L’uragano Cefis

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Un volume misterioso e sino ad ora introvabile. Il ritratto di una borghesia socialmente noncurante dedita unicamente al proprio tornaconto. Nuove ipotesi sulla morte di Enrico Mattei

di Giovanni Giovannetti

Dato alle stampe nel 1975, L’uragano Cefis è un libro unico per davvero. Se ne conserva infatti una sola copia, quella che nel marzo 2010 il chiacchierato senatore-bibliofilo Marcello dell’Utri espose tra i pezzi di pregio alla Mostra del libro antico di Milano. Da allora L’uragano ha preso a circolare in fotocopia a mo’ di samizdàt, e si spiega: il libro contiene informazioni esatte, dunque pericolose, sulla sfacciata intraprendenza a fini personali di Eugenio Cefis, uno dei più altolocati timonieri del management pubblico, presidente dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni) e poi della Montedison. L’uragano si sofferma infatti sul brulicante arcipelago di società private che, per tramite di prestanome, fanno tutte capo a Cefis: sono società immobiliari, petrolifere, metanifere, finanziarie, del legno, della plastica, della pubblicità,̀ televisive, ecc. affidate a uomini di fiducia del presidente di Eni e di Montedison e che con Eni e poi Montedison sono a volte indebitamente in affari altre volte in concorrenza, in quell’epoca di bassa marea morale, per dirla con Calvino, in cui l’hanno vinta i peggiori. Ne emerge la foto di gruppo di una borghesia parassitaria, incline all’affarismo e socialmente noncurante: la borghesia più ignorante d’Europa, direbbe Pasolini.
Di questa borghesia traffichina Eugenio Cefis parrebbe il paradigma, «la storia mediocre di un uomo mediocre…» scrive il fantomatico Fabrizio De Masi (un nome di comodo), ma dal suo libro traspare semmai la storia di un uomo che – tornando a Pasolini (e a Dostoevskij) – ha conosciuto «la grandezza sia dell’integrazione che del delitto»: la metamorfosi di un “eroe diabolico” metà guardia e metà ladro, la storia di una vita legata a filo doppio ai tanti, troppi intrallazzi e misteri che hanno attraversato e attraversano questo nostro Paese.

L’onorato presidente

Non è tutto. Nel mio ampio saggio conclusivo rendo conto di ciò che l’anonimo autore di L’uragano Cefis ha inteso tacere, raccordando l’inchiesta di De Masi alla biografia politica e morale dell’“onorato presidente”: Eugenio Cefis, quel giovane sottotenente fucilatore di partigiani e antifascisti poi diventato lui stesso partigiano e antifascista, nome di battaglia Alberto, uno tra i più preparati comandanti militari della Resistenza di area cattolico-monarchica. Dopo la Liberazione, eccolo prima all’Agip e poi all’Eni accanto a Enrico Mattei, il presidente dell’Ente petrolifero di Stato ucciso il 27 ottobre 1962 (una morte che vedrebbe Cefis coinvolto). A Mattei subentrerà proprio l’ex partigiano Alberto, chiamato a perseguire politiche industriali non sempre volte al pubblico interesse e a prefigurare mutamenti istituzionali in aperto contrasto con la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Fosse dipeso da lui o dai suoi mandanti politici oggi l’Italia sarebbe una Repubblica presidenziale, più autoritaria che autorevole, guidata dall’“uomo forte” o dal tecnocrate di turno.

L’aereo di Mattei esplode sopra Bascapè

Nella postfazione mi soffermo anche sulla morte di Mattei, segnalando che in questo delitto potrebbe aver avuto un ruolo il “Cercle”, una misteriosa associazione – aristocratica, anticomunista e pan-europeista – di cui sino ad ora nulla si è saputo in Italia. Essa accoglieva, con poche eccezioni, il meglio della destra politica e finanziaria europea. Tra i circa settanta membri c’erano gli italiani Giulio Andreotti e il finanziere Carlo Pesenti; i tedeschi Konrad Adenauer e Franz-Josef Strauss; lo spagnolo Alfredo Sanchez-Bella, ex ministro di Francisco Franco e importante banchiere; il banchiere americano David Rockefeller; gli statisti francesi Jean Monnet, Robert Schuman, Antoine Pinay, Valery Giscard d’Estaing e il fondatore dell’Oas Jacques Soustelle, nonché l’agente segreto dello Sdece (il controspionaggio francese) Jan Violet e il collega tedesco Reinhard Gehlen (l’ex capo dei Servizi segreti al tempo del nazismo).
Stando a quanto sul delitto avrebbe saputo Giacomo Rumor – cugino del notabile Dc Mariano Rumor – a uccidere Mattei (e il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista di “Time-Life” William McHale, con Mattei su quel volo maledetto) sarebbe stato un corso di nome Laurenzi detto “Sokar”, assunto all’aeroporto di Catania Fontanarossa poco prima dell’attentato. Laurenzi avrebbe sabotato l’aereo assieme a “Neter” – nome di copertura di un militare dell’Aeronautica italiana – e a tale Omar Terenski, sloveno. L’ordigno «che doveva attivarsi alla discesa del carrello in fase di atterraggio fu fatto invece esplodere in volo sopra la località di Bascapè da parte di un certo “Kukin”, dotato di un congegno trasmittente, situato a terra nei pressi della cascina dei Panigada, in località Albaredo», poco fuori Bascapè, a 17 chilometri dall’aeroporto milanese di Linate. Lo rivela Paolo Rumor, figlio di Giacomo, in L’altra Europa, un libro del 2017 scritto a più mani con Loris Bagnara e lo storico e politologo Giorgio Galli.

Gli assassini di Mattei addestrati in una base Nato

Colpo di scena, “Sokar” e “Neter” avrebbero fatto pratica alla stazione radar dell’Aeronautica militare presso Gambolò-Remondò, che si trova anch’essa in provincia di Pavia, a poco più di quaranta chilometri in linea d’aria da Bascapè. Qui aveva sede il 12° Gruppo Radar Cram (acronimo di Gruppo radar Aeronautica militare), poi rinominato 112ª Squadriglia radar remota, una dipendenza Nato. Perché allora non ipotizzare che la bomba sia stata fatta esplodere da un radiocomando a distanza tarato su frequenze militari, come scrive Rumor riprendendo i “documenti riservati” del padre? Lo scenario è avveniristico e per quanto plausibile è forse improponibile (pare d’essere in un libro di Ian Fleming) ma è curioso che l’opzione di un abbattimento a distanza, tecnicamente possibile, sia rimasta sostanzialmente fuori da ogni indagine. Eppure nel racconto di Paolo Rumor non mancano gli elementi d’interesse: un corso di nome Laurenzi (l’agente segreto francese Thiraud De Vosjoli ha scritto in un libro che il sicario era un corso chiamato “Laurent”), tracce di “strutture parallele”, quel comando a distanza partito da sotto i pioppi di cascina Albaredo di Bascapè.

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