Il beato Popiełuszko, testimone della speranza

15 ottobre 2021 by

di Giovanni Giovannetti

Cade in questi giorni l’anniversario della triste morte del sacerdote e attivista polacco Jerzy Popiełuszko, il gracile e cardiopatico cappellano dell’acciaieria Huta Warszawa. Il sacerdote viene rapito il 19 ottobre 1984 a Toruń da tre ufficiali del quarto dipartimento della polizia segreta (il capitano Grzegorz Piotrowski e i tenenti Leszek Pękala e Waldemar Chmielewski) che lo pestano, lo “incaprettano” e lo gettano forse ancora vivo nelle acque della Vistola. Il 30 ottobre il suo cadavere viene ritrovato presso Włocławek: ha la mandibola fratturata e il cranio sfondato. Una morte orribile, che a noi ricorda quella di Pier Paolo Pasolini: come Pasolini, Popiełuszko attacca il potere; come Pasolini, prima lo avvertono e poi l’ammazzano.


Le porte della coscienza

Convinto anticomunista (nella Polonia sotto assedio del generale Jaruzelski è difficile non esserlo), nelle sue omelie Popiełuszko incita apertamente i fedeli a contestare il regime: «Poiché ci è stata tolta la libertà di parola, ascoltiamo la voce del nostro cuore e della nostra coscienza a vivere nella verità dei figli di Dio, non nella menzogna imposta dal regime». Lo ripete incessantemente dall’altare della parrocchia di San Stanislao Kotska di Warszawa. E ancora, il 27 novembre 1983: «Tutto ciò che è grande e bello nasce dalla sofferenza, dal dolore, dalle lacrime e dal sangue del 1970; quell’anno è sorto un nuovo impeto patriottico»; patriottico e nazionalistico. Cita spesso il poeta Mickiewicz («il nostro vate nazionale»); invita alla lotta per la patria, «se vogliamo restare una nazione che, pur con la croce sulle spalle, cammina con dignità verso la resurrezione» (21 gennaio 1984), ma avverte: «non potrai salvaguardare pienamente la tua dignità se tieni in una tasca il rosario e nell’altra il libretto di una ideologia nemica».
Per Popiełuszko la cultura polacca ha le sue radici nel cristianesimo e dunque va combattuta la “tirannide” del laicismo, dell’ateismo e della «russificazione»: una lotta senza violenza, una guerra da combattere con le armi «della libertà, della giustizia e dell’amore»: «Il fondamento della nostra servitù sta nel fatto che accettiamo ancora il dominio della menzogna, che non la smascheriamo e non protestiamo ogni giorno contro di essa. Il coraggio di testimoniare la Verità è la via maestra che conduce alla libertà»; e ricorda «i campi d’internamento disseminati su quasi tutto il territorio polacco. Le lacrime delle madri, dei padri, dei figli, delle mogli, dei mariti» nonché «i dirigenti di Solidarność e del Kor che, senza processo, sono in carcere ormai da due anni. Vogliamo ricordare tutti coloro che per lunghi mesi sono stati, o sono ancora, lontani dalle loro famiglie perché non vogliono rinnegare la propria coscienza uscendo dalla clandestinità secondo le condizioni loro imposte. Vogliamo ricordare tutti coloro che sono stati licenziati dal lavoro e sono angosciati per la sopravvivenza delle loro famiglie; i giovani che sono stati obbligati a staccare i crocefissi dalle pareti delle loro scuole, quelle croci che sono il simbolo della loro fede; gli insegnanti sospesi dal servizio perché hanno voluto trasmettere ai giovani i sani princìpi del patriottismo. Vogliamo ricordare l’uso dei mezzi di comunicazione di massa per orchestrare campagne diffamatorie contro persone che godono il rispetto della società. Vogliamo ricordare la gente umiliata nella propria dignità in fila davanti ai negozi, con la tessera annonaria in mano. E ricordiamo anche gli uomini pagati per fare la spia».

«Non abbiate paura!»

Popiełuszko trova ristoro nei discorsi del compianto cardinale primate Wyszyński e in quelli di Giovanni Paolo II, in particolare quel «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura!», scandito dal papa polacco nella sua omelia di inizio pontificato.
Ogni ultima domenica del mese le partecipatissime “messe per la patria” di Popiełuszko sono trasmesse da Radio Free Europe (a quel tempo molto ascoltata in Polonia) e l’umile prete di origini contadine ne ricava una vasta popolarità. «Popiełuszko ci disturbava terribilmente», ammette il generale golpista Wojciech Jaruzelski nelle sue memorie, «a tal punto che più di una volta il potere richiamò l’attenzione dell’episcopato sul comportamento e le iniziative del sacerdote, che giudicavamo inammissibili».
Ministri e militari ritengono il gracile prete di Warszawa «un Savonarola dell’anticomunismo» e il 30 agosto 1982 il responsabile dell’ufficio per gli Affari religiosi Adam Łopatka si era rivolto alla Curia di Warszawa reclamando provvedimenti: «Indubbiamente è positivo il fatto che le autorità della Chiesa abbiano raccomandato di eliminare ogni contenuto politico dalle funzioni sacre», scrive Łopatka: «Tuttavia, siamo dolenti di dover ammettere che molti religiosi, in particolare a Warszawa, disattendono queste disposizioni. Un esempio evidente sono l’atteggiamento e l’attività di padre Popiełuszko», che più volte ha «trasformato l’assemblea religiosa in una manifestazione politica».

