Pasolini compie 99 anni

3 marzo 2021 by

di Giovanni Giovannetti

…e il 5 marzo 2022 saranno cento, cifra tonda. Nell’attesa (ma già per quest’anno si annuncia l’uscita a breve di una nuova e ben più esaustiva edizione di Petrolio, il suo incompiuto romanzo), ripropongo qui, dal mio Malastoria, una pagina fino a prima inedita sul padre Carlo. Del rapporto tra Pasolini e l’adorata madre Susanna hanno scritto un po’ tutti; sul padre si è scritto di meno.

Pasolini

Per Pier Paolo il rapporto con il padre Carlo non è facile. Carlo Alberto Pasolini è un nobile decaduto, e per questo motivo abbraccia la carriera militare. Combatte nella guerra Italo-turca del 1911-1912, nella prima e nella seconda guerra mondiale, sino alla cattura in Africa e alla prigionia in un campo di internamento inglese nel Kenia. Al suo ritorno in Italia, nonostante il congedo, Carlo Alberto rimane altero colonnello anche in famiglia: «Incuteva rispetto», scrive Enzo Siciliano, «anche quando la propria autorevolezza lui stesso indebolì col bere». Insomma, «uno di quei padri educati a falsi valori virili e risorgimentali, nei quali era deposta comunque la piccola scaglia d’oro di una personale onestà».
Delle tante umiliazioni patite e del suo carattere non propriamente solare parlano a volte le periodiche Relazioni dei superiori; le possiamo leggere nel suo Libretto personale, a Roma, presso l’Archivio centrale dello Stato. Bologna, 1922: Carlo Alberto Pasolini «è un fedele interprete ed esecutore degli ordini e delle direttive che riceve, per quanto qualche volta manchi di iniziativa e di prontezza nelle decisioni»; Conegliano Veneto, 1928: «Nella vita privata si comporta poco bene perché poco ordinato nelle spese»; Cremona, 1934: «Non è regolato nella vita privata, contraendo con facilità debiti che non riesce a pagare alla scadenza stabilita. Amministra con leggerezza la Compagnia: nel pagamento dei vaglia alla truppa è avvenuto che non pagasse l’importo di un vaglia alla persona a cui il vaglia era diretto, ma ad altro militare imprecisato»; Bologna, 1937: «Ha cultura generale modestissima, mentalità ristretta, scrive con forma non sempre corretta, non è in grado di trattare in modo soddisfacente pratiche o questioni che non siano di ordinaria e semplice amministrazione»; Bologna, 1938: «Intelligenza comune, cultura generale modesta; discreta preparazione professionale; fisico robusto; buona volontà. Poco idoneo a lavori d’ufficio in un alto comando. Ufficiale più adatto ad incarichi nei quali non vi sia bisogno di maneggiare la penna». Bologna, 1938: «Di modesta cultura letteraria, ha però buona cultura generale e professionale. È uno studioso di regolamenti militari, che conosce ed applica bene in ogni circostanza. Energico, serio, di poche parole, alquanto rudi, ma franco, zelante, calmo e avveduto in ogni particolare del servizio. Qualche volta la sua rude franchezza può farlo apparire poco disciplinato, mentre è buono, rispettoso e coscienzioso esecutore degli ordini superiori»; Modena, 1940: «Irascibile per natura, ha più volte peccato nella forma, sia nelle manifestazioni di servizio che nel trattare con cittadini e funzionari; cosicché dal trenta dicembre 1939 al 26 febbraio 1940 ha subìto tre punizioni disciplinari e successivamente è stato più volte esortato ad adempiere ai suoi doveri con maggiore serenità di animo e senza falsi preconcetti ed invitato a non ricorrere sistematicamente, secondo il suo abito mentale, a minacce o a presentare reclami. Pur non avendo conosciuto in precedenza quest’ufficiale se non attraverso i documenti caratteristici (in molti dei quali è fatto cenno alla sua impulsività) ritengo che ultimamente il suo carattere sia alquanto peggiorato, considerandosi egli al termine della carriera, poiché per la sua età e per la sua sede di anzianità di grado dovrebbe fra una ventina di mesi essere collocato nella riserva. Ha una cultura generale modestissima; buona, per lunga pratica, quella professionale in genere. Possiede sufficiente spirito di iniziativa e di organizzazione ed ha saputo assumersi le responsabilità inerenti alla carica rivestita. Ha sugli inferiori un discreto ascendente morale, li giudica con benevolenza e lascia loro, talvolta, una eccessiva libertà di azione. Non è molto stimato da superiori e colleghi, dai quali ultimi si è sempre del tutto appartato. Eccede nelle spese voluttuarie, per sopperire alle quali ha dovuto di recente contrarre una nuova cessione di stipendio. Vive spesso lontano dalla famiglia, che non conduce con seco nei vari trasferimenti».
Per la verità, la famiglia è spesso vagabonda al seguito di Carlo Alberto: a Bologna, a Parma, a Sacile, a Cremona, a Scandiano, e di nuovo a Bologna.
Tra moglie e marito non tutto va per il meglio. Susanna prende a negarsi, Carlo Alberto ha forse altre donne, e in ogni caso «l’amore di Susanna era tutto per i figli – in specie per Pier Paolo. Un amore che ebbe subito del morboso». Come scrive Enzo Siciliano in Vita di Pasolini: «Susanna non pensò mai di tradire Carlo Alberto con altri uomini. La sua fantasia lo tradiva quotidianamente con Pier Paolo, e Pier Paolo ricambiò la passione».

