Senza pudore

24 maggio 2019 by

Jacopo Vignati, 31 anni, è il segretario provinciale pavese della Lega Nord. Da qualche mese il Vignati è anche presidente dell’Aler di Pavia e Lodi, l’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale che gestisce un notevole patrimonio di edilizia pubblica nelle due provincie.
Ebbene, questo tale ha preso carta e penna e indirizzato una lettera a tutti gli inquilini Aler di Pavia invitandoli – lui, il presidente dell’Aler – a votare alle elezioni Amministrative pavesi per il leghista Fabrizio Fracassi e alle Europee per l’altrettanto leghista Angelo Ciocca: «Per favorire ancora di più il nostro impegno sulle politiche abitative in questa tornata di elezioni comunali ed europee» si legge, «potete anche voi fare qualcosa di concreto per portare a casa altre opportunità di crescita per la vostra realtà». E questo atto concreto, stando al presidente Aler, è votare «Fabrizio Fracassi a Sindaco della Città di Pavia». La lettera prosegue con l’invito, alle Europee, a dare la preferenza ad «Angelo Ciocca, persona che conosce la nostra realtà». Firmato Jacopo Vignati. Senza pudore.

Annunci

Elezioni

23 maggio 2019 by

Alle elezioni amministrative pavesi del 26 maggio darò la mia preferenza a Pierangelo Monni e Stefania Vilardo di Insieme per Pavia, candidati nella lista Pavia a colori. Loro e non altri perché appartengono al gruppo che in questi anni più di chiunque ha svolto un documentato controllo civico sull’operato della pubblica amministrazione, denunciando illeciti urbanistici (Greenway, Punta Est, Santa Clara ad esempio), impedendo speculazioni immobiliari sopra importanti aree verdi come il parco della Vernavola ed impedendo le infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto socioeconomico cittadino.
Ecco perché Stefania, ecco perché Pierangelo: per difendere la legalità, la trasparenza e la partecipazione nella pratica amministrativa, stimolare progetti di valorizzazione dell’ambiente storico e naturale, cominciare ad immaginare nuove prospettive per una città che potrebbe trasformare le sue criticità in risorse, per esempio le aree dismesse.
Ma soprattutto per fare fronte comune contro una destra che taglia finanziamenti all’Università, al polo sanitario, ai trasporti e all’edilizia pubblica, con il risultato di un peggioramento della nostra qualità della vita, senza contare le politiche di aggressione ai diritti dei più deboli o di chi è ritenuto un diverso.

Giovanni Giovannetti

L’inumano

26 aprile 2019 by

di Giovanni Giovannetti

La lotta di Liberazione, ha scritto il 25 aprile scorso Marco Revelli sul “Manifesto”, «fu la vittoria dell’umano sull’inumano».
Ma quale etica pubblica e politica possiamo permetterci settant’anni dopo? Quella di chi è allegramente keynesiano con le banche e i bancarottieri e tristemente liberista con i lavoratori? Quella di una società ormai priva di mobilità sociale che vede sempre più dilatarsi la forbice delle diseguaglianze? Quella della società di ceto – cioè basata su ceti immobili – che si sta palesando all’orizzonte?
Tra le conseguenze, c’è la distruzione della società salariale e dello stato sociale, mentre s’impongono le aggressive economie delle transazioni finanziarie. Le retribuzioni italiane sono ormai di gran lunga inferiori alla media europea (nel 2000 erano di oltre 4 punti percentuali sopra). Con la precarizzazione del lavoro cresce il senso di insicurezza, la sfiducia nel futuro e nella possibilità di mantenere il proprio benessere. Negli ultimi vent’anni più di 120 miliardi di euro – l’8 per cento del Prodotto interno lordo – sono passati dai salari ai profitti, 5.200 euro in media all’anno a lavoratore, 7.000 euro se escludiamo i lavoratori autonomi (mentre i primi cinque manager nazionali continuano a guadagnare insieme circa 102 milioni di euro, equivalenti al salario lordo di 5.000 operai. Contemporaneamente, il potere d’acquisto delle pensioni è drammaticamente sceso del 33 per cento e tra i più giovani un minorenne su tre è a rischio povertà). Una montagna di denaro sottratta all’economia produttiva e ricollocata in ambito finanziario ormai al collasso: crisi annunciata, poiché da tempo in incubazione. La casta politico-economica ha pensato di spalmarla sui lavoratori, sui pensionati e sulla piccola e media borghesia impoverita, spostando su comodi capri espiatori (gli zingari, gli immigrati) l’«eccesso di paura» (Bauman) e la frustrazione di chi è povero o si vede scivolare lungo la china della povertà. È quel disagio generalizzato della cittadinanza che Alessandro Portelli sullo stesso numero del “Manifesto” ha amaramente definito degli “ammazzanani”: invece di prendersela con le élite al potere, vecchi e nuovi poveri danno addosso a chi è ancora più povero – zingari, immigrati, marginali – derubricati a non-cittadini.
Il vuoto politico e l’incapacità di incontrare chi è più toccato dalla crisi sembrano minare lo stesso principio di democrazia. Finita l’era dei partiti-chiesa, invocare l’“uomo forte” ormai non pare un tabù, e qualcuno già si dispone a occupare quello spazio. La fuga a destra del Partito democratico in un Paese dai già ridotti ammortizzatori sociali rende ancora più esplicita l’incapacità di rappresentare chi sta facendo fatica.
La forbice si allarga: aumentano i profitti per mafie e affaristi e, specularmente, calano quelli delle famiglie, dei pensionati e dei precari, sempre più numerosi. Il vero conflitto è tra i poveri senza speranza di emancipazione e questo “nuovo Potere” cattivo, aggressivo e autoreferenziale: mero prolungamento nel sociale delle lobbies economico-finanziarie, da qualche anno la politica ha chiamato l’esercito nelle strade delle principali città a tastare il polso agli italiani militarizzando l’ordine pubblico.
L’attuale radicalizzazione del conflitto sociale sembra richiamare quelle misure, degne di uno Stato autoritario, volte a impedire con ogni mezzo la saldatura tra il sempre più tangibile e frammentato arcipelago senza rappresentanza dei precari a vita (mantenuti in concorrenza fra loro), il ceto medio in difficoltà e i pensionati con la minima. Andiamo ormai verso la sospensione di alcune garanzie fondamentali, siamo alle prove generali di regime, in cammino verso un nuovo “ordine” volto a soffocare ogni forma di dissenso e a sostituire la democrazia con la democrazia apparente, la legalità apparente.
Un passo indietro mezzo secolo e risuona l’eco dell’Italia repubblicana descritta da Pasolini in romanzi, film, articoli, poesie. Un altro passo ancora ed ecco l’Italia precapitalistica descritta da Leopardi nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani (1824), l’eco dell’individualismo popolare e dell’arretratezza di una classe dirigente miope e benestante, attenta al suo tornaconto e chiusa ermeticamente alle novità socioculturali che attraversavano l’Europa. Sembra oggi.