Una lettera dal carcere

Quasi mezzo milione di persone assiste ai funerali del prete martire. La tomba di Popiełuszko nel giardino della chiesa di San Stanislao Kostka di Warszawa è costante meta di pellegrinaggi. I suoi assassini verranno condannati a 25 anni di carcere (il capitano) e a 15 e 14 anni (i due tenenti); 25 anni anche al loro diretto superiore, il colonnello Adam Pietruszka, che aveva ordinato ai tre di scuoterlo ben bene, anche a rischio di una crisi cardiaca, e «peggio per lui se ha il cuore debole».
In una lettera dal carcere, nel 1986, con fare ricattatorio il capitano Piotrowski allude però a ben altre responsabilità politiche e morali, e rimprovera il ministro dell’Interno ed ex capo dei servizi segreti generale Czesław Kiszczak (vicino a Jaruzelski e da poco estromesso dal Governo) di aver mancato alla sua promessa di aiuto, nonostante il loro silenzio sulle responsabilità altolocate di questo omicidio. Al processo, il capitano ha definito la “pratica Popiełuszko” «una delle tante operazioni di routine» approvate dal ministero, e qui Piotrowski allude al capo dei servizi segreti ed ex ministro dell’Interno generale Mirosław Milewski (uno dei “falchi” del partito, assai critico nei confronti del “moderato” Jaruzelski): «la nostra azione», scrive Piotrowski a Kiszczak, «non era, caro generale, un atto di estrema disobbedienza ma invece di devozione e subordinazione al servizio, e voi lo sapete bene», visto che questo silenzio ha consentito all’esecutivo di «fare giustizia» a proprio vantaggio.
Considerato il mandante politico della morte di Popiełuszko, Milewski verrà infatti epurato e, come da copione, gli assassini del sacerdote otterranno la libertà solo pochi anni dopo la condanna, a seguito di un’amnistia. Nel 2010 la Chiesa ha proclamato beato il sacerdote martire.
Alla vita di padre Popiełuszko nel 2009 il regista Rafał Wieczyński ha dedicato il film Popiełuszko. Wolność jest w nas (Popiełuszko. Non si può uccidere la speranza).

E oggi?

Il sacerdote martire invitava le nuove generazioni a vivere nell’amore per la verità, nella giustizia, nella temperanza, nella libertà, nel coraggio, nell’amore fraterno, nel rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.
L’appello alle buone pratiche trova spazio in un altro luogo-simbolo, lassù, in riva al baltico: alla base delle tre croci in memoria degli operai uccisi nel 1970 a Gdaǹsk sono infatti ripresi alcuni passi dai salmi 124 e 125 dell’Antico testamento: «chi confida nel Signore è come il monte Sion: / non vacilla, è stabile per sempre», ovvero Il Signore protegge e libera i suoi fedeli, e «Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, / ci sembrava di sognare», ovvero Il Signore protegge il suo popolo. Poco oltre, al salmo 144.20 sta scritto che Il Signore protegge quanti lo amano; al 145.9 che Il Signore protegge lo straniero. altri tempi.

