Il Ciancia

24 agosto 2016 by

di Giovanni Giovannetti

Attorno al corpo straziato di Pasolini, la mattina dopo sembrano abbondare gli sciacalli. In una fotografia di Antonio Monteforte – scattata quel 2 novembre 1975 e riproposta dal “Manifesto” il 23 luglio 2016 – Aldo Colonna riconosce più d’un appartenente alla malavita romana: Pasquale Esposito, «un elemento ambiguo coinvolto in una storia analoga a quella della “Uno” bianca non ancora completamente scritta»; Dante Filacchione, «ufficialmente responsabile di una biblioteca periferica verosimilmente usata come copertura di attività criminali, sposato con Anna Maria Cavola, figlia di un ex dirigente Eni (il nome di Cavola sarà presente in una lista di 120 nomi in possesso di Pasolini)»; Nicolino Selis, camorrista “cutoliano”, altro cliente dell’avvocato Rocco Mangia (quello che la P2 mette a disposizione di Pelosi) «evaso o fatto uscire da Regina Coeli il 27 ottobre, ripreso o rientrato il 6 novembre ed evaso il 10 successivo» (come “Johnny lo zingaro”, altro possibile massacratore: scarcerato il 30 ottobre, torna in cella il 6 novembre); Massimo Barbieri e Maurizio Abbatino detto “Crispino”, due futuri componenti della banda della Magliana. E c’era l’“Albino”, sodale di “Scimmietta” (quest’ultimo era forse presente la notte prima, alla guida di una ennesima Alfa Romeo, a sommarsi con le auto di Pinna e Pasolini). Infine, «quello che abbiamo ritenuto per molto tempo un poliziotto in borghese, in primo piano con il giubbotto di pelle nera nell’atto di accendere una sigaretta, è invece il Ciancia», legato ai servizi segreti, elemento di spicco della mala di Trastevere.
A “Crispino” il capo del Sismi Giuseppe Santovito era solito inoltrare benauguranti saluti. La sua presenza tra il pubblico dell’Idroscalo era già stata segnalata da Carmelo Abbate in Bolero (Piemme, 2014), romanzo-verità che vede protagonista uno dei ragazzetti a sinistra nella foto: è il sedicenne Umberto Cicconi, nipote del boss della vecchia “mala” Ernesto Cicconi detto “Bolero”, i cinque punti della malavita tatuati sul braccio, futuro fotografo personale nonché fiduciario del leader socialista e presidente del Consiglio Bettino Craxi.
Insomma, scrive Colonna, «si assiepano intorno al morto ammazzato lupi famelici riuniti a vario titolo e per conto di tribù diverse. Per sincerarsi che la preda morta lo sia davvero, per riferire a chi di dovere che il sabba si era concluso come da programma, qualcuno per farsi avanti ed offrirsi come manovalanza per altri e più “alti” incarichi».
L’autore della fotografia morrà nel 1993 in un ben strano incidente stradale: lo investe un furgone rubato, l’autista fugge, le pellicole e le fotocamere che aveva con sé non verranno ritrovate, «ma già nei giorni del delitto Pasolini girava voce che qualcuno volesse far sparire i negativi del reportage: solo oggi ne capiamo il perché».
Nella sua inchiesta Colonna accenna poi a un elenco di 120 persone che Pasolini «custodiva gelosamente nella sua cassaforte nell’abitazione di via Eufrate. Erano i nomi coinvolti nel tentativo di golpe, quelli che crearono “una crociata anticomunista con l’aiuto della Cia”. Vi comparivano alti responsabili dei Servizi segreti, giornalisti collusi, personaggi dell’Arma importantissimi. La lista venne trafugata sei mesi prima di morire, il furto non fu denunciato».

Il binario morto vivente

11 agosto 2016 by

La strage di piazza della Loggia e le “convergenze parallele” delle verità storiche e giudiziarie

di Marco Bonacossa

Sono passati 41 anni dalla strage di piazza della Loggia a Brescia. Era il 28 maggio 1974: pochi mesi prima esordiva sula canale televisivo americano ABC la serie “Happy days”, in aprile cadeva con la “Rivoluzione dei garofani” la dittatura militare portoghese e a maggio i sostenitori del divorzio trionfavano con la vittoria del NO nel referendum.

Pochi giorni fa sono state presentate le motivazioni per la condanna all’ergastolo in appello di Carlo Maria Maggi (classe 1934) e Maurizio Tramonte (classe 1941).

Un percorso giudiziario iniziato nel 1979 e che ha visto ben 3 processi, 10 gradi di giudizio e decine di imputati infine assolti. Molti di loro rientrano anche in altre storie processuali legate alle stragi avvenute in Italia nel lustro ’69-’74. Nomi sconosciuti all’opinione pubblica e noti soltanto ai protagonisti di allora e agli studiosi degli Anni di piombo.

Carlo Maria Maggi, medico veneto, era il responsabile della cellula veneziana di Ordine nuovo, insieme a Franco Freda tra i più importanti esponenti veneti del gruppo e iscritto al Movimento Sociale Italiano, che poi lo espulse nei primi anni settanta. Nell’87 è condannato a 12 anni per reato associativo nel processo per la strage di Peteano, nell’88 a 9 anni per ricostituzione del partito fascista. Assolto con sentenza definitiva per la strage di piazza Fontana e per quella alla questura di Milano.

Maurizio Tramonte, la “fonte Tritone” dei Servizi segreti italiani, si è detto meravigliato della sentenza e, senza fare però alcun nome, ha dichiarato che i mandanti e i responsabili della strage sono ancora a piede libero.

Senza addentrarci ora nel ginepraio giudiziario riguardante questa ed altre stragi (è comunque importante farlo per approfondire la materia), ci si trova per l’ennesima volta di fronte all’evidenza di come la verità storica e quella giudiziaria percorrano “convergenze parallele”. Se la verità giudiziaria richiede prove certe ed indiscutibili certificate da perizie tecniche e scientifiche, la verità storica si serve anche di queste ma, soprattutto, di una visione d’insieme che va oltre le rilevazioni peritali e si sostiene su procedimenti logico deduttivi e/o induttivi. Premessa fondamentale è, ovviamente, la conoscenza generale del macro fenomeno storico (nel nostro caso la guerra fredda), per poi approfondire un’area particolare (nel nostro caso l’Europa occidentale sotto l’ombrello della Nato e quindi l’Italia). Infine è fondamentale conoscere la politica americana, condivisa da ampi settori militari e politici italiani, di “salvaguardia” della giovane democrazia tricolore dal pericolo comunista, riassumibile sommariamente con la definizione di “Strategia della tensione”.

Al di là delle singole responsabilità processuali, per Maggi e Tramonte aspettiamo il verdetto in Cassazione, è necessario che chiunque si addentri in queste tematiche, giornalisti in primis, conosca tutto questo e che, nelle università, nelle scuole superiori o negli incontri pubblici, i professori o gli studiosi della materia chiariscano non solo il panorama storico ma il doppio binario della verità, quello storica e quella giudiziaria. Se dovessimo infatti giudicare la Storia e le singole responsabilità individuali basandoci esclusivamente sulle sentenze vedremmo che l’unica strage per la quale sono stati individuati i colpevoli materiali (sono molti i miei personali dubbi su queste condanne) è quella di Bologna del 2 agosto 1980 e che per tutte le altre sono sconosciuti i nomi dei mandanti e degli esecutori. Soltanto proseguendo nella ricerca storica è possibile continuare a percorrere la via della verità camminando su quegli stessi binari che, per interesse o per difficoltà contingenti, qualcuno vuole morti.

