Le verità stanno nella penombra

4 novembre 2017 by

di Giovanni Giovannetti

Se leggere è utile, rileggere può essere utilissimo. Diamo allora conto di quanto è scritto ne Il superpotere di Peter & Wolf (Pierino e il Lupo; era il nome dato a una rubrica su “l’Espresso”), un libro a metà strada tra il saggio e il romanzo, pubblicato nell’ottobre 1975, forse con l’intento di aggiornare ciò che, sul capitalismo italiano, si legge in Razza padrona di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, uscito l’anno prima. Il superpotere abbraccia un arco temporale di pochi mesi, quelli subito dopo le elezioni regionali del giugno 1975 che vedono l’affermazione del Pci (+ 5,6 per cento).
Pierino e il Lupo scrivono che il Partito comunista italiano ha investito soldi non suoi nell’acquisto di azioni Fiat tramite due finanziarie di Bologna, fino a trasformarsi nell’azionista di riferimento del gruppo torinese (e Eugenio Cefis, avversario di Gianni Agnelli, è forse tra gli occulti registi della scalata). Si legge poi di un dossier su Cefis curato dal segretario generale della Fondazione Agnelli Ubaldo “Baldo” Scassellati, un volume rilegato in pelle volto «a dimostrare cinque cose: i limiti della politica industriale di Montedison; gli espedienti attraverso i quali questo gruppo si era ingigantito; l’equivoco rapporto pubblico-privato esistente all’interno di esso; la strategia multinazionale; la pericolosità di Cefis, campione della borghesia di Stato cresciuta sotto l’ombrello del potere politico».
Questo dossier sparirà, per ricomparire poco dopo nelle mani del presunto massone cardinal Agostino Casaroli, a colloquio immaginario con Cefis sui guai di Montedison; la conversazione si risolve così:

«Vede, caro Dottore, non si poteva consentire che aziende come le sue andassero, come dice lei, a… ramengo. Il Governo ha dato ordine alla Banca d’Italia di procedere al congelamento dei debiti della Montedison e la Banca d’Italia ha trasmesso l’ordine alle Banche che vi avevano anticipato i soldi».
«Quindi… la Banca d’Italia è il mio nuovo padrone», balbettò pallido il capo di Foro Bonaparte.
«No!» ribatté Casaroli. «La Banca d’Italia, a sua volta, ha ceduto tutte le quote a due nostre finanziarie».
«Con sede… a Bologna?» gemette il Dottore.
«Nel Liechtenstein», precisò il monsignore, sfogliando voluttuosamente il volume in pelle scura.
Il dottore si alzò lentamente, barcollava. Non vedeva l’ora di andarsene. Quasi sulla porta si girò e chiese: «I mille miliardi chi ve li ha dati?»
Casaroli rispose: «Non sono dollari, ma petroldollari».
«Di Sindona e dei suoi amici americani?»
«No, di Maometto e dei suoi nipoti sceicchi», disse il monsignore sorridendo.

Il socio africano

Solo Fiction? No, semmai solo voci di Borsa. L’idea romantica di un azionariato popolare sulla maggiore industria privata italiana è suggestiva quanto inverosimile (e già quella dei dossier che spariscono per riapparire in mano ad alti prelati in Vaticano lo è di meno: si pensi ai documenti di Roberto Calvi). Ma sui petroldollari, i due visionari autori de Il superpotere non sono poi così lontani dal vero: nel dicembre 1976, dopo quasi due anni di segrete trattative, la Lybian Arab Foreign Investment Company (Lafico) – articolazione finanziaria del dittatore libico Mu’ammar Gheddafi – acquisterà per 415 milioni di dollari (360 miliardi di lire) il 10 per cento del pacchetto azionario della Fiat, gravemente indebitata: seimila lire ad azione, 12 volte il prezzo nominale del titolo, quattro volte la quotazione in Borsa del momento: insomma, un vero affare, condotto a buon fine sotto l’attenta regia del presidente di Mediobanca Enrico Cuccia.
Tra i soci Fiat, Gheddafi è ormai secondo solo all’Ifi, la finanziaria della famiglia Agnelli, e a rappresentarlo nel Cda di corso Marconi entrano il presidente della Libyan Arab Foreign Bank Abdullah Saudi e il vice governatore della Banca centrale libica Regeb Misellati, due distinti e informati signori che mai battibeccheranno sulla gestione; due che, a Torino, «si comportarono come banchieri della migliore scuola ginevrina o londinese» (parola di Gianni Agnelli).
Per i libici l’ingresso in Fiat è infatti una operazione dal significato politico: un accredito da mostrare a chi li accusa di favorire il terrorismo.

Ustica

Premeranno sul management Fiat una sola volta: dopo l’abbattimento del Dc 9 Itavia ad Ustica il 27 giugno 1980 e – forse la stessa notte, forse no – della caduta di un aereo militare libico a Castelsiliano, sulle montagne della Sila in Calabria. Proprio Misellati chiederà all’amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti di intercedere presso i Servizi segreti italiani per recuperare i resti del Mig 23 libico caduto. Come ha detto Romiti, «Sappiamo che il Mig fu restituito». Restituito solo in parte, poiché molte componenti rimangono a disposizione dell’Aeronautica militare e dei Servizi segreti inglesi, tedeschi e americani. Secondo il giudice Rosario Priore, incaricato dell’indagine su Ustica, «Nell’agosto dell’80 il responsabile dell’attività internazionale di questa impresa, successore proprio in quel mese di Romiti alla presidenza del “Comitato mezzi e sistemi per la difesa”, tal Pignatelli Nicolò, accompagnò Romiti dal Direttore del Sismi Santovito. In questo incontro si parlò tra l’altro della questione del recupero dei rottami di quel velivolo. Esso Pignatelli fu investito della questione tra quella fine d’agosto e la prima decade di settembre da Misellati Rageb, vice governatore della banca nazionale libica e “rappresentante dell’azionariato libico”. Questo “senior” – superando il rappresentante libico a Torino, certo Montasseri – richiese che dell’operazione si occupasse la Impresit, azienda Fiat specializzata nelle grandi costruzioni. Pignatelli comunicò la richiesta a Romiti che nulla obiettò; affidò l’incarico all’amministratore delegato dell’Impresit; furono compiuti sopralluogo e previsione dei costi, previsione che superò il mezzo miliardo. Di tutto fu informato Romiti. L’iniziativa però cadde e Pignatelli seppe che l’operazione era stata affidata e portata a termine da un’impresa calabrese» in odore di mafia: la Elifriuli, incaricata del recupero, aveva dovuto rinunciare dopo le numerose minacce ricevute (e la ditta francese Ifremer, incaricata del recupero dell’aereo civile abbattuto ad Ustica, è ritenuta da Priore in collegamento con i servizi segreti francesi).
Col tempo l’abbraccio a Gheddafi si renderà sempre meno opportuno. S’intende, politicamente inopportuno: dagli Stati Uniti il presidente Ronald Reagan lo accusa di finanziare ed ispirare il terrorismo arabo, minacciando il boicottaggio dei suoi prodotti; e nel 1986 il socio libico controlla il 15,19 per cento delle azioni ordinarie Fiat e il 13,09 di quelle privilegiate. A questo punto la Fiat non può far altro che riacquistare il pacchetto. Ai libici il decennio con Agnelli ha fruttato qualcosa come tremila miliardi di lire.
Non è finita: quindici anni dopo il Governo di Tripoli metterà in cassaforte il 5,31 per cento della squadra di calcio della Juventus (dal dicembre 2001 la Juventus era quotata in Borsa). Motivo per cui Saadi Mu’ammar Gheddafi, figlio terzogenito del dittatore e sedicente calciatore, si toglierà il capriccio di calcare in due occasioni, sia pure per qualche minuto, i campi verdi della serie A italiana, indossando le maglie di Perugia e Udinese.
Oltre alla quota in Fiat, il Governo libico ha posseduto l’1,256 per cento di Unicredit, equivalente a 611 milioni di euro; lo 0,58 di Eni, per un valore di 410 milioni; il 2 per cento di Finmeccanica, 40 milioni di euro.

Buonanotte senatore

Ma torniamo al 1975 e ai valenti Pierino e il Lupo. In Conclusione (così titola l’ultimo capitolo del Superpotere) ecco Giulio Andreotti a mani incrociate sorridere ripensando ai grandi rivali, quei due che volevano mettere le briglie a tutti e invece si son ritrovati con le stanghe sul collo: «Chiusi a sinistra dai “giovani leoni” delle Botteghe Oscure e a destra dal realismo vaticano» Agnelli e Cefis «si erano eliminati vicendevolmente come gli scorpioni nella bottiglia». In mezzo, a mediare, non restava che lui, Andreotti. L’onorevole guardò l’orologio, erano le ventuno e trenta: «Alla stessa ora un’automobile scura di grande cilindrata avanzò verso l’ingresso del ristorante “Le coq d’or” sulla Flaminia vecchia. Il direttore del locale (uno dei più esclusivi della capitale) accompagnò premuroso sulla soglia gli ospiti. Aprendo la portiera posteriore dell’auto, l’uomo disse: “Buonanotte monsignor Casaroli, buonanotte senatore Pecchioli”».
Il piemontese Ugo Pecchioli è uno tra i comunisti più vicini a Mosca e ai Servizi. Sono gli anni della cosiddetta “solidarietà nazionale” o, per dirla con Massimo Teodori, della «degenerazione del sistema democratico in partitocratico», dei mutati rapporti di forza e della collaborazione “comunista” alla sfera governativa (alle elezioni regionali del giugno 1975 10.148.723 italiani, il 33,6 per cento, votano Pci, + 5,6 per cento; e alle “politiche” del giugno 1976 – le prime a cui possono votare i diciottenni – si registra un ulteriore passo avanti: 12.614.650 voti comunisti, il 34,37 per cento, + 7,22). Il Pci è sempre più forza di governo in numerose amministrazioni locali: di sinistra con Psi e Psdi, e di centrosinistra con la Dc.
Il Pci esulta, ma è in difficoltà, poiché il mandato dei ceti medi e della borghesia, che hanno votato numerosi per la falce e il martello, non è la rivoluzione o il cambiamento ma l’ordine. E si prefigurano anni di tediosi sacrifici. Sono anche anni di inediti rapporti tra Pci e Servizi: è il lascito, scrive l’ex ufficiale del Sid Nicola Falde in un suo memoriale, «dell’intesa stabilita in quell’epoca tra Maletti, che riesce ad accreditare una sua affidabilità democratica a sinistra», e i senatori comunisti Pecchioli e Arrigo Boldrini, il carismatico partigiano Bulov.

Sei stato nominato

È forse interpretabile in questo modo il sostanziale laissez-faire del partito sulle nomine di chiacchierati piduisti in delicati settori della sicurezza nazionale? Come la designazione nel 1977 dei generali Giuseppe Santovito (tessera P2 n. 1630) a capo del Sismi, di Giulio Grassini (tessera P2 n. 1620) al Sisde – i servizi segreti riformati – e del prefetto Walter Pelosi al Cesis, l’organismo di coordinamento e controllo dei primi due.
E tra le altre nomine ricorderemo almeno quelle del generale Pietro Musumeci (tessera P2 n. 1604) a capo dell’ufficio controllo e sicurezza; del colonnello Sergio Di Donato (tessera n. 1683) all’ufficio amministrativo del Sismi; del commissario di pubblica sicurezza Elio Cioppa (tessera n. 1890) al coordinamento Sisde per l’Italia centro-meridionale; del maggiore Vincenzo Rizzuti (tessera n. 2098) a capo della segreteria di Grassini. «E così i “servizi riformati” che avrebbero dovuto interrompere una lunga serie di “deviazioni”», complice il Pci, scrive Massimo Teodori, «nascono con un tasso di infiltrazione piduista superiore a quello, già molto alto, degli anni precedenti».
Il Pci non ha nulla da obiettare nemmeno sul passaggio di proprietà del “Corriere della Sera” né, più in generale, sulle malefatte di Gelli e della P2.

