Un uomo onesto, un uomo probo

12 marzo 2019 by

di Giovanni Giovannetti

Sfiduciato dal suo stesso partito, il sindaco di Pavia Massimo Depaoli si è dimesso dopo anni difficili, anni di “fuoco amico” sul più onesto primo cittadino degli ultimi vent’anni.
I reali motivi alla base del ben strano comportamento di taluni consiglieri comunali di maggioranza li ha sintetizzati Fabrizio Merli sulla “Provincia Pavese” di domenica 10 marzo, là dove ricorda l’opposizione di Depaoli al progetto di parcheggio sotterraneo in piazza Castello nonché i suoi legittimi impuntamenti sulla governance di Asm, dopo che la frammentazione di questa compartecipata in un buon numero di controllate (e relativi cda) più che favorirne la funzionalità è servita a farne il maldestro porto dei traffici dei Chirichelli dei Filippi dei Tedesi e degli Antoniazzi, poi messi ai ceppi non certo dall’allora opposizione consiliare di sinistra ma su denuncia di tale Duccio Bianchi da Firenze, e non Pavia, che del sindaco galantuomo diverrà il fiduciario.
Ora, il Partito democratico è quello che è, localmente non brilla in preveggenza e visioni. Ma che la cosiddetta società civile si riduca a tappetino del presunto socio di maggioranza, condividendo senza fiatare la scomunica di Depaoli, lo ritengo inaccettabile (anche a me, per dire, sarebbe piaciuto applaudire il decollo dell’Arsenale creativo, e ancor più vedere la città dei Saperi e dei sapori fare decisi passi avanti, con un bel Centro congressi all’area Neca e tanto indotto portato a regime, per dire).
E poiché al peggio non c’è limite, dopo aver sfiduciato Depaoli, grottescamente a sinistra ci si dichiara in continuità con il suo dettato (allora perché non ricandidarlo…) così che da tutta questa confusione la destra trarrà ulteriori benefici, sia che candidi a sindaco Niutta o Fracassi oppure Paperino.
E comunque, incrociando le dita, vedremo se la brava candidata del centrosinistra Ilaria Cristiani, se eletta saprà fare fronte alle pressioni di chi vuole costruire un parcheggio sotterraneo tale da indurre all’uso dell’auto per recarsi in centro, invece di scoraggiarlo; e se saprà mantenere la compartecipata Asm nelle mani di persone competenti e non di arpie, come invece è stato anche prima della truffaldina gestione Chirichelli. Vedremo. E speriamo.

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Tra pianti e pianti e pianti

23 gennaio 2019 by

Giornata della Memoria. Ricordiamoci anche di loro
di Giovanni Giovannetti

C’è una pagina della nostra storia nazionale che da quasi ottant’anni si fatica a leggere. Quella dei crimini, anche a sfondo razziale, compiuti dall’Esercito italiano in Africa e nei Balcani.
Maggio 1941. Germania, Italia e Ungheria occupano la Slovenia, e la provincia di Lubiana viene annessa al Regno d’Italia. Ma temendo la resistenza sociale ben più di quella armata, il comandante supremo della Seconda armata d’occupazione generale Mario Roatta il 1° marzo 1942 emana la famigerata “circolare 3c” contro la popolazione civile slovena.
Roatta dispone rappresaglie, incendi di case e villaggi, razzie, torture, esecuzioni sommarie, la cattura e l’uccisione di ostaggi, internamenti di civili e militari nel campo di concentramento nell’isola di Arbe (Rab) in Croazia e in quelli di Gonars in Friuli, Monigo presso Treviso, Chiesanuova di Padova o Renicci d’Anghiari in Toscana. Se possibile, queste misure saranno rese ancora più draconiane dalle circolari integrative del comandante dell’undicesimo Corpo d’Armata generale Mario Robotti, altro delinquente («si ammazza troppo poco», dirà), e dell’alto commissario per la provincia di Lubiana Emilio Grazioli (come Roatta è nell’elenco dei criminali di guerra italiani).

I non umani

E si badi, a usare la mano pesante con i civili non sono le Camicie nere di Mussolini ma uomini dell’Esercito fedele al re e alla corona, che vedono gli sloveni come dei selvaggi piantagrane, alieni e inanimati: uno sguardo deumanizzante, l’alibi per ogni sorta di arbitrio, come quello che oggi provoca una tutto sommato modesta indignazione per la morte di 200 esseri umani che annegano nel Mediterraneo.
Stando all’ex partigiano e studioso del movimento di liberazione sloveno Tone Ferenc, nella sola provincia di Lubiana verranno «fucilati o come ostaggi o durante operazioni di rastrellamento circa 5.000 civili, ai quali vanno aggiunti i circa 200 bruciati e massacrati in modi diversi. 900 invece i partigiani catturati e fucilati. A loro si devono aggiungere oltre 7.000 persone in gran parte anziani, donne e bambini morti nei campi di concentramento in Italia. Complessivamente moriranno più di 13.000 persone su 340.000 abitanti, il 2,6 per cento della popolazione». A questo triste bilancio aggiungeremo l’incendio di 3.000 case, l’internamento di 33.000 persone, la distruzione di 800 villaggi. La Commissione di Stato jugoslava per l’accertamento dei crimini di guerra ha inoltre accusato Roatta e sodali di aver ampiamente disatteso la seconda Convenzione internazionale dell’Aja relativa ai prigionieri, ai feriti e agli ospedali; di aver disposto la fucilazione di partigiani fatti prigionieri e di ostaggi; di aver ordinato l’internamento dei componenti di intere famiglie e villaggi e di aver consegnato i civili incolpevoli ai tribunali militari; di aver ordinato che i civili fossero ritenuti responsabili di tutti gli atti di sabotaggio commessi nelle vicinanze della loro abitazione e che, per rappresaglia, si potesse sequestrare il loro patrimonio, distruggere le loro case e procedere al loro internamento.
Sul fronte economico si registra la depredazione delle risorse slovene pianificato dall’Iri, l’Istituto italiano per la ricostruzione industriale sorto nel 1933.

