Mostra sul Leonardo “pavese”: dagli all’assessore

25 aprile 2020 by

di Giovanni Giovannetti

Un vecchio detto recita saggiamente che sbaglia solo chi fa. E forse ha sbagliato il Comune di Pavia a credere che a una mostra sugli anni pavesi di Leonardo si potessero affiancare le opere di artisti contemporanei che al genio vinciano (e pavese, e vigevanese, e milanese d’elezione) hanno inteso rivolgere un loro devoto omaggio creativo.
Ma l’errore degli errori parrebbe essere stato un altro: quello di adombrare la possibilità di esporre a Pavia niente meno che la “Isleworth Mona Lisa”, un dipinto attribuito a Leonardo, opera ascrivibile al periodo “pavese” del Maestro toscano. E come è noto, sono vergati a Pavia anche i suoi magnifici disegni anatomici e forse il celeberrimo “Uomo vitruviano”, nonché il dipinto del “San Girolamo” e molti altri suoi incompiuti progetti (quello del “gran cavallo”, lo sappiamo, guarda al pavese Regisole, così come taluni suoi disegni di chiese a croce greca paiono accostabili al progetto dell’erigendo Duomo pavese. Senza dimenticare la sua “Città ideale”, i navigli, ecc.)
Quanto alla “Isleworth Mona Lisa” o “Gioconda pavese” (un ritratto di Isabella d’Aragona, la giovane moglie di Gian Galeazzo Sforza marginalizzata col marito nella prigione dorata del Castello visconteo di Pavia) ne hanno impedito l’esposizione problemi non superabili nel poco tempo a disposizione. E così in mostra non rimane che un qualche tributo novecentesco, vale a dire la cornice senza il… quadro.
Tutto questo è davvero “terribile” e ora l’opposizione consiliare di centrosinistra al Mezzabarba (che quando era al governo ha tenacemente evitato di mostrare il benché minimo interesse sui trascorsi pavesi dell’italiano più famoso al mondo) chiede al sindaco di centrodestra la testa dell’assessora Mariangela Singali poiché, dicono, tutto questo suo agitarsi intorno a Leonardo è costato alla collettività quasi 400 mila euro (?).
Strano destino quello delle “assessore”. Ne ricordiamo infatti un’altra, la grande filosofa Silvana Borutti, appartenente al fronte opposto del centrosinistra, assai caparbia nel sostenere, solo una manciata d’anni fa, il cosiddetto “Festival dei Saperi”, la cui prima edizione era costata quasi un milione e 400mila euro in pubblico denaro (!?!).
Per la verità, Borutti altro non era che l’incolpevole foglia di fico d’alto censo messa a coprire una vergognosa partita di giro: emergerà che una parte cospicua di questi denari erano serviti a onorare taluni debiti pregressi contratti dal Partito democratico della sinistra e dalla Margherita (oggi Pd) con tipografi, creativi, centri di ricerca e altri “amici” nella onerosissima e privatissima campagna elettorale vinta nel 2005 da Piera Capitelli, la sindaca di cui per l’appunto l’inconsapevole professoressa Borutti diverrà assessore o assessora: ecco dunque a referto tipografie come la Nuova Ata di Genova (49.940 euro, che a suo tempo aveva curato la stampa dei materiali elettorali di Capitelli) e, altro esempio, Call centre come la Digis di Campochiaro (36mila euro), che pure ha contribuito al successo elettorale della Piera.
E se una parte del budget speso oggi per Leonardo è servito ad arredare alcuni spazi espositivi, che ne è – tornando al Festival dei Saperi e limitandoci a un solo esempio – che ne è, dicevo, delle 151 bandiere e dei 13 parallelepipedi-libreria costati al contribuente qualcosa come 144mila euro? Li avevano definiti un «patrimonio durevole di Pavia» ed erano costati quasi quanto il passivo della mostra su Leonardo, quantificabile in 177mila euro.
Aggiungo che, a differenza del benemerito Festival, la mostra sul Vinci non ha certo goduto di buona stampa. Un acceso livore sembra manifestarlo proprio “la Provincia Pavese”, quel foglio locale che, va pur detto, anni prima si era mostrato assai generoso con il chiacchierato Festival della Piera. E si capisce: il “busiardin” ha collezionato 97.200 euro di buoni motivi per simpatizzare: è la cifra che, in vista del Festival, l’amministrazione Capitelli ha versato in pubblicità al gruppo “Espresso”, di cui il foglio pavese era sino a ieri la locale articolazione.
Concludo con un breve accenno al budget a suo tempo conferito alla Wam&co di Stefano Francesca (quasi 500mila euro), ovvero a colui che del tribolato Festival è stato l’organizzatore, e della campagna elettorale di Capitelli è stato il conduttore. Francesca si era persino fregato il logo del Festival, disegnato dallo studio Lupi e pagato con fondi pubblici comunali. A questa e ad altre notizie il “busiardin” non ha mai dato spazio. Del resto, Francesca ne avrebbe volentieri concesso l’utilizzo al Comune di Pavia… previo esborso. Qualcuno lo ha impedito.


Post scriptum

Mostra su Leonardo: un’occasione perduta? Una cosa va subito detta: per la prima nazionale della “Isleworth Mona Lisa” (di produzione tutta pavese), un budget 400mila euro sarebbe parso anche modesto. Ma le cose hanno preso un’altra piega e ora, in mesi di pandemia e di fermo scolastico, si grida allo scandalo per i pochi visitatori. Mancata comunicazione? Biglietto d’ingresso troppo oneroso? A contenere il “danno” sarebbe bastato accordare per tempo condizioni di favore alle scolaresche d’ogni ordine e grado (ingresso gratuito in Santa Maria Gualtieri e prezzo simbolico di un euro per la mostra nel suo insieme).
Altri comuni hanno inteso celebrare l’anniversario della morte di Leonardo finanziando piccole e grandi iniziative con fondi statali e regionali; ma i progetti erano da presentare per tempo, e l’amministrazione Depaoli, pur sollecitata, non lo ha fatto. Si poteva approfittarne per rendere disponibili in forma virtuale i codici della biblioteca viscontea del Castello pavese, ora in microfilm, un luogo notoriamente frequentato da Leonardo. Altro progetto di modesta spesa, quello di un percorso vinciano in città: al Castello in piazza Duomo in Santa Maria alle Pertiche, a Canepanova, a palazzo Bottigella, lungo il naviglio, lungo il Ticino ecc. si potevano collocare targhe con la riproduzione dei disegni del Vinci relativi ai luoghi, accompagnandoli con le descrizioni offerte da lui stesso e dal Petrarca.

Il tamburo di lotta

22 aprile 2020 by

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Giovanni Giovannetti “sta a casa”, e da casa legge la sua introduzione a Il tamburo di lotta (in uscita a luglio), un libro sugli scioperi del Baltico che nel 1980 hanno cambiato la storia della Polonia e dell’Europa.

Lo smog aumenta i morti da Coronavirus

10 aprile 2020 by

Perché in Lombardia il massimo dei contagi e dei morti da COVID19? La modesta visione del chimico
di Paolo Ferloni