La fonte “Marte-Uranio” del Sid si chiama Claudio Martelli

Va esaurendosi la spinta propulsiva della rivoluzione russa del 1917 (la “Rivoluzione d’Ottobre”) e il Pci sta cambiando pelle, stemperando progressivamente la critica al capitalismo e accettando convintamente l’appartenenza dell’Italia all’area atlantica; tanto che, ad una tribuna politica, il 15 giugno 1976 Berlinguer dice chiaro che «è più conveniente per noi socialisti nella libertà stare sotto l’ombrello Nato». E oggi sappiamo che Mosca era d’accordo: ne dà notizia lo storico Roberto Gualtieri, che ha potuto consultare alcuni documenti inediti del Pci ed altri provenienti dagli ex archivi sovietici: quell’intendimento non solo non urtò i dirigenti sovietici, ma li trovò d’accordo. Non fu, insomma, una sorta di pre-strappo, anzi avvenne al culmine della ricucitura post-Sessantotto, anno della condanna da parte del Pci dell’invasione di Praga.
Mentre il ministro degli Esteri sovietico Andrej Gromyko parla il linguaggio degli affari con i vertici della Fiat e dei maggiori gruppi industriali europei – proponendo loro materie prime in cambio di tecnologie –, Berlinguer prova a dare fiato al progetto dell’eurocomunismo assieme al Pc francese di Georges Marçais e a quello spagnolo di Santiago Carrillo.
Aveva dunque ragione la ben pagata fonte Sid “Marte-Uranio”, ovvero Claudio Martelli che, analizzando i rapporti tra l’Est e l’Ovest europeo, trova il tempo di osservare che l’Unione sovietica muove pugne di conquista economica, come già in Finlandia, e non militare. Al tempo stesso, il Pci smette di prestarsi ad alibi per quel sistema di potere che aveva costruito la sua rendita di posizione sull’anticomunismo interno e sul “pericolo rosso” internazionale.
Passo dopo passo, si aggiornano dunque le relazioni politiche ed economiche tra il Pci e il Pcus: la democrazia è ora tenuta a piattaforma del socialismo, così da non alterare gli equilibri internazionali.

Compagno massone

E in Italia il comunista Giorgio Napolitano può invocare – d’accordo con Henry Kissinger – quel “clima morale superiore” caldeggiato un po’ da tutti, anche da Gianni Agnelli. Nel 1978 lo stesso Napolitano può finalmente recarsi negli Stati Uniti e prende accordi rimasti segreti. E a quel viaggio, stando a quanto si legge in un libro di Gioele Magaldi, parrebbe risalire l’affiliazione alla Massoneria (Ur-Lodge Three Eyes) del futuro presidente della Repubblica. Un altro storico dirigente del Partito comunista, Giorgio Amendola, sarebbe tra i confratelli euro-atlantici della Ur-Lodge Lux ad Orientem. Magaldi (e su di lui non sono piovute querele), aggiunge a questo elenco anche Massimo D’Alema, affiliato alle Ur-Lodges Pan Europe e Rosa-Stella Ventorum.
L’affiliazione latomistica di Napolitano sarebbe avvenuta a Washington. «Dopo una forza di pre-iniziazione esperita nelle vicinanze della Yale University, a New Haven, Connecticut» Napolitano, scrive Magaldi, «fu cooptato dalla prestigiosa Ur-Lodge sovranazionale denominata Three Architects o Three Eyes appunto nell’aprile 1978, nel corso del suo primo viaggio negli Stati Uniti». Quanto ad Amendola, sarebbe stato introdotto «direttamente dal massone Zbigniew Brzezinski», consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter e uomo forte della politica americana e internazionale (Magaldi, Massoni, Chiarelettere, pp. 96 e 448).
In sostanza, pur emarginato dal governo del Paese, il Pci entra di prepotenza in quel sistema di potere che, proporzionalmente al peso politico, gestisce le cariche, amministra le clientele e riscuote le mazzette, sia localmente che su scala nazionale.

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Ma andate a lavorare

16 ottobre 2017 by

Huston, al Mezzabarba abbiamo un problema. E non sono le casse comunali pavesi vuote o il vuoto di idee e visioni sul futuro della comunità. Per il segretario cittadino del Pd il problema è semmai la svolta orange del sindaco di Pavia Massimo Depaoli. Il Depa un Hare Krishna? No, come si legge sull’edizione odierna de “la Provincia Pavese”, il cittadino Depaoli ha firmato «un documento degli arancioni» di Pisapia (l’ex sindaco milanese di centrosinistra) «a sostegno della candidatura di Giorgio Gori alla Regione Lombardia» (Gori, il candidato del Pd…) e tutto questo per Roberto Calabrò e il locale Pd costituisce un problema di quelli pesi assai, tale da «cambiare radicalmente lo scenario».
Ma costoro sanno distinguere il nulla dalle travi, ovvero ciò su cui loro amano alambiccarsi rispetto al livello minimo di decenza civile e politica richiesto in questi tempi grami? Di tante fesserie e di altrettanta inutile zavorra, almeno a sinistra, davvero si può fare a meno. (G. G.)

L’amico e gli amici

30 settembre 2017 by

Carina questa foto: quello a sinistra è Giampaolo Chirichelli, l’ex presidente di Asm attualmente a processo; l’altro a destra è Claudio Tedesi, ex direttore generale di Asm, uno dei cento uomini più ricchi di taglia, dal 29 settembre nuovamente ai ceppi. L’esserino in mezzo a loro è l’ex sindaco di Pavia nonché l’azionista di maggioranza del gattone e del volpino lì con lui come i due carabinieri con Pinocchio.
Di Alessandro Cattaneo per qualche tempo si eran perse le tracce; se ne è riavuta notizia proprio in quel tragico 29 (nella Smorfia è il numero della minchia), in Tribunale. Tranqui raga, non l’hanno arrestato (anche se, a ben vedere, il sindaco Mazza di Seregno è ai domiciliari per molto meno di ciò che è nel frattempo emerso sull’allora sindaco Cattaneo): Pupone, dicevamo, era in Tribunale in quanto parte lesa in un processo che mi vede inquisito per diffamazione (la vecchia storia dei cospicui premi di risultato elargiti dalla Giunta Cattaneo a due dirigenti indagati: e guai a ironizzare, s’offendono…): il diffamato ha così potuto ascoltare la deposizione di Francesco Rocco Del Prete, nel 2009 candidato del capo reggente della ‘Ndrangheta lombarda Pino Neri in una delle liste di sostegno all’imberbe (Rinnovare Pavia, dei ladrones plurinquisiti Filippi) in quelle elezioni amministrative.
E galeotta fu la cena del futuro sindaco «disponibile a lasciarsi guidare» (come di lui disse il compianto Abelli) a casa del mafioso reduce da una risaputissima condanna a 7 anni di galera per narcotraffico: un vero e proprio inchino al boss (è Cattaneo che ciapa sü e va dal mafioso e massone, e non il mafioso e massone dal Cattaneo) bagnato da abbondante Cirò Librandi rosso, quel buon vino che dà alla testa, e benedetto dal rituale taglio della caciotta di fossa, simbolo calabrese di letizia e amicizia. L’hanno pure messo a capotavola.
Ah, queste mafie; ah, pupone Cattaneo, così affamato di velenosi voti indigesti. Del resto, ce lo conferma Nicola Gratteri, «le mafie hanno successo perché hanno relazioni con coloro che dovrebbero contrastarle».
E allora perché stupirsi se anche gli Antoniazzi, i Chirichelli, i Tedesi, i Filippi e via ladroneggiando – ovvero la banda dei malfattori di Asm al gran completo, e non solo i mafiosi – hanno creduto di poter maramaldeggiare all’infinito, anche dopo il 2014, puntando sulla rielezione dell’invece trombato Alessandro Cattaneo, il ricattabile che non vedeva e dunque taceva. E chi tace, acconsente. E difatti proprio il Chichirichelli si conquistò il silenzio del sindaco cieco ma non sordo con queste semplici parole: «io controllo cinque consiglieri di maggioranza e ti mando a casa quando voglio» (fonte: l’ex assessora di centrodestra Cristina Niutta).

Sistema Pavia

«Adesso che si smetta di dire che si tratta di episodi isolati e che chi ha sbagliato pagherà, se le cose stanno così vuol dire che in Asm c’era un sistema per la sistematica spoliazione dell’azienda. Un sistema scelto, nominato e avallato per 5 anni dalla precedente amministrazione». Sono parole del sindaco pavese Massimo Depaoli e risalgono a due anni fa, ma sembra ora. L’attuale primo cittadino parla di “sistema” e coglie nel segno: “sistema Pavia” di privatizzazione del pubblico denaro (i ladroni di Asm hanno sottratto 25 euro a pavese, neonati inclusi; ma ora si dovrà aggiungere il maltolto della gestione calore); Si, Pavia l’han proprio sistemata a dovere questi pubblici amministratori e sedicenti imprenditori sorpresi a spartirsi il bottino con «operazioni fittizie che sarebbero state predisposte anche con la complicità di funzionari del Comune»; uomini della Lega ladrona lì a spremere i feudi sotto controllo diretto (Chirichelli e Moro, Asm e Urbanistica sono state due tra le pietre angolari del “sistema”); “amici” e “amici degli amici” accorsi a piluccare ciò che resta, tra ricatti, minacce e le reciproche omertà di una cultura politico-clientelare-mafiosa che ammorba la pubblica amministrazione in misura ben più cospicua e attuale di quanto si è disposti ad ammettere. Questo immenso letame, lievitato come un Blob sotto i nostri occhi, è il lascito schifoso del mancato controllo da parte di chi era invece tenuto a esercitarlo, opposizione inclusa. (G. G.)

La strage degli innocenti

8 agosto 2017 by

di Giovanni Giovannetti

Il 12 agosto 2017 cade il 73° anniversario della strage nazifascista di Sant’Anna di Stazzema, entroterra della Versilia, una delle più efferate per modalità e numero di caduti civili: uomini, donne, bambini massacrati e poi bruciati, cancellati con il lanciafiamme.
Il brutale eccidio di San’Anna, precede di poco altre feroci stragi terroristiche nazifasciste, ad opera degli stessi reparti, come a Fivizzano (19 agosto 1944, 340 morti) o a Monte Sole presso Marzabotto (29 settembre-5 ottobre 1944, 700 morti). Sant’Anna: un crimine per il quale nessuno pagherà.

L’armadio della vergogna

Nel 1994 – ben cinquant’anni dopo – dall’armadio “della vergogna” (rinvenuto girato negli scantinati romani di palazzo Cesi) usciranno i fascicoli con i nomi e i cognomi dei responsabili. Dalla memoria dei sopravvissuti emerge anche la presenza di fascisti collaborazionisti – rimasti ignoti – sul posto al fianco delle truppe naziste.
Dieci ufficiali tedeschi verranno processati e infine condannati all’ergastolo: una sentenza, sia pure dall’alto valore simbolico, a carico di persone ormai ultraottantenni, che non varcheranno mai le porte di un carcere. Ma una volta tanto la verità storica ha potuto specchiarsi, nella sostanza, in quella giudiziaria.

Assassini con la divisa

Enio Mancini, superstite della strage, oggi è ottantenne. Quando i suoi anni erano sei, è miracolosamente scampato alla strage.
Sant’Anna. Tra le case sparse di questi pascoli montani nell’estate 1944 avevano trovato rifugio centinaia di sfollati dal sottostante litorale tirrenico. La guerra pareva lontano affare di eserciti, disposti sui due lati della vicina Linea gotica: di là gli alleati; di qua tedeschi e repubblichini, oltre a qualche brigata partigiana in disturbo sui monti.
La mattina del 12 agosto 1944 il paese è circondato da reparti tedeschi della 16ª SS Panzer-Grenadier Division di Max Simon accompagnati da repubblichini del posto a volto coperto. In zona anche la 4ª compagnia del battaglione esplorante guidata da Walter Reder.
Gli assassini con la divisa cercavano partigiani e hanno trovato donne vecchi e bambini, rimasti nelle case ritenendo che nulla sarebbe loro capitato in quanto civili (gli uomini si erano rifugiati nei boschi per evitare il rastrellamento e la conseguente deportazione). Vengono massacrati con inaudita ferocia, mitragliati o uccisi con bombe a mano e lanciafiamme. Ancora oggi non si conosce il numero delle vittime: forse 600, forse meno (quelle accertabili sono 390). Una criminale operazione stragista contro civili inermi ad opera di invasati. Fare “terra bruciata”: lo stesso “metodo” adottato a Monte Sole presso Marzabotto poco più di un mese dopo (ancora Simon, ancora Reder: 770 civili uccisi).