Un’altra condanna per l’Italia

12 ottobre 2021 by

per acque non depurate e mancanza di fognature
di Paolo Ferloni

È trascorso meno di un anno da quando la Corte di Giustizia europea ha condannato l’Italia perché in larghe zone venivano superati in continuazione per molti anni i valori limite fissati per le particelle PM10 dalla direttiva «qualità dell’aria», in tranquilla ignoranza e in pieno menefreghismo della Direttiva 2008/50/CE, in particolare nelle regioni del Nord di lavoratori e di benestanti, che poi sono state anche le zone più colpite dalla pandemia del Corona virus nel 2020.
Occorre accorgersi ora di un’altra sentenza, emessa dalla Sezione sesta della medesima Corte di Giustizia il 6 Ottobre 2021 (il testo completo in https://www.eius.it/giurisprudenza/2021/529) che condanna l’Italia per inadempienze nel settore della depurazione delle acque reflue a seguito di una causa avviata da tempo, dal 2014.
Ritenendo insufficienti i chiarimenti forniti in proposito dall’Italia nel corso della fase preliminare del procedimento, la Commissione europea il 15 Luglio 2019 ha proposto dinanzi alla Corte di Giustizia Europea del Lussemburgo il ricorso per inadempienza (causa C-668/19).
In questo caso la Commissione ha rilevato lacune e violazioni di una normativa ben più antica stabilita dalla CEE, la n. 271 del lontano 1991, che dava agli Stati membri una scadenza ragionevole per adeguarsi, cioè fino al 2005. Se si vanno a cercare fognature efficienti e depuratori dopo ormai trent’anni centinaia di cittadine, città e siti italiani ne sono ancora sprovvisti: ad esempio Trieste, Alassio, Venezia, Matera. Catanzaro, Pisa, Pistoia, per citare soltanto alcunì luoghi famosi che (s)figurano nei lunghi elenchi della sentenza.
La provincia di Pavia e il suo capoluogo stavolta non sono toccati, di pavese negli elenchi risulta soltanto il comune di Miradolo Terme. Con una punta di satira storica si potrebbe ricordare che Pavia aveva già fognature geometriche, spaziose ed efficienti quando fu costruita e amministrata dai Romani circa duemila e cento anni fa, e aveva solo qualche migliaio di abitanti. Ma in parte l’ odierna Lombardia è ancora purtroppo inadempiente: alcune città tra cui Bergamo, Lonato, Rovato, Lumezzane, Edolo e alcuni siti come il Lago di Varese e il Lago di Como, che vantano bellezze ambientali e attività di rilievo turistico, nei trent’anni trascorsi dal 1991 non sono riusciti a dotarsi di depuratori adeguati alle necessità di smaltimento e trattamento dei rifiuti liquidi scaricati degli ‟abitanti equivalenti” domiciliati nei loro territori o che li visitano e vi transitano.
La Lombardia rimane poi responsabile, in parte, anche del notevole inquinamento da fosforo e azoto causato dagli eccessi di fertilizzanti che il Po, con i suoi affluenti, trasporta nella valle padana e riversa nel mare Adriatico.
Per il momento la grande stampa nazionale non si è ancora accorta della condanna della Corte di Giustizia (ne ha parlato invece Radio Popolare la sera del 6 Ottobre in un giornale-radio), e non si hanno commenti del ministro per l’ambiente (che adesso si chiama ministro per la transizione ecologica). Né delle autorità regionali interessate.
La Repubblica italiana è condannata alle spese, come recita l’ultima riga della sgradevole sentenza.

Replica a Paolo Morando

3 settembre 2021 by

di Giovanni Giovannetti

Di ritorno a Pavia, ripropongo questa mia replica all’amico Paolo Morando, uscita esattamente un mese fa sul quotidiano “Domani”.

Cosa è stato Eugenio Cefis nella sua vita terrena? un prefiguratore, come lo ha dipinto su questo giornale Paolo Morando il 14 luglio scorso? oppure un uomo pericoloso per la democrazia e per il Paese?
Nell’incompiuto romanzo Petrolio Pasolini vede in lui un “eroe” diabolico, «come gli eroi di Balzac e Dostoevskij: conoscono cioè la grandezza sia dell’integrazione che del delitto». Petrolio contiene anche ampi cenni all’uccisione di Enrico Mattei, il predecessore di Cefis al vertice dell’Eni, e Pasolini ne indica il possibile mandante in Troya, ovvero Cefis. Ma è finzione romanzesca?
In quegli anni quando ancora la verità ufficiale sulla caduta dell’aereo con a bordo Mattei parla di incidente tecnico, Pasolini afferma in Petrolio che il presidente dell’Eni era stato ucciso per far posto «fisicamente» a Cefis e a Fanfani, come scrive sopra a un diagramma riprodotto alla pagina 117 del romanzo. Dunque un intrigo per buona parte interno all’Italia e ai suoi blocchi di potere.
Eugenio Cefis e Amintore Fanfani coinvolti nell’eliminazione di Mattei? L’aveva già ipotizzato il giornalista Mauro De Mauro nel 1970 e dopo di lui i magistrati che hanno indagato sulle morti di Mattei e dello stesso De Mauro. E questa non è finzione romanzesca. Il 16 settembre 1970 il giornalista viene ucciso, e il motivo sta in quello che potrebbe aver scoperto sulla morte di Mattei.