Dalla metà dello scorso febbraio, quando alle notizie sulla diffusione del Coronavirus COVID19 in Cina e in Corea del Sud si sono aggiunte in Italia informazioni, dapprima scarse o modeste, poi via via più frequenti, sulla presenza del virus stesso nel Nord Italia, le regioni della pianura padana e da marzo l’intero Paese si trovano a fronteggiare quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito una ‟pandemia”, cioè una malattia epidemica con tendenza a diffondersi ovunque e ad investire popolazioni intere in più Paesi, con conseguenze globali.
Si pone l’interrogativo, vitale per noi lombardi, avanzato giustamente su ‟il manifesto” del 20 marzo 2020 dallo storico e saggista Piero Bevilacqua: «perché tanta mortalità in Lombardia?», interrogativo che ormai tutti si pongono, come egli riconosce, ma al quale in generale non è facile trovare vere risposte. Bevilacqua avanza qualche ipotesi: ad esempio la «ghettizzazione delle specializzazioni mediche», con l’abitudine a «separare il corpo dell’uomo e le sue malattie dagli habitat in cui gli uomini vivono». Separazione chiaramente assurda. Oppure «è per non mettere in discussione l’assetto economico su cui è stato edificato il benessere sociale di quelle regioni?», domanda assai spinosa, alla quale ogni cittadino lombardo, se si confronta con la propria coscienza, potrebbe dare una personale, differente risposta.
Nel citare articoli scientifici che si trovano in rete, Bevilacqua ricorda correttamente che «la nostra più grande pianura ha condizioni meteo-climatiche e geofisiche uniche in Europa, e che gli inquinamenti dominanti sono dovuti agli allevamenti intensivi, alla concimazione chimica dei campi, ai fumi delle fabbriche, alle emissioni dei motori diesel». Questo quadro si completa se si considerano i tre principali gruppi di inquinanti abbondanti nell’aria della pianura padana: gli ossidi di azoto, l’ozono e il particolato atmosferico, cioè le polveri sottili PM10 e PM 2,5, le particelle che si depositano normalmente nei nostri polmoni, e che, date le loro proprietà fisiche e chimiche, sono in grado di agganciare parti di molecole di qualsiasi virus e trasportarle su lunghe distanze.
Va detto che in Lombardia operano da tempo gruppi scientifici che hanno studiato i danni dell’inquinamento alla salute ed attirato con forza l’attenzione della gente, dei giornalisti e degli amministratori sul tema della qualità dell’aria. Basti citare, tra l’altro, due libri recenti: Pier Mannuccio Mannucci e Margherita Fonte da Milano, in Aria da morire (Dalai 2013), illustrano studi sanitari svolti e risultati ottenuti in Italia e in Europa tra il 2000 e il 2012, mentre da Pavia Paolo Ferloni e Massimo Oddone in Se l’aria ci avvelena (Effigie, 2019), riferiscono sinteticamente i dati chimico-fisici relativi all’aria in Lombardia tra il 1998 e il 2018, e mostrano come la cattiva qualità dell’aria sia dannosa non soltanto a uomini e donne, soprattutto anziani e bambini, quanto anche implichi una serie di rischi ambientali per le condizioni di vita degli animali – dai più grandi ai più piccoli – e delle piante.
Nessuna meraviglia dunque se la popolazione lombarda, con la sua alta densità abitativa, sia potuta risultare più sensibile ed esposta all’ignoto nuovo virus di tipo influenzale lungo l’asse viario e commerciale Milano-Monza-Bergamo-Brescia, cioè le terre che più respirano polveri sottili e ossidi d’azoto, e in certe aree della bassa tra Milano-Lodi-Piacenza, inquinate inoltre da ozono, metano e ammoniaca. L’intenso traffico di veicoli sugli stessi assi viari principali della regione e di alcune province, sistema nevralgico del citato assetto economico, non avrà dato pure il suo contributo?
Altri interrogativi di un certo interesse: perché prevalgono i maschi tra i contagiati e i morti? E la diminuzione degli inquinanti, a seguito dei decreti governativi del Marzo 2020, ha dato speranze di miglioramento delle condizioni ambientali sia nelle campagne sia nelle città? E come mai sono tanto lente le cinetiche di decrescita del contagio? Più in generale manca la certezza sui dati epidemiologici, cioè su quali e quanti decessi siano stati causati dal virus, e sulle modalità di diffusione di esso in ospedali e in residenze per anziani in Lombardia. Temi su cui si sofferma Pino Arlacchi in un articolo su ‟Il Fatto Quotidiano” del 9 aprile scorso per interrogarsi sui numeri di vittime lombarde in confronto con quelle delle altre regioni e concludere che «L’anomalia italiana è la Lombardia», conclusione di pessimismo forse un po’ simmetrico alle visioni ottimiste di chi vede questa come la ‟regione modello” del Paese dal punto di vista amministrativo, economico e sanitario.
Qualche preliminare risposta su alcune questioni si comincia a trovare in questi giorni in lavori scientifici che sospettano e cercano di dimostrare una correlazione tra polveri sottili e decessi per Coronavirus e virus più in generale, che può essere ipotizzata anche per la Lombardia.
Negli Stati Uniti, dove scienziati anche prudenti stanno prevedendo un numero di vittime di COVID19 tra 100mila e 240mila, uno studio condotto dal gruppo di Biostatistica della Università di Harvard, già ben noto per le sue ricerche epidemiologiche sull’inquinamento atmosferico, sta discutendo l’ipotesi di una correlazione tra esposizione per lungo tempo a polveri sottili (PM 2,5) e incremento di decessi di pazienti di COVID 19 in funzione della concentrazione del particolato (si veda l’abstract in: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.05.20054502v1).
Un secondo spunto lo introduce un ‟position paper” di un gruppo di autori della Società Italiana di Medicina Ambientale e delle Università di Bologna, Bari e Milano. Essi hanno rilevato in un lavoro (coordinato da Leonardo Setti di Bologna e già citato nella stampa nazionale) che «nel caso di precedenti casi di contagi virali, le ricerche scientifiche hanno evidenziato alcune caratteristiche della diffusione dei virus in relazione alle concentrazioni di particolato atmosferico». Per la Cina si citano lavori in cui furono considerati decessi per influenza aviaria e morbillo, relativi agli anni 2016 e 2017, mentre per l’Italia, considerando quanto avvenuto dall’inizio della diffusione del COVID19 nel 2020, si è visto che «concentrazioni elevate di PM10 nel periodo 10-29 febbraio» possono aver accelerato la «diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia». (https://magazine.unibo.it/archivio/2020/03/19/coronavirus-il-particolato-atmosferico-accelera-la-diffusione-dellinfezione)
Si tratta di osservazioni preliminari e limitate, che meriterebbero di essere completate in uno studio più ampio, esteso nel tempo alla presenza costante di inquinanti in anni precedenti e nello spazio alle altre regioni: Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto, per comprendere davvero come il virus vi si è diffuso, e con quali velocità e intensità in ogni regione.
Pare in sostanza doveroso e giusto avvertire che i confronti spesso proposti e ricercati con altri Paesi europei (ad es. Germania, Regno Unito, Francia, Spagna) saranno poco significativi, o anzi fuorvianti, finché non si terrà conto dello stato di inquinamento da particolato sottile che persiste da più di una ventina d’anni sulla maggior parte della pianura padana. Sembrano peraltro essere parecchi coloro che respirano serenamente questo smog ricco d’inquinanti, italiani qui domiciliati, ma nati e residenti in altre regioni, nelle quali all’occorrenza tornano a rifugiarsi.

Leonardo da Vinci pavese d’elezione

14 febbraio 2020 by

Perché difendo la mostra pavese su Leonardo: è costata troppo? Nel 2006 per la tanto reclamizzata prima edizione del Festival dei Saperi (quattro giorni di poche, costosissime conferenze) il Comune spese sette volte tanto. L’hanno vista in pochi? Come parametro valutativo parrebbe alquanto fragile; detto questo, con due mesi a disposizione per allestimento e promozione sfido chiunque a fare meglio. Ha avuto scarsa eco sulla stampa? Diciamo che per colmare la lacuna sarebbe bastato acquistare fior di pagine pubblicitarie sui fogli locali: come i 97mila euro (più o meno la metà del costo di Looking for Monna Lisa, al netto delle infrastrutture) donati nel 2006 al gruppo della “Provincia pavese” per non recare danno al truffaldino Festival. E poi…

di Giovanni Giovannetti

 

Ci sono mostre comprate “a pacchetto”, che richiedono un modesto impegno organizzativo, e altre prodotte allo scopo di radicare conoscenza e destinate a fruttificare più avanti nel tempo. Looking for Monna Lisa appartiene a questa seconda categoria, poiché prende di petto una questione di stringente interesse locale, come la presenza di Leonardo da Vinci a Pavia e quel grandioso lascito in pensieri, parole ed opere che l’italiano più famoso al mondo ha messo a punto nelle sue frequenti visite ad amici, amiche e conoscenti in riva al Ticino.

 

Leonardo “cervello in fuga”

Qualche esempio tra i molti? I magnifici disegni anatomici di Leonardo (oggi alla Biblioteca reale di Windsor) sono vergati a Pavia nella «vernata» 1510-1511, tanto da immaginarlo nottetempo, in odore di eresia, a squartar cadaveri in decomposizione alla fioca luce delle candele in una qualche stanza dello Studium pavese, seguendo le indicazioni del grande anatomista Marc’Antonio Della Torre.
Il disegno dell’Uomo vitruviano, simbolo grafico del nostro tempo (è ovunque, anche sulla moneta italiana da un euro) trova maturazione a Pavia nel 1490, col protrarsi del soggiorno di consulenza sull’erigendo Duomo pavese.
Altro esempio: tutti o quasi tutti i disegni appartenenti al cosiddetto Manoscritto B (è a Parigi, e parrebbe un primo abbozzo di un vinciano trattato di architettura) hanno origine a Pavia.
E dovendo porre mano al “gran cavallo” (un grandioso monumento equestre in onore di Francesco Sforza, padre di Ludovico il Moro) eccolo rimirare l’antico monumento equestre pavese del Regisole («di quel di Pavia si loda più il movimento che nessuna altra cosa. L’imitazione delle cose antiche è più lodevole che le moderne», scrive Leonardo nel Codice atlantico).
Che dire poi della sua avveniristica “città ideale” «vissino a un fiume» e attraversata da canali a convergere nel «Tesino».

 

Gioconda pavese?

E veniamo alla Gioconda, ovvero al tema centrale della mostra pavese. Chi è davvero Monna Lisa? Quell’enigmatico sorriso potrebbe appartenere a Isabella d’Aragona, l’infelice moglie di Gian Galeazzo Sforza, a Pavia dal 1488 al 1497; lo comproverebbero i simboli della casata Sforza ben visibili sull’abito eppure sino ad ora elusi. Leonardo avrebbe dipinto il ritratto ufficiale della duchessa proprio al Castello visconteo, tra colonne solo abbozzate nell’incompiuto quadro al Louvre ma ben visibili, ad esempio, nella Vernon Gioconda (è negli Stati uniti) e nell’Isleworth Mona Lisa (è in Svizzera). Entrambe queste versioni sembrano precedere la Gioconda parigina.
Una Gioconda “pavese”? Ne è convinta la storica tedesca Maike Vogt-Lüerssen che, a riprova, segnala il velo sul capo e l’abito “Sforza” a lutto, di colore verde scuro e maniche in velluto nero decorato in scollatura da una catena di anelli interconnessi, simbologia della casata: «questa non può che essere Isabella d’Aragona» ha ribadito. Il dipinto al Louvre ne sarebbe una versione successiva. Secondo la studiosa pare possibile risalire alla data dell’“originale” poiché dopo la morte della madre Ippolita Maria Sforza il 19 agosto 1488 per nove mesi Isabella portò l’abito nero del “lutto grave” (e di nuovo nel 1494-95, alla morte del marito) e quel vestito in velluto verde e nero nei tre mesi che seguono. Dunque, a parere di Vogt-Lüerssen, «Leonardo dipinge il primo ritratto ufficiale della duchessa tra il 19 maggio e il 19 agosto 1489, ambientandolo al castello di Pavia», dimora di Isabella, sullo sfondo di due colonne.
Solo imprevedibili ostacoli burocratici hanno impedito l’arrivo a Pavia della Isleworth Mona Lisa, pensata come snodo focale di Looking for Monna Lisa. Un vero peccato. Ma ormai il dado è tratto, e la presenza vinciana a Pavia trova finalmente spazio tra gli argomenti di portata internazionale intorno ai quali coltivare la futuribile Città dei sapori e dei saperi.

