buon gatto» chi, negli anni passati, a destra come a sinistra, pavese o calabrese, ha posto occultamente l’accento sull’interesse particolare in spregio di quello collettivo. Cari voi: poiché nulla è più democratico di una reale dicotomia destra-sinistra (purché attenta ai beni comuni) presto vedremo se alle parole saprete far seguire i fatti, le visioni ai proclami, dando luogo a quel processo interno di rigenerazione che impone o imporrebbe come primo passo, ahivoi, la radicale emarginazione di chiacchierati, di amici degli amici e di chi, pur sapendo e pur vedendo (porto ad esempio il sacco di Asm, eh Mitsiopoulos?) ha scelto di girarsi dall’altra parte. Operazione non facile. Ma chissà…

Giovanni Giovannetti

Proprio come a Pavia

5 luglio 2018 by

Si legga attentamente questa intervista a Stefano Spagoni, componente uscente del Cda di Asm, compartecipata del Comune di Pavia. Spagoni denuncia l’assenza in Asm di «anticorpi al malaffare» (proprio come a Pavia) e parla di una realtà che, nel 2015, «superava la fantasia»: proprio come a Pavia, quando sindaco non era Depaoli. Ricordiamolo: le mafie, così come la locale lobby degli interessi particolari, hanno perso qualche battaglia ma non sono state sconfitte. E da più parti arrivano chiari segnali di restaurazione. 

«Sacche di inefficienza e il malaffare in agguato. L’Asm non è guarita» Intervista di Giacomo Bertoni a Stefano Spagoni

Alla fine è arrivato. L’ultimo colpo di coda di Stefano Spagoni, consigliere uscente di Asm, si è abbattuto sulla Commissione di garanzia riunita ormai da più di due ore martedì sera a palazzo Mezzabarba: «In Asm non ci sono ancora anticorpi al malaffare». Dichiarazione che ha portato il presidente Nicola Niutta a riconvocare la Commissione oggi alle 21, sempre in sala Grignani e ancora aperta al pubblico.

Consigliere Spagoni, cosa intende quando parla di “anticorpi al malaffare”?
«Intendo dire che in Asm non viene messo in atto nessun atteggiamento gestionale in grado di ridurre i rischi di quelle che in inglese si chiamano “malpractice”, ovvero gli atti illeciti. Basterebbe partire da un buon controllo di gestione per prevenire».

Concretamente, cos’è il controllo di gestione?
«Facciamo un esempio: per pulire 50 metri di strada spendiamo 70 euro, ma le altre aziende ne spendono 53. Se abbiamo in mano tutti i dati specifici possiamo capire cosa non va. In Asm basterebbe un report ogni tre mesi iniziando a parlare di budget. Come Cda abbiamo commissionato alla Ernst & Young, azienda che lavora in 150 Paesi nel mondo, un vestito su misura per Asm in parametri e processi di budget. Peccato sia inattuabile per le troppe resistenze interne».

Perché si è arrivati alla Commissione di garanzia?
«Non metto in dubbio la buona fede del presidente Rigano, ma è mancata una comunicazione efficace con lui. Per questo ho scritto al sindaco, già nella mia relazione del 2017 avevo lanciato l’allarme sul muro di gomma, e per questo mi ricandido al Cda».

Cosa blocca il cambiamento in Asm?
«Ci sono persone che sono nate, lavorativamente parlando, in Asm. Che hanno coltivato il proprio orticello e non hanno nessuna intenzione di modificare le loro abitudini, anche se queste non sono efficienti. E la mancanza di efficienza è il primo passo verso il malaffare».

Lei però è nel Consiglio di amministrazione di Asm dal 2015, cosa le ha impedito di rendere l’azienda più efficiente?
«Quando siamo arrivati abbiamo trovato una situazione che superava la fantasia. La priorità era fermare chi si stava appropriando dei soldi pubblici, e noi lo abbiamo fatto, licenziando i responsabili prima dell’intervento della magistratura. Sono stato incaricato dal Cda di avviare finalmente il controllo di gestione: ho richiesto agli uffici dedicati il tracciato che gli spazzini fanno quando puliscono le strade del centro. Solo il tracciato. Lo aspetto da mesi».