(Giovanni Giovannetti, Malastoria, Effigie 2020, pp. 101-03)

Un anno di scuola al tempo del covid

2 marzo 2021 by

di Massimo Gargiulo*

Massimo Bucchi

Aria di neve. Poco meno di un anno fa la sensazione era proprio questa. La situazione era identica a quella che si crea alla vigilia di una giornata da allerta rossa. Cominciano a circolare sulle chat dei docenti le prime indiscrezioni sulla chiusura delle scuole l’indomani, seguiti da screenshot veri o fake. Di diverso, nel marzo dello scorso anno, c’era che la chiusura paventata da giorni aveva a che fare con qualcosa di più inafferrabile di una nevicata, come un virus fino ad allora sconosciuto. Non solo. Erano gli albori degli esperti da TV o social e si alternavano le opinioni più varie, da chi pensava fosse una semplice influenza, a chi di contro ne affermava la seria gravità, a chi scioglieva i dubbi in un aperitivo milanese. Poi la chiusura è arrivata.
La prima reazione del mondo della scuola è stata ovviamente il disorientamento. Si capiva che non era come con le scuole chiuse per il meteo, perché la durata non era prevedibile. Serviva allora cercare di stabilire un contatto con gli studenti. Ciò è stato facilitato dal registro elettronico e dalla maggiore familiarità, ormai diffusa, con forme di comunicazione meno strutturate tra docenti, studenti e famiglie. Arrivati alla prima domenica, si era già capito che bisognava dotarsi di strumenti strutturali, che avessero alla base internet. Per lo più il primo tentativo è stato fatto con i registri elettronici, per i quali ciascun istituto paga un canone annuo piuttosto salato, ma si è constatato da subito che le loro piattaforme erano ampiamente insufficienti. Si è allora iniziato a far ricorso ai colossi del web, da Google a Microsoft, e tutti noi abbiamo preso confidenza con le piattaforme di videochiamata. Ovviamente non tutti, tra noi e i ragazzi, hanno avuto una identica facilità nell’utilizzo dei nuovi mezzi, ma gli insegnanti hanno prontamente mostrato non solo la già ampiamente sperimentata capacità di adattamento, ma anche una certa duttilità nell’autoformazione. Il ricorso ai grandi gruppi privati ha creato perplessità e opposizione, perché si percepiva che, dietro all’offerta gratuita, era in gioco il patrimonio prezioso dei big data, con la possibilità istantanea di profilare milioni di persone. Ma il nostro Ministero, o il Paese più in generale, non era in grado di fornire alcuna alternativa. Prima criticità.
La seconda riguardava lo statuto giuridico di quel tipo di lavoro. Esso non era contemplato nei nostri contratti e il dibattito è stato su quale tipo di prestazione fosse obbligatoria per i docenti. Il vuoto normativo è stato riempito dalla generale buona volontà degli insegnanti, dall’organizzazione delle singole scuole a volte oltre il limite della legittimità, e, alla fine, dal legislatore. Il punto di arrivo è stato l’obbligatorietà della prestazione didattica, ma non la forma in cui essa veniva erogata. Abbiamo così imparato la differenza tra videolezione e attività asincrona e gli istituti si sono dotati di regolamenti e orari.
Alla criticità dell’inquadramento contrattuale, se ne è unita poi un’altra in maniera piuttosto rapida. Come l’intero Paese ha una struttura di rete arretrata e inadeguata, così l’accesso ad essa e la diffusione di dispositivi è molto varia, in dipendenza da condizioni geografiche, sociali, culturali. Abbiamo allora conosciuto il cosiddetto digital divide, cioè appunto il non uniforme livello di accesso ai servizi informatici, a cui si è cercato di porre rimedio: le scuole hanno fornito, quando ne avevano, dispositivi a studenti o docenti che ne facessero richiesta. Ma gli sforzi fatti non sono riusciti che in misura minima a limitare una discriminazione certificata a più livelli. La cosa più dolorosa è che, anche a fronte della disponibilità di connessione e dispositivi, le modalità a distanza si rivelavano del tutto inefficaci verso i ragazzi più fragili. Quelli che in classe andavi quasi fisicamente a cercare di tenere attaccati al discorso educativo, si eclissavano inesorabilmente dietro una videocamera spenta, un microfono non funzionante, un pigiama mai smesso.
Questo ha portato tutto il mondo della formazione a svolgere una riflessione seria che ha tolto il velo a una sorta di mito, un non luogo come l’ha definito un collega in questo stesso spazio: la scuola digitale. Tutti i docenti, non solo italiani, si sono trovati immersi nella didattica a distanza, la famigerata DaD, alla quale non eravamo stati formati se non per inclinazioni personali. Allora abbiamo iniziato a farlo: quasi in tutte le scuole si sono tenuti incontri sull’uso e le potenzialità delle piattaforme; abbiamo iniziato a esplorare youtube per i tutorial; ci siamo scambiati informazioni. Non solo. Vi è stato un proliferare di offerte formative gratuite a molti livelli: molte agenzie culturali di varia natura hanno iniziato a offrire percorsi online su contenuti disciplinari o nuove metodologie. In brevissimo tutti noi siamo divenuti erogatori e fruitori di attività didattiche a distanza, fino a una sorta di overdose. Il risultato è che abbiamo maturato, in maniera pressoché univoca, la consapevolezza che il mito del digitale è poco più di questo e che la DaD è una misura utile nelle emergenze come quella covid, o come integrazione, ma non può essere in alcun modo sostitutiva della didattica in presenza. È, rispetto a questa, meno efficace, più vincolata alla sola trasmissione dei saperi, più esposta al rapido esaurirsi delle capacità attentive. Per non parlare dei danni enormi che produce nei processi di socializzazione e crescita.
Un aspetto anch’esso critico legato alla DaD è stata la valutazione. Quando si è capito che l’anno sarebbe terminato in quel modo, ci si è posti per prima cosa il problema se valutare o meno. Molti docenti hanno ritenuto che le condizioni generali, con lo stress dovuto al covid e al lockdown, insieme ai limiti didattici prima descritti, dovessero far propendere per rinunciare a qualsiasi valutazione. Qui si è avuto uno dei tanti interventi tentennanti, e a più riprese contraddittori, del ministero e della sua titolare Azzolina. Alla fine, al di fuori di ogni seria considerazione didattica, ha prevalso il tentativo di far coincidere l’azione di governo con la raccolta di consenso. La parola d’ordine, fuori tempo massimo di almeno quarant’anni, è stata il no a un 6 politico che nessuno chiedeva. Ecco allora, per le superiori dove la questione è più complessa, l’inutile compromesso. Tutti gli studenti sarebbero stati ammessi all’anno successivo, ma un paio di buoni acronimi avrebbero salvato la faccia della valutazione. Si potevano assegnare dei PAI, cioè indicare che lo studente non aveva raggiunto gli obiettivi previsti; per i docenti c’è stato il PIA, certificazione di non aver svolto tutti gli argomenti programmati. Il dispositivo legislativo ci ha quindi imposto di valutare e ci si è chiesti come farlo e, a fronte di esperimenti seri ed equilibrati, per alcuni è iniziata la misera lotta per cercare di evitare che lo studente copiasse o si facesse aiutare. Tralascio gli eccessi pietosi a cui ciò ha condotto. Mi interessa invece che questa sia stata la prima occasione persa: una seria riflessione sul tema della valutazione nella scuola.

