Profeti

8 dicembre 2016 by

E mai il valente Mario Fortunato di TelePavia fu più profetico nell’ironizzare, ieri in trasmissione, su altre futuribili contestazioni comunali a Vito Sabato: proprio ieri, 7 dicembre, a Vito è stata notificata l’ennesima reprimenda inoltrata dal plurindagato Angelo Moro, la quarta in un anno.
L’ingegner Sabato viene accusato di aver fatto affermazioni che possono «nuocere al prestigio e all’immagine del Comune» (Vito sarebbe il nocivo, e non l’apprendista Torquemada Angelo Moro ora a giudizio); e che tali affermazioni «sono riconducibili all’attività dell’Ente» (come se le malefatte del Torquemada – azzonamenti e permessi farlocchi a selezionati costruttori poi condannati o con lui a giudizio – fossero da addebitare all’Ente, e non all’incantevole plurimputato).
Su questo dirigente incline alle furfanterie già la Cassazione si è pronunciata definitivamente, ordinando la confisca dei 77 appartamenti illecitamente costruiti a Punta Est proprio brandendo un suo generoso permesso: chi allora nuoce «al prestigio e all’immagine del Comune»? Ma quando lo cacciate?
A proposito: caro sindaco Massimo Depaoli, cara vicesindaco e assessore al Personale Angela Gregorini, poiché non lo sapete vi si informa che dopo la menzionata sentenza della Cassazione su Punta Est (che è dunque definitiva), i danni da questo tale (500mila euro) li potete rivendicare sin da ora subito adesso, senza dover attendere la futuribile sentenza penale. (G. G.)

Lunga vita a Vito

7 dicembre 2016 by

Dopo il servizio delle Iene il 28 novembre su Italia Uno (e in attesa di una loro nuova discesa pavese a breve) l’agenda televisiva di Vito Sabato registra altri due appuntamenti: mercoledì 7 dicembre Vito è stato a TelePavia, ospite della trasmissione Ora locale (lo vediamo nella foto, negli studi di TelePavia, con Giovanni Giovannetti e Mario Fortunato); domenica 11 dicembre alle ore 14 sarà invece ospite di Massimo Giletti a L’Arena, seguitissima trasmissione pomeridiana di Rai 1. Tra la prima e la seconda apparizione, chi ne avesse piacere potrà leggere, venerdì, il ritratto a lui dedicato dal settimanale della diocesi pavese Il Ticino. Buona visione e buona lettura.

Vito Sabato è quel funzionario comunale tutto d’un pezzo che in più riprese ha denunciato alla procura pubblici amministratori e dirigenti tutti d’un prezzo. Da qualche settimana la storia di Vito è romanzo popolare, dopo un seguitissimo servizio delle Iene il 28 novembre su “Italia Uno”: Iene scatenate poiché, invece di premiarlo, l’amministrazione pavese lo vuole inoperoso, così da non nuocere (Vito, e non i sette o ottanta ladroni da lui denunciati e ora a processo). Alle Iene, e non senza imbarazzo, il sindaco Massimo Depaoli ha detto che la questione dipende dai dirigenti (e da chi dipendono i dirigenti?) e che, ad ogni buon conto, a breve lui vedrà e provvederà (le Iene contano i giorni).
Ora, segnatevi questa data: dopo TelePavia (mercoledì 7 dicembre, ore 19,30) domenica 11 dicembre Vito Sabato sarà nuovamente in tivù, ospite di Massimo Giletti a Una domenica da leoni, spin-off de L’Arena (Rai 1).
Il bel faccione di Vito buca lo schermo, ma non sfonda sulla stampa locale (quella nazionale, dal “Fatto Quotidiano” alla “Stampa”, ne scrive ormai costantemente): evidentemente ciò che dal Pavese fa notizia in Italia, non ha caratura per il quotidiano di Pavia. Poco male, poiché il nostro Vito (tra i pochi “eroi” positivi in circolazione) in queste ore deve fare la spesa col passamontagna, per non trovarsi sommerso dai complimenti e dalle strette di mano dei concittadini.

Cittadino perbene

Discriminato e mobbizzato sia dalle Amministrazioni di sinistra che da quelle di destra per aver denunciato più d’una ruberia in danno della collettività. Anzi, a rendere dura la vita di questo nostro funzionario comunale concorre proprio il temerario Angelo Moro, l’ex dirigente all’Urbanistica ora alla Mobilità, a giudizio per gravi reati contro la pubblica amministrazione eppure nemmeno sospeso (da Moro quest’anno ben tre contestazioni disciplinari).
E dire che, stando alla legge “anticorruzione” nella pubblica amministrazione, «il pubblico dipendente che denuncia all’autorità giudiziaria […] condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria…» (legge 190/12 , art 1, comma 51). E dire che, stando alla Corte dei Conti, tali malefatte sono ormai da tempo una tassa occulta che ogni italiano paga: 60 miliardi annuali, 1000 euro a testa, neonati inclusi.
Dunque, Vito Sabato andrebbe ringraziato – e non perseguito – per aver denunciato mercimoni milionari in danno della collettività. Furfanterie che vanno dalla lottizzazione abusiva di Punta Est all’illecito urbanistico di Green Campus; dall’assunzione di taluni dirigenti con concorsi ad personam alle gravi irregolarità nelle gare d’appalto per i lavori di segnaletica stradale («dai prezzi palesemente gonfiati» fino al 100 per cento, e fatturati due volte).

I traffici dell’Ufficio Traffico

Soffermiamoci su questo ultimo grave illecito. Siamo nel 2006, Sabato denuncia lavori pagati e «in gran parte mai realizzati» per un ammontare calcolato in 2.277.598 di euro. Sempre le stesse ditte a concorrere e altre delizie a danno dei contribuenti. Illeciti per i quali l’8 aprile 2011 il Tribunale di Pavia ha condannato fra gli altri l’ex dirigente dell’ufficio Mobilità e Trasporti Antonio Capone (falsi, truffa aggravata e continuata, peculato, violenza privata continuata e aggravata: tre anni e dieci mesi di reclusione e risarcimento danni). Il «sistema criminale» era in voga da anni. Una «radicata prassi corruttiva», una «disinvolta e criminale gestione del pubblico denaro» e degli appalti stradali nutrita dalle «pressioni di assessori che non hanno esitato a minacciare di licenziamento funzionari onesti, che hanno avuto solo la colpa di denunciare i fatti a cui stavano assistendo». Sono le parole del pm Roberto Valli, riprese dalla sua requisitoria.
Al Capone e alla sua combriccola di certo non è mancata l’ironia: lavori su 413 metri lineari di asfalto pagati come se la strada fosse lunga più del doppio o del triplo; strisce per il parcheggio delle auto tinteggiate lungo vie in terra battuta; fermate per l’autobus in vicoli forse accessibili a un motorino; un impianto semaforico tra via Lardirago e la tangenziale, là dove in realtà troviamo un sottopasso… In un secondo esposto alla Procura, Sabato chiama in causa Roberto Portolan, assessore socialista alla Mobilità e alla Polizia locale, e il direttore generale del Comune di Pavia Giampaolo Borella: «il dottor Borella mi aveva consigliato di presentare domanda di mobilità presso il Comune di Cosenza, mia città natale. Mi aveva detto che, quand’anche le cose denunciate fossero risultate vere, il denunciante non è mai persona gradita all’amministrazione e pertanto un mio trasferimento […] sarebbe servito ad assicurarmi una vita più serena». In una lettera riservata a Borella e al segretario generale del Comune, il comandante della polizia municipale Gianluca Giurato informa che «l’assessore Portolan mi ha più volte riferito che l’ingegner Sabato non avrebbe dovuto occuparsi di segnaletica stradale».