Alla fiera dell’Est

22 aprile 2019 by

L’altra Resistenza: osovani, fascisti e quel “fronte unico” anticomunista
di Giovanni Giovannetti

Guido Pasolini, fratello minore di Pier Paolo, è tra i partigiani della Osoppo massacrati nell’eccidio di Porzûs, in Friuli, del febbraio 1945; un martirio che segnerà Pier Paolo per tutta la vita.
Ma una scottante verità preme allo scrittore mentre lavora a Petrolio: la verità sulle relazioni intercorse tra la brigata partigiana Osoppo e la Decima Mas repubblichina di Junio Valerio Borghese, tanto che, per saperne di più, nell’estate 1971 lo scrittore chiede inutilmente di incontrare il principe filo-golpista. Purtroppo Borghese è ormai latitante in Spagna.
Pasolini avrebbe potuto allora rivolgersi a qualche altro testimone diretto, come ad esempio l’ex maestra e missionaria del fascismo Maria Pasquinelli, agente di collegamento tra Governo del Sud e Borghese e fautrice di quell’accordo: vent’anni prima a Lucca, al processo per l’eccidio di Porzûs, Pasquinelli aveva ammesso d’aver preso contatti con l’Osoppo «attraverso l’ufficiale che il Borghese mi aveva indicato», e che i capi osovani «si dichiararono pronti a trattare in merito personalmente con il Borghese» (e deponendo al “processo Borghese” dirà inoltre che fu «introdotta presso le formazioni Osoppo per mezzo dei partigiani Enea e Bolla», i partigiani osovani Gastone Valente e Francesco De Gregori, poi massacrati a Porzûs. In seguito negherà d’aver conosciuto Bolla).
Ma la conferma più autorevole arriva dallo stesso Borghese, e proprio al processo lucchese: «Vi fu un incontro a Vittorio Veneto fra il capitano Morelli ed un signore che allora si faceva chiamare colonnello Verdi e che recentemente ho saputo chiamarsi Grassi».
Di questi incontri se ne potrebbero contare forse due: come scrive l’aiutante di campo di Borghese Mario Bordogna, «il 1° gennaio 1945, d’accordo col comandante Borghese, il capitano Morelli ebbe un primo abboccamento col capo partigiano Verdi (nome di battaglia di Candido Grassi) alla presenza del tenente Boccazzi» (Alfonso Cino Boccazzi, ambigua figura di ufficiale del Sim badogliano, “catturato” dalla Decima).
Verdi è tra i firmatari, il 23 giugno 1945, della denuncia per l’eccidio di Porzûs. A dire di Bordogna, il partigiano aveva infine avanzato «una sorprendente proposta: formare un gruppo il cui comandante sarebbe stato un elemento della Decima (che avrebbe dovuto fornire le armi) e il vicecomandante un elemento della “Osoppo”». Inutile ricordare che «l’accordo da stipulare per la formazione di questo gruppo militare-partigiano sui generis, avrebbe ovviamente contemplato anche un patto di reciproca non-aggressione».
Di più: questi “italiani” si autoproclamano patrioti e nazionalisti ma sono collaborazionisti di un esercito di occupazione, quello tedesco. Doppiamente collaborazionisti: dall’ottobre 1943 il Friuli, la Venezia Giulia, la provincia di Lubiana, Fiume, Gorizia e le isole del Quarnero, sottratte alla Repubblica sociale, passano infatti sotto l’autorità civile del Gauleiter di Klagenfurt. Il Nordest è rinominato Adriatisches Künstenland, Litorale adriatico, e si prospetta a fine guerra, se vinta, un suo qualche accomodamento nella futuribile Grande Germania.

Osovani in camicia nera

A fronte di uno scenario tanto magmatico, che dire poi degli osovani in camicia nera visti all’opera nel cosiddetto “presidio di Ravosa”, costituito il 28 gennaio 1945 (pochi giorni prima dell’eccidio di Porzûs) in un “patriottico” accordo tra la Milizia fascista e il comandante della 1ª Divisione Osoppo Marino Silvestri Alfredo (è la Divisione a cui appartiene Guido Pasolini, il fratello minore di Pier Paolo; nel dopoguerra ritroveremo Silvestri in Gladio), con il beneplacito di Francesco De Gregori Bolla e del suo delegato politico Alfredo Berzanti Paolo, il futuro primo presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia. Al processo di Lucca diranno che era per proteggere Ravosa dai saccheggi dei cosacchi, alleati e complici delle malefatte di nazisti e camicie nere.
L’accordo è preceduto da vari incontri preparatori di Silvestri, Berzanti e altri osovani – Dino Bonetti Tullio, Agostino Benetti Gustavo e Armando Cuberli Astrakan – con il capitano della Milizia difesa territoriale Bruno Valter Pozzi e il federale udinese Mario Cabai, quest’ultimo legato a Bolla da «fraterna amicizia» sin dai tempi del comune apprendistato militare all’Accademia di Modena. Costoro – fascisti, osovani, spioni e clero – son tutti votati a comuni intendimenti antislavi, tanto da confezionare false notizie che davano per imminente una «invasione slava» del Veneto e giustificare anche così quello strano miscuglio di forze formalmente nemiche inscenato a Ravosa; arrivano persino a prefigurare un attacco al presidio partigiano sloveno di Robedischis, approvato tra gli altri dallo stesso Bolla.
Al solito, non viene meno la tolleranza germanica (come scrive Jože Pirjevec, «è un fatto che gli osovani intrattennero rapporti “diplomatici” con la Wehrmacht e con i suoi collaboratori cosacchi»). Pare incredibile ma, guidati da ufficiali repubblichini e da loro addestrati e armati di tutto punto, questi osovani prenderanno parte a più d’un rastrellamento anti-garibaldino. Al processo di Lucca ne ha dato fra gli altri testimonianza Zeffirino Rossi Amos, un garibaldino arrestato nel marzo 1945 dai doppiogiochisti del presidio di Ravosa e rinchiuso nel collegio Marconi di Udine: da lì, il prigioniero vede «gli osovani uscire ed entrare con la macchina e la moto, ed io mi domandavo come potevano fare ciò».
E sempre a Lucca, l’osovano Francesco del Negro: «Ci dissero di andare a Ravosa e qui giunti ci dissero di andare a vestirci a Udine con la divisa dei repubblichini. Con me erano diversi altri. Ci dettero la divisa grigio verde, una camicia nera ed una camicia grigio verde. Sul berretto ricordo che c’era il fascio».
Ermenegildo Qualizza, altro osovano, ai giudici: «Il presidio era comandato da ufficiali repubblichini. Il comandante è sempre stato un tenente e c’erano anche tre sottufficiali». Qualizza puntualizza che era «vestito come gli altri, in grigio verde, ed avevamo due camicie una grigio verde ed una nera». Ma ben di peggio Qualizza ammette di aver preso parte a rastrellamenti antigaribaldini: «Ricordo che a Udine un giorno, mentre facevamo istruzione, ci portarono a un rastrellamento e bisognò andare» (questa circostanza è confermata dal capitano della Milizia fascista Bruno Valter Pozzi e da altri testimoni).

