Il tamburo di lotta

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A trent’anni dagli scioperi del Baltico – tredicesima parte
Le storie. Ryszard Lewandowski (1950)
di Giovanni Giovannetti

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Nell’agosto 1980 Ryszard Lewandowski ha 30 anni. Lavora ai cantieri come idraulico dal 1968. È iscritto alla Zms, Gioventù socialista, solo per avere una tessera in tasca, perché non si sa mai. Nel 1976 è a capo dell’organizzazione giovanile dei cantieri. Ricorda che poco prima di annunciare i nuovi aumenti di prezzo dei generi alimentari, le autorità hanno convocato i capi distretto, i leader delle organizzazioni giovanili e i segretari del Poup dei cantieri, per fornire loro alcune indicazioni su come affrontare l’argomento coi compagni: «Io ho detto che sarei stato il primo a condurre i ragazzi davanti alla sede della direzione per protestare. E così ho fatto. Ma sono rimasto nella Gioventù socialista, e questa è la ragione principale per cui non ho mai fatto politica. Non ho voluto che i miei avversari me ne tirassero fuori».


Obelix fa il bucato

La sua maturazione politica e umana è traumatica, perché passa attraverso i moti del dicembre 1970, quando vede la polizia sparare sugli operai all’uscita del cancello 2: «Avevo preso delle pietre, poi ho visto i morti e mi sono spaventato». Durante gli scioperi del 1980 Ryszard fa la guardia del corpo a Wałęsa. Un volto noto il suo, con una barba fluente, visto centinaia di volte nei filmati di repertorio e nelle fotografie dell’epoca, mentre porta a spalla Wałęsa fino al cancello 2. Dopo lo sciopero, l’Obelix dei cantieri lavora per Solidarność(«volontariato gratuito», precisa) fino al colpo di Stato del dicembre 1981.
Finisce come tanti in galera, dentro e fuori per quattro volte, l’ultima nel gennaio 1984: una condanna a 6 mesi, «per aver diretto un’organizzazione clandestina e tentato di rovesciare il regime». Perde il lavoro ai cantieri, perché viene licenziato dai nuovi dirigenti militari. Per qualche tempo mantiene la famiglia, moglie e due figlie piccole, grazie alla solidarietà dei colleghi.

Oggi Lewandowski lavora presso una tintoria privata. Guadagna 1500 złoty («Non mi posso lamentare»), la moglie è morta e lui vive con le due figlie e l’anziana madre, che dà una mano. Ha un piccolo appartamento e una vecchia auto, una Golf verde. Niente risparmi, è già tanto che le figlie possano studiare. La più grande, con un diploma universitario in ecologia e difesa dell’ambiente, da oltre un anno non trova lavoro. Anche la minore, dopo la maturità liceale, indirizzo economico, dovrà cercarsene uno. «Nel 1980 sognavamo un capitalismo come lo vedevamo nei film americani. Nessuno si aspettava che la nostra versione sarebbe stata così atroce». Alle elezioni politiche del 1998 Ryszard ha votato per la coalizione di Solidarność, ma ora esprime un giudizio pesantemente negativo sulla politica economica di quel Governo: «C’è tanta corruzione. Una classe dirigente comunista e incapace è stata sostituita da uomini che si sono formati dentro Solidarność e che sostanzialmente badano solo a mantenere i propri privilegi, come i comunisti prima di loro».
Nel 2001 non è andato a votare: «I furbacchioni si sono rifugiati nella Piattaforma civica; i pochi ancora fedeli al mito di Solidarność hanno scelto AwS; gli ultras hanno avuto la loro Lega. Ho pensato a quelli di Diritto e Giustizia, ma non mi convincevano del tutto: i nostri leader ci hanno già deluso tante volte, pensano a se stessi, non al bene di questo nostro Paese». Sul futuro è pessimista: «L’adesione all’Europa non ci aiuterà. Oggi sono contrario, un polacco medio come me non ci guadagnerà niente, anzi perderà ancora. Sto osservando con attenzione come vanno i negoziati. L’Unione europea ordina che cosa dobbiamo fare e noi diligentemente obbediamo. La Polonia è diventata un nuovo mercato per i loro prodotti, nient’altro. E qui la situazione è così grave che da un momento all’altro potrebbe anche esplodere. Vedo che tanti sono ormai disperati. Basta una scintilla a provocare l’incendio».

