Paga Pacchioni

26 settembre 2016 by

Mercato ipogeo: la polizia indaga?!?
da Pavia, Giovanni Giovannetti

Di oggi la notizia che «l’unico operatore interessato al mercato ipogeo di piazza della Vittoria è il Carrefour express». Or sono dieci anni, scrivemmo che l’orrida tettoia sul lato-banca di Piazza della Vittoria null’altro fosse che un regalo al mega gruppo alimentare francese, a spese del contribuente (oltre 500mila euro in pubblico denaro!); la sontuosa porta d’accesso a un futuribile centrino commerciale; una skifezza da porre in relazione – e indagare – contestualmente alle porcherie inscenate, sino al 2007, dalle amministrazioni Capitelli e Albergati, per il mega centro commerciale Carrefour lungo la Vigentina.
In tema di ipogea bellezza, ripropongo allora quel mio datato intervento, ahinoi profetico, in polemica con tale Zapelloni. A pensar male ci s’azzecca…

Che senso ha opporsi all’inutile tettoia costruita a Pavia in piazza Grande a lavori ormai ultimati? Non sarebbe stato meglio pensarci per tempo? Che idea di città si comunica rivendicandone l’abbattimento, dopo che la sua costruzione è andata avanti per quasi un anno sotto gli occhi di tutti? Dov’era l’opposizione politica e Zapelloni quando sono cominciati i lavori?
Un anno fa la più lungimirante Giunta che la città ricordi ha preteso il trasferimento dei Rom “fuori dal suo cortile”. Ora è il turno degli squattrinati, che l’amministrazione locale vede come rappresentazione del brutto. Così non è per l’imperdibile tettoia, che la banda Zapelloni biasima e ne sollecita la rimozione o quantomeno il trasferimento in luogo diverso. Sono due punti di vista speculari, chiamati a riflettersi l’uno nell’altro.
Cari benpensanti dei miei stivali, siate allora più risoluti e implacabili: dilatate l’orizzonte, assumete un analogo trattamento per l’orribile e vetusta copertura consorella in piazza Leonardo da Vinci, e l’ancora peggiore “palazzo di vetro” presso il ponte dell’Impero.
La raccolta delle firme dovrebbe sollecitare anche la demolizione delle case sul Lungoticino, rifatte in malomodo dopo i bombardamenti alleati del 1943-44, che hanno straziato la città molto meno dell’edilizia pervasiva dei vari Febbroni e Fasani (i costruttori) negli anni Cinquanta e Sessanta, con la complicità – solo politica? – dei nani del loro tempo. Si dia corso senza indugi all’abbattimento del palazzo al Demetrio e dell’orribile edificio posto dietro l’inutile ipogeo. Non fermatevi: raccogliete altre firme per riedificare il ponte Vecchio così com’era, a condizione che ci venga restituito pedonale. Una volta ultimato il lavoro nel centro storico si passi alle periferie, a partire dalla madre di tutte le porcate: il Carrefour sulla Vigentina, l’annesso parcheggio e il giro di tangenti e altro ancora che vi sta dietro (il magistrato Luisa Rossi si legga il dossier della Guardia di Finanza in suo possesso).
Si può fare? No, non si può. Se si vuole frenare il brutto dilagante allora va denunciato il brutto che ci ha già allagato, dal centro alle periferie; se invece in gioco è il destino già scritto del mercato coperto (luogo che sollecita enormi appetiti), e se la tettoia farà presto da ingresso, a spese dei contribuenti, ad una futura zona commerciale modello Gs-Carrefour, lo si denunci ai cittadini e alla Procura, senza indulgere in fuorvianti sparate goliardiche.
Quanto a me, non firmerò per l’abbattimento né per lo spostamento dell’orribile tettoia. È troppo tardi. Resti pure dov’è. Così come gli altri numerosissimi piccoli e grandi inganni del recente passato, procurati dalle betoniere degli immobiliaristi, in accordo con i politicanti di oggi e di allora, con la complice omertà o copertura di altri settori cittadini.
I perditempo, con il sindaco Capitelli e la pseudosinistra, vorrebbero che non ci occupassimo dei problemi veri; vorrebbero farci combattere inutili battaglie e istigarci a contemplare il dito mentre il dito sta indicando la luna. Nel nostro orizzonte ci sono altre “emergenze” cittadine e planetarie: le speculazioni immobiliari favorite dalle tangenti; le mafie che edificano e bonificano banconote e – come a Genova – si candidano a bonificare anche le tossine delle aree dimesse; l’ecomostro autostradale Broni-Mortara che sottrarrà 8,6 milioni di metriquadri di verde al territorio e calamiterà in provincia da 30 a 40.000 autoarticolati al giorno, con conseguenze sulla nostra salute; l’inutile e devastante collegamento autostradale tra la tangenziale ovest e l’area Neca; le povertà vecchie e nuove; i disagi dei giovani e degli anziani ghettizzati in quartieri dormitorio privi di servizi, e di chi ogni giorno rischia la vita nel lavoro nero; gli effetti della crisi della globalizzazione come il calo occupazionale e la difficoltà per le famiglie ad arrivare a fine mese, ecc. Su tutto questo sarebbe opportuno concentrare ogni energia residua e proporre un modello alternativo di città e di vita, invece di balbettare indignazione fine a se stessa al riparo dell’orrenda e fuorviante tettoia.

Sana e robusta Costituzione

26 settembre 2016 by

Nuova replica di Luis a Walter
di Luis Alberto Orellana

Caro Walter,
ti ringrazio per aver voluto replicare ai miei commenti e soprattutto ringrazio Giovanni di consentire, nel suo blog, questo scambio dialettico fra noi. Il confronto arricchisce sempre.
Premetto che mi spiace che tu non voglia più entrare nel merito della questione. Il mio intento è invece solo quello di discutere sul merito perché, se questa Riforma verrà approvata dagli italiani quest’autunno, allora ne vedremo concretamente l’applicazione e, in breve tempo, tutti dimenticheremo tante considerazioni (spesso mere dietrologie) che ora facciamo e che ci sembrano importanti ma che nulla hanno a che vedere col testo e quindi nessun impatto avranno sulla realtà delle nostre vite.

Torniamo però ai punti riportati nella replica di Walter:

1) Siamo ora finalmente tutti d’accordo che la legge elettorale non fa parte della Riforma Costituzionale. Walter aveva riportato erroneamente che invece la Riforma conteneva la nuova legge elettorale. Ci segnala che lo sapeva benissimo e quindi è stato, direi, un mero errore materiale, una svista, averlo scritto. Non ci sarebbe stato nulla di male ad ammettere l’errore ma queste sono scelte personali e non commento oltre.
Mi sono permesso di segnalarlo (non faccio il correttore di bozze di professione) perché, data l’autorevolezza di Walter, un suo errore poteva indurre in errore altri lettori meno attenti.
Sul merito della questione ribadisco che la spiegazione che il 20% o 25% dei voti a un partito gli consentirà di avere il premio di maggioranza del 54% dei seggi è incompleta e quindi fuorviante in quanto si omette l’esistenza di un ballottaggio fra le prime 2 liste. Questo voto di ballottaggio legittima democraticamente questo premio.
Detto questo l’Italicum è sicuramente migliorabile. Anzi dal mio punto di vista deve essere migliorato. All’epoca votai contro questa legge, non ho cambiato idea però gli riconosco il merito di garantire governabilità. Il valore positivo della governabilità non è da tutti riconosciuto, in quanto si teme sia preludio all’autoritarismo. La governabilità, invece, è un valore positivo che garantisce stabilità e consente a un partito di governare e realizzare, nei 5 anni di legislatura, il programma per il quale gli elettori lo hanno scelto. E’ uno strumento di chiarezza e aiuta ad assegnare le giuste responsabilità di governo.
Ribadisco comunque che va migliorato e, in tal senso, ho proposto alcune modifiche che qui si trovano illustrate:
http://formiche.net/2016/09/21/come-cambiare-italicum/

2) Walter segnali la coesione politica della coalizione di maggioranza quale limite all’approvazione delle leggi. Più è disomogenea la coalizione e più si fatica ad approvare le leggi. Concordo, è certamente una delle ragioni ma con questo mi sembra tu dia ragione all’Italicum che prevede il premio di maggioranza alla singola lista e non alla coalizione. E’ più probabile infatti che il singolo partito sia più coeso rispetto alla coalizione.
Come già spiegato però è proprio la cosiddetta navette che oggettivamente rallenta l’approvazione delle leggi: per esempio, la legge sull’omicidio stradale ha richiesto ben 5 passaggi in aula (3 Senato e 2 Camera) per essere approvata. L’esempio della legge sulla tortura poi è emblematica. Il testo che fu approvato circa 2 anni fa al Senato quasi all’unanimità (nessun voto contrario e solo 2 astenuti), è stato modificato dalla Camera ed è tornato ora al Senato. Si è riportato al testo di 2 anni fa ma la richiesta di togliere la parola “reiterate” alle violenze inflitte al torturato ha bloccato l’iter in Aula del Senato. Probabilmente con la approvazione di un testo in una sola Camera avremmo già questa legge promulgata. Gli esempi in tal senso sono tanti.

3) su questo punto mi spiace insistere ma la matematica non è una opinione. La Riforma Costituzionale non consente a un singolo partito di eleggere da solo il Presidente della Repubblica. E’ un dato matematico che ho già spiegato ma che ripeto: anche nel caso della soglia dei 3/5 dei votanti è impossibile che lo elegga un solo partito.
Tu però citi la motivazione della Corte Costituzionale che con la famosa sentenza n.1 del 2014 ha cassato la legge elettorale Porcellum. E’ un riferimento errato e ti spiego ora perché. Mi aiuterò con un caso concreto per chiarire meglio.
La legge elettorale Porcellum consentiva di dare il premio di maggioranza (senza ballottaggio) al partito o alla coalizione che raggiungeva il maggior numero di voti. Questo meccanismo veniva applicato sia per la elezione della Camera dei Deputati sia per la elezione dei senatori ma applicato a ogni singola regione.
Nel febbraio 2013 la coalizione Pd+Sel ottenne circa il 29% dei voti alla Camera e superò il secondo classificato ovvero il M5S che aveva raggiunto, da solo, oltre 25%. Il premio fu assegnato, alla Camera dei Deputati, a quella coalizione Pd+Sel.
Ben diverso il caso del Senato dove il premio di maggioranza è stato assegnato regione per regione. In Lombardia il premio di maggioranza (27 senatori su 49) fu assegnato alla coalizione PDL+Lega. In Toscana invece andò alla coalizione Pd+Sel con 10 senatori su 18.
E’ evidente che, se la stessa coalizione, avesse vinto il premio di maggioranza sia alla Camera sia, per il Senato, in tutte le regioni (o almeno le più grandi) avremmo avuto che nella seduta congiunta di Camera e Senato in cui si elegge il Presidente della Repubblica una singola coalizione o magari un singolo partito avrebbe potuto veramente eleggere da solo il Presidente della Repubblica.
Ben diverso il caso dell’Italicum dove alla Camera dei Deputati il partito di maggioranza che avrà ottenuto il premio potrà contare al massimo su 340 seggi dei 630 complessivi.
Nella seduta comune dove si eleggerà il Presidente della Repubblica con 730 votanti (630 deputati e 100 senatori) a questi 340 deputati di maggioranza si potranno aggiungere i senatori per raggiungere la soglia dei 438 (3/5 di 730). Sarà pertanto necessario che 98 senatori su 100 votino come il partito di maggioranza della Camera dei Deputati.
La Riforma Costituzionale però non consente che 98 senatori siano dello stesso partito poiché garantisce che, da ogni Regione, siano inviati al Senato, in modo proporzionale, senatori sia di maggioranza sia di opposizione. Per esempio, la Lombardia invierà 14 senatori che saranno 8 di maggioranza e 6 di opposizione. Quand’anche la maggioranza in Regione Lombardia coincidesse con quella della Camera dei Deputati resterebbero i 6 senatori di opposizione a evitare di raggiungere i 98 voti senatoriali verso il candidato unico. Lo stesso discorso vale per Lazio, Campania, Piemonte, Sicilia, Puglia, Toscana, etc
Anche in questo caso la matematica ci viene quindi in soccorso e ci garantisce che non esiste il caso di elezione del Presidente della Repubblica eletto da un singolo partito nel caso entrasse in vigore la Riforma Costituzionale. E questo grazie proprio ai meccanismi di elezione dei senatori-consiglieri regionali e diversamente da quanto poteva succedere col Porcellum a cui si riferisce la sentenza della Corte che tu citi inopportunamente.