La realtà è romanzesca

Altrettanto surreale appare la deposizione di Remigio Rebez detto “la belva di Udine”, nuotatore paracadutista della Decima Mas di stanza al Centro di repressione presso la famigerata caserma “Piave” di Palmanova, un luogo in cui lo stesso Rebez tortura e ammazza i partigiani: come si legge, la maggior parte erano garibaldini, mentre i pochissimi dell’Osoppo «erano trattati benissimo e io stesso sono andato con loro al cinematografo». Rebez porta numerosi esempi, concludendo che «i patrioti dell’Osoppo arrestati sedevano alla mensa unitamente ai sottufficiali del Comando della Milizia» (questa deposizione, resa a Udine del 13 giugno 1945, è agli atti del processo lucchese di Porzûs).
Su un altro piano, Rebez ricorda il capitano delle SS Pakebusch, (comandante del centro di repressione antipartigiana della caserma “Piave” di Palmanova) gradito ospite a Villa Mangilli del facoltoso marchese Ferdinando Mangilli, esponente dell’Osoppo e membro dell’Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno.
Questa “guardia civica” patriottica e anticomunista di Ravosa è gerarchicamente alle dipendenze del comando tedesco; associa osovani, camicie nere, cani sciolti e gli alpini repubblichini del Reggimento “Tagliamento” (fucilatori di partigiani, a guerra ormai finita confluiranno nella Osoppo), poiché l’ombra lunga dello strano consorzio sembra riverberarsi sull’Italia a venire: nel “presidio” si intravvede infatti il primissimo vagito di Gladio.

A ciascuno il suo

20 aprile 2019 by

In risposta a Luigi Furini
di Giovanni Giovannetti

Secondo l’ex Consigliere comunale di maggioranza/opposizione Luigi Furini, negli ultimi dieci anni «Pavia non ha fatto passi avanti». Ah, Pavia non ha fatto passi avanti?
Nel maggio 2009 un candidato sindaco pavese venne sorpreso a Canossa, al desco del capo mandamento locale reduce da nove anni di galera per narcotraffico. Ora quel capo mandamento nuovamente pasteggia in galera, a scontare una ulteriore condanna a 18 anni di reclusione per associazione mafiosa (e già questo è un bel passo avanti); e a quel suo temporaneo compagno di merende mal gliene colse poiché, cinque anni dopo i pavesi, destra inclusa, si guarderanno bene dal confermarlo.
Il suddetto mafioso si era nel frattempo vocato alla politica locale e alle cointeressenze: infatti, al mafioso faceva capo una società immobiliare condivisa, guarda un po’, con un Consigliere comunale di centrodestra, lo stesso personaggio che nel 2009 verrà elevato dal vittorioso sindaco reduce da Canossa al rango di presidente della Commissione comunale Territorio. Dopo gli arresti dell’indagine Crimine-Infinito (finisce ai ceppi anche il nostro malavitoso) quel chiacchierato consigliere o presidente di centrodestra passerà in un amen dalle 502 preferenze ottenute nel 2009 alle 280 di cinque anni dopo (meno 222!) e non verrà rieletto.
Stessa sorte elettorale per l’ex assessore ai Lavori pubblici nonché socio in affari di un amico degli amici (colui che si faceva passare per la “mente politica” del sindaco votato a Canossa) quell’amico degli amici poi condannato a undici anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Un altro bel passo avanti, caro Furini, lo si compie nel 2015, quando i vertici politici e contabili della compartecipata municipale sono sbullonati dalle loro cadreghe d’oro e consegnati brevimano alla giustizia. Il motivo? Hanno rubato all’incirca un milione e ottocento mila euro (ma il danno complessivo per la municipalità è calcolabile in più di 4 milioni di euro!).
Si scoprirà che presidente ed altri esponenti apicali della suddetta compartecipata avevano lucrato un po’ su tutto, persino sulle diarie (il presidente si auto-elargiva 2500 euro al mese in rimborsi, in aggiunta allo stipendio; agli altri cifre di poco inferiori): sorpresi con le dita nella marmellata, hanno dovuto restituire il maltolto.
Insomma, nel 2014 in cabina elettorale i pavesi hanno saputo tenere occhi ben aperti: se avessero confermato il sindaco canossiano, molto probabilmente i destrorsi trapananti della municipalizzata sarebbero ancora lì a rubare e non in galera, a meditare sulle loro malefatte.
C’è dell’altro. Negli ultimi cinque anni non abbiamo più avuto scandali urbanistici come lo scandalo di Punta Est, ma condanne: condannato a tre anni di reclusione un dirigente comunale infedele (abuso d’ufficio e truffa); condannato fra gli altri un ex vicesindaco riciclatosi lobbysta degli affaristi (quattro anni per corruzione). Di più: salutato il sindaco di Canossa e taluni amici degli amici, il nuovo Consiglio comunale non ha deliberato altre lottizzazioni abusive e altro inutile consumo di suolo, come invece si era visto fare nel recente passato: a triste esempio, nel 2010 centrodestra al governo e centrosinistra all’opposizione votarono congiuntamente – e scandalosamente – una lottizzazione abusiva lungo la Greenway dalle parti di Montemaino, in pieno Parco della Vernavola (assessore all’urbanistica era l’attuale candidato sindaco del centrodestra) là dove albergavano gli interessi di un ex consigliere comunale di… centrosinistra: delibere poi cancellate dal Tar.
Né si sono più visti documenti di Giunta che autorizzano l’edificazione di palazzine in delicate aree del centro storico (come le ortaglie delle Clarisse) o la destinazione a residenziale di estese aree nell’alveo del Ticino, ovvero in zone fluviali soggette ad allagamenti.
Gli esempi abbondano, lo spazio no. Allora mi fermo augurando al Furini fortune sportive migliori di quelle avute come pubblico amministratore.

Un uomo onesto, un uomo probo

12 marzo 2019 by

di Giovanni Giovannetti

Sfiduciato dal suo stesso partito, il sindaco di Pavia Massimo Depaoli si è dimesso dopo anni difficili, anni di “fuoco amico” sul più onesto primo cittadino degli ultimi vent’anni.
I reali motivi alla base del ben strano comportamento di taluni consiglieri comunali di maggioranza li ha sintetizzati Fabrizio Merli sulla “Provincia Pavese” di domenica 10 marzo, là dove ricorda l’opposizione di Depaoli al progetto di parcheggio sotterraneo in piazza Castello nonché i suoi legittimi impuntamenti sulla governance di Asm, dopo che la frammentazione di questa compartecipata in un buon numero di controllate (e relativi cda) più che favorirne la funzionalità è servita a farne il maldestro porto dei traffici dei Chirichelli dei Filippi dei Tedesi e degli Antoniazzi, poi messi ai ceppi non certo dall’allora opposizione consiliare di sinistra ma su denuncia di tale Duccio Bianchi da Firenze, e non Pavia, che del sindaco galantuomo diverrà il fiduciario.
Ora, il Partito democratico è quello che è, localmente non brilla in preveggenza e visioni. Ma che la cosiddetta società civile si riduca a tappetino del presunto socio di maggioranza, condividendo senza fiatare la scomunica di Depaoli, lo ritengo inaccettabile (anche a me, per dire, sarebbe piaciuto applaudire il decollo dell’Arsenale creativo, e ancor più vedere la città dei Saperi e dei sapori fare decisi passi avanti, con un bel Centro congressi all’area Neca e tanto indotto portato a regime, per dire).
E poiché al peggio non c’è limite, dopo aver sfiduciato Depaoli, grottescamente a sinistra ci si dichiara in continuità con il suo dettato (allora perché non ricandidarlo…) così che da tutta questa confusione la destra trarrà ulteriori benefici, sia che candidi a sindaco Niutta o Fracassi oppure Paperino.
E comunque, incrociando le dita, vedremo se la brava candidata del centrosinistra Ilaria Cristiani, se eletta saprà fare fronte alle pressioni di chi vuole costruire un parcheggio sotterraneo tale da indurre all’uso dell’auto per recarsi in centro, invece di scoraggiarlo; e se saprà mantenere la compartecipata Asm nelle mani di persone competenti e non di arpie, come invece è stato anche prima della truffaldina gestione Chirichelli. Vedremo. E speriamo.