Criminali in divisa

Che dire di più? In applicazione delle severe disposizioni di Roatta, la notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942 Lubiana è posta in stato d’assedio e i Granatieri di Sardegna capitanati da Taddeo Orlando, affiancati da collaborazionisti slavi, rastrellano per settimane con «metodo deciso» migliaia di civili (un quarto degli uomini validi «prescindendo dalla loro colpevolezza» dirà Orlando) e 878 di loro vengono internati nei campi di concentramento. Altri rastrellamenti avverranno tra il 27 giugno e il 1° luglio – con il fermo di 17mila civili – e dal 21 al 28 dicembre, con l’arresto di oltre 500 persone; tra loro donne, vecchi e bambini. Pochi, i più fortunati, li deporteranno in alcune città del nord Italia. Ma in questa “strategia della snazionalizzazione” – come l’ha chiamata Davide Conti – sono 33mila gli sloveni internati in duecento lager in Italia e sul posto, a morire di freddo, stenti, tifo e dissenteria (per Robotti erano «inconvenienti igienici»).
Come si legge in una relazione del 9 settembre 1942 di Roatta a Robotti, «si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione e di sostituirle in posto con popolazioni italiane». Altri rastrellamenti seguiranno nei centri più importanti del Paese.
«Dicono che donne e bambini e vecchi, a frotte, o rinvenuti nei boschi o presentatisi spontaneamente alle nostre linee costretti dalla fame e dal maltempo, sono stati intruppati, e avviati (tra pianti e pianti e pianti) ai campi di concentramento». Lo si legge al giorno 25 settembre 1942 del Diario di don Pietro Brignoli, cappellano militare del secondo Reggimento Granatieri di Sardegna.
Tutti i fermati – scrive il tenente dei Carabinieri Giovanni De Filippis in una delle sue periodiche relazioni – «sfilano davanti a una commissione di ufficiali della divisione Granatieri e di confidenti: secondo le indicazioni fornite da questi ultimi, si procede senza altri accertamenti: la parola dei confidenti diventa Vangelo. E così trecentomila abitanti della Slovenia restano in balìa dei confidenti…» (26 giugno 1942). Di questa commissione sono autorevoli componenti il questore di Lubiana Ettore Messana e l’ispettore capo di pubblica sicurezza Giuseppe Gueli (altri criminali di guerra): coadiuvati dal coordinatore del locale ufficio Ovra Ciro Verdiani il questore, l’ispettore e i loro tirapiedi interrogano i prigionieri e li torturano flagellandoli, bastonandoli, colpendoli al basso ventre, infliggendo bruciature o esponendo i testicoli alla corrente elettrica (non mancano i casi di stupro su alcune detenute).
Quando i detenuti vengono consegnati al Tribunale speciale di guerra, a reggere la pubblica accusa trovano il tenente colonnello Enrico Macis, altro “criminale di guerra”, altro vessatore impunito (dal novembre 1941 al settembre 1943 questo Tribunale sentenzierà la morte di 83 civili e partigiani). Macis non manca poi di manifestare il suo compiacimento per le deportazioni: come scrive il 26 aprile 1943, «nello scorso anno le autorità militari con apprezzato senso di opportunità avevano rastrellato la città ordinando l’internamento di tutti gli uomini dai 18 ai 35 anni». A Macis e Messana la Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra addebiterà la fabbricazione di false prove a carico di parecchi imputati.

L’inquisitore diventa partigiano

Passata la guerra, a Macis verrà conferita la qualifica di “Partigiano combattente”. Non bastasse, nel 1946 l’ufficio informazioni dello Stato maggiore dell’Esercito gli commissionerà uno studio sui problemi di carattere giuridico in ordine ai crimini di guerra. Come affidare ad Al Capone uno studio sul consumo illegale di alcolici…
Sempre a Lubiana, negli anni di Ettore Messana e di Emilio Grazioli, la città è attraversata da veri e propri squadroni della morte con licenza di uccidere a vista i “ribelli”. Sono sorprendenti le analogie con gli assalti paramilitari in Sicilia nel 1946-1947 contro cooperative, Camere del lavoro, sindacalisti ed esponenti della sinistra (verranno uccisi 27 militanti del Pci), anni in cui, nell’isola, Messana ricopre la carica di ispettore capo.
Sì, perché dopo la liberazione, ritroveremo i torturatori Messana e Verdiani non in galera, non silenziosamente pensionati, ma l’uno dopo l’altro a occuparsi di antimafia alla guida dell’ispettorato di pubblica sicurezza per la Sicilia, ovvero a depistare indagini e a coltivare relazioni con latifondisti, mafiosi, monarchici e banditi come Salvatore Giuliano.

La pulizia etnica

Dalle parole di Giovanni De Filippis e dai metodi criminali dei funzionari di polizia e del magistrato competente traspare l’incapacità degli alti comandi di esercitare il controllo del territorio tramite il consenso. E quale sarebbe allora il “piano b”, a fronte del fallimento di una tale assimilazione affrettata e forzata? Ai suoi uomini il generale Mario Robotti parla chiaro: bisogna «far coincidere i confini razziali con quelli politici», ovvero fare pulizia etnica. Ne conviene l’alto commissario Grazioli che, in una lettera del 24 agosto 1942, sottopone al ministro degli Interni il suo piano di soluzione del «problema» della popolazione slovena: «distruggendola, trasferendola, eliminando gli elementi contrari», ovvero la “soluzione finale”.
In totale, 109.437 jugoslavi verranno deportati nei campi di concentramento fascisti in Italia. Ad Arbe, Carlo Alberto Lang, capitano medico incaricato di un sopralluogo, segnala che tra il settembre e l’ottobre 1942 in trenta giorni muoiono 209 persone, di cui 62 bambini sotto gli 11 anni. E al medico provinciale che segnala i numerosissimi casi di «dimagrimento patologico con l’assoluta scomparsa dell’adipe anche orbitario, ipotonia e ipotrofia grave dei muscoli, edemi da fame negli arti inferiori, vomito» e insistenti epidemie tra gli attendati nel campo di Arbe, il generale Gastone Gambara (altro “criminale di guerra”) il 17 dicembre 1942 cinicamente replica quanto fosse «logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento, in quanto “individuo malato = individuo tranquillo”».
Numerosi internati ad Arbe verranno poi trasferiti in Italia. Dal diario del maresciallo della marina jugoslava Franc Ljubič, internato a Gonars e addetto dell’infermeria, 25 novembre 1942: «Questa gente di Arbe… Solo pelle e ossa, madri con i neonati, bambini di 4/5 anni, ragazze di 15/16. All’infermeria è giunta una donna che non ha potuto lavare per quattro settimane il figlioletto di un mese e mezzo. Quando fu lavato era come se rinascesse, però del freddo si vedevano già i segni. Nell’altro settore dell’infermeria, oggi tre morti ed un nato».
Ad Arbe moriranno circa 4.500 internati. E non tragga in inganno la clemenza accordata a 1.500 ebrei riparati in Dalmazia dalla vicina Croazia, sottraendoli momentaneamente ai tedeschi e ai violentissimi ustascia croati di Ante Pavelic, poiché «l’incertezza dei vertici militari circa la consegna degli ebrei», scrive Davide Conti, è da ascrivere «alle conseguenti reazioni che si potrebbero scatenare nelle milizie cetniche e anticomuniste» di estrazione ultracattolica che sono al fianco dell’esercito italiano nella guerra antipartigiana: questi collaborazionisti «difficilmente avrebbero accettato un così evidente allargamento del peso politico croato nella regione». Non fosse arrivato l’8 settembre, tutto questo avrebbe assunto le dimensioni del genocidio.