Il Negro e il Roscio

In anni recenti si è parecchio discusso di alcuni capitoli mancanti in Petrolio, e in particolare si è battibeccato sulla pagina bianca di Lampi sull’Eni. Pasolini in Petrolio lo ha dato per scritto («Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili» di Cefis quando era il partigiano Alberto «ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato “Lampi sull’Eni”, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria»). Ma c’è chi, in punta di filologia, lo ritiene nulla più di un promemoria su cui l’autore avrebbe voluto tornare in seguito.
Ma a ben vedere, Lampi sull’Eni non è l’unico nudo titolo in Petrolio: all’Appunto 52b ecco un’altra pagina vuota che fa riflettere, quella titolata Il Negro e il Roscio: sono i soprannomi di Franco Giuseppucci e di Giovanni Girlando, all’epoca ragazzi, diventati in seguito figure apicali della banda criminale romana della Magliana. Per carità, Negro e Roscio sono soprannomi di cui si è sempre fatto largo uso, ma quel loro accostamento in orbita romana è quanto meno singolare. Altro indizio, Giuseppucci, Girlando e con loro Renatino De Pedis (altra figura apicale della “Magliana”) si servivano dallo stesso barbiere di Pasolini, in piazza Trilussa. E si ricordi che lo scrittore era in contatto con il sottobosco criminale delle borgate (con l’autista dei “Marsigliesi” Antonio Pinna, con il pluriomicida Giorgio Capece e forse anche con Giuseppucci e Girlando) per trarre notizie sul linguaggio della mala e altre informazioni riservate “dal basso”.


Quel discorso modenese

Nel suo intervento Morando si dilunga sul discorso tenuto dall’allora presidente di Montedison il 23 febbraio 1972 di fronte ai cadetti dell’Accademia militare di Modena (quello che Pasolini ritiene «un grande discorso ideologico») per dire che, in realtà, l’ex partigiano Cefis qui inneggia ai valori costituzionali «che voi», cari cadetti «vi siete impegnati a difendere». Questa di Morando a me pare una lettura alquanto riduttiva, e mi spiego.
In anni di crescita elettorale del Pci e delle sinistre, in barba a quel retorico appello alla Carta costituzionale il massone Cefis esorta i militari a studiare sociologia e a occuparsi di politica: «non disdegnate le scienze politiche, non trascurate lo studio dei fenomeni sociali, approfonditeli con attenzione e meditate sulle loro linee evolutive. In poche parole, occupatevi di politica». Queste parole di Cefis sembrano avvicinabili a quelle che si leggono in un altro testo: «I Fratelli membri del Comitato esecutivo massonico debbono perciò studiare, analizzare il potere al fine di conquistarlo, esercitarlo, conservarlo, aumentarlo e renderlo sempre più saldo». Si trovano nel documento costitutivo di una superloggia sovranazionale segreta – parallela alla P2 e aperta ai non massoni – fondata a Montecarlo il 1° gennaio 1977.
Ma attenzione, a scrivere l’intervento modenese di Cefis – che Pasolini voleva includere in Petrolio – è l’addetto alle trasformazioni tecnologiche, economiche e sociali di Montedison Giuseppe Lanzavecchia, sviluppando le indicazioni avute dal suo capo Umberto Colombo e da Gianfranco Miglio. Infatti, alcuni paragrafi portano dritto dritto alle teorie efficentiste e reazionarie di Miglio sul declino degli Stati nazionali, ormai ridotti, come li definisce Cefis, a scatole vuote senza potere.
Insomma, l’intervento modenese di Cefis segnala come ineludibile l’ulteriore balzo in avanti di quella trasformazione, tecnocratica e omologante, oggetto della critica di Pier Paolo Pasolini. Una trasformazione che non coinvolge i soli settori avanzati, ma tutto, proprio tutto, dal modo di consumare a quello di vivere e pensare.
Come si evolverà il rapporto tra queste società che operano su basi internazionali e gli Stati sovrani?, si domanda Cefis. A fronte della «pressione politica che le multinazionali possono esercitare», gli Stati nazionali vengono derubricati a scatole vuote, con tanti saluti all’idea di patria, liquidata tra i ferrivecchi; e pronosticando la fine del potere politico, Cefis, favorevole alla Repubblica presidenziale, rivolge ai militari l’invito a occuparne il vuoto all’ombra delle grandi aziende (eccola qui la “dittatura tecnocratica”: la politica come variabile del profitto): «I maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch’essi avviati ad un coordinamento internazionale. […] Se questo è il tipo di società verso cui ci stiamo avviando è facile prevedere che in essa il sentimento di appartenenza del cittadino allo Stato è destinato ad affievolirsi e, paradossalmente, potrebbe essere sostituito da un senso di identificazione con l’impresa multinazionale in cui si lavora. […] La difesa del proprio Paese si identifica sempre meno con la difesa del territorio ed è probabile che arriveremo ad una modifica del concetto stesso di patria, che probabilmente i vostri figli vivranno e sentiranno in modo diverso da voi. […] Non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta adeguata sul piano politico ai problemi che esse pongono». Davvero si tratta di una semplice denuncia di un rischio, come pare a Morando? O invece, come lo valutò Pasolini, di un discorso rivelatore della mutazione del potere?
Pare a noi innegabile la simmetria del Cefis-pensiero con quanto leggeremo qualche anno dopo nel Piano di rinascita democratica della P2. Al capitolo Programmi (punto 1) si adombra infatti «lo spostamento dei centri di potere reale dal Parlamento ai sindacati e dal Governo ai padronati multinazionali con i correlativi strumenti di azione finanziaria».
Nelle sue pieghe, questo discorso sembra annunciare, più che denunciare, l’avvento di un nuovo modello di capitalismo totalizzante estraneo al fordismo e alla dialettica della conflittualità di classe. Lo Stato indebolito smetterebbe di assolvere alla funzione di mediatore sociale e l’egemonia passerebbe completamente in mano alle grandi concentrazioni finanziario-affaristiche. Ben di peggio, nella nuova era dei mercati globali, della robotizzazione, della ricchezza astratta e della procurata deframmentazione sociale, al crescere della produttività e degli investimenti in nuove tecnologie non farà riscontro l’aumento dell’occupazione che al contrario calerà, diventando flessibile e appunto “fedele”: quel senso di appartenenza (o di identificazione, come lo chiama Cefis) all’universo della fabbrica, quel comune sentire tra lavoratori e impresa «che non ammette fratture». Altro che funzione sociale dell’impresa! Come oggi sappiamo, il mercato del lavoro è andato via via frantumandosi nelle forme flessibili e subordinate agli umori del mercato che ormai ben conosciamo, senza più garanzie né ascensore sociale. In questa transizione da una forma di capitalismo all’altra, l’Esercito verrebbe ad assolvere a funzioni di ordine pubblico.
Cefis conclude esortando gli «ufficiali di domani» a occuparsi in modo sistematico di «fenomeni sociali» e di politica. E aggiunge che le future “guerre permanenti” i militari le dovranno combattere non tanto contro altri Eserciti quanto sul fronte interno, dentro la società. È ciò che sta avvenendo nel 1972: prove generali di stato d’assedio, con i Corsi militari di ardimento e le “operazioni setaccio”, guerra permanente anticomunista, schedature elettroniche di massa, bombe e stragi.