Dalla parte delle ragazzine

9 luglio 2016 by

di Mauro Vanetti

La vicenda di Antonio Ricci è nota (il pediatra è accusato di molestie a sfondo sessuale su una minore) e ci ha lasciati increduli. Ma a tratti, paiono anche più incredibili taluni commenti che ne sono seguiti. Ben lo rimarca questa lucida lettera di Mauro Vanetti al quotidiano locale.

Chi di fronte al caso di Antonio Ricci invoca castrazioni e lapidazioni evidentemente si pone fuori dalla civiltà. E su questo c’è poco da aggiungere. 
Sono però turbato anche dalle reazioni di segno opposto, ossia dall’innocentismo a priori, che usa motivazioni lombrosiane del tipo «Era così gentile», «Era così competente», «Era il segretario del PD».
A quanto vedo una parte consistente della Pavia benpensante (cito ad esempio la lettera abominevole di un famoso professore pubblicata da questo giornale) appartiene a questa scuola di pensiero. Come niente fosse si esterna pubblicamente, addirittura scrivendo alla stampa, la convinzione priva di alcun fondamento razionale che la ragazzina non sia vittima ma carnefice. Siccome l’accusato fa parte di un entourage “per bene”, si cercano accanitamente interpretazioni assolutorie di messaggi in chat che, se corrispondenti a quanto riportato, a qualunque persona civile paiono inaccettabili.
Siamo insomma di solito al solito meccanismo per cui una donna o una ragazza o una bambina vittima di abusi sessuali deve essere sempre screditata o perlomeno la sua parola deve sempre essere messa in forte dubbio. Stupisce che proprio quella parte di città che si riempie la bocca di progressismo e diritti civili sia su questo tema ancora così arretrata.
Prima di parlare e scrivere, forse bisognerebbe pensare alla ragazzina e ai suoi familiari. Certo, non sappiamo neanche come si chiamano. Certo, magari sono persone umili e fuori dal giro dei laureati e dei politicanti. Certo, è solo una minorenne che non fa parte del mondo degli adulti che contano, che si incontrano ai convegni, alle cene, alle manifestazioni politiche e culturali.
Per me essere di sinistra vuol dire stare istintivamente dalla parte del più debole, anche se non ho il suo numero di telefono in rubrica, o perlomeno essere disposto ad ascoltare pure la sua versione dei fatti.
Un po’ di rispetto e compostezza sarebbe auspicabile, se non ci si vuole poi stupire, da bravi borghesi che leggono giornali di centrosinistra e regalano mimose l’8 Marzo, che in Italia le vittime di stupri e molestie tacciano quasi sempre.

Scimmia italiana

8 luglio 2016 by

Corresponsabilità. Come dimenticare ciò che disse Roberto Calderoli (Lega Nord) comiziando a Treviglio nel luglio 2013: «Ogni tanto, smanettando con internet, apro il sito “il governo italiano” e cosa mi viene fuori? La Kyenge. Io resto secco. Io sono anche un amante degli animali, eh, per l’amor del cielo. Ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie e tutto il resto. Però quando vedo uscire delle sembianze di un orango, io resto ancora sconvolto». Era l’altro ieri. La Procura di Bergamo chiese al Senato l’autorizzazione a procedere contro l’esponente leghista, per istigazione all’odio razziale. Nel settembre 2015 il Senato nega.

Vomito

7 luglio 2016 by

A Fermo un razzista italiano urla a un rifugiato nigeriano «tua moglie è una scimmia». Lui reagisce e quell’altro, il razzista, lo uccide. Di seguito, il commento di alcuni frequentatori del sito de “Il Giornale”. Senza commento, anzi uno solo: vomito.

Memphis35
Mer, 06/07/2016 – 10:34

Certe situazioni ce le siamo cercate. E pervicacemente. A proposito: mamma RAI ci ha stamani comunicato, esultante, che nella sola giornata di ieri sono stati salvati più di 4000 migranti. Non rimane che spalmarli fraternamente su tutto il territorio nazionale. Evitando, ça va sans dire, le “macroconcentrazioni”. E la gag continua….

heidiforking
Mer, 06/07/2016 – 10:37

Quando è il contrario chi se ne frega vero?!!! Speriamo sia l’inizio della liberazione da questi parassiti!!!!!

host8965
Mer, 06/07/2016 – 10:37

A quale tranquilla e moderata ideologia si rifarà il signore citato nell’articolo?

UnoNessunoCentomila
Mer, 06/07/2016 – 10:59

Ma la risorsa ha sdradicato un palo per picchiare l’italiano!!!! Quindi era chiara l’intenzione di uccidere!! l’italiano si è solo difeso, peraltro A MANI NUDE in modo proporzionale all’attacco ricevuto.Quindi è chiara la legittima difesa.Per quanto riguarda l’offesa ricevuta la coppia di “migranti” poteva tranquillamente rivolgersi alle forze dell’ordine per denunziare il fatto. Oppure i fans della macchietta biancovestita pensano che sia lecito il ricorso alla violenza del nigeriano???

franco-a-trier_DE
Mer, 06/07/2016 – 11:02

SONO D’ACCORDO CON L’ITALIANO CHE IL MIGRANTE STIA AL SUO PAESE NON AL NOSTRO QUESTO NON SUCCEDEREBBE.

giangol
Mer, 06/07/2016 – 11:04

mi sembra si tratti di una normale rissa.

lorelei95
Mer, 06/07/2016 – 11:10

Siamo solo all’inizio.

Una-mattina-mi-…
Mer, 06/07/2016 – 11:40

Aspetto adesso la versione dell’italiano

fabiotiziano
Mer, 06/07/2016 – 11:50

Il vero titolo dovrebbe essere:”Italiano ultrà insulta moglie di immigrato chiamandola scimmia, alla sua reazione lo picchia fino a mandarlo in coma.” Questo per non stravolgere sempre la realtà a vostro piacimento.

ANGELO LIBERO 70
Mer, 06/07/2016 – 12:05

… ultrà insulta deliberatamente la donna di un altro … quello prende un palo ma viene massacrato di botte … legittima difesa … certo certo …

nem0
Mer, 06/07/2016 – 12:10

Se dovessimo reagire a tutte le provocazioni degli immigrati alle nostre donne non ci sarebbero più pali

maurizio50
Mer, 06/07/2016 – 12:18

Questi sono i risultati delle scelte “intelligenti” del duo Alfano&Renzie; dei proclami di Mozzarella; delle lezioncine Boldriniane e delle omelie del parroco Argentino! Gli Italiani sono stufi!!!!!!

elkid
Mer, 06/07/2016 – 12:27

——————-condannate subito l’italiano a 30 anni di carcere duro per tentato omicidio——senza se e senza ma—hasta siempre

Clericus
Mer, 06/07/2016 – 12:29

Io lo definirei semplicemente un esercizio di comunicazione non verbale….

timoty martin
Mer, 06/07/2016 – 12:38

Queste reazioni arrivano perchè noi, Italiani, non ne possiamo più di questa invasione “imposta da questo governo incapace”, non accettiamo più di vedere sperperate le nostre misere risorse finanziarie e siamo stanchi di politici che non ci difendono. Speriamo sia l’inizio di una rivolta generale per liberare il NOSTRO PAESE da questi invasori fanullori e prepotenti.

lisanna
Mer, 06/07/2016 – 13:04

l’italiano se la passerà assai male, omicidio con aggravante, vuoi scommettere, di razzismo. REFERENDUM COME IN UNGHERIA EXIT COME IN UK

cicocichetti
Mer, 06/07/2016 – 13:21

@elkid ah ah ah pulcino, la giustizia non funziona così

Tuthankamon
Mer, 06/07/2016 – 13:27

Questi sono gli effetti collaterali di un’immigrazione insensata e scriteriata.

blackindustry
Mer, 06/07/2016 – 13:32

Ma guarda quanti servi del potere che trollano su questo Giornale…poveracci… Non vi pubblicano nemmeno sull’Unita’, solo qui’ riuscite perche’ Il Giornale e’ democratico che da spazio anche ai minus habens come voi. Se un nigeriano (grossi e forti) ti picchia con un palo e’ per ucciderti, e tu reagisci a mani nude che fai, ti dosi per farlo desistere ma poi ti fermi in tempo…si vede che siete leoncini da tastiera e non avete mai fatto risse reali…voi solo risse su videogame, ignoranti sottomessi passivi.

bandog
Mer, 06/07/2016 – 13:39

Scusate e tutte le volte che queste risorse insultano aggrediscono ???