Il sindaco parla per messaggi

«Io parlo per messaggi, perché parlare troppo non serve…» Sono parole inquietanti, del sindaco Piera Capitelli (centrosinistra, sindaco di Pavia dal 2005 al 2009) a Vito. Cosa voleva il sindaco dal funzionario? Premiarlo per la sua rettitudine? Ringraziarlo poiché, grazie alla sua denuncia, l’Amministrazione aveva risparmiato ingenti somme di pubblico denaro? No, leggete: «mi piacerebbe che lei chiedesse di essere trasferito in un altro ufficio…» Come dire: sei così zelante che ti vorrei altrove, il più lontano possibile dai traffici dell’ufficio Traffico.
Da sinistra a destra. Dopo il cambio di colore nel 2009, il combattivo funzionario si ritrova malvisto anche dalla Giunta Cattaneo (centrodestra). E nulla cambia dopo il 2014, col silente sindaco Depaoli (centrosinistra).
Secondo il pm Valli, il processo al Capone «è l’esempio di come a Pavia può esserci un malaffare diffuso nella gestione degli appalti e l’asservimento sistematico del pubblico agli interessi del privato». Ne siamo convinti.

Postilla finale

E mai il valente Mario Fortunato di TelePavia fu più profetico nell’ipotizzare in trasmissione una nuova contestazione comunale: proprio il 7 dicembre, a Vito è stata notificata l’ennesima reprimenda dal plurindagato Angelo Moro, la quarta in un anno. Su questo dirigente incline alle furfanterie già la Cassazione si è pronunciata definitivamente, ordinando la confisca dei 77 appartamenti illecitamente costruiti a Punta Est dopo un suo generoso permesso.
Vito Sabato viene accusato di aver fatto affermazioni che possono nuocere al prestigio e all’immagine del Comune (Vito il nocivo, e non l’imputato Moro); e che tali affermazioni sono riconducibili all’attività dell’Ente (come se fosse stato l’Ente, e non l’incantevole plurimputato ad aver rilasciato permessi farlocchi e cioè fuorilegge).
A proposito: caro sindaco Depaoli, cara vicesindaco Gregorini, vi si informa che dopo la menzionata sentenza della Cassazione, a questo tale i danni (500mila euro) li potete rivendicare senza dover attendere la futuribile sentenza penale.

Storia, geografia, scemenze

7 dicembre 2016 by

Alessandro Cattaneo, l’ex sindaco più amato d’Italia, attuale responsabile Enti locali di Forza Italia, lunedì 5 dicembre 2016 in Consiglio comunale a Pavia: «In Urss cadeva il muro di Berlino». Bene, bravo, bischero.

La rinascita democratica

5 dicembre 2016 by

I piani occulti della P2 hanno anticipato con impressionante esattezza la linea dei governi italiani, da Craxi a Berlusconi a Renzi.
[…]
Dal Piano di Rinascita democratica, sequestrato a Licio Gelli nel 1985:

– abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori;
– limitazione del peso politico dei sindacati;
– riduzione dei partiti di massa a reti di club orbitanti attorno a una oligarchia autoleggittimata e a un leader carismatico;
– liberalizzazione e controllo politico della televisione;abolizione del bicameralismo con l’istituzione di un’unica Camera, con un settore politico e un settore tecnico;
– riduzione del numero dei parlamentari;
– passaggio dalla Repubblica parlamentare alla Repubblica presidenziale;
– soppressione delle province;
– limitazione dei poteri della Corte Costituzionale.

(Aldo Giannuli, Da Gelli a Renzi, passando per Berlusconi, Ponte alla Grazie, 2016)

La città immobile

4 dicembre 2016 by

di Paolo Ferloni, Walter Veltri, Stefania Vilardo *

In questi giorni è stato pubblicato il consueto rapporto annuale di Legambiente sulla qualità della vita nelle città capoluogo di provincia. In esso figurano, analizzati per singolo indicatore, i dati relativi al 2015 e si valuta anche l’andamento degli ultimi cinque anni. Da questo studio è scaturito che generalmente le città medio-piccole raggiungono i risultati migliori.
Purtroppo, valutati i dati nel periodo 2011-2015, Pavia viene bollata come “città immobile”: appare che in questi cinque anni nulla sia stato fatto per rendere la città più vivibile. Cinque anni che comprendono sia l’amministrazione Cattaneo di centro destra, – per quanto riguarda la Giunta Cattaneo il dato non sorprende, – sia l’attuale Giunta di centro-sinistra. I dati confermano l’immobilismo di De Paoli che aveva impostato la campagna elettorale principalmente su una maggiore qualità della vita rispetto al passato.
Ma per la città il risultato è ancora più negativo se viene confrontato con quello delle prime dieci classificate che sono città del Nord e delle stesse dimensioni di Pavia. Nel rapporto ci sono anche le tabelle di alcuni indicatori per tutti i cinque anni del periodo 2011-2015, che confermano il peggioramento della città nel periodo 2014-2015 con De Paoli. Se ne presentano tre qui di seguito.
1. Trasporto pubblico: passeggeri [viaggi/abitante]: Pavia é passata da: 88 viaggi per abitante nel 2011 a 96 nel 2014 per crollare a 63 viaggi per abitante nel 2015. Questo pessimo dato è quasi certamente il risultato degli sconsiderati provvedimenti che stanno disincentivando l’uso del mezzo pubblico, in assenza del Piano Urbano della Mobilità, presi singolarmente in modo isolato dall’Assessore alla Mobilità. Con la conseguenza che i cittadini che vengono dalla periferia o non si muovono dalla zona in cui vivono o prendono la macchina, visto che possono parcheggiare in pieno centro.
2. Dispersione della rete idrica, che considera la differenza tra l’acqua immessa nella rete e quella consumata: dal 14% si è passati al 16%. Certo ci si rende conto che può non esserci una relazione diretta tra i guasti del vecchio acquedotto e l’operato della Giunta, ma si tratta di un segnale, per quanto modesto, d’invecchiamento e declino della città.
3. Però il dato più allarmante è la concentrazione del PM10 che certifica la qualità dell’aria e passa dai 34,5 microgrammo per metro/cubo del 2014 ai 39,5 microgrammo per metro/cubo del 2015. Oltre a ribadire che Pavia è tra le città più inquinate, il dato conferma anche l’assenza di provvedimenti da parte del Sindaco, o lascia immaginare che i provvedimenti presi siano stati inutili o poco utili.
Infatti una concentrazione di polveri così elevata e permanente nel tempo ha conseguenze negative per la salute dei cittadini, di cui il Sindaco è il primo responsabile. Conseguenze delle quali egli è sicuramente ben informato, come tutti noi, e che potrebbe affrontare soltanto con interventi sistematici e coraggiosi, non senza un largo consenso tra sindaci del Pavese e altri sindaci lombardi delle città di pianura che si trovano nelle medesime condizioni.

* Insieme per Pavia

NO

2 dicembre 2016 by

A tutto questo, io voto NO

2 dicembre 2016 by

di Riccardo Catenacci

Non ho finora scritto riflessioni o altro sul referendum, più che altro perché stremato dalla pervasivitá di questa estenuante campagna.
In linea di principio, non voglio intendere questo referendum come un appuntamento eminentemente politico e di breve respiro sul Governo; credo che la riflessione sulla seconda parte, quella “tecnica”, della Costituzione meriti una riflessione più lucida e di ampio respiro.
Vedere però i promotori della riforma, cioè chi attualmente guida il Paese, cercare di “convincere” gli elettori della bontà della riforma della Carta costituzionale attraverso inserzioni sponsorizzate su pagine fb qualunquiste e con allusioni clientelari mi fa venire il voltastomaco.
Questo è il livello a cui siamo arrivati; ricordiamoci allora da dove siamo partiti.
Questa riforma nasce indissolubilmente avvinghiata all’Italicum con il proposito di far fuori il Senato, cioè il ramo del parlamento che più volte (per i meccanismi di elezione su base regionale) ha minato le possibilità di governare per il partito di maggioranza relativa nel paese.
Le altre, avvincenti, parti della riforma sono un confuso accrocchio di elementi populisti (il taglio dei costi), una confusa volontà centralista e qualche, marginale, accattivante richiamo alla rappresentatività popolare. Nulla di ben focalizzato e, a mio avviso, in secondo piano rispetto a un disegno politico tramontato con la fine del patto del Nazareno e la discesa nei sondaggi del Pd dalle vette delle Europee. Lo testimonia senza possibilità di smentita la corsa a promettere modifiche all’ “ottimo” e mai testato Italicum.
Tramontata dunque l’ipotesi di un partito nella nazione, unico polo di governo sul modello Dc, rimane la volontà di potenza e di permanenza al potere di una neo-arrivata ed arrivista classe “dirigente”, ben supportata dai residui della precedente.
Meritavamo di meglio, meritavamo – e sarebbe stato utile – un dibattito serio e critico sull’assetto delle istituzioni. In molti, da una parte e dall’altra, abbiamo provato a farlo. Molti in buonafede, alcuni no.
Questa riforma non è pessima, e ugualmente non è buona. Si è discusso a lungo sul merito di ogni punto di questa vastissima revisione costituzionale. Non è mia intenzione aggiungere a milioni di altri i miei rilievi puntuali.
A due giorni dal voto, tra allarmismi, bufale, minacce, rinnovi contrattuali, marketing virale e un livello infimo del dibattito credo ormai che pensare di stare decidendo – e di dover decidere – sull’Idea di Stato (di funzionamento dello stesso) che ciascuno ha o dovrebbe avere sia un modo di truffarsi da soli, o di essersi lasciati truffare. Stiamo parlando, ora e come sempre, di politica, non di Diritto Costituzionale.
A tutto questo, io voto No.