Terra bruciata

La famiglia di Enio scampa al massacro solo perché un soldato diciottenne, comandato di ammazzarli, stomacato li risparmia: «Rimasto solo – racconta Mancini – gesticolando ci ha invitati a scappare. Subito dopo sentiamo una raffica di mitra. Era lui. Abbiamo temuto che fosse diretta a noi, e invece stava sparando in aria». Un ragazzo a suo modo eroico, che Mancini definisce «l’altra faccia di quella spaventosa giornata». Di lui non ha saputo più nulla, fino a qualche anno fa. Il soldato era morto nel 1994 ma sulla strage di Sant’Anna e in particolare su quell’episodio aveva lasciato una confusa memoria scritta, così che, smanettando in internet, un suo giovane parente ha potuto faticosamente rintracciare i miracolati.
“Terra bruciata” sulla piazzetta davanti alla chiesa. Quella mattina 138 persone – quasi tutti donne e bambini – vengono massacrati e subito arsi con i lanciafiamme usando le panche della chiesa come legna.
«Vedete questa fotografia? È di qualche giorno prima e solo due bambine sono sopravvissute. La nostra casa bruciava e cercammo inutilmente di spegnere l’incendio. Verso il pomeriggio un adulto passato dalla piazza portò la notizia della strage. Da quelle parti avevamo parenti e amici. Vidi i corpi massacrati della famiglia Pieri, dei Pierotti. Vidi i cadaveri bruciati sulla piazza. Tra loro cercai i miei piccoli amici. Ricordo l’odore della carne bruciata; una sensazione che ancora non ho superato è proprio l’odore di quell’immenso carnaio di cadaveri fumanti. C’è poi una cosa orribile…»

La Evelina

Che può esserci di più orribile di questa “terra bruciata”? Enio racconta ciò che vide Elio Toaff, il futuro rabbino capo di Roma, all’epoca partigiano su questi monti. Era giunto quasi per caso a Sant’Anna in quella tarda mattinata, poco dopo la partenza dei tedeschi: «Dietro la chiesa una sola casa superstite. L’uscio era spalancato. Toaff entrò e tutto pareva in ordine, a parte un dettaglio: in mezzo alla stanza sedeva morta la Evelina, quasi fosse stata viva. Il giorno prima del massacro aveva avuto le doglie per il suo terzo figlio. Le belve avevano squarciato il suo ventre con una baionetta e strappato il bimbo vivo dalla pancia e freddato con un colpo alla tempia. Il cordone ombelicale ancora legava il cadaverino alla madre uccisa».
Enio racconta dell’amico Enrico Pieri, dieci anni all’epoca, sopravvissuto tra i cadaveri perché lo avevano creduto morto. Emigrato in Svizzera, Enrico ha voluto che suo figlio imparasse il tedesco e oggi con Mancini è tra gli animatori dell’associazione “12 agosto”, meglio nota come associazione “martiri”, propugnatori di una diversa cultura della pace. A Sant’Anna o Pietrasanta o in Germania o… ovunque li chiamino i membri dell’associazione volentieri tengono periodici incontri con le scolaresche.
Educazione alla pace. Allargando progressivamente il cerchio, ricorderemo l’incontro a Sant’Anna, nell’agosto 2001, tra venti giovani israeliani e palestinesi: come osserva Enio, «alcuni fra loro hanno mantenuto i contatti e grazie a internet si sentono ancora oggi».

I furbetti del consenso

6 agosto 2017 by

di Giovanni Giovannetti

A Codigoro presso Ferrara la sindaca Pidì annuncia più tasse e più controlli sanitari per chi ospita immigrati, ma subito si corregge: «non sono proprio certa che quella delle tasse sia nelle mie competenze, però lunedì mando i controlli». Ma quale disoccupazione giovanile, ma quale prevalere dell’economia finanziaria su quella produttiva… Huston, non da ora anche a sinistra c’è un problema, e non sono le mafie o la corruzione ma gli immigrati. Sia dunque lotta dura senza paura contro questi poveri straccioni; un po’ meno contro mafiosi e povertà.

Soluzione finale

«Fosse stato per il sindaco di Pavia i Rom li avrebbe messi sopra un treno e mandati via». Sono parole dell’ex sindaca Piera Capitelli, membro della Commissione etica del Partito democratico e dirigente scolastico che, nel 2008, parlava di sé in terza persona. L’anno prima, la stessa sinistra sindaca “di sinistra” aveva sentenziato che «nessuno di questi bambini verrà prossimamente inserito nelle scuole perché farlo costituirebbe un incentivo per le famiglie a radicarsi sul territorio».
Un popolo “di troppo” si aggira per l’Europa e anche a sinistra c’è stato chi sconsideratamente ha alluso a deportazioni e a «soluzioni finali».
Il razzismo, la xenofobia, l’antiziganismo hanno prima narcotizzato e infine colonizzato il senso comune, specie nell’est europeo: «La transizione al liberismo dei Paesi ex socialisti è stata caratterizzata anche dalla ricerca dei miti fondatori che ridefinissero la relazione tra Stato e nazione», scrive Nando Sigona nel suo saggio I Rom nell’Europa neoliberale (XBook, 2009), percorso che ha favorito i gruppi della destra romofoba, una «frammentazione della società su base etnica» e il ritorno a mai sopite conflittualità sociali e politiche (p. 60).
Assistiamo in Europa alla «discriminazione sistematica e istituzionale dei Rom».
Il mancato rispetto delle regole rimane una prassi nella pubblica amministrazione (regole di cui, al contrario, si dovrebbe garantire l’osservanza) e, come si è visto, lo sono anche le paure che periodicamente richiamano un clima per molti aspetti simile a quello che negli anni Trenta, anche in Italia, portò alle leggi razziali, ovvero all’anticamera della “soluzione finale” per ebrei, omosessuali, zingari, testimoni di Geova, portatori di handicap psichici, oppositori politici.
Oggi come ieri? Dopo aver messo in soffitta Gramsci, Berlinguer, Dossetti e La Pira la politica fattasi accattona sembra rispolverare l’inglese Francis Galton, inventore dell’eugenetica, e l’americano Madison Grant, antropologo e autore di The passing of the Great Race, definito da Hitler «la mia Bibbia». Non a caso «il primo programma di sterilizzazione eugenetica in Germania ricalcò l’esempio della legge sulla sterilizzazione del 1907 dello stato dell’Indiana», come ha sottolineato Mario Cavatore nella postfazione a Il seminatore (Einaudi, 2004), romanzo civile che vede protagonista Lubo Reinhardt, uno zingaro svizzero a cui la polizia uccide la moglie e sottrae (o, meglio, rapisce) i due figli su mandato della Fondazione “umanitaria” Pro Juventute, entro un programma di sedentarizzazione del popolo nomade (Kinder der Landstrasse – Bambini di strada).
Nella Germania nazista gli zingari erano considerati l’emblema dell’asocialità. Dal 1936 sono stati equiparati agli ebrei. La sterilizzazione era obbligatoria per le persone affette da frenesia congenita, schizofrenia, psicosi maniaco-depressiva, epilessia ereditaria, ballo di san Vito ereditario, cecità ereditaria, sordità ereditaria, grave deformità fisica ereditaria, alcolismo grave. Verso la metà del 1935, vennero proibiti i matrimoni e qualsiasi contatto sessuale tra ebrei e tedeschi. La legge «per la salute coniugale» voleva impedire «la degenerazione del patrimonio genetico» a partire da una delle malattie ereditarie indicate dalla legge sulla sterilizzazione.
Lo sterminio degli zingari è argomento ancora oggi in parte eluso dalla ricerca storiografica, a differenza di quello degli ebrei, discriminati, come gli zingari, con motivazioni prevalentemente razziali. Molti studiosi lo hanno invece presentato come un modo, sia pure estremo, per fronteggiare la «criminalità» e l’«asocialità» del cosiddetto popolo nomade. Pregiudizi che ancora resistono.
Più di 500 mila zingari sono morti nei lager nazisti di Auschwitz e Treblinka (erano anche usati come cavie negli esperimenti scientifici) e in quelli balcanici di Jasenovac in Croazia e di Semlin presso Belgrado; un numero imprecisato è stato ucciso al momento della cattura. In Romania nel biennio 1941-42 il governo filonazista di Ion Antonescu ha deportato 25.000 zingari in Transdniestria, una zona tra la Moldavia e l’Ucraina sovietica occupata dai tedeschi. In pochi hanno fatto ritorno. Durante la seconda Guerra mondiale, almeno 700 mila zingari sono stati uccisi, il 70 per cento dell’intera popolazione. I Rom serbi la chiamano Porajmos, la Shoah tzigana. All’epoca nessuno si oppose al genocidio né prima alle discriminazioni o al razzismo. Un percorso ben descritto in “Shoah” (Einaudi, 2007), lo straordinario film documentario di Claude Lanzmann, che torna attuale di fronte alla deriva populista e razzista della politica del nostro tempo.
D’altronde, discriminazioni, violenze e sterilizzazioni coatte proseguono, e non solo per gli zingari, ben oltre il nazismo e la legge «sulla sterilizzazione» e sulla «salute coniugale». Dal 1935 al 1975, nella democratica Svezia hanno forzatamente sterilizzato 230mila persone, il 90 per cento donne; successivamente e fino al 1996 (anno in cui la legge fu finalmente abolita) veniva richiesto il consenso degli interessati, un consenso spesso ottenuto con il ricatto dell’esclusione dal programma di assistenza sociale. Tra il 1922 e il 1984, nelle Residential Schools cattoliche del Canada i bambini appartenenti alle comunità native erano frequentemente sottoposti a violenze fisiche, abusi sessuali, sterilizzazioni di massa che hanno causato la morte di oltre 50 mila minori. Tra il 1907 e il 1973, negli Stati Uniti, sono stati menomati 8 mila donne e 16 mila uomini (al processo di Norimberga la sterilizzazione di massa non venne inclusa tra i crimini di guerra). Dal 1948 al 1996 in Giappone è stato fatto ricorso alla sterilizzazione forzata a scopo eugenetico. Ancora oggi e dal 1995, in Cina una legge promuove l’eugenetica di Stato, mentre in Francia si sono registrate 15 mila recenti sterilizzazioni coatte presso i manicomi, così come in Spagna e in Austria, Paese quest’ultimo in cui l’ha subita il 70 per cento delle donne con disturbi psichici.

Bambini di strada

Dal 1926 al 1974, in Svizzera, 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate. L’operazione Kinder der Landstrasse narrata da Cavatore (e, prima di lui, in Caccia agli zingari in Svizzera, saggio di Laurence Jourdan apparso su “Le Monde Diplomatique” nell’ottobre 1999) si proponeva l’estirpazione del «fenomeno zingaro». Questa attività ebbe fra le ultime vittime la grande poetessa Mariella Mehr, sottratta bambina alla madre; come la madre e la nonna anche Mariella ha subìto l’allontanamento del figlio ed è stata resa sterile: un tormentato percorso tra orfanotrofi, istituti psichiatrici, violenze, stupri, elettroshock di cui troviamo traccia nei romanzi della “trilogia della violenza” (Il marchio, Labambina, Accusata): ad esempio la bambina, sradicata e senza nome né storia, collocata presso una famiglia affidataria in un villaggio anch’esso senza nome: «Labambina non parla, non ha mai parlato. Tace cupa. Grida e si infuria a volte, invece di parlare» (Labambina, Effigie 2006, p. 7).
A Pavia, nel 2006, un assessore di “sinistra” ha pensato di togliere i figli dei Rom alle loro famiglie «a tutela dei minori» e la sua dirigente si è rivolta al Tribunale, il quale ha risposto che non era il caso di parlarne, proprio “a tutela” di quei minori. Sempre a Pavia, cambiata l’amministrazione nel 2009, non sono tuttavia cambiati i metodi (e i dirigenti), questa volta desiderosi di internare in convitti d’area i bambini Rom (e solo i bambini) sgomberati non da campi abusivi ma da pubbliche strutture. Come se tutto questo fosse “normale”.
Visioni distorte ed errori comuni in larga parte dell’Italia, a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta. Sono decenni in cui assistiamo al lento processo di sedentarizzazione e di perdita delle identità culturali zigane, processi ben descritti da Anna Rita Calabrò in Zingari. Storia di una emergenza annunciata (Liguori, 2008), il percorso che porterà al progressivo avvicinamento alle città degli zingari italiani e balcanici (croati, macedoni, bosniaci, serbi, montenegrini, kosovari fuggiti in Italia dopo la presa del potere da parte di Tito in Jugoslavia e di nuovo negli anni Novanta per salvarsi dal conflitto), con la ghettizzazione in enormi periferici «campi per i nomadi», ovvero aberranti luoghi di convivenza forzata, che hanno limitato i processi di inclusione e il pieno accesso al sistema dei diritti. Una grande occasione sprecata. Finita l’epoca romantica del nomade giostraio o dedito al riciclo dei materiali di recupero, si sarebbe dovuto investire su scuola e lavoro, e su patti di reciprocità. Invece hanno avuto spazio i pregiudizi e i processi di marginalizzazione più autodistruttivi (nei campi si registrano forme elevate di tossicodipendenza).