Malacappa
Mer, 06/07/2016 – 13:49

Finalmente un ITALIANO VERO bravo.

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Casti baci?

6 luglio 2016 by

Conosco il pediatra Antonio Maria Ricci da una vita e il suo arresto per «atti sessuali» nei confronti di una tredicenne disabile ha dell’incredibile, non solo per me. Spero davvero che si tratti di un abbaglio e che i «baci sulle braccia e sulla bocca» di cui leggiamo nell’ordinanza di arresto («poneva in essere atti sessuali nei confronti della giovane consistiti in baci sulle braccia e sulla bocca di una minore») fossero i più casti tra i baci del mondo, e non un fatto di «grave rilevanza criminosa». (G. G.)

Pasolini come Mattarella

5 luglio 2016 by

Leggo su “Repubblica” un articolo di Attilio Bolzoni sulla fine del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella – fratello dell’attuale capo dello Stato – ammazzato trentasei anni fa a Palermo da sicari tuttora ignoti. A quanto sembra ci sarebbero rilevanti elementi nuovi, tali da prefigurare la riapertura dell’inchiesta. Torna cioè a farsi largo la pista – all’epoca perseguita da Giovanni Falcone – che porta dritto dritto al misto tra criminalità comune, servizi deviati ed eversione nera di stampo romano, gli stessi “ambienti” che, pochi anni prima, si erano resi protagonisti dell’eliminazione fisica di Pier Paolo Pasolini. Ne ho scritto in Frocio e basta; di seguito la pagina su Mattarella (G. G.)

[…] A tutto questo e altro, si può aggiungere lo scambio di favori tra Mafia siciliana e criminalità nera per ammazzare, a Palermo il 6 gennaio 1980, il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella: i mandanti erano mafiosi e di Stato, ma nel killer «dagli occhi di ghiaccio» la moglie testimone riconobbe Giusva Fioravanti (Nar, Gladio, poi condannato all’ergastolo per la bomba alla stazione di Bologna); un mercimonio preso molto seriamente da Giovanni Falcone, poco prima di saltare in aria a Capaci il 23 maggio 1992. Ai giudici che indagavano sulla strage alla stazione di Bologna, Angelo Izzo (terrorista nero, autore del massacro del Circeo) riferirì che sia Fioravanti che Pier Luigi Concutelli gli «dissero che erano stati la Mafia e gli ambienti imprenditoriali legati alla Massoneria nonché esponenti della destra democristiana avversa a quella di Mattarella» e cioè i proconsoli siculi di Andreotti (uno in particolare: l’“uomo d’onore” nonché “gladiatore” Vito Ciancimino) «ad aver voluto la morte di Mattarella». E si erano fidati di Fioravanti «poiché vi era stata la garanzia della sua persona direttamente dagli ambienti della Magliana di Roma».
In cambio dell’assassinio di Piersanti Mattarella, la Mafia avrebbe aiutato i “neri” nel far evadere Pier Luigi Concutelli dal carcere palermitano dell’Ucciardone. In quei giorni Fioravanti era in Sicilia, a quanto sembra in compagnia dei camerati Gilberto Cavallini e Massimo Carminati (il futuro boss di Mafia capitale).
Se ne ricava l’ovvio assunto che non tutti i “delitti di Mafia” di quegli anni sono da ascrivere alla sola Mafia. Le stesse morti di Falcone e di Piero Borsellino vedranno i servizi segreti entrare «nel cono d’ombra delle indagini» (Imposimato).
Falcone stava indagando anche su servizi segreti e appalti dell’Alta velocità. Scrive Ferdinando Imposimato: «Un agente del Sismi, Paolo Dinucci, carabiniere in servizio presso l’ambasciata d’Italia in Bulgaria, mi disse inoltre di aver appreso a Sofia una notizia proveniente da Roma: l’intelligence italiana aveva partecipato all’uccisione di Falcone e Borsellino. I due avevano toccato interessi economici enormi, non mi disse quali».
Il mafioso Antonino Buscemi riferì allarmato Angelo Siino, “proconsole” di Totò Riina, che «Falcone aveva capito che, dietro le quotazioni in borsa del gruppo Ferruzzi, c’è effettivamente Cosa nostra». La Calcestruzzi spa, società della costellazione Ferruzzi di Raul Gardini, era nella sostanza controllata da Cosa nostra, offrendo copertura «alle imprese di Riina nella fornitura della terra, pietrisco, calcestruzzo impegnati nella costruzione dell’Alta velocità».

Dalla Russia con calore

4 luglio 2016 by

di David Grieco

In questa lettera-reportage lo scrittore e regista David Grieco racconta l’accoglienza avuta dal suo film La macchinazione al Festival del cinema di Mosca. 

Cari amici, provo a raccontarvi come è andata per La macchinazione al Festival di Mosca.
Premi non ne abbiamo vinti. Ma in fondo lo sapevamo. Eravamo in concorso ma era come se non lo fossimo. Era stato previsto da tempo il nostro ritorno tassativo a Roma 36 ore prima della premiazione. Questo la diceva lunga sulle nostre effettive possibilità di ottenere premi.
I Festival del cinema sono ormai diventati dei piccoli summit politici, e i verdetti delle giurie ne rispecchiano le strategie. Quest’anno, Fuocoammare di Gianfranco Rosi ha vinto una Berlinale tutta dedicata al tema dei migranti dopo l’apertura improvvisa della Merkel ai profughi siriani e I, Daniel Blake di Ken Loach ha ottenuto la Palma d’Oro al culmine di un Festival di Cannes costantemente attraversato dalle proteste dei sindacalisti francesi per il Job’s Act. Dico questo senza nulla togliere, ovviamente, alla qualità dei film di Rosi e di Loach.
Al Festival di Mosca ha trionfato un film iraniano, che ha conquistato il Grand Prix e il premio per il Migliore Attore attribuito a un ragazzo di 14 anni. Sarà senz’altro un capolavoro, ma la logica geopolitica appare abbastanza evidente.
Detto questo, il Festival di Mosca ci ha tributato un consenso che non potevamo nemmeno sognare. Era la prima volta che La macchinazione veniva proiettato all’estero. Il timore che il pubblico non potesse capire un film che racconta una storia estremamente complessa parlando una lingua sconosciuta e superata (un dialetto romanesco ormai desueto) era più che fondato.