Giovanni Giovannetti ha scritto Malastoria. L’Italia ai tempi di Cefis e Pasolini (Effigie, 2020) e, con Carla Benedetti, Frocio e basta. Pasolini, Cefis, Petrolio (Effigie, 2016).

Montanelli

22 luglio 2021 by

di Giovanni Giovannetti

montanelli

Oggi ricorre il ventesimo anniversario dalla morte di Indro Montanelli, e poco fa il Tg2 lo ha ricordato intervistando i direttori del “Giornale” Augusto Minzolini e del “Corriere della Sera” Luciano Fontana, e cioè le principali testate presso cui ha operato il giornalista di Fucecchio (per la verità, Montanelli ha parecchio scritto anche sul fascista “Borghese”, ma sotto pseudonimo, così da aggirare il rapporto di esclusiva con il “Corriere”).

Se da Minzolini apprendiamo che di quelli come Montanelli si è perso lo stampo (e Travaglio?), Fontana lo ricorda a partire da una fotografia, la stessa che campeggia proprio all’ingresso del suo ufficio. Ebbene, dalle immagini a corredo del servizio scopro che si tratta di una mia foto, questa, in cui lo si vede gesticolare nei corridoi dell’Ateneo pavese la sera in cui gli venne conferita la medaglia Teresiana.

Sono giorni, questi, in cui lavoro a una lunga postfazione de L’uragano Cefis, un introvabile libro sulle imprese del campione di un certo capitalismo italiano (l’unica copia conosciuta era finita in mano a Marcello Dell’Utri, e dunque trovo corretto che presto torni, anzi vada, in libreria). E qui fa capolino lo svettante nanismo del “liberista” Montanelli.

Questo amico di Eugenio Cefis e del capitalismo lombardo vedeva infatti come il fumo negli occhi le politiche stataliste del presidente dell’Eni Enrico Mattei, di cui Cefis era l’alter ego, tanto da attaccarlo duramente e personalmente in cinque articoli sul “Corriere della Sera” usciti tra il 13 e il 17 luglio 1962. Mattei replicherà il 27 dello stesso mese, sempre sul “Corriere”, elencando le «numerose inesattezze e deformazioni della realtà» scritte da Montanelli sul prezzo del metano, sul petrolio sovietico, sugli accordi con Iran ed Egitto, sui punti di attrito con le “Sette sorelle” e sul reale indebitamento dell’Eni (circa la metà di quanto indicato), consigliando infine all’«articolista» di scegliere con più cura le sue «fonti e i suoi eventuali consiglieri».