Foibe?

6 febbraio 2020 by

di Giovanni Giovannetti

A poca distanza dal “Giorno della memoria” (27 gennaio, nel ricordo dei milioni di morti nei campi di sterminio nazifascisti), dal 2005 ogni 10 febbraio cade, a mo’ di bilanciamento, il “Giorno del ricordo”, nel ricordo delle «vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, […] di tanti innocenti colpevoli solo di essere italiani» (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 9 febbraio 2019).
È invece la ricorrenza della firma a Parigi di quel Trattato di pace che, nel breve volgere di qualche anno, consentirà la riammissione dell’Italia nel novero delle Nazioni unite. Ma nel Belpaese si preferisce tuttora ignorare questo fondamentale passo per la storia repubblicana ed enfatizzare la contemporanea perdita territoriale a cui è stato costretto dalle mire imperialiste del Fascismo, ricucendo sul Paese aggressore ovvero su noi stessi l’identità fittizia e auto-assolutoria degli italiani-brava-gente.

Viva l’Italia

E veniamo alle foibe. Un genocidio, come qualcuno lo ha dipinto? Il massacro di cittadini «rei soltanto di essere italiani»? Sono bugie. Come rileva Nevenka Troha (membro della commissione italo-slovena chiamata nel 1993 dai due governi a far luce sulla complessa vicenda), «i documenti confermano che gli jugoslavi non volevano affatto colpire e tantomeno eliminare gli italiani in quanto tali, ma catturare, perseguire e punire i responsabili e complici dei crimini fascisti e nazisti»; la studiosa aggiunge che i «dati disponibili sugli uccisi italiani confermano che si trattava in maggioranza di persone coinvolte nel fascismo e nel collaborazionismo, in particolare come membri delle formazioni militari, paramilitari e di polizia, anche se è verosimile che tra essi non tutti furono egualmente (o affatto) colpevoli a livello personale dei crimini commessi sotto quelle insegne. Le tensioni personali e collettive erano infatti quelle, senza precedenti storici, provocate dalle dittature fascista e nazista, alimentate dal razzismo e dall’imperialismo di Stato e culminante nello scatenamento di una immane guerra di conquista mondiale e di sterminio o assoggettamento delle “razze inferiori”».
Non tutto andrà secondo intendimenti. In queste terre adriatiche vocate al multilinguismo, i comunisti jugoslavi si dicono per la fratellanza tra i popoli, sia pure con accenti nazionalistici. La mano tesa agli italiani è però negata «agli esponenti fascisti di primo piano e ai criminali di guerra», come recita una comunicazione diplomatica jugoslava agli ambasciatori a Belgrado di Gran Bretagna e Stati uniti.
Ma siamo in tempi di rancore e per estensione anche qualche a-comunista o qualche innocente burocrate passerà per “fascista”.
Dopo due anni di scellerata e violenta occupazione nazifascista e venti anni di razzismo italiano a spese degli s’ciavi (con vari artifici fiscali, il fascismo ha espropriato le terre dei piccoli contadini croati e sloveni per consegnarle ad altri «di pura razza italiana»), siamo ora alla resa dei conti: con l’arrivo dell’esercito jugoslavo in Istria e a Trieste, dopo l’8 settembre 1943 e nel maggio 1945 – nonostante le disposizioni, che consigliano equità e prudenza per non sporcare la buona immagine internazionale dell’esercito di Tito – a volte prevalgono i risentimenti collettivi incontrollati, a sommarsi con gli arresti, i processi sommari e le vendette personali dovute a screzi o conflitti d’interesse.
Queste inutili violenze, duramente biasimate dall’“alto”, e in particolare da uno sconsolato Tito, inevitabilmente indeboliranno la forza contrattuale dei liberatori/occupatori di Trieste al tavolo parigino in cui si decide il destino della Venezia Giulia e dell’Istria (e Tito ne è consapevole).


Parigi val bene una mossa

A Parigi l’Italia ne approfitterà per gettare altro fango sugli s’ciavi, accrescendo artatamente l’entità degli infoibati e inondando quel tavolo di foto raccapriccianti, per poi definire questi indubbi orrori «di gran lunga più atroci da qualunque cosa possa esser stata effettuata da chicchessia in territorio durante la guerra compresi, che è tutto dire, i tedeschi» (sono le parole del segretario generale del ministero degli Esteri Renato Prunas al consigliere d’Ambasciata francese in Italia François de Panafieu).
Prunas mente sapendo di mentire, e ben lo sanno gli Alleati, più volte discretamente chiamati a smentire le cifre spacciate da Roma. Ad esempio, delle persone incarcerate in provincia di Trieste nei quaranta giorni di occupazione jugoslava (per le autorità italiane sono 2.472; una coeva relazione Alleata conterrà questo numero in 1.492 effettivi) non torneranno in 498; per buona parte sono militari, poliziotti e burocrati del regime. E come rileva un documento angloamericano dell’aprile 1947, «in certi casi sono stati notificati come deportati uomini che non avevano mai lasciato Trieste».
Dei detenuti italiani mandati a processo, qualcuno è condannato a morte e subito fucilato; altri sono rinchiusi nei campi di internamento o di lavoro jugoslavi a patire fame e malattie (e cioè gli stessi tormenti inflitti per anni dagli italiani a decine di migliaia di «allogeni») in Paesi, la Croazia e la Slovenia, piegati in due dall’occupazione nazifascista e con intere zone senza più rete idrica né fognaria.
Ad ogni buon conto, la maggioranza degli internati verrà rilasciata nel giro di pochi mesi; e dopo l’accordo del 1947 anche gli ultimi prigionieri potranno rincasare, beneficiando dell’amnistia concessa loro nell’estate 1948 dal governo jugoslavo.

E allora queste foibe?

Il numero delle persone spinte in quell’abisso non lo sapremo mai; ma al di là delle cifre, in un appunto del 20 giugno 1947 al ministro degli Esteri italiano Vittorio Zoppi traspare chiaro l’intento manipolatorio, là dove si legge «che il mettere in cattiva luce le atrocità degli jugoslavi nei confronti degli italiani è uno degli scopi cui tendiamo perché in questo modo possono crearsi le premesse necessarie per rifiutare la consegna di italiani alla Jugoslavia» (i criminali di guerra italiani rivendicati dagli jugoslavi sono 833 e tra loro i generali Gambara, Grazioli, Roatta, Robotti e Orlando).
Prendiamo ad ulteriore esempio la foiba-simbolo di Basovizza: è un pozzo artificiale profondo 256 metri scavato ai primi del Novecento in cerca di carbone. Basovizza viene ritenuta la tomba di tremila italiani e per questo motivo è stata dichiarata monumento nazionale. Ma a farne una fossa comune arrivano primi i nazifascisti che vi gettano ostaggi e partigiani. E buona seconda arriva la famigerata banda del vice questore Gaetano Collotti (articolazione dell’Ispettorato speciale di pubblica sicurezza retto dal famigerato questore di Trieste Giuseppe Gueli): sono 35 fascistissimi torturatori che, pervasi da estrema crudeltà, erano soliti infoibare le vittime di queste loro criminali imprese.
Passato qualche anno, dopo la dura battaglia di Basovizza del 30 aprile 1945, gli jugoslavi vittoriosi, temendo epidemie, lì dentro getteranno centinaia di militari italiani e tedeschi morti combattendo, assieme a carcasse di cavalli, abbondante materiale militare e forse qualche altro italiano: il 3 maggio diversi «questurini» della banda Collotti sono infatti portati a Basovizza. Stando al ricordo di don Virgil Šček, «alla sera li fucilarono e li gettarono nelle cavità». Non è dato sapere in quale cavità.
Finita la guerra, nell’estate 1945 da quella fossa gli angloamericani esumeranno diversi resti umani (vengono estratte anche otto salme intere, appartenenti a sette soldati tedeschi e un civile). Insomma, dei millantati infoibamenti di massa a Basovizza non pare esserci traccia. E non a Monrupino, altro “monumento d’interesse nazionale”, la tomba comune di centinaia di tedeschi caduti nella battaglia di Opicina dell’aprile-maggio 1945. E nemmeno a Gropada (da quest’ultima foiba verranno esumati “solo” cinque cadaveri, quattro uomini e una donna uccisi nel maggio 1945 per vendetta personale).
In sintesi, se tra gli studiosi v’è chi accredita la morte di migliaia di persone a scopo di pulizia etnica nella sola fossa di Basovizza, altri invece avvertitamente la ritengono un clamoroso falso storico e, cifre alla mano, indicano in poco più di mille il numero complessivo degli infoibati nel maggio-giugno 1945. A sommarsi con le circa 400 vittime in Istria nel settembre 1943 (204 gli infoibati, fra cui venti tedeschi). Dunque, per quanto numerose siano state queste morti, non è stato genocidio (e avvicinare le foibe all’olocausto è pura follia).
Nel caos dopo l’armistizio, fra il 15 settembre e il 4 ottobre l’Istria interna è infatti percorsa da improvvisati plotoni di ribelli armati, fermati solo più tardi – non senza fatica – dal movimento partigiano: al più si tratta di contadini s’ciavi furiosi per gli indubbi torti subiti e in cerca di malcapitati “nemici del popolo”.