Quando siamo arrivati a Mosca il 24 giugno, Massimo Ranieri ed io siamo rimasti letteralmente folgorati. Per lui era addirittura la prima volta, mentre io mancavo da Mosca da una decina d’anni.
Nel viaggio in auto dall’aeroporto a Novy Arbat, abbiamo attraversato una città maestosa, modernissima, pulitissima, vivissima e piena di giovani. Massimo non credeva ai suoi occhi. Ma io che la conoscevo bene ero forse ancora più sorpreso di lui. Siamo andati a cena in un quartiere zeppo di locali dove si suona musica dal vivo. Siamo entrati in un ristorante dove si esibiva una grande orchestra jazz, molto giovane ma degna di Count Basie.
Abbiamo presto scoperto che ci si può collegare a Internet dappertutto, senza bisogno di password. Minuto per minuto, in Russia centinaia di migliaia di persone entrano in rete senza credenziali. Una cosa mai vista. Mosca pullula di giovani e sono tutti connessi. Ma è molto raro vederne uno che cammina con gli occhi incollati al display e le cuffie nelle orecchie. A quanto pare, preferiscono parlare, ascoltare musica, ballare, leggere un libro.
L’indomani, Massimo Ranieri voleva andare sulla Piazza Rossa e visitare il Cremlino. Ci abbiamo provato, ma abbiamo dovuto desistere. Non potevamo fare un passo senza venir assaliti in egual misura da turisti italiani e cittadini russi. Tutti volevano autografi e selfie. Da Massimo Ranieri, naturalmente.
La sera del 25, dopo la proiezione per la stampa, abbiamo incontrato una folla di giornalisti. Sembravano emotivamente molto colpiti dalla visione del film. E durante lo svolgimento della conferenza stampa ci siamo resi conto che avevano profondamente capito, anzi per meglio dire vissuto, la tragedia pasoliniana. Per dimostrarlo senza possibili equivoci, l’interprete russa è scoppiata a piangere mentre mi traduceva e di conseguenza ho dovuto continuare a parlare in inglese.
Il 26, la proiezione pubblica era in programma alle tre e mezzo del pomeriggio in una sala da 1500 posti. Fuori c’erano 34 gradi, che per via del tasso di umidità sembravano 60. Lungo i 300 metri che separavano l’albergo dal cinema, Massimo Ranieri ed io abbiamo arrancato a fatica, chiedendoci quali e quanti spettatori avrebbero trovato il coraggio di uscire di casa a quell’ora e con quella temperatura per andare a vedere un film come il nostro.
Quando siamo entrati in sala, non si vedeva un posto vuoto. In fondo alla sala c’era anche gente in piedi. Alla fine del film, è esploso un grande applauso. Alcuni spettatori hanno cominciato a gridare «Grand Prix! Grand Prix! Grand Prix!…» Molti sono venuti ad abbracciarci e a tempestarci di domande. Gli abbracci, le domande, le interviste hanno avuto termine solo ventiquattro ore dopo, quando siamo saliti in macchina per tornare all’aeroporto.
Mi dicono che ci sono già alcuni distributori interessati a far uscire il film in Russia ed editori che vorrebbero pubblicare il libro.
Eppure, per quarant’anni la storia di Pasolini è stata ufficialmente la storia di «un frocio che la morte se l’era andata a cercare».
Eppure, i russi sono notoriamente tra i più omofobi al mondo dal momento che le due grandi Chiese, quella Comunista e quella Ortodossa, hanno sempre avversato l’omosessualità.
Eppure, tanti giovani russi sembrano apertamente omosessuali, non fanno niente per nasconderlo, e nelle strade di Mosca pare che nessuno li importuni.
Cos’è che tiene insieme tutto ciò? La cultura. Unico antidoto per scongiurare questa sensazione di catastrofe incombente che oggi grava sul mondo intero. I russi erano e sono, oggi più che mai, un popolo incredibilmente compatto e profondamente innamorato della cultura. Il consumismo qui sembra essersi definitivamente spento. E i tanti monumenti dedicati ai poeti, agli scrittori e ai musicisti sono invece ancora al loro posto, pieni di fiori, mete di pellegrinaggi quotidiani.
Pier Paolo Pasolini avrebbe molto apprezzato questo breve viaggio a Mosca. Anzi, penso che ci avrebbe lasciati partire e sarebbe rimasto lì.

Lo sguardo censurato

27 giugno 2016 by

“Il Piccolo” di Trieste, che ringraziamo, propone questa bella intervista di Alessandro Mezzena Lona a Carla Benedetti sul nostro Frocio e basta.

Petrolio di Pasolini, lo sguardo censurato sull’Italia dei misteri
di Alessandro Mezzena Lona

Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti ripercorrono la vicenda del romanzo nel saggio Frocio e basta

I nomi, Pier Paolo Pasolini li sapeva. Le prove le stava raccogliendo. Per scrivere un libro dirompente: Petrolio. Duemila pagine che avrebbero raccontato all’Italia, al mondo, le trame oscure del Potere, la verità sul delitto di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, e del giornalista Mauro De Mauro, l’avvento di un regime dominato dalla finanza e dalle multinazionali. Ma quel romanzo, il poeta di Casarsa non è riuscito a finirlo. La sua vita si è spezzata nel brutale pestaggio della notte del 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia.
E se la morte di Pasolini è stata archiviata, tra bugie, silenzi e depistaggi, come quella di un corruttore di minorenni omosessuale, ciò che è rimasto di Petrolio non ha avuto miglior fortuna. Anzi, il libro che avrebbe dovuto inchiodare Eugenio Cefis, presidente dell’Eni prima e della Montedison poi, gran burattinaio nell’Italia delle stragi, sospettato di essere il vero capo della potente loggia massonica P2, è stato archiviato in fretta come un guazzabuglio di sconcezze. Come raccontano Carla Benedetti, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Pisa, e lo scrittore Giovanni Giovannetti nella nuova edizione del saggio Frocio e basta pubblicato da Effigie (pagg. 460, euro 20). Per la prima volta vengono pubblicati tre inquietanti documenti del Cefis pensiero che Pasolini voleva inserire in Petrolio. Ma che, in realtà, sono spariti sia dall’edizione del 1992, sia da quelle successive del 2005 e del 2015.
«Molti critici hanno tentato di liquidare Petrolio come un libro che parla solo di sesso – spiega Carla Benedetti, che ha firmato libri importanti come Pasolini contro Calvino, Disumane lettere, Oracoli che sbagliano -. La maggioranza dei giornali sosteneva che la famiglia dello scrittore avrebbe dovuto impedire la pubblicazione. Perché Pasolini non era riuscito a finirlo. Secondo Maria Corti sarebbe stato meglio metterlo in appendice alla sua opera omnia».

Lo avevano letto davvero?

«Sicuramente c’è stato un problema. “L’Espresso” decise di anticipare uno stralcio del libro, cioè l’Appunto 55 Il pratone della Casilina, che arriva dopo un buon quarto del libro. Un passaggio particolare perché racconta una fellatio multipla con venti giovani nerboruti. Una scelta a dir poco discutibile».

Perché?

«Nello Ajello sulla “Repubblica” arrivò a definirlo “un immenso repertorio di sconcezze d’autore”. Ci si poteva aspettare, disse, un libro del genere da uno “che è morto nella maniera a tutti nota”. Giuseppe Bonura su “Avvenire” lo descriveva come “una mastodontica nuvola di inchiostro stesa sopra una una voragine di congetture prive di fondo e fondamento”. Il vero contenuto del libro venne occultato».

C’era già stato lo scandalo di Salò o le 120 giornate di Sodoma

«E proprio a quello si aggrapparono. Dissero che Petrolio era un’accelerazione delle pulsioni sadomaso-omosessuali di Pasolini. Edoardo Sanguineti lo definì “un documento, non un’opera letteraria”».

Strano tutto questo astio?

«Tutta la vicenda editoriale è molto strana. A partire dal fatto che Petrolio sia stato pubblicato 17 anni dopo l’omicidio. Per di più mutilo. E non alludo soltanto al famoso capitolo Lampi sull’Eni, che nel 2010 è tornato alla ribalta nell’ambiguo episodio con il senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri che sosteneva di averlo ritrovato. Dal momento che era stato sottratto dalle carte di Pasolini dopo la sua morte».