Tra pianti e pianti e pianti

23 gennaio 2019 by

Giornata della Memoria. Ricordiamoci anche di loro
di Giovanni Giovannetti

C’è una pagina della nostra storia nazionale che da quasi ottant’anni si fatica a leggere. Quella dei crimini, anche a sfondo razziale, compiuti dall’Esercito italiano in Africa e nei Balcani.
Maggio 1941. Germania, Italia e Ungheria occupano la Slovenia, e la provincia di Lubiana viene annessa al Regno d’Italia. Ma temendo la resistenza sociale ben più di quella armata, il comandante supremo della Seconda armata d’occupazione generale Mario Roatta il 1° marzo 1942 emana la famigerata “circolare 3c” contro la popolazione civile slovena.
Roatta dispone rappresaglie, incendi di case e villaggi, razzie, torture, esecuzioni sommarie, la cattura e l’uccisione di ostaggi, internamenti di civili e militari nel campo di concentramento nell’isola di Arbe (Rab) in Croazia e in quelli di Gonars in Friuli, Monigo presso Treviso, Chiesanuova di Padova o Renicci d’Anghiari in Toscana. Se possibile, queste misure saranno rese ancora più draconiane dalle circolari integrative del comandante dell’undicesimo Corpo d’Armata generale Mario Robotti, altro delinquente («si ammazza troppo poco», dirà), e dell’alto commissario per la provincia di Lubiana Emilio Grazioli (come Roatta è nell’elenco dei criminali di guerra italiani).

I non umani

E si badi, a usare la mano pesante con i civili non sono le Camicie nere di Mussolini ma uomini dell’Esercito fedele al re e alla corona, che vedono gli sloveni come dei selvaggi piantagrane, alieni e inanimati: uno sguardo deumanizzante, l’alibi per ogni sorta di arbitrio, come quello che oggi provoca una tutto sommato modesta indignazione per la morte di 200 esseri umani che annegano nel Mediterraneo.
Stando all’ex partigiano e studioso del movimento di liberazione sloveno Tone Ferenc, nella sola provincia di Lubiana verranno «fucilati o come ostaggi o durante operazioni di rastrellamento circa 5.000 civili, ai quali vanno aggiunti i circa 200 bruciati e massacrati in modi diversi. 900 invece i partigiani catturati e fucilati. A loro si devono aggiungere oltre 7.000 persone in gran parte anziani, donne e bambini morti nei campi di concentramento in Italia. Complessivamente moriranno più di 13.000 persone su 340.000 abitanti, il 2,6 per cento della popolazione». A questo triste bilancio aggiungeremo l’incendio di 3.000 case, l’internamento di 33.000 persone, la distruzione di 800 villaggi. La Commissione di Stato jugoslava per l’accertamento dei crimini di guerra ha inoltre accusato Roatta e sodali di aver ampiamente disatteso la seconda Convenzione internazionale dell’Aja relativa ai prigionieri, ai feriti e agli ospedali; di aver disposto la fucilazione di partigiani fatti prigionieri e di ostaggi; di aver ordinato l’internamento dei componenti di intere famiglie e villaggi e di aver consegnato i civili incolpevoli ai tribunali militari; di aver ordinato che i civili fossero ritenuti responsabili di tutti gli atti di sabotaggio commessi nelle vicinanze della loro abitazione e che, per rappresaglia, si potesse sequestrare il loro patrimonio, distruggere le loro case e procedere al loro internamento.
Sul fronte economico si registra la depredazione delle risorse slovene pianificato dall’Iri, l’Istituto italiano per la ricostruzione industriale sorto nel 1933.

Criminali in divisa

Che dire di più? In applicazione delle severe disposizioni di Roatta, la notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942 Lubiana è posta in stato d’assedio e i Granatieri di Sardegna capitanati da Taddeo Orlando, affiancati da collaborazionisti slavi, rastrellano per settimane con «metodo deciso» migliaia di civili (un quarto degli uomini validi «prescindendo dalla loro colpevolezza» dirà Orlando) e 878 di loro vengono internati nei campi di concentramento. Altri rastrellamenti avverranno tra il 27 giugno e il 1° luglio – con il fermo di 17mila civili – e dal 21 al 28 dicembre, con l’arresto di oltre 500 persone; tra loro donne, vecchi e bambini. Pochi, i più fortunati, li deporteranno in alcune città del nord Italia. Ma in questa “strategia della snazionalizzazione” – come l’ha chiamata Davide Conti – sono 33mila gli sloveni internati in duecento lager in Italia e sul posto, a morire di freddo, stenti, tifo e dissenteria (per Robotti erano «inconvenienti igienici»).
Come si legge in una relazione del 9 settembre 1942 di Roatta a Robotti, «si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione e di sostituirle in posto con popolazioni italiane». Altri rastrellamenti seguiranno nei centri più importanti del Paese.
«Dicono che donne e bambini e vecchi, a frotte, o rinvenuti nei boschi o presentatisi spontaneamente alle nostre linee costretti dalla fame e dal maltempo, sono stati intruppati, e avviati (tra pianti e pianti e pianti) ai campi di concentramento». Lo si legge al giorno 25 settembre 1942 del Diario di don Pietro Brignoli, cappellano militare del secondo Reggimento Granatieri di Sardegna.
Tutti i fermati – scrive il tenente dei Carabinieri Giovanni De Filippis in una delle sue periodiche relazioni – «sfilano davanti a una commissione di ufficiali della divisione Granatieri e di confidenti: secondo le indicazioni fornite da questi ultimi, si procede senza altri accertamenti: la parola dei confidenti diventa Vangelo. E così trecentomila abitanti della Slovenia restano in balìa dei confidenti…» (26 giugno 1942). Di questa commissione sono autorevoli componenti il questore di Lubiana Ettore Messana e l’ispettore capo di pubblica sicurezza Giuseppe Gueli (altri criminali di guerra): coadiuvati dal coordinatore del locale ufficio Ovra Ciro Verdiani il questore, l’ispettore e i loro tirapiedi interrogano i prigionieri e li torturano flagellandoli, bastonandoli, colpendoli al basso ventre, infliggendo bruciature o esponendo i testicoli alla corrente elettrica (non mancano i casi di stupro su alcune detenute).
Quando i detenuti vengono consegnati al Tribunale speciale di guerra, a reggere la pubblica accusa trovano il tenente colonnello Enrico Macis, altro “criminale di guerra”, altro vessatore impunito (dal novembre 1941 al settembre 1943 questo Tribunale sentenzierà la morte di 83 civili e partigiani). Macis non manca poi di manifestare il suo compiacimento per le deportazioni: come scrive il 26 aprile 1943, «nello scorso anno le autorità militari con apprezzato senso di opportunità avevano rastrellato la città ordinando l’internamento di tutti gli uomini dai 18 ai 35 anni». A Macis e Messana la Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra addebiterà la fabbricazione di false prove a carico di parecchi imputati.