Tsunami

1 dicembre 2016 by

Ricordate il volantino “Vota Mafia?” 

Singolarmente, il mancato sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo arrivò ad imputare a questo foglio (e non a se stesso) la sua mancata riconferma, tale da comprometterne la carriera politica (si era auto-candidato alla guida del Paese; ora fatica a mantenere lo scranno di consigliere comunale d’opposizione). Piovvero piccate querele, sue e dei compagni di merende Pino Neri (il capo della ‘Ndrangheta lombarda, che nel 2009 ne favorì l’elezione), Dante Labate (candidato con Cattaneo, che del Neri fu socio nell’Immobiliare Vittoria), Luigi Greco (ex assessore e capo di gabinetto del sindaco più trombato d’Italia, in rapporti con il mafioso Pino Neri). Ora quel temporale diventa tsunami; ma è onda di ritorno, dopo la richiesta di archiviazione del pm Mario Andrigo (notoriamente esperto in fatti di mafia), ben volentieri accolta dal Gip Luisella Perulli e di seguito riportata.
Insomma, tutto vero: per il magistrato pavese «non può esservi dubbio alcuno che il Giovannetti, nel contesto del predetto volantino, abbia riferito fatti veri»; che, per questa triste verità il Cattaneo il Labate e il Greco non possano in alcun modo ritenersi offesi; e tanto meno si deve lamentare Giuseppe Neri detto Pino «il quale, pur indicato con l’appellativo di “capo della ‘Ndrangheta lombarda”, non può certo dolersi di tale “qualifica” essendo stato colpito sin dal luglio 2010 da ordinanza cautelare per il delitto di cui all’art. 416-bis Cp proprio con riferimento al suo ruolo direttivo rivestito nell’ambito del locale di ‘Ndrangheta di Pavia e provincia».
Ma il veleno sta ahiloro nella coda: per Andrigo il comportamento di Cattaneo, Labate e Greco, pur «non penalmente rilevante» è tale da «gettare ombre e/o dubbi circa la loro limpidezza». E tanti saluti. (G. G.)

Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pavia

Richiesta di archiviazione (artt. 408/411 c.p.p.,125 e 126 D.Lv. 271/89). Al Giudice per le Indagini Preliminari, sede. Il Pubblico Ministero, letti gli atti del procedimento indicato in epigrafe;