Krisis

Ve ne sono state, purtroppo, altre di occasioni perse. In pochi mesi nella scuola abbiamo maturato, o forse avuto il modo di esprimere in maniera più chiara, la consapevolezza che le fragilità del sistema messe in luce dalla pandemia erano solo la superficie di carenze strutturali che l’avevano impoverito in persone, strutture, formazione. Da cittadini lo vedevamo a un livello più ampio che investiva altri settori e il modello stesso di sviluppo capitalistico. Allora abbiamo iniziato a nutrire la speranza che quella in atto divenisse una krisis nel senso etimologico, vale a dire il momento di prendere decisioni analizzando una difficoltà. Sono iniziate, così, tra aprile e maggio, assemblee sindacali o autorganizzate e si sono formati vari coordinamenti; come insegnanti ci siamo confrontati spesso, ormai padroni delle piattaforme. Si è creata una convergenza larghissima su pochi punti, molto chiari: la didattica a distanza non può sostituire quella in presenza e rimane uno strumento emergenziale o di supporto; a settembre si sarebbero dovute creare le condizioni per ripartire in presenza con classi meno numerose e quindi nuove assunzioni e stabilizzazione dei precari, nuovi spazi, presidi sanitari nelle scuole. A ciò occorreva aggiungere politiche di finanziamento alla sanità e ai trasporti. Per sostenere tali piattaforme si sono organizzate anche varie iniziative. A Roma, come espressione dell’assemblea autoconvocata delle scuole, abbiamo promosso l’astensione dalla DaD il 3 Giugno. I sindacati confederali hanno indetto uno sciopero, purtroppo tardi, l’8 giugno, coprendo questo dato con l’affermazione che era uno sciopero politico. L’elemento forte nuovo, invece, è stato il movimento di Priorità alla scuola. Nato da una lettera inviata al Governo, raccogliendo nella prima fase soprattutto i genitori, esso ha avuto il merito innegabile di porre la scuola al centro del dibattito pubblico, con una capacità notevole di agire sui media. Il 23 maggio ha promosso un importante presidio di fronte al Ministero dell’Istruzione, in cui si è ribadita con forza la piattaforma di misure necessarie a ripartire a settembre in presenza. Non si trattava solo di rispondere alla pandemia, ma di impararne la lezione: un anno zero per la scuola che, svelata a tutto il paese la condizione reale in cui si trovava, sarebbe ripartita su basi radicalmente diverse e realmente in grado di promuovere la crescita di tutti gli studenti. Questa purtroppo è stata la seconda gravissima occasione persa.