4) Sul perché sia stata introdotta o meno la “clausola di supremazia” dello Stato sulle Regioni abbiamo opinioni opposte. Credo che scelte strategiche che riguardano il nostro futuro di italiani (e non solo di lombardi, siciliani o laziali) debbano essere prese a livello statale. Tu preferisci che decida la singola Regione da sola. Mi sembra che molte scelte regionali (e qui penso alla nostra regione) siano veramente opinabili (e uso un eufemismo). Mi domando se, a livello nazionale, sarebbe stato lo stesso. Non ho ovviamente risposte certe ma qualche dubbio sicuramente.
Le opere che citi non mi piacciono (ho votato contro lo “Sblocca Italia”) ma penso che proprio la Riforma Costituzionale aiuterà a far sentire meglio la voce dei cittadini-elettori.
I cittadini potranno usare gli strumenti di democrazia diretta che sono stati potenziati e a cui io tengo in particolar modo.
E’ stato introdotto il referendum propositivo e d’indirizzo ed è stato abbassato il quorum alla metà più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche per i referendum abrogativi che raccogliessero 800mila firme. Per le leggi di iniziativa popolare è stato introdotto l’obbligo di esame in Parlamento.
Sarà quindi più agevole per i cittadini-elettori far sapere a chi li governa come la pensano.

5) Ritengo fermamente non siano in discussione, in questa Riforma, i valori della Resistenza su cui si fonda la nostra democrazia. Come noto, la Riforma non riguarda la Prima parte della Costituzione dove si trovano i Principi fondanti. Richiamare questi valori, questi principi per un uso strumentale (solo noi del fronte del No ci teniamo, gli altri invece no) è demagogico, lo ribadisco, e non aiuta a rimanere sul merito. Da socio ANPI non vedo alcuna contraddizione nel chiedere la revisione della parte ordinamentale della Costituzione.
Non mi preoccupa infine più di tanto sapere chi vota Si e chi vota No a questa Riforma. Mi interessa conoscere e far conoscere cosa stiamo votando e soprattutto i vantaggi che può dare all’Italia.
Tu invece di questo sei molto preoccupato e quindi mi consentirai di ricordarti che voterai No insieme a Salvini, Bossi e tutta la Lega Nord, insieme a Berlusconi, Brunetta, Schifani e quasi tutta Forza Italia, insieme a Fratelli d’Italia con Meloni, La Russa e altri. Questi personaggi di destra con cui concordi il tuo voto contrario son da sempre poco attenti ai valori della Resistenza o sbaglio?

NO e poi NO

21 settembre 2016 by

Riforma costituzionale. Walter Veltri replica a Luis Alberto Orellana

Il 5 settembre scorso l’amico senatore Luis Alberto Orellana – favorevole a questa riforma costituzionale – ci ha inoltrato un suo ampio commento ad alcuni passi di quanto, su direfarebaciare, il 3 maggio ha scritto Walter Veltri. Al referendum, Veltri, come il sottoscritto, voterà NO. Di seguito la replica di Walter a Luis. (G. G.)

Caro Luis Alberto,
non entro nel merito delle considerazioni che hai fatto sui singoli aspetti del mio articolo. Posso soltanto invitare i cittadini, per farsi un’autonoma opinione, a leggere la riforma e se non hanno voglia o tempo potrebbero limitarsi a leggere l’art. 70 dell’attuale testo per confrontarlo con analogo articolo della riforma. Possono così rendersi immediatamente conto della chiarezza, semplicità e comprensibilità dell’attuale Costituzione rispetto all’incomprensibilità, alla poca chiarezza della riforma. Però devo fare alcune puntualizzazioni.

1) so benissimo che la legge elettorale Italicum non è compresa nella riforma ma, opinione diffusa, con essa è intimamente connessa in quanto con l’Italicum viene eletta la sola Camera dei Deputati e ribadisco assegna la maggioranza del 55% del Parlamento alla lista che al ballottaggio ha prevalso pur avendo ottenuto al primo turno soltanto il 25% o addirittura il 20% dei voti. Insomma, la lista nettamente minoritaria nel Paese si ritrova maggioritaria in Parlamento. Dalla sua approvazione siamo stati bombardati dai commenti entusiasti da parte della maggioranza. È stata definita la migliore legge elettorale: avrebbe consentito di sapere il nome del vincitore la sera stessa delle elezioni, sarebbe stata la panacea a tutti i mali del Paese e ci avrebbe condotto verso il “sol dell’avvenire”. Era una legge talmente perfetta che ora tutti chiedono di cambiarla. È diventata orfana, non ha più un padre. Persino il padre della riforma costituzionale, come sostiene Renzi, l’ex Presidente Napolitano è contrario. Anche tu hai cambiato idea?

2) la lentezza nell’approvare le leggi non deriva dal bicameralismo perfetto ma dalla coesione politica della maggioranza. In 17 giorni è stata approvata la legge Fornero, in pochissimi giorni venivano approvate le leggi ad personam di Berlusconi e i partiti quando si debbono assegnare dei soldi trovano l’accordo in poche ore. Ti do i dati del Senato, che certamente tu conosci, sull’approvazione delle leggi: quelle di iniziative governativa,che sono l’88%, vengono approvate in 45 giorni al Senato e 35 alla Camera. Invece quando nella maggioranza non c’è l’accordo le leggi o vengono insabbiate o passano anni per essere approvate. Il Parlamento da anni, nonostante i ripetuti richiami dell’ONU, non riesce a recepire nel nostro ordinamento il reato di tortura. Ti ricordo che al Senato, di cui tu sei un componente, giace da tre anni la legge sull’omofobia e stiamo assistendo in questi giorni al balletto tra i partiti di maggioranza sulla legge della prescrizione. Ti ricordo ancora che con il bicameralismo perfetto, di cui non sono un nostalgico, in passato sono state approvate riforme (quelle sì hanno modernizzato il paese sul piano dei diritti civili).

3) nel mio articolo le percentuali da raggiungere nelle diverse votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica sono riportate correttamente mentre, com’è facilmente intuibile, c’è stato un errore materiale nei numeri indicati. Ma quel che conta è la sostanza. La maggioranza può eleggere da sola il Presidente della Repubblica . Ti invito a rileggere le motivazione della sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il “Porcellum” proprio sull’elezione degli organi di garanzia: «il premio di maggioranza provocherebbe una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che, tra l’altro, restano in carica per un tempo più lungo della legislatura».

4) la “clausola di supremazia” dello Stato rispetto alle Regioni non è stata introdotta per tutelare l’unità giuridica o economica della Repubblica oppure per la tutela dell’interesse nazionale ma semplicemente si è voluto chiudere la bocca ai cittadini che legittimamente e democraticamente protestano contro la realizzazione di grandi infrastrutture dannose, inutili, costose, devastanti per i territori: TAV, inceneritori (la legge “Sblocca Italia” ne prevede 16!) o un domani il famigerato Ponte sullo Stretto o magari centrali nucleari. Anche tu sei favorevole alla costruzione di queste opere?

5) concludi il tuo intervento accusandomi di demagogia per avere richiamato i valori della Resistenza. Ti rispondo con un’affermazione di Carlo Smuraglia Presidente dell’ANPI: «ci schieriamo sul referendum perché nel nostro statuto c’è come obiettivo la difesa della Costituzione e questa è una riforma che vuole stravolgere il suo spirito».

Termino con il ricordare che in questa battaglia referendaria io mi troverò a fianco dell’ANPI, CGIL, ARCI, Giustizia e Libertà, Libera e tutte le moltissime associazioni che hanno aderito al comitato per il no oltre agli 11 Presidenti emeriti della Corte Costituzionale. Tu invece sarai in compagnia dell’Ambasciatore americano, della Confindustria, delle agenzie di rating, di Marchionne e via elencando. Insomma una bella compagnia.

Walter Veltri

dedicAzione

16 settembre 2016 by

Pavia, Santa Maria Gualtieri (piazza Vittoria) 16-25 settembre 2016

Ben strano il mondo della globalizzazione. Tutto si muove, va, gira, si sposta… miliardi di dollari che galoppano di Borsa in Borsa, per ventiquattro ore al giorno ogni giorno; tonnellate di container di tutti i generi di merci da un capo all’altro della terra; perenne movimento di notizie, dati, messaggi e bip che attraversano il pianeta; milioni di turisti che vanno avanti e indietro da un meridiano all’altro… tutto si muove, va, circola e deve assolutamente circolare in questa giostra planetaria… tutto, tutti, tranne che a farlo siano loro: i clandestini.
L’unica mobilità che oggi è globalmente esecrata e detestata è il “nomadismo dei poveri”.
Dedichiamo quindi a loro queste scialuppe e velieri e navigli e vascelli e bastimenti. A loro: i clandestini, di cui a destra e a sinistra parlan sempre male, come se fossero una nuova razza orribile, apparsa all’improvviso, qui, sul pianeta azzurro.
A tutti quegli uomini e donne e bambine e bambini che alla fine poi ce l’hanno fatta.
A tutti coloro che invece sono rimasti prigionieri laggiù in fondo al mare.
A chi ora sta venendo e a chi verrà, pieno di sogni e di timori e di speranze, che c’è qualcosa, ancora, in cui sperare.
Dedichiamo a loro. A loro insieme a noi.

Il ricavato della vendita delle opere sarà devoluto al Comune di Lampedusa e Linosa come segno di stima, amicizia e riconoscimento per l’esemplare testimonianza di civiltà mostrata da tutta la comunità isolana. Grazie!