La Provincia Pavese, 5 luglio 2018

Bananopoli

28 giugno 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Dopo 26 querele ricevute da affaristi, politici, mafiosi e loro lacché – sempre con intenti intimidatori e tutte archiviate – cambiato il clima, il Tribunale di Pavia ora mi condanna in primo grado ad un cospicuo risarcimento pecuniario all’ex sindaco pavese Alessandro Cattaneo (più volte sorpreso a pasteggiare con mafiosi apicali come Pino Neri e i suoi amici costruttori) per un articolo in cui ho deriso gli elevati premi di risultato del Comune a due dirigenti indagati. Quell’articolo – una corrispondenza da Bananopoli – si concludeva con la parafrasi di alcune frasi celebri dello scrittore Mario Puzo. E questa è l’introduzione a Bananopoli, ovvero alla mia Memoria difensiva ignorata dai giudici, la documentata requisitoria verso chi mi preferirebbe diffamatore. La metto in vendita solidale a 100 euro la copia, così da sostenere almeno questo primo onere pecuniario, da versare subito.
Ne approfitto per ricordare che per acquistare Bananopoli ci si può rivolgere direttamente all’autore (giovanni.giovannetti@gmail.com, disponibile a portarvelo a casa di persona). Copie si trovano anche presso la libreria Clu in via San Fermo a Pavia (chiedere di Marco).

Il 18 maggio 2018 il giudice monocratico del Tribunale di Pavia Rosaria D’Addea mi ha condannato in primo grado a un cospicuo risarcimento pecuniario all’ex Sindaco Alessandro Cattaneo, ritenendo diffamatorio un mio articolo in cui deridevo gli elevati premi di risultato elargiti dal Comune a due dirigenti comunali indagati. Quell’articolo – una corrispondenza da Bananopoli – si concludeva con la parafrasi di alcune frasi celebri di Mario Puzo.
Curiosamente, il Gip dello stesso Tribunale due anni prima ha ritenuto di archiviare ben quattro querele – di Alessandro Cattaneo, Dante Labate, Luigi Greco e Giuseppe Neri detto Pino – relative a un volantino in cui, ben di peggio, ho fatto i nomi e i cognomi di chi aveva reso la pubblica amministrazione pavese permeabile alla penetrazione di mafiosi del calibro di Pino Neri, l’ex capo-reggente della ‘Ndrangheta lombarda e sponsor elettorale del giovane Sindaco (nel 2009 Neri era fresco reduce da 9 anni di reclusione per narcotraffico; oggi sconta una seconda condanna a 18 anni per associazione mafiosa).
Altrettanto curiosamente, Cattaneo sporge querela «in qualità di Sindaco pro tempore e rappresentante legale del Comune di Pavia». Ma nel Decreto di citazione a giudizio si legge che il querelante non è il Sindaco ma lo stesso Cattaneo come persona fisica («evidenziata la parte offesa in: Cattaneo Alessandro, nato a Rho…», scrive il distrattissimo Pm Roberto Valli). La differenza non è da poco: poiché Cattaneo inoltra la querela non a titolo personale ma «nella qualità di legale rappresentante pro tempore della persona offesa» (il Comune di Pavia), questo Decreto era ed è da ritenersi nullo.
Va pure rilevato che all’Atto di querela non viene allegata l’obbligatoria delibera di Giunta che l’autorizza, e già questa mancanza poteva bastare a invalidarlo (come si legge nello Statuto del Comune di Pavia, ignorato da Cattaneo e dai giudici pavesi, «La Giunta autorizza il Sindaco a stare in giudizio», art. 22 comma “i” , e il Sindaco «rappresenta in giudizio l’Amministrazione comunale, previa deliberazione della Giunta municipale», art. 23 comma “h”).
Ma ancora più curiosamente, il 10 luglio 2015, nella sua prima udienza la giudice D’Addea ha affermato che la diffamazione è indubbia, come se anziché giudice fosse la parte civile o il pubblico ministero. Per la precisione, secondo D’Addea «non vi è dubbio che il reato per cui si procede oltre che offendere l’onore e il decoro del Comune di Pavia […] può ledere gli interessi anche di terzi», ritenendo offesa e danneggiata «anche la persona di Alessandro Cattaneo» (Verbale di udienza 10 luglio 2015, p. 10). Il più che compianto avvocato Franco Maurici (era purtroppo per l’ultima volta in un’aula di tribunale; morirà due mesi dopo) si è girato sussurrandomi: «incredibile, questo giudice ha già emesso la sentenza».
Di questo ed altro si tornerà a parlare in sede d’appello, vale a dire in “campo neutro”. Al momento, e laconicamente, non resta che prendere atto che chi ha più volte pasteggiato al desco dell’ex capo della ‘Ndrangheta lombarda… chiuso due occhi su due sul sacco della città… finto di non sapere e di non vedere le ruberie in Asm (la società multiservizi controllata al 95,7 per cento dal Comune di Pavia; ruberie per quasi due milioni di euro) ora siede in Parlamento; chi invece tutto questo lo ha denunciato ora viene condannato.
Insomma, a Pavia sembrano di nuovo prevalere gli “intoccabili” come già una decina d’anni prima, quando il Tribunale pavese era stato paragonato dall’ex Sindaco Elio Veltri al “porto delle nebbie” del Palazzo di Giustizia romano, là dove tutto veniva insabbiato. Quelle di Veltri nel settembre 2008 in Consiglio comunale sono parole pesanti ma, indiscutibilmente, a quel tempo qualcuno aveva abbassato la guardia favorendo, sia pure inconsapevolmente, gli affari illeciti e alimentando il già diffuso senso d’impunità.
Dato il clima, forse non è per caso se la notizia dell’operazione antimafia Crimine-Infinito (e degli arresti di Carlo Chiriaco, Francesco Bertucca e Pino Neri su ordine della Procura milanese antimafia) in piazza del Tribunale a Pavia è arrivata solo il 12 luglio 2010, la tarda sera prima.

