L’agente francese

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di Giovanni Giovannetti

La strana storia che accomuna due libri usciti nel 1968 e nel 1970 (un saggio e un quasi romanzo) a ciò che sulla morte di Enrico Mattei un magistrato benemerito ha potuto accertare solo trent’anni dopo.

La morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei il 27 ottobre 1962 (il bireattore sul quale viaggiava tra Catania e Milano esplode in volo sopra Bascapè) resiste tra i misteri insoluti della recente storia italiana. Erano in molti a volerlo morto: la Cia, le principali compagnie petrolifere private, l’Oas francese, i Servizi inglesi, settori di Confindustria e ambienti politici italiani. Ma va sempre più profilandosi un’altra verità, quella storia a cui fa cenno Paolo Morando nel denso capitolo finale del suo libro su Eugenio Cefis (Laterza, 2021) e di nuovo oggi, in un ampio articolo che trovate sul settimanale “l’Essenziale”.
Veniamo ai fatti. Secondo l’assai informato Philippe Thiraud de Vosjoli (è stato l’uomo di collegamento tra i Servizi francesi e la Cia, colui che avverte gli americani dei missili sovietici a Cuba e i francesi delle infiltrazioni sovietiche ai più alti livelli della Repubblica), a sabotare l’aereo di Mattei all’aeroporto di Catania sarebbe stato «Laurent», un appartenente al “Comitato”, un segmento “coperto” dello Sdece (il controspionaggio francese) vocato all’eliminazione fisica degli avversari. Questo defilato segmento è retto da una commissione al cui vertice, scrive lo spione francese in Le Comitè – un libro del 1975, mai uscito in Italia – sederebbe nientemeno che il primo ministro francese (e futuro presidente della Repubblica) Georges Pompidou.

Nome di battaglia “Laurent”