No

12 settembre 2016 by

Le ragioni di merito per un NO nel referendum costituzionale
di Marco Boato

Personalmente ritengo sbagliato e inaccettabile che il referendum sulla riforma costituzionale, previsto ormai per il tardo autunno, venga tramutato in una sorta di plebiscito a favore o contro il Presidente del consiglio Renzi e il suo Governo. Qualunque sia il giudizio che si abbia nei confronti del Governo Renzi – che può essere positivo o negativo o anche articolato rispetto ai singoli provvedimenti del suo programma – nel referendum deve prevalere esclusivamente il giudizio sull’insieme della riforma costituzionale. Intendo quindi esprimermi soltanto sulla materia costituzionale, e sulla connessa (anche se non sottoposta a referendum) legge elettorale per la Camera dei deputati (il cosiddetto “Italicum”), che ne costituisce il logico completamento.
Una riforma costituzionale non deve mai essere legata alle sorti di alcun Governo “pro tempore”, perché la Costituzione, anche se riformabile e riformata (alle riforme precedenti ho partecipato io stesso), è la legge fondamentale che riguarda tutti i cittadini e anche tutte le forze politiche, a prescindere dalle transeunti maggioranze che sostengono di volta in volta uno specifico governo. E deve avere la capacità e possibilità di una lunga durata e validità, al di là delle singole contingenze politiche. Il popolo sovrano si è già pronunciato due volte con un referendum su complesse riforme costituzionali: la prima volta nel 2001 approvando la riforma del Titolo V del centrosinistra (che ora invece si vuole stravolgere) e la seconda nel 2006, bocciando la riforma Berlusconi-Calderoli. Nessuna ripercussione sui governi.
Per quanto riguarda la riforma elettorale, entrata in vigore il 1° luglio 2016, essa è strettamente connessa alla riforma costituzionale, pur se attualmente non sottoposta a referendum, mentre nel prossimo ottobre sarà al giudizio della Corte costituzionale, anche alla luce della sentenza n. 1 del 2014 sulla incostituzionalità di alcuni aspetti essenziali della precedente legge elettorale (il cosiddetto “Porcellum”). Penso che si tratti di una legge inaccettabile sotto diversi profili. In particolare ritengo sbagliato: 1) che il premio di maggioranza possa essere dato anche a chi non ha raggiunto il 50% dei voti espressi, che permetterà di ottenere il premio di maggioranza anche sulla base del consenso di una ristretta minoranza di elettori (nell’attuale sistema tripolare e con i crescenti tassi di assenteismo, potrebbe realisticamente trattarsi anche solo del 20-25% degli aventi diritto al voto); 2) che sia esclusa la possibilità di formare coalizioni, come invece è previsto sia per le elezioni regionali che per le elezioni comunali, senza che questo abbia comportato problemi di governabilità, permettendo anzi una più ampia rappresentatività e un più ampio pluralismo sia tra le forze di governo che tra quelle di opposizione; 3) che siano previsti i capilista bloccati decisi dalle segreterie dei partiti, senza possibilità per gli elettori di esprimere su di loro il voto di preferenza, e che per di più sia prevista per i capilista la possibilità di candidature plurime (fino a dieci!), mettendo in questo modo esclusivamente nelle mani dei segretari di ciascun partito la scelta verticistica e autocratica degli eletti, espropriando gli elettori di ogni possibilità di scelta e ritornando a realizzare conseguentemente una Camera dei deputati in grande prevalenza di “nominati” e non di eletti; 4) che tutto questo comporti di fatto una modificazione surrettizia della forma di Governo, espropriando sostanzialmente il Presidente della Repubblica del potere effettivo di nominare il Presidente del Consiglio incaricato, come previsto dalla Costituzione, arrivando invece ad una sorta di “democrazia di investitura” obbligata sulla base dei risultati elettorali.
Per quanto riguarda la riforma costituzionale, un giudizio analitico può far emergere sia luci che ombre, ma complessivamente si tratta di una riforma non condivisibile per il suo impianto complessivo. Tra gli aspetti positivi possono essere citati, ad esempio, la più rigorosa disciplina della decretazione d’urgenza (inflazionata in modo crescente anno dopo anno e ormai giunta, proprio con Renzi, a livelli inaccettabili) e la soppressione del CNEL, organismo ormai totalmente obsoleto. Tuttavia entrambi gli obiettivi avrebbero potuto essere raggiunti con singole leggi costituzionali “ad hoc”, nella logica dell’art. 138, che avrebbero realisticamente trovato il consenso della quasi totalità del Parlamento. E comunque, in caso di vittoria dei No nel referendum, potranno essere realizzati nel prossimo futuro appunto con singoli provvedimenti di natura costituzionale, anche nell’ambito temporale dell’attuale legislatura.
Tuttavia le ombre e gli aspetti critici della riforma prevalgono nettamente sui pochi aspetti positivi. Il superamento del bicameralismo perfetto o paritario, obiettivo pur condivisibile, è stato realizzato in modo confuso e pasticciato, sotto il profilo sia della composizione del futuro Senato, sia delle sue competenze legislative e del suo rapporto con la Camera dei deputati e con il Governo. Appaiono inaccettabili e contradditorie tanto le modalità di elezione indiretta, del resto demandate ad una futura legge ordinaria di cui non si conoscono le caratteristiche, quanto la sua ambigua natura politica, priva di effettiva rappresentanza territoriale.
Per quanto riguarda l’altro fondamentale aspetto della riforma, e cioè la modifica del Titolo V in materia di autonomie regionali, anziché individuare alcune limitate e specifiche correzioni rispetto alla riforma introdotta nel 2001 e confermata dal referendum popolare – ad esempio in materia di infrastrutture nazionali, di energia e di turismo -, si è scelta la strada di un totale stravolgimento dell’impianto precedente. Anziché arrivare ad una forma di federalismo o di regionalismo ben articolato ed equilibrato, si è arrivati ad una vera “controriforma” con una fortissima ricentralizzazione dei poteri in capo allo Stato, svuotando di poteri, competenze e responsabilità il sistema delle Regioni a Statuto ordinario, congelando invece gli effetti della riforma stessa per quanto riguarda le cinque Regioni a Statuto speciale. Inoltre la riforma costituzionale triplica le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare e riduce il quorum di validità per i referendum popolari solo a prezzo di un forte aumento (da 500.00 a 800.000) delle firme necessarie per la loro promozione, a fronte delle enormi difficoltà per la certificazione delle firme dei cittadini.
Complessivamente, il combinato disposto della riforma costituzionale e della complementare legge elettorale darebbe vita ad un assetto costituzionale e istituzionale fortemente squilibrato sul lato della presunta “governabilità”, a scapito della altrettanto essenziale – e fondamentale in democrazia – rappresentatività. Non sarà la campagna demagogica e populista sui costi della politica a poter strumentalmente coprire gli squilibri politici e istituzionali, il surrettizio cambiamento della forma di Stato e della forma di Governo, le incoerenze e le numerose complicazioni del procedimento legislativo (basti leggere l’incredibile nuovo art.70), le ripercussioni negative sul sistema delle garanzie costituzionali e dei “pesi e contrappesi”. Garanzie che dovrebbero sempre caratterizzare una autentica democrazia politica e costituzionale, quali erano state delineate dal disegno dei padri costituenti nella Costituzione vigente. Pochi giorni fa Renzi ha sentenziato: “In questo referendum si tratta di ridurre le poltrone. Punto!”. Sinceramente mi sono vergognato per lui e anche per i cittadini italiani che sono invitati a votare con questa demagogia.
Per tutti questi motivi, ritengo necessario sostenere il No nel referendum costituzionale. D’altra parte, il Presidente del consiglio Renzi, e con lui la Ministra Boschi, sbagliano radicalmente nel mettere sullo stesso piano l’esito del referendum e le sorti del Governo. Se il Governo dovesse dimettersi, sarebbe per sua autonoma e discutibile scelta, non per la volontà degli elettori, che sono chiamati a pronunciarsi sul merito della riforma costituzionale e non sulla ipotizzata sconfitta del Governo. In ogni caso, se per propria decisione cadesse il Governo Renzi, non ci sarà alcun obbligo o automatismo di scioglimento delle Camere, essendo questa una esclusiva responsabilità del Presidente della Repubblica. Il quale, per dettato costituzionale, dovrà eventualmente o rinviare l’attuale Governo alle Camere o, dopo opportune consultazioni parlamentari, individuare un altro Presidente del consiglio. Se prevarranno i No, è falso inoltre affermare che si chiuderà il capitolo delle riforme. Un capitolo che si potrà invece tempestivamente riaprire già in questa legislatura, sia per quanto riguarda le leggi elettorali per la Camera e il Senato, sia con singole modifiche costituzionali per le parti più largamente condivise. E, nella prossima legislatura, con un Parlamento più democraticamente legittimato rispetto a quello espresso dal “Porcellum”, con la capacità di elaborare una riforma più equilibrata, più condivisa e più largamente partecipata.

Ri-costituente

5 settembre 2016 by

L’amico senatore Luis Alberto Orellana – favorevole a questa riforma costituzionale – ci inoltra un suo ampio commento ad alcuni passi di quanto, su direfarebaciare, il 3 maggio scorso ha scritto Walter Veltri. Al referendum, Veltri, come il sottoscritto, voterà NO. (G. G.)

Scrive Veltri: «Recentemente è stata definitivamente approvata la riforma Costituzionale, voluta da Renzi, che modifica diversi articoli dell’attuale Carta; tra questi: l’elezione della Camera e del Senato, le funzioni delle Camere, l’elezione del Presidente della Repubblica, l’elezione dei giudici della Corte Costituzionale, il titolo V della Costituzione che disciplina la competenza dello Stato e delle Regioni, le leggi di iniziativa popolare e il referendum. È opportuno esaminare i singoli aspetti».
COMMENTO: La riforma costituzionale non riguarda la legge elettorale della Camera. Si tratta di una altra legge (il cosiddetto Italicum) e non voteremo su quella legge. Andrebbe aggiunto all’elenco anche la abrogazione del CNEL e tolto quindi la elezione della Camera.

Elezione della Camera dei Deputati

Scrive Veltri: «I componenti resteranno 630. L’elezione avverrà con le modalità previste dalla legge elettorale “Italicum”. Essa dispone che alla lista che ottiene il 40% dei voti viene assegnata la maggioranza assoluta (340 deputati).
Se nessun partito raggiunge questa percentuale andranno al ballottaggio le due liste che hanno ottenuto più voti; non sono previsti apparentamenti con altre liste.
La lista che vince, pur avendo ottenuto soltanto il 25% dei voti al primo turno, si vede assegnata il 54% dei parlamentari».
COMMENTO: La spiegazione è fuorviante. Fa intendere che chi ottiene 25% dei voti al primo turno poi ottiene sicuramente il 54% dei voti. E’ possibile ma non è certo. I primi 2 partiti che vanno al ballottaggio potrebbero avere entrambi oltre il 30%. Non è noto e non è possibile prevederlo.
Inoltre la assegnazione del 54% avviene se vince il ballottaggio. Nella spiegazione non viene detto. La legittimazione del premio di maggioranza nasce proprio dal consenso popolare espresso nel ballottaggio.

Scrive Veltri: «Per avere rappresentanti bisognerà raggiungere il quorum del 3%. L’Italia sarà suddivisa in cento collegi i cui capilista verranno automaticamente eletti mentre gli altri dovrebbero essere eletti in base alle preferenze ricevute. Ma potrebbe non essere così in quanto i capilista, potendosi presentare in dieci collegi, determineranno l’elezione del secondo classificato indipendentemente dei voti di preferenza ricevuti».
COMMENTO: qui la spiegazione è più complessa di quanto prospettato. La lista vincente avrà 340 seggi dei quali 100 saranno assegnati ai capilista. Gli altri 240 saranno eletti con le preferenze. Rispetto al “Porcellum” che prevedeva 0 (zero) preferenze la situazione è quindi diversa. Inoltre una persona può fare il capolista in 10 collegi e quindi, nel caso estremo, se 10 persone facessero i capilista in 100 collegi allora ci sarebbero 10 eletti quali capilista e 330 eletti con le preferenze. Il vero problema avviene coi partiti di minoranza che si divideranno gli altri 290 seggi. Se, come è probabile, questi 290 seggi se li divideranno più partiti e non uno solo allora avremo che questi partiti eleggeranno solo capilista e nessuno con le preferenze. In conclusione, avremo fra 250 e 300 deputati eletti con le preferenze che è decisamente di più rispetto a nessun deputato eletto con le preferenze come è avvenuto con il “Porcellum”.