Ma la famiglia ha negato quel furto…

«Quello è un altro mistero. Guido Mazzon, la cui nonna materna era sorella della madre di Pier Paolo, Susanna Colussi, ha raccontato di una telefonata dalla cugina Graziella Chiarcossi. In cui gli raccontava che nel 1975, dopo la morte del poeta, erano entrati in casa misteriosi visitatori sottraendo gioielli e carte di Pasolini. La Chiarcossi non ha mai confermato questa versione».

Da Petrolio sono sparite pagine?

«Pasolini progettava di inserire nel libro tre discorsi di Eugenio Cefis. Li voleva mettere tra la prima e la seconda parte di Petrolio, in modo che il lettore potesse capire il suo progetto di smascherare i maneggi di quell’influente personaggio. Li teneva nella cartella del romanzo, ma non sono mai stati pubblicati».

Lo avete fatto voi…

«Solo così si può capire Petrolio. Pasolini vedeva in Cefis il simbolo della mutazione avvenuta nel Potere. E la sua convinzione, dirompente, scompaginava le idee a molti intellettuali e uomini della Sinistra, che facevano fatica a capirlo».

Uno di quei discorsi, in particolare, lo aveva sconvolto?

Quello intitolato La mia patria si chiama multinazionale. Un discorso shock. Pasolini diceva che se la tv avesse diffuso l’intervento tenuto da Cefis all’Accademia militare di Modena nel 1972, l’Italia avrebbe capito».

Cioè?

«Pasolini era convinto che fosse stato Cefis il mandante dell’omicidio di Enrico Mattei, presidente dell’Eni. Proviamo a immaginare se, invece di uscire nel 1992, il romanzo fosse arrivato in libreria negli anni Settanta».

Avrebbe terremotato l’Italia?

«In quegli anni non si parlava di multinazionali. Parole così comparivano soltanto nei volantini delle Brigate Rosse. Pensiamo soltanto alla forza del pensiero di Zygmunt Bauman quando, nel 2012, ha messo in guardia sui pericoli della globalizzazione, dello strapotere delle banche, della criminalità che si fa Stato. Quella mutazione antropologica della classe dirigente, Pasolini l’aveva capita quarant’anni prima, Osservando Cefis, la sua scalata all’Eni e poi alla Montedison. Il nuovo potere finanziario era pronto a uccidere per realizzare il proprio disegno: non dimentichiamo che, dopo il delitto Mattei, c’era stata la sparizione e morte del giornalista Mauro De Mauro. Che lavorava a “L’Ora” di Palermo e si dice avesse raccolto elementi importanti proprio sull’attentato a Mattei».

Non basta…

«In Petrolio si parla molto delle stragi in Italia, rimaste avvolte nel mistero. La P2, il terrorismo rosso e nero, poi, ancora oggi sono temi sfuggenti. E Cefis era con tutta probabilità il vero capo della potente loggia massonica».

Perché, allora, liquidare così Petrolio?

«Difficile dire per quale ragione è successo. Certo è che la posizione di Pasolini all’interno della cultura italiana era controversa. Lo vedevano come una figura indigesta, uno straniero. C’era una grande antipatia nei suoi confronti. Questo spiega perché anche gli amici, come Franco Fortini, non si sono posti il problema di andare a vedere che cosa c’era veramente nel libro».

Alla fine Cefis è sparito dalla scena…

«Era stato molto abile nel mettere insieme un enorme patrimonio privato all’ombra del capitale pubblico. Pasolini lo racconta nell’Appunto 22 di Petrolio, L’impero di Troya. Dove descrive nei minimi dettagli tutti i meccanismi per la moltiplicazione dei capitali, la frammentazione delle imprese, il fiorire di prestanome. Però Cefis era anche un uomo abituato a restare nascosto. Soffriva della paranoia di apparire. Alla fine è sparito forse perché il gioco si era fatto troppo pericoloso. E lui non si sentiva più tanto sicuro di restare impunito».

La morte di Pasolini resterà per sempre un mistero?

«Le ultime indagini hanno rivelato le tracce di cinque profili genetici sugli abiti di Pasolini. Come dire che c’era tanta gente oltre a Pelosi. Del resto, diverse testimonianze, rimaste inascoltate al tempo dell’omicidio, parlavano della presenza di più persone all’Idroscalo. Nonostante ciò, i giudici hanno chiesto ancora una volta l’archiviazione. Possiamo sperare solo nella commissione parlamentare per superare tutte le bugie, i depistaggi».

Altrimenti resterà la morte di un frocio e basta?

«La versione ufficiale è quella. Perseguitato quand’era vivo, Pasolini è stato condannato a morire come uno sporco corruttore omosessuale che rimorchia ragazzini. E che viene giustamente ammazzato da un minorenne mentre cerca di violentarlo. Una morte infamante».

O una morte sacrificale?

«Giuseppe Zigaina, ma non solo lui, ha cercato di trovare la correità della vittima con l’assassino. Come se fosse stato Pasolini a pensare, volere, organizzare il suo omicidio. E nessuno parla più del fatto che il suo assassino, Pino Pelosi, lo conosceva da tempo. All’Idroscalo, il poeta era andato non per un desiderio carnale, ma per incontrare chi aveva rubato le pizze del suo film Salò. Voleva farsele restituire. Ma era solo una trappola».

(“Il Piccolo” di Trieste, 27 giugno 2016)

Europa matrigna

27 giugno 2016 by

Di seguito il comunicato dello European Green Party (Partito Verde europeo), che sottoscriviamo integralmente, a proposito della Brexit: «Si può, lasciando da parte l’ossessione per la riduzione del deficit di bilancio come strada per assicurare il rilancio economico e lanciando subito una strategia consistente a favore di investimenti produttivi nei settori più ‘intensi’ in innovazione ed occupazione: la Green economy, le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, l’educazione, le politiche urbane, la salute, riprendendo la bandiera della difesa dei diritti e della generosità verso chi fugge dalla guerra». (Edoardo Gandini, Green Italia)

Oggi l’Europa è più divisa e meno colorata. La maggioranza dei cittadini britannici ha espresso la volontà di separare il proprio futuro da quello del resto dell’Unione Europea.
Questa è una decisione sovrana della maggioranza dei cittadini del Regno Unito, tuttavia non possiamo pensare che sia una decisione che non ci riguarda, né che sia la fine del progetto europeo.
La scelta dei britannici rappresenta l’ennesima prova che gli Stati membri e le Istituzioni europee sono incapaci di esprimere una visione condivisa e positiva di un futuro comune, che pure è possibile e necessaria.
Per questo motivo, oggi più che mai, noi che siamo convinti che l’UE rimanga un progetto positivo, dobbiamo agire per reinventarlo: serve un vero e proprio ‘reset’ dell’Unione, cambiando le politiche e rendendo le Istituzioni più democratiche e trasparenti; dobbiamo uscire dall’Europa matrigna e tornare all’Europa portatrice di soluzioni credibili alla persistente incertezza economica, alle ineguaglianze ed al crescente senso di insicurezza di tanti cittadini.
Si può, lasciando da parte l’ossessione per la riduzione del deficit di bilancio come strada per assicurare il rilancio economico e lanciando subito una strategia consistente a favore di investimenti produttivi nei settori più ‘intensi’ in innovazione ed occupazione: la Green economy, le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, l’educazione, le politiche urbane, la salute, riprendendo la bandiera della difesa dei diritti e della generosità verso chi fugge dalla guerra.
Sono soluzioni possibili e radicalmente alternative a quelle proposte da David Cameron e dalla disastrosa illusione di Nigel Farage, che portano a meno diritti sociali e di cittadinanza, a frontiere sigillate, a una competitività basata sulla deregolamentazione, ai costanti ostacoli posti all’azione comune. La decisione dei cittadini britannici indica che la nostra casa comune è molto più fragile del previsto. Ma la disgregazione dell’Unione non è inevitabile e va respinta con forza.
Oggi siamo particolarmente vicini al Partito dei Verdi di Inghilterra e Galles e a quello dei Verdi scozzesi e dell’Irlanda del Nord. I Verdi europei li ringraziano per la loro forte campagna per dire Si all’Europa, che ha insistito su aspetti verdi e positivi del progetto europeo e si sono dimostrati veri pro-europei.
Non abbiamo intenzione di cambiare la nostra cooperazione e il nostro sostegno. Il Partito Verde Europeo si riunirà a Glasgow con rappresentanti dei suoi 45 partiti membri ed organizzerà a Liverpool un congresso congiunto dei Verdi europei e mondiali. Siamo infatti convinti che questa non sia la fine della nostra storia comune.