OSSERVA

I querelanti lamentano lesione alla propria reputazione a seguito della diffusione di un volantino da parte della lista civica “Insieme per Pavia”, della quale i querelati GIOVANNETTI e VELTRI erano esponenti, nel corso della propaganda elettorale per le elezioni comunali di Pavia della primavera del 2014.
Il volantino in questione veniva anche sottoposto a sequestro nell’ambito del procedimento 4404/14 RGNR, iscritto a carico di VELTRI e GIOVANNETTI, scaturito dalla querela del CATTANEO al quale in seguito sono stati riuniti quelli connessi soggettivamente ed oggettivamente originati dalle querele di NERI, GRECO e LABATE; Tra gli atti istruttori assunti meritano menzione gli interrogatori degli indagati VELTRI e GIOVANNETTI, assunti il 18.9.2014 nel procedimento 6316/14 RGNR, originato dalla querela del NERI.
Tali interrogatori risolvono in radice il problema della riferibilità dello scritto oggetto di querela all’indagato GIOVANNETTI, il quale se ne è espressamente assunto — ed anzi ne ha addirittura “rivendicato” — la paternità, mentre il VELTRI, che pure componeva il comitato di sostegno della lista civica, si è dichiarato a conoscenza della esistenza del volantino ma senza aver contribuito alla sua stesura e/o diffusione.
Ciò posto, già con riferimento alla posizione del VELTRI è evidente la carenza di qualsivoglia elemento che consenta di attribuirgli un contributo alla redazione e/o diffusione del volantino, di talché la notizia di reato nei confronti del medesimo è per ciò solo priva di alcun fondamento.
Quanto al GIOVANNETTI, la valutazione della di lui condotta non può prescindere da alcune considerazioni relative al contenuto del volantino e — soprattutto — dal contesto in cui ne è avvenuta la redazione e diffusione. Sotto tale profilo la vicenda si inquadra nell’ambito dei limiti al diritto di critica politica, essendo pacifica non solo l’attività di scrittore, editore e blogger dell’indagato, il quale è da tempo impegnato pubblicamente a Pavia sui temi di interesse della politica e dell’amministrazione locale (si v. in particolare il blog https://sconfinamento.wordpress.com/), ma anche la sua collocazione — all’epoca dei fatti — nel comitato di sostegno alla lista civica “Insieme per Pavia”, che era presente alle consultazioni Comunali de quibus.
Ciò detto, si reputa utile riportare di seguito, brevemente, alcuni arresti giurisprudenziali in materia di esercizio del diritto, di critica politica, al fine di evidenziare quali siano i canoni interpretativi cui ancorare le valutazioni che debbono essere formulate nella presente vicenda.
Si è ritenuto, in particolare (Sez. 5, Sentenza n. 31096 del 04/03/2009 Ud. (dep. 28/07/2009) Rv. 244811) che non costituisca esercizio del diritto di critica politica, con effetto scriminante della condotta ingiuriosa, l’espressione che ecceda il limite della continenza, consistendo non già in un dissenso motivato espresso in termini misurati e necessari, bensì in un attacco personale lesivo della dignità morale ed intellettuale della persona che, anche nel contesto di vivace polemica di un confronto politico, resta penalmente rilevante.
Ancora (Sez. 5, Sentenza n. 7419 del 03/12/2009 Ud. (dep. 24/02/2010 ) Rv. 246096) si è stabilito che la critica politica — che nell’ambito della polemica fra contrapposti schieramenti può anche tradursi in valutazioni e commenti tipicamente “di parte”, cioè non obiettivi — debba pur sempre fondarsi sull’attribuzione di fatti veri, posto che nessuna interpretazione soggettiva, che sia fonte di discredito per la persona che ne sia investita, può ritenersi rapportabile al lecito esercizio del diritto di critica, quando tragga le sue premesse da una prospettazione dei fatti opposta alla verità.
Inoltre (Sez. 5, Sentenza n. 14459 del 02/02/2011 Ud. (dep. 11/04/2011 ) Rv. 249935) l’esercizio del diritto di critica politica può rendere non punibili espressioni anche aspre e giudizi di per sé ingiuriosi, tesi a stigmatizzare comportamenti realmente tenuti da un personaggio pubblico, ma non può scriminare la falsa attribuzione di una condotta scorretta, utilizzata come fondamento per l’esposizione a critica del personaggio stesso.
È stato anche deciso che (Sez. 5, Sentenza n. 27339 de/13/06/2007 Ud. (dep. 12/07/2007) Rv. 237260) sussiste l’esimente dell’esercizio del diritto di critica politica (art. 51 cod. pen.) nel caso in cui — con lettera recapitata al Consiglio comunale — siano rivolte aspre critiche ad un consigliere concernenti fatti risultati veri, relativi al cumulo di molteplici cariche politiche remunerate, all’incompatibilità implicante dimissioni da alcune cariche, alla possibilità di attività professionali in conflitto con lo stesso Comune, stigmatizzandone l’attività in quanto preordinata ad “arraffare” il più possibile per sé, “fregandosene” del resto, considerato che il diritto di critica si concreta nella espressione di un giudizio o di un’opinione che, nella specie, accertata la verità dei fatti e l’applicabilità del diritto di critica politica, non è violato il limite della continenza, tenuto conto della perdita di carica offensiva di alcune espressioni nel contesto politico in cui la critica assume spesso toni aspri e vibrati e del fatto che la critica può assumere forme tanto più incisive e penetranti quanto più elevata è la posizione pubblica del destinatario.
Sulla stessa linea (Sez. 5, Sentenza n. 13565 de/13/03/2008 Ud. (dep. 31/03/2008) Rv. 239829) il reato di diffamazione oggettivamente configurabile nel fatto di definire taluno come “furfante” o “responsabile di furfanterie” può ritenersi scriminato in virtù dell’art. 51 cod. pen. quando detta definizione si collochi in un contesto di polemica politica, significando il ritenuto disvalore di scelte che si assumano compiute in contrasto con l’interesse collettivo. Viceversa (Se. 5, Sentenza n. 3126 del 27/11/2007 Ud. (dep. 21/01/2008) Rv. 238339) non può ritenersi scriminata dall’esercizio del diritto di critica politica l’ingiuria riconoscibile nella qualificazione di “persona compromessa e invischiata” attribuita, nel corso di una seduta della giunta di una comunità montana, da un componente di tale organo al segretario generale, quando l’autore del fatto, richiesto, nel medesimo contesto, di indicare le ragioni del suddetto giudizio (espresso, tra l’altro, nei confronti di soggetto investito di funzioni amministrative, prive di particolari connotazioni di natura politica), abbia rifiutato di farlo.
Venendo quindi al merito, si osserva innanzitutto che il titolo del volantino costituisce espressione dubitativa — fatta palese dal punto interrogativo che segue la frase “VOTA MAFIA ?” — la quale sintetizza il dubbio che l’elettore, esprimendo preferenza per uno dei candidati ivi nominativamente menzionati, possa attribuire il proprio consenso ad uno o più soggetti le cui frequentazioni e/o la cui azione politica pregressa, non siano caratterizzate dalla necessaria trasparenza, ed anzi rechino con sé il rischio di contatti e/o rapporti con ambienti e personaggi coinvolti in inchieste giudiziarie sulla ‘Ndrangheta lombarda.
Il retro del predetto volantino riporta una domanda (Cosa dovrebbe fare la politica?) alla quale viene fornita risposta mediante la citazione integrale di un passaggio del discorso tenuto da Paolo BORSELLINO in un Istituto Scolastico nel 1989, discorso divenuto per certi versi “storico” in quanto il magistrato siciliano, poi ucciso dalla mafia nel 1992, esponeva in modo molto efficace la propria convinzione circa la necessità che la valutazione da compiere in sede penale, sulle condotte di esponenti politici coinvolti in inchieste giudiziarie, fosse tenuta ben distinta dal giudizio etico e morale che ogni cittadino è chiamato ad esprimere sul comportamento dei soggetti che si candidano a ruoli di pubblico amministratore, anche quando tali comportamenti non costituiscono illecito penale. In sostanza BORSELLINO metteva in guardia dal rischio che i partiti politici — e più in generale l’intera opinione pubblica — venissero meno dal compiere quel necessario controllo di moralità ed eticità dei comportamenti dei propri esponenti, nascondendosi dietro lo schermo della sentenza penale, e che quindi, pur in presenza di rapporti, contatti, frequentazioni, tra un politico e persone e/o ambienti contigui se non addirittura intranei alla criminalità mafiosa, non si traessero le necessarie conseguenze sul piano politico per il sol fatto che le indagini penali si fossero concluse nel senso della irrilevanza penale dei fatti.
Fatte queste considerazioni risulta evidente come il volantino “incriminato”, non faccia altro che riportare accanto al nome di ciascuno dei candidati menzionati una breve sintesi di quanto emerso nell’ambito delle indagini condotte dalli AG di Milano nel procedimento denominato “Crimine-Infinito”. Ciò è ampiamente documentato nelle copiose memorie prodotte dal GIOVANNETTI, alle quali sono allegati ampi stralci degli atti e dei provvedimenti del processo di Milano (si v. in particolare la memoria depositata il 21.10.2014 nel proc. 6316/14 e quella depositata il 6.11.2014 nel corso dell’interrogatorio nel procedimento n. 4404/14).
In tale situazione non può esservi dubbio alcuno che il GIOVANNETTI, nel contesto del predetto volantino, abbia riferito fatti veri, in quanto direttamente tratti dal contenuto degli atti — non più coperti da segreto dopo l’esecuzione delle ordinanze cautelati — del processo milanese “Crimine-Infinito”.
Né può esservi dubbio alcuno che le frasi e le espressioni utilizzate dal GIOVANNETTI non possano in alcun modo essere considerato intrinsecamente offensive e/o ingiuriose verso il LABATE, il CATTANEO ed il GRECO. Lo stesso è a dirsi per il NERI, il quale, pur indicato con l’appellativo di “capo della ‘Ndrangheta lombarda”, non può certo dolersi di tale “qualifica” essendo stato colpito sin dal luglio 2010 da ordinanza cautelare per il delitto di cui all’art. 416-bis Cp proprio con riferimento al suo ruolo direttivo rivestito nell’ambito del locale di ‘Ndrangheta di Pavia e provincia (ruolo che ha trovato conferma giudiziale con condanna del NERI sia in primo grado che in appello).
Così ricostruiti i fatti non paiono esservi dubbi circa la aderenza alla realtà dei fatti riportati dal GIOVANNETTI nel volantino oggetto di querela, nonché circa il rispetto dei limiti entro i quali il diritto di critica politica può essere esercitato. Di contro non risultano utilizzate dal GIOVANNETTI espressioni e/o toni che abbiano oggettivamente travalicato i limiti — per come sopra ampiamente ed esemplificativamente descritti — della critica politica, posto che i riferimenti alla ‘Ndrangheta, alla “caciotta” e quant’altro, paiono aderenti a fatti e vicende concrete, riferibili tutte al contenuto degli atti giudiziari ed al ruolo di amministratori pubblici e — più in generale — di soggetti politici impegnati nella consultazione elettorale dei querelanti (escluso solo il NERI).
CATTANEO, GRECO e LABATE, in definitiva, dovevano e devono considerarsi soggetti passivi di quel diffuso controllo di “eticità” e “moralità” auspicato da Paolo BORSELLINO e tradotto in atto dal volantino di GIOVANNETTI, anche e soprattutto con riferimento alle condotte e frequentazioni non penalmente rilevanti ma pur sempre tali da gettare ombre e/o dubbi circa la loro limpidezza.
Per tutte le sue sposte ragioni, va totalmente esclusa la rilevanza penale degli scritti contenuti nel volantino costituendo il medesimo concreto esercizio del diritto di critica politica e pertanto si deve ritenere l’infondatezza della notitia criminis,

il Pubblico Ministero
chiede
che la S.V. voglia disporre l’archiviazione del procedimento e ordinare la conseguente restituzione degli atti al proprio Ufficio, per la conservazione in archivio. Manda alla Segreteria per avviso alla p.o..

Pavia, 15.1.2016
Il Pubblico Ministero (dott. Mario Andrigo, Sost.)