Scrive Veltri: «Dunque l’Italicum” ripropone gli stessi meccanismi del “Porcellum” già dichiarati incostituzionali dalla Corte Costituzionale».
COMMENTO: Non è vero. Sono leggi elettorali differenti. Come già detto nell’Italicum ci sono le preferenze che nel “Porcellum” non c’erano. Inoltre il premio di maggioranza, presente in entrambe le leggi, funziona in modalità totalmente diverse. Nell’Italicum si assegna alla lista (non coalizione) se supera il 40% al primo turno o, in subordine, chi vince il ballottaggio a due. Nel “Porcellum” si assegnava alla coalizione con più voti. Si tratta di due meccanismi completamente diversi dunque.

Scrive Vetri: «Oltre al “Porcellum” nella storia d’Italia soltanto altre due leggi elettorali avevano previsto il premio di maggioranza. La prima, nel 1924, fu la legge Acerbo (dal nome del deputato che la propose). Questa legge assegnava il premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto il 25% dei voti. Naturalmente Mussolini vinse in quanto le elezioni si tennero in un clima di violenza».
COMMENTO: qui concordo. Mussolini vinse le elezioni grazie alla violenza e alle intimidazioni.

Scrive Veltri: «Non bisogna mai dimenticare che la Costituzione è il frutto delle guerra Partigiana che ha portato alla Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazi-fascista. È per questo motivo che l’ANPI nazionale si è decisamente schierato contro questa riforma. L’altra legge che prevedeva il premio fu la cosiddetta legge “truffa” del 1953, decisamente avversata dalle sinistre, PSI e PCI, che assegnava il premio di maggioranza alla lista o alla coalizione di liste che avrebbero ottenuto il 50,1%: cioè la maggioranza assoluta. Rispetto all’Italicum, la legge “truffa” era persino più democratica, in quanto allora andava a votare il 90% circa dei cittadini per cui la maggioranza assoluta rappresentava la maggioranza del Paese, mentre oggi i votanti sono il 60% circa, per cui si ottiene il premio di maggioranza pur essendo minoranza nel Paese».
COMMENTO: ribalto la questione e dico che nella storia repubblicana se ci fosse stato l’Italicum si sarebbe andati sempre al ballottaggio PCI-DC con, immagino, alterne vittorie elettorali. Avremmo forse avuto una democrazia migliore in quanto il PCI non sarebbe stato relegato per decenni all’opposizione e ci sarebbe stata una benefica alternanza fra i due grandi partiti popolari. La storia però non si fa coi se e quindi chiudiamo qui ma per il futuro credo si debba ragionare.

Scrive Veltri: «Avendo la maggioranza della Camera l’incarico del Presidente della Repubblica al candidato premier e la fiducia della Camera saranno delle semplici formalità.
L’altra Camera – che mantiene l’attuale denominazione “Senato della Repubblica” – sarà composta da 95 persone: 74 tra i consiglieri e presidenti di regioni e 21 tra i sindaci (uno per ogni regione). Cinque di loro, scelti dal Presidente della Repubblica, resteranno in carica per sette anni, per la durata del mandato, per cui saranno ovviamente collegati al Presidente che li ha nominati con un’attenuazione della autonomia istituzionale. I Senatori conserveranno l’immunità parlamentare. Una legge ordinaria dovrà stabilire come saranno eletti se indirettamente dai consiglieri regionali o direttamente dai cittadini».
COMMENTO: Anche sulla composizione del Senato ci sono imprecisioni. Si tratterà di 100 senatori. Dalla lettura del testo si evince che saranno 95. Invece si tratterà di: 74 consigieri regionali, 21 sindaci (uno per la provincia autonoma di Trento, uno per la provincia autonoma di Bolzano e uno per ognuna delle restanti 19 regioni) e 5 nominati dal Presidente della Repubblica con un mandato della durata massima di 7 anni non necessariamente coincidente con quello del PdR.
La legge ordinaria citata servirà a definire con quale modalità verranno scelti i futuri senatori fra i consiglieri regionali e, citando testualmente, “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Questa importantissima frase imporrà che sia tenuto conto della volontà popolare nel scegliere i consiglieri regionali.

Funzioni delle Camere

Scrive Veltri: «Spetta esclusivamente alla Camera dei deputati dare la fiducia al Governo, oltre ad esercitare la funzione di indirizzo politico e quella di controllo del Governo.
Al Senato della Repubblica è delegata la rappresentanza delle istituzioni locali, provvedendo a raccordare lo Stato agli altri enti costitutivi della Repubblica I senatori verificheranno l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori.
Il potere legislativo spetta alla Camera mentre il Senato oltre a concorrere all’approvazione delle leggi soltanto nelle materie previste dalla Costituzione può intervenire nelle materie di competenza della Camera. Infatti ogni disegno di legge approvato dalla Camera è trasmesso immediatamente al Senato il quale, su richiesta di un terzo dei componenti, può disporre di esaminarlo. Se vengono avanzate delle proposte di modifica la Camera si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato non chieda di esaminare il provvedimento, la legge viene promulgata.
Questo balletto tra Camera e Senato deve avvenire nei termini, alquanto brevi, previsti dalla riforma per cui diventa difficile immaginare che il Senato avrà voce in capitolo considerato che i Senatori, essendo consiglieri regionali o Presidenti di Regioni e Sindaci, dedicheranno quasi la totalità del tempo all’attività politica nei rispettivi territori che li dovrà eleggere mentre a Roma svolgeranno qualche formalità.
Cessa dunque il “Bicameralismo perfetto”, indicato come il responsabile della lentezze nell’approvazione delle leggi ed uno dei motivi per giustificare la riforma».
COMMENTO: Non capisco dove sia la critica. Da una parte l’esame da parte del Senato del testo approvato dalla Camera viene definito “balletto tra Camera e Senato” mentre successivamente viene rimpianto il “Bicameralismo perfetto” che è proprio l’esame da parte del Senato del testo approvato dalla Camera e viceversa. Insomma sembra di capire che se la cosiddetta “navette” della legge la si propone nella Riforma Costituzionale è “un balletto” mentre se la si trova nella attuale Costituzione è cosa buona e giusta.

Scrive Veltri: «Questa motivazione è una grandissima mistificazione. Oggi in Italia, nessuno conosce il reale numero delle leggi o degli atti aventi forza di legge, le fonti più accreditate stimano in circa 50.000 le leggi attualmente in vigore, mentre in Gran Bretagna sono 3.000, la Germania ne conta 5.500 e la Francia 7.000. Il vero problema del nostro Paese è la qualità delle leggi che debbono essere comprensibili da tutti i cittadini e che non si prestino a diverse interpretazioni, e non la quantità delle leggi».
COMMENTO: Concordo che abbiamo troppe leggi. Il “Bicameralismo perfetto” con l’esame di ogni proposta di legge in Commissione, poi in Aula di un ramo del Parlamento e poi ancora in Commissione e poi in Aula dell’altro del ramo del Parlamento e poi, molto spesso, ancora in Commissione e poi ancora in Aula non ha aiutato a quanto sembra nella quantità (troppe) delle leggi né la qualità (poco comprensibili). Esaminare, in media, una legge 6 volte (3 in Commissione e 3 in Aula) e votare conseguentemente per 6 volte gli emendamenti non mi sembra che ne migliori la qualità né ne riduca la quantità. Mi sembra solo uno spreco di tempo e risorse.
Sembra più sensato esaminare un testo in Commissione, votare gli emendamenti e poi portare il testo in Aula della Camera per un ulteriore esame con voto di emendamenti. Arrivare così all’approvazione di questo testo lasciando al Senato solo la possibilità per un rapido controllo (se lo ritiene) del testo approvato dalla Camera. Questo è quanto prevede la Riforma.

Scrive Veltri: «Con la riforma la Camera perde quasi completamente il potere di iniziativa legislativa, già adesso sta avvenendo, in quanto l’88% delle proposte di legge sono di iniziativa del Governo; a queste vanno sommati i Decreti legge su cui viene posta sistematicamente la fiducia, per cui il Parlamento è completamente esautorato e i Parlamentari di maggioranza sono dei semplici yes-men e ciò avviene nel più assoluto silenzio del Presidente della Repubblica».
COMMENTO: E’ vero che il Parlamento dedica molto del suo tempo ad approvare leggi di iniziativa governativa. Il dato dell’88% penso però vada riferito al totale fra i disegni di legge di iniziativa governativa (poche) e i decreti-leggi (molti). Tuttavia non è vero che il Parlamento sia esautorato in quanto durante l’esame del decreto-legge il Parlamento apporta modifiche spesso anche significative. Le modifiche (detti emendamenti) approvate sono più spesso proposte dai parlamentari di maggioranza che da quelli di opposizione. Questo è ovvio in quanto i parlamentari di maggioranza sono in maggiore sintonia politica col governo rispetto a quelli di opposizione. Non sono quindi dei semplici yes-man.
Per quanto riguarda l’abuso della questione di fiducia per approvare i decreti-legge è un fenomeno spiacevole che però ha una spiegazione. I tempi di conversione in legge di un decreto-legge sono, come noto, 60 giorni. Il Governo decide che un certo decreto-legge inizi l’iter di conversione in un ramo del Parlamento. Supponiamo sia il Senato. In Senato viene assegnato a una Commissione permanente che lo esamina (relazione iniziale del relatore, discussione generale, presentazione degli emendamenti, voto degli emendamenti) e lo passa all’esame dell’Aula dove si ripete lo stesso esame: relazione iniziale del relatore, discussione generale, presentazione degli emendamenti, voto degli emendamenti. Si aggiungono infine la fase delle dichiarazioni di voto dei vari gruppi (ognuno parla per 10 minuti) e il voto finale. Tutto questo iter in un ramo del Parlamento spesso porta via la maggior parte dei 60 giorni disponibili. Quando arriva quindi alla Camera restano magari 3 o 4 giorni prima della scadenza dei 60 giorni. Il Governo allora cosa fa? Piuttosto che far decadere il provvedimento usa la questione di fiducia per una rapida approvazione. Facendo così mette a rischio la esistenza stessa del Governo perché, se per caso, in una questione di fiducia il Governo andasse in minoranza il Primo Ministero si deve recare immediatamente dal Capo dello Stato a rassegnare le dimissioni. Al Senato ogni voto di fiducia è un rischio visti i numeri risicati che ha la maggioranza. Penso quindi che, se potesse, eviterebbe di porre la questione di fiducia almeno al Senato a cui spesso è costretto dalle lungaggini proprio del Bicameralismo.