L’inquisitore diventa partigiano

Passata la guerra, a Macis verrà conferita la qualifica di “Partigiano combattente”. Non bastasse, nel 1946 l’ufficio informazioni dello Stato maggiore dell’Esercito gli commissionerà uno studio sui problemi di carattere giuridico in ordine ai crimini di guerra. Come affidare ad Al Capone uno studio sul consumo illegale di alcolici…
Sempre a Lubiana, negli anni di Ettore Messana e di Emilio Grazioli, la città è attraversata da veri e propri squadroni della morte con licenza di uccidere a vista i “ribelli”. Sono sorprendenti le analogie con gli assalti paramilitari in Sicilia nel 1946-1947 contro cooperative, Camere del lavoro, sindacalisti ed esponenti della sinistra (verranno uccisi 27 militanti del Pci), anni in cui, nell’isola, Messana ricopre la carica di ispettore capo.
Sì, perché dopo la liberazione, ritroveremo i torturatori Messana e Verdiani non in galera, non silenziosamente pensionati, ma l’uno dopo l’altro a occuparsi di antimafia alla guida dell’ispettorato di pubblica sicurezza per la Sicilia, ovvero a depistare indagini e a coltivare relazioni con latifondisti, mafiosi, monarchici e banditi come Salvatore Giuliano.

La pulizia etnica

Dalle parole di Giovanni De Filippis e dai metodi criminali dei funzionari di polizia e del magistrato competente traspare l’incapacità degli alti comandi di esercitare il controllo del territorio tramite il consenso. E quale sarebbe allora il “piano b”, a fronte del fallimento di una tale assimilazione affrettata e forzata? Ai suoi uomini il generale Mario Robotti parla chiaro: bisogna «far coincidere i confini razziali con quelli politici», ovvero fare pulizia etnica. Ne conviene l’alto commissario Grazioli che, in una lettera del 24 agosto 1942, sottopone al ministro degli Interni il suo piano di soluzione del «problema» della popolazione slovena: «distruggendola, trasferendola, eliminando gli elementi contrari», ovvero la “soluzione finale”.
In totale, 109.437 jugoslavi verranno deportati nei campi di concentramento fascisti in Italia. Ad Arbe, Carlo Alberto Lang, capitano medico incaricato di un sopralluogo, segnala che tra il settembre e l’ottobre 1942 in trenta giorni muoiono 209 persone, di cui 62 bambini sotto gli 11 anni. E al medico provinciale che segnala i numerosissimi casi di «dimagrimento patologico con l’assoluta scomparsa dell’adipe anche orbitario, ipotonia e ipotrofia grave dei muscoli, edemi da fame negli arti inferiori, vomito» e insistenti epidemie tra gli attendati nel campo di Arbe, il generale Gastone Gambara (altro “criminale di guerra”) il 17 dicembre 1942 cinicamente replica quanto fosse «logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento, in quanto “individuo malato = individuo tranquillo”».
Numerosi internati ad Arbe verranno poi trasferiti in Italia. Dal diario del maresciallo della marina jugoslava Franc Ljubič, internato a Gonars e addetto dell’infermeria, 25 novembre 1942: «Questa gente di Arbe… Solo pelle e ossa, madri con i neonati, bambini di 4/5 anni, ragazze di 15/16. All’infermeria è giunta una donna che non ha potuto lavare per quattro settimane il figlioletto di un mese e mezzo. Quando fu lavato era come se rinascesse, però del freddo si vedevano già i segni. Nell’altro settore dell’infermeria, oggi tre morti ed un nato».
Ad Arbe moriranno circa 4.500 internati. E non tragga in inganno la clemenza accordata a 1.500 ebrei riparati in Dalmazia dalla vicina Croazia, sottraendoli momentaneamente ai tedeschi e ai violentissimi ustascia croati di Ante Pavelic, poiché «l’incertezza dei vertici militari circa la consegna degli ebrei», scrive Davide Conti, è da ascrivere «alle conseguenti reazioni che si potrebbero scatenare nelle milizie cetniche e anticomuniste» di estrazione ultracattolica che sono al fianco dell’esercito italiano nella guerra antipartigiana: questi collaborazionisti «difficilmente avrebbero accettato un così evidente allargamento del peso politico croato nella regione». Non fosse arrivato l’8 settembre, tutto questo avrebbe assunto le dimensioni del genocidio.

L’Italia si auto assolve

Nel dopoguerra, in quell’Europa divisa in due, in Italia si enfatizzeranno, decontestualizzandole, la diaspora dalmata-istriana e le foibe, mentre si minimizzeranno, sino alla rimozione, le violenze compiute dall’esercito italiano nei confronti della popolazione civile slovena, dalmata, montenegrina, croata, greca, russa e albanese, in aggiunta alle violenze già a referto in Libia (100mila vittime su 800mila abitanti: un genocidio) e in Etiopia (nel Corno d’Africa tra il 1935 e il 1943 si contano 300mila vittime). Calerà il silenzio anche sui bombardamenti di natura terroristica compiuti dalla Regia aeronautica italiana sulla città basca di Durango il 31 marzo 1937 (morti 289 civili) e su Barcellona in Catalogna tra il 16 e il 18 marzo 1938 (670 morti) durante la Guerra civile spagnola. Sono atti criminali non inferiori a quello tedesco e italiano del 26 aprile 1937 su Guernica (quattro settimane dopo la strage di Durango), a torto ritenuto il primo atto di terrore dal cielo deliberatamente compiuto contro la popolazione civile.
Insomma, brandendo il paradigma dell’“italiano buono”, benevolmente assunto dall’opinione pubblica, sui nostri crimini cala l’oblio e l’Italia si auto assolve, cancellando dal senso comune (e dai testi scolastici) la memoria dei nostri omicidi e ogni traccia dei nostri campi di morte.