La mattina del 27 ottobre, “Laurent” sarebbe salito sull’aereo di Mattei senza essere notato, riuscendo a manipolare l’altimetro oppure collegando la bomba all’anemometro (quest’ultima è una tecnica di sabotaggio molto diffusa; la si trova anche nei manuali Oss dell’ultima guerra). Una ipotesi, quella dell’altimetro, che a buon motivo il magistrato pavese Vincenzo Calia giudica poco credibile (la sua inchiesta, l’ultima in ordine di tempo sulla morte di Mattei, ha semmai certificato la presenza di una bomba a bordo). Ma tolte alcune incrostazioni romanzesche, il quadro d’insieme che de Vosjoli offre in Lamia (un libro uscito nel 1970 negli Stati uniti e inedito in Italia, era il suo nome in codice) appare coerente. Motivo per cui Giorgio Galli invita a non sottovalutare quel suo riferimento a Mattei, al sabotaggio catanese e al contesto politico, economico e criminale descritto così da vicino; un affresco che precede di quarant’anni l’inchiesta di Calia.
Il punto di vista francese sulle mire di Mattei in Algeria è così riassunto in Lamia: «Quando de Gaulle diede l’indipendenza alle colonie francesi in Africa nera, e poi all’Algeria, dovette anche rassicurare i suoi connazionali che la Francia avrebbe comunque mantenuto il predominio economico. Per favorire le relazioni commerciali tra la Francia e le sue ex colonie, de Gaulle avviò dunque politiche di sostegno finanziario, a sommarsi con la tutela dei cospicui investimenti dei piccoli risparmiatori nelle società petrolifere francesi operanti nel Sahara e più in generale nell’Africa del nord». Insomma, «la borghesia francese andava rassicurata: la Francia avrebbe mantenuto il controllo del petrolio nordafricano», scrive Vosjoli.
Altro problema è costituito dai carichi di armi che, stando al francese, Mattei provvedeva a far arrivare al Fln algerino, finanziandone l’acquisto da un mercante di armi americano di nome Sam Cummings, che «aveva uno dei suoi magazzini più importanti a Genova».
De Vosjoli prosegue ammettendo che «a Parigi si era soliti risolvere i problemi politici con l’assassinio; come alla fine del 1962, con il piano per sbarazzarci di Enrico Mattei»; dopo aver tentato inutilmente di corromperlo, scrive, i Servizi francesi provano a intimorirlo con «diverse lettere minatorie a firma di un’organizzazione dell’estrema destra francese», l’Oas appunto. Ma pur spaventato il presidente dell’Eni tira dritto, e allora a Parigi decidono di ucciderlo.
Secondo de Vosjoli, il sicario “Laurent” era originario della Corsica e parlava benissimo l’italiano. Qualche mese prima dell’attentato si fa assumere all’aeroporto di Catania, perché in questo scalo il presidente dell’Eni «era solito fermarsi quando era in viaggio per Gela». E difatti, scrive de Vosjoli, «il 26 ottobre è arrivata l’informazione che Mattei avrebbe lasciato Catania in aereo il giorno successivo, alla fine del pomeriggio». Da chi arriva la “dritta”? Stando a Mauro De Mauro (che nel 1969 a Roma si incontra con de Vosjoli proprio per parlare della morte di Mattei) solo in due ne erano al corrente (pilota a parte), e alla figlia Junia lo sfortunato giornalista ha detto che uno di loro è Eugenio Cefis. E l’altro? Il secondo non può che essere Graziano Verzotto, l’organizzatore di quel viaggio. Avuta la “soffiata”, a “Laurent” «viene quindi dato l’ordine di agire».
Alla decisione concorre anche il meteo, costantemente monitorato dai Servizi francesi: era loro intenzione far passare l’attentato per un incidente dovuto al maltempo e si annunciavano temporali: «Le previsioni del tempo prevedevano su Milano cielo nuvoloso e nebbia fitta», scrive Vosjoli, e notoriamente pur di onorare gli impegni in agenda Mattei era pronto a sfidare la sorte.
Dunque “Laurent”. A ribadirlo è tra gli altri l’ex agente segreto sovietico Leonid Kolosov (fu lui ad avvertire Mattei dell’imminenza dell’attentato): intervistato da Giulietto Chiesa (“la Stampa”, 30 maggio 1992), Kolosov rivela che, instradati da una fonte nella Mafia, il Kgb aveva scoperto «il nome di battaglia dell’uomo che avrebbe dovuto eseguire l’operazione. Si chiamava “Laurent”». In seguito i Servizi sovietici scopriranno anche la vera identità di “Laurent”, «ma ormai Mattei era morto». E i sovietici ne sono informati perché a quel tempo il controspionaggio francese era ampiamente infiltrato dai loro Servizi (anche un intimo collaboratore del generale de Gaulle, nome di battaglia “Colombine”, era una spia al soldo di Mosca). Sembra la trama di un romanzo, e infatti la vita avventurosa di Thiraud de Vosjoli si riverbera in Topaz di Leon Uris, un racconto del 1967 portato sul grande schermo due anni dopo da Alfred Hitchcock.
Chi è “Laurent”? È ipotizzabile che de Vosjoli lo sapesse, e quell’indicarne solo il nome ha il sapore dell’avvertimento; ma fra gli altri, mostra di saperlo anche Kolosov, che trent’anni dopo si era detto disponibile a rivelarlo se solo qualcuno lo avesse invitato in Italia (“l’Unità”, 2 giugno 1992). Nessuno lo inviterà.

