Il commissario Pedone

by

di Giovanni Giovannetti

Andrea Ballone, Carlo E. Gariboldi, Simone Satta
Pizza sangue e videopoker, edizioni Barriera 2013

Che la ‘Ndrangheta lombarda non sia da affrontare quale somma di singole Locali o ‘ndrine slegate fra loro non è più un teorema: sta scritto in sentenze come quelle che, il 19 novembre 2011 e il 6 dicembre 2012, hanno distribuito pesanti condanne a “cupola” e fiancheggiatori di questo movimento criminale dotato di vertice e ramificazioni, la “quarta sponda” delle tre Province storiche calabresi: ionica, tirrenica e reggina.
Insomma, scrivono i giudici «una visione parcellizzata della ‘Ndrangheta non consente di valutarne i legami con il mondo istituzionale, imprenditoriale […] è certamente più difficile apprezzare il capitale sociale mafioso se si continua a ragionare in termini atomistici» poiché in Lombardia «si è riprodotta una struttura criminale che non consiste in una serie di soggetti che hanno semplicemente iniziato a commettere reati in territorio lombardo» ma criminali «che operano secondo tradizioni di ‘Ndrangheta: linguaggi, riti, doti, tipologia di reati sono tipici della criminalità della terra d’origine e sono stati trapiantati in Lombardia dove la ‘Ndrangheta si è trasferita con il proprio bagaglio di violenza».
La citazione è ripresa dalle Disposizioni che, il 13 luglio 2010, San Enrico, hanno portato in carcere 174 tra affiliati e fiancheggiatori della componente lombarda della ‘Ndrangheta calabrese. Tutto questo è noto come “teorema Pignatone”, dal nome del procuratore capo di Reggio Calabria che, insieme a Ilda Boccassini e alla Dda milanese, ha coordinato le indagini Crimine e Infinito: come leggiamo, «la ‘Ndrangheta in Lombardia si è diffusa non attraverso un modello di imitazione, […] ma attraverso un vero e proprio fenomeno di colonizzazione, cioè di espansione su di un nuovo territorio, organizzandone il controllo e gestendone i traffici illeciti, conducendo alla formazione di uno stabile insediamento mafioso in Lombardia».
Nel gennaio 1984 – più di vent’anni prima – a Vigevano e non a Reggio Calabria, a queste conclusioni era già arrivato il vice questore Giorgio Pedone: in un Rapporto sull’usuraio Francesco Valle detto “Ciccio”, il funzionario di polizia già rilevava «la gestione sanguinaria del potere economico» e il «retaggio di sopraffazione» quale «bagaglio» criminale di questa famiglia mafiosa e del suo “patriarca” da un decennio nella città ducale: e se tutto questo «non verrà fermato in tempo», ammoniva Pedone, Vigevano diverrà loro «terra di conquista».
La sua voce rimarrà inascoltata. Ancora nel gennaio 1992 il capo della locale procura Michele Valiante negava infiltrazioni mafiose in città. E le negava lo stesso questore di Pavia Antonio Pagnozzi, secondo il quale in Lomellina «non era la mafia ad agire, ma soltanto gruppi criminali senza una rete capillare».
Sono anni in cui un collega di Pedone, Ettore Filippi, viene incarcerato e processato per certi piccanti favorini confessati ai giudici dal pentito di mafia Angelo Epaminonda detto il Tebano, boss della mala milanese e referente lombardo di Cosa nostra catanese (all’epoca – siamo nel 1983 – Epaminonda gestiva spaccio di coca, night, bordelli e bische anche in provincia di Pavia). Insomma, corruzione: assolto per insufficienza di prove… Così che nel 1992 il procuratore capo di Milano Giulio Catelani potrà affermare che «Milano non è Palermo».
L’anno prima il commissario Pedone lo trovano morto alla cascina Dajola, in campagna. Alle 10.45 di quel 14 agosto era atteso in Comune per il conferimento della Scarpina d’oro, un riconoscimento che segue la sua “promozione” all’ufficio passaporti di Trieste. Riverso in una pozza di sangue, ha la pistola “357 Magnum” appoggiata sul petto: suicidio? «Non mi vengano a raccontare che un’arma di questo tipo dopo lo sparo si posa sul grembo del suicida – osserva amaramente la vedova Perone – L’ho vista con i miei occhi dov’era. È un’arma che ha un contraccolpo violentissimo. Non crederò mai alla tesi del suicidio».