Scrive Veltri: «La riforma codifica questa situazione: “Il Governo può chiedere alla Camera di deliberare entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di 70 giorni dalla deliberazione”.
Non è più la Camera a decidere autonomamente l’ordine dei lavori ma le viene imposto dal Governo.
Se la riforma entra in vigore la Camera espressione della sovranità popolare perde la centralità legislativa prevista, mentre aumentano in misura abnorme i poteri dell’Esecutivo senza che vengano introdotti i necessari contrappesi.
La Camera oltre a dare la fiducia al Governo e avere la potestà di legiferare ha anche il potere di deliberare lo stato di guerra. La norma prevede infatti che «la Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra». Ammesso che i 630 deputati siano tutti presenti, in soli 316 possono decidere l’entrata in guerra dell’Italia. Quindi la riforma affida alla sola maggioranza il potere di dichiarare guerra».
COMMENTO: Nella Costituzione attualmente in vigore, la deliberazione dello stato di guerra (non la entrata in guerra) avveniva da parte delle Camere in base all’articolo 78 che recita: “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”. Non è definito se le Camere deliberano in seduta comune (presumibilmente si ma non è certo) e con quale maggioranza (quella assoluta? Quella dei presenti? Quella dei votanti?). E’ stato scritto forse volutamente in modo vago considerando che in una drammatica situazione del genere era necessaria flessibilità per poter conferire al Governo i poteri speciali. Considerando che un Governo, attualmente, per poter governare ha bisogno di una maggioranza in entrambi i rami del Parlamento basta che la maggioranza, anche solo dei presenti, decida di deliberare lo stato di guerra e nessuna minoranza può impedirlo.
Nell’articolo 78 come modificato in questa riforma viene scritto invece: “La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari.” Ora è chiaro che saranno necessari almeno 316 deputati per deliberare lo stato di guerra. Questo qualunque sia il numero dei deputati presenti nella seduta in cui malauguratamente si trovasse la deliberazione dello stato di guerra all’Ordine del Giorno.
In conclusione, la nuova formulazione dell’articolo 78 tutela maggiormente la minoranza rispetto all’attuale formulazione e chiarisce quale tipo di maggioranza dovrà essere necessaria alla Camera per poter deliberare lo stato di guerra.
Come già detto, si tratta della deliberazione dello stato di guerra in quanto la dichiarazione dello stato di guerra è responsabilità del Presidente della Repubblica quale capo del Consiglio Supremo di Difesa. Non è una questione di lana caprina. Mi spiego con un esempio. Se l’Italia fosse invasa da un esercito straniero belligerante il Parlamento delibererebbe lo stato di guerra conferendo poteri speciali al Governo per la difesa della Patria. Sarebbe però compito del Presidente della Repubblica dichiarare lo stato di guerra contro queste potenza straniera per poterla attaccare al di fuori dei confini nazionali. Sono situazioni remote e mi auguro che mai avverranno ma conviene capirne le implicazioni evitando di sostenere che sarebbe il Parlamento “a fare entrare l’Italia in guerra” e questo grazie alla Riforma Costituzionale.

Elezione del Presidente della Repubblica

Scrive Veltri: «L’elezione del Presidente, essendo un organo di garanzia e rappresentante dell’unità della nazione, dovrebbe avvenire con il più ampio consenso del Parlamento, come peraltro previsto dalla Costituzione. Invece con la riforma non è più necessario il contributo anche delle opposizioni ma sono sufficienti i voti della sola maggioranza. La norma prescrive che dal quarto scrutinio è necessaria la maggioranza dei 3/5 dell’assemblea cioè 292 voti mentre dal settimo scrutinio la maggioranza dei 3/5 dei votanti. Quindi dal settimo scrutino, se vota il 50% dell’assemblea (basteranno 365 presenze per rendere valida la seduta), il Presidente viene eletto con 146 voti i 3/5 dei votanti. Avremo così un Presidente prigioniero della maggioranza e quindi del Governo con tutte le conseguenze che ne possono derivare».
COMMENTO: Qui il calcolo è proprio sbagliato. Ricapitoliamo tutti i passaggi. Nei primi tre scrutini sarà necessario avere 2/3 dei parlamentari ovvero 487 voti. Si tratta invece, dal quarto scrutinio, di 3/5 del Parlamento in seduta comune ovvero 3/5 di 730 parlamentari quindi 438 parlamentari eleggeranno il Presidente della Repubblica. Considerando che la maggioranza alla Camera sarà di 340 parlamentari sarà necessario che ulteriori 98 parlamentari non della maggioranza votino per un certo candidato Presidente della Repubblica. Fin qui nessuna possibilità di scegliere il PdR senza i voti della opposizione.
Dal settimo scrutinio invece basterà i 3/5 dei votanti ovvero dei presenti. E’ ovviamente altamente improbabile che deputati e senatori si assentino al momento del voto per il Presidente della Repubblica ma proviamo a ipotizzare che si presentino al voto solo i parlamentari di maggioranza (quelli di opposizione assenti magari per protesta) quindi 340 parlamentari. Per votare è ovviamente necessario il numero legale della metà più uno degli aventi diritto quindi 366 (730 diviso 2 più uno). Ancora la maggioranza della Camera non basta. Per dirla tutta, è possibile anzi probabile che alcuni senatori siano dello stesso partito di quello di maggioranza e quindi è possibile che venga eletto il PdR con i soli voti della maggioranza. E’ una ipotesi remota che già ora esiste ma mai ce ne siamo accorti o lamentati. Questo però sempre che le opposizioni masochiste lascino il campo libero alla maggioranza. Un ipotetico aventino del tutto improbabile e, ripeto, masochistico.
Ricordo poi che il voto del Presidente della Repubblica è segreto e personale e stiamo ipotizzando che i parlamentari di maggioranza votino compatti un certo candidato. La storia repubblicana ci dice altro.

Elezione della Corte Costituzionale

Scrive Veltri: «Attualmente dei quindici giudici 5 sono nominati dal Presidente della Repubblica, 5 dalle supreme magistrature ordinarie ed amministrative, 5 dal Parlamento in seduta comune. Per potere eleggere i Giudici Costituzionali oggi è necessario un accordo tra maggioranza ed opposizione in Parlamento, come è avvenuto recentemente. Con la riforma, dei 5 componenti di competenza del Parlamento 3 sono eletti dalla Camera e 2 dal Senato. Anche in questo caso i Giudici Costituzionali, che sono i custodi della Costituzione, devono la propria elezione alla sola maggioranza. Manterranno la libertà di giudizio? Inoltre non si riesce a capire la ratio di questa scelta: 630 deputati eleggono tre giudici mentre 100 senatori ne eleggono 2».
COMMENTO: Anche questo calcolo è errato. Non basta la sola maggioranza per eleggere i 5 giudici costituzionali. Andiamo per ordine: nei primi 3 scrutini è necessario avere 2/3 dei deputati nel caso della Camera quindi 420 su 630 (ricordo la maggioranza è di 340). Nel caso del Senato è necessario 2/3 di 100 senatori quindi 67 su 100.
Nei primi 3 scrutini non basta la maggioranza quindi.
Dal quarto scrutinio è necessario avere 3/5 dei deputati alla Camera o 3/5 dei senatori al Senato. Rifacendo i calcoli si tratta di 378 deputati alla Camera e 60 senatori al Senato. Ancora la maggioranza non è autosufficiente per eleggere i 5 giudici della Corte Costituzionale.

Competenze dello Stato e delle Regioni

Scrive Veltri: «La riforma delinea una competenza esclusiva dello Stato e una delle Regioni eliminando la legislazione concorrente, con buona pace per il federalismo».
COMMENTO: Questo è un punto importante e qualificante della riforma. Eliminare le materie di competenza concorrente fra Stato e Regioni eliminerà una serie di contenziosi che ingorgano la attività della Corte Costituzionale. E’ evidente che avere materie che sono sia dello Stato Centrale sia delle Regioni provoca inevitabilmente che entrambi legiferino su queste materie creando sovrapposizioni o scoperture che generano confusione e inefficienze.
È stata inoltre introdotta la cosiddetta “clausola di supremazia statale”: ai fini della tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica oppure per la tutela dell’interesse nazionale, il Governo può chiedere che la competenza passi allo Stato anche per le materie di esclusiva competenza delle Regioni.
Inoltre è previsto che ad altre Regioni, in presenza di alcuni requisiti, può essere attribuito lo “Statuto speciale”. Invece di toglierlo alle regioni che ne sono provviste ne aumentano il numero.

Leggi di iniziativa popolare

Scrive Veltri: «Viene aumentato da 50.000 a 150.000 il numero di firme necessarie per la presentazione da parte dei cittadini di disegni di legge. Ciò rappresenta un duro colpo a questo strumento di democrazia diretta».
COMMENTO: Ci si dimentica di dire che il Regolamento della Camera prevederà tempi certi per l’esame delle leggi di iniziativa popolare. Ora invece raramente venivano calendarizzate queste leggi.
Va inoltre considerato che il limite delle 50mila firme era stato definito nel dopoguerra quando l’Italia era un paese prevalentemente agricolo con difficoltà di collegamento e con meno di 48 milioni di abitanti. Ora siamo 60 milioni e possiamo comunicare meglio. E’ quindi ragionevole aumentare.

Referendum abrogativo

Scrive Veltri: «Anche in questo caso è modificato l’istituto del referendum abrogativo con l’introduzione di un doppio quorum: se la richiesta è sottoscritta da 500.000 elettori per la validità della consultazione sarà necessaria la maggioranza degli aventi diritto; se viene sottoscritta da 800.000 elettori sarà sufficiente la partecipazione della maggioranza dei votanti all’ultima elezione della Camera dei deputati».
COMMENTO: Questo seconda possibilità ovvero avere un quorum abbassato è una importante e positiva novità che toglierà armi a chi punta all’astensionismo per far fallire i referendum. Infatti il quorum scenderà sotto il 35% quando si saranno raccolte 800.000 firme.
Inoltre sono stati introdotti i referendum di indirizzo che si andranno a sommare ai referendum abrogativi che finora erano gli unici possibili.

Scrive Veltri: «Questa non è una riforma ma una controriforma che accentra maggiormente il potere nelle mani di un’oligarchia rappresentata dai gruppi dirigenti dei partiti i quali secondo l’art. 49 della Costituzione, mai attuato, «dovrebbero concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» e non ad occupare le Istituzioni.
Dall’esame della riforma risulta chiaramente che le motivazioni addotte per giustificare la modifica della Costituzione e che vengono continuamente propinate agli Italiani (cioè: velocizzare l’approvazione delle leggi e contenere i costi della politica) sono delle pure e semplici bugie perché, come si è evidenziato in precedenza, l’Italia ha il più alto numero di leggi rispetto agli altri Paesi europei e per contenere i costi della politica sarebbe stato molto più semplice dimezzare il numero dei parlamentari su cui a parola tutti da sempre sono a favore.
La riforma serve soltanto al partito di turno di governare senza controlli con una Camera addomesticata e con gli organi di garanzia totalmente assoggettati alla maggioranza.
Inoltre la riforma stravolge completamente l’assetto dell’attuale Carta in quanto sposta la centralità dalle Camere al Presidente del Consiglio senza approntare i necessari pesi e contrappesi».
COMMENTO: Per quanto spiegato prima non è vero che un partito di maggioranza governerà senza controlli in quanto resteranno i contropoteri del Presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale e della Magistratura.

Scrive Veltri: «Non bisogna mai dimenticare che la Costituzione è nata dalla Resistenza e dalla lotta partigiana. Per dare all’Italia, liberata dall’occupazione nazi-fascista, una Costituzione laica, democratica, antifascista migliaia di cittadini, di diverso orientamento politico, hanno lottato, sono morti e hanno subito torture per cui è dovere di tutti noi opporci».
COMMENTO: Nessuno dimentica come è nata la nostra Repubblica e il suo fondamento antifascista e democratico ne resta la sua base fondante. I suoi principi restano inalterati nella prima parte della nostra Costituzione. Quegli articoli non sono oggetto di revisione e nessuno li sta quindi mettendo in dubbio.