«…il più vivo disprezzo»

Del ventennale clima di violenza fascista e della mano pesante di Mussolini con questi connazionali di etnia croata e slovena, poco prima dell’8 settembre (l’annuncio dell’armistizio) si era fatto testimone il vescovo di Trieste e Capodistria Antonio Santin. Pur essendo notoriamente benevolo con il Fascismo, in una lettera del 12 marzo 1943 al sottosegretario agli Interni Guido Buffarini Guidi l’alto prelato denuncia violenze su «giovani donne e perfino minorenni che vengono denudate completamente e si abusa di loro in modo osceno e crudele. Pieni di lividure» scrive Santin «uomini e donne sentono il più vivo disprezzo per coloro che così li martoriano». Segue la supplica: per l’onore dell’umanità e «per il buon nome dell’Italia, per il rispetto della legge e dell’autorità» tali violenze «devono cessare!» poiché, osserva profeticamente il vescovo, «quando la persona umana non ha più nessun diritto si rivolta violentemente, perché non ha più nulla da perdere».
Ma tra questi armati rancorosi e crudeli, va detto (ce lo ricorda Giacomo Scotti, uno dei più attenti studiosi di questa materia ardente), sono pochi, davvero pochi i partigiani. E ancor meno i comunisti italiani, lì per lì contrari ad una resistenza armata nell’Istria nonché alla sua unione con la Croazia (in linea con Togliatti, proponevano di rinviare a fine guerra ogni contenzioso territoriale). Per questo motivo i comunisti italiani sono marginalizzati, quando non avversati, dal Partito comunista croato.

Operazione Istrien

Dopo l’8 settembre 1943, da subito i tedeschi si riaffacciano aggressivi sul litorale istriano. L’11 settembre una colonna motorizzata viene affrontata dagli insorti e da soldati italiani in una sanguinosa battaglia al bivio di Trizzano a sud del fiume Quieto, e di nuovo al canale di Leme e presso la zona carbonifera dell’Arsia.
Il 2 ottobre, guidati da ascari fascisti del posto, colonne tedesche partite da Trieste, Fiume e Pola sciamano impietose nei villaggi dell’interno massacrando e bruciando (è la cosiddetta operazione “Istrien”, al superiore comando di Erwin Rommel).
Villanova del Quieto, Grisignana, Pisino, Salambatti, Carmedo, Albona, Grisilli, Gimino, Cressini… come scrive Scotti (si riprende un esempio fra i tanti), a Cressini questi criminali in divisa rinchiudono in una casa tre madri con cinque bambini, poi gettano una bomba dalla finestra e appiccano il fuoco. Davanti al villaggio, due sorelle sono uccise, i loro corpi sono gettati su una pila di paglia e bruciati(Scotti).
In un documento del 28 gennaio 1944 di penna Ustaša (i fascisti croati amici di Hitler e di Mussolini), la narrazione dell’orrore non è da meno: si legge infatti che a Gimino i tedeschi «hanno ucciso 15 bambini al di sotto dei sette anni, 197 adulti e 29 sono morti sotto i bombardamenti, in totale 241 persone. Nella vicina Coppellania di Cere, che conta 1.300 anime, hanno ucciso due donne e sessantadue maschi. Non si sono mai preoccupati di accertare se qualcuno fosse partigiano o no, ma hanno fucilato a casaccio come a loro piaceva. In molte case hanno mangiato e bevuto abbondantemente e poi, andandosene, hanno ammazzato uno o due castigliani». Non mancano le cronache di violenze a donne e ragazze, e l’annotazione che nel villaggio di Parizi gli unici sopravvissuti sono «due maschi, ottantenni».
Insomma, la sola operazione “Istrien” costa la vita ad almeno tremila persone (e diversi partigiani fucilati dai tedeschi poi gettati in foiba passeranno per vittime della “violenza slava”). Anche i Četnici serbi e croati – filomonarchici e anticomunisti – uccisi dai partigiani il 22 settembre 1943 nella presa dell’isola di Lussino verranno conteggiati tra gli infoibati da sedicenti storici neofascisti.

Genocidio sì, ma culturale

Chi si ricorda di loro? Nessuno può vantare l’esclusiva del lutto, e le sofferenze e i diritti di sloveni e croati vilipesi e massacrati non sono da anteporre a quelle dei civili italiani ammazzati o indotti a partire. Ma se tuttora è salda la memoria dei quattrocento istriani infoibati e dei quasi 300mila «naufraghi nella tempesta della pace» (è la poetica citazione ripresa dal cinegiornale “Settimana Incom” del 21 febbraio 1947 sui profughi giuliano-dalmati), pochi rammentano, rimanendo in Istria, il brutale eccidio nazifascista di più di 3mila italiani di lingua e cultura croata e slovena, uccisi per rappresaglia nell’operazione “Istrien” del settembre-ottobre 1943. E nel Friuli non sono meno le vittime civili dei tremendi rastrellamenti compiuti dai nazifascisti nell’autunno 1944. Tutti “banditi”? Quasi tutti sono civili inermi.
E chi ricorda, altro esempio, il pianificato genocidio culturale delle minoranze slovene e croate della Venezia Giulia (allargato, dal 1941, alla Slovenia meridionale occupata): chiusura coatta delle scuole dove si insegna il croato e lo sloveno; vietato l’uso di queste lingue negli uffici pubblici e nei luoghi di lavoro; chiusura di 31 giornali; scioglimento di circa 400 circoli ricreativi, ecc. Sono anche vietate le scritte in lingua s’ciava sulle pietre tombali… Insomma, il Fascismo vieta loro di comunicare e, fosse possibile, persino di pensare nella lingua materna. «È lecito invadere le case, i campi, le chiese di questi slavi e imporre loro con le rivoltelle in pugno di non amare, di non pensare e di non pregare in slavo?» si domanda allora, sin dal 1921, lo scrittore triestino Giani Stuparich, medaglia d’oro al valor militare.

Memoria condivisa? No, grazie

Nell’ottobre 1993 è stata istituita una Commissione bilaterale italo-slovena di 14 esperti, anche nel tentativo di arrivare a una interpretazione condivisa di questi fatti. Nella Relazione finale fra l’altro leggiamo che il fascismo provò a realizzare «un vero e proprio programma di distruzione integrale dell’identità slovena e croata» e gli arresti e le uccisioni che seguirono «si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo Stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo». Ma, come lamenta Jože Pirjevec, storico di orientamento liberale, se i «componenti della Commissione furono all’altezza di quest’arduo compito» non così è stato per i politici, «quelli di parte italiana, che non se la sentirono di avallare un testo troppo distante dalla vulgata da essi stessi costruita» evitando di pubblicarla in forma ufficiale, come invece è avvenuto in Slovenia.
Ma poiché ogni morte innocente è da considerare un crimine, cosa cambia? Cambia che la strumentalizzazione politica di queste morti, l’esibizione di falsi numeri e di false circostanze, mira a porre sullo stesso piano il fascismo e l’antifascismo, dando così modo ai fascisti di ora di oscurare i crimini dei fascisti di allora, sovrapponendo e confondendo tragedie incomparabili come l’olocausto e le foibe. In Italia più che altrove teatrino di opposte rappresentazioni, rimane elusa l’aspettativa di una memoria pubblica suffragata dai fatti e inclusiva «delle sofferenze e dei dolori di tutte le vittime: italiane, slovene, croate» (Guido Crainz) ovvero quel sereno confronto tra memorie, anche differenti, che s’imporrebbe nel comune orizzonte europeo.

Sorella luna

19 luglio 2019 by

Una bellissima e spiazzante rilettura del Cantico delle Creature di San Francesco, operata da Milani sul “Messaggero dei Ragazzi” del 9 febbraio 1975: «Laudato sie, mì Signore, per sora luna e le stelle…» sembra dire Francesco all’astronauta e agli umani del nostro tempo.

Senza pudore

24 maggio 2019 by

Jacopo Vignati, 31 anni, è il segretario provinciale pavese della Lega Nord. Da qualche mese il Vignati è anche presidente dell’Aler di Pavia e Lodi, l’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale che gestisce un notevole patrimonio di edilizia pubblica nelle due provincie.
Ebbene, questo tale ha preso carta e penna e indirizzato una lettera a tutti gli inquilini Aler di Pavia invitandoli – lui, il presidente dell’Aler – a votare alle elezioni Amministrative pavesi per il leghista Fabrizio Fracassi e alle Europee per l’altrettanto leghista Angelo Ciocca: «Per favorire ancora di più il nostro impegno sulle politiche abitative in questa tornata di elezioni comunali ed europee» si legge, «potete anche voi fare qualcosa di concreto per portare a casa altre opportunità di crescita per la vostra realtà». E questo atto concreto, stando al presidente Aler, è votare «Fabrizio Fracassi a Sindaco della Città di Pavia». La lettera prosegue con l’invito, alle Europee, a dare la preferenza ad «Angelo Ciocca, persona che conosce la nostra realtà». Firmato Jacopo Vignati. Senza pudore.