I banchi con le rotelle

L’immaginario collettivo del mondo della formazione scolastica è stato popolato da elementi dalla forte valenza simbolica, che hanno a mio avviso funzionato purtroppo da distrattori. Quella più ovvia sono i monobanchi a rotelle, icona della spesa inutile. Altre immagini simbolo sono legate alla Ministra Azzolina, tra tutte quella dell’imbuto, da lei impiegata in una improbabile similitudine con gli studenti contenitori di una didattica solo nozionistica. Sostengo che si sia trattato di distrattori perché, nonostante la fondatezza delle critiche connesse alla diffusione di quelle immagini, queste corrono il rischio di far perdere di vista il cuore del problema. Quando siamo tornati a scuola a settembre, di tutto ciò che avevamo chiesto non si è visto nulla e, paradossalmente, vi sono stati peggioramenti rispetto agli anni scorsi. Le scuole hanno ricevuto fondi per ammodernare le infrastrutture informatiche, ma non è stato ridotto il numero di alunni per classe, e solo in maniera sporadica sono stati individuati nuovi spazi. Nel Lazio l’unico ciclo scolastico ad aver ricevuto incremento di insegnanti, comunque inadeguato, è stata la primaria: una unità ogni nove chieste dalle scuole. Le assunzioni previste non vi sono state, per un problema di nuovo legato essenzialmente al consenso politico: non vi erano le condizioni per far svolgere un concorso e il M5S, per una pretesa difesa del merito, ha rifiutato di immettere in ruolo in base all’anzianità di servizio. Il concorso straordinario, riservato a chi avesse già lavorato per almeno tre da precario, è iniziato a Ottobre, altra spia della irrazionalità totale che guida le politiche scolastiche, e infatti è stato interrotto subito. Fino a novembre decine di classi hanno avuto cattedre scoperte, un problema neanche lontanamente risolto dai cosiddetti contratti covid. L’unica differenza rispetto a giugno era la sigla di un accordo con i sindacati circa l’organizzazione della Didattica Digitale Integrata (DDI), il nuovo nome della DaD. Infine, noi insegnanti abbiamo potuto fare un test sierologico.
È chiaro cioè che il problema non erano gli imbuti o i banchi con le rotelle, ma il fatto che l’inversione di tendenza che avevamo richiesto non c’era stata. Perché? Per due ragioni, entrambe gravi, l’una contingente, l’altra strutturale. La prima è la colpevole illusione che la pandemia fosse passata. La seconda è che gli interventi che noi chiedevamo avrebbero in effetti determinato politiche a lungo termine di spesa pubblica, le quali evidentemente non si vogliono attuare: ciò non riguarda solo Azzolina o il governo appena cambiato, ma almeno venti anni di amministrazioni di ogni colore. Pertanto, quando a settembre siamo rientrati in classe, il quadro è stato disarmante. Nelle aule era evidente l’assenza di sicurezza: i responsabili nelle scuole avevano messo pallini per terra distanziati di un metro ciascuno, come se la persona reale avesse quella dimensione e fissità. Quando vi siamo rientrati, contenti di non aver più davanti uno schermo, bensì i visi dei ragazzi, c’erano i soliti 27 studenti, costretti seduti su sedie e senza banchi, con orari ridotti e cattedre scoperte. Molti di questi inconvenienti si sarebbero potuti evitare con una diversa volontà politica. La cosa più grave in assoluto è stata che, di nuovo in pochi mesi, non si garantiva a tutti gli studenti italiani un eguale diritto allo studio. Il Ministero, e a cascata gli Uffici Scolastici Regionali, hanno scaricato tutto sulle singole scuole, rinvigorendo la tanto (da loro) amata autonomia e ogni istituto si è organizzato a suo modo, tra classi intere in presenza, o divise tra casa e scuola. Gli autobus, specie nelle grandi città, sono tornati ad affollarsi. Gli scellerati comportamenti estivi hanno contribuito, insieme a ciò, alla ripresa dei contagi. Il 26 settembre c’è stata una manifestazione organizzata da Priorità alla Scuola a Piazza del Popolo a Roma, con l’adesione di alcuni sindacati, mentre nel frattempo altri avevano indetto giornate di sciopero. Ma la macchina era in discesa e senza freni.