L’Italia si auto assolve

Nel dopoguerra, in quell’Europa divisa in due, in Italia si enfatizzeranno, decontestualizzandole, la diaspora dalmata-istriana e le foibe, mentre si minimizzeranno, sino alla rimozione, le violenze compiute dall’esercito italiano nei confronti della popolazione civile slovena, dalmata, montenegrina, croata, greca, russa e albanese, in aggiunta alle violenze già a referto in Libia (100mila vittime su 800mila abitanti: un genocidio) e in Etiopia (nel Corno d’Africa tra il 1935 e il 1943 si contano 300mila vittime). Calerà il silenzio anche sui bombardamenti di natura terroristica compiuti dalla Regia aeronautica italiana sulla città basca di Durango il 31 marzo 1937 (morti 289 civili) e su Barcellona in Catalogna tra il 16 e il 18 marzo 1938 (670 morti) durante la Guerra civile spagnola. Sono atti criminali non inferiori a quello tedesco e italiano del 26 aprile 1937 su Guernica (quattro settimane dopo la strage di Durango), a torto ritenuto il primo atto di terrore dal cielo deliberatamente compiuto contro la popolazione civile.
Insomma, brandendo il paradigma dell’“italiano buono”, benevolmente assunto dall’opinione pubblica, sui nostri crimini cala l’oblio e l’Italia si auto assolve, cancellando dal senso comune (e dai testi scolastici) la memoria dei nostri omicidi e ogni traccia dei nostri campi di morte.

C’è del marcio in piazza Italia

12 gennaio 2019 by

Ponte della Becca sul Po. Come lucrare sulle disgrazie e farla franca
di Giovanni Giovannetti

In un articolo uscito più di cinque anni fa sul settimanale “il Lunedì” ho provato a sollevare alcune perplessità sullo strano ripristino del malandato ponte della Becca sul Po, elencando tre dubbi interventi di «somma urgenza» per la sua messa in sicurezza, tutti assegnati in via diretta e senza bando di gara all’ingegner Gian Michele Calvi. Avevo scritto che questi lavori erano costati più di 8 milioni di euro in pubblico denaro senza risolvere il problema. Avevo poi segnalato che tra i fornitori risulta una ditta, l’Alga, indagata a L’Aquila per gli isolatori fuori norma (frode in pubbliche forniture, costate 7.124.752 euro). Tutto vero, tutti zitti.
Il 22 marzo 2014, chiedo allora alla Provincia «copia dei verbali di somma urgenza del dirigente Lavori pubblici Luigi Re» nonché «le perizie giustificative dei lavori relativi alla prima, alla seconda e terza fase da parte dello Studio Calvi srl». Sulle perizie, laconicamente il dirigente al settore Lavori pubblici Barbara Galletti (che nel frattempo è subentrata a Re) mi risponde picche.

Ponte della stecca?”

Porto allora i miei dubbi e qualche documento in Procura. Partono le indagini e solo ora ne riscontriamo i risultati, a dir poco sorprendenti.
Nelle carte di piazza del Tribunale, si legge infatti che il dirigente dei lavori pubblici Luigi Re ha attestato «falsamente di aver eseguito un sopralluogo, successivamente certificato con la redazione di un apposito verbale» tale da giustificare l’indebito incarico per “somma urgenza” all’ingegner Gian Michele Calvi (vedi il caso, l’ingegnere figura tra i più fraterni amici del direttore generale della Provincia Carlo Sacchi) facendo quindi apparire «come imprevisto e imprevedibile un evento che, di converso, era noto ai pubblici ufficiali che quindi avrebbero dovuto procedere», pur astenendosi dal pubblicare il bando di gara, «alla consultazione di almeno tre operatori economici».
Per questo motivo al Sacchi si imputa d’aver esautorato «il dirigente del settore Lavori pubblici dall’esercizio delle proprie funzioni» per poi affidare al Calvi le prestazioni ingegneristiche relative al ponte.
Si legge altresì che Gian Michele Calvi «si sostituiva alla stazione appaltante» ovvero all’amministrazione provinciale «nell’individuazione degli operatori economici» chiamati al capezzale del ponte male in arnese.
È della partita anche Barbara Galletti (la dirigente subentrata a Re il 30 dicembre 2010), colei che ci aveva negato la consultazione dei principali documenti: non diversamente da chi l’ha preceduta Galletti, stando all’accusa, avrebbe sottoscritto «i contenuti tecnici predisposti e “dettati” nelle periodiche relazioni redatte dallo stesso studio Calvi».

“Assolti” per aver commesso il fatto

Lavori indebitamente assegnati in via diretta e senza bando di gara… Atti amministrativi di affidamento diretto scritti con la penna di chi i lavori se li vede affidare… Ditte “amiche” ingaggiate bypassando il committente istituzionale… Tutto questo prefigura quanto meno il reato di turbativa del processo decisionale da parte della pubblica amministrazione.
Ma… c’è un “ma”, e ben lo rimarca il sostituto procuratore pavese Paolo Mazza nella sua Richiesta di archiviazione del 7 novembre 2018: pur accertate le malefatte, scrive, tutti questi reati devono ritenersi prescritti al 16 aprile 2018 «anche a causa dell’estrema tardività nella conoscenza della notizia di reato, rispetto alla commissione dei fatti, nonché il protrarsi delle capillari ed articolate attività di indagine».
Detta in questo modo parrebbe che i nostri indagati l’abbiano fatta nuovamente franca; ma attenzione, non è del tutto così poiché nelle righe finali Mazza chiede – e il Gip Fabio Lambertucci dispone – che una copia di questi atti venga trasmessa alla Procura della Repubblica presso la Corte dei Conti di Milano. Sì, c’è del marcio in Piazza Italia.