A Vigevano, la morte violenta di Pedone sembra l’epilogo di una lunga catena di sangue. 1973: in via Aguzzafame ammazzano il contrabbandiere Carmelo Giordano. 1983: fuoco su Domenico Galimi, autotrasportatore originario di Rosarno. 1984: tocca all’imbianchino Cono Caliò, a Biagio Manera e al geometra Giovanni Battista Gragnolati. 1986: piombo calibro 38 per Ciro Brancato. 1990: muore ammazzato in via Adige Loreto Sorbi detto “o’masculiddu”. 1991: al santuario di sant’Anna presso Cilavegna, esecuzione in piena regola per Basilio Salvia. Otto omicidi, tutti impuniti; infine Pedone. Pochi mesi prima di morire il commissario di Polizia si diceva convinto che alcuni di questi delitti eccellenti fossero da addebitare «allo stesso gruppo di interessi che da qualche anno cerca di imporre metodi che questa città respinge». L’allusione all’egemonia dei Valle sembra chiara.
E sarà l’orefice Maria Grazia Totti – una delle vittime degli usurai – a decretarne una prima sconfitta giudiziaria nel 1992, rompendo il muro del silenzio: quello eretto con minacce e violenze e quello ben più alto di chi – cittadini perbene, salotti “buoni” e istituzioni – ha inteso minimizzare, arrivando persino a sostenere che la denuncia «ledeva l’immagine della città».
Migrati nel milanese a Bareggio e Cisliano i componenti il clan sono nuovamente incarcerati il 1° luglio 2010. Due anni dopo, il 21 luglio, la sentenza: 24 anni al patriarca Francesco “Ciccio” Valle e al figlio Fortunato; 15 anni e 6 mesi all’altra figlia Angela; 7 anni a Maria, figlia di Fortunato; 10 anni a Francesco Lampada, marito di Maria. Successivamente la porta del carcere si aprirà anche per Giulio Lampada, fratello di Francesco e “braccio politico” del clan e del più giovane tra i Valle, l’incensurato Leonardo, candidato dei socialisti riformisti alle amministrative 2009 di Cologno Monzese.
Forse i Valle potevano essere fermati prima e per tempo, come aveva sollecitato il compianto Giorgio Pedone. Forse la stessa colonizzazione mafiosa di molte regioni del nord poteva mantenersi meno invasiva se solo lassù in alto avessero dato ascolto a uomini come lui. Lo hanno fatto i magistrati Ilda Boccassini e Paolo Storari nel 2010, riscontrando le giuste previsioni del commissario vigevanese, lamentando altresì il laissez-faire dei suoi superiori.
«Se hai bisogno parla solo con me», era solito dire Pedone all’amica Maria Grazia. A loro, al vicequestore Giorgio Perrone e a Maria Grazia Totti è dedicato Pizza sangue e videopoker di Andrea Ballone, Carlo Gariboldi e Simone Satta (edizioni Barriera, euro 12), distribuito da Coop Lombardia per conto di Libera, l’associazione antimafia. Un libro utile; un affondo in questo microcosmo del profondo nord sempre più assuefatto e passivo, paradigma dell’Italia in cui ci è dato vivere e in cui tuttavia non smettono di germogliare la brama di riscatto, l’indignazione e, se possibile, la voglia di rigenerazione.

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2 Risposte to “Il commissario Pedone”

  1. Anonimo Says:

    Però Filippi è stato dichiarato innocente. Significa che lo è

  2. ggiovannetti Says:

    Significa che dopo le rivelazioni del pentito Epaminonda e dopo la carcerazione preventiva, i giudici non hanno ritenuto sufficienti le prove a carico. Innocente è chi non ha commesso il fatto. La formula assolutoria dubitativa dell’insufficienza di prove – da tempo abolita – notoriamente è altra cosa, caro lei.

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