L’anello

Il 26 Ottobre il Ministero ha emanato una nota – la famigerata circolare Bruschi – che regolava la DDI, dando ai singoli istituti nella loro autonomia il compito di organizzarla seguendo i parametri lì contenuti. Il criterio era semplice: impedire ai prof, sfaticati per antonomasia, di perdere i minuti di lezione anche davanti ai PC. Senza tenere in conto l’esposizione ai monitor nostra e dei ragazzi, ha prevalso l’impulso propagandistico di poter dire che tutti gli studenti avrebbero avuto online il medesimo orario che hanno in presenza, eliminando di fatto la possibilità di frazioni orarie e attività asincrone. Era la negazione dei principi didattici che tutti avevamo sostenuto durante il lockdown. Intanto nel Lazio abbiamo avuto il tempo di assistere, nella medesima settimana, al passaggio dalla DaD al 50 % decretata dalla Regione, a quella al 75% decretata dal DPCM di Conte, fino, poco dopo, alla didattica a distanza totale per le scuole superiori in tutta Italia. Infanzia, elementari e medie potevano proseguire in presenza, almeno in alcune regioni. Di rinvio in rinvio siamo arrivati a Natale. L’anello era chiuso. Dal 5 marzo nulla era cambiato: il Paese non aveva neanche provato, seriamente, a ricominciare a costruire una scuola per il futuro partendo dalla pandemia.


Vanità delle vanità

Nella calza non abbiamo trovato le misure necessarie, ma il sistema non avrebbe tollerato di avere ancora una parte rilevante della scuola in DaD. Dopo una serie di rinvii, in forme diverse a seconda delle regioni, anche alle superiori si è tornati in molte regioni in presenza, per ora al 50%. È stato il momento dei documenti prodotti dai docenti e pubblicati su “Il manifesto”, delle proteste e dello sciopero del 29 gennaio, di alcune occupazioni, del cambio di governo.
Tutto ciò appare, direbbe Qohelet, vano soffiare di vento. Le circolari sugli organici per il prossimo anno scolastico, appena uscite, impongono alle superiori classi con i numeri di alunni previsti dalla legge 81 del 2009, Ministra Gelmini. Pandemie o meno, proteste, crisi, nulla di nuovo sotto il sole.

* Massimo Gargiulo è insegnante di lettere nei licei ed ha incarichi di docenza come ebraista in alcune università.

DAD o non DAD?

26 febbraio 2021 by

La scuola al tempo del COVID

25 febbraio 2021
Andrea Appetito e Marco Erba a Fahrenheit Radiotre

Lidia a modo mio

23 febbraio 2021 by

Pavia, febbraio 2021

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Lidia

Ciao, sono felice che siamo qui assieme, condividere un’emozione comune fianco a fianco è una sensazione bellissima. Vorrei fosse questa sensazione a suggestionare la trama e i colori del tappeto emotivo che sta tessendosi qui ora.
Prendo parola con la gratitudine d’avermi concesso la possibilità di farlo. Il tempo che vi chiedo lo utilizzerò per raccontare Lidia a mio modo.
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Parliamo di scuola

22 febbraio 2021 by

di Andrea Appetito *

Massimo Bucchi

La pagina che comincia ora vorrebbe diventare una voce della scuola che ascolta e racconta sé stessa dopo un anno di emergenza epidemiologica, per immaginare un futuro possibile mentre viaggiamo ancora dentro una crisi dai risvolti incerti, imprevedibili.
Interverranno su questa pagina studenti, insegnanti, persone che a vario titolo lavorano nella scuola e punti di vista “eccentrici” che guardano la scuola dall’esterno ma ne conoscono gli effetti, le criticità, le potenzialità.
In verità, di scuola si parla abbastanza anche se in maniera intermittente e quasi sempre a partire da voci che non hanno esperienza diretta della realtà scolastica; ultimamente lo si è fatto con un’intensità maggiore che dobbiamo soprattutto all’impegno delle ragazze e dei ragazzi a scioperare e a occupare le scuole per mettere in evidenza lo stato di salute del presente e del loro futuro. Anche prima del Covid la scuola non era un luogo ideale ma certamente un luogo reale, con le sue contraddizioni e i suoi limiti. Una cosa sembra chiara: la scuola non sarà più come prima ma questo, forse, non lo abbiamo ancora elaborato o forse non abbiamo neppure cominciato a farlo. Lo abbiamo intuito, però, all’inizio dell’anno scolastico in corso quando per la prima volta è comparso l’acronimo DDI: Didattica Digitale Integrata.
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Le foibe prima delle foibe

8 febbraio 2021 by

di Giovanni Giovannetti

arbe

Vent’anni di assurda repressione culturale e militare del Fascismo nelle terre slavofone di oltre Isonzo, e il conseguente acceso rancore che un tale delirante comportamento ha nel tempo alimentato. Ne scrive Adriano Sofri nel suo libro Il martire fascista (Sellerio, 2020), e parla quasi da testimone poiché negli anni Trenta del Novecento sua madre è stata maestra in un paesino del Carso triestino, le stesse terre dove Sofri ha trascorso una parte dell’infanzia e dell’adolescenza. L’autore prende di petto l’intera vicenda, a partire dall’assassinio il 4 ottobre 1930 a Verpogliano-Vipacco (Vrhpolje-Vipava in sloveno) presso Gorizia del maestro elementare siciliano Francesco Sottosanti, convinto fascista e padre di quel Nino Sottosanti detto “Nino il mussoliniano” che più avanti nel tempo, infiltrato tra gli anarchici, vedremo coinvolto nella strage di piazza Fontana a Milano.