C’è del marcio in piazza Italia

12 gennaio 2019 by

Ponte della Becca sul Po. Come lucrare sulle disgrazie e farla franca
di Giovanni Giovannetti

In un articolo uscito più di cinque anni fa sul settimanale “il Lunedì” ho provato a sollevare alcune perplessità sullo strano ripristino del malandato ponte della Becca sul Po, elencando tre dubbi interventi di «somma urgenza» per la sua messa in sicurezza, tutti assegnati in via diretta e senza bando di gara all’ingegner Gian Michele Calvi. Avevo scritto che questi lavori erano costati più di 8 milioni di euro in pubblico denaro senza risolvere il problema. Avevo poi segnalato che tra i fornitori risulta una ditta, l’Alga, indagata a L’Aquila per gli isolatori fuori norma (frode in pubbliche forniture, costate 7.124.752 euro). Tutto vero, tutti zitti.
Il 22 marzo 2014, chiedo allora alla Provincia «copia dei verbali di somma urgenza del dirigente Lavori pubblici Luigi Re» nonché «le perizie giustificative dei lavori relativi alla prima, alla seconda e terza fase da parte dello Studio Calvi srl». Sulle perizie, laconicamente il dirigente al settore Lavori pubblici Barbara Galletti (che nel frattempo è subentrata a Re) mi risponde picche.

Ponte della stecca?”

Porto allora i miei dubbi e qualche documento in Procura. Partono le indagini e solo ora ne riscontriamo i risultati, a dir poco sorprendenti.
Nelle carte di piazza del Tribunale, si legge infatti che il dirigente dei lavori pubblici Luigi Re ha attestato «falsamente di aver eseguito un sopralluogo, successivamente certificato con la redazione di un apposito verbale» tale da giustificare l’indebito incarico per “somma urgenza” all’ingegner Gian Michele Calvi (vedi il caso, l’ingegnere figura tra i più fraterni amici del direttore generale della Provincia Carlo Sacchi) facendo quindi apparire «come imprevisto e imprevedibile un evento che, di converso, era noto ai pubblici ufficiali che quindi avrebbero dovuto procedere», pur astenendosi dal pubblicare il bando di gara, «alla consultazione di almeno tre operatori economici».
Per questo motivo al Sacchi si imputa d’aver esautorato «il dirigente del settore Lavori pubblici dall’esercizio delle proprie funzioni» per poi affidare al Calvi le prestazioni ingegneristiche relative al ponte.
Si legge altresì che Gian Michele Calvi «si sostituiva alla stazione appaltante» ovvero all’amministrazione provinciale «nell’individuazione degli operatori economici» chiamati al capezzale del ponte male in arnese.
È della partita anche Barbara Galletti (la dirigente subentrata a Re il 30 dicembre 2010), colei che ci aveva negato la consultazione dei principali documenti: non diversamente da chi l’ha preceduta Galletti, stando all’accusa, avrebbe sottoscritto «i contenuti tecnici predisposti e “dettati” nelle periodiche relazioni redatte dallo stesso studio Calvi».

“Assolti” per aver commesso il fatto

Lavori indebitamente assegnati in via diretta e senza bando di gara… Atti amministrativi di affidamento diretto scritti con la penna di chi i lavori se li vede affidare… Ditte “amiche” ingaggiate bypassando il committente istituzionale… Tutto questo prefigura quanto meno il reato di turbativa del processo decisionale da parte della pubblica amministrazione.
Ma… c’è un “ma”, e ben lo rimarca il sostituto procuratore pavese Paolo Mazza nella sua Richiesta di archiviazione del 7 novembre 2018: pur accertate le malefatte, scrive, tutti questi reati devono ritenersi prescritti al 16 aprile 2018 «anche a causa dell’estrema tardività nella conoscenza della notizia di reato, rispetto alla commissione dei fatti, nonché il protrarsi delle capillari ed articolate attività di indagine».
Detta in questo modo parrebbe che i nostri indagati l’abbiano fatta nuovamente franca; ma attenzione, non è del tutto così poiché nelle righe finali Mazza chiede – e il Gip Fabio Lambertucci dispone – che una copia di questi atti venga trasmessa alla Procura della Repubblica presso la Corte dei Conti di Milano. Sì, c’è del marcio in Piazza Italia.

Addio a Grazia Nidasio

26 dicembre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

La notte di Natale, quasi novantenne se ne è andata Grazia Nidasio; era l’indiscussa caposcuola del fumetto italiano, la “madre” o madrina di storie come Valentina Mela verde (uscito a puntate sul “Corriere dei Piccoli” a partire dall’ottobre 1968) e di molti altri personaggi: Stefi e Miura (sorella minore e fratello maggiore di Mela verde) Nicoletta e Scaramacai, Violante e il Piccolo Mugnaio bianco della pubblicità…
Se a Valentina Morandini detta “Mela verde” Grazia Nidasio ha legato la sua popolarità (una ragazzina racconta nel suo diario le alterne vicissitudini del passaggio dall’infanzia all’adolescenza), è per noi indimenticabile un capolavoro come la saga del Dottor Oss, da un racconto di Jules Verne, magistralmente disegnato “all’antica” (e cioè con i testi a piè di vignetta) su sceneggiatura di Piero Selva alias Mino Milani, ovvero uno dei più grandi – se non il più grande – narratore d’avventura e di mistero del Novecento italiano.
Il sodalizio tra Milani e Nidasio sulle pagine dei “Corriere dei Piccoli” era cominciato nel 1956 con I ladri del fiume, un romanzo agreste a puntate cui seguirà, nel 1959, Il fiume non si ferma (e nell’illustrare questo romanzo la Nidasio passa dai suoi sereni personaggi ai soldati in guerra).
La collaborazione si estende ai fumetti: La principessa Brambilla – dall’omonima fiaba di Ernst T. Hoffman – è del 1965; seguiranno Il Signor Martino nel 1967 e La luce azzurra nel 1969. Tra il 1964 e il 1969 i due autori lavorano al Dottor Oss, uscito la prima volta sul “Corrierino” del 2 agosto 1964. Ricorda Nidasio: «quando Mino scriveva le puntate in redazione, noi scommettevamo che avrebbe battuto l’episodio senza fermarsi un momento. E così accadeva. Quando il ticchettio della macchina da scrivere cessava, il testo era lì, uscito perfetto e pulito come se il fantasma di Verne in persona glielo avesse dettato. C’era solo da impaginare».
Il Dottor Oss è la storia di uno scienziato irascibile che Piero Selva (Milani) imbelletta d’avventura, trasfigurandolo da cattivone qual’era in cavaliere ottocentesco e ricavandone una trama che oggi definiremmo steampunk, quel filone della fantascienza moderna che inserisce elementi ipertecnologici in una ambientazione storica. La prima puntata esce il 2 agosto 1964 sul numero 31 del “Corrierino”, introdotto da questa breve nota: «Giulio Verne scrisse anche racconti umoristici come questo Dottor Oss che probabilmente ancora non conoscete, e che troverete assai divertente».
Lo scienziato Girolamo Oss da Quinquendone, ha scritto Pier Luigi Gaspa, «è protagonista di vicende fantastico-fantascientifiche che lo avvicinano ai temi cari all’Indiana Jones di Steven Spielberg oppure, per rimanere nell’ambito del fumetto, a Martin Mystere» di Alfredo Castelli. Il successo del Dottor Oss fu immediato, tanto che, racconta Milani, «si decise di continuarlo: e stavolta fui libero di raccontarlo come pensavo, e di tentare di rapportarlo al personaggio di Grazia Nidasio, al suo stile, alla sua nobiltà».