Rottamatti

26 giugno 2016 by

Pavia era al centro del cosiddetto triangolo industriale (Milano, Genova, Torino). Salutati 15 mila e più operai, chiuse le fabbriche, amministrazioni di destra e di sinistra le hanno ridotte a ruderi, salvo poi delegarne la «riqualificazione» alla speculazione fondiaria, commerciale o residenziale che fosse, chiudendo o provando a chiudere anche un occhio se non due sulle onerose bonifiche.
Nelle principali città europee – da Zurigo a Torino, da Monaco di Baviera ad Atene – il recupero di queste aree ha suggerito inedite soluzioni urbanistiche e quindi sociali. Non a Pavia, che dunque è tra le poche città a non aver coltivato la sua memoria postindustriale.
Il profilo di questo nudo paesaggio ci è ora proposto da Marcella Milani in Urbex Pavia, mostra fotografica al palazzo Broletto (e mai come in queste splendide immagini il “brutto” conquista caratura estetica). Della mostra scrive Giorgio Boatti oggi, domenica 26 giugno, sulla “Provincia Pavese”: «il commiato» dalle aree industriali dismesse «non significa rottamarle nella dimenticanza ma trovare loro quell’adeguato e rinnovato destino che, a Pavia, pur nel succedersi dei decenni e delle giunte, non si è stati ancora capaci di intravedere». Come non convenirne. Ma forse è troppo tardi. (G. G.)

Urbex Pavia. Il passato mai dismesso di Giorgio Boatti

In città l’aria è immobile, ferma per la calura. Ma lì, dentro il cortile del vecchio Broletto, accade l’imprevisto. Il vento che ha preso pigramente l’abbrivio lassù, in alto nel cielo, dopo aver fatto qualche giro attorno alla cupola del Duomo, acquista velocità, scende ad accarezzare la cima del vecchio tiglio che sta nel cortile di quello che era il Palazzo Comunale. Chissà se il vecchio albero era già lì quando si decise di traslocare. Era il 1875 e il Municipio si lasciò alle spalle i mattoni rossi, gli archi di terracotta e le vecchie colonne di pietra del Broletto per approdare al rococò di Palazzo Mezzabarba dove il consiglio comunale fu accomodato nel salone da ballo. Altri tempi, lontanissimi. La città stava vivendo per la prima volta la meraviglia di avere, la sera, le strade illuminate in modo decente grazie un modernissimo impianto – l’Officina del Gas situata vicino al Confluente – che, distillando gas dal carbone, dava luce ai lampioni. Ma le novità erano tante. I treni, per esempio: prima il collegamento con Milano, poi con Genova e il suo porto. La città non era più l’avamposto militar-spionistico del Lombardo-Veneto a ridosso dello Stato Sabaudo e, con la pace e l’unificazione, sorgevano attività e fabbriche, a ridosso del centro. Ad esempio la Hartman & Guarnieri, sulla strada per San Lanfranco, che lavorava garza e cotone per medicazioni. E le fonderie: la prima Necchi delle lavorazioni della ghisa, per esempio. Anche l’università, l’unica allora in Lombardia, alzava la posta: Cesare Lombroso lavorava a Ca’ Maina, così si chiamava la prima clinica neurologica pavese collocata a Palazzo del Maino, in via Mentana. Ma il suo successore, Casimiro Mondino, riuscì a far costruire un nuovo edificio, in via Palestro, che poi gli fu intitolato. Se vi interessa il tema del mutamento di una città, e il sovrapporsi e l’intrecciarsi dei suoi diversi destini così come può essere raccontato dagli edifici che vi nascono, crescono e poi decadono, avete un appuntamento obbligato: da non mancare. Dovete andare, entro il 17 luglio, al Broletto. Oltrepassate il cortile dove, a dispetto dell’afa cittadina, soffia una brezzolina scompigliante. Entrate nella sala che ospita la mostra Urbex Pavia. Viaggio fotografico nelle aree dismesse realizzata da Marcella Milani. Nelle sue foto tutti i luoghi che ho citato ci sono, e altri ancora. Sono centocinquanta fotografie, selezionate su parecchie migliaia, che Marcella Milani ha realizzato lavorando, per anni e in condizioni tutt’altro che facili, per raccontare la città che c’era e che, apparentemente, solo perché non cade più direttamente sotto i nostri occhi, non c’è più. Mentre, in realtà, l’abbiamo solo dimenticata. Dove un tempo lavoravano, studiavano, transitavano ogni giorno migliaia di persone ora c’è la desolazione delle macerie e del vuoto. Dove si curava, si produceva, si erogavano servizi essenziali adesso ci sono rovine, relitti di un passato che è andato via in silenzio lasciandosi dietro macchinari arrugginiti, vetri rotti, viali che le erbe e gli alberi contendono ai muri e ai tetti sbrecciati. Sono le “aree dismesse” – 16 per la precisione – che compongono la preziosa ricognizione fatta da Marcella Milani dentro la storia della città. Marcella è una bravissima fotografa, non c’è dubbio. Ma è anche un’artista che induce a riflettere, a vedere ciò che si guarda. Ogni immagine che scatta è un racconto essenziale, secco, capace di portare a quel mosaico complesso e vitale e in continuazione evoluzione che è il tessuto di una città. Per costruire il nuovo – ce lo hanno insegnato le generazioni passate – bisogna prima saper salutare adeguatamente il vecchio che se ne va. Dunque anche le aree dismesse che ci lasciamo alle spalle. Però il commiato non significa rottamarle nella dimenticanza ma trovare loro quell’adeguato e rinnovato destino che, a Pavia, pur nel succedersi dei decenni e delle giunte, non si è stati ancora capaci di intravedere. Ogni foto di Urbex Pavia è un commiato a ciglia asciutte ma, al tempo stesso, è una domanda ferma ed esigente. Un interrogativo, posto al futuro e a chi ha la responsabilità di costruirlo.

Io sono europeo

24 giugno 2016 by

L’esito del referendum britannico sull’uscita o meno dall’Europa a noi, ferventi europeisti, ci addolora. Ma è la traumatica conseguenza di una partita da sempre schiacciata sul totaltarismo economico e finanziario: l’Europa delle banche s’è mangiata quella disegnata dai padri fondatori in libri come il Manifesto di Ventotene: Europa dei popoli, senza più confini né guerre fratricide.
Nel giugno-luglio 2013 andammo a piedi da Mantova a Strasburgo per consegnare al presidente del Parlamento europeo Martin Schulz un documento che avvertiva del pericolo, da tempo tangibile, indicando soluzioni. Lo ripropongo, tanto è drammaticamente attuale. (G. G.)