All’Oas enfants de la Patrie…

Che altro dire, se non prendere atto che Laurent è nome (e cognome) assai comune, tanto che un “agente” francese con la stessa barba finta, nella primavera del 1968 finisce ai ceppi in Congo dopo un complotto volto a rovesciare in modo violento il presidente ad interim Alphonse Massamba-Débat, sempre meno filo-francese e sempre più filo-sovietico. Per inciso, qualche mese dopo Massamba-Débat verrà deposto dal colpo di Stato militare di Marien Ngouabi, ben più filo-sovietico del suo predecessore. Ebbene, questo “agente” in missione a Brazzaville è niente meno che Jean-Marie Laurent detto “Lafitte” (come il pirata), membro della disciolta Oas e tra i fondatori dell’internazionale anticomunista, razzistoide e fascista, di Aginter presse, legata ai Servizi occidentali. Jean-Marie era spesso in Italia per incontri politici con i camerati di Ordine nuovo e di Avanguardia nazionale, nonché per addestrare i gruppi neofascisti italiani all’uso degli esplosivi (con i Servizi segreti italiani e quelli d’oltralpe a fingere di non sapere). Inutile stupirsi poiché – e lo dirà lui stesso ad Andrea Sceresini – tutti loro avevano «mantenuto contatti molto stretti con Parigi. Eravamo tutti impegnati in qualcosa, ma ciascuno di noi veniva utilizzato nelle aree che conosceva meglio» (in Internazionale nera, Chiarelettere 2017). Si capisce, ma ipotizzarlo a Catania nell’ottobre 1962 è quanto meno arduo.
Da una suggestiva ipotesi all’altra, a buon motivo ricorderemo allora che l’ex capitano dell’11° Choc paracadutisti dello Sdece e numero uno dell’Aginter presse Yves Guillou, alias Guérin-Sérac (un veterano di tutte le guerre, esperto in bombe e sabotaggi, uno dei fondatori dell’Oas) era solito nascondersi dietro al falso nome di Jean Laurent.
In questo componimento astratto, un’altra tessera al nostro mosaico la aggiunge l’ex capo del Sismi ammiraglio Fulvio Martini: «Penso che l’aereo di Mattei sia stato sabotato», dice l’ammiraglio il 14 luglio 1995 a Enzo Caretti, che lo intervista per “Ore 12”: «Mattei aveva molti nemici; c’è una cosa però mai emersa in questa oscura e drammatica vicenda e che è stata forse sottovalutata dagli inquirenti. Mattei in quei tempi aveva eccellenti relazioni con la resistenza algerina e i francesi non amavano questo tipo di contatti».
Comunque sia, le clamorose ammissioni del de Vosjoli sulla morte di Mattei anticipano e semmai puntualizzano le tardive rivelazioni sul sabotaggio dei pentiti di Mafia Tommaso Buscetta e Gaetano Iannì. Ma se nel 1993-’94, dopo le pur scarne rivelazioni di Iannì verranno disposte nuove indagini, nei “caldi” primi anni Settanta – quando nello scontro tra democristiani e socialisti per la presidenza dell’Eni l’argomento torna alla ribalta e volano gli stracci – nei tribunali si guardano bene dal riconsiderare la questione.
Sono senza conseguenze giudiziarie anche la buona messe di articoli apparsi sui giornali italiani poco dopo le rivelazioni dello 007 francese: ad esempio, ne parla per ben due volte il “Corriere della Sera”, e cioè il maggiore quotidiano italiano (il 30 novembre 1970, in occasione dell’uscita di Lamia negli Stati uniti – titolo: Era controllato il telefono di de Gaulle –; e di nuovo il 14 giugno 1972 in un articolo dal titolo Nelle memorie di un agente segreto ipotesi sulla morte di Mattei, quando il libro esce anche in Francia). Lo stesso 14 giugno ne scrive anche “la Stampa” (Sabotato dai francesi l’aereo di Mattei). Non bastasse, ne Il caso Mattei di Francesco Rosi, un film del 1972 prodotto dal socialista Franco Cristaldi, lo stesso de Vosjoli ci mette la faccia, precisando che «gli spostamenti di Mattei venivano comunicati volta per volta da un uomo vicino a lui» e di cui non sa fare il nome; un “traditore” che, pur godendo della fiducia del presidente dell’Eni, era al soldo dei Servizi francesi. Poi l’ex spione invita a verificare «se qualcuno che lavorava all’aeroporto di Catania come impiegato o come meccanico, o anche semplicemente come uomo di fatica, ha lasciato il lavoro il giorno dopo o il giorno stesso in cui è avvenuto il disastro». Sarebbe stata la prima cosa da fare, ma nulla di questo è agli atti.