Scrive Veltri: «Quelle donne e uomini non solo hanno lottato per liberare il paese ma anche per la giustizia sociale. Purtroppo oggi le disuguaglianze sono aumentate, i diritti dei lavoratori sono calpestati, la sanità e la scuola vengono privatizzate, persino l’acqua viene data in gestione alle multinazionali nonostante la stragrande maggioranza degli italiani aveva chiesto, con il referendum, che rimanesse pubblica.
Per avere il diritto di eleggere i propri rappresentanti, per evitare che venga assegnato il premio di maggioranza alla lista minoritaria e per non consentire di fare scempio della Costituzione, chiediamo ai cittadini di firmare ai banchetti la richiesta di referendum».
COMMENTO: Mi spiace constatare una scivolata nella pura demagogia in cui si fa appello a valori e sentimenti cari a tutti ma di cui ci si vuole considerare unici eredi e difensori.
Nel frase finale poi si fa ancora riferimento alla legge elettorale che, come detto e noto, non fa parte della Costituzione e quindi, ovviamente, della sua Riforma.

Un fratello fascista per Madre Teresa

4 settembre 2016 by

Il 24 luglio 1944 Felice Fiorentini, il comandante della polizia speciale Sicherheits Abteilung, era al comando del rastrellamento nazifascista che aveva in progetto di eliminare le forze partigiane arroccate sulle colline e sui monti dell’Oltrepò e che avevano già occupato gran parte del territorio intorno a Varzi. Il colonnello, posto alla guida di centocinquanta allievi ufficiali di artiglieria, venti militi della Gnr e una trentina di uomini della Sicherheits Abteilung, si diresse verso il Brallo.

Sfavoriti dalla natura del luogo e dalle scarse capacità tattiche del comandante, i suoi uomini furono circondati dalle formazioni partigiane e bloccati nei pressi del Torrente Aronchio. Verso sera si ritirarono disordinatamente a Varzi, non prima dell’incendio di una casa e di un cascinale ritenuti, erroneamente, di proprietà di Angelo Gattoni, un partigiano del posto.

La colonna fascista lasciò sul posto diversi morti e cinque dei suoi militi furono catturati.

Tra questi vi era il maggiore albanese della Guardia Nazionale Repubblicana Bojaxhju Laska, fratello della futura Madre Teresa di Calcutta,  ed Elsa Cristofori, milanese, che dalla X° Mas passò alla Sicherheits con Mariuccia Battaini, segretaria di Fiorentini. Gli altri prigionieri furono processati e condannati alla prigionia, mentre la Cristofori, riconosciuta come responsabile di torture e fucilazioni di partigiani, venne fucilata nella piazza di Brallo, davanti alla popolazione. Don Ponti, il parroco del paese, ricorda così quel giorno:

«I tre prigionieri furono condotti al Brallo dove gli animi eccitati, sia dei partigiani che della popolazione presente, determinò la condanna a morte degli stessi. I cosiddetti ribelli non infierirono contro il maggiore albanese ed il suo milite, limitandosi, non so perché all’immediata uccisione di Elsa Cristofori sulla piazza di Brallo».

Successivamente il fratello della futura santa cattolica fu liberato a seguito di uno scambio di prigionieri.

(tratto da Sicherheits. I disperati del fascismo di Marco Bonacossa, edito da Effigie edizioni)

A un ragazzo

4 settembre 2016 by

di Pier Paolo Pasolini

«L’ho accompagnato al treno, con la sua valigetta, dov’era nascosta la rivoltella dentro un libro di poesia. Ci siamo 
abbracciati: era l’ultima volta che lo vedevo», scrive Pier Paolo Pasolini il 15 luglio 1961 su “Vie Nuove”, rispondendo a un lettore che lo interroga sul fratello Guido, partigiano nelle formazioni bianche osovane, assassinato nel febbraio 1945 a seguito dei fatti di Porzûs (diciassette partigiani osovani ammazzati da altri partigiani filo-titini fra il 7 e il 18 febbraio 1945). A quel saluto tornerà in A un ragazzo, poesia del 1958 rivolta al giovane Bernardo Bertolucci e raccolta nel 1961 ne La religione del mio tempo: un componimento in distici di doppi settenari bellissimo e dolcissimo.

Così nuovo alla luce di questi mesi nuovi
che tornano su Roma, e che a noi altrove

ancorati a una luce d’altri tempi,
sembrano portati da inutili venti,

tu, con fresco pudore, e ingenuamente senza
pietà, scopri per te, per noi, la tua presenza.

Col sorriso confuso di chi la timidezza
e l’acerbità sopporta con allegrezza,

vieni tra gli amici adulti e fieramente
umile, ardentemente muto, siedi attento

alle nostre ironie, alle nostre passioni.
Ad imitarci, e a esserci lontano, ti disponi,

vergognandoti quasi del tuo cuore festoso…
Ti piace, questo mondo! Non forse perché è nuovo,

ma perché esiste: per te, perché tu sia
nuovo testimone, dolce-contento al quia…

Rimani tra noi, discreto per pochi minuti
e, benché timido, parli, con i modi già acuti

dell’ilare, paterna e precoce saggezza.
Esponi, orgoglioso, la tua debolezza

di adolescente, leso appena al ridicolo
che ha la troppa umiltà in un mondo nemico…

Al giusto momento, ci lasci, ritorni
alla segreta luce dei tuoi primi giorni:

alla luce che certo tu non puoi dire
né, noi, ricordare, una luce d’aprile

in cui la coscienza con le sue gemme sfiora
solo la vita, non la storia ancora.

Tu vuoi SAPERE, da noi: anche se non chiedi
o chiedi tacendo, già appartato e in piedi,

o tenti qualche domanda, gli occhi vergognosi,
ben sentendo in cuore ch’è vano ciò che osi,

se di noi vuoi sapere ciò che noi ai tuoi occhi
ormai siamo, vuoi che le perdute notti

del nostro tempo siano come la tua fantasia
pretende, che eroica, com’è eroica essa, sia

la parte di vita che noi abbiamo spesa
disperati ragazzi in una patria offesa.

Vuoi sapere le mute paure e le immature azioni
– tra macerie, strade deserte e prigioni –

delle nostre figure per te ormai remote.
Vuoi sapere, e il viso infantile ti si infuoca,

tu, così puro, il male, così limpido l’odio,
ch’è nei riaccesi ricordi su cui inchiodi

l’occhio ferito, parteggiando intero
per chi lottava in nome del sentimento vero.

Vuoi sapere che cosa abbiamo ricavato
da quell’avventura, in che cosa è mutato

lo spirito di questa povera nazione
dove provi tra noi la tua prima passione;

sperando che ogni atto che ti preesiste,
Chiesa 
e Stato, Ricchezza e Povertà, intesa

trovino nel tuo dolce desiderio di vita…
Vuoi sapere l’origine della tua pudica

voglia di sapere, s’essa ha già dato prova
di tanta vita in noi, e adesso cova

già nuova vita in te, nei tuoi coetanei.
Vuoi sapere cos’è l’oscura libertà,

da noi scoperta e da te trovata,
grazia anch’essa, nella terra rinata.

Vuoi SAPERE. Non hai domanda su un oggetto
su cui non c’è risposta: che trema solo in petto.

La risposta, se c’è, è nella pura
aria del crepuscolo, accesa sulle mura

del Vascello, lungo le palazzine
assiepate nel cuore del sole che declina.

Le sere disperate per il troppo tepore
che nei freddi autunni, dimenticato muore,

o, dimenticato, in nuove primavere
torna improvviso – le disperate sere

in cui, tu, felice pei tuoi abiti freschi,
o il fresco appuntamento con giovani modesti

come te, e felici, esci svelto di casa,
mentre nel rione suona la sera invasa

dall’ultimo sole – penso a quel serio, candido
ragazzo, il cui silenzio è nella tua domanda.

Certo soltanto lui ti potrebbe rispondere,
se fu in lui, com’è in te, pura speranza il mondo.

Era un mattino in cui sognava ignara
nei rósi orizzonti una luce di mare:

ogni filo d’erba come cresciuto a stento
era un filo di quello splendore opaco e immenso.

Venivamo in silenzio per il nascosto argine
lungo la ferrovia, leggeri e ancora caldi

del nostro ultimo sonno in comune nel nudo
granaio tra i campi ch’era il nostro rifugio.

In fondo Casarsa biancheggiava esanime
nel terrore dell’ultimo proclama di Graziani;

e, colpita dal sole contro l’ombra dei monti,
la stazione era vuota: oltre i radi tronchi

dei gelsi e gli sterpi, solo sopra l’erba
del binario, attendeva il treno di Spilimbergo…

L’ho visto allontanarsi con la sua valigetta,
dove dentro un libro di Montale era stretta

tra pochi panni, la sua rivoltella,
nel bianco colore dell’aria e della terra.

Le spalle un po’ strette dentro la giacchetta
ch’era stata mia, la nuca giovinetta…

Ritornai indietro per la strada ardente
sull’erba del marzo nel sole innocente;

la roggia tra il fango verde d’ortiche
taceva a una pace di primavere antiche,

e i rinati radicchi da cui vaporava
un odore spento e acuto di rugiada,

coprivano il dorso della vecchia scarpata
grande come la terra nell’aria riscaldata.

Poi svoltava il sentiero in cuore alla campagna:
liberi nell’umile ordine, folli nella cristiana

pace del lavoro, nel parlante amore muti,
tacevano gelseti, macchie d’alni e sambuchi,

vigne e casolari azzurri di solfato, –
nel vecchio mezzogiorno del vivido creato.

Chiedendo di sapere tu ci vuoi indietro,
legati a quel dolore che ancora oscura il petto.

Ci togli questa luce che a te splende intera,
ch’è della nuova gioventù ogni nuova sera…

Noi invecchiati ora nient’altro diamo
che doloroso amore alla tua lieta fame.

Anche la tua stessa pietà, che cosa dice
se non che la vita solo in te è felice?

Perché, per fortuna, quel nostro passato,
vero, ma come un sogno, è nel tuo cuore grato.

In realtà non esiste, ne sei libero e cerchi
di esso solo quanto può adesso valerti…

Nella tua nuova vita non è esistito mai
fascismo o antifascismo: nulla, di ciò che sai

perché vuoi sapere: esiste solamente
in te come un crudele dolce fiore il presente.

Che tutto sia davvero rinato – e finito –
sia tutto – è scritto nel tuo sorriso amico.

È vizio il ricordare, anche se è dovere;
a quei morti mattini, a quelle morte sere

di dodici anni or sono, non sai se più rancore
o nostalgia, leghi il nostro cuore…

L’ombra che ci invecchia fosse astratta coscienza,
voce che contraddice la vitale presenza!

Fosse, com’è in te, la spietata gioia
di sapere, non l’amarezza di sapere ch’è in noi!

Ciò che potevamo risponderti è perduto.
Può parlarti – se, tu ragazzo, sai il muto

suo nuovo linguaggio di ragazzo – soltanto
chi è rimasto laggiù, nella luce del pianto…

Era ormai quasi estate, e i più bei colori
ardevano nel mite, friulano sole.

Il grano già alto era una bandiera
stesa sulla terra, e il vento la muoveva

fra le tenere luci, riapparse a ricolmare
di festa antica l’aria tra i monti e il mare.