Vito Sabato superstar

30 novembre 2016 by

La storia di Vito è ormai nota ai pavesi: è quel funzionario comunale tutto d’un pezzo che in più riprese ha denunciato alla procura taluni pubblici amministratori e dirigenti tutti d’un prezzo. Da domenica la storia di Vito è romanzo popolare grazie ad un seguitissimo servizio delle Iene su “Italia Uno”: Iene scatenate poiché, invece di premiarlo, l’amministrazione pavese lo vuole inoperoso, così da non nuocere (Vito, e non i sette o ottanta ladroni da lui denunciati e ora a processo). Alle Iene, e non senza imbarazzo, il sindaco Depaoli ha detto che la questione dipende dai dirigenti (e da chi dipendono i dirigenti?) e che, ad ogni buon conto, entro due settimane lui vedrà e provvederà (le Iene contano i giorni).
Il bel faccione di Vito buca lo schermo, ma non sfonda sulla stampa locale (quella nazionale scrive ormai costantemente di questo nostro eroe in borghese): evidentemente ciò che dal Pavese fa notizia in Italia, non ha caratura per il foglio di Pavia. Poco male, poiché il nostro Vito (tra i pochi “eroi” positivi in circolazione) in queste ore deve fare la spesa col passamontagna, per non trovarsi sommerso dai complimenti e dalle strette di mano dei concittadini.
Tornando allo sputtanamento in telemondovisione di quella classe dirigente che (sino a ieri?) ha creduto Pavia cosa nostra, domenica pomeriggio, 4 dicembre, il nostro Vito rincarerà la dose a … (bip) per … (bip bip). Urca Delloiacono! Urca Moro! Urca Gregorini! Urca Depa! (G. G.)

Canto in morte di Fidel

29 novembre 2016 by

di Aldo Colonna

Fidel Castro è morto, fin qui nulla di eccezionale. I vivi muoiono, è una legge della natura. Si sono subito levati peana, qualcuno ha stappato bottiglie di champagne. Due interventi su tutti mi hanno colpito:quello di Lucia Annunziata e l’altro di Roberto Saviano. Quello dell’Annunziata è un’intervento “colto” anche se, almeno apparentemente, di parte. Ella denuncia che il grosso delle strutture alberghiere e turistiche di Cuba sono raggruppate nel GAESA, un’organizzazione controllata dai papaveri del Partito e dai parenti di Fidel. È vero, triste ma vero. Epperò,vorrei controbattere, Cuba non è soltanto questo e, in morte di un leader, ci si aspetterebbe una disanima più completa.
L’intervento di Saviano invece è improntato ad una furia iconoclasta che esclude l’approfondimento. Ho stima per Saviano e mi dolgo delle condizioni in cui deve vivere ma ho la sensazione tattile che si sia acconciato, negli ultimi tempi, a fare il tuttologo. Ho imparato che, per prendere la parola, bisogna sapere di cosa si parla, scevri da furori ideologici.
La rivoluzione castrista ha significato (non solo per me) la speranza e la disillusione. Non conta in questa sede parlare dell’eccellenza della Sanità e del sistema scolastico, all’avanguardia in tutti i sensi: potremmo essere tacciati di essere di parte e di voler contrabbandare questi successi con la limitazione delle libertà.
La rivoluzione avviene nel ’59 e diventa “comunista” solo due anni dopo con l’episodio della Baia dei Porci. Castro, pochi lo evidenziano, è innamorato degli Stati Uniti e vorrebbe un rapporto paritetico, non da sottomessi, con l’ingombrante vicino. Per tutta risposta gli americani bruciano “El encanto”, un grande magazzino dell’Avana (l’incendio risulterà doloso e verranno rinvenute, tra le macerie, le prove del coinvolgimento americano). 
I castristi sono obbligati, obtorto collo, ad allacciare rapporti con i sovietici.
Durante tutti i miei soggiorni a Cuba, prendendo un taxi insieme ai tecnici sovietici che non parlavano una parola di spagnolo, ho potuto notare come i locali detestassero profondamente gli “invasori”. Ho virgolettato a dimostrare che Cuba si sia trovata di fronte non ad uno ma a due dilemmi.
 La Rivoluzione nasce libertaria NON comunista. E allora, perché non parlare della stagione di Batista? Qualcuno sa che quel dittattore esercitava lo jus primae noctis? Qualcuno sa che l’America organizzava pacchetti all inclusive all’Hotel Capri con tanto di puttana? Qualcuno sa che l’Hotel Capri era il quartier generale di Lucky Luciano?
Qualcuno sa che Guantanamo, data in affitto agli americani nel 1903 da Tomas Estrada Palma, sarebbe dovuta tornare ai cubani nel ’59 e che gli americani si sono guardati bene dal restituirla ai legittimi proprietari?
 Che democrazia è mai questa che pretende di mantenere una base militare in un Paese senza il suo assenso?
Semplice, è la democrazia che consente a un Bush, in Florida, di taroccare il voto per mandare alla Casa Bianca il fratello. 
È la democrazia che favorisce il golpe cileno contro un Presidente regolarmente eletto. Qualcuno sa che la Moneda fu bombardata da caccia americani? E qualcuno sa che il Premio Nobel per la Pace, Kissinger aveva mallevadorato tutto l’impianto golpista? 
Nel “cortile di casa” – ma questo lo sanno pure in prima elementare – gli americani non hanno mai consentito forme di governo che gli fossero in qualche modo ostili o contrari.
Fidel Castro ha abbattuto un sistema dittatoriale odioso (quello di Battista), di carattere medioevale.
Qualcuno asserisce che lui stesso si è tramutato, nel tempo, in un odioso tiranno. E, in parte, ha ragione. Ma qualcuno si è mai domandato se questo processo ha in qualche misura attinenza con l’embargo?
Per andare a vedere il bluff gli americani avrebbero dovuto sedersi intorno ad un tavolo con i cubani e intavolare trattative serie. Ma questo era impossibile perché Castro aveva spodestato i grandi proprietari da sempre allineati con gli yankees.
C’è una cosa che non mi ha fatto mai amare fino in fondo Castro: l’evenienza che egli sia stato coinvolto nell’incidente mortale di Camillo Cienfuegos. Cienfuegos e Che Guevara avevano un carisma che Fidel neanche si sognava.
Un popolo è stato liberato dalla Rivoluzione, un popolo ne è stato oppresso? Sono convinto che la Storia giudicherà Fidel Castro. La rivoluzione castrista è stato un fatto luminoso, la Storia giudicherà se quella stessa rivoluzione si è imbarbarita a tal punto da rendere schiavo il popolo nel momento in cui lo liberava,
Io non ho più miti né dogmi ma sono allergico alla democrazia americana dove tirare al nero è diventato quasi uno sport nazionale.
E spero che, nella normalizzazione che naturalmente avverrà nei prossimi anni, gli Stati Uniti si tengano fuori.
Che non siano i McDonald’s insomma il segno della loro ‘libertà’. E spero anche che Putin – che non ho MAI amato – batta un colpo se la democrazia di Trump prevederà ancora pacchetti IT con puttane dodicenni strappate alle famiglie per un piatto di fagioli.

C’era un popolo in Italia

28 novembre 2016 by

“Do you hear the people sing? Singing a song of angry men?
It is the music of a people who will not be slaves again” (Les Mirables)

di Marco Bonacossa

C’era una storia fatta di albe fredde nelle campagne di un’Italia unita solo nelle cartine geografiche.

Milioni di uomini e donne al canto del gallo si alzavano ed armati di falce e zappe andavano nei campi per far crescere così tanto ben di dio che avrebbe potuto saziare il mondo intero. Quelle invece erano le terre del padrone che con gli stivali puliti, la camicia bianca e un cavallo nero veniva a dare ordini ricordando che loro, i lavoratori, erano roba sua. Le sue bestie da soma.

Per tredici, quattordici ore la terra veniva amata e lavorata da chi non aveva niente, se non la prole. Cominciarono a chiamarsi proletari.

Dalle città e dalle officine qualcuno cominciò a predicare un nuovo vangelo. Venivano promesse l’uguaglianza, la libertà, diritti. La rivoluzione. Parole, sogni, miraggi. Come l’America. Qualcuno però ha creduto nell’America e ci è andato. Qualcuno è rimasto e ha pensato che un nuovo dio, il proletariato, non sarebbe poi stato così male.