Fiction

Sulle “romanzesche” imprese dello Sdece abbondano i saggi e le testimonianze, i gialli e le spy-story, i film e i docufilm. Tanta roba, ma qui può bastare quanto Pierre Accoce, Jean Dewever e Yves Ciampi (un giornalista, uno sceneggiatore e un regista televisivo) scrivono in Le monde parallèle (Fayard 1968), un libro che riprende l’omonima serie televisiva in tredici puntate trasmessa dalle tv di Francia e Germania. Ed è di questo libro che Morando scrive sull’“Essenziale”.
In questa storia (la voce narrante è quella di un agente dei Servizi francesi) un magnate svizzero del petrolio di nome Albert Fernetti muore per mano dello Sdece in quello che può sembrare un incidente aereo causato dal maltempo, ma nei fatti è un sabotaggio. Fernetti ha 56 anni, l’età di Mattei, e come Mattei è sposato, non ha figli e vive in una modesta stanza d’albergo.
Ad ucciderlo sono i francesi, ma li aiuta Eric Garnette, la «pedina indispensabile», un ufficiale della riserva e fervente patriota che del petroliere era il braccio destro e il suo alter ego. Garnette è pervaso da una smisurata ambizione, e in cima a tutto pone il desiderio di subentrare a quel suo capo. Per cominciare, Garnette provoca l’allontanamento in Marocco di André Masson, l’addetto alla manutenzione dell’aereo, sostituendolo con un meccanico di sua fiducia, colui che provvede a sabotare il bireattore.
L’aereo cade, Fernetti muore, Garnette subentra e, vedi caso, la commissione istituzionale chiamata a far luce sul disastro lo addebiterà sbrigativamente alle avverse condizioni meteorologiche.
Sembra di leggere l’inchiesta di Calia sulla morte di Mattei; è invece la trama di un telefilm, andato in onda in Francia il 5 febbraio 1968 con il titolo Action Homo, e di un libro uscito nel 1968, qualche decenni prima dell’indagine del valente magistrato. E sapete quale è il nome del meccanico sabotatore? Il meccanico che rimpiazza Masson si chiama Laurent, Laurent Bertold.
Anche questa incredibile storia l’abbiamo appresa da Calia; il magistrato non la scrive nel 2003 a conclusione della sua benemerita indagine ma la racconta proprio ora, quasi vent’anni dopo: proseguendo per diletto e curiosità personali le sue letture e ricerche, nel 2018 a Parigi il magistrato bibliofilo-letterato-filologo s’imbatte infatti in Le monde parallèle e può quindi rilevare le spettacolari similitudini con l’omicidio di Mattei e il contesto entro il quale esso matura.
Per Calia è sin troppo facile riconoscere Mattei in Fernetti e Cefis in Garnette. E Masson? Il magistrato pavese ben ricorda le manovre che, nel luglio 1962, hanno portato al confinamento in Marocco di Marino Loretti, il motorista addetto al bireattore di Mattei ingiustamente sospettato di aver dimenticato un cacciavite nella presa dell’aria di uno dei due motori. Le indagini sul cacciavite, siamo nel gennaio 1962, sono condotte dal maggiore dei Carabinieri Francesco De Forcellinis (Sifar) e dal capo dell’ufficio D del Sifar e futuro piduista Giovanni Allavena, colonnello dei Carabinieri, notoriamente in rapporti con Cefis (un’amicizia cominciata quando i due erano allievi all’accademia militare di Modena). Ma più che proteggerlo, il Sifar spiava Mattei e ben di peggio lo infamava, arrivando a insinuare, come fa De Forcellinis, che le lettere minatorie se le era scritte da solo.
Deciso l’allontanamento di Loretti, il suo posto a Roma-Urbe (l’aeroporto a nord di Roma che ospita gli aerei passeggeri del gruppo Eni) verrà preso da Giancarlo Morten, un giovane tecnico proveniente dall’Aeroclub di Modena (frequentato anche da Eugenio Cefis) che l’Agip Mineraria aveva assunto nel gennaio del 1962.
Sia ben chiaro che il 27 ottobre 1962 Morten era a Roma-Urbe e non a Catania-Fontanarossa, e cioè a più di cinquecento chilometri in linea d’aria dal bireattore di Mattei e dal misterioso “Laurent”, e quindi non sembra avere colpe. Ma quanto a lontananze fanno pensare i duemila chilometri che separano Loretti (a Casablanca in Marocco) dalla Sicilia. E come lo stesso Morten ricorda a Calia (che lo interroga il 9 giugno 1995), «La missione di Loretti in Marocco era stata personalmente disposta dal responsabile del servizio aeromobili della Snam, ingegner Giorgio Muran» in conseguenza, aggiungiamo, dell’indagine sul cacciavite condotta in primis da Allavena.