Addio a Grazia Nidasio

26 dicembre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

La notte di Natale, quasi novantenne se ne è andata Grazia Nidasio; era l’indiscussa caposcuola del fumetto italiano, la “madre” o madrina di storie come Valentina Mela verde (uscito a puntate sul “Corriere dei Piccoli” a partire dall’ottobre 1968) e di molti altri personaggi: Stefi e Miura (sorella minore e fratello maggiore di Mela verde) Nicoletta e Scaramacai, Violante e il Piccolo Mugnaio bianco della pubblicità…
Se a Valentina Morandini detta “Mela verde” Grazia Nidasio ha legato la sua popolarità (una ragazzina racconta nel suo diario le alterne vicissitudini del passaggio dall’infanzia all’adolescenza), è per noi indimenticabile un capolavoro come la saga del Dottor Oss, da un racconto di Jules Verne, magistralmente disegnato “all’antica” (e cioè con i testi a piè di vignetta) su sceneggiatura di Piero Selva alias Mino Milani, ovvero uno dei più grandi – se non il più grande – narratore d’avventura e di mistero del Novecento italiano.
Il sodalizio tra Milani e Nidasio sulle pagine dei “Corriere dei Piccoli” era cominciato nel 1956 con I ladri del fiume, un romanzo agreste a puntate cui seguirà, nel 1959, Il fiume non si ferma (e nell’illustrare questo romanzo la Nidasio passa dai suoi sereni personaggi ai soldati in guerra).
La collaborazione si estende ai fumetti: La principessa Brambilla – dall’omonima fiaba di Ernst T. Hoffman – è del 1965; seguiranno Il Signor Martino nel 1967 e La luce azzurra nel 1969. Tra il 1964 e il 1969 i due autori lavorano al Dottor Oss, uscito la prima volta sul “Corrierino” del 2 agosto 1964. Ricorda Nidasio: «quando Mino scriveva le puntate in redazione, noi scommettevamo che avrebbe battuto l’episodio senza fermarsi un momento. E così accadeva. Quando il ticchettio della macchina da scrivere cessava, il testo era lì, uscito perfetto e pulito come se il fantasma di Verne in persona glielo avesse dettato. C’era solo da impaginare».
Il Dottor Oss è la storia di uno scienziato irascibile che Piero Selva (Milani) imbelletta d’avventura, trasfigurandolo da cattivone qual’era in cavaliere ottocentesco e ricavandone una trama che oggi definiremmo steampunk, quel filone della fantascienza moderna che inserisce elementi ipertecnologici in una ambientazione storica. La prima puntata esce il 2 agosto 1964 sul numero 31 del “Corrierino”, introdotto da questa breve nota: «Giulio Verne scrisse anche racconti umoristici come questo Dottor Oss che probabilmente ancora non conoscete, e che troverete assai divertente».
Lo scienziato Girolamo Oss da Quinquendone, ha scritto Pier Luigi Gaspa, «è protagonista di vicende fantastico-fantascientifiche che lo avvicinano ai temi cari all’Indiana Jones di Steven Spielberg oppure, per rimanere nell’ambito del fumetto, a Martin Mystere» di Alfredo Castelli. Il successo del Dottor Oss fu immediato, tanto che, racconta Milani, «si decise di continuarlo: e stavolta fui libero di raccontarlo come pensavo, e di tentare di rapportarlo al personaggio di Grazia Nidasio, al suo stile, alla sua nobiltà».

Lettera sentimentale all’Anpi di Pavia

3 novembre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Carissimi, scusatemi, ma la decisione dell’Anpi pavese di non presenziare alle celebrazioni del 4 novembre mi vede ampiamente in disaccordo politico e umano. La faccio breve. Al di là di ogni giudizio sulla guerra (e il mio è negativo, nel 1915 sarei stato con Maria Giudice e Umberto Terracini a fermare i treni diretti al fronte) una volta che si combatte io sto con i contadini e i proletari combattenti, e cent’anni dopo in piazza ci vado quanto meno per questi ragazzi, nel ricordo dei vivi e dei troppi morti, i cui nomi sono incisi sopra migliaia di lapidi, come quella di piazza Italia, lato Università. Domenica 4 novembre in una qualche piazza io ci sarò, non foss’altro per ricordare un famèi diciannovenne che ho fatto appena in tempo a conoscere: quel ragazzino era mio nonno, quarto reggimento alpini val d’Orco, mungitore e “ragazzo del 99”. In fin dei conti il nonno cent’anni fa ha vinto una guerra.

Storia avventurosa di Bananopoli

31 ottobre 2018 by

dal nostro inviato Giovanni Giovannetti

La pianta romana di Bananopoli «svetta verso le nubi con una fitta trama di torri» scrive il Petrarca al Boccaccio «e dispone verso ogni direzione di una vista senza impedimenti e libera, tanto che non so se alcuna città, tra quelle poste in pianura, ne abbia una più aperta e piacevole».
Da allora molta acqua è passata sotto il ponte sul Tesino, quello vecchio – ferito ma non ucciso da fuoco “amico” nell’ultima guerra – e quello nuovo, che pure è detto vecchio. Invece di rimettere una sull’altra le sue toste pietre antiche e mantenerlo pedonale, i geniali genieri lo hanno rifatto camionabile, portando il traffico ad accalcarsi lungo il cardo cittadino, così che Bananopoli ora dispone di un ponte medievale in meno e di molti problemi alla viabilità in più.
Non di meno, del “sacco” urbanistico faranno le spese molti storici palazzi dati per “vecchi”: «All’abbattimento del primo», dirà entusiasta l’assessore ai Lavori pubblici e prenditore in proprio, «inevitabilmente gli altri seguiranno come birilli». Bavetta alla bocca e mano sul cuore, lato portafoglio, l’intrepido assessore immagina cubature su cubature di edificato e un’autostrada in vece del cardo, a spaccare in due una città sulla carta grande tre volte l’attuale.
Altri tempi si dirà, di quando l’antico passava per vecchio, e pure il ponte nuovo. Tempi in cui i prenditori si potevano accordare con la pubblica amministrazione nell’abbattere, facciamo qualche esempio, un trecentesco edificio sul decumano e un medievale isolato là dove il decumano incrocia il cardo. Demolite di soppiatto anche le presenze coeve dell’edificio neoclassico sul lato nord di Piazza grande. Insomma, un “sacco” devastante, ben più gravoso dei bombardamenti “alleati” di dieci-vent’anni prima.

Ma chevvogliono queste minchie di Arecchi e quell’altro lì, Ignazio Stabile quando scrive di «esempi aberranti di violazione delle norme edilizie e di deturpazione ambientale…» qui bisogna rinnovaaaare e il nostro interesse è l’interesse della città. Paceamen se aumenta lo squilibrio con le periferie, cresciute a macchia d’olio senza asili, scuole, strade, negozi. L’economia deve girare e pecunia non olet, i soldi non hanno odore. Che questi due si facessero un giro nel centro cittadino, tra le sessanta banche e i di molto strani movimenti di capitali e forse capiranno.
Guidetti, Vanzina, Saiti, Körting, Meta, Ghisio, Vigorelli, Snia Viscosa, Fivre, Necchi… Le fabbriche, quelle sì cadono come birilli, ma si deve pur campare. Ben venga allora la piccola o grande rendita parassitaria legata all’indotto universitario e sanitario. E se ci sai fare, col tempo puoi anche salire di livello comprando e vendendo suoli: una botta a chi di dovere e in un amen te li ritrovi da agricoli a edificabili.
E poi chissenefrega di questo Petrarca e della sua «vista senza impedimenti». Roba vecchia vecchia vecchia. E allora brindiamo a dieci cento mille segni del progresso come palazzo Alfa, tredici piani per tredicimila metri cubi di vetro e acciaio, tanto che lo hanno ribattezzato il “palazzo di vetro”. Questa sì che è trasparenza. E se ne diano una qualche ragione i talebani ambientalisti, i baluba di sinistra e tutti ‘sti altri culattoni che chiocciano «abuso edilizio abuso edilizio…» Guardassero in casa loro, al numero diciassette di viale della Libertà, a quell’alveare per sciùri costruito dal grande elemosiniere della politica banana: alla faccia del regolamento e senza dare troppo dell’occhio, l’elemosiniere ha bellamente aggiunto due piani. E l’opposizione? Muta come un pesce muto. Andate allora in quel verminaio e domandatevi come mai qui ha preso sede la federazione provinciale del partito del popolo banano. Come mai?