Da domani se passa il padrone non ci togliamo più il cappello. Vogliamo anche lavorare di meno. E vogliamo anche più pane. Una lotta non è dura se non fa paura e le tasche del padrone si svuotano a forza di andare nei bordelli delle città e a fare offerte alla chiesa. Dio vi benedica signor conte. Assolvetemi padre. Voi già devolvete molti denari in beneficienza, siete assolto dai vostri peccati. Amen.

Le braccia incrociate non raccolgono più il grano, non strappano la gramigna e le vacche si lamentano per il latte non munto. Da soli non facciamo niente. Uniti possiamo tutto. E se il padrone si arrabbia? E se si arrabbia a noi cosa cambia? Solo noi conosciamo questa terra e come si lavora. Ha bisogno di noi. Vedrai che cede.

Sette giorni di braccia incrociate, di pance vuote, di mantelle e vestiti luridi e bucati. In testa i pidocchi, nello stomaco niente, nel cuore sogni d’amore e di rivoluzione.

Qualcuno ha visto il padrone venire verso la cascina. Insieme a lui però erano in tanti, tutti a cavallo, tutti in divisa, tutti armati.

Signor conte, ci siamo noi soldati del regio esercito e le nostre armi per ristabilire l’ordine. Prima di venire qua il parroco ci ha dato la sua benedizione. Quelli sono senza dio, si fanno chiamare socialisti. Grazie ragazzi. Allora diamogli questo socialismo. Di legnate.

Tra la nebbia e il frinire dei grilli da una parte uomini vestiti di grigioverde con i fucili a tracolla, dall’altra uomini, donne, vecchi e bambini con i rastrelli e la rabbia nelle mani. L’esito è scontato.

E’ una battaglia che è andata persa, non la guerra.

Lo spettro si aggira per l’Europa e fa paura. Nelle campagne, nei quartieri proletari si aggirano persone che hanno imparato a leggere e scrivere e dicono parole che arrivano prima al cuore che al cervello. Come al mare, durante la tempesta, si solleva una nuova onda. Ma nessuno di loro aveva mai visto il mare. Nessuno di loro aveva mai visto oltre il campo e la chiesa del paese. Nessuno di loro sapeva leggere e scrivere. Nessuno di loro conosceva qualcosa di diverso dalla fame e dal lavoro. Eppure tutti sapevano che bisognava lottare. Eppure tutti sapevano che nel mondo c’erano altre persone sfruttate come loro. E che le catene andavano spezzate per tutti e non solo per sé stessi.

Si dice che il re voglia mandarci tutti a combattere in guerra contro l’Austria e la Germania. Cosa faccio nonno? Non ci andare nipote. Ribellati. Alla tua età abbiamo scioperato una settimana. Ci hanno sparato contro i soldati e tuo padre è morto. Non è cambiato molto. Anzi, quasi niente.

Ma se ora tu andassi a fare quello che gli assassini di tuo padre ti ordinano, non faresti un torto a te stesso, ma a tutto il proletariato. Pensaci.

Da lontano il sibilo del treno dei soldati che vanno al fronte. Carne da macello per gli interessi dei potenti. E’ il popolo l’agnello sacrificale. Qualcosa dovremmo pur fare.

Deposta la zappa, si prende ago e filo. C’è una bandiera rossa da cucire. Ci sono treni da fermare e binari sui quali stendersi. Nessuno deve andare alla guerra.

L’arresto, la prigione, il fronte, le ferite, i morti. Anni di follia. I padroni hanno giocato con le nostre vite. Loro non c’erano in trincea. Noi sì.

Si torna a casa, ma niente è più come prima. Di notte gli incubi della guerra, di giorno i sogni della rivoluzione. Occupiamo i campi, occupiamo le fabbriche. Siamo tanti, siamo forti. In Russia ce l’hanno fatta, hanno ucciso lo zar. Ora tocca a noi.

Uno dei nostri ha tradito. Si è messo con i padroni. Ha gettato la bandiera rossa e ha messo la camicia nera. Si chiama Benito Mussolini.

Signor conte, con suo padre c’era l’esercito. I tempi cambiano, ora è lei il padrone e l’esercito che ci difende dai senza dio si chiama fascismo. Lei lo sa bene, la chiesa è povera e deve pensare alle anime, può solo pregare, ma le camicie nere hanno bisogno anche del suo aiuto. Una piccola offerta e che dio la benedica. Amen.

Olio di ricino, fiamme, bastoni, sogni svaniti e compagni spariti. Chi morto nel corpo e sepolto in tombe anonime, chi morto per il mondo e rinchiuso in prigione o al confino. Qualcuno è scappato all’estero, chissà se mai tornerà.

Venti anni di oblio, di adunate, di folle oceaniche, di discorsi al balcone e di un impero ritornato sui colli di Roma. Un paese in divisa e l’altro ridotto al silenzio. Poi la guerra, le sconfitte, i soldati congelati in Russia o dispersi in Africa. Una sera d’estate l’ubriacatura. Si abbattono i vessilli del regime caduto come un castello di carte. Neanche il tempo di riprendersi dalla sbronza che bisogna imparare il tedesco per sopravvivere.

Ci si incontra, di nascosto, in case anonime. Qualcosa dobbiamo pur fare. Dobbiamo riconquistare la libertà. Dopo la notte dovrà sorgere il sol dell’avvenire. I compagni chiusi nelle prigioni piangono per le torture, altri viaggiano con gli ebrei sui treni diretti in Germania e Polonia. Noi siamo qua. Saliamo in montagna e armiamoci.

Nessuno vuole più la guerra, nessuno vuole più il duce, tutti odiano i tedeschi. Sono tanti i giovani che disertano e salgono in montagna. Non sono tutti compagni. Tanti lo sono, altri credono soltanto che l’essere umano sia nato libero e che tale debba rimanere.

D’estate scendiamo dai monti e andiamo a liberare frazioni e paesi, catturiamo armi ai fascisti e uccidiamo i tedeschi. Lo facciamo per la libertà. Lo faccio per mio nonno, ucciso per lo sciopero nei campi, e per mio padre costretto a combattere sul Carso. Lo faccio per me, per i compagni e perché i miei figli possano nascere in un’Italia libera. E dopo la libertà voglio che sorga il sol dell’avvenire, la rivoluzione.

L’inverno è duro. Si gela. Il freddo e i tedeschi sono temuti alla pari. La neve è nostra nemica. Bisogna stringere i denti quando riusciamo a non farli battere. Arriverà la primavera. La rossa primavera.

Ad aprile i tedeschi e i fascisti scappano. Siamo tanti. Cantiamo. Sorridiamo. Beviamo. Le donne sono tutte belle. Costruiremo un paese nuovo, migliore. Vedrai.

Nelle piazze carri pieni di fucili. File di giovani, di uomini e di donne con un fazzoletto rosso al collo depongono le armi. Un soldato americano assiste distratto a quel funerale laico. Non capisce quando qualcuno di loro piange. Strabuzza gli occhi quando qualcuno di loro bacia il mitra. Non è solo una stagione che finisce. Ma è un sogno: la rivoluzione. Qualcuno ci crede ancora. Qualcuno ha capito. Ora c’è rimasto il gran partito. Un monolite con delle fessure. Il nuovo orizzonte verso il quale voltarsi e consegnarsi.

Le fabbriche sono i nuovi campi. Ore di lavoro sottopagato, chi protesta muore di fame, chi tace si ammazza di fatica. Nessun diritto. Il signor conte ha venduto i terreni e ha aperto due aziende metalmeccaniche. I padroni di ieri ora si chiamano industriali. Gli sfruttati di oggi si chiamano operai. Cortei, manifesti, bandiere rosse e piazze piene per una nuova libertà.

Papà, ma anche tu hai preso le armi per fare la rivoluzione. Dimmi cosa c’è di diverso. Di diverso c’è che noi lottavamo contro i nazifascisti. Quando nel ’68 occupavi l’università non protestavo. Ma ora no. Come hai detto che vi fate chiamare? Brigate Rosse? Ma andiamo. Finirete con l’inimicarvi tutta la classe operaia. E ricordati una cosa: chi usa le armi prima o poi uccide qualcuno. E quello è il punto di non ritorno. Non ce l’abbiamo fatta noi a far la rivoluzione, non crederete di poterla fare voi. Non andrete da nessuna parte.