Perdenti radicali

La strategia del rifiuto e dell’abbandono, insieme allo sgombero dei campi senza nessun paracadute, può solo spostare il problema, poiché spinge Sinti e Rom a marce forzate tra i «perdenti radicali» di cui ci ha parlato Enzensberger (Il perdente radicale, Einaudi 2007), con il pericolo di vederli reclutati dalla criminalità comune, quando andrebbe favorita l’ascesa in Europa di una élite culturale tzigana che desse loro voce, quella stessa élite più volte invocata da Mariella Mehr.
Tolleranza zero contro razzismo e xenofobia o tolleranza zero contro zingari e migranti? I guasti causati dalla politica populista di questi anni impongono un lavoro culturale enorme, dentro e fuori le istituzioni, per sradicare i pregiudizi e migliorare il clima, così da garantire un futuro ai nostri figli e nipoti, e cioè alla specie umana. Da dove partire? Forse dal linguaggio, perché a volte le parole contano. Ad esempio “xenofobìa” ovvero la paura dell’altro, l’avversione morbosa del diverso da te o – alla lettera – «avversione indiscriminata nei confronti degli stranieri e di tutto ciò che proviene dall’estero» (Devoto-Oli). Dopo la transizione dal comunismo, nell’Europa dell’est e via via in tutto il continente ha fatto strada la romofobia, un neologismo che sta a indicare la paura se non l’avversione degli zingari.

Solidarietà di specie

A quanto pare – a Milano come a New York – ormai si contano più topi che abitanti: i ratti sono resistenti, solidali, organizzati. Si candidano a colonizzare il pianeta e a rimpiazzare la razza umana, incapace di ogni solidarietà di specie: non dico la solidarietà con i grandi primati (gorilla oranghi e scimpanzè condividono con gli umani il 98 per cento del patrimonio genetico; la commissione Ambiente spagnola ha stabilito che anche a loro spetta il diritto alla vita, alla libertà e a non essere maltrattati fisicamente e psicologicamente, così come s’imporrebbe per ogni altro animale) intendo la solidarietà tra bianchi e neri, ebrei e palestinesi, cristiani e musulmani, zingari e gagé, italiani e rumeni, siciliani e lombardi, pavesi e milanesi, juventini e interisti, “fascisti” e “comunisti”, maschi e femmine, ecc.
Quale futuro? Non resta che provare a governare la globalizzazione, favorendo l’interazione tra etnie e culture.

L’Italia del boom

1 agosto 2017 by

Bologna, 2 agosto 1980
di Giovanni Giovannetti

Per lo studioso fascista  Fabio De Felice, «una strage non ha senso se non vi è chi può coglierne gli effetti politici» (lo disse al suo giovane discepolo Paolo Aleandri). Alla stessa filosofia stragista sembra ispirarsi il responsabile del controspionaggio di Verona colonnello Angelo Pignatelli detto «nembo Sid», a processo nel 1978 per favoreggiamento dopo la mancata strage di Trento (18-19 gennaio 1971).

Il creativo

Una potente bomba al pendolo era stata posta in un cestino davanti al tribunale, dove era previsto un presidio per un processo, poi rinviato, a militanti della sinistra rivoluzionaria. Al primo urto la bomba – oltre mezzo chilo di dinamite – sarebbe esplosa, provocando una strage. «…l’esplosivo messo in casa non vale niente, vale pochissimo. L’esplosivo piazzato in qualche posto vale moltissimo», dirà Pignatelli per telefono con lucido cinismo ai due presunti sicari: «Il fatto psicologico ha la sua importanza e voi dovete essere gli inventori, gli sperimentatori». Per i fatti di Trento l’agente del Sid andrà a giudizio assieme al colonnello dei Carabinieri Michele Santoro (omissione di atti d’ufficio, falsa testimonianza e favoreggiamento), al vicequestore Saverio Molino (omissione di atti d’ufficio, falsità materiale commessa da pubblico ufficiale, falsa testimonianza e favoreggiamento) e ai due con cui era a colloquio, Sergio Zani e Claudio Widmann. Al solito, il 22 dicembre 1977 gli imputati verranno provvidenzialmente assolti (pena simbolica solo per Zani).
La denuncia era partita il 7 novembre 1972 dalle pagine di “Lotta Continua”.
Il colonnello Michele Santoro è lo stesso Santoro legato da stretta amicizia al criminologo nazista Aldo Semerari. Secondo lo studioso dei Servizi segreti Giuseppe De Lutiis «questi legami, presi singolarmente, possono anche non rappresentare un fatto rilevante, ma sono tali e tanti da costituire, essi stessi, la prova di un disegno che ha unito fra loro episodi lontani nel tempo e nello spazio» (Giuseppe De Lutiis, introduzione a La strage, Editori Riuniti 1986, p. XXVI).

Il criminologo

Il 28 agosto 1980 Semerari verrà arrestato dai giudici che indagano sulla strage del 2 agosto alla stazione di Bologna. Sarà infine prosciolto per insufficienza di prove; e tuttavia, nella loro Sentenza-ordinanza, i magistrati bolognesi Vito Zincani e Sergio Castaldo (14 giugno 1986) scrivono che, secondo il neuropsichiatra e massone Ferdinando Accornero, il Semerari era «piduista, ed aveva contatti con Licio Gelli». Era stato introdotto alla P2 da Giordano Gamberini, Gran maestro di Palazzo Giustiniani e sodale di Roberto Ascarelli, colui che introdusse Gelli a Gamberini (Procura della Repubblica di Bologna, Verbale d’istruzione sommaria. Ferdinando Accornero al giudice Libero Mancuso, 11 febbraio 1985).  L’iscrizione del criminologo alla P2 viene ribadita ai giudici bolognesi il 23 marzo 1985 da Francesco Siniscalchi: «Semerari venne “iniziato” alla Massoneria nella loggia Pitagora di Roma che faceva capo a Palazzo Giustiniani. Nel corso degli anni Sessanta il suo fascicolo personale venne avocato dalla Corte centrale del Grande Oriente a seguito di una procedura di carattere disciplinare; da allora si sono perse le tracce di quel fascicolo. Intorno al 1969 venimmo a sapere che il prof. Semerari era stato messo in contatto con Licio Gelli tramite il Gran Maestro Gamberini. Preciso che all’epoca non si parlava ancora di loggia P2 né di Licio Gelli, ma di un «raggruppamento» che si riuniva nello studio dell’avv. Roberto Ascarelli in Piazza di Spagna n. 9 [in realtà 72a]. Quando scoppiò lo scandalo P2 con il sequestro delle schede, Semerari si mostrò intimorito e si mise in contatto con l’avv. Cuttica, già di Piazza del Gesù e poi passato «all’orecchio» del Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, che all’epoca era il generale Ennio Battelli, che aveva origini di destra e non ha mai smentito di aver fatto parte delle brigate repubblichine».
Quanto dice Siniscalchi verrà poi confermato da Carlo Semerari, fratello di Aldo, nel 1988: «mio fratello era iscritto al Grande Oriente d’Italia da molti anni. Vi fu poi il passaggio alla loggia massonica P2, ma non posso collocarlo nel tempo». Infine, lapidario, lo ha ammesso lo stesso Licio Gelli nel 2011, in una intervista al settimanale “Oggi”: Semerari? «era iscritto alla P2» (Raffaella Fanelli, Intervista a Licio Gelli, “Oggi”, 15 febbraio 2011).
Aldo Semerari, scrivono i magistrati bolognesi, albergava «all’incrocio tra formazioni della eversione di destra, ambienti della criminalità organizzata e frange degli apparati di sicurezza» rendendosi disponibile, all’occorrenza, a perizie psichiatriche compiacenti non di rado suggerite, si legge, dal capo della P2 Licio Gelli, che a lui si rivolgeva quando ne aveva bisogno.
Secondo il collega psichiatra Romano Falchi, il Semerari «aveva rapporti stretti con i boss malavitosi, ma anche con i più accesi fascisti, e poiché era portatore di ideologie antisemitiche e anticomuniste, ho avuto più volte la convinzione che egli intendesse amalgamare il mondo della eversione di destra con quello della malavita organizzata, dentro e fuori dal carcere». Sedicenti fascisti e criminali: come il “misto” dei sicari di Pasolini.
Al processo di Latina contro lo scrittore, Semerari (autore di una incredibile perizia “a distanza” su Pasolini) era manovrato dall’avvocato Giorgio Zeppieri, membro di Cmc – una società commerciale di copertura della Cia – e sodale di Rocco Mangia, il legale andreottiano che qualcuno metterà a disposizione di Pelosi, indicato come l’assassino di Pasolini e recentemente scomparso. L’avvocato Zeppieri, instradato dai Servizi italiani, è il playmaker di quel tentativo quanto meno di delegittimare moralmente Pasolini. Proprio come si legge in un “Piano” del Psycological Strategy Board datato 15 novembre 1951: «Gli Stati Uniti contribuiranno a screditare le figure di spicco del Partito comunista gonfiando scandali» (Psycological Strategy Board, Fondo “Papers of Harry Truman” presso la Harry S. Truman Library, Independece, Missouri – scatola 24, fascicolo “354 panel C”, 15 novembre 1951, “Plan B”). Questo organismo, istituito con direttiva presidenziale il 4 aprile 1951, era composto dal sottosegretario di Stato, dal vicesegretario della Difesa e dal direttore della Cia.

All’armi siam…

Sempre meglio, si dirà, che ucciderli tutti, come nell’ottobre 1943 si riproponeva l’Office of Strategic Service, precursore della Cia: «eliminare dal mondo politico italiano tutti i filocomunisti; finanziare squadre di uccisori reclutandole fra ex fascisti e gangster di professione, utilizzandole per attentati ad alte personalità di governo e per stragi ai danni della popolazione civile sotto false insegne che indichino come responsabili i comunisti» (Documento Oss 99355, 24 ottobre 1943, in “Maquis-Dossier”, giugno 1985). La prima parte di questa criminale direttiva troverà attuazione nella strage di Portella della Ginestra in Sicilia, là dove i «gangster di professione» della banda mafiosa di Salvatore Giuliano, in concorso con l’Oss e con la rete eversiva del principe calabrese Valerio Pignatelli, il 1° maggio 1947 sparano su un corteo di lavoratori uccidendone 11 e ferendone una trentina (è la sanguinaria replica al successo delle sinistre unite nel Blocco del popolo alle elezioni regionali siciliane del 20 aprile: 9 per cento in più rispetto al voto della Costituente). Alla strage di Portella seguono, il 22 e il 23 giugno, gli assalti squadristi della banda Giuliano a cooperative e sedi comuniste: Partinico (due morti e tre feriti), Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale, Cinisi. La parte finale deflagra poi nello stragismo di Stato, il 12 dicembre 1969 a Milano, con la bomba “atlantica” alla banca nazionale dell’Agricoltura, attribuita agli anarchici. Secondo l’agente dei Servizi italiani Gian Adelio Maletti (era tra i condannati per il depistaggio sulla bomba alla Banca dell’Agricoltura a Milano, scappò in Sudafrica), pare improbabile che di queste bombe nulla sapessero la Cia, il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon e il suo segretario di Stato, il massone Henry Kissinger; il gioco, dirà Maletti, non avrebbe dovuto superare certi limiti, ma sfuggì di mano un po’ a tutti (Daniele Mastrogiacomo, Maletti, la spia latitante: la Cia dietro a quelle bombe, “la Repubblica”, 4 agosto 2000).

La lunga scia di sangue

Diamo qui un sommario elenco cronologico delle più recenti stragi o tentativi di stragi di Stato italiane.
– 25 aprile 1969: bomba al padiglione Fiat della Fiera di Milano (diversi feriti gravi ma nessun morto); un’altra bomba viene disinnescata all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale.
– 9 agosto 1969: esplodono otto bombe su diversi treni, che provocano dodici feriti.
– 12 dicembre 1969: bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano (17 morti, 88 feriti); una seconda bomba inesplosa viene trovata nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Altre esplosioni a Roma, una presso la Banca Nazionale del Lavoro tra via Veneto e via di San Basilio (13 feriti); altre due nei pressi dell’Altare della Patria (4 feriti).
– 22 luglio 1970: un treno deraglia sui binari sabotati nei pressi della stazione di Gioia Tauro (6 morti, una sessantina i feriti).
– 18-19 gennaio 1971: mancata strage davanti al Tribunale di Trento, là dove stava per transitare un affollato corteo studentesco. Nell’istruttoria del 1976-77 della magistratura trentina vengono incriminati dapprima uomini dell’Ufficio “I” (Informazioni) della Guardia di Finanza e poi un colonnello del Sid (Angelo Pignatelli), un colonnello dei carabinieri (Michele Santoro) e un vicequestore della Polizia (Saverio Molino) insieme a due informatori (Sergio Zani e Claudio Widmann).
– 31 maggio 1972, una Fiat 500 imbottita di esplosivo salta in aria a Peteano; muoiono 3 carabinieri, feriti altri due.
– 7 aprile 1973: il terrorista nero Nico Azzi, del gruppo milanese La Fenice, collegato a Ordine nuovo, rimane ferito in Liguria dall’esplosione di un detonatore mentre, dentro a un gabinetto del treno direttissimo Torino-Roma, tentava di innescare una carica di tritolo.
– 17 maggio 1973: fingendosi anarchico, l’informatore della Cia nonché gladiatore Gianfranco Bertoli (era legato anche ai congiurati della Rosa dei venti) lancia una bomba a mano sulla folla durante una cerimonia davanti la Questura di Milano, provocando 4 vittime e una quarantina di feriti.
– 28 maggio 1974: durante una manifestazione sindacale in Piazza della Loggia a Brescia, una bomba dentro a un cestino porta rifiuti uccide 8 persone, un centinaio i feriti.
– 4 agosto 1974: una bomba esplode sul treno Italicus nei pressi di San Benedetto Val di Sambro in provincia di Bologna, provocando 12 morti e 105 feriti.
– 20 novembre 1974: a Savona (collegio elettorale del ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani) un ordigno ad alto potenziale provoca la morte di Fanny Dallari e il ferimento di altre 11 persone.
– 8 marzo 1980: fallisce un attentato all’abitazione dove Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare sulla P2, viveva con la sorella.
– 30 luglio 1980: a Milano un’autobomba esplode in piena notte davanti a un ingresso laterale di Palazzo Marino, sede del Comune; danni ingenti, nessun ferito.
– 2 agosto 1980: bomba nella sala d’aspetto della stazione di Bologna; 85 morti e circa duecento feriti.
– 23 dicembre 1984: una bomba esplode su una carrozza del Rapido 904, ancora presso la Grande galleria dell’Appennino a San Benedetto Val di Sambro; 17 morti, più di duecentosessanta feriti.