Elezioni

23 maggio 2019 by

Alle elezioni amministrative pavesi del 26 maggio darò la mia preferenza a Pierangelo Monni e Stefania Vilardo di Insieme per Pavia, candidati nella lista Pavia a colori. Loro e non altri perché appartengono al gruppo che in questi anni più di chiunque ha svolto un documentato controllo civico sull’operato della pubblica amministrazione, denunciando illeciti urbanistici (Greenway, Punta Est, Santa Clara ad esempio), impedendo speculazioni immobiliari sopra importanti aree verdi come il parco della Vernavola ed impedendo le infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto socioeconomico cittadino.
Ecco perché Stefania, ecco perché Pierangelo: per difendere la legalità, la trasparenza e la partecipazione nella pratica amministrativa, stimolare progetti di valorizzazione dell’ambiente storico e naturale, cominciare ad immaginare nuove prospettive per una città che potrebbe trasformare le sue criticità in risorse, per esempio le aree dismesse.
Ma soprattutto per fare fronte comune contro una destra che taglia finanziamenti all’Università, al polo sanitario, ai trasporti e all’edilizia pubblica, con il risultato di un peggioramento della nostra qualità della vita, senza contare le politiche di aggressione ai diritti dei più deboli o di chi è ritenuto un diverso.

Giovanni Giovannetti

L’inumano

26 aprile 2019 by

di Giovanni Giovannetti

La lotta di Liberazione, ha scritto il 25 aprile scorso Marco Revelli sul “Manifesto”, «fu la vittoria dell’umano sull’inumano».
Ma quale etica pubblica e politica possiamo permetterci settant’anni dopo? Quella di chi è allegramente keynesiano con le banche e i bancarottieri e tristemente liberista con i lavoratori? Quella di una società ormai priva di mobilità sociale che vede sempre più dilatarsi la forbice delle diseguaglianze? Quella della società di ceto – cioè basata su ceti immobili – che si sta palesando all’orizzonte?
Tra le conseguenze, c’è la distruzione della società salariale e dello stato sociale, mentre s’impongono le aggressive economie delle transazioni finanziarie. Le retribuzioni italiane sono ormai di gran lunga inferiori alla media europea (nel 2000 erano di oltre 4 punti percentuali sopra). Con la precarizzazione del lavoro cresce il senso di insicurezza, la sfiducia nel futuro e nella possibilità di mantenere il proprio benessere. Negli ultimi vent’anni più di 120 miliardi di euro – l’8 per cento del Prodotto interno lordo – sono passati dai salari ai profitti, 5.200 euro in media all’anno a lavoratore, 7.000 euro se escludiamo i lavoratori autonomi (mentre i primi cinque manager nazionali continuano a guadagnare insieme circa 102 milioni di euro, equivalenti al salario lordo di 5.000 operai. Contemporaneamente, il potere d’acquisto delle pensioni è drammaticamente sceso del 33 per cento e tra i più giovani un minorenne su tre è a rischio povertà). Una montagna di denaro sottratta all’economia produttiva e ricollocata in ambito finanziario ormai al collasso: crisi annunciata, poiché da tempo in incubazione. La casta politico-economica ha pensato di spalmarla sui lavoratori, sui pensionati e sulla piccola e media borghesia impoverita, spostando su comodi capri espiatori (gli zingari, gli immigrati) l’«eccesso di paura» (Bauman) e la frustrazione di chi è povero o si vede scivolare lungo la china della povertà. È quel disagio generalizzato della cittadinanza che Alessandro Portelli sullo stesso numero del “Manifesto” ha amaramente definito degli “ammazzanani”: invece di prendersela con le élite al potere, vecchi e nuovi poveri danno addosso a chi è ancora più povero – zingari, immigrati, marginali – derubricati a non-cittadini.
Il vuoto politico e l’incapacità di incontrare chi è più toccato dalla crisi sembrano minare lo stesso principio di democrazia. Finita l’era dei partiti-chiesa, invocare l’“uomo forte” ormai non pare un tabù, e qualcuno già si dispone a occupare quello spazio. La fuga a destra del Partito democratico in un Paese dai già ridotti ammortizzatori sociali rende ancora più esplicita l’incapacità di rappresentare chi sta facendo fatica.
La forbice si allarga: aumentano i profitti per mafie e affaristi e, specularmente, calano quelli delle famiglie, dei pensionati e dei precari, sempre più numerosi. Il vero conflitto è tra i poveri senza speranza di emancipazione e questo “nuovo Potere” cattivo, aggressivo e autoreferenziale: mero prolungamento nel sociale delle lobbies economico-finanziarie, da qualche anno la politica ha chiamato l’esercito nelle strade delle principali città a tastare il polso agli italiani militarizzando l’ordine pubblico.
L’attuale radicalizzazione del conflitto sociale sembra richiamare quelle misure, degne di uno Stato autoritario, volte a impedire con ogni mezzo la saldatura tra il sempre più tangibile e frammentato arcipelago senza rappresentanza dei precari a vita (mantenuti in concorrenza fra loro), il ceto medio in difficoltà e i pensionati con la minima. Andiamo ormai verso la sospensione di alcune garanzie fondamentali, siamo alle prove generali di regime, in cammino verso un nuovo “ordine” volto a soffocare ogni forma di dissenso e a sostituire la democrazia con la democrazia apparente, la legalità apparente.
Un passo indietro mezzo secolo e risuona l’eco dell’Italia repubblicana descritta da Pasolini in romanzi, film, articoli, poesie. Un altro passo ancora ed ecco l’Italia precapitalistica descritta da Leopardi nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani (1824), l’eco dell’individualismo popolare e dell’arretratezza di una classe dirigente miope e benestante, attenta al suo tornaconto e chiusa ermeticamente alle novità socioculturali che attraversavano l’Europa. Sembra oggi.

Alla fiera dell’Est

22 aprile 2019 by

L’altra Resistenza: osovani, fascisti e quel “fronte unico” anticomunista
di Giovanni Giovannetti

Guido Pasolini, fratello minore di Pier Paolo, è tra i partigiani della Osoppo massacrati nell’eccidio di Porzûs, in Friuli, del febbraio 1945; un martirio che segnerà Pier Paolo per tutta la vita.
Ma una scottante verità preme allo scrittore mentre lavora a Petrolio: la verità sulle relazioni intercorse tra la brigata partigiana Osoppo e la Decima Mas repubblichina di Junio Valerio Borghese, tanto che, per saperne di più, nell’estate 1971 lo scrittore chiede inutilmente di incontrare il principe filo-golpista. Purtroppo Borghese è ormai latitante in Spagna.
Pasolini avrebbe potuto allora rivolgersi a qualche altro testimone diretto, come ad esempio l’ex maestra e missionaria del fascismo Maria Pasquinelli, agente di collegamento tra Governo del Sud e Borghese e fautrice di quell’accordo: vent’anni prima a Lucca, al processo per l’eccidio di Porzûs, Pasquinelli aveva ammesso d’aver preso contatti con l’Osoppo «attraverso l’ufficiale che il Borghese mi aveva indicato», e che i capi osovani «si dichiararono pronti a trattare in merito personalmente con il Borghese» (e deponendo al “processo Borghese” dirà inoltre che fu «introdotta presso le formazioni Osoppo per mezzo dei partigiani Enea e Bolla», i partigiani osovani Gastone Valente e Francesco De Gregori, poi massacrati a Porzûs. In seguito negherà d’aver conosciuto Bolla).
Ma la conferma più autorevole arriva dallo stesso Borghese, e proprio al processo lucchese: «Vi fu un incontro a Vittorio Veneto fra il capitano Morelli ed un signore che allora si faceva chiamare colonnello Verdi e che recentemente ho saputo chiamarsi Grassi».
Di questi incontri se ne potrebbero contare forse due: come scrive l’aiutante di campo di Borghese Mario Bordogna, «il 1° gennaio 1945, d’accordo col comandante Borghese, il capitano Morelli ebbe un primo abboccamento col capo partigiano Verdi (nome di battaglia di Candido Grassi) alla presenza del tenente Boccazzi» (Alfonso Cino Boccazzi, ambigua figura di ufficiale del Sim badogliano, “catturato” dalla Decima).
Verdi è tra i firmatari, il 23 giugno 1945, della denuncia per l’eccidio di Porzûs. A dire di Bordogna, il partigiano aveva infine avanzato «una sorprendente proposta: formare un gruppo il cui comandante sarebbe stato un elemento della Decima (che avrebbe dovuto fornire le armi) e il vicecomandante un elemento della “Osoppo”». Inutile ricordare che «l’accordo da stipulare per la formazione di questo gruppo militare-partigiano sui generis, avrebbe ovviamente contemplato anche un patto di reciproca non-aggressione».
Di più: questi “italiani” si autoproclamano patrioti e nazionalisti ma sono collaborazionisti di un esercito di occupazione, quello tedesco. Doppiamente collaborazionisti: dall’ottobre 1943 il Friuli, la Venezia Giulia, la provincia di Lubiana, Fiume, Gorizia e le isole del Quarnero, sottratte alla Repubblica sociale, passano infatti sotto l’autorità civile del Gauleiter di Klagenfurt. Il Nordest è rinominato Adriatisches Künstenland, Litorale adriatico, e si prospetta a fine guerra, se vinta, un suo qualche accomodamento nella futuribile Grande Germania.