Come è immaginabile, dopo la sentenza di primo grado che mi condanna, al Cattaneo non resta che gloriarsene ma facendola, nel gioire, fuori dal vasino: in una sua dichiarazione ad un free-press locale si legge infatti che «questa sentenza mette finalmente ordine in una serie di tristi vicende…»
E quali sarebbero le tristi vicende? Quel suo triste indugiare al desco del narcotrafficante Pino Neri, da poco uscito di galera?
Quel suo circondarsi di tristi amici degli amici come Carlo Chiriaco, condannato a 13 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa?
O l’avere intorno tristissimi amici degli amici, come il presidente della Commissione comunale Territorio (e socio in affari di Neri) Dante Labate o come l’assessore ai Lavori pubblici (e socio in affari di Chiriaco) Luigi Greco?
Ma forse l’ex Sindaco allude al triste tentativo mafioso di penetrare la sfera pubblica pavese, a quell’intendimento fermato dai magistrati antimafia milanesi e non da lui, che al contrario li ha benevolmente accolti tutti quanti prima tra i suoi candidati, poi tra i consiglieri e gli assessori (come recitano le motivazioni di condanna al processo “Crimine-Infinito”).
Niente, nell’intervista non c’è nulla di tutto questo, nessuna autocritica. Leggetela, e vedrete Alessandro Cattaneo condensare il suo svettante nanismo nel dire che «qualcuno ha deciso di fare politica utilizzando il fango. Una stagione buia e triste e un modo di fare politica che però» lui stesso decreta «sconfitto due volte: dalla sentenza di un giudice e dall’elettorato» (“Il Settimanale pavese”, 24 maggio 2018, p. 7). Come se una tale circoscritta sentenza favorevole, per quanto strombazzata a più non posso, potesse in un battito d’ali cancellare la marea montante delle schifezze di cui la sua Amministrazione si è resa triste protagonista per cinque anni: la pagina più buia – quella sì – della recente storia cittadina, la più ammorbata da mafie, corruttele, scandali e ruberie peraltro nemmeno lambiti da certa stampa locale, la più naturalmente infingarda e baciapile, la più incline a non disturbare gli inserzionisti e i loro referenti politici tacendone le malefatte, se non a babbo morto, quando sono ormai argomento di cronaca giudiziaria.
Ripercorro tutto questo nella mia Memoria difensiva: le fonti sono i documenti dell’indagine Crimine-Infinito e le motivazioni dei vari gradi di giudizio di questo fondamentale processo antimafia (che ha visto condannare Carlo Chiriaco e Giuseppe Neri detto Pino o Pinuccio) nonché la cospicua documentazione sui principali scandali urbanistici cittadini, denunciati pubblicamente e in sede giudiziaria proprio dagli «infangatori» di cui parla Cattaneo. Fra l’altro, l’ex Sindaco non fa che ripetere ciò che prima di lui hanno detto i mafiosi condannati e i loro lacché tuttora a piede libero, assieme a taluni fiduciari comunali a libro paga dei cementificatori paladini dell’urbanistica creativa.