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Novanta+tre volte auguri, caro Mino

30 gennaio 2021 by

di Giovanni Giovannetti

1928. Alexander Fleming scopre la penicillina. E se quell’anno a Rosario in Argentina viene al mondo Ernesto Guevara detto il “Che”, a Pavia, alle ore dieci di un nevoso tre febbraio, nasce Guglielmo Milani detto Mino, il più grande narratore di avventura e di mistero del Novecento italiano (dopo Salgari, s’intende).

Mino Milani

Lo vediamo qui ripreso nella sua prima foto: «Ecco, mi presentavo così nell’inverno del 1928, paffuto e morbido», ci racconta Mino; «una mia morosa dei primi anni d’Università, ricordo, la vide e se ne innamorò; non finiva mai di guardarla, quella foto, se la stringeva al petto, diceva che sembravo un “piccolo Buddha”, e la baciava».

Mino Milani

Guglielmo dunque, come il nonno materno Guglielmo Castelli da Siziano, uno dei più affermati imprenditori edili italiani. Nella foto di Guglielmo Chiolini, Mino è il primo a sinistra, con i fratelli Giuseppe detto Puccio e Mario, il più grande: «Si era a Casatico, allora cascina oggi sobborgo di Siziano, luogo del raduno annuale della sterminata famiglia dei Castelli». Sono gli anni delle prime letture, come Cuore del De Amicis, «fino a quando non arrivò Salgari, e le cose cambiarono». Il primo libro del ciclo di Mompracem glielo regala il padre «e, sfogliandolo, le illustrazioni mi sconcertarono: non v’era un solo personaggio (tranne Kammamuri, mi pare) senza la barba, inequivoco e sgradevole segno d’età avanzata, e feci una certa fatica ad accettarlo». Salgari scaraventerà il ragazzo Mino «nell’intrico delle foreste dove tutto è emozione, dove ogni passo può essere l’ultimo,per via di un serpente o di un mostruoso insetto che ti prende alle spalle, il maledetto, e ti strangola».

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L’equivoco della memoria condivisa

27 gennaio 2021 by

di Claudia Cernigoi

Va innanzitutto detto che è necessario distinguere tra storia e memoria: la storia è una materia scientifica, una raccolta di fatti inequivocabili: le interpretazioni e le valutazioni possono poi essere diverse (e sono queste che creano “memoria”), ma è un dato di fatto, ad esempio, che il 28 ottobre si compì la Marcia su Roma, evento che per i fascisti rappresenta una giornata di festa, mentre per gli antifascisti significa la fine della democrazia; così come il 25 aprile, giorno in cui si celebra la Liberazione dal nazifascismo, è per i nazifascisti giornata di lutto.
Premesso questo, possiamo considerare che è ormai da più di trent’anni (dal cosiddetto “crollo del comunismo”) che stiamo assistendo alla progressiva distruzione della memoria storica di tutto quanto di positivo avevano fatto i paesi socialisti, soprattutto nella lotta contro il nazifascismo (va ribadito che in termini di perdite umane l’Urss e la Jugoslavia furono i Paesi che percentualmente ebbero più morti durante la Seconda guerra mondiale).

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Polveri sottili in Lombardia. E a Pavia?

24 gennaio 2021 by

di Paolo Ferloni

Quando si era scolari o studentelli – altri tempi – pareva che il primo o la prima della classe fossero i preferiti della maestra o dei professori e poteva sembrare spontaneo e naturale invidiarli. O peggio, magari provare a imitarli. Nulla di più sciocco, oggi, visto che sulla stampa nazionale esce, la settimana scorsa, una specie di classifica europea delle città più afflitte da polveri sottili (PM 2,5), dove si respira aria cattiva e si muore prima. E noi lombardi dove siamo? Primi in classifica! Ovvio, siamo tra le cosiddette ‟eccellenze”! Non per niente chi ci governa da anni ama dire che siamo tra i motori dell’Italia e tra i motori dell’ Europa!
Già, i titoli non ingannano, né lasciano spazio a pie illusioni: su 978 città, grandi e piccole, prese in esame da uno studio molto ampio, accurato e completo, pubblicato il 19 gennaio da “Lancet Planetary Health”, rivista scientifica britannica tra le più autorevoli nel mondo, risultano: prima Brescia, seconda Bergamo, ottava Saronno, tredicesima Milano. Poi Como 17ma, Cremona 18ma, Busto Arsizio (Varese) 19ma. Gli autori sono S. Komenko et Al., dell’ Insitute for Global Health di Barcellona, in Spagna.
Qui i benevoli lettori si chiederanno: e Pavia dove sta? Chi scrive si è posto la stessa domanda e per rispondervi è andato a scaricare, stampare e consultare le 178 pagine della ‟Supplementary appendix” allegata al lavoro originale, che si trovano in internet, e nella tabella di pag, 106 ha trovato che Pavia viene subito dopo, è 21ma, seguita subito a ruota da Novara e da Venezia. Un po’ meglio di Brescia, Bergamo, Como e Cremona, consoliamoci, si respira! Leggi il seguito di questo post »