Osovani in camicia nera

A fronte di uno scenario tanto magmatico, che dire poi degli osovani in camicia nera visti all’opera nel cosiddetto “presidio di Ravosa”, costituito il 28 gennaio 1945 (pochi giorni prima dell’eccidio di Porzûs) in un “patriottico” accordo tra la Milizia fascista e il comandante della 1ª Divisione Osoppo Marino Silvestri Alfredo (è la Divisione a cui appartiene Guido Pasolini, il fratello minore di Pier Paolo; nel dopoguerra ritroveremo Silvestri in Gladio), con il beneplacito di Francesco De Gregori Bolla e del suo delegato politico Alfredo Berzanti Paolo, il futuro primo presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia. Al processo di Lucca diranno che era per proteggere Ravosa dai saccheggi dei cosacchi, alleati e complici delle malefatte di nazisti e camicie nere.
L’accordo è preceduto da vari incontri preparatori di Silvestri, Berzanti e altri osovani – Dino Bonetti Tullio, Agostino Benetti Gustavo e Armando Cuberli Astrakan – con il capitano della Milizia difesa territoriale Bruno Valter Pozzi e il federale udinese Mario Cabai, quest’ultimo legato a Bolla da «fraterna amicizia» sin dai tempi del comune apprendistato militare all’Accademia di Modena. Costoro – fascisti, osovani, spioni e clero – son tutti votati a comuni intendimenti antislavi, tanto da confezionare false notizie che davano per imminente una «invasione slava» del Veneto e giustificare anche così quello strano miscuglio di forze formalmente nemiche inscenato a Ravosa; arrivano persino a prefigurare un attacco al presidio partigiano sloveno di Robedischis, approvato tra gli altri dallo stesso Bolla.
Al solito, non viene meno la tolleranza germanica (come scrive Jože Pirjevec, «è un fatto che gli osovani intrattennero rapporti “diplomatici” con la Wehrmacht e con i suoi collaboratori cosacchi»). Pare incredibile ma, guidati da ufficiali repubblichini e da loro addestrati e armati di tutto punto, questi osovani prenderanno parte a più d’un rastrellamento anti-garibaldino. Al processo di Lucca ne ha dato fra gli altri testimonianza Zeffirino Rossi Amos, un garibaldino arrestato nel marzo 1945 dai doppiogiochisti del presidio di Ravosa e rinchiuso nel collegio Marconi di Udine: da lì, il prigioniero vede «gli osovani uscire ed entrare con la macchina e la moto, ed io mi domandavo come potevano fare ciò».
E sempre a Lucca, l’osovano Francesco del Negro: «Ci dissero di andare a Ravosa e qui giunti ci dissero di andare a vestirci a Udine con la divisa dei repubblichini. Con me erano diversi altri. Ci dettero la divisa grigio verde, una camicia nera ed una camicia grigio verde. Sul berretto ricordo che c’era il fascio».
Ermenegildo Qualizza, altro osovano, ai giudici: «Il presidio era comandato da ufficiali repubblichini. Il comandante è sempre stato un tenente e c’erano anche tre sottufficiali». Qualizza puntualizza che era «vestito come gli altri, in grigio verde, ed avevamo due camicie una grigio verde ed una nera». Ma ben di peggio Qualizza ammette di aver preso parte a rastrellamenti antigaribaldini: «Ricordo che a Udine un giorno, mentre facevamo istruzione, ci portarono a un rastrellamento e bisognò andare» (questa circostanza è confermata dal capitano della Milizia fascista Bruno Valter Pozzi e da altri testimoni).

La realtà è romanzesca

Altrettanto surreale appare la deposizione di Remigio Rebez detto “la belva di Udine”, nuotatore paracadutista della Decima Mas di stanza al Centro di repressione presso la famigerata caserma “Piave” di Palmanova, un luogo in cui lo stesso Rebez tortura e ammazza i partigiani: come si legge, la maggior parte erano garibaldini, mentre i pochissimi dell’Osoppo «erano trattati benissimo e io stesso sono andato con loro al cinematografo». Rebez porta numerosi esempi, concludendo che «i patrioti dell’Osoppo arrestati sedevano alla mensa unitamente ai sottufficiali del Comando della Milizia» (questa deposizione, resa a Udine del 13 giugno 1945, è agli atti del processo lucchese di Porzûs).
Su un altro piano, Rebez ricorda il capitano delle SS Pakebusch, (comandante del centro di repressione antipartigiana della caserma “Piave” di Palmanova) gradito ospite a Villa Mangilli del facoltoso marchese Ferdinando Mangilli, esponente dell’Osoppo e membro dell’Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno.
Questa “guardia civica” patriottica e anticomunista di Ravosa è gerarchicamente alle dipendenze del comando tedesco; associa osovani, camicie nere, cani sciolti e gli alpini repubblichini del Reggimento “Tagliamento” (fucilatori di partigiani, a guerra ormai finita confluiranno nella Osoppo), poiché l’ombra lunga dello strano consorzio sembra riverberarsi sull’Italia a venire: nel “presidio” si intravvede infatti il primissimo vagito di Gladio.

A ciascuno il suo

20 aprile 2019 by

In risposta a Luigi Furini
di Giovanni Giovannetti

Secondo l’ex Consigliere comunale di maggioranza/opposizione Luigi Furini, negli ultimi dieci anni «Pavia non ha fatto passi avanti». Ah, Pavia non ha fatto passi avanti?
Nel maggio 2009 un candidato sindaco pavese venne sorpreso a Canossa, al desco del capo mandamento locale reduce da nove anni di galera per narcotraffico. Ora quel capo mandamento nuovamente pasteggia in galera, a scontare una ulteriore condanna a 18 anni di reclusione per associazione mafiosa (e già questo è un bel passo avanti); e a quel suo temporaneo compagno di merende mal gliene colse poiché, cinque anni dopo i pavesi, destra inclusa, si guarderanno bene dal confermarlo.
Il suddetto mafioso si era nel frattempo vocato alla politica locale e alle cointeressenze: infatti, al mafioso faceva capo una società immobiliare condivisa, guarda un po’, con un Consigliere comunale di centrodestra, lo stesso personaggio che nel 2009 verrà elevato dal vittorioso sindaco reduce da Canossa al rango di presidente della Commissione comunale Territorio. Dopo gli arresti dell’indagine Crimine-Infinito (finisce ai ceppi anche il nostro malavitoso) quel chiacchierato consigliere o presidente di centrodestra passerà in un amen dalle 502 preferenze ottenute nel 2009 alle 280 di cinque anni dopo (meno 222!) e non verrà rieletto.
Stessa sorte elettorale per l’ex assessore ai Lavori pubblici nonché socio in affari di un amico degli amici (colui che si faceva passare per la “mente politica” del sindaco votato a Canossa) quell’amico degli amici poi condannato a undici anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Un altro bel passo avanti, caro Furini, lo si compie nel 2015, quando i vertici politici e contabili della compartecipata municipale sono sbullonati dalle loro cadreghe d’oro e consegnati brevimano alla giustizia. Il motivo? Hanno rubato all’incirca un milione e ottocento mila euro (ma il danno complessivo per la municipalità è calcolabile in più di 4 milioni di euro!).
Si scoprirà che presidente ed altri esponenti apicali della suddetta compartecipata avevano lucrato un po’ su tutto, persino sulle diarie (il presidente si auto-elargiva 2500 euro al mese in rimborsi, in aggiunta allo stipendio; agli altri cifre di poco inferiori): sorpresi con le dita nella marmellata, hanno dovuto restituire il maltolto.
Insomma, nel 2014 in cabina elettorale i pavesi hanno saputo tenere occhi ben aperti: se avessero confermato il sindaco canossiano, molto probabilmente i destrorsi trapananti della municipalizzata sarebbero ancora lì a rubare e non in galera, a meditare sulle loro malefatte.
C’è dell’altro. Negli ultimi cinque anni non abbiamo più avuto scandali urbanistici come lo scandalo di Punta Est, ma condanne: condannato a tre anni di reclusione un dirigente comunale infedele (abuso d’ufficio e truffa); condannato fra gli altri un ex vicesindaco riciclatosi lobbysta degli affaristi (quattro anni per corruzione). Di più: salutato il sindaco di Canossa e taluni amici degli amici, il nuovo Consiglio comunale non ha deliberato altre lottizzazioni abusive e altro inutile consumo di suolo, come invece si era visto fare nel recente passato: a triste esempio, nel 2010 centrodestra al governo e centrosinistra all’opposizione votarono congiuntamente – e scandalosamente – una lottizzazione abusiva lungo la Greenway dalle parti di Montemaino, in pieno Parco della Vernavola (assessore all’urbanistica era l’attuale candidato sindaco del centrodestra) là dove albergavano gli interessi di un ex consigliere comunale di… centrosinistra: delibere poi cancellate dal Tar.
Né si sono più visti documenti di Giunta che autorizzano l’edificazione di palazzine in delicate aree del centro storico (come le ortaglie delle Clarisse) o la destinazione a residenziale di estese aree nell’alveo del Ticino, ovvero in zone fluviali soggette ad allagamenti.
Gli esempi abbondano, lo spazio no. Allora mi fermo augurando al Furini fortune sportive migliori di quelle avute come pubblico amministratore.