Tutti erano pieni di disperata gioia:
sulla tiepida polvere delle vie ballatoi

e balconi tremavano di fazzoletti rossi
e stracci tricolori; pei sentieri, pei fossi

bande di ragazzi andavano felici
da un paese all’altro, nel nuovo mondo usciti.

Mio fratello non c’era, e io non potevo
urlare di dolore, era troppo breve

la strada verso il granaio perso nei campi, dove
per un anno l’ingenua, eternamente giovane,

povera nostra mamma aveva atteso, e ora
era lì che attendeva, sotto il tiepido sole…

Ma ha ragione la vita che è in te: la morte,
ch’è nel tuo coetaneo e in noi, ha torto.

Noi dovremmo chiedere, come fai tu, dovremmo
voler sapere col tuo cuore che si ingemma.

Ma l’ombra che è ormai dentro di noi guadagna
sempre più tempo, allenta ogni legame

con la vita che, ancora, un’amara forza
a vivere e capire invano ci conforta…

Ah, ciò che tu vuoi sapere, giovinetto,
finirà non chiesto, si perderà non detto.

Olimpiadi: o Roma o Marte

3 settembre 2016 by

Olimpiadi 2024 a Roma? No, grazie! E nemmeno a Milano…
di Paolo Ferloni

La candidatura di Roma ad ospitare le Olimpiadi fra otto anni, nel 2024, è purtroppo ancora in discussione, nonostante sia stata oggetto di numerosi interventi, anche sulla stampa, in cui furono e sono esposti argomenti che dimostrano quanto Roma e l’Italia siano impreparate e inadeguate al grande evento, e quanto l’iniziativa sia antieconomica, irrazionale e sconveniente, o meglio conveniente (forse) soltanto a chi l’avanza. Sicché si merita una ferma e motivata opposizione.
Purtroppo è dal 2014 che il partito o casta dei sostenitori dell’aberrante proposta insiste e non demorde anzi continua imperterrito le proprie manovre senza aver mai risposto con argomenti seri, veri e incontrovertibili alle critiche e domande di chi si oppone, in particolare dei cittadini romani.
E che molti romani siano contrari si era già ben capito – chi vuole intendere, intenda – durante la propaganda elettorale nelle settimane prima delle elezioni amministrative e del ballottaggio del 19 Giugno 2016, quando appunto il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Presidente del CONI Giovanni Malagò e il candidato del PD, Roberto Giachetti, avevano sperato che il dichiararsi a favore dei Giochi a Roma per il 2024 potesse raddrizzare le malaugurate sorti del PD nella competizione con Virginia Raggi, la candidata-sindaco del M5S che si era schierata contro le Olimpiadi già dal 24 Giugno 2015, quando era semplice consigliere comunale e la Giunta guidata da Ignazio Marino aveva fatto approvare la candidatura a maggioranza. Il coro di grandi giornali nazionali e televisioni pubbliche e private, tutti schierati pro-candidatura in appoggio a Giachetti, non riuscì, nonostante l’enfasi, a convincere i romani.
Ora che l’avv. Raggi è stata eletta sindaco, ed il suo assessore all’urbanistica è un urbanista esperto e competente come Paolo Berdini, i fautori delle Olimpiadi del 2024 non sembrano in vena di maggior serietà, e col favore della risonanza mediatica dell’evento di Rio e della stampa italiana per lo più conformista, stanno ancora cercando di far passare ad ogni costo la pretesa candidatura, forse perché ciò che pensano i cittadini a loro non interessa. A loro interessa costruire a Tor Vergata 17000 o anche solo 8000 nuovi alloggi, con impianti nuovi che dopo i Giochi diventino inutili; e recitare una litania di preventivi sottodimensionati facendo passare inosservata una serie di omissioni sottintese e di previsioni di servizi inesistenti e irrealizzabili.
Le Olimpiadi del 2024 e lo sport per loro sono soltanto un pretesto, che tutt’al più possono far passare per “popolare”: quello che costoro cercano di ottenere ad ogni costo sono i sugosi affari prevedibili per chi si aggiudicherebbe gli appalti per muovere terra e costruire gli edifici necessari nella periferia romana, opere fallite come quelle di Tor Vergata nemmeno terminate per i campionati mondiali di nuoto del 2009. Ovvio che tra i principali sostenitori vi sia la famiglia Caltagirone, del gruppo Caltagirone attivo nei settori di grandi lavori, cemento, immobiliare, finanziario e dell’editoria e che il Messaggero sostenga a spada tratta le Olimpiadi a Roma nel 2024 e stia facendo opposizione alla nuova maggioranza in Comune di Roma.
Delle Olimpiadi di Atene fu detto giustamente che gli organizzatori e il Governo greco fecero «il passo più lungo della gamba». Il “Corriere dello Sport” (8 agosto 2014) informava che dopo 10 anni risulta «abbandonata o a pezzi la metà degli impianti costruiti per i Giochi del 2004 (costati 10 miliardi di euro). Senza un progetto di riutilizzo, la crisi economica ha mandato tutto in malora». E – senza ridere — chi pensa che l’Italia sarebbe pronta a fare meglio della Grecia?
Anche a Londra nel 2012 i costi lievitarono in misura esagerata, fino a risultare, con 15 miliardi di dollari, i più costosi Giochi estivi in assoluto (Oxford Olimpic Study, 1° luglio 2016). C’è di peggio: secondo questo studio, le Olimpiadi in generale sono risultate il grande evento che di solito sfonda di più i tetti di bilencio calcolati dagli organizzatori, e quindi che presenta il massimo rischio finanziario tra i mega-eventi mondiali.
Se non basta la contrarietà dei cittadini di Roma, si può pensare che anche gli altri italiani meno faciloni, nella presente congiuntura economica del Paese, non vedano bene un Governo che si arroghi il diritto di far partecipare la nazione nel 2024 ad un’avventura economica imprevedibile e irresponsabile, e ciò al principale scopo di foraggiare un certo numero di amici degli amici dietro il paravento, un tempo più nobile e meno sospettato di imbrogli, dello sport e dei giovani. Si festeggino gli atleti italiani e le medaglie meritate in Brasile nell’agosto 2016, ma si ritiri la dannosa e improvvida candidatura di Roma per il 2024.
Infine una nota sorridente per lo spirito faceto di Roberto Maroni, presidente della Regione Lombardia, che ha perso una buona occasione di tacere nei giorni scorsi: ha detto che per le Olimpiadi si potrebbe candidare Milano nel 2028 o nel 2032, anni in cui la sua età sarà ormai nella settantina avanzata, e forse egli potrebbe non essere in condizione di dar contributi utili né alla Regione né al successo di Giochi olimpici. Per il momento, ci basterebbe invece che fosse in grado di dire qualcosa di intelligente sul riuso dell’area EXPO a vantaggio dei cittadini lombardi.

Il Ciancia

24 agosto 2016 by

di Giovanni Giovannetti

Attorno al corpo straziato di Pasolini, la mattina dopo sembrano abbondare gli sciacalli. In una fotografia di Antonio Monteforte – scattata quel 2 novembre 1975 e riproposta dal “Manifesto” il 23 luglio 2016 – Aldo Colonna riconosce più d’un appartenente alla malavita romana: Pasquale Esposito, «un elemento ambiguo coinvolto in una storia analoga a quella della “Uno” bianca non ancora completamente scritta»; Dante Filacchione, «ufficialmente responsabile di una biblioteca periferica verosimilmente usata come copertura di attività criminali, sposato con Anna Maria Cavola, figlia di un ex dirigente Eni (il nome di Cavola sarà presente in una lista di 120 nomi in possesso di Pasolini)»; Nicolino Selis, camorrista “cutoliano”, altro cliente dell’avvocato Rocco Mangia (quello che la P2 mette a disposizione di Pelosi) «evaso o fatto uscire da Regina Coeli il 27 ottobre, ripreso o rientrato il 6 novembre ed evaso il 10 successivo» (come “Johnny lo zingaro”, altro possibile massacratore: scarcerato il 30 ottobre, torna in cella il 6 novembre); Massimo Barbieri e Maurizio Abbatino detto “Crispino”, due futuri componenti della banda della Magliana. E c’era l’“Albino”, sodale di “Scimmietta” (quest’ultimo era forse presente la notte prima, alla guida di una ennesima Alfa Romeo, a sommarsi con le auto di Pinna e Pasolini). Infine, «quello che abbiamo ritenuto per molto tempo un poliziotto in borghese, in primo piano con il giubbotto di pelle nera nell’atto di accendere una sigaretta, è invece il Ciancia», legato ai servizi segreti, elemento di spicco della mala di Trastevere.
A “Crispino” il capo del Sismi Giuseppe Santovito era solito inoltrare benauguranti saluti. La sua presenza tra il pubblico dell’Idroscalo era già stata segnalata da Carmelo Abbate in Bolero (Piemme, 2014), romanzo-verità che vede protagonista uno dei ragazzetti a sinistra nella foto: è il sedicenne Umberto Cicconi, nipote del boss della vecchia “mala” Ernesto Cicconi detto “Bolero”, i cinque punti della malavita tatuati sul braccio, futuro fotografo personale nonché fiduciario del leader socialista e presidente del Consiglio Bettino Craxi.
Insomma, scrive Colonna, «si assiepano intorno al morto ammazzato lupi famelici riuniti a vario titolo e per conto di tribù diverse. Per sincerarsi che la preda morta lo sia davvero, per riferire a chi di dovere che il sabba si era concluso come da programma, qualcuno per farsi avanti ed offrirsi come manovalanza per altri e più “alti” incarichi».
L’autore della fotografia morrà nel 1993 in un ben strano incidente stradale: lo investe un furgone rubato, l’autista fugge, le pellicole e le fotocamere che aveva con sé non verranno ritrovate, «ma già nei giorni del delitto Pasolini girava voce che qualcuno volesse far sparire i negativi del reportage: solo oggi ne capiamo il perché».
Nella sua inchiesta Colonna accenna poi a un elenco di 120 persone che Pasolini «custodiva gelosamente nella sua cassaforte nell’abitazione di via Eufrate. Erano i nomi coinvolti nel tentativo di golpe, quelli che crearono “una crociata anticomunista con l’aiuto della Cia”. Vi comparivano alti responsabili dei Servizi segreti, giornalisti collusi, personaggi dell’Arma importantissimi. La lista venne trafugata sei mesi prima di morire, il furto non fu denunciato».

Il binario morto vivente

11 agosto 2016 by

La strage di piazza della Loggia e le “convergenze parallele” delle verità storiche e giudiziarie

di Marco Bonacossa

Sono passati 41 anni dalla strage di piazza della Loggia a Brescia. Era il 28 maggio 1974: pochi mesi prima esordiva sula canale televisivo americano ABC la serie “Happy days”, in aprile cadeva con la “Rivoluzione dei garofani” la dittatura militare portoghese e a maggio i sostenitori del divorzio trionfavano con la vittoria del NO nel referendum.

Pochi giorni fa sono state presentate le motivazioni per la condanna all’ergastolo in appello di Carlo Maria Maggi (classe 1934) e Maurizio Tramonte (classe 1941).

Un percorso giudiziario iniziato nel 1979 e che ha visto ben 3 processi, 10 gradi di giudizio e decine di imputati infine assolti. Molti di loro rientrano anche in altre storie processuali legate alle stragi avvenute in Italia nel lustro ’69-’74. Nomi sconosciuti all’opinione pubblica e noti soltanto ai protagonisti di allora e agli studiosi degli Anni di piombo.