Siamo partiti il 1° giugno dalla città italiana di Mantova, dove sono conservati gli scheletri di due ragazzi preistorici strettamente abbracciati, per dire che l’Europa comincia prima, prima della sua terribile storia di guerre, stermini, Olocausto, perché il loro misterioso gesto d’amore può indicare una diversa possibilità per i popoli che abitano il nostro continente boreale.
Abbiamo camminato per un mese e otto giorni lungo un migliaio di chilometri, attraverso quattro Paesi (Italia, Svizzera, Germania, Francia). Abbiamo attraversato un gran numero di città e piccoli centri, campagne, risaie, montagne. Abbiamo costeggiato fiumi e laghi, ruscelli in piena, ghiacciai, ma anche lingue, dialetti. Abbiamo mangiato insieme e dormito insieme su piccole brande di ostelli, conventi, bunker antiatomici… il più delle volte sui nudi pavimenti.
Abbiamo dato vita per un po’ a una piccola repubblica nomade dove hanno potuto convivere le più diverse inclinazioni e opinioni, unite dalla tensione del cammino comune verso una meta lontana e un sogno condiviso.
Abbiamo portato con noi tre bandiere: quella italiana, quella europea e una terza con il volto di Kaspar Hauser, che abbiamo eletto a nostro emblema, perché il suo sguardo nudo e bruciante sul mondo è quello che occorre riconquistare in un momento come questo, in cui tutto sembra bloccato, perché in un certo senso anche lui è morto due volte -come l’Europa è morta o si è suicidata due volte con due guerre mondiali nate sul suo territorio- per dare una terza chance e una terza vita a Kaspar Hauser e all’Europa, in questo momento in cui stanno sorgendo nuovi colossi in altre parti del mondo, che stanno in molti casi ripercorrendo le stesse strade suicide percorse e disseminate nel mondo dal nostro continente nel corso dei secoli.
Ci ha mosso l’idea che occorre dare vita in Europa a un nuovo continente sperimentale ancora capace di invenzione e visione, perché le strade seguite finora hanno portato in un vicolo cieco. Perché senza una visione non solo le singole vite ma anche i continenti sono destinati a perire.
Noi italiani abbiamo le carte in regola per lanciare questo messaggio attraverso il nostro piccolo esempio, perché in Italia -come anche in altri Paesi- sono sorte le prime voci che hanno immaginato e sognato un’Europa finalmente unita, già durante la Seconda Guerra Mondiale e facendo il bilancio di due totalitarismi sorti sul suo territorio. Un’Europa libera e federale, gli Stati Uniti d’Europa. Come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi che hanno prefigurato nel “Manifesto di Ventotene” questa grande possibilità per i popoli dell’Europa, come altri prima di loro, Mazzini, Cattaneo, Michelet, De Gasperi, Schumann, Adenauer…
In questi anni un nuovo totalitarismo di tipo economico e finanziario sta prendendo il sopravvento e restringendo ogni cosa a un’unica dimensione, trasformando i cittadini europei in sudditi e pedine di un gioco che non sono in grado di comprendere, gestito da una nuova casta di super-esperti, i soli in grado di intenderlo e manovrarlo, riducendo ogni possibilità di partecipazione civile e di trascendenza e l’esercizio democratico a un rito di sola facciata, mentre le decisioni vengono prese altrove e i veri giochi avvengono fuori da ogni possibilità di conoscenza e controllo. Un’Europa puramente economica senza una visione politica in senso nobile e alto, senza cuore, senza anima.
L’economia – come ci hanno ricordato i primi che hanno immaginato un’Europa unita – deve servire gli uomini, non gli uomini l’economia. L’economia non deve diventare tirannia e terreno per le stesse guerre tra stati che hanno dilaniato l’Europa nel corso dei secoli.
Questo piccolo gioco economico e finanziario che ci viene presentato come unico gioco possibile sta soffocando ogni cosa e rischia di trasformare l’Europa futura in qualcosa di simile a un terreno desertificato dopo il passaggio di una nuvola di cavallette, un piccolo continente-cimitero in mezzo ad altri continenti in ascesa. Noi siamo europeisti ma questa Europa non ci piace, non ci riconosciamo in essa. Noi continuiamo a sognare un continente dove si possano inventare nuove possibilità di vita in questo momento cruciale per la nostra stessa presenza come specie su questo pianeta che ruota attorno alla sua stella in un braccio secondario di uno dei miliardi di galassie che popolano l’universo.
Con questo nostro cammino – il terzo di un ciclo iniziato tre anni fa – abbiamo inteso compiere un gesto prefigurativo, un gesto di non rassegnazione nel clima di frustrazione cattiveria e cinismo che si sta respirando un questi anni in Europa e del quale è questione di vita o di morte sbarazzarsi. Anche l’Europa può essere un continente prefigurativo che tende a un altrove.
La nostra piccola Repubblica nomade vuole essere prefigurazione di una Repubblica nomade infinitamente più grande, che venga a coincidere con i confini di un intero continente e del mondo. Ci piacerebbe che questa ripresa assumesse anche l’aspetto di un’esplosione stellare di cammini europei e poi mondiali, di donne e uomini che riprendano in prima persona il movimento, che si incontrino, si conoscano e si riconoscano dentro una stessa visione e uno stesso sogno.
Non sta a noi definire in dettaglio i modi e le forme di questa possibile rigenerazione. Proviamo solo ad elencare alcune parole che ci possano indicare come noi vorremmo l’Europa:
· Sperimentale, e cioè che non abbia paura di imboccare nuove strade mai tentate prima, in ogni campo, che abbia il coraggio e la libertà e che si dia gli strumenti per poter intraprendere questo nuovo cammino.
· Prefigurativa, e cioè che non abbia paura di sognare e di trasformare i propri sogni in realtà.
· Nomade, e cioè capace di spezzare le barriere nazionali e di permettere ai suoi cittadini il più alto grado di circolazione e fusione. Che dia il segnale di questa ripresa di movimento con un grande cammino continentale e una benefica e reciproca invasione barbarica che rimetta in circolazione i suoi popoli e soprattutto la sua parte più giovane, più sognatrice e più inquieta.
· Repubblicana, e cioè che non abbia paura di liberare la propria potenza popolare, contro il logoramento e la ritualizzazione dell’esercizio democratico di sola facciata, che non abbia paura di indire elezioni e referendum su base continentale e non solo nazionale, di eliminare gli eserciti dei singoli stati per arrivare a una difesa continentale comune.
· Cavalleresca, e cioè nobile, ardita, donchisciottesca, se necessario, che non imponga e non pretenda nulla – a differenza di come si è comportata in passato – ma che eserciti il magistero della libertà e dell’esempio.
· Visionaria, e cioè che abbia l’ardire di tentare una rigenerazione e che senta su di sé l’onore e il dramma di essere portatrice di una grande visione.
· Stellare, e cioè che – come ha le stelle nella sua bandiera – cosi senta la propria presenza non solo tra gli altri continenti ma anche su questo pianeta, presenza sempre più difficile e precaria per l’ottusità e la rapacità che ha finora caratterizzato la nostra irripetibile e folle specie. Un continente stellare che abbia la forza di avere una visione non solo mondiale ma anche cosmica e che faccia sentire con forza questa affratellante condizione alle donne e agli uomini che lo abitano.
Durante il nostro cammino abbiamo incontrato molti gesti di solidarietà e di elezione e abbiamo toccato con mano il desiderio di mettere al mondo qualcosa di più grande e di inedito. Abbiamo sperimentato che si possono ridestare enormi forze dormienti dentro di noi. Lungo strade e sentieri abbiamo incontrato anche molti piccoli cippi e mazzi di fiori nei punti dove era morto qualcuno. In un sentiero delle Alpi vicino ai ghiacciai – lo stesso percorso secoli fa da Annibale con i suoi elefanti e poi da Napoleone – una lapide bianca murata in una roccia ci ha indicato il punto in cui sono morte assiderate durante una tempesta di neve decine di zingari randagi su quelle montagne. E abbiamo anche incontrato un gran numero di animali morti: topi, ricci, talpe, istrici, tassi, uccelli piccoli e grandi, serpenti… Abbiamo assistito all’investimento di un gatto bianco e alla sua breve e straziante agonia. Che ci ha ricordato che la vita è dentro la morte, come la morte è dentro la vita. E che è così non solo per le nostre singole esistenze ma anche per i popoli e per i continenti. E che è cosi anche per i nostri sogni, le nostre illusioni e le nostre visioni.
Abbiamo voluto dirvi questo non attraverso un comunicato da inviarvi con il semplice gesto di una mano su una tastiera ma arrivando direttamente a Strasburgo dopo un lungo viaggio a piedi, con i nostri corpi, le nostre gambe, il nostro sudore, le nostre vesciche e la nostra irriducibilità, fino alla città dove ha sede il Parlamento Europeo, il nostro Parlamento, nel quale vorremmo riconoscerci più di quanto ci riconosciamo adesso, come ci ha fatto sperare l’intenso saluto che il vostro Presidente Martin Schulz ha inviato alla nostra piccola impresa europea. Come le donne e gli uomini si sono sempre spostati nel corso dei secoli e dei millenni e come si stanno spostando anche adesso altri uomini venuti da lontano nel nostro continente in cerca di fortuna e salvezza.