La scuola digitale è un non-luogo

24 gennaio 2021 by

di Andrea Appetito

Ci sarà, dicono, un piano di investimenti storici. Non possono non includere anche la scuola. Al momento sembra che si investirà soprattutto sulla digitalizzazione cioè sulla scuola digitale, un non-luogo, una simulazione di scuola. Chi l’ha sperimentato in questi mesi (scuola, università, smart working) lo sa. Su cosa si dovrebbe investire allora? Sulla riduzione degli alunni per classe, si dice, e sono d’accordo. Se soltanto si realizzasse questo, molte cose potrebbero cambiare. Scrivo “potrebbero” perché il cambiamento delle condizioni materiali non corrisponde necessariamente a un rinnovamento reale della scuola.
Eppure sono anni che si parla di questo, teorizzando nuove modalità di insegnamento e premiando chi le applica rovesciando le classi senza che però il prodotto cambi. Innovazione, digitalizzazione e aziendalizzazione sono andate avanti di pari passo e nel lessico scolastico sono comparsi termini come “utente” che è la traduzione del termine studente che è un modo di declinare la vita di un bambino o di un ragazzo per alcune ore al giorno dentro uno spazio ristretto che generalmente fa(ceva) riferimento a un programma e non ai suoi bisogni fondamentali. Pochi giorni fa parlando con alcuni ragazzi durante il loro sciopero (il primo sciopero studentesco dell’era digitale, durato alcuni giorni e organizzato da ragazze e ragazzi che nascono da una “tabula rasa”: prima di loro c’è un vuoto di anni e devono reiventarsi tutto, ricominciare daccapo e lo fanno per avere una voce, per non essere indifferenti, perché vogliono confrontarsi e non lasciarsi più raccontare dagli altri), pochi giorni fa – dicevo – mi hanno risposto che la scuola dovrebbe essere un luogo in cui possono esprimere le loro potenzialità, inascoltate e costantemente rimosse. Leggi il seguito di questo post »

Do re mi fa sol dell’avvenire

19 gennaio 2021 by

di Giovanni Giovannetti

Intervenendo alla Camera il 18 gennaio scorso nel dibattito sulla fiducia al Governo, Mariastella Gelmini ha detto che il pensiero socialista è di casa in Forza Italia. Il 19 gennaio di ventuno anni fa ad Hammamet moriva Bettino Craxi. Il 21 gennaio di cento anni fa, al diciassettesimo congresso socialista di Livorno la corrente massimalista abbandona il teatro Goldoni per fondare il Partito comunista d’Italia. Sono storie e anniversari di questi giorni.
Un altro balzo indietro e siamo al 1991, a “tangentopoli” e al socialista craxiano Mario Chiesa, quel «mariuolo isolato» che tanto isolato non era; siamo allo scoperchiamento di un sistema di tangenti che sancirà la fine di un’era politica: a Pavia (un’“eccellenza” nazionale, poiché in riva al Ticino i maggiori partiti si erano consorziati nel riscuoterle) e nel Paese.
Quanto a me…
Voglio diventare segretario del Psi pavese in disarmo, o almeno socio di maggioranza del suo Cda. Un affare! Trovatemi un altro partito con lo stesso passato e la stessa storia del partito socialista male in arnese. Allora lancio un’Opa, lo piglio, lo risano, lo rivendo, e incasso le plusvalenze.

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La strage delle fonderie

8 gennaio 2021 by

9 gennaio 1950, a Modena la polizia spara. È il più grave eccidio operaio della storia repubblicana
di Giovanni Giovannetti