L’ultima battaglia di Franco

1 maggio 2018 by

4 dicembre 20012. Nel silenzio assordante degli altri media, dal blog “Direfarebaciare” e dal settimanale “Il Lunedì”, in solitudine, si dava notizia di un nuovo incredibile illecito urbanistico all’orizzonte: la Giunta municipale di Pavia guidata dall’amico degli amici costruttori Alessandro Cattaneo aveva dato il via libera alla edificazione di due palazzine nelle ortaglie dell’antico convento di Santa Clara, nel centro storico cittadino. All’epoca, costruttori, dirigenti comunali e pubblici amministratori erano, chi più chi meno, tutti quanti nel mirino della Procura o per reati di mafia o per altro, e quindi bastò denunciare pubblicamente l’accaduto per creare motivato allarme in Giunta, dirigenti e cementificatori.
Quella è stata l’ultima battaglia dell’avvocato Franco Maurici, nemmeno citato ieri dai giornali. «Contano i fatti», direbbe il più che compianto avvocato. Sì, contano i fatti, e nei fatti sottraemmo il complesso monastico di Santa Clara dalle mani e dal portafoglio degli speculatori. Si rilegga allora qui ciò che non avete trovato ieri sul quotidiano locale. Lo dobbiamo almeno a Franco. (G. G.)

https://sconfinamento.wordpress.com/2012/12/04/vogliono-cementificare-un-parco-storico/

Renzi è una merda

27 aprile 2018 by

Il Partito democratico è tenuto per le palle da un manipolo di faccendieri fiorentini più attenti al loro tornaconto (chissà se solo politico) che all’interesse del Paese. In una fase così delicata e di passaggio, a pseudosinistra ci sono apprendisti fregoni che scelleratamente vedrebbero volentieri un governo M5S-Lega, tale da spostare a ultradestra entro un paio d’anni l’asse politico nazionale. Si legga allora il bell’articolo di Gianfranco Pasquino pubblicato oggi sui quotidiani locali del gruppo l’Espresso. Dice Pasquino: «Usando una metafora cara a Renzi, mentre le Cinque Stelle entrano in campo, lui, che il giorno della sua brutta sconfitta elettorale, aveva portato via il pallone, fa sapere direttamente e indirettamente che non ha intenzione di restituirlo consentendo che la partita cominci. Soltanto un voto a lui contrario della Direzione lo costringerà alla restituzione del pallone e a entrare in campo».