Tora tora

Lo stesso colpo di stato di Borghese era fissato per il 13-14 dicembre 1969, subito dopo la strage di piazza Fontana a Milano, in accordo con il capo del Governo Mariano Rumor che, a seguito di quella bomba, avrebbe dovuto proclamare lo stato d’emergenza. Ma all’ultimo momento Rumor si tirò indietro, e il golpe venne rimandato.
Fu quindi riprogrammato la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, con il beneplacito, lo vedremo, degli americani. Nuovamente rientrato, provarono allora a derubricarlo a «golpe da operetta», il gesto temerario di un manipolo di intrepidi nostalgici attempati.
Ben diversamente lo ha puntualizzato nel 1995 il giudice milanese Guido Salvini: «in ogni parte d’Italia erano mobilitati cospicui gruppi armati: centinaia di uomini a Venezia, centinaia di civili e militari a Verona, decine di uomini addirittura nelle sperdute località intorno al Trasimeno. Era garantito l’appoggio in forze delle organizzazioni storiche della criminalità organizzata, mafia e ‘ndrangheta, incaricate a Roma come in Calabria dei lavori più “sporchi” quali l’eliminazione di alte personalità istituzionali, come il capo della polizia Angelo Vicari, evidentemente non allineato alla congiura, e la cattura degli esponenti dell’opposizione» (Sentenza-ordinanza di Guido Salvini, 24 marzo 1995, p. 282).
I congiurati entrarono in azione occupando il ministero degli Interni e riproponendosi l’occupazione degli Esteri e della Difesa, del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, della Questura di Roma, della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica, delle sedi Rai di via Teulada e di via del Babuino, del Centro radio-collegamenti del ministero degli Interni a Monterotondo, del Centro radio ripetitori del ministero degli Interni ad Anzio, della centrale elettrica di Nazzano presso Roma. Sicari della Mafia si disposero a uccidere il capo della Polizia Angelo Vicari (Pasolini: «Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari»).
Coinvolti in tutto questo il Battaglione guardie di Pubblica sicurezza di Roma al comando del maggiore Enzo Capanna col benestare del colonnello Domenico Barbieri; il gruppo della Forestale di Rieti agli ordini del colonnello Luciano Berti (197 guardie su 14 camion. Pasolini: «Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale [in provincia di Rieti] (mentre i boschi italiani bruciavano)»); un reparto di Carabinieri guidato da un ufficiale dell’Arma; il Primo raggruppamento Granatieri di Sardegna; il Reggimento Cavalleria Lancieri di Montebello; il Primo reggimento Bersaglieri di Aurelia. Accanto a loro, militanti del gruppo neofascista Avanguardia nazionale (furono i primi ad entrare in azione, occupando nottetempo il Viminale. Presente anche almeno uno dei possibili sicari di Pasolini). E ancora Pasolini: «Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista)».
È inoltre ipotizzabile «il coinvolgimento dell’organizzazione Gladio», come ha scritto l’oncologo Adriano Monti, che ebbe parte attiva nel cosiddetto “golpe dell’Immacolata”, «dato che i deportati avrebbero dovuto essere concentrati presso una base militare in Sardegna, a nord di Alghero» ovvero il campo di addestramento dei gladiatori a Capo Marrargiu (Adriano Monti, Il golpe Borghese. Un colpo virtuale all’italiana, Lo Scarabeo 2006, p. 56) nonché a Decimomannu, sempre in Sardegna, a bordo di quattro aerei militari.
Non è poi da escludere «che Borghese abbia trovato a quel tempo anche finanziamenti presso Cefis (Eni?) e Monti», come si legge in una relazione dello spione freelance Guido Giannettini al capitano Antonio Labruna del Sid.
L’occupazione del Viminale nella notte di Tora Tora ricorre anche nelle confidenze in carcere di Pierluigi Concutelli all’ex capo dei Mar Carlo Fumagalli, per due mesi nella stessa cella all’Asinara: stando a Fumagalli, il killer di Ordine nuovo «era riuscito ad entrare al Viminale con un gruppo di militanti provenienti dalla palestra di via Eleniana così impadronendosi “di circa una trentina di mitra e non di uno solo: come da versione ufficiale – e di essersi anche impadronito di una somma di denaro pari a più milioni». Per Concutelli, il principe Borghese, si era rivelato «un traditore per il fatto che aveva abbandonato i suoi uomini proprio quella notte lasciandoli privi di ordini, defilandosi all’ultimo momento, privilegiando le proprie esigenze di denaro poiché si era indebitato per circa 150 milioni con una Banca di Roma e che era pervenuto quella notte stessa a un contatto con Andreotti, il quale gli promise di sostenere la sua situazione finanziaria in cambio di una immediata interruzione dell’iniziato colpo di Stato. Disse che oltre ad ottenere il ripiano del debito da Andreotti ottenne dallo stesso anche del denaro necessario per espatriare poi finendo in Spagna, dove era stato raggiunto dalla “vendetta” dei neri colà residenti tra cui il Delle Chiaie all’epoca in Spagna, che aveva deciso di avvelenarlo». Sempre secondo Fumagalli, anche in Spagna il Concutelli altro non era che il braccio armato di Stefano Delle Chiaie, «in un contesto ove il Concutelli medesimo e gli altri militanti, esaudendo specifiche richieste dei Servizi di sicurezza locali, avevano commesso omicidi, azioni sporche in danno prevalentemente di militanti dell’Eta basca».
Insomma, quella notte destra eversiva, Massoneria occulta, Servizi devianti, Servizi atlantici, Cosa nostra, ‘Ndrangheta, criminalità comune, settori del mondo industriale e un futuro capo del Governo hanno sincronizzato il loro passo contro lo Stato di diritto.
Altro che «golpe da operetta»: secondo De Lutiis, fu invece «uno dei più seri e pericolosi tentativi eversivi avvenuti nell’Italia repubblicana» (De Lutiis, I Servizi segreti in Italia, p. 119). Questo giudizio vede concorde Arnaldo Forlani: in un comizio tenuto a La Spezia il 5 novembre 1972, il segretario Dc aveva alluso al golpe Borghese, definendolo un «tentativo disgregante, che è stato portato avanti con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie consistenti». In quell’occasione Forlani si era spinto a dire che questo golpe aveva «trovato della solidarietà probabilmente non soltanto in ordine interno, ma anche in ordine internazionale: noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso», alludendo qui alle tangibili coperture atlantiche, e forse ad Andreotti (dal febbraio 1972 Andreotti è il capo del Governo, il primo dei suoi sette mandati).
Arnaldo Forlani parrebbe al corrente delle condizioni imposte ai golpisti da Herbert Klein, assistente del Segretario di Stato americano Henry Kissinger:
– Non debbono assolutamente essere impegnati né civili, né militari americani di stanza in Italia nelle basi Nato.
– L’operazione deve prevedere la partecipazione attiva dei Carabinieri, dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica.
– Ad operazione conclusa, si auspica la costituzione di un governo presieduto da un politico che goda la fiducia Usa, appartenente alla Dc,. Costui deve impegnarsi ad indire elezioni generali entro l’anno.
– Le elezioni dovranno svolgersi in pena libertà, ma escludendo le liste comuniste ed estremiste di sinistra ed anche eventuali liste di appoggio camuffate (Monti, Il golpe Borghese, p. 55; De Lutiis, I Servizi segreti in Italia, p. 117).
Si ha infine notizia di incontri riservati tra Borghese e alti esponenti del dipartimento di Stato Usa e delle forze Nato; ne erano stati cerimonieri Adriano Monti (incaricato dei contatti con gli ambienti americani) e l’ex capo del controspionaggio della Cia e membro dei Cavalieri di Malta (e della Ur-Lodge Three Eyes) James Jesus Angleton, quel vecchio e fraterno amico del “principe nero” che nel 1945 lo aveva salvato dalla fucilazione, portandolo in salvo a Roma travestito da ufficiale americano. Lo ammette lo stesso Borghese in una sua lettera-testamento sui fatti del ’70, lettera in cui fra l’altro parla di un incontro avuto con Gilberto Bernabei (consigliere giuridico di Andreotti), lo stesso Andreotti e un fantomatico «generale S». Andreotti, scrive Borghese, «si è finalmente impegnato».
7 dicembre 1970: l’hanno chiamata la “notte di Tora Tora”. Scalpitava Andreotti e scalpitava Borghese, annodati nel complotto a criminali fascisti e mafiosi d’alto lignaggio come Salvatore Greco, Giuseppe Calderone, Giuseppe Di Cristina, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontade, Giuseppe Nirta, Giorgio e Paolo De Stefano. Ma per Andreotti, Bernabei, Sindona, Confindustria, Snia, Pirelli, Gelli e taluni loro prezzolati pennivendoli in giornali e tivù, in quella notte dell’Immacolata ci fu solo «un golpe da operetta».
Giocando acutamente d’anticipo, nel 1974 lo stesso Andreotti (tornato ministro della Difesa in un breve Governo Rumor, 14 marzo-23 novembre 1974) chiederà al fido Gian Adelio Maletti (tessera P2 n. 1610) un dossier sull’eversione in Italia a partire dal 1970; dopo averlo alleggerito di alcuni nomi – così da coprire Licio Gelli e la P2 – lo consegnerà all’altrettanto fido Claudio Vitalone, all’epoca pubblico ministero nell’istruttoria romana sul golpe Borghese.
«In quel rapporto», disse Maletti a “Repubblica”, c’era «la prova del coinvolgimento di alti ufficiali delle nostre forze armate» (Daniele Mastrogiacomo, Maletti, la spia latitante: la Cia dietro a quelle bombe, “la Repubblica”, 4 agosto 2000) nei tentativi di golpe. Un nome su tutti, quello dell’ammiraglio piduista Giovanni Torrisi, all’epoca candidato alla carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa e successivamente nominato capo di Stato Maggiore della Marina (in carica dal 1º agosto 1977 al 31 gennaio 1980), che aveva preso parte alle a riunioni segrete per la preparazione del Golpe insieme ai maggiorenti di Avanguardia nazionale.
E pur in mancanza di prove dirette, che il mandante della bomba di piazza Fontana a Milano fosse l’US Army Intelligence Agency (il servizio segreto militare statunitense, una emanazione del Pentagono) sta scritto nell’istruttoria su Piazza Fontana del giudice Salvini.
Quella strage, si sa, venne da subito attribuita agli “anarchici”; si voleva giustificare presso l’opinione pubblica la sospensione di alcune garanzie costituzionali così da consentire il passaggio alla Repubblica presidenziale.