Chiediamo che questa lettera venga portata a conoscenza del Parlamento Europeo e di chi ne fa parte, che non sia frettolosamente archiviata come un esempio di intenzioni buone ma impossibili, perché in certi momenti bisogna immaginare e realizzare proprio l’impossibile, perché l’impossibile può diventare la sola cosa possibile, la sola strada degna di essere percorsa.

Ultimo piano senza ascensore

22 giugno 2016 by

di Giovanni Giovannetti

L’offerta politica del Pd «è inadeguata di fronte alle grandi trasformazioni del mondo del lavoro; di fronte alla necessità di pensare realmente al welfare, essendo ormai lontana l’ “età dell’oro” dell’Occidente; di fronte alla crisi dei partiti novecenteschi basati sull’identità, la partecipazione e il radicamento territoriale» cui si aggiunge «la sua estrema difficoltà a proporre nelle principali città italiane, e in moltissime altre realtà, una classe dirigente, un ceto politico all’altezza dei compiti». È la lucida analisi di Guido Crainz su “Repubblica” del 22 giugno: la si legga, poiché nel partito di Renzi c’è chi tuttora scelleratamente pare accontentarsi d’aver limitato i danni, al solito spacciando le travi per pagliuzze. Per costoro, quasi tutto va bene, madama la marchesa.
L’andassero a spiegare a chi ha visto salvare le banche, soccorrere il capitale finanziario e uccidere il lavoro; l’andassero a spiegare ai poveri e ai neo-poveri (i borghesi di un tempo); a chi è stato preso in giro dai Fassino e sodali dopo il referendum sull’acqua, ampiamente disatteso a Torino e altrove; a chi ritiene che più di 3 milioni di pendolari meritino almeno parte della considerazione che attualmente lorsignori riservano all’inutile alta velocità, ecc. Scelte unidirezionali e “di destra”, da sommare a quel nutrito elenco di idiozie che, nel tempo, hanno ingenerato scollamento dai tradizionali referenti sociali fino a deflagrare nell’attuale, enorme, problema di rappresentanza.
Il maggiore sponsor politico di Grillo pare questo Renzi, e ci va di gran lusso che l’alternativa oggi siano i grillini e non Albadorata. Domani chissà…
L’ex partito di maggioranza relativa è dunque a un bivio: o torna a dare centralità al principio di eguaglianza – ora tra i ferrivecchi – rimodulando politicamente i linguaggi dei movimenti sociali e dei ceti più deboli, o altri occuperanno questo spazio. E tanti saluti al Pd.

O che bel castello

21 giugno 2016 by

Nostro convincimento è che la soluzione del problema del recupero e utilizzo del Castello di Mirabello non deve partire dal presupposto di un’immediata disponibilità economica che, mancando, tronca sin dall’inizio ogni proposta, ma bensì da cosa si intende fare e da una valutazione sul ritorno economico-turistico che può dare alla città di Pavia. Su questi ragionamenti le nostre associazioni si sono già da tempo impegnate per trovare soluzioni (ricordando che il 24 febbraio 2025 cadrà il 500esimo anniversario della Battaglia di Pavia), che sono state presentate nel corso del convegno tenuto presso la sala del Broletto il 24 febbraio u.s. Diamo per assodato e recepito che la destinazione del Castello non può che essere legata alla storia dei Visconti e degli Sforza, dalla loro venuta a Pavia, del Parco Visconteo e dell’avvenimento più importante che in esso si è svolto, la battaglia del 24 febbraio 1525. Una mostra dedicata a questi temi, un’aula didattica per le scuole, una sala convegni. Questo è quanto il Castello dovrà accogliere una volta recuperato e rimesso nelle condizioni per potere essere usufruito dalla comunità. Tuttavia la realizzazione di questi progetti si è da sempre scontrata con il disinteresse verso il recupero del Castello da parte delle amministrazioni che si sono succedute nel tempo e con la costante dichiarata mancanza di fondi. Preso ormai atto di questa situazione, il nostro impegno è stato anche quello di individuare come poter reperire i soldi necessari per poter, senza illudersi ovviamente, del tutto e subito ma per gradi, realizzare questi progetti (anche con contatti informali). La soluzione individuata, sicuramente e immediatamente praticabile, è quella della costituzione di un “Ecomuseo del Parco Visconteo/ Parco Tematico della Battaglia di Pavia”. Un Ecomuseo altro non è che «un’istituzione culturale – citiamo quanto scritto nella legge regionale n.13/2007 – che assicura, su un determinato territorio e con la partecipazione della popolazione, le funzioni di ricerca, conservazione, valorizzazione di un insieme di beni culturali». Di fatto si tratta quindi di una associazione che può essere fondata e composta da enti locali, associazioni, fondazioni, prevista da una legge regionale e riconosciuta con delibera regionale che interviene dopo un certo periodo dalla sua costituzione. Una volta riconosciuto, l’ecomuseo può accedere a finanziamenti regionali. Attualmente in Lombardia ne sono stai riconosciuti 44 di cui 4 in provincia di Pavia. Date le sue finalità ed importanza, l’ecomuseo, che non esclude finanziamenti extra regionali, ma anzi è aperto all’intervento finanziario di enti e soggetti privati, non può essere costituito che dal comune di Pavia, con la partecipazione delle associazioni, fondazioni e categorie varie che credono nel progetto. Compito iniziale dell’ecomuseo è predisporre i progetti per il recupero del Castello, delle stalle, del terreno adiacente e quelli per il Parco Vecchio, cioè del territorio circostante il castello di Mirabello: su questo ultimo punto citiamo ad esempio le ricerche perimetrali sul tracciato del muro del parco e delle sue porte e dei percorsi degli antichi corsi d’acqua e dei sentieri dei campari che opportunamente adeguati possono diventare i percorsi ciclabili nel parco e verso la Certosa, l’eventuale ripristino, almeno parziale ed esemplificativo, degli antichi boschi e della flora, peraltro molto ben rappresentata anche negli arazzi della battaglia di Pavia, e via dicendo. L’impegno è s notevole: alcune ricerche sono già state avviate privatamente, altre sono in corso, molte attendono di essere iniziate. Siamo convinti che negli anni tutto ciò potrà dare risultati eccellenti per l’immagine e l’economia turistica della nostra città. Occorre solo un po’ di buona volontà. Noi l’abbiamo sempre messa. Aspettiamo che la mettano anche altri. In ogni caso noi non ci arrendiamo.

Luigi Casali, presidente associazione Il Parco Vecchio
Vincenzo Pedrazzini, Circolo di Mirabello


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