Marino Loretti verrà richiamato in Italia solo nel gennaio 1963, a delitto compiuto, e poco dopo si dimetterà, convinto che il suo esilio africano fosse servito ad allontanarlo dal Morane-Saulnier. Negli anni a seguire condurrà indagini per suo conto sulla morte dell’amico pilota Irnerio Bertuzzi, di Mattei e del capo dell’ufficio romano di “Time-Life” William McHale (con loro sull’aereo), tanto da concludere che si era trattato di un sabotaggio al comando di fuoriuscita del carrello, come in effetti, molti anni dopo, Calia potrà dimostrare. Lo riferirà anche a Italo Mattei, il fratello di Enrico: «…inspiegabilmente mi sono visto allontanare, pur sapendo, e lo posso documentare, di avere goduto piena fiducia e molta stima da parte dell’ingegner Mattei, e soprattutto del comandante Bertuzzi. Ma qualcuno aveva interesse a mettermi in cattiva luce, forse avevano interesse a tenermi lontano», scrive Loretti il 27 febbraio 1969.
Triste destino il suo: lui stesso morirà il 14 agosto 1969, sei mesi dopo quella lettera, in uno strano incidente aereo. L’aereotaxi di Loretti e del figlio Irnerio (Irnerio come l’amico pilota; e Bertuzzi aveva dato a sua figlia il nome di Marina), precipita un minuto dopo il decollo da Roma Ciampino: inopinatamente si erano bloccati entrambi i motori. E pur trattandosi di un aereo civile, l’indagine tecnica, «riservata», viene svolta dall’aeronautica militare. Il motivo della caduta è presto detto: i serbatoi contenevano poco carburante e ingenti quantità d’acqua. Del resto, come ammette de Vosjoli, «sabotare aerei era un nostro marchio di fabbrica».
Sorte assai migliore avrà il colonnello e poi generale Giovanni Allavena, colui che obbedendo agli ordini degli americani contribuisce a schedare i maggiori leaders politici italiani, a partire dai democristiani che guardano a sinistra: «Che genere di informazioni si devono raccogliere?», domanda un responsabile periferico del Servizio. Pronta la risposta: «tutto di tutti», in particolare, Allavena e gli americani sono interessati alle «documentazioni, anche fotografiche, delle relazioni extra-coniugali o comunque irregolari, sulle consuetudini sessuali, ecc.» da usare a scopo di ricatto, nonché altre notizie di carattere politico oppure bancario. Ogni dossier viene consegnato in copia al committente Thomas Karamessines e a chi, dopo il 1962, ne rileverà l’incarico. E se a questo riguardo in qualcuno permanesse un qualche dubbio, a pagina 318 de Il malaffare di Roberto Faenza (un libro del 1978 subito tolto dalla circolazione e mai più ristampato) il dubbioso può leggere questo dispaccio: il capo stazione romano della Cia informa d’aver «ricevuto oggi dal nostro corrispondente presso i Servizi segreti italiani copia delle schede relative ai leaders politici in osservazione. Copia delle stesse è stata inoltrata dai Servizi segreti italiani ai comandi dei Carabinieri di Napoli e di Milano» guidati rispettivamente dal generale piduista Romolo Dalla Chiesa (fratello di Carlo Alberto, coinvolto nei propositi golpisti del “Piano Solo”) e dal colonnello filogolpista Giovan Battista Palumbo (anch’egli coinvolto nelle trame del “Piano Solo” e della “strategia della tensione”). Questi incredibili dossier sono tuttora custoditi in formato microfilm negli archivi della Cia a Langley, in Virginia.
Alcuni di questi fascicoli – i più importanti – sono poi arrivati al capo della P2 Licio Gelli; glieli ha donati proprio il fido piduista Allavena. E stando a quanto si legge nei Diari del generale dei Carabinieri e galantuomo Giorgio Manes, «il Sifar fa intercettazioni telefoniche anche per conto dell’Eni: Cefis chiede “radiografie” a Guerrazzi», e cioè al tenente colonnello Cesare Guerrazzi, il capo del centro tecnico dell’ufficio D del Sifar, addetto alle intercettazioni telefoniche. Siamo nell’ottobre 1966: vedi il caso, il capo di Guerrazzi altri non è che l’ex colonnello ora generale Giovanni Allavena, da poco più di un anno alla guida del Sifar.
Non sempre tutto fila liscio: proprio in quei mesi scoppia lo scandalo dei fascicoli Sifar, e il nostro spione è costretto a dimettersi. Meglio tardi che mai.

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