Come della rosa

27 luglio 2017 by

di Lelio Pallini

Non è certo una storia che si legge d’un fiato. Ho trovato molto impegnativa la lettura, e l’impegno profuso mi ha ricordato l’esperienza di tanti anni fa, quando mi imposi di leggere tutto l’Ulisse di Joyce.
Che cosa mi ha sospinto, dunque, che cosa mi ha condotto fino all’ultima pagina? Non certo la voglia di sapere ‘che cosa succede’. Infatti, non è un libro avvincente nel senso più banale del termine. Ciò che ha determinato il mio percorso di esplorazione è stata la curiosità intellettuale. La curiosità di sondare un mondo che è del tutto nuovo per me, anzi, del tutto estraneo alla mia esperienza e al mio ethos.
Giunto all’ultima pagina, mi sono chiesto che cosa ha reso tanto arduo il mio lavoro di lettore. Tornando a Joyce, ho escluso che la difficoltà di lettura derivasse da una ragnatela di associazioni tipica del monologo interiore, perché il libro ha una struttura coerente, un narratore sempre cosciente e vigile, uno sviluppo logico e grammaticale congruo e non casuale. In un secondo momento ho pensato che, comunque, l’autore / narratore avesse difficoltà a controllare una ‘fuga’ dei pensieri che voleva organizzare in modo compiuto. Tuttavia, ho dovuto abbandonare anche questa ipotesi, perché nella storia c’è un filo conduttore che emerge a tratti come il ‘Leitmotiv’ di una sinfonia complessa.
Alla fine, mi sono convinto che, in realtà, si tratta di un’altra ‘fuga’, la fuga dello sguardo e dei sensi, come se la protagonista e l’autrice non volessero, e non potessero, lasciarsi sfuggire nulla. Non a caso Lupo è fotografa. La sensibilità fotografica è onnipresente: colori, forme, sfumature, atmosfere, dettagli, contrasti, tonalità diverse. L’esperienza sensoriale si estende a tutti i temi ricorrenti: l’alcol, il cibo, l’abbigliamento, il sesso, la ritualità Yoruba, il mondo del crimine, New York e gli altri luoghi del ‘viaggio’ in senso lato. Altri motivi ricorrenti, la letteratura, la musica e il cinema, prestano alla protagonista (e all’autrice) tutte le suggestioni, indispensabili al narrare, che altrimenti non potrebbero essere articolate razionalmente.
Ovviamente, l’aspetto che mi ha incuriosito più di tutti, è il tempio, la religiosità, il pantheon a dir poco atipico (troppo tardi, purtroppo, ho scoperto l’interessantissimo ‘Glossario’ – che dovrebbe essere ben segnalato fin dalle prime pagine). Ho cercato di capire le analogie e le differenze con la cultura religiosa a cui sono stato educato. La cosa più sorprendente – anche se forse è solo una mia impressione – è come l”etica’ Yoruba riesca ad andare d’accordo con la spontanea, quasi innocente amoralità dei protagonisti. Forse questo, e la mia formazione, spiegano la mia riluttanza a considerare ‘amore’ ciò che unisce e divide gli eroi di questa impresa catartica. Tra Lupo, Lazzaro ed Emiliano sono evidenti le passioni, anche la voluttà, ma non li vedo nobilitati da quel sentimento superiore di affinità e di unione quasi mistica che io chiamo amore. A meno che ricorriamo al concetto di agàpe, ciò che troviamo alla fine del processo di sofferenza e di purificazione che segna i destini degli umani di Come della rosa in questo mondo, non nell’altro.

Non per soldi ma per denaro

21 luglio 2017 by

L’avvocato Nino Marazzita a “Repubblica”: «Pelosi è morto da colpevole. Purtroppo si è portato via i segreti che soltanto lui conosceva». Non è così invece per un altro avvocato: Alessandro Olivieri, il legale di Pelosi che lo aiutò anche a scrivere l’autobiografia: «Sono totalmente convinto della sua innocenza – dichiara alla Dire -. E devo dire la verità: una parte delle informazioni non sono state date e sono gelosamente custodite in una cassetta di sicurezza, perché sono troppo forti. Lui non se l’è mai sentita di diffonderle per paura che qualcuno potesse toccare lui o i suoi familiari. E non nascondo che la stessa paura potrei averla io, perché è vero che la firma sul libro e i fogli che ho sono a firma di Giuseppe Pelosi, ma è anche vero che avendoli io ho sempre il timore che qualcuno possa venire a bussarmi alla porta. Quindi esiste una verità, la verità non è morta con Pino Pelosi. Ma è talmente pesante e difficile da poter raccontare con semplicità. Vedremo, mi lascerò consigliare, parlerò con i familiari e parlerò anche con qualche altro collega per vedere come e quando tirar fuori tutto quello che so». Ma senza tirare sul prezzo.

Non è mai troppo tardi

19 luglio 2017 by

Riprendo questa lettera dall’edizione odierna de “la Provincia Pavese”

E gli ambientalisti adesso dove sono? Il Comitato di Quartiere si era attivato anni fa perché in viale Campari di fronte ai pompieri ci fosse uno spazio di verde con giochi e panchine per i residenti. Ora, l’Amministrazione targata Pd ha pensato bene di fare una ingombrante rotonda (per molti versi superflua in quanto esiste da parecchi anni un sistema semaforico ben collaudato) tagliando diversi alberi di alto fusto e riducendo di molto lo spazio destinato al verde. Il cittadino si domanda dove si sono nascoste le associazioni come Legambiente, Italia Nostra, i Girotondini, Wwf, ecc… e i partiti che da sempre difendono l’ambiente? Secondo noi sono «… tutti al mare, tutti al mare, a mostrar le chiappe chiare…» Povera Pavia…

Giancarlo Carelli
Moderati Riformisti, Pavia

Caro moderato riformista Giancarlo Carelli. Lei, che giustamente lamenta l’insensatezza della ingombrante rotonda in viale Campari, col conseguente taglio di alberi d’alto fusto e la riduzione dello spazio destinato al verde. Lei che, da cittadino, si domanda dove per l’occasione si siano «nascoste le associazioni come Legambiente, Italia Nostra, i girotondini, Wwf, ecc…», concludendo con un laconico «povera Pavia».
Sono le stesse associazioni – una o due in particolare – che in passato hanno più volte inoltrato documentati esposti alla Procura pavese in tutela del verde residuo nel centro storico e in difesa dello stesso centro cittadino monumentale. Senza ovviamente dimenticare le battaglie – vinte preventivamente – contro il tentativo di cementificare ampie zone del Parco del Ticino e della Vernavola; o la denuncia di alcuni tra i più recenti scandali urbanistici (lottizzazione abusiva di Punta Est, illeciti urbanistici di Green Campus, di via Emilia, delle ortaglie delle Clarisse, ecc.). E come scordare, altro esempio, il tentativo – bloccato – di edificare residenze senza prima provvedere alla bonifica dei suoli all’area Landini o all’area Snia.
Ecco, proprio Lei caro concittadino moderato e riformista, per una volta lasci stare la moderazione e scenda in campo in prima persona, senza delegare a terzi la denuncia del malaffare.
In questi anni un gruppo di suoi concittadini lo hanno fatto, a costo di gravosi sacrifici personali, spendendosi in tutela di verde e beni comuni. Ma per quanto mi sforzi (sbaglierò…), nessuno col suo nome è ricordato tra gli attivisti o i fiancheggiatori di tante battaglie vinte, né tanto meno ricorrono i nomi di altri “Moderati riformisti”. Ma a tutto c’è rimedio e, per dirla con Alberto Manzi, per darsi da fare «non è mai troppo tardi». E vedrà che da subito la nostra Pavia sarà un po’ meno «povera».

Suo G. G.

Colpo gobbo

11 luglio 2017 by

di Giovanni Giovannetti

Dario Bellezza, Graziano Verzotto e Antonio Pinna sono persone che nulla hanno mai avuto in comune: il poeta Bellezza è morto di Aids nel 1996; del democristiano Verzotto ricorderemo i temerari rapporti d’alto lignaggio mafioso con Michele Sindona e il boss Giuseppe Di Cristina (col primo condivise i “fondi neri” dell’Ente minerario siciliano; dell’altro fu “compare” e testimone di nozze). Quanto a Pinna, era un abilissimo driver romano al servizio negli anni Settanta del Clan dei marsigliesi.
Non si possono dunque immaginare figure tanto diverse nel sostenere la stessa cosa: il recupero di uno scottante dossier arrivato a Pier Paolo Pasolini su un autorevolissimo politico democristiano che starebbe a motivo della morte dello scrittore.
Questo “potente politico”, stando a Bellezza «era un amico dei neofascisti e della polizia, controllava i servizi segreti e sulle sue mani c’era la Gladio»; ben di peggio, stando a Verzotto, quel «dossier andava assolutamente recuperato, eliminando chi lo avesse letto».


Lo scandalo petroli

1974-’75: Pasolini scrive sferzanti articoli sul “Corriere della Sera” e ha sul tavolo Petrolio, l’incompiuto romanzo uscito solo nel 1992. Chissà se sapeva del contrabbando di petrolio, delle evasioni fiscali e delle corruttele per circa 2 mila miliardi di lire (il cosiddetto fascicolo “M.Fo.Bi.Ali”) che, nel 1974-’75, hanno come protagonisti il faccendiere democristiano Mario Foligni e il comandante della Guardia di finanza generale Raffaele Giudice (tessera P2 n. 1634, raccomandato ad Andreotti da Gelli e dai presuli presunti massoni monsignor Fiorenzo Angelini e cardinale Ugo Poletti). Viene tutto messo a tacere, dirà l’allora capo del controspionaggio italiano Gian Adelio Maletti (tessera P2 n. 1610), «per evitare un terremoto istituzionale». Copia di questo dossier segreto sarà ritrovata tra le carte di Mino Pecorelli nella redazione di “Op” dopo l’uccisione del giornalista.
Il piduista Pecorelli (tessera n. 1750) non è l’unico a lasciarci le penne. Il colonnello Salvatore Florio, che aveva rifiutato l’adesione alla P2 (tra gli affiliati alla loggia massonica segreta figureranno 39 alti ufficiali della Guardia di finanza), dovrà lasciare l’Ufficio “I” (Informazioni, il servizio segreto delle Fiamme Gialle), sostituito dal collega colonnello Giuseppe Sessa, poi coinvolto nello scandalo petrolifero. Florio si era reso conto dell’entità dello scandalo: «qui scoppia una bomba», dice alla moglie Myriam Cappuccio; «Le dirò presto tutto quello che sono venuto a sapere su di lei» dice al corrotto generale Giudice. Morrà nel luglio 1978 in un dubbio incidente stradale; contemporaneamente, dalla sua cassaforte spariscono alcuni documenti “riservatissimi”. Troppo zelante questo colonnello, che nel 1964 aveva persino fatto arrestare Luciano Liggio. Nel 1974, dal suo ufficio erano uscite le prime tre note informative su Licio Gelli e sull’allora segretissima P2.