Lettera sentimentale all’Anpi di Pavia

3 novembre 2018 by

di Giovanni Giovannetti

Carissimi, scusatemi, ma la decisione dell’Anpi pavese di non presenziare alle celebrazioni del 4 novembre mi vede ampiamente in disaccordo politico e umano. La faccio breve. Al di là di ogni giudizio sulla guerra (e il mio è negativo, nel 1915 sarei stato con Maria Giudice e Umberto Terracini a fermare i treni diretti al fronte) una volta che si combatte io sto con i contadini e i proletari combattenti, e cent’anni dopo in piazza ci vado quanto meno per questi ragazzi, nel ricordo dei vivi e dei troppi morti, i cui nomi sono incisi sopra migliaia di lapidi, come quella di piazza Italia, lato Università. Domenica 4 novembre in una qualche piazza io ci sarò, non foss’altro per ricordare un famèi diciannovenne che ho fatto appena in tempo a conoscere: quel ragazzino era mio nonno, quarto reggimento alpini val d’Orco, mungitore e “ragazzo del 99”. In fin dei conti il nonno cent’anni fa ha vinto una guerra.

Storia avventurosa di Bananopoli

31 ottobre 2018 by

dal nostro inviato Giovanni Giovannetti

La pianta romana di Bananopoli «svetta verso le nubi con una fitta trama di torri» scrive il Petrarca al Boccaccio «e dispone verso ogni direzione di una vista senza impedimenti e libera, tanto che non so se alcuna città, tra quelle poste in pianura, ne abbia una più aperta e piacevole».
Da allora molta acqua è passata sotto il ponte sul Tesino, quello vecchio – ferito ma non ucciso da fuoco “amico” nell’ultima guerra – e quello nuovo, che pure è detto vecchio. Invece di rimettere una sull’altra le sue toste pietre antiche e mantenerlo pedonale, i geniali genieri lo hanno rifatto camionabile, portando il traffico ad accalcarsi lungo il cardo cittadino, così che Bananopoli ora dispone di un ponte medievale in meno e di molti problemi alla viabilità in più.
Non di meno, del “sacco” urbanistico faranno le spese molti storici palazzi dati per “vecchi”: «All’abbattimento del primo», dirà entusiasta l’assessore ai Lavori pubblici e prenditore in proprio, «inevitabilmente gli altri seguiranno come birilli». Bavetta alla bocca e mano sul cuore, lato portafoglio, l’intrepido assessore immagina cubature su cubature di edificato e un’autostrada in vece del cardo, a spaccare in due una città sulla carta grande tre volte l’attuale.
Altri tempi si dirà, di quando l’antico passava per vecchio, e pure il ponte nuovo. Tempi in cui i prenditori si potevano accordare con la pubblica amministrazione nell’abbattere, facciamo qualche esempio, un trecentesco edificio sul decumano e un medievale isolato là dove il decumano incrocia il cardo. Demolite di soppiatto anche le presenze coeve dell’edificio neoclassico sul lato nord di Piazza grande. Insomma, un “sacco” devastante, ben più gravoso dei bombardamenti “alleati” di dieci-vent’anni prima.

Ma chevvogliono queste minchie di Arecchi e quell’altro lì, Ignazio Stabile quando scrive di «esempi aberranti di violazione delle norme edilizie e di deturpazione ambientale…» qui bisogna rinnovaaaare e il nostro interesse è l’interesse della città. Paceamen se aumenta lo squilibrio con le periferie, cresciute a macchia d’olio senza asili, scuole, strade, negozi. L’economia deve girare e pecunia non olet, i soldi non hanno odore. Che questi due si facessero un giro nel centro cittadino, tra le sessanta banche e i di molto strani movimenti di capitali e forse capiranno.
Guidetti, Vanzina, Saiti, Körting, Meta, Ghisio, Vigorelli, Snia Viscosa, Fivre, Necchi… Le fabbriche, quelle sì cadono come birilli, ma si deve pur campare. Ben venga allora la piccola o grande rendita parassitaria legata all’indotto universitario e sanitario. E se ci sai fare, col tempo puoi anche salire di livello comprando e vendendo suoli: una botta a chi di dovere e in un amen te li ritrovi da agricoli a edificabili.
E poi chissenefrega di questo Petrarca e della sua «vista senza impedimenti». Roba vecchia vecchia vecchia. E allora brindiamo a dieci cento mille segni del progresso come palazzo Alfa, tredici piani per tredicimila metri cubi di vetro e acciaio, tanto che lo hanno ribattezzato il “palazzo di vetro”. Questa sì che è trasparenza. E se ne diano una qualche ragione i talebani ambientalisti, i baluba di sinistra e tutti ‘sti altri culattoni che chiocciano «abuso edilizio abuso edilizio…» Guardassero in casa loro, al numero diciassette di viale della Libertà, a quell’alveare per sciùri costruito dal grande elemosiniere della politica banana: alla faccia del regolamento e senza dare troppo dell’occhio, l’elemosiniere ha bellamente aggiunto due piani. E l’opposizione? Muta come un pesce muto. Andate allora in quel verminaio e domandatevi come mai qui ha preso sede la federazione provinciale del partito del popolo banano. Come mai?