Insomma, sarà anche stato un grande giornalista, ma di economia ne capiva meno di una capra. In compenso, nessuno meglio di lui ha saputo fare dell’ottimo “lavoro sporco” conto terzi prima e dopo la morte di Mattei, ucciso nei cieli di Bascapè il 27 ottobre 1962.

A distanza di tempo, con la sua pelosa eleganza, Cefis saprà manifestare gratitudine: il “Giornale” di Montanelli nasce infatti nel 1974 grazie a un contributo pubblicitario di 12 miliardi di lire in tre comode rate scuciti dalla Spi (gruppo Montedison, e cioè Cefis).

Mattei e Borsellino

20 luglio 2021 by

di Giovanni Giovannetti

attentato

27 ottobre 1962. All’aeroporto di Catania, due “tecnici” e un “carabiniere” collocano circa un etto di esplosivo Compound B (come nelle “bombe appiccicose” del film Salvate il soldato Ryan di Spielberg) sotto il Morane Saulnier 760/B del presidente dell’Eni Enrico Mattei, che deflagra nel cielo di Bascapè alla fuoriuscita del carrello d’atterraggio.
La sera stessa della tragedia una tiepida manina provvede ad alleggerire il contenuto della cassaforte di Mattei presso la sede Snam di San Donato Milanese.
A Bascapè, campagna pavese, in quelle ore accorrono in tanti (dal factotum di Eugenio Cefis Massimiliano Gritti all’investigatore privato Tom Ponzi). Accorre anche un nutrito drappello di uomini dell’Ufficio Affari riservati (Uaar), il Servizio segreto civile (in una fotografia di quel giorno, il funzionario di Polizia Giuseppe Romeo riconosce il futuro capo degli Affari riservati Elvio Catenacci). Sono alla sfacciata ricerca della borsa di Mattei, così sfacciata da provocare l’indignata reazione del professor Michele Salvini, che di Mattei invece cerca i resti: «si scavava soprattutto nella buca principale», dirà al magistrato pavese Vincenzo Calia il 2 febbraio 1995, ma il professore deve rilevare «con disappunto che chi scavava era alla ricerca soprattutto di una valigetta».
A noi che siamo di un’altra generazione, quel lontano episodio ricorda qualcosa di più recente. Sì, a noi ricorda il pomeriggio del 19 luglio 1992 a Palermo là dove, con una carica di esplosivo, la Mafia ammazza conto terzi Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Sul luogo dell’agguato in via D’Amelio prima ancora della Polizia arrivano i colleghi del Sisde (erede dell’Uaar) che si disinteressano dei morti e vanno in cerca della sua borsa con l’“agenda rossa”, quella su cui il magistrato siciliano aveva appuntato ciò che ormai gli era chiaro sui rapporti tra Mafia e Stato (nella foto, il capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli si allontana da via D’Amelio con la borsa di Borsellino). Secondo Salvatore Baiardo (vicino ai fratelli Gaviano) l’agenda rossa è ora in più mani, e una copia farebbe da “salvacondotto” al latitante numero uno della Mafia, l’inafferrabile Matteo Messina Denaro. E stando all’ex boss di Caltanissetta Luigi Ilardo (morto ammazzato il 10 maggio 1996), la mano dei Servizi traspare anche negli omicidi del parlamentare comunista Pio La Torre, dell’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco e dell’ex presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Stando a questa lettura, queste morti, come la morte di Mattei, sarebbero morti di Stato.

Repubblica batte Monarchia 4 a 3

12 luglio 2021 by

1968. Chi ricorda quella sera di un’estate italiana di 53 anni fa quando, a Napoli, in quell’altro Europeo vittorioso, la nazionale italiana al suo debutto batté l’Unione sovietica non ai supplementari, non ai rigori, ma dentro a una stanza chiusa dello spogliatoio del “San Paolo”, presenti solo l’arbitro e i due capitani, facendo a testa e croce. Giacinto Facchetti disse testa, quell’altro croce. vinse Facchetti (qui nella foto a pugno chiuso assieme a Mazzola, Bercellino e Valcareggi), ma corre voce che la monetina sia stata tirata due volte. Tiè, dasvidania tovarish, tornatevene a Mosca sporchi comunisti. Avevo 12 anni e il mio Sessantotto era il poster di quel trionfo chi lo sa se di cartapesta appeso in cameretta. Chi s’accontenta, gode. (G.G.)