Lo scandalo Italcasse

«Presidente Andreotti a lei questi assegni chi glieli ha dati?» titola il settimanale “Op” il 14 ottobre 1977. Pecorelli possedeva copia degli illeciti assegni per 300 milioni di lire ad Andreotti e girati ad “anonimi personaggi”, che l’onorevole avrebbe ricevuto dalla Sir del petroliere Nino Rovelli (indebitato con Italcasse per 218 miliardi di lire), dai fratelli Gaetano, Francesco e Camillo Caltagirone (dovevano a Italcasse 209 miliardi) e dalla società Nuova Flaminia di Domenico “Memmo” Balducci, legato alla banda della Magliana e al capobastone Pippo Calò. Sono tutti elemosinieri di Andreotti. È la partita di giro dello scandalo dei finanziamenti e contributi a fondo agevolato a partiti di governo e, non da meno, ad imprenditori amici; agevolato dal pizzo per taluni.
Già autore di scottanti inchieste sui rapporti tra Andreotti, petrolieri e Servizi, nonché sulle oscure trame di una loggia massonica in Vaticano, e delle manovre intorno al rapimento di Aldo Moro – Pecorelli verrà assassinato a Roma il 20 marzo 1979, in circostanze giudiziariamente non del tutto chiarite.
Il 6 aprile 1992 Tommaso Buscetta riferisce ai magistrati di Palermo che, secondo il boss Gaetano Badalamenti, il giornalista sarebbe stato ucciso «nell’interesse di Andreotti». Nel 1994 Antonio Mancini (un componente “pentito” della banda della Magliana) indicherà nell’andreottiano Claudio Vitalone il mandante dell’omicidio Pecorelli; a suo dire commissionato al neofascista e killer della banda Massimo Carminati (lo stesso di “Mafia capitale”) assieme al mafioso Michelangelo La Barbera detto “Angelino il Biondo”.
Nella Domanda di autorizzazione a procedere contro l’esponente democristiano (8 giugno 1993), mutuando la testimonianza di Buscetta i magistrati romani scrivono: «Sembra che Pecorelli stesse appurando cose “politiche” collegate al sequestro Moro. Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero trapelare questi segreti, che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli e Dalla Chiesa sono infatti “cose che si intrecciano tra loro”».
Processato a Perugia quale mandante dell’omicidio Pecorelli, nel 1999 Andreotti viene prosciolto, così come l’ex ministro del Commercio con l’estero Claudio Vitalone, Badalamenti, Calò, i presunti killer Carminati e Michelangelo La Barbera. Il 17 novembre 2002 la Corte di appello ribalterà la sentenza di primo grado, così che Badalamenti e Andreotti sono condannati a 24 anni di carcere come mandanti. Il 30 ottobre 2003 la sentenza d’appello viene infine annullata senza rinvio dalla Corte di cassazione, annullamento che rende definitiva l’assoluzione di primo grado.
Dalla Chiesa e forse Pecorelli erano a conoscenza della versione integrale del memoriale Moro. Entrambi vengono assassinati perché a conoscenza, scrive Sergio Flamigni, «di un particolare “segreto di Stato”: un meccanismo di potere occulto che dai vertici istituzionali attraverso la P2 e i servizi segreti, coinvolge settori della criminalità organizzata e gruppi eversivi di estrema destra: un complesso e segreto dispositivo criminale attivato per le “operazioni sporche” in nome della “ragion di Stato”».
Per altre vie, delle molteplici articolazioni di questo livello occulto del potere o contropotere sottratto a ogni controllo democratico era venuto a conoscenza lo stesso Pasolini che, lo si è già ricordato, dirà all’amico-poeta Dario Bellezza d’aver ricevuto un dossier compromettente su un notabile Dc.
Rispondendo ad Andreotti che, sul “Corriere della Sera”, era intervenuto in polemica con L’articolo delle lucciole, Pasolini seccamente rileva che l’eterno e inossidabile «Andreotti ha omesso nel suo articolo di parlare della “strategia della tensione” e delle stragi», fingendo così «di non saper nulla sull’unica continuità di tale potere, cioè sulla serie di stragi. Ciò è scandaloso. E io sono scandalizzato». E ancora: «fin che i potenti democristiani taceranno su ciò che invece, in tale cambiamento, costituisce la continuità cioè la criminalità di Stato, non solo un dialogo con loro è impossibile, ma è inammissibile il loro permanere alla guida del Paese».(Gli inossidabili Nixon italiani, 18 febbraio 1975).
Confondendo o fingendo di confondere lo sviluppo col progresso, Andreotti replicherà di nuovo ricordando sua «madre con le mani spaccate dalla fatica del bucato», dicendosi lieto «di vivere in un tempo che almeno in questo è molto migliorato»; e infine, sì, «la “strategia della tensione” è più grave ancora dell’ondata di delinquenza comune» (Le lucciole e i potenti, 18 febbraio 1975).
L’onorevole può ben dirlo: secondo Maletti, nel 1969 in molti sapevano della imminente esplosione «a scopo intimidatorio» della bomba di Piazza Fontana a Milano. Il gioco, dirà lo spione, non avrebbe dovuto superare certi limiti, ma sfuggì di mano un po’ a tutti. Quanto al golpe Borghese, come si legge in documenti recentemente desecretati, l’avallo di Nixon al Piano fu subordinato al coinvolgimento di Andreotti, il “garante politico” da porre a capo del nuovo governo golpista.
Trame bianche e trame nere… finanza massonica vaticana e P2… petrolio e tangenti… morti sospette e carte sottratte… Così come Mino Pecorelli e Salvatore Florio, anche Pasolini «in termini romaneschi “se l’andava cercando”»: lo dice un incontenibile Andreotti, facendola per una volta fuori dal vaso. Non pago, lo ripeterà beffardo di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore liquidato dal bancarottiere malavitoso Michele Sindona, altro mafioso assai vicino al “divino Giulio”.
Dell’impunito esponente democristiano, Pasolini ha tracciato questo profilo in Petrolio: alla festa della Repubblica, «c’era anche un uomo politico – era ministro da dieci anni e poi lo sarebbe stato per altri quindici – seduto su una poltroncina rossa, con un viso tondo di gatto ritratto tra le spalle, come non avesse collo o fosse un po’ rachitico: la fronte grossa di intellettuale era in contrasto col suo sorriso furbo, che aveva qualcosa di indecente: voleva cioè manifestare, con furberia e degradazione, la coscienza della sua furberia e degradazione».
Al dunque, cosa poteva aver ricevuto Pier Paolo Pasolini di tanto pericoloso? Qualunque cosa fossero, quei documenti così «compromettenti su un notabile Dc» non sono più tra le sue carte.

La tana di Johnny

5 luglio 2017 by

di Giulio Laurenti

La voce era un po’ che mi era arrivata all’orecchio e quando i giornali, l’altro giorno, hanno annunciato che il pluriomicida Johnny lo zingaro era evaso, mi son detto: “andiamo a vedere quanto di quelle voci hanno un fondo di verità”.
Evasione è un termine inesatto. È parecchio che Johnny, nonostante i delitti e il tasso di violenza esercitata sin da giovanissimo, gode di un particolare regime di semi libertà. Una delle voci mi aveva detto: «ma come nun ce lo sai? Da mo che quello te lo ritrovi qui a Testaccio. Chi je ha sempre parato er culo mo ci ha ‘na prescia de levasselo de torno e vedi che nun lo fanno sparì!»
Johnny fa parte dei miei ricordi televisivi: tre decenni fa, evaso pure allora, fu la preda da film in una caccia all’uomo frenetica; lui e la sua fidanzata, sottoproletari da romanzo di Truman Capote. Durante la fuga prese in ostaggio una ragazza e fu accusato di un omicidio in apparenza senza movente e dal quale fu scagionato in primo grado. Per quel che mi è rimasto in mente, fu una cosa veloce, esecuzione, colpo a bruciapelo. Pam! E poi l’arresto e la triste fine della sua fidanzata, incinta. Allora nessuno osò scrivere che Johnny era sospettato di essere presente all’idroscalo di Ostia, quel 2 novembre assieme a Pino la rana, mentre si massacrava un poeta e da subito tutto congiurò perché della morte oscena di Pier Paolo Pasolini nessuno capisse più nulla.
Testaccio è un bel quartiere in bilico tra la Roma verace e una borghesia giovane che sceglie quegli appartamenti ampi e luminosi di un’edilizia popolare che oggi fa tanto loft. Nessuno rifiuta di raccontare: «’nvece de fa tante domande, voi inciampà sull’ombra de Johnny? Ascolta, va dritto pe’ qua, la vedi quella via là? Alessandro Volta, all’incrocio co’ via Marmorata».
Inarco le sopracciglia: «lo cercano tutti e lui starebbe qui dove già mi hanno indicato due mesi fa? È così scemo?»
L’altro fa spallucce: «fa come te pare. Ce lo sanno tutti. Proprio quella casa al primo piano, d’angolo, cor balconcino, le persiane sempre chiuse, sur lato che va verso er fiume. È sotto sequestro da ‘na fraccata de anni, ma nun ce stanno i sigilli. Lui entra, tiè tutto chiuso, manco le luci appiccia, oppuro ha schermato co’ le coperte ogni finestra e chi vuoi che lo va a cercà lì?»
Mi incammino e scruto in alto: tutto chiuso. Su via Marmorata sferraglia il tram e una vecchia mi apostrofa: «giornalista? Sarebbe la prima volta che uno della vostra razzaccia ha le palle de venì a da’ ‘na sbirciata»
«no, sono scrittore»
«e i giornalisti che fanno? Scriveno»
«ma io magari mi concedo d’inventare qualche dettaglio»
«buciardo pe’ buciardo si solo ‘na sottomarca de giornalista. Daje, famme la domanda!»
«sta qui?»
«e che ne so?»
Poi osserva la mia faccia delusa e aggiunge: «ce sto fijo suo, fa avanti e dietro cor Brasile. Se nota che stanno qua perché passa ‘na donna a spiccià la casa e molla li stracci a sgocciolà sul balcone. Lui lo riconosci, er padre o sedicente tale. Zoppica, ce fai caso».
Sto per domandare com’è che allora non hanno mai perquisito l’appartamento se è perfino sotto sequestro ma la vecchia, dall’occhio di faina, sorride: «tiette la fregnaccia in bocca, che già so dove vai a parare. Nessuno lo cerca manco mo che è fuggito. Tra qualche giorno viè qua e bussi alla sua porta, ar primo piano, verso le sette de sera e magara ce lo trovi. Nun strigne er culo che mo s’è fatto mansueto, mica se mette ad ammazzà proprio mo che je stanno ad aprì la gabbia ‘na volta pe’ tutte».
Mi sembra loquace la vecchia e se azzardo una domanda sulla sua passata attività che immagino colta nonostante l’eloquio da Anna Magnani compiaciuta di fare la greve, mi zittisce ancora: «che te frega de me? Ho ammazzato forse quarche d’uno? Viè tra qualche giorno e fai come t’ho detto. Bussa. Toc toc. Ce l’hai le nocche? Bussa e ti sarà aperto».
Busserò? Per chiedergli cosa? Se era lui alla guida dell’auto gemella di Pasolini, quella notte, e se fu come si sospetta, proprio lui, Johnny lo zingaro, a passare sul corpo del poeta massacrato. Anni fa pensai d’incontrarlo mentre frequentavo, con un pretesto teatrale, il carcere di Rebibbia e mi fu vivamente sconsigliato: «quello ha strani rapporti con i servizi, qua lo sanno tutti, e se credi che perché sta al gabbio non po’ fatte niente, sbagli. Se decide che je stai sui cojoni c’è il caso che incarica qualcuno fuori per darti una ripassata. Fregatene di Pasolini e quell’altro, come hai detto che se chiama?»
«Cefis, sarebbe il mandante della morte di Mattei, nel romanzo Petrolio»
«Cefis, come no! Inutile che fai domande, che tanto quello ha la bocca cucita, con l’ergastolo e l’assassinio di un agente ti pare che potrebbe godere di tanti favori?»
E ora questa notizia che Johnny è libero. Libero di fare cosa? C’è lo spettro della riapertura dell’indagine della morte di Pasolini, quelle tracce di Dna che attendono di incrociarsi con quelle di un altro personaggio, Pinna, dato per morto e forse invece anche lui in Brasile. E Johnny cosa ha nel Dna? Un brano di trama di quella notte? Avrà nostalgia del suo anello perduto nell’auto del poeta? Il maglioncino dimenticato nel portabagagli gli andrà ancora o magari è di qualche altro figuro rimasto nell’ombra? Tempo fa chiesi di incontrare Delle Chiaie a qualcuno che poteva presentarmi nel modo giusto e forse, ora che Johnny è in giro, varrebbe la pena riprovarci. Cinque o sei ragazzotti di borgata che hanno goduto tante protezioni di sicuro potrebbero essere ben narrati da uno come l’ultraottantenne neofascista Delle Chiaie, che di servizi segreti se ne intendeva. Insomma, dopo quaranta e passa anni, si deciderà pur qualcuno a dire: «è andata così. Ce lo domandò tal dei tali, per motivi che potemmo solo intuire. La voce che tra noi fasci era più diffusa lo sanno tutti quale era: Pasolini faceva troppe domande, elaborava troppe ipotesi, e aveva troppo ascolto nell’opinione pubblica. Se non puoi comprare chi non è in vendita, allora lo ammazzi. E lo ammazzi in una pantomima adatta al personaggio. Un frocio ammazzato da marchettari».
Ma per raccontare il passato che si è sempre taciuto occorre più coraggio che fare la lotta armata. Nessuno vuole portare il marchio infame di essere uno degli assassini di un poeta che ancora oggi continua ad essere ammirato, mentre tutti gli altri, dietro le quinte o nel fango dell’idroscalo, sono solo spettri.
Toc toc! Qualcuno aprirà?

Voglio una vita…

1 luglio 2017 by

di Giovanni Giovannetti

Stanco della vita carceraria, il pluriergastolano bergamasco Giuseppe Mastini, ai più noto come “Johnny lo zingaro”, ha lasciato il carcere di Fossano presso Cuneo senza più farvi ritorno.