Le parole d’ordine sono sempre le stesse: rivoluzione e riscossa del proletariato. Ma ora nei cuori c’è solo tanta rabbia e non esiste più il sol dell’avvenire, ma il presente. Scritto con il piombo dei proiettili delle P38. Compagni e fascisti muoiono negli scontri del sabato pomeriggio. Politici e poliziotti muoiono per volontà di direzioni strategiche di autoproclamate avanguardie proletarie. Dietro di loro all’inizio qualcuno, poi nessuno. Combattenti solitari di un’immaginaria guerra che produce tragedie vere.

Qualcuno muore con la pistola in mano, qualcuno è sepolto dagli ergastoli, qualcuno ritrova la ragione, qualcuno trova la sua via nel bucarsi.

Passano gli anni. Cade il muro. Persino il partito non esiste più. Ha cambiato nome. Ha cambiato pelle. Ci si trova nelle commemorazioni. In quelle giornate saluti e canti sono ammessi. Qualcuno lo fa sorridendo, qualcuno per tradizione, qualcuno con una lacrima che scende sul viso.

Quello delle televisioni ha vinto le elezioni. E’ caduto e si è rialzato. Tre volte. Ora non c’è più, ma c’è la sua eredità culturale, se così possiamo definirla.

Papà, voi avevate il partito, ma la mia generazione, fatta di giovani precari ed altri emigrati, che cosa ha?

Non era poi così grande quel partito, figlio. Prima parlava di rivoluzione e poi chi come tuo zio, sbagliando, ha creduto troppo in quelle parole prima lo ha accusato di essere un fascista, poi un compagno che sbagliava e dopo lo ha abbandonato e venduto alla polizia. Io invece gli sono rimasto fedele, al partito, e senza discutere niente un bel giorno ci ha detto che il rosso non era più di moda. Non era poi così grande quel partito. Non avete bisogno di quello voi. Dite soltanto la verità. E’ l’ultimo atto rivoluzionario. E’ la base di ogni rivoluzione passata e futura. Da soli non fate niente. Uniti potrete fare tutto.

Galeotto il cotechino

26 novembre 2016 by

Al Cattaneo non far sapere quanto è buona la caciotta con le pere
di Giovanni Giovannetti

Come taluni sanno, dal 2013, vigilia di elezioni Amministrative pavesi, l’allora sindaco più amato o trombato d’Italia dispose querele per chiunque solo immaginasse di accostarlo agli ambienti mafiosi che, nel 2009, contribuirono alla sua vittoria elettorale.
E dire che mai caciotta calabrese di fossa fu più indigesta poiché, un anno dopo l’elezione, il suo nome (e il nome di amici assessori e altri amici degli amici) emerse tra quelli citati nei cospicui faldoni dell’indagine Infinito: Alé Cattaneo non viene indagato ma la stessa Alta Corte, nel ratificare condanne e biasimi, il 30 aprile 2015 afferma che alle elezioni amministrative 2009 Pino Neri – ovvero il sodale ‘ndranghetista del candidato sindaco – si era «avvalso della forza derivante dal gruppo mafioso che ha alle spalle, e di cui è esponente di rilievo, per condizionare il libero esercizio del voto e alterare il meccanismo democratico della competizione elettorale».
Non solo Neri: un altro condannato per fatti di mafia, Carlo Antonio Chiriaco, lo si ricorda tra i più vivaci coordinatori della sua campagna elettorale.
La Sentenza dell’Alta Corte di Cassazione che ha ratificato la condanna a 18 anni di reclusione per Pino Neri (capo reggente della ‘Ndrangheta in Lombardia) e la condanna a 13 anni per Carlo Antonio Chiriaco (concorso esterno in associazione mafiosa), a pagina 145 dunque si sofferma sui rapporti tra Neri e la sfera politica pavese in vista delle elezioni Amministrative 2009: un rapporto, sottolinea, che «prescinde dall’accordo mafioso, o dal voto di scambio» e la conseguente «promessa di una qualche utilità»: no, come si legge il voto alla coalizione guidata da Alessandro Cattaneo si colloca entro l’orizzonte di più generali «interessi del gruppo mafioso», mira al futuribile «perseguimento di vantaggi illeciti» da coltivare entro un medesimo blocco sociale, facendo sistema con esponenti della classe dirigente locale, “blocco” cementato dai rapporti di reciproca convenienza.

Le buone pietanze

Ancor oggi il mancato sindaco non manca di decantare le «buone pietanze» che l’accolsero a casa del Neri, a motivo del loro primo incontro. E galeotto fu il cotechino. Al Cattaneo tanto piacque da non potersi astenere dall’accogliere altri inviti del capo bastone, da poco tornato in libertà dopo una condanna a 9 anni di carcere per narcotraffico: limitando l’orizzonte al maggio-giugno 2009, il futuro capo dell’esecutivo comunale si vide almeno quattro volte con la figura apicale della ’Ndrangheta lombarda, per cene o sobri aperitivi elettorali accompagnati dal tradizionale nonché bene-augurante “taglio della caciotta”, rito calabrese di letizia e amicizia. All’incontro con gli amici degli amici, Cattaneo si recò insieme al comune conoscente Francesco Rocco Del Prete, candidato di Neri, uno tra i più solerti fiancheggiatori del giovane sindaco più che mai incline, disse Gian Carlo Abelli (uno dei suoi padrini politici), «a lasciarsi guidare».
Cinque mesi dopo aver brindato insieme all’imberbe candidato – eletto, dice la Cassazione, con i voti della mafia – il 31 ottobre 2009 Pino Neri innalzerà di nuovo alto il suo calice al Circolo “Falcone e Borsellino” di Paderno Dugnano, al summit mafioso per festeggiare la ritrovata concordia tra le “Locali” padane e la terra madre dopo l’omicidio di “compare Nuzzo” Carmelo Novella.

Oltre il ponte

Insomma, anche a Pavia, scrivono i magistrati antimafia, «ciò che distingue la criminalità comune dalla criminalità mafiosa è la capacità di quest’ultima di fare sistema, di creare un medesimo blocco sociale con esponenti della classe dirigente locale, di creare rapporti tra le classi sociali, di costruire rapporti di reciproca convenienza. Si tratta di legami strumentali, poco stabili, privi di contenuto affettivo (a differenza dei legami che si instaurano tra gli appartenenti all’associazione), ma che creano obbligazioni reciproche estremamente vincolanti. Tali rapporti si possono ricondurre alla nozione di “amicizia strumentale” caratterizzata da scambio di risorse tra “gli amici”, continuità nello scambio e dalla natura aperta di tale amicizia, nel senso che ciascuno degli amici agisce come “ponte” per altri “amici”. […] I mafiosi hanno interesse a instaurare questi rapporti in quanto ciò consente loro di aumentare il proprio capitale sociale (e di conseguenza anche quello dell’associazione); di entrare a far parte della rete di rapporti del soggetto, con ulteriore incremento della rete di rapporti; di porsi come punto di raccordo tra le reti di rapporti facenti capo ai vari individui con cui entrano in contatto, esercitando una sorta di mediazione tra ambienti sociali».
Dall’inchiesta antimafia emergerà che il Presidente della Commissione comunale Territorio Dante Labate (amministrazione Cattaneo) era tra i soci dell’Immobiliare Vittoria, riconducibile a Pino Neri. L’assessore ai Lavori pubblici della Giunta Cattaneo Luigi Greco – poi nominato capo di gabinetto del sindaco – era in rapporti con Pino Neri, nonché socio in affari di alcuni prestanome di Chiriaco. L’assessore alla Mobilità della Giunta Cattaneo Antonio Bobbio Pallavicini lo sorprendono invece nei migliori ristoranti della Locride in compagnia del capo bastone lombardo-calabrese. Il consigliere comunale Valerio Gimigliano lo ritroveremo tra i suoi amici e frequentatori.
Ma guai a menzionarli in relazione a fatti di mafia: Cattaneo, Neri e sodali ti inondano di querele – il riverbero di tutto questo lo si vedrà nel Piano di governo del territorio (Pgt); nell’illecita assunzione di dirigenti compiacenti; nel patto non scritto di spartizione criminale della cosa pubblica per aree d’influenza che – garante il sindaco Cattaneo – ha consentito fior di ruberie (basti citare il suo colpevole mancato controllo su Asm o sulle politiche urbanistiche); nella sedicente cultura “politica” di una pubblica amministrazione per niente impermeabile alla colonizzazione mafiosa.