Il multidealista

29 ottobre 2018 by

dal nostro inviato a Bananopoli Giovanni Giovannetti

«Bastardo d’un giornalista», sbotta il prenditore edile sfogliando di primo mattino “il Gazzettino banano”. «E dire che l’ho querelato, e l’hanno querelato il sindaco, il vicesindaco e il direttore sanitario… ma lui niente, va avanti. Ora mi sente».
Il prenditore chiama il Rude, un lungo elenco di precedenti penali:
– Rude!
– Uhe, prenditore
– Quel delinquente lì ha scritto ancora delle cose paurose sul mio conto
– Il giornalista?
– Sì, quel bastardo. Appena puoi passa da me perché io desidero fare quella cosa.
Il prenditore edile sta costruendo un villaggio sopra un’area destinata all’edilizia universitaria, salvo porre quelle case in vendita sul libero mercato, reclamizzandole, l’impunito, con enormi manifesti. Insomma, una lottizzazione abusiva bella e buona, portata a buon fine oliando «quello che in Comune apre tutte le porte», ovvero l’assessore al suo bilancio, che è anche vicesindaco di Bananopoli.
Costui è un ex poliziotto tutto d’un prezzo, un esserone onnivoro che tiene crudelmente per le palle il giovane sindaco Pupo. Insomma, lo ricatta e lui succube non può che gratificarlo, delegando l’onnivoro a rappresentarlo nel ben remunerato consiglio d’amministrazione dell’ospedale cittadino (e il figlio del vicesindaco, benedetto dal Pupo, tiene ben salda cadréga nel consiglio della multiservizi comunale).
Ma andiamo più a fondo, aggiungendo particolari alla biografia dell’ex birro, che è leggenda. Lo ricordiamo infatti membro a sua insaputa del cda della Fondazione sammarinense di Ester Barbaglia, la maga di Craxi e Berlusconi, che sulle cime del monte Titano possiede il 21 per cento di una banca dedita al riciclaggio di alto lignaggio mafioso.
Guardia o ladro? Vai a capire… Al tempo in cui era vicequestore, lo si rammenta pur ospite delle patrie galere per certi suoi piccanti favorini confessati ai giudici dal pentito di mafia Angelo Epaminonda detto il Tebano, boss della mala e referente lombardo di Cosa nostra catanese. Insomma, il Tebano gestiva spaccio, night, bordelli e bische dalle parti di Bananopoli, e qualcuno chiudeva un occhio, anzi due.
Ma proseguiamo. Tra i più stretti collaboratori dell’onnivoro svetta alquanto il suo discusso commercialista, tale Tiradritto da Palmi, revisore dei conti della multiservizi municipale e di molte altre società. Per quali meriti acquisiti è agile dirlo: Tiradritto è legato da un patto occulto con il capo della mafia lombarda di cui si è detto, suo collega in Massoneria; sono amici e sodali, e negli anni in cui il mafioso sconta ai domiciliari la sua condanna a nove anni per narcotraffico, tra i due resiste una compartecipazione d’affari di cui dividono i guadagni in nero. E sarà Tiradritto a introdurre l’onnivoro alla corte del capo mafioso, per voti e candidati da presentare alle imminenti elezioni.
Di che stupirsi? Del resto per l’ex birro la coerenza è tutto. Già la sua carriera politica ne rivela i solidi ideali: nasce socialdemocratico, trascorre l’infanzia nel partito socialista, l’adolescenza nel partito liberale, la maturità in forza italia, l’età di mezzo nella margherita, la vecchiaia attiva nel partito democratico e, dopo una parentesi civica, forse non morirà udc e tanto meno tornerà in galera, per raggiunti limiti d’età.
Che questo multidealista fosse a libro paga del prenditore edile, a non pochi pareva acclarato (gli esempi si sprecano) ben prima che lo blindassero per corruzione. Aggiungeremo che l’onnivoro si dipingeva anche editore. E nel versare fior di quattrini all’effimera casa editrice del multidealista, il prenditore amava definirlo «il mio dipendente».
Chiusa la telefonata con il Rude, quest’ultimo chiama allora quell’altro suo dipendente:
– Ciao vicesindaco.
– Ciao prenditore.
– Hai visto sul giornale cosa scrive quel rompicoglioni? Quello lì l’ho querelato, l’ho minacciato eh? e lui continua tranquillamente!
– Vedi prenditore, questo infame non ha nessuna paura di dire minchiate…
– Gliela faremo venire noi la paura.
Indecisi se saccagnare o che altro il giornalista, una notte senza luna qualcuno darà fuoco alla sua casa. La mattina dopo l’incendio, il primo a manifestare solidarietà è il vicesindaco.

Ora legale

27 ottobre 2018 by

Dal nostro inviato a Bananopoli Giovanni Giovannetti

Bananopoli è festante. Nella ridente cittadina oggi si plaude l’attempato insegnante che alle ultime elezioni, nonostante l’avverso pronostico, ha saputo primeggiare sul giovane sindaco uscente più reclamizzato d’Italia.
«È un bravo guaglione che si lascia guidare», aveva ironizzato anni prima il Faraone (il compianto lider locale del partito del lader) nel soffocare l’imberbe nella culla.
Per la verità, qualche grano o grana d’amore al giovane sindaco uscente non era mancata, tanto che, per la sua campagna elettorale, alcuni prenditori hanno nuovamente aperto portafogli, organizzato cene e innalzato bene auguranti calici, infruttuosamente.
Di una tale umiliante débâcle l’imberbe non sa darsi pace: lui, il vicepresidente dell’Anci (l’associazione dei comuni d’Italia); lui, l’aspirante formattattore a tutto etere dello stesso suo partito… Tutto inutile: il telegenico viene asfaltato in casa dal professor nessuno e irriso su scala nazionale anche più che in passato, come dopo l’emergere di quel suo indigesto pasteggiare al desco del grande capo della mafia lombarda, altro illustre concittadino, reduce da nove anni di galera per narcotraffico (erano «particolarmente buoni gli antipasti», dirà). Se poi questo abbraccio cincinnante tra la Cosca e il Pupo (così lo irridevano gli uomini d’onore) sia stato sodale o immorale non è dato sapere. Ma via costoro, le elezioni successive non hanno registrato eletti tra gli amici degli amici, e tanto meno l’esserino ha potuto riascoltare quel soave tintinnar dei calici per la vittoria. Tutto ha un limite, anche nella tollerante Bananopoli.

«Che ore sono?», chiede Atalanta ridendo di sottecchi (il neosindaco attempato lo chiameremo Atalanta, come la figlia di Iasio e come la squadra di calcio).
È ormai tempo di ora legale, e presto se ne avvede il presidente verdelega della locale Azienda servizi municipalizzati, messo ai ceppi con altre arpie dopo anni di ladrocinio (tra loro il figlio dell’ex assessore comunale al suo bilancio). Basti dire che il contabile dell’Azienda e della cosiddetta “Banda dei quattro” si è mariuolato in solitudine all’incirca due milioni di euro; 25 euro ad abitante, neonati inclusi. Al confronto di un così alto magistero, il presidente verdelega e i suoi complici – il direttore generale e il figlio dell’assessore – paiono dei pezzenti, meri arraffatori di benefit e di spiccioli.
Pericolo scampato, pensa tra sé Atalanta mentre dà una scorsa agli atti giudiziari. Se di nuovo avesse vinto il Pupo catodico, Asm sarebbe rimasta ben salda in mano alla “Banda dei quattro”.
E per fortuna non si contano chiacchierati tra gli eletti nel nuovo Consiglio comunale, ripete a se stesso sorseggiando un caffè, e il passato è passato (e chissà se è passato davvero). Come dimenticare però quel 16 luglio 2010, quella manifestazione antimafia guidata dal giovane sindaco di Bananopoli in fascia tricolore. Accanto a lui per l’occasione si accalcano gli amici dei mafiosi appena incarcerati. C’è l’ex assessore al suo bilancio (poi arrestato per corruzione), che ha candidato nelle liste del suo movimento politico le persone indicate dai mafiosi arrestati. C’è quel suo figlio (poi arrestato per peculato), che nel maggio 2010 ha assunto in Asm Lavori un ingegnere «nella piena disponibilità» del capo della ’Ndrangheta lombarda. C’è l’assessore ai Lavori pubblici, già socio in affari del direttore sanitario dell’Azienda sanitaria locale (arrestato per fatti di mafia) nonché di un pluricondannato per mafia e narcotraffico. C’è l’assessore alla Mobilità, già gradito ospite di mafiosi apicali nei più esclusivi ristoranti della Locride. Ci sono due consiglieri comunali in rapporti fraterni con il capo bastone lombardo-calabrese. E chissà se tra i manifestanti c’era anche il fantomatico “Peppino”, a cui l’ex direttore sanitario dell’Asl nell’agosto 2009 confida la necessità di «costruire un centro di potere» a Bananopoli.

Pavia, la terra dei fuochi

26 ottobre 2018 by

Rai3, rubrica “Persone” del 20 ottobre 2018