Il 28 settembre 1975 sul “Corriere della Sera” esce questo celebre articolo di Pier Paolo Pasolini: «Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della “strategia della tensione” (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente). Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna». Eccetera.
Questo e altro scrive, un mese prima di venire ammazzato. Per Dario Bellezza (l’amico-poeta-segretario di Pasolini), «ne sono più che convinto, c’è stato un mandante ben preciso che va cercato fra coloro per i quali Pasolini chiese il processo. Un potente democristiano. Pasolini mi disse un giorno, poco prima di morire, che aveva ricevuti dei documenti compromettenti su un notabile Dc. Io invero gli chiesi chi era, e che uso ne voleva fare. Mi rispose che non era un ricattatore. Non ne avrebbe fatto nessun uso. Il potente democristiano era però amico dei neofascisti, della polizia. Bastava, come si vede in seguito per storie di Mafia e di spionaggio, che ordinasse. Controllava i servizi segreti, sulle sue mani c’era la Gladio, organizzata dalla Cia in funzione anticomunista, lo si sarebbe saputo solo in questi ultimi anni. Pasolini poteva essere eliminato in qualsiasi momento. Come si permetteva di chiedere un processo a chi governava l’Italia?» (Il poeta assassinato, Marsilio 1996, p. 23)
Bellezza non è il solo a parlare di dossier al veleno: secondo l’ex senatore democristiano Graziano Verzotto, solitamente ben informato, Pasolini era entrato in possesso di un dossier che andava assolutamente recuperato, eliminando chi lo avesse letto.
A carte scottanti fa ora cenno anche Antonio Pinna junior (nipote e omonimo di uno tra i principali informatori “dal basso” di Pasolini), conversando con Silvio Parrello: «Mio zio mi ha detto che Pasolini è stato ammazzato perché aveva per le mani documenti che scottavano. Un carteggio, in particolare, veramente esplosivo. Ci sono di mezzo anche gli americani, Silvio» (ne ha scritto David Grieco il 30 giugno 2017 su Globalist).
A quale notabile democristiano e a quali documenti compromettenti alludono Bellezza, Pinna e Verzotto? A Giulio Andreotti e ai “fondi neri” Italcasse negli anni 1972-1974? (nel 1979 ammazzeranno il giornalista e ricattatore Mino Pecorelli, intenzionato a divulgare la parte mancante del memoriale Moro su Gladio e Italcasse). O all’anonimo ciclostilato del novembre 1972, All’insegna della trama nera, nel quale per la prima volta si accenna a Gladio («…il reparto guastatori che si addestra in Sardegna ed ha disponibilità illimitate di esplosivo…») adombrando contiguità fra Andreotti e “fascisti” bombaroli? O alla versione integrale del dossier-salvacondotto di Gian Adelio Maletti sul golpe Borghese (il cosiddetto “malloppone”, come lo aveva definito Pecorelli), contenente i nomi dei correi che di concerto con la Cia trescarono per uno Stato forte? (dossier che Andreotti manipolò cancellando parte dei nomi – guarda caso, alcuni dei piduisti coinvolti – per usarlo a scopo di ricatto). Qualunque cosa fossero, quei documenti così «compromettenti su un notabile Dc» non sono più tra le carte di Pasolini.
Sembra ben saperlo l’onorevole Verzotto, l’ex presidente dell’Ente minerario siciliano in rapporti d’amicizia col boss mafioso Giuseppe Di Cristina; quel Verzotto indicato tra i possibili mandanti dell’omicidio del giornalista Mauro De Mauro, e prima ancora coinvolto nelle trame sull’eliminazione del presidente dell’Eni Enrico Mattei. Fatto sta che quel carteggio esplosivo in mano a Pasolini è stato infine «recuperato, eliminando chi lo avesse letto».
Se poco o nulla è sin qui emerso sui mandanti, qualcosa ormai sappiamo sul commando dei massacratori di Pasolini, un bel misto di picchiatori fascisti e malavita organizzata: c’era Pino Pelosi, c’erano quello «alto, grosso e con la barba folta» dall’accento catanese (come lo ha dipinto Pelosino) e i due in auto con lui; c’erano i fratelli Borsellino e almeno un altro alla guida della GT 2000 di Antonio Pinna senior «identica a quella di Pier Paolo»: almeno sette-otto persone. Ma più d’una traccia porta anche al sedicenne Giuseppe Mastini alias Johnny lo zingaro, pluriomicida ergastolano vicino alla destra fascista, nonché amico di Pelosi. Lo stesso Mastini avrebbe vantato l’uccisione di Pasolini in più occasioni: con l’ergastolano Pasquale Mercurio nelle carceri di Spoleto e di Voghera e con un altro detenuto, Valter Carapacchi, nel carcere romano di Rebibbia; ma la procura di Roma li ritenne «scarsamente credibili».
Nel luglio 2000 il “pentito” Damiano Fiori riferirà alla Direzione distrettuale antimafia di Milano d’aver saputo da Aldo Mastini, zio di Giuseppe, che il nipote aveva ammesso «di avere partecipato all’omicidio in danno di Pasolini» (parrebbe suo il plantare ritrovato nell’auto dello scrittore, nonché un anello rivendicato dal Pelosi); «che le persone che parteciparono all’omicidio furono quattro (tre più il ragazzo che si assunse la responsabilità esclusiva)» e che «gli altri tre avevano fatto ricadere la responsabilità sul minorenne (Pelosi) proprio in quanto minorenne “perché avrebbe preso poco e sarebbe uscito presto”». Stando a Fiori, Johnny era anche «passato con l’auto sul cadavere di Pasolini». Quest’ultimo particolare lo segnala anche un testimone come Antonio Pinna senior, presente tra i massacratori all’idroscalo di Ostia: la macchina che ha ucciso Pasolini era sì la sua, però al volante – lo ha detto lui stesso al nipote – «c’era Johnny lo zingaro».
“Johnny” Mastini nega e manda a dire che da questa brutta storia lui è fuori, che Pasolini non l’ha mai conosciuto. Ma il 30 ottobre 2015 la cugina di Pasolini Graziella Chiarcossi ha rivelato a “Repubblica” che la notte del massacro l’auto dello scrittore venne abbandonata sulla Tiburtina, guarda il caso proprio nei pressi dalla roulotte di Johnny lo zingaro (Chiarcossi: «ero sveglia quando bussarono: cercavano Pier Paolo, mi dissero che avevano trovato l’auto sulla Tiburtina»), molto distante dall’idroscalo di Ostia smentendo clamorosamente ciò che disse Pelosi nel novembre 1975 («ero stravolto e ho impiegato del tempo per metterla in moto e per accendere le luci. Nel fuggire non so se sono passato o meno con l’auto sul corpo del Paolo») e il rapporto dei Carabinieri di pattuglia Antonino Cuzzupè e Giuseppe Guglielmi steso subito dopo il delitto – che dunque sarebbe deliberatamente falso – e accreditando per estensione l’ipotesi che Pelosi si fosse allontanato a piedi, abbandonato dai carnefici.

Parcheggi? Sì, di interscambio

18 giugno 2017 by

di Achille Mortoni *

Sulla questione dei parcheggi a Pavia le idee finora portate all’attenzione dei cittadini da qualche volenteroso privato sono inaccettabili. La prima: un parcheggio sotterraneo da 350 posti da realizzare “sotto il monumento di Garibaldi”, idea del tutto stravagante sotto il profilo del rispetto del paesaggio urbano della zona del castello Visconteo, già avanzata otto anni fa dal presidente della Fondazione Banca del Monte, il quale immaginava un parcheggio assai più vasto non soltanto sotto Garibaldi ma sotto il viale Matteotti, ed implicita eliminazione di alberi e fronde, fastidiosi per le auto.
La seconda si deve a Vittorio Poma, presidente della Provincia: ipotizza un parcheggio sotterraneo ai giardini Malaspina, tra la ex chiesa dell’Annunziata e la Prefettura. Questa idea almeno servirebbe a promuovere scavi in profondità per farci conoscere la Pavia tardo antica, in effetti ignota ai pavesi.
Per fortuna il sindaco Depaoli non sembra pronto ad accogliere idee da bar che qualcuno avanza ogni tanto. Nel quadro del Piano urbano di mobilità sostenibile si può affrontare anche il problema dei parcheggi, che è bene siano collocati al di fuori del centro storico, per non attirare inutilmente veicoli in città.
È una questione urbanistica per eccellenza: le scelte sui parcheggi riguardano la qualità urbana complessiva.Quanto allo studio di flussi di traffico secondo cui in centro a Pavia arriverebbero ogni giorno 4.500 auto, forse occorre verificarne i dati prima di prenderlo per buono soltanto perché commissionato da Asm. Prima di dire che servirebbero 5.000 posti nuovi di parcheggio, sarebbe il caso di sapere perché in vari parcheggi a pagamento esistenti si osservano ogni giorno numerosi posti vuoti.
Il treno locale S13 in esercizio sul passante tra Bovisa e Milano fino a Pavia ha rappresentato, per i trasporti da e verso Milano, un innegabile successo in confronto con i pretesi vantaggi dell’uso del veicolo privato, che nelle condizioni di intasamento delle strade e di qualità dell’aria della Lombardia è da scoraggiare. Bisogna continuare a spiegare perché è bene limitare l’uso di veicoli con motore a scoppio, e dare così un utile contributo nella direzione di attuare i propositi di ridurre la CO2 nell’aria deliberati dalla COP 21 di Parigi nel dicembre 2015, e sottoscritti per noi dal nostro governo.

* presidente sez. pavese di Italia Nostra

La Macondo dell’anima di Tiziana Rinaldi Castro

12 giugno 2017 by

Venerdì 16 giugno, alle ore 17:30, alla libreria Feltrinelli di Pavia, Tiziana Rinaldi Castro (studiosa di religioni africane e sciamanesimo, lei stessa iniziata al culto yorubà) presenta il suo nuovo romanzo Come della rosa, da poco in libreria per le pavesi edizioni Effigie. L’autrice ne parlerà con Giovanni Giovannetti e Luisa Voltan.

«Raccontami di San Michele Arcangelo», chiede Mama a Lupo. Quella del santo che pesava le anime con la bilancia è una delle storie che la sacerdotessa yorubà Mama Adebambo si fa raccontare in un Tempio di Harlem dai suoi allievi “malati”, usandole come terapia. Da “pazienti” come la fotografa freelance Bruna Di Michele alias Lupo, Mama ascolta storie sospese tra i miti e le magie cristiano-pagane della tradizione occidentale, avvicinandole alla medicina sciamanica, che verte proprio sulla narrazione. E con la parola, Mama cura l’alcolismo di Lupo così come il senso di colpa di Emiliano, entrato nel Tempio in cerca di redenzione.
Siamo solo alle prime righe di Come della rosa, il nuovo libro di Tiziana Rinaldi Castro, e già traspare quel misto di fedi e tradizioni che corrobora questo ben strano romanzo: «Ognuno è lì per una sua ragione», spiega l’autrice, «e nel chiedere al malato la propria storia, lo si riporta alle sue origini».
Il romanzo prende forma nella New York «disordinata e cruda» ma anche felicemente multietnica degli anni Ottanta, nonché nella casa natale in Italia, nel Salvador lacerato dalla guerra civile e nel deserto del Nuovo Messico. E prendono forma i linguaggi di questa italiana d’America (l’autrice è di Sala Consilina, ma vive a New York da più di trent’anni), quel suo passaggio dalla cultura cristiana del Vallo di Diano ai culti panteisti di origine africana incontrati oltreoceano, non di rado simili a quelle ritualità cristiano-pagane del Sud Italia tanto care a Ernesto De Martino.
La sua lingua è nutrita dai dialetti e dall’orizzonte magico del nostro meridione, dall’eco delle storie ascoltate nell’infanzia e di quelle accolte poi ad Harlem, a Brooklin o nel Bronks; queste ultime a sancire la completa immersione nella lingua inglese, leggendo poeti e prosatori come Whitman, Melville, Hemingway; in sottofondo, le musiche di John Coltrane, Bob Dylan e Jimi Hendrix, l’ideale colonna sonora.
E poi c’è il lato mistico delle credenze religiose di origine africana che, lei stessa sacerdotessa yorubà, ben conosce e frequenta: «L’America dello yorubà e del lucumì è quella che mi è più facile raccontare», spiega Rinaldi Castro: «per me è forse l’America meno contraddittoria, quella con cui è più facile confrontarsi se si viene da quel Sud dell’Italia; e me ne sono in qualche modo innamorata».
«Aiutami a morire con consapevolezza», chiede il cubano Emiliano Westwood di fronte al bivio più pericoloso della sua vita di mercante d’armi e guerrigliero. «Aiutami a rientrare nel mondo» supplica Bruna, ritraendosi a fatica dal baratro dell’alcol, per recuperare il rapporto con la sua bambina. E Mama Adebambo acconsente, ma stabilisce regole e divieti, pone quesiti, tende tranelli e ogni volta esige che i dubbi e le intenzioni dei suoi cadetti si scandaglino nella narrazione delle parabole della propria tradizione. «Raccontami una storia», invita infatti i suoi iniziati Adebambo, o non si spenderà. E allora ecco che Dioniso, Elegbara, Parsifal e il Re Pescatore diventano per i due protagonisti la chiave per entrare nel loro stesso inferno, scardinare i segreti che li divorano, per inseguirsi a vicenda fino alla radice dell’amore impossibile che li unisce, quello che salverà l’anima di lui e la vita di lei. La storia più bella non è stata ancora raccontata, promette Adebambo, ed Emiliano e Bruna continuano a cercare.
Come della rosa è una storia di mondi apparentemente lontani che s’incontrano: come il rituale magico e la narrazione nella medicina sciamanica.
È una storia di amicizia: come il rapporto tra Mama e la discepola Lupo, metafora dell’amore esteso all’amicizia.
È una storia d’amore: come l’amore impossibile di Emiliano per Bruna/Lupo, che li obbliga a trovare un’altra via, se possibile più bella e spirituale del “semplice” amore.
È la storia di come la fede e la spiritualità possano alfine liberare dai propri fantasmi esistenziali.