Il multidealista

29 ottobre 2018 by

dal nostro inviato a Bananopoli Giovanni Giovannetti

«Bastardo d’un giornalista», sbotta il prenditore edile sfogliando di primo mattino “il Gazzettino banano”. «E dire che l’ho querelato, e l’hanno querelato il sindaco, il vicesindaco e il direttore sanitario… ma lui niente, va avanti. Ora mi sente».
Il prenditore chiama il Rude, un lungo elenco di precedenti penali:
– Rude!
– Uhe, prenditore
– Quel delinquente lì ha scritto ancora delle cose paurose sul mio conto
– Il giornalista?
– Sì, quel bastardo. Appena puoi passa da me perché io desidero fare quella cosa.
Il prenditore edile sta costruendo un villaggio sopra un’area destinata all’edilizia universitaria, salvo porre quelle case in vendita sul libero mercato, reclamizzandole, l’impunito, con enormi manifesti. Insomma, una lottizzazione abusiva bella e buona, portata a buon fine oliando «quello che in Comune apre tutte le porte», ovvero l’assessore al suo bilancio, che è anche vicesindaco di Bananopoli.
Costui è un ex poliziotto tutto d’un prezzo, un esserone onnivoro che tiene crudelmente per le palle il giovane sindaco Pupo. Insomma, lo ricatta e lui succube non può che gratificarlo, delegando l’onnivoro a rappresentarlo nel ben remunerato consiglio d’amministrazione dell’ospedale cittadino (e il figlio del vicesindaco, benedetto dal Pupo, tiene ben salda cadréga nel consiglio della multiservizi comunale).
Ma andiamo più a fondo, aggiungendo particolari alla biografia dell’ex birro, che è leggenda. Lo ricordiamo infatti membro a sua insaputa del cda della Fondazione sammarinense di Ester Barbaglia, la maga di Craxi e Berlusconi, che sulle cime del monte Titano possiede il 21 per cento di una banca dedita al riciclaggio di alto lignaggio mafioso.
Guardia o ladro? Vai a capire… Al tempo in cui era vicequestore, lo si rammenta pur ospite delle patrie galere per certi suoi piccanti favorini confessati ai giudici dal pentito di mafia Angelo Epaminonda detto il Tebano, boss della mala e referente lombardo di Cosa nostra catanese. Insomma, il Tebano gestiva spaccio, night, bordelli e bische dalle parti di Bananopoli, e qualcuno chiudeva un occhio, anzi due.
Ma proseguiamo. Tra i più stretti collaboratori dell’onnivoro svetta alquanto il suo discusso commercialista, tale Tiradritto da Palmi, revisore dei conti della multiservizi municipale e di molte altre società. Per quali meriti acquisiti è agile dirlo: Tiradritto è legato da un patto occulto con il capo della mafia lombarda di cui si è detto, suo collega in Massoneria; sono amici e sodali, e negli anni in cui il mafioso sconta ai domiciliari la sua condanna a nove anni per narcotraffico, tra i due resiste una compartecipazione d’affari di cui dividono i guadagni in nero. E sarà Tiradritto a introdurre l’onnivoro alla corte del capo mafioso, per voti e candidati da presentare alle imminenti elezioni.
Di che stupirsi? Del resto per l’ex birro la coerenza è tutto. Già la sua carriera politica ne rivela i solidi ideali: nasce socialdemocratico, trascorre l’infanzia nel partito socialista, l’adolescenza nel partito liberale, la maturità in forza italia, l’età di mezzo nella margherita, la vecchiaia attiva nel partito democratico e, dopo una parentesi civica, forse non morirà udc e tanto meno tornerà in galera, per raggiunti limiti d’età.
Che questo multidealista fosse a libro paga del prenditore edile, a non pochi pareva acclarato (gli esempi si sprecano) ben prima che lo blindassero per corruzione. Aggiungeremo che l’onnivoro si dipingeva anche editore. E nel versare fior di quattrini all’effimera casa editrice del multidealista, il prenditore amava definirlo «il mio dipendente».
Chiusa la telefonata con il Rude, quest’ultimo chiama allora quell’altro suo dipendente:
– Ciao vicesindaco.
– Ciao prenditore.
– Hai visto sul giornale cosa scrive quel rompicoglioni? Quello lì l’ho querelato, l’ho minacciato eh? e lui continua tranquillamente!
– Vedi prenditore, questo infame non ha nessuna paura di dire minchiate…
– Gliela faremo venire noi la paura.
Indecisi se saccagnare o che altro il giornalista, una notte senza luna qualcuno darà fuoco alla sua casa. La mattina dopo l’incendio, il primo a manifestare solidarietà è il vicesindaco.

Ora legale

27 ottobre 2018 by

Dal nostro inviato a Bananopoli Giovanni Giovannetti

Bananopoli è festante. Nella ridente cittadina oggi si plaude l’attempato insegnante che alle ultime elezioni, nonostante l’avverso pronostico, ha saputo primeggiare sul giovane sindaco uscente più reclamizzato d’Italia.
«È un bravo guaglione che si lascia guidare», aveva ironizzato anni prima il Faraone (il compianto lider locale del partito del lader) nel soffocare l’imberbe nella culla.
Per la verità, qualche grano o grana d’amore al giovane sindaco uscente non era mancata, tanto che, per la sua campagna elettorale, alcuni prenditori hanno nuovamente aperto portafogli, organizzato cene e innalzato bene auguranti calici, infruttuosamente.
Di una tale umiliante débâcle l’imberbe non sa darsi pace: lui, il vicepresidente dell’Anci (l’associazione dei comuni d’Italia); lui, l’aspirante formattattore a tutto etere dello stesso suo partito… Tutto inutile: il telegenico viene asfaltato in casa dal professor nessuno e irriso su scala nazionale anche più che in passato, come dopo l’emergere di quel suo indigesto pasteggiare al desco del grande capo della mafia lombarda, altro illustre concittadino, reduce da nove anni di galera per narcotraffico (erano «particolarmente buoni gli antipasti», dirà). Se poi questo abbraccio cincinnante tra la Cosca e il Pupo (così lo irridevano gli uomini d’onore) sia stato sodale o immorale non è dato sapere. Ma via costoro, le elezioni successive non hanno registrato eletti tra gli amici degli amici, e tanto meno l’esserino ha potuto riascoltare quel soave tintinnar dei calici per la vittoria. Tutto ha un limite, anche nella tollerante Bananopoli.