campioni

Ustica, 27 giugno 1980

26 giugno 2021 by

di Giovanni Giovannetti

Davvero lo Stato repubblicano «veglia al mantenimento dell’ordine pubblico, alla sicurezza dei cittadini, alla loro incolumità», come recita il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza? Anni di doppia osservanza, di stragismo e di altre operazioni inconfessabili sembrano semmai affermare il contrario. Basti l’esempio del DC9 Itavia che, in volo da Bologna a Palermo, il 27 giugno 1980 viene abbattuto con modalità terroristiche, tra Ponza e Ustica, da aerei militari appartenenti a nazioni nostre alleate: delle 81 persone a bordo (77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio) nessuno sopravvive. Parliamone. Leggi il seguito di questo post »

Se l’aria ci avvelena

24 giugno 2021 by
 Ferloni Oddone

Ha destato scalpore la notizia, diffusa in questi giorni dall’Agenzia europea dell’ambiente, che alcune città della Pianura padana, e in particolare quelle lombarde, sono tra le più inquinate d’Europa. Secondo lo studio, Cremona registra una concentrazione media di particolato che supera i 25,9 µg/m3 (microgrammi di inquinante gassoso per metro cubo di aria ambiente), Vicenza il 25,6 µg/m3, Brescia il 24 µg/m3, Pavia il 23 µg/m3, Venezia il 22,4 µg/m3, Piacenza e Bergamo rispettivamente il 20,8 µg/m3 e il 10,6 µg/m3. Due grandi città come Milano e Torino superano entrambe i 20 µg/m3. Tutto questo rappresenta una minaccia alla salute umana e agli ecosistemi.

L’argomento è solo apparentemente attuale. Lo stato di salute della pianura padana marca visita da tanto tempo ed ha indotto nelle persone effetti sia acuti sia cronici: dalle irritazioni respiratorie e gravi malattie cardiache e polmonari, alle infezioni acute nei bambini e bronchiti croniche negli adulti, per tacere di leucemie e tumori, con mortalità prematura e ridotta speranza di vita. Secondo alcuni recenti studi, non sarebbero poi da escludere correlazioni con la particolare veemenza del Covid 19 proprio in queste zone. Dell’aria della Lombardia, come di tutta la Pianura padana, hanno scritto Paolo Ferloni e Massimo Oddone – due affermati studiosi dell’Università di Pavia – in Se l’aria ci avvelena (Effigie, 2019), un libro che per tempo ha posto la questione e indicato soluzioni. (G. G.)

Università, la comunità dimenticata

9 giugno 2021 by

di Ludovica Picchi e Marika Moreschi*

Massimo Bucchi

In questi mesi, analizzando statistiche e facendo sondaggi, è stato rilevato un aumento nella percentuale di studenti frequentanti e di studenti in attivo (cioè di studenti che danno gli esami). Questa modalità sembrerebbe quindi aver aumentato la nostra produttività e accelerato le nostre carriere accademiche, con il risultato che mediamente si può dire abbia avuto un impatto positivo. Ma se ogni beneficio ha un costo, quale prezzo stanno pagando studenti e studentesse?

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Lo dice il Papa

7 giugno 2021 by

di Giovanni Giovannetti

All’Angelus di domenica 6 giugno, papa Francesco si è detto addolorato per il genocidio perpetrato dalle scuole Residenziali cattoliche ai danni dei popoli nativi del Canada, e denuncia quel modello colonizzatore. Nel maggio scorso sono stati trovati i resti di 215 bambini, i più piccoli avevano tre anni, in una fossa comune nella Kamloops Residential School, in British Columbia. Come ho scritto nell’articolo qui sotto, «Tra il 1922 e il 1984, nelle Residential Schools cattoliche del Canada i bambini appartenenti alle comunità native erano frequentemente sottoposti a violenze fisiche, abusi sessuali, sterilizzazioni che hanno causato la morte di oltre 50mila minori». Solo che questo mio articolo risale a più di dieci anni fa: era infatti uscito sul n. 7/2010 della rivista “Il primo amore”. Ora, e finalmente, papa Francesco sembra voler prendere di petto la vergognosa situazione.