Carlo Maria Maggi, medico veneto, era il responsabile della cellula veneziana di Ordine nuovo, insieme a Franco Freda tra i più importanti esponenti veneti del gruppo e iscritto al Movimento Sociale Italiano, che poi lo espulse nei primi anni settanta. Nell’87 è condannato a 12 anni per reato associativo nel processo per la strage di Peteano, nell’88 a 9 anni per ricostituzione del partito fascista. Assolto con sentenza definitiva per la strage di piazza Fontana e per quella alla questura di Milano.

Maurizio Tramonte, la “fonte Tritone” dei Servizi segreti italiani, si è detto meravigliato della sentenza e, senza fare però alcun nome, ha dichiarato che i mandanti e i responsabili della strage sono ancora a piede libero.

Senza addentrarci ora nel ginepraio giudiziario riguardante questa ed altre stragi (è comunque importante farlo per approfondire la materia), ci si trova per l’ennesima volta di fronte all’evidenza di come la verità storica e quella giudiziaria percorrano “convergenze parallele”. Se la verità giudiziaria richiede prove certe ed indiscutibili certificate da perizie tecniche e scientifiche, la verità storica si serve anche di queste ma, soprattutto, di una visione d’insieme che va oltre le rilevazioni peritali e si sostiene su procedimenti logico deduttivi e/o induttivi. Premessa fondamentale è, ovviamente, la conoscenza generale del macro fenomeno storico (nel nostro caso la guerra fredda), per poi approfondire un’area particolare (nel nostro caso l’Europa occidentale sotto l’ombrello della Nato e quindi l’Italia). Infine è fondamentale conoscere la politica americana, condivisa da ampi settori militari e politici italiani, di “salvaguardia” della giovane democrazia tricolore dal pericolo comunista, riassumibile sommariamente con la definizione di “Strategia della tensione”.

Al di là delle singole responsabilità processuali, per Maggi e Tramonte aspettiamo il verdetto in Cassazione, è necessario che chiunque si addentri in queste tematiche, giornalisti in primis, conosca tutto questo e che, nelle università, nelle scuole superiori o negli incontri pubblici, i professori o gli studiosi della materia chiariscano non solo il panorama storico ma il doppio binario della verità, quello storica e quella giudiziaria. Se dovessimo infatti giudicare la Storia e le singole responsabilità individuali basandoci esclusivamente sulle sentenze vedremmo che l’unica strage per la quale sono stati individuati i colpevoli materiali (sono molti i miei personali dubbi su queste condanne) è quella di Bologna del 2 agosto 1980 e che per tutte le altre sono sconosciuti i nomi dei mandanti e degli esecutori. Soltanto proseguendo nella ricerca storica è possibile continuare a percorrere la via della verità camminando su quegli stessi binari che, per interesse o per difficoltà contingenti, qualcuno vuole morti.

Dalla parte delle ragazzine

9 luglio 2016 by

di Mauro Vanetti

La vicenda di Antonio Ricci è nota (il pediatra è accusato di molestie a sfondo sessuale su una minore) e ci ha lasciati increduli. Ma a tratti, paiono anche più incredibili taluni commenti che ne sono seguiti. Ben lo rimarca questa lucida lettera di Mauro Vanetti al quotidiano locale.

Chi di fronte al caso di Antonio Ricci invoca castrazioni e lapidazioni evidentemente si pone fuori dalla civiltà. E su questo c’è poco da aggiungere. 
Sono però turbato anche dalle reazioni di segno opposto, ossia dall’innocentismo a priori, che usa motivazioni lombrosiane del tipo «Era così gentile», «Era così competente», «Era il segretario del PD».
A quanto vedo una parte consistente della Pavia benpensante (cito ad esempio la lettera abominevole di un famoso professore pubblicata da questo giornale) appartiene a questa scuola di pensiero. Come niente fosse si esterna pubblicamente, addirittura scrivendo alla stampa, la convinzione priva di alcun fondamento razionale che la ragazzina non sia vittima ma carnefice. Siccome l’accusato fa parte di un entourage “per bene”, si cercano accanitamente interpretazioni assolutorie di messaggi in chat che, se corrispondenti a quanto riportato, a qualunque persona civile paiono inaccettabili.
Siamo insomma di solito al solito meccanismo per cui una donna o una ragazza o una bambina vittima di abusi sessuali deve essere sempre screditata o perlomeno la sua parola deve sempre essere messa in forte dubbio. Stupisce che proprio quella parte di città che si riempie la bocca di progressismo e diritti civili sia su questo tema ancora così arretrata.
Prima di parlare e scrivere, forse bisognerebbe pensare alla ragazzina e ai suoi familiari. Certo, non sappiamo neanche come si chiamano. Certo, magari sono persone umili e fuori dal giro dei laureati e dei politicanti. Certo, è solo una minorenne che non fa parte del mondo degli adulti che contano, che si incontrano ai convegni, alle cene, alle manifestazioni politiche e culturali.
Per me essere di sinistra vuol dire stare istintivamente dalla parte del più debole, anche se non ho il suo numero di telefono in rubrica, o perlomeno essere disposto ad ascoltare pure la sua versione dei fatti.
Un po’ di rispetto e compostezza sarebbe auspicabile, se non ci si vuole poi stupire, da bravi borghesi che leggono giornali di centrosinistra e regalano mimose l’8 Marzo, che in Italia le vittime di stupri e molestie tacciano quasi sempre.

Scimmia italiana

8 luglio 2016 by

Corresponsabilità. Come dimenticare ciò che disse Roberto Calderoli (Lega Nord) comiziando a Treviglio nel luglio 2013: «Ogni tanto, smanettando con internet, apro il sito “il governo italiano” e cosa mi viene fuori? La Kyenge. Io resto secco. Io sono anche un amante degli animali, eh, per l’amor del cielo. Ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie e tutto il resto. Però quando vedo uscire delle sembianze di un orango, io resto ancora sconvolto». Era l’altro ieri. La Procura di Bergamo chiese al Senato l’autorizzazione a procedere contro l’esponente leghista, per istigazione all’odio razziale. Nel settembre 2015 il Senato nega.

Vomito

7 luglio 2016 by

A Fermo un razzista italiano urla a un rifugiato nigeriano «tua moglie è una scimmia». Lui reagisce e quell’altro, il razzista, lo uccide. Di seguito, il commento di alcuni frequentatori del sito de “Il Giornale”. Senza commento, anzi uno solo: vomito.

Memphis35
Mer, 06/07/2016 – 10:34

Certe situazioni ce le siamo cercate. E pervicacemente. A proposito: mamma RAI ci ha stamani comunicato, esultante, che nella sola giornata di ieri sono stati salvati più di 4000 migranti. Non rimane che spalmarli fraternamente su tutto il territorio nazionale. Evitando, ça va sans dire, le “macroconcentrazioni”. E la gag continua….

heidiforking
Mer, 06/07/2016 – 10:37

Quando è il contrario chi se ne frega vero?!!! Speriamo sia l’inizio della liberazione da questi parassiti!!!!!

host8965
Mer, 06/07/2016 – 10:37

A quale tranquilla e moderata ideologia si rifarà il signore citato nell’articolo?

UnoNessunoCentomila
Mer, 06/07/2016 – 10:59

Ma la risorsa ha sdradicato un palo per picchiare l’italiano!!!! Quindi era chiara l’intenzione di uccidere!! l’italiano si è solo difeso, peraltro A MANI NUDE in modo proporzionale all’attacco ricevuto.Quindi è chiara la legittima difesa.Per quanto riguarda l’offesa ricevuta la coppia di “migranti” poteva tranquillamente rivolgersi alle forze dell’ordine per denunziare il fatto. Oppure i fans della macchietta biancovestita pensano che sia lecito il ricorso alla violenza del nigeriano???

franco-a-trier_DE
Mer, 06/07/2016 – 11:02

SONO D’ACCORDO CON L’ITALIANO CHE IL MIGRANTE STIA AL SUO PAESE NON AL NOSTRO QUESTO NON SUCCEDEREBBE.

giangol
Mer, 06/07/2016 – 11:04

mi sembra si tratti di una normale rissa.

lorelei95
Mer, 06/07/2016 – 11:10

Siamo solo all’inizio.

Una-mattina-mi-…
Mer, 06/07/2016 – 11:40

Aspetto adesso la versione dell’italiano

fabiotiziano
Mer, 06/07/2016 – 11:50

Il vero titolo dovrebbe essere:”Italiano ultrà insulta moglie di immigrato chiamandola scimmia, alla sua reazione lo picchia fino a mandarlo in coma.” Questo per non stravolgere sempre la realtà a vostro piacimento.

ANGELO LIBERO 70
Mer, 06/07/2016 – 12:05

… ultrà insulta deliberatamente la donna di un altro … quello prende un palo ma viene massacrato di botte … legittima difesa … certo certo …

nem0
Mer, 06/07/2016 – 12:10

Se dovessimo reagire a tutte le provocazioni degli immigrati alle nostre donne non ci sarebbero più pali

maurizio50
Mer, 06/07/2016 – 12:18

Questi sono i risultati delle scelte “intelligenti” del duo Alfano&Renzie; dei proclami di Mozzarella; delle lezioncine Boldriniane e delle omelie del parroco Argentino! Gli Italiani sono stufi!!!!!!

elkid
Mer, 06/07/2016 – 12:27

——————-condannate subito l’italiano a 30 anni di carcere duro per tentato omicidio——senza se e senza ma—hasta siempre

Clericus
Mer, 06/07/2016 – 12:29

Io lo definirei semplicemente un esercizio di comunicazione non verbale….

timoty martin
Mer, 06/07/2016 – 12:38

Queste reazioni arrivano perchè noi, Italiani, non ne possiamo più di questa invasione “imposta da questo governo incapace”, non accettiamo più di vedere sperperate le nostre misere risorse finanziarie e siamo stanchi di politici che non ci difendono. Speriamo sia l’inizio di una rivolta generale per liberare il NOSTRO PAESE da questi invasori fanullori e prepotenti.

lisanna
Mer, 06/07/2016 – 13:04

l’italiano se la passerà assai male, omicidio con aggravante, vuoi scommettere, di razzismo. REFERENDUM COME IN UNGHERIA EXIT COME IN UK

cicocichetti
Mer, 06/07/2016 – 13:21

@elkid ah ah ah pulcino, la giustizia non funziona così

Tuthankamon
Mer, 06/07/2016 – 13:27

Questi sono gli effetti collaterali di un’immigrazione insensata e scriteriata.

blackindustry
Mer, 06/07/2016 – 13:32

Ma guarda quanti servi del potere che trollano su questo Giornale…poveracci… Non vi pubblicano nemmeno sull’Unita’, solo qui’ riuscite perche’ Il Giornale e’ democratico che da spazio anche ai minus habens come voi. Se un nigeriano (grossi e forti) ti picchia con un palo e’ per ucciderti, e tu reagisci a mani nude che fai, ti dosi per farlo desistere ma poi ti fermi in tempo…si vede che siete leoncini da tastiera e non avete mai fatto risse reali…voi solo risse su videogame, ignoranti sottomessi passivi.

bandog
Mer, 06/07/2016 – 13:39

Scusate e tutte le volte che queste risorse insultano aggrediscono ???

Malacappa
Mer, 06/07/2016 – 13:49

Finalmente un ITALIANO VERO bravo.

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