Un bivio democratico. Aprire o affossare tutto di Gianfranco Pasquino

Quattro giorni: tanto è durato il mandato esplorativo di Roberto Fico. Nella storia repubblicana quello più lungo resta quello di Giovanni Spadolini nel 1989, durato 21 giorni e capace di produrre il governo Andreotti VI. Tolta la pausa di riflessione del presidente Mattarella, l’esplorazione delle forze politiche affidata prima alla presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati (18-20 aprile) e poi a Roberto Fico (23-26 aprile) è durata in tutto sette giorni. In precedenza erano stati sette i mandati esplorativi conferiti dal Quirinale: quattro a presidenti del Senato (Merzagora, 1957; Fanfani, 1986; Spadolini, 1989; Marini, 2008) e tre a presidenti della Camera (Leone, 1960; Pertini, 1968, Iotti, 1987). L’esplorazione del Presidente della Camera Roberto Fico (Cinque Stelle) si è conclusa positivamente. Le Cinque Stelle confermano che è loro intenzione aprire un confronto programmatico con il Partito democratico. Dal canto suo, il segretario reggente del Pd Maurizio Martina si dichiara disponibile a verificare se anche nel suo partito esiste una maggioranza a favore dell’inizio del confronto. Toccherà alla Direzione del Partito convocata per giovedì 3 maggio esprimersi, non sul se fare o no un governo con le Cinque Stelle, ma sull’apertura del confronto programmatico. Le prime mosse del due volte ex-segretario del Pd Matteo Renzi e dei suoi sostenitori sembrano essere pregiudizialmente ostili a qualsiasi inizio di confronto. In maniera irrituale, ma rivelatrice del suo personale no procedurale, Matteo Renzi ha fatto una specie di sondaggio “intervistando” i passanti in una piazza di Firenze. Dal canto loro, certamente con l’approvazione, se non anche con l’incoraggiamento dello stesso Renzi, numerosi parlamentari da lui nominati/e hanno inondato la rete esprimendo il loro dissenso con l’hashtag #Senzadime. Usando una metafora cara a Renzi, mentre le Cinque Stelle entrano in campo, lui, che il giorno della sua brutta sconfitta elettorale, aveva portato via il pallone, fa sapere direttamente e indirettamente che non ha intenzione di restituirlo consentendo che la partita cominci. Soltanto un voto a lui contrario della Direzione lo costringerà alla restituzione del pallone e a entrare in campo. I commentatori che s’impegnano in raffinati conteggi sono giunti alla conclusione preliminare che gli “aperturisti” del Pd non hanno attualmente la maggioranza. Qualcosa può cambiare in una settimana soprattutto se il segretario reggente e coloro che pensano che un partito che si chiama democratico ha una responsabilità nazionale riescono chiarire agli iscritti, ai simpatizzanti e agli elettori del Pd che il passo da compiere non consiste nella formazione di un governo con il Movimento Cinque Stelle, per di più a guida di Di Maio, ma nell’individuazione di eventuali convergenze fra i programmi delle Cinque Stelle e del Partito democratico. Per uscire dall’ambiguità e per recuperare il senso delle regole in base alle quali funzionano le democrazie parlamentari, coloro che ritengono utile la trattativa debbono, anzitutto, sottolineare che il Movimento Cinque Stelle è un interlocutore legittimo, già riconosciuto come tale dal Presidente della Repubblica. Non si deve ostracizzare a prescindere un attore politico-parlamentare che rappresenta un terzo degli elettori italiani. In secondo luogo, pur nella consapevolezza che gli elettori italiani lo hanno, per una molteplicità di motivazioni, punito, il Pd non deve rinunciare a rappresentare le loro preferenze e i loro interessi e, certo, lo potrà fare meglio se troverà il modo di influenzare il programma del prossimo governo. Terzo, gli oppositori di qualsiasi inizio di confronto enfatizzano siderali distanze programmatiche, persino sulla stessa concezione di democrazia (non oggetto della trattativa di governo che, comunque, si svolge nel quadro della democrazia parlamentare), ma senza confronto nessuna di quelle distanze potrà mai essere misurata convincentemente. Sembra che sulle priorità delle Cinque Stelle e del Pd, le distanze siano a ogni buon conto meno significative di quelle fra Cinque Stelle e Salvini (o centro-destra nella sua interezza), ad esempio, sul reddito di cittadinanza/di inclusione o lotta alla povertà e sull’Europa. Ne sapremo di più, tutti, compresi i due interlocutori, se il confronto comincerà. Prematuro è parlare di Presidente del Consiglio e di ministri anche perché la nomina del primo spetta al Presidente della Repubblica il quale ha anche il potere costituzionale di accettare o respingere i secondi. Nel bene e nel male, la Direzione del Pd ha la grande responsabilità di scegliere se aprire o affossare un vero confronto programmatico e politico.