«Alla Crocetta erano in tanti / davanti ai cancelli della fonderia, / volevano pane e lavoro per tutti, / vennero uccisi e così sia». Sono i versi di una toccante ballata dei Modena City Ramblers su quella strage.
Il 9 gennaio 1950 (anno Santo) a Modena è Bloody Monday, lunedì di sangue: nel giorno in cui a Brescia si apre il processo per i fatti di Porzûs, e mentre in Emilia si arrestano 3.500 partigiani per delitti commessi dopo la Liberazione, e si processa la Resistenza, alle Fonderie riunite scatta la repressione militare di uno sciopero proclamato in risposta al licenziamento di numerosi lavoratori sindacalizzati e dopo una lunga serrata padronale della fabbrica. La proprietà delle Fonderie non vuole sentir parlare di diritti dei lavoratori, ora costituzionalmente garantiti (articolo 39, sulle libertà sindacali; articolo 40, sul diritto di sciopero) e semmai punta a darsi carta bianca nel subordinare il salario alla produttività, facendo largo uso dei premi di produzione differenziati e cancellando il cottimo collettivo. Viene persino annunciato il licenziamento di tutti quanti i 565 lavoratori per riassumerne solo 250, soppiantando i congedati con forza lavoro malleabile reclutata sul posto e nelle campagne venete dai preti e dal sindacato “libero” filo-democristiano (la futura Cisl).
E dire che la fabbrica non è in crisi: la produttività è aumentata (da 1.800 a 2.500 quintali di ghisa al mese) così come i profitti (nell’anno 1949 l’aumento è stato di 222 milioni di lire di allora, equivalenti a più di 4 milioni di euro odierni), a fronte di un ammontare complessivo delle retribuzioni in netto ribasso. Ma siamo in un altro dopoguerra e con la restaurazione anche la più semplice vertenza sindacale può ormai deflagrare in tragedia.

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Blue Moon

5 gennaio 2021 by

La docu-serie SanPa, gli anni Settanta e la sporca guerra “non ortodossa” a una generazione
di Giovanni Giovannetti

Con equilibrio e onestà d’intenti il docu-film SanPa, luci e tenebre di San Patrignano verte sui metodi, anche violenti e fuorilegge, praticati da Vincenzo Muccioli nella comunità di recupero da lui fondata. Focalizzandosi su Muccioli e sul “processo alle catene”, “SanPa” poco può dire sul contesto entro cui in quegli anni matura la mattanza delle tossicodipendenze, e nulla sulla storia che qui si racconta: la storia di una generazione annichilita da un potere incline a trasformare in devianza i sogni e i bisogni di quell’universo giovanile.


Eroina di Stato

Deponendo il 7 gennaio 2010 al processo bresciano per la bomba in piazza della Loggia del 1974 (8 morti e 102 feriti), l’ex squadrista nero, sindacalista Cisnal e uomo dei Servizi militari “paralleli” Roberto Cavallaro riferirà di aver presenziato con altri italiani a un seminario formativo ad alto livello tenuto nell’autunno 1972 sulle montagne dei Vosgi in Francia; in quella sede venne illustrata l’operazione Blue Moon e le relative modalità di introduzione, anche in Italia, di eroina e allucinogeni per marginalizzare i movimenti della nuova sinistra.
Cavallaro lo ripeterà in tv da Gianni Minoli, precisando che alla riunione «erano presenti più soggetti, sia dell’Europa occidentale sia, con nostra grande sorpresa, persone appartenenti all’area opposta del Patto di Varsavia» (perché stupirsi? La rivolta generazionale deflagrata nel Sessantotto era invisa ai sistemi di potere sia dell’Est sia dell’Ovest), chiamati a confrontarsi su come annientare gli avversari e qualunque forma di dissidenza.
“Annientare”? «I servizi di sicurezza» chiarisce Cavallaro «non sono fondati su princìpi di cavalleria, ma sull’idea che il nemico va comunque eliminato». E se in Unione sovietica e in Cina fucilano i dissidenti o li deportano nei gulag, in manicomio e nei campi di rieducazione, in occidente, ammette Cavallaro, li annichiliscono, favorendo lo “sballo” (bella idea di democrazia!).

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La diciottesima vittima di Piazza Fontana

13 dicembre 2020 by

di Giovanni Giovannetti

La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, il ferroviere anarchico Pino Pinelli (una ex staffetta partigiana) precipita dal quarto piano della Questura milanese nel cortile sottostante. Cinquantuno anni dopo la verità giudiziaria è ancora ferma al «malore attivo» della sentenza vergata nel 1975 dal giudice Gerardo D’Ambrosio. Secondo l’ex generale dei Servizi Gianadelio Maletti (oggi latitante in Sudafrica), «Pinelli si rifiutava di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade» (lo scrivono Alberto Nerazzini e Andrea Sceresini sul “Fatto Quotidiano” dell’11 dicembre scorso). Tutto questo a Maletti l’avrebbero riferito il maggiore dei carabinieri Giorgio Burlando, responsabile del centro di controspionaggio di Milano e il colonnello Antonio Viezzer, capo della segreteria del “reparto D” del Sid. Ma soprattutto, scrivono Nerazzini e Sceresini, lo ammette l’ex capo del Servizio segreto militare generale Vito Miceli.
L’anarchico Pinelli è dunque la diciottesima vittima della strage di piazza Fontana a Milano: strage di Stato, così come la morte di Pinelli, provocata da funzionari di quello Stato che tuttora, ha scritto Davide Conti, «ha scelto di rappresentare quegli anni attraverso una narrazione auto-assolutoria» (“il manifesto”, 12 dicembre 2020).
Nonostante anni di indagini, nove processi e montagne di materiale probatorio, la strage di piazza Fontana rimane tuttora senza colpevoli. Siamo dunque senza una verità giudiziaria esaustiva sulla pagina più buia della recente storia repubblicana.

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