Un uomo onesto, un uomo probo

12 marzo 2019 by

di Giovanni Giovannetti

Sfiduciato dal suo stesso partito, il sindaco di Pavia Massimo Depaoli si è dimesso dopo anni difficili, anni di “fuoco amico” sul più onesto primo cittadino degli ultimi vent’anni.
I reali motivi alla base del ben strano comportamento di taluni consiglieri comunali di maggioranza li ha sintetizzati Fabrizio Merli sulla “Provincia Pavese” di domenica 10 marzo, là dove ricorda l’opposizione di Depaoli al progetto di parcheggio sotterraneo in piazza Castello nonché i suoi legittimi impuntamenti sulla governance di Asm, dopo che la frammentazione di questa compartecipata in un buon numero di controllate (e relativi cda) più che favorirne la funzionalità è servita a farne il maldestro porto dei traffici dei Chirichelli dei Filippi dei Tedesi e degli Antoniazzi, poi messi ai ceppi non certo dall’allora opposizione consiliare di sinistra ma su denuncia di tale Duccio Bianchi da Firenze, e non Pavia, che del sindaco galantuomo diverrà il fiduciario.
Ora, il Partito democratico è quello che è, localmente non brilla in preveggenza e visioni. Ma che la cosiddetta società civile si riduca a tappetino del presunto socio di maggioranza, condividendo senza fiatare la scomunica di Depaoli, lo ritengo inaccettabile (anche a me, per dire, sarebbe piaciuto applaudire il decollo dell’Arsenale creativo, e ancor più vedere la città dei Saperi e dei sapori fare decisi passi avanti, con un bel Centro congressi all’area Neca e tanto indotto portato a regime, per dire).
E poiché al peggio non c’è limite, dopo aver sfiduciato Depaoli, grottescamente a sinistra ci si dichiara in continuità con il suo dettato (allora perché non ricandidarlo…) così che da tutta questa confusione la destra trarrà ulteriori benefici, sia che candidi a sindaco Niutta o Fracassi oppure Paperino.
E comunque, incrociando le dita, vedremo se la brava candidata del centrosinistra Ilaria Cristiani, se eletta saprà fare fronte alle pressioni di chi vuole costruire un parcheggio sotterraneo tale da indurre all’uso dell’auto per recarsi in centro, invece di scoraggiarlo; e se saprà mantenere la compartecipata Asm nelle mani di persone competenti e non di arpie, come invece è stato anche prima della truffaldina gestione Chirichelli. Vedremo. E speriamo.

Tra pianti e pianti e pianti

23 gennaio 2019 by

Giornata della Memoria. Ricordiamoci anche di loro
di Giovanni Giovannetti

C’è una pagina della nostra storia nazionale che da quasi ottant’anni si fatica a leggere. Quella dei crimini, anche a sfondo razziale, compiuti dall’Esercito italiano in Africa e nei Balcani.
Maggio 1941. Germania, Italia e Ungheria occupano la Slovenia, e la provincia di Lubiana viene annessa al Regno d’Italia. Ma temendo la resistenza sociale ben più di quella armata, il comandante supremo della Seconda armata d’occupazione generale Mario Roatta il 1° marzo 1942 emana la famigerata “circolare 3c” contro la popolazione civile slovena.
Roatta dispone rappresaglie, incendi di case e villaggi, razzie, torture, esecuzioni sommarie, la cattura e l’uccisione di ostaggi, internamenti di civili e militari nel campo di concentramento nell’isola di Arbe (Rab) in Croazia e in quelli di Gonars in Friuli, Monigo presso Treviso, Chiesanuova di Padova o Renicci d’Anghiari in Toscana. Se possibile, queste misure saranno rese ancora più draconiane dalle circolari integrative del comandante dell’undicesimo Corpo d’Armata generale Mario Robotti, altro delinquente («si ammazza troppo poco», dirà), e dell’alto commissario per la provincia di Lubiana Emilio Grazioli (come Roatta è nell’elenco dei criminali di guerra italiani).

I non umani

E si badi, a usare la mano pesante con i civili non sono le Camicie nere di Mussolini ma uomini dell’Esercito fedele al re e alla corona, che vedono gli sloveni come dei selvaggi piantagrane, alieni e inanimati: uno sguardo deumanizzante, l’alibi per ogni sorta di arbitrio, come quello che oggi provoca una tutto sommato modesta indignazione per la morte di 200 esseri umani che annegano nel Mediterraneo.
Stando all’ex partigiano e studioso del movimento di liberazione sloveno Tone Ferenc, nella sola provincia di Lubiana verranno «fucilati o come ostaggi o durante operazioni di rastrellamento circa 5.000 civili, ai quali vanno aggiunti i circa 200 bruciati e massacrati in modi diversi. 900 invece i partigiani catturati e fucilati. A loro si devono aggiungere oltre 7.000 persone in gran parte anziani, donne e bambini morti nei campi di concentramento in Italia. Complessivamente moriranno più di 13.000 persone su 340.000 abitanti, il 2,6 per cento della popolazione». A questo triste bilancio aggiungeremo l’incendio di 3.000 case, l’internamento di 33.000 persone, la distruzione di 800 villaggi. La Commissione di Stato jugoslava per l’accertamento dei crimini di guerra ha inoltre accusato Roatta e sodali di aver ampiamente disatteso la seconda Convenzione internazionale dell’Aja relativa ai prigionieri, ai feriti e agli ospedali; di aver disposto la fucilazione di partigiani fatti prigionieri e di ostaggi; di aver ordinato l’internamento dei componenti di intere famiglie e villaggi e di aver consegnato i civili incolpevoli ai tribunali militari; di aver ordinato che i civili fossero ritenuti responsabili di tutti gli atti di sabotaggio commessi nelle vicinanze della loro abitazione e che, per rappresaglia, si potesse sequestrare il loro patrimonio, distruggere le loro case e procedere al loro internamento.
Sul fronte economico si registra la depredazione delle risorse slovene pianificato dall’Iri, l’Istituto italiano per la ricostruzione industriale sorto nel 1933.

Criminali in divisa

Che dire di più? In applicazione delle severe disposizioni di Roatta, la notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942 Lubiana è posta in stato d’assedio e i Granatieri di Sardegna capitanati da Taddeo Orlando, affiancati da collaborazionisti slavi, rastrellano per settimane con «metodo deciso» migliaia di civili (un quarto degli uomini validi «prescindendo dalla loro colpevolezza» dirà Orlando) e 878 di loro vengono internati nei campi di concentramento. Altri rastrellamenti avverranno tra il 27 giugno e il 1° luglio – con il fermo di 17mila civili – e dal 21 al 28 dicembre, con l’arresto di oltre 500 persone; tra loro donne, vecchi e bambini. Pochi, i più fortunati, li deporteranno in alcune città del nord Italia. Ma in questa “strategia della snazionalizzazione” – come l’ha chiamata Davide Conti – sono 33mila gli sloveni internati in duecento lager in Italia e sul posto, a morire di freddo, stenti, tifo e dissenteria (per Robotti erano «inconvenienti igienici»).
Come si legge in una relazione del 9 settembre 1942 di Roatta a Robotti, «si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione e di sostituirle in posto con popolazioni italiane». Altri rastrellamenti seguiranno nei centri più importanti del Paese.
«Dicono che donne e bambini e vecchi, a frotte, o rinvenuti nei boschi o presentatisi spontaneamente alle nostre linee costretti dalla fame e dal maltempo, sono stati intruppati, e avviati (tra pianti e pianti e pianti) ai campi di concentramento». Lo si legge al giorno 25 settembre 1942 del Diario di don Pietro Brignoli, cappellano militare del secondo Reggimento Granatieri di Sardegna.
Tutti i fermati – scrive il tenente dei Carabinieri Giovanni De Filippis in una delle sue periodiche relazioni – «sfilano davanti a una commissione di ufficiali della divisione Granatieri e di confidenti: secondo le indicazioni fornite da questi ultimi, si procede senza altri accertamenti: la parola dei confidenti diventa Vangelo. E così trecentomila abitanti della Slovenia restano in balìa dei confidenti…» (26 giugno 1942). Di questa commissione sono autorevoli componenti il questore di Lubiana Ettore Messana e l’ispettore capo di pubblica sicurezza Giuseppe Gueli (altri criminali di guerra): coadiuvati dal coordinatore del locale ufficio Ovra Ciro Verdiani il questore, l’ispettore e i loro tirapiedi interrogano i prigionieri e li torturano flagellandoli, bastonandoli, colpendoli al basso ventre, infliggendo bruciature o esponendo i testicoli alla corrente elettrica (non mancano i casi di stupro su alcune detenute).
Quando i detenuti vengono consegnati al Tribunale speciale di guerra, a reggere la pubblica accusa trovano il tenente colonnello Enrico Macis, altro “criminale di guerra”, altro vessatore impunito (dal novembre 1941 al settembre 1943 questo Tribunale sentenzierà la morte di 83 civili e partigiani). Macis non manca poi di manifestare il suo compiacimento per le deportazioni: come scrive il 26 aprile 1943, «nello scorso anno le autorità militari con apprezzato senso di opportunità avevano rastrellato la città ordinando l’internamento di tutti gli uomini dai 18 ai 35 anni». A Macis e Messana la Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra addebiterà la fabbricazione di false prove a carico di parecchi imputati.