«Che ore sono?», chiede Atalanta ridendo di sottecchi (il neosindaco attempato lo chiameremo Atalanta, come la figlia di Iasio e come la squadra di calcio).
È ormai tempo di ora legale, e presto se ne avvede il presidente verdelega della locale Azienda servizi municipalizzati, messo ai ceppi con altre arpie dopo anni di ladrocinio (tra loro il figlio dell’ex assessore comunale al suo bilancio). Basti dire che il contabile dell’Azienda e della cosiddetta “Banda dei quattro” si è mariuolato in solitudine all’incirca due milioni di euro; 25 euro ad abitante, neonati inclusi. Al confronto di un così alto magistero, il presidente verdelega e i suoi complici – il direttore generale e il figlio dell’assessore – paiono dei pezzenti, meri arraffatori di benefit e di spiccioli.
Pericolo scampato, pensa tra sé Atalanta mentre dà una scorsa agli atti giudiziari. Se di nuovo avesse vinto il Pupo catodico, Asm sarebbe rimasta ben salda in mano alla “Banda dei quattro”.
E per fortuna non si contano chiacchierati tra gli eletti nel nuovo Consiglio comunale, ripete a se stesso sorseggiando un caffè, e il passato è passato (e chissà se è passato davvero). Come dimenticare però quel 16 luglio 2010, quella manifestazione antimafia guidata dal giovane sindaco di Bananopoli in fascia tricolore. Accanto a lui per l’occasione si accalcano gli amici dei mafiosi appena incarcerati. C’è l’ex assessore al suo bilancio (poi arrestato per corruzione), che ha candidato nelle liste del suo movimento politico le persone indicate dai mafiosi arrestati. C’è quel suo figlio (poi arrestato per peculato), che nel maggio 2010 ha assunto in Asm Lavori un ingegnere «nella piena disponibilità» del capo della ’Ndrangheta lombarda. C’è l’assessore ai Lavori pubblici, già socio in affari del direttore sanitario dell’Azienda sanitaria locale (arrestato per fatti di mafia) nonché di un pluricondannato per mafia e narcotraffico. C’è l’assessore alla Mobilità, già gradito ospite di mafiosi apicali nei più esclusivi ristoranti della Locride. Ci sono due consiglieri comunali in rapporti fraterni con il capo bastone lombardo-calabrese. E chissà se tra i manifestanti c’era anche il fantomatico “Peppino”, a cui l’ex direttore sanitario dell’Asl nell’agosto 2009 confida la necessità di «costruire un centro di potere» a Bananopoli.

Pavia, la terra dei fuochi

26 ottobre 2018 by

Rai3, rubrica “Persone” del 20 ottobre 2018

Eroina di Stato

16 ottobre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

I nomi dei morti per overdose in Italia tra il 1974 e il 1985 sono da scrivere accanto a quelli delle vittime della stagione stragista, ben scolpiti sulla tragica lapide delle morti di Stato.

Deponendo il 7 gennaio 2010 al processo bresciano per la bomba in piazza della Loggia, l’ex squadrista nero e sindacalista Cisnal Roberto Cavallaro riferirà di aver presenziato a una riunione ad alto livello tenuta nell’autunno 1972 sulle montagne dei Vosgi in Francia; in quella sede venne illustrata l’operazione Blue Moon e le relative modalità di introduzione, anche in Italia, di eroina e allucinogeni per marginalizzare i movimenti della nuova sinistra.

L’operazione Blue Moon

Tutto questo Cavallaro lo ripeterà in tv a Gianni Minoli, aggiungendo che a quella riunione «erano presenti più soggetti, sia dell’Europa occidentale sia, con nostra grande sorpresa, persone appartenenti all’area opposta del Patto di Varsavia», chiamati a confrontarsi su come annientare gli avversari e qualunque forma di dissidenza.
“Annientare”? «I servizi di sicurezza» precisa Cavallaro «non sono fondati su princìpi di cavalleria, ma sull’idea che il nemico va comunque eliminato». E se in Unione sovietica e in Cina fucilano i dissidenti o li deportano nei gulag e nei campi di rieducazione, in occidente, ammette Cavallaro, li annichiliscono, favorendo lo “sballo” (bella idea di democrazia).
Il programma Blue Moon – pianificato dal capo dell’Fbi Edgar Hoover di concerto con la Cia – viene messo a punto negli Stati uniti nell’intento di sedare la nuova sinistra americana, trasformando così l’opposizione in devianza. Lsd ed eroina sono quindi usate come antidoto all’impegno politico di chi, dal 1967, manifesta contro la guerra in Vietnam (e ai combattenti americani in Vietnam si somministrano anfetamine e altri additivi chimici). Da alcuni documenti governativi “declassificati” dall’amministrazione Crinton nel 1994, apprendiamo poi che sui “Chicago riots” (gli scontri dell’agosto 1968 a margine della Convenzione del Partito democratico, contro la continuazione della guerra in Vietnam) un sesto degli hippy partecipanti ai disordini «apparteneva ad agenzie federali e a organismi di intelligence»: una percentuale altissima di provocatori ed infiltrati lì a spingere questi giovani sulla strada dello scontro fisico e della violenza.

L’agente Stark

Ma, lo si è detto, Blue Moon non ha solo finalità interne agli Stati uniti. Nel febbraio 1975 all’hotel Baglioni di Bologna la polizia arresta uno strano personaggio che ha con sé tanti milioni in valuta estera e notevoli quantità di Lsd. Questo narcotrafficante e produttore in proprio di acido lisergico è Ronald Stark, un agente che la Cia ha infiltrato negli ambienti della sinistra italiana. Apparirà chiaro ai giudici che Stark è uno dei principali fautori europei di Blue Moon. Dopo quattro anni di carcere, l’11 aprile 1979 Ronald Stark è messo in libertà provvisoria, con l’ordine – disatteso – di non lasciare l’Italia. Si ritiene che sia morto a San Francisco in California l’8 maggio 1984.
Quali sono le conseguenze di questa criminale guerra sottotraccia ai ragazzi della nuova sinistra? Nel 1970 in Italia non ci sono tossicodipendenti; nel 1985 se ne contano più di 300mila. Tra il 1974 e il 1975 l’offerta illegale di eroina a buon mercato improvvisamente soppianta quella delle droghe leggere, che sono tolte per qualche tempo di circolazione e criminalizzate artatamente da stampa e istituzioni. Negli anni a seguire avremo dipendenze, morte, annichilimento. Si aggiunga il salto di qualità della malavita tradizionale e, dal 1978, l’ascesa della criminalità mafiosa legata al narcotraffico (con un fatturato di 3000 miliardi di lire annui).
La prima vittima per overdose è a Udine, nel 1974. Un rapporto sull’andamento della diffusione del consumo di droga in Italia, pubblicato nel 1992 dal “British Journal of Addiction”, indica un notevole aumento nel numero di decessi per droga (principalmente da overdose) e nei casi di Hiv/Aids di persone che nel corso degli anni Ottanta si iniettavano eroina per via endovenosa. Gli autori del report stimano che nel 1977 ci siano stati 28.000 consumatori di oppiacei; nel 1982, questo cifra era salita a 92.000. Per sottolineare ulteriormente questo aumento imponente, gli autori hanno scoperto durante il loro periodo di studio (1985-1989), che il numero di soggetti che si recavano presso i centri di recupero per dipendenze dalle droghe è aumentato da 13.905 a 61.689, un aumento in gran parte dovuto dalla crescita nel consumo di eroina in Italia, non più un semplice Paese di transito: secondo il capo della commissione di Cosa Nostra Tommaso Buscetta, «il traffico di stupefacenti in Italia era iniziato solo nel 1978».