Vota Mafia?

Mi sia dunque consentita una piccola chiosa sull’azione legale brandita per dissuadere chi denuncia il malaffare alla procura e in articoli e libri. In questi anni ho ricevuto 27 querele (26 archiviazioni e un rinvio a giudizio, per aver ironizzato sul Cattaneo in una parafrasi letteraria). Quattro tra le più recenti querele (da Cattaneo, Luigi Greco, Dante Labate e Neri) prendono di mira un mio volantino titolato «Vota Mafia?» col quale ho segnalato agli elettori l’apostolato di taluni candidati sorpresi in rapporti con maggiorenti mafiosi.
Soffermiamoci allora sul volantino. Nella Richiesta di archiviazione del 15 gennaio 2015 allegata al Decreto di Archiviazione (16 marzo 2016), il pm pavese Mario Andrigo osserva che «il volantino “incriminato” non faccia altro che riportare accanto al nome di ciascuno dei candidati menzionati una breve sintesi di quanto è emerso nell’ambito delle indagini condotte dall’AG di Milano […] In tale situazione non può esservi dubbio alcuno che il Giovannetti, nel contesto del predetto volantino, abbia riferito fatti veri, in quanto direttamente tratti dal contenuto degli atti – non più coperti da segreto dopo l’esecuzione delle ordinanze cautelari – del processo milanese Crimine-Infinito».
Il dott. Andrigo prosegue riconoscendo che i fatti narrati «paiono aderenti a fatti e vicende concrete, riferibili tutte al contenuto degli atti giudiziari ed al ruolo di amministratori pubblici e – più in generale – di soggetti politici impegnati nella consultazione elettorale dei querelanti (escluso il solo Neri)».
Assai dura è infine la critica del magistrato pavese a Cattaneo e agli altri politici pavesi presi di mira dal volantino: «Cattaneo, Greco e Labate, in definitiva, dovevano e devono considerarsi soggetti passivi di quel diffuso controllo di “eticità” e “moralità” auspicato da Paolo Borsellino e tradotto in atto dal volantino di Giovannetti, anche e soprattutto con riferimento alle condotte e frequentazioni non penalmente rilevanti ma pur sempre tali da gettare ombre e/o dubbi sulla loro limpidezza».
Se nel testo per il quale sono a giudizio io ho inteso ironizzare, meno incline al riso appare dunque il biasimo alla sfera pubblica pavese formulato dal Pm Mario Andrigo (e dal Gip Luisella Perulli, che ha decretato l’archiviazione il 16 marzo 2016), ribadendo, lo si è visto, quello espresso dall’Alta Corte di Cassazione.

Auguri comandante Maino

25 novembre 2016 by

25 novembre 2016.
Luchino Dal Verme compie 103 anni

di Monica Garbelli e Annalisa Alessio *

È un nobile, un aristocratico di tradizione monarchica e fede cattolica: si chiama Luchino Dal Verme, classe 1913. All’indomani dell’armistizio di settembre, e il tradimento di Casa Savoia che, in precipitosa e vigliacca fuga abbandona il Paese a sé stesso, nella liquefazione delle istituzioni e nello sgretolamento del regio esercito, Dal Verme comprende che per restare sé stesso deve farsi partigiano. Non guarderà al colore delle casacche ribelli delle Brigate di cui, ora, si mette alla testa. Sarà il comandante di una Resistenza “perfetta”, per parafrasare il titolo del bel libro di De Luna, durante i venti mesi in cui le brigate garibaldine comuniste dell’Oltrepo lo riconosceranno come proprio, stimatissimo, comandante: nome di battaglia Maino.
La scelta partigiana del comandante, fianco a fianco con ragazzi e uomini di altra estrazione sociale e di diversa storia politica, rompe gli schemi ingessati dell’Italietta meschina acquiescente al fascismo. La scelta di Dal Verme efficacemente rispecchia la “moralità” della Resistenza, sovrastante ogni differente sentire politico, che trova radice nella coscienza di quanti presero le armi contro la barbarie, riscattando sé stessi e sperando in un mondo futuro. Fu lo spirito di abnegazione, lo strappo con le tradizioni, la fatica condivisa con i “suoi” partigiani e il coraggio insieme praticato sulle montagne a fare di Luchino Dal Verme il “comandante Maino”. Combatterono insieme: lui, il nobile e, loro, proletari, studenti, contadini, soldati ribelli; insieme, da subito, capirono che, per sconfiggere la barbarie, c’è una sola parola sotto cui declinare il lessico unitario della civiltà e della libertà: antifascismo. Nel giorno del suo compleanno, l’Anpi onora e ringrazia il comandante partigiano Maino; e coglie questa giornata per interrogare i cittadini antifascisti di oggi che vedono ancora le proprie città oltraggiate dai vessilli di morte e dai saluti romani: davvero e fino in fondo abbiamo compreso il messaggio di Luchino Dal Verme?

* segreteria Anpi, Pavia

Parcheggi

21 novembre 2016 by

da Pavia Walter Veltri, Stefania Vilardo e Paolo Ferloni *

A proposito di mobilità in Pavia, chi ha buona memoria rammenterà che con delibera della Giunta dell’11 Dicembre 2014, dopo pochi mesi dall’insediamento di De Paoli, era stato dato l’avvio al procedimento per la formazione del Piano Urbano della Mobilità Sostenibile che avrebbe voluto contenere le indicazioni di come muoversi in città già delineate nel programma elettorale del Sindaco.
Tra queste c’era l’impegno ad evitare la realizzazione «in prossimità del centro storico di parcheggi, che finirebbero per portare ulteriore traffico ed inquinamento nel cuore della città». Questa promessa è stata clamorosamente smentita in quanto la variante al PGT della Giunta De Paoli conferma la possibilità di costruire parcheggi in pieno centro storico, proprio come il PGT della Giunta Cattaneo.
Inoltre nel piano si sarebbero voluti indicare i provvedimenti da attuare e le date entro cui realizzarli. Terminato il piano la Giunta si sarebbe impegnata a confrontarsi con i cittadini per far conoscere quale sarebbe stata la mobilità in futuro e ricevere eventuali proposte. Di quest’importante strumento si è persa la traccia e la memoria.
Invece quasi quotidianamente l’Assessore alla mobilità annuncia, urbi et orbi, un nuovo provvedimento, pur condivisibile, che in assenza di una visione complessiva non produce i risultati sperati ma fa arrabbiare i cittadini che ne vengono a conoscenza a cose fatte.
Eppure si osserva che un piano complessivo della mobilità è necessario perché per chi va a piedi, cioè bambini, anziani, disabili e per i cittadini in genere muoversi in città è diventato impossibile o inutilmente faticoso. Le macchine occupano i marciapiedi, stazionano sulle strisce pedonali, parcheggiano in seconda e terza fila, si fermano in vicinanza dei passi carrai rendendo difficoltosa persino l’uscita dai box con conseguenti, a volta, liti tra automobilisti e proprietari dei box con inevitabile intervento della Polizia.
Tutto ciò avviene per l’eccessivo numero di auto che arrivano in città e pretendono di entrare in centro e per l’inciviltà degli automobilisti incoraggiata dall’inesistenza, indifferenza, inefficienza del Sindaco ambientalista, dell’assessore alla mobilità, di quello alla polizia urbana e dall’assenza di vigili. Basta fare un giro anche al di fuori del centro storico nel resto di Pavia per rendersi conto di questa drammatica realtà.
Sindaco, Assessori, Comandante dei vigili: se ci siete, battete un colpo!

* Insieme per Pavia