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Ettore Filippi

24 Maggio 2021 by

di Giovanni Giovannetti

Caro Ettore, mi vedevi ossessivamente come il fumo negli occhi e per te, più che “un” nemico, a momenti sono stato “il” nemico. Tu, il capo della Mobile pavese capace di catturare Fenzi e Moretti. Tu, il vicesindaco di Pavia in quota Margherita amico dei lottizzatori abusivi. Tu che, migrato a centrodestra, ti sei accodato nel mendicare i voti degli amici costruttori (di slot machine) e del capo della ‘Ndrangheta lombarda Pino Neri. Tu e quel tuo modo di fare, così untuosamente cordiale e seducente. Hai anche instradato un compianto imprenditore edile (un amico più amico degli altri, quello della lottizzazione abusiva di Punta Est) nell’assoldare un investigatore privato per scavare nella mia vita privata (esilaranti, al riguardo, le intercettazioni). E quando una calda manina in una antivigilia di capodanno ha dato fuoco a casa mia, la prima telefonata solidale (“Oh, guarda che io nulla c’entro…”), curiosamente l’ho avuta proprio da te. A darti retta, chi denuncia le pubbliche malefatte è “un infame” (bell’aggettivo, da vero sbirro…) ma su una cosa hai avuto ragione: gli “infami” che in questi anni si son spesi nel denunciare le pubbliche malefatte hanno chi più chi meno subìto condanne e tribolazioni; quasi sempre assolti invece gli “amici”, e quei loro accomodanti referenti politici. Ma ora non è più affar tuo: da ieri hai smesso di librarti tra le crepe della tua vita terrena. Almeno ora, caro Ettore, riposa in pace.

Un forse utile ripasso

1 Maggio 2021 by

di Giovanni Giovannetti

Tra gli arrestati di questi giorni a Parigi c’è anche il quasi ottantenne e malato Giorgio Pietrostefani, esule in Francia dopo la tormentata condanna definitiva a 22 anni di reclusione quale mandante dell’omicidio, a Milano, nel 1972, del commissario di polizia Luigi Calabresi. Ne ho scritto in alcune pagine del mio Malastoria, che qui ripropongo in sintesi.

Poco prima di essere ucciso il 17 maggio 1972, il commissario milanese di polizia Luigi Calabresi stava indagando su un traffico d’armi e di esplosivi internazionale che vede coinvolti ambienti atlantici, circoli neonazisti tedeschi e Ustaša croati.

E va ricordato che (lo scrive l’ex ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani nel suo libro Politica a memoria d’uomo) una parte dell’esplosivo poi usato per la strage di piazza Fontana a Milano «venne fornita a uomini di Ordine nuovo da un agente nordamericano. Ma non era della Cia, proveniva da una centrale tedesca [la base di Bad Tolz, dove si addestravano le forze non convenzionali italiane] in cui operavano americani e tedeschi».

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Dove sono finite le biblioteche scolastiche?

27 aprile 2021 by

di Annalisa Testa *

Massimo Bucchi

Sono stata assunta all’età di 25 anni in un liceo della mia città, avevo vinto un concorso come assistente di biblioteca. Con entusiasmo sono entrata in quell’immenso edificio moderno, costruito da poco e inaugurato l’anno precedente. Mi sembrava di essere diventata di nuovo un’alunna, in effetti la mia età non si discostava molto da quella degli studenti che frequentavano l’ultimo anno.

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Librerie chiuse o semivuote e fatturati in aumento?

27 aprile 2021 by

di Giovanni Giovannetti

Effettivamente il termometro del mercato librario italiano, se visto nel suo insieme, nel 2020 ha segnalato un miglioramento del 2,4 per cento ascrivibile all’aumento nelle vendite degli e-book (97 milioni di euro, +27 per cento rispetto al 2019), degli audiolibri (17,5 milioni di euro, +94 per cento!) e a una diversa politica degli sconti sul prezzo di copertina dei libri cartacei, tale da portare la “varia” nel suo complesso al +0,3 per cento. Ma va pur detto che – sono stime Aie/Nielsen – nei primi quattro mesi del 2020 la perdita del fatturato in libreria ha toccato il 20 per cento (con un picco di oltre il 70 per cento tra marzo e aprile, e solo a partire da giugno si era tornati ai livelli del 2019) in un Paese, l’Italia, in cui il numero dei lettori e le vendite in libreria non crescono da 17 anni. Ne consegue, recita il rapporto Aie/Nielsen, che «il lockdown ha fatto chiudere le librerie, ha bloccato la pubblicazione di nuovi libri, ha cancellato festival ed eventi, lasciando internet come unico canale d’acquisto». Insomma, aumenta solo la vendita online, passata dal 27 per cento al 48 per cento del totale.

Una più recente ricerca di Aie ha infine mostrato, cito, «che all’11 luglio la perdita di fatturato annuo si era ridotta all’11 per cento rispetto al 20 per cento di aprile» (equivalenti a 533 milioni rispetto ai 600 milioni dello stesso periodo nell’anno precedente) cui vanno aggiunti altri quattro punti percentuali recuperati nei mesi che seguono, contenendo così la perdita al 7 per cento.

Ma siamo sempre lì: a fare mercato e a salvare gli editori di fascia “grossa”, e non necessariamente “alta”, al solito, sono stati alcuni best-seller. Buon per loro, ma per i piccoli “di qualità” è comunque notte fonda.