Iaio e Fausto

L’eroina è dunque «usata come dispositivo biopolitico che agisce sui corpi per stordirli, paralizzarli, renderli dipendenti e neutralizzarli», ha scritto Gabriele de Marco nella sua tesi di laurea su Andrea Pazienza, il giovane e affermato disegnatore che morirà per overdose nel 1988.
A Milano il variegato mondo della nuova sinistra si cimenta allora in una capillare indagine sullo spaccio in città, confluita in un “libro bianco” a cui contribuiscono più di duecento ragazzi, capaci di raccogliere una gran messe di informazioni “sul campo”.
Il mondo dello spaccio è in allarme. Ne faranno le spese, fra gli altri, i diciottenni Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due ragazzi del centro sociale Leoncavallo, uccisi “per avvertimento” in via Mancinelli a Milano il 18 marzo 1978 (due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro) da un commando fascista arrivato da Roma. Forse i due si erano imbattuti in qualcosa che andava oltre lo spaccio (sul quotidiano “Lotta Continua” del 9 marzo 1979 leggiamo che «Fausto e Jaio avevano casualmente scoperto che lo spaccio di eroina in zona Lambrate era in mano ad una sacra alleanza tra la banda di Francis Turatello e i fascisti direttamente legati a Servello»). E grondano gli indizi sui presunti assassini, da molti indicati nei coetanei Massimo Carminati e Claudio Bracci (“esattori” della banda mafiosa della Magliana) assieme a Mario Corsi della cosiddetta “banda Prati”, un’articolazione dei Nuclei armati rivoluzionari (lo sostengono alcuni “neri” pentiti; lo ipotizzano i magistrati via via chiamati a indagare; lo scrivono Saverio Ferrari e Luigi Mariani nel libro L’assassinio di Fausto e Iaio, Redstar press, 2018).
A proposito di perquisizioni: in una intercettazione telefonica del 23 ottobre 1979 la madre del Corsi racconta a un’amica (il telefono è sotto controllo) che i poliziotti «della Digos di Milano e di Cremona» le hanno perquisito la casa: «…questi uomini… sono stati tanto gentili, mi hanno strappato tutto sul muro… le lettere… tutto mi hanno strappato… mi hanno detto: signora, butti via tutto, l’avvisiamo…», comportandosi da «veri padri di famiglia»: perché il 25 luglio 1979 gli agenti del secondo distretto milanese di Polizia hanno distrutto lettere e altri elementi indiziari se non probatori?
Tinelli e Iannucci erano soliti ripetere al registratore i risultati delle loro ricerche (avevano raccolto anche notizie presso le locali farmacie: come osserva il giornalista di Radio Popolare Umberto Gay, «contando le siringhe vendute si poteva risalire alla quantità di tossicodipendenti presenti in zona, alle loro abitudini, ai grammi di eroina venduta e infine al business degli spacciatori». Nel Dossier Fausto e Iaio a cura dello stesso Gay e di Fabio Poletti (Radio Popolare, 1988) si legge poi che mentre i famigliari di Fausto erano a Trento per la sepoltura, a Milano la vicina di pianerottolo «un tardo pomeriggio sente dei rumori. Sa che nell’appartamento dei Tinelli non c’è nessuno e, incuriosita, si mette a sbirciare dallo spioncino. Nota degli uomini che aprono la porta ed entrano nell’appartamento» muniti di torce. E «quando Danila Tinelli torna a Milano scopre che sono scomparsi da casa i nastri con le registrazioni. Non manca nient’altro.
L’appartamento dei Tinelli è in via Montenevoso 9, proprio di fronte al covo brigatista, scoperto “solo” nel giugno 1978 dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (ma ai piani superiori del condominio abitato dai Tinelli, da mesi, ben prima del rapimento Moro, Carabinieri e Servizi pare avessero una loro postazione di controllo). «La porta di ingresso non risulterà forzata» scrivono Gay e Poletti, sottolineando che «all’epoca a Danila Tinelli non erano ancora stati restituiti gli effetti personali di Fausto, fra cui le chiavi di casa».
Da approfondire è poi il ruolo avuto da taluni guru della controcultura americana ed europea (da Timothy Leary – in buoni rapporti con Ronald Stark – a Carlos Castaneda, l’autore o presunto tale di Gli insegnamenti di don Juan, un libro cult scritto quando Castaneda era un oscuro studente universitario). Si legga allora almeno L’agente del Caos (Einaudi 2018), spy story di Giancarlo De Cataldo con protagonista Jay Dark, un personaggio immaginario del tutto sovrapponibile a Ronald Stark.

Come i morti di piazza Fontana

Il 18 luglio 1975 Pasolini scrive per il “Corriere della Sera” un articolo – La Droga: una vera tragedia italiana – modulato sul rapporto tra droghe e pulsione di morte: leggera o pesante che sia, la droga, scrive, «viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte». Di come l’eroina e in generale la dipendenza dagli oppiacei si vada radicando in forma di controllo sociale, lo scrittore sembra non avvedersi, avvertendo però che «lo spazio per la droga è enormemente aumentato». E già un mese prima, in una “lettera aperta” a Marco Pannella, Pasolini conclude scrivendo che la distruzione dei valori umanistici e popolari è «il segno dominante del nuovo potere», immaginando infine questi tecnocrati appesi in «un nuovo Piazzale Loreto», per «l’abiezione dei fini e la stupida inconsapevolezza con cui hanno operato».
Ne conveniamo, magari meditando sulle tante morti legate al consumo di eroina e allucinogeni degli anni tra il 1974 e il 1985 (e in quelli a seguire).
Concludendo: i nomi dei morti per overdose in Italia sono da scrivere accanto a quelli delle vittime della stagione stragista, ben scolpiti sulla tragica lapide delle morti di Stato.