L’inquisitore diventa partigiano

Passata la guerra, a Macis verrà conferita la qualifica di “Partigiano combattente”. Non bastasse, nel 1946 l’ufficio informazioni dello Stato maggiore dell’Esercito gli commissionerà uno studio sui problemi di carattere giuridico in ordine ai crimini di guerra. Come affidare ad Al Capone uno studio sul consumo illegale di alcolici…
Sempre a Lubiana, negli anni di Ettore Messana e di Emilio Grazioli, la città è attraversata da veri e propri squadroni della morte con licenza di uccidere a vista i “ribelli”. Sono sorprendenti le analogie con gli assalti paramilitari in Sicilia nel 1946-1947 contro cooperative, Camere del lavoro, sindacalisti ed esponenti della sinistra (verranno uccisi 27 militanti del Pci), anni in cui, nell’isola, Messana ricopre la carica di ispettore capo.
Sì, perché dopo la liberazione, ritroveremo i torturatori Messana e Verdiani non in galera, non silenziosamente pensionati, ma l’uno dopo l’altro a occuparsi di antimafia alla guida dell’ispettorato di pubblica sicurezza per la Sicilia, ovvero a depistare indagini e a coltivare relazioni con latifondisti, mafiosi, monarchici e banditi come Salvatore Giuliano.

La pulizia etnica

Dalle parole di Giovanni De Filippis e dai metodi criminali dei funzionari di polizia e del magistrato competente traspare l’incapacità degli alti comandi di esercitare il controllo del territorio tramite il consenso. E quale sarebbe allora il “piano b”, a fronte del fallimento di una tale assimilazione affrettata e forzata? Ai suoi uomini il generale Mario Robotti parla chiaro: bisogna «far coincidere i confini razziali con quelli politici», ovvero fare pulizia etnica. Ne conviene l’alto commissario Grazioli che, in una lettera del 24 agosto 1942, sottopone al ministro degli Interni il suo piano di soluzione del «problema» della popolazione slovena: «distruggendola, trasferendola, eliminando gli elementi contrari», ovvero la “soluzione finale”.
In totale, 109.437 jugoslavi verranno deportati nei campi di concentramento fascisti in Italia. Ad Arbe, Carlo Alberto Lang, capitano medico incaricato di un sopralluogo, segnala che tra il settembre e l’ottobre 1942 in trenta giorni muoiono 209 persone, di cui 62 bambini sotto gli 11 anni. E al medico provinciale che segnala i numerosissimi casi di «dimagrimento patologico con l’assoluta scomparsa dell’adipe anche orbitario, ipotonia e ipotrofia grave dei muscoli, edemi da fame negli arti inferiori, vomito» e insistenti epidemie tra gli attendati nel campo di Arbe, il generale Gastone Gambara (altro “criminale di guerra”) il 17 dicembre 1942 cinicamente replica quanto fosse «logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento, in quanto “individuo malato = individuo tranquillo”».
Numerosi internati ad Arbe verranno poi trasferiti in Italia. Dal diario del maresciallo della marina jugoslava Franc Ljubič, internato a Gonars e addetto dell’infermeria, 25 novembre 1942: «Questa gente di Arbe… Solo pelle e ossa, madri con i neonati, bambini di 4/5 anni, ragazze di 15/16. All’infermeria è giunta una donna che non ha potuto lavare per quattro settimane il figlioletto di un mese e mezzo. Quando fu lavato era come se rinascesse, però del freddo si vedevano già i segni. Nell’altro settore dell’infermeria, oggi tre morti ed un nato».
Ad Arbe moriranno circa 4.500 internati. E non tragga in inganno la clemenza accordata a 1.500 ebrei riparati in Dalmazia dalla vicina Croazia, sottraendoli momentaneamente ai tedeschi e ai violentissimi ustascia croati di Ante Pavelic, poiché «l’incertezza dei vertici militari circa la consegna degli ebrei», scrive Davide Conti, è da ascrivere «alle conseguenti reazioni che si potrebbero scatenare nelle milizie cetniche e anticomuniste» di estrazione ultracattolica che sono al fianco dell’esercito italiano nella guerra antipartigiana: questi collaborazionisti «difficilmente avrebbero accettato un così evidente allargamento del peso politico croato nella regione». Non fosse arrivato l’8 settembre, tutto questo avrebbe assunto le dimensioni del genocidio.

L’Italia si auto assolve

Nel dopoguerra, in quell’Europa divisa in due, in Italia si enfatizzeranno, decontestualizzandole, la diaspora dalmata-istriana e le foibe, mentre si minimizzeranno, sino alla rimozione, le violenze compiute dall’esercito italiano nei confronti della popolazione civile slovena, dalmata, montenegrina, croata, greca, russa e albanese, in aggiunta alle violenze già a referto in Libia (100mila vittime su 800mila abitanti: un genocidio) e in Etiopia (nel Corno d’Africa tra il 1935 e il 1943 si contano 300mila vittime). Calerà il silenzio anche sui bombardamenti di natura terroristica compiuti dalla Regia aeronautica italiana sulla città basca di Durango il 31 marzo 1937 (morti 289 civili) e su Barcellona in Catalogna tra il 16 e il 18 marzo 1938 (670 morti) durante la Guerra civile spagnola. Sono atti criminali non inferiori a quello tedesco e italiano del 26 aprile 1937 su Guernica (quattro settimane dopo la strage di Durango), a torto ritenuto il primo atto di terrore dal cielo deliberatamente compiuto contro la popolazione civile.
Insomma, brandendo il paradigma dell’“italiano buono”, benevolmente assunto dall’opinione pubblica, sui nostri crimini cala l’oblio e l’Italia si auto assolve, cancellando dal senso comune (e dai testi scolastici) la memoria dei nostri omicidi e ogni traccia dei nostri campi di morte.

C’è del marcio in piazza Italia

12 gennaio 2019 by

Ponte della Becca sul Po. Come lucrare sulle disgrazie e farla franca
di Giovanni Giovannetti

In un articolo uscito più di cinque anni fa sul settimanale “il Lunedì” ho provato a sollevare alcune perplessità sullo strano ripristino del malandato ponte della Becca sul Po, elencando tre dubbi interventi di «somma urgenza» per la sua messa in sicurezza, tutti assegnati in via diretta e senza bando di gara all’ingegner Gian Michele Calvi. Avevo scritto che questi lavori erano costati più di 8 milioni di euro in pubblico denaro senza risolvere il problema. Avevo poi segnalato che tra i fornitori risulta una ditta, l’Alga, indagata a L’Aquila per gli isolatori fuori norma (frode in pubbliche forniture, costate 7.124.752 euro). Tutto vero, tutti zitti.
Il 22 marzo 2014, chiedo allora alla Provincia «copia dei verbali di somma urgenza del dirigente Lavori pubblici Luigi Re» nonché «le perizie giustificative dei lavori relativi alla prima, alla seconda e terza fase da parte dello Studio Calvi srl». Sulle perizie, laconicamente il dirigente al settore Lavori pubblici Barbara Galletti (che nel frattempo è subentrata a Re) mi risponde picche.

Ponte della stecca?”

Porto allora i miei dubbi e qualche documento in Procura. Partono le indagini e solo ora ne riscontriamo i risultati, a dir poco sorprendenti.
Nelle carte di piazza del Tribunale, si legge infatti che il dirigente dei lavori pubblici Luigi Re ha attestato «falsamente di aver eseguito un sopralluogo, successivamente certificato con la redazione di un apposito verbale» tale da giustificare l’indebito incarico per “somma urgenza” all’ingegner Gian Michele Calvi (vedi il caso, l’ingegnere figura tra i più fraterni amici del direttore generale della Provincia Carlo Sacchi) facendo quindi apparire «come imprevisto e imprevedibile un evento che, di converso, era noto ai pubblici ufficiali che quindi avrebbero dovuto procedere», pur astenendosi dal pubblicare il bando di gara, «alla consultazione di almeno tre operatori economici».
Per questo motivo al Sacchi si imputa d’aver esautorato «il dirigente del settore Lavori pubblici dall’esercizio delle proprie funzioni» per poi affidare al Calvi le prestazioni ingegneristiche relative al ponte.
Si legge altresì che Gian Michele Calvi «si sostituiva alla stazione appaltante» ovvero all’amministrazione provinciale «nell’individuazione degli operatori economici» chiamati al capezzale del ponte male in arnese.
È della partita anche Barbara Galletti (la dirigente subentrata a Re il 30 dicembre 2010), colei che ci aveva negato la consultazione dei principali documenti: non diversamente da chi l’ha preceduta Galletti, stando all’accusa, avrebbe sottoscritto «i contenuti tecnici predisposti e “dettati” nelle periodiche relazioni redatte dallo stesso studio Calvi».

“Assolti” per aver commesso il fatto

Lavori indebitamente assegnati in via diretta e senza bando di gara… Atti amministrativi di affidamento diretto scritti con la penna di chi i lavori se li vede affidare… Ditte “amiche” ingaggiate bypassando il committente istituzionale… Tutto questo prefigura quanto meno il reato di turbativa del processo decisionale da parte della pubblica amministrazione.
Ma… c’è un “ma”, e ben lo rimarca il sostituto procuratore pavese Paolo Mazza nella sua Richiesta di archiviazione del 7 novembre 2018: pur accertate le malefatte, scrive, tutti questi reati devono ritenersi prescritti al 16 aprile 2018 «anche a causa dell’estrema tardività nella conoscenza della notizia di reato, rispetto alla commissione dei fatti, nonché il protrarsi delle capillari ed articolate attività di indagine».
Detta in questo modo parrebbe che i nostri indagati l’abbiano fatta nuovamente franca; ma attenzione, non è del tutto così poiché nelle righe finali Mazza chiede – e il Gip Fabio Lambertucci dispone – che una copia di questi atti venga trasmessa alla Procura della Repubblica presso la Corte dei Conti di Milano. Sì, c’è del marcio in Piazza Italia.