Ryszard Lewandowski (1950). «Nel 1980 avevo 30 anni. Lavoravo ai Cantieri dal 1968. Idraulico. Nel 1970 ho visto la polizia sparare sugli operai che uscivano dal cancello 2. Avevo preso delle pietre, poi ho visto i morti e la gente gridare. Ero spaventato.
Contatti coi sindacati liberi non ne avevo. Ero iscritto alla gioventù socialista ma in pratica non facevo politica. Tutti erano informati dell’esistenza dei nuovi sindacati. Conoscevo anche tre o quattro di loro. In cantiere o sui treni era possibile leggere i loro volantini. I sindacati ufficiali c’erano ma era come se non esistessero. Era prevedibile che prima o poi sarebbe successo qualcosa. Tuttavia nel 1980 nessuno si aspettava un movimento di quella portata. Durante lo sciopero ho fatto da guardia del corpo a Lech Walesa. Aveva ricevuto minacce e per lui sarebbe stato pericoloso uscire dal Cantiere, anche perché volevano arrestarlo. Per lui stare dentro era meno pericoloso, anche perché lo proteggevamo noi.
Dopo lo sciopero ho lavorato per Solidarnosc nell’informazione: organizzavo gli incontri con la stampa, l’attacchinaggio dei manifesti e cose del genere. Tutto volontariato gratuito. Fino al colpo di stato. Sono finito in galera una prima volta il 13 dicembre 1981. Il 12 ho acceso il televisore ma, stranamente, non c’erano trasmissioni. Allora sono andato al Cantiere. C’era tanta gente e la polizia che entrava e arrestava. Io e altri cento militanti siamo stati arrestati quasi subito. Ci hanno portato in una caserma e poi in prigione. Dopo quattro giorni sono stato rilasciato e nuovamente arrestato: dentro e fuori per quattro volte, l’ultima nel gennaio ’84. Dal 1983 non potevo più lavorare perché i dirigenti militari del Cantiere mi avevano licenziato. Ero bollato e nessuno mi dava più un lavoro. Vivevo della solidarietà dei colleghi.
Il mio giudizio sulla politica economica del Governo è negativo. Alle elezioni del 1998 ho votato per la coalizione di Solidarnosc. Ora c’è tanta corruzione: una classe dirigente comunista e incapace è stata sostituita da uomini che si sono formati dentro Solidarnosc e che ora sostanzialmente badano a mantenere i privilegi come i comunisti prima di loro. E’ difficile rispettare la democrazia.
Oggi lavoro in una ditta privata come operatore industriale. La nuova economia offre poco alle mie figlie: manca il lavoro e mancano le prospettive».

(tredicesima parte – continua)

Una Risposta to “Il tamburo di lotta”

  1. utente anonimo Says:

    Ciao Giovanni,olevo semplicemente ringraziarti per la mole di importante lavoro di documentazione-diffusione che stai qui pubblicando.Tante volte e sempre più spesso, chi parla di operai non sa neanche chi (o cosa…?) sia un operaio. E soprattutto da dove sia partita la storia di un settore lavorativo capace di diventare massa critica, compatta, decisa e realmente rivoluzionaria.Comunque la si voglia vedere, l'operaio (in senso lato, comprendendo anche i braccianti agricoli) è già di per sè, se cosciente, "partito-scienza".Ancora grazie per le belle letture, saluti anticollaborazionistiMattiawww.operaicontro.it

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