I colori della paura

7 ottobre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Nell’Italia gialloverde il partito della paura quotidianamente reitera il messaggio che gli immigrati ora (come gli zingari allora) sono tutti sporchi brutti e soprattutto cattivi. Stona quindi ai timonieri united color che si contino modelli di accoglienza virtuosa, come in quei paesi della Calabria (più d’uno) che, prendendo a modello Riace, danno in comodato d’uso ai migranti le case abbandonate da chi nel tempo è migrato, salvando così un patrimonio abitativo avviato al decadimento e contemporaneamente ravvivando la vita sociale di questi paesi abitati ormai da pochi vecchi e che, proprio grazie ai migranti, stanno progressivamente rifiorendo.
Il sindaco-capofila di Riace Domenico Lucano è stato arrestato per un reato che nell’ordinamento italiano ancora non esiste: il reato di umanità.
Tendendo evangelicamente una mano agli ultimi, Lucano non ha derogato alle regole per favorire gli illeciti guadagni della criminalità fondiaria, come è di norma in questo ammalorato Paese; né ha favorito enormi profitti da parte di società private nella malagestione della rete autostradale, come è emerso dopo il crollo di un ponte (l’ultimo caso, il più drammatico, di mancata manutenzione); e tanto meno ha privatizzato milioni e milioni in pubblico denaro, come ha fatto (in buna compagnia) il partito di cui è segretario l’attuale ministro dell’Interno. No, costruendo ponti e restando umano, Lucano ha semplicemente reso virtuoso ciò che il ministro della paura vorrebbe oneroso, dando così fastidio, perché la paura e le relative rendite elettorali si alimentano costruendo problemi (al più percepiti) e non risolvendoli. Se questo è il clima oggi nel Paese, orrendo, allora, come ha detto Beppe Fiorello, «arrestateci tutti».

Siamo tutti vigevanesi

29 settembre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Nei suoi anni al servizio di Ludovico il Moro, notoriamente Leonardo da Vinci ha avuto modo di frequentare Vigevano (residenza estiva della Corte sforzesca) e Pavia, sede dell’unica Università del Ducato e dorata “prigione” per il giovane Gian Galeazzo Sforza (il vero duca) e l’ancor più giovane moglie Isabella d’Aragona.
Nel maggio 2019 cadranno i cinquecento anni dalla morte, ad Amboise in Francia, dell’italiano più famoso al mondo. Un anniversario che verrà ricordato ovunque ma non a Pavia, dove si tace su tutto, anche sul meglio.
Allora, cari pavesi, non resta che migrare nella “ducale” Vigevano, là dove non hanno perso l’occasione, calendarizzando un nutrito ciclo di iniziative, inaugurate dalla presentazione del volume I luoghi di Leonardo: Milano, Vigevano e la Francia (sono gli atti dell’ottimo convegno vigevanese del 2014 su Leonardo).
Salutato il primo appuntamento, in pavesi possono ora appuntarsi il secondo: venerdì 5 ottobre, alle ore 18, con Stefano Zuffi che interviene su Gli animali in Leonardo: ritratti, simboli, misteri. Di venerdì in venerdì, il 12 ottobre Simone Ferrari parla del mito di Leonardo, dalla Gioconda alle ultime novità; infine, il 9 novembre l’affondo di Marco Versiero sulla simbologia politica sforzesca.
Meditate, pavesi, meditate.

Chi no e chi sì

3 settembre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Lunedì 3 settembre 2018. In stazione di buon’ora, treno per Milano, giornale. Leggo sul “Fatto quotidiano” un deciso intervento di Nicola Gratteri su mafie e politica, ieri, a Marina di Pietrasanta: «Un tempo era il mafioso ad andare a casa del politico a chiedere assunzioni e favori. Oggi è il politico che va a casa del boss a chiedere pacchetti di voti». Gratteri guida la procura di Catanzaro ma è come se parlasse di Pavia, sprofondo nord: «Nei primi otto mesi del 2018 sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose venti Comuni (otto in Calabria): questo sarà un anno record, e aumenteranno ancora, perché il rapporto tra mafie e politica è sempre più stretto: la ‘Ndrangheta sta sul territorio, la politica no. La ‘Ndrangheta ha regole serie che fa rispettare, con un inflessibile tribunale interno, ed è fatta di persone serie, che selezionano la loro classe dirigente con metodi ben più rigorosi di quelli della politica». Qual’è l’emergenza più grave, la mafia o la corruzione? «Sono due facce della stessa medaglia». Come non convenirne.
A proposito, ho con me nello zaino le Motivazioni di una sentenza di primo grado che mi condanna per diffamazione. In essa si dice che Pino Neri è «un avvocato» e da nessuna parte trovo scritto che questo «avvocato» era il capo della ‘Ndrangheta lombarda; e il giudice che la firma nulla trova da eccepire se un politico va personalmente da questo noto mafioso e narcotrafficante, fresco reduce da nove anni di galera, a chiedere voti. Con buona pace di Nicola Gratteri, di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone, di Ilda Boccassini e dei tanti magistrati che non hanno abbassato la guardia.

Alla destra pavese che per ora non c’è

6 agosto 2018 by

Ripropongo in questa sede la mia bonaria replica a Nicola Niutta e Andrea Mitsiopoulos uscita oggi, 6 agosto, su “la Provincia Pavese” che ringrazio. Ho evidenziato in grassetto i passi che, per evidenti motivi di spazio, sul quotidiano locale sono venuti meno.

«Non importa che il gatto sia bianco o nero, finché cattura topi è un buon gatto». Tra le frasi celebri del compianto Deng Xiao Ping questa forse calza a buon commento del richiamo a una lista civica (per sua stessa natura tangenziale ai partiti) da parte di Nicola Niutta e Andrea Mitsiopoulos il 5 agosto sulla “Provincia Pavese” (all’appello i due non mancano di incollare il nuovo mantra della destra locale: Pavia ai pavesi). I sino a prova contraria onestissimi destrorsi Niutta e Mitsiopoulos aggiungono che «la nostra città ha bisogno di non guardare più all’ex, cioè all’indietro», ovvero, almeno credo, o mi piace credere, a quel vero e proprio assalto clientelare dei beni comuni favorito nel tempo da pubblici amministratori locali più trapananti del trapano, quelli stessi sorpresi da più d’una Procura a pasteggiare al desco di mafiosi apicali, di lottizzatori abusivi e speculatori di ogni fatta (bell’esempio di pavesità favorire la cementificazione del Parco della Vernavola o del cortile delle Clarisse in pieno centro storico!), deridendo al tempo stesso ogni possibilità di crescita economica spirituale e morale cittadina. E non è stato un «buon gatto» chi, negli anni passati, a destra come a sinistra, pavese o calabrese, ha posto occultamente l’accento sull’interesse particolare in spregio di quello collettivo. Cari voi: poiché nulla è più democratico di una reale dicotomia destra-sinistra (purché attenta ai beni comuni) presto vedremo se alle parole saprete far seguire i fatti, le visioni ai proclami, dando luogo a quel processo interno di rigenerazione che impone o imporrebbe come primo passo, ahivoi, la radicale emarginazione di chiacchierati, di amici degli amici e di chi, pur sapendo e pur vedendo (porto ad esempio il sacco di Asm, eh Mitsiopoulos?) ha scelto di girarsi dall’altra parte. Operazione non facile. Ma chissà…

Giovanni Giovannetti