Il tamburo di lotta

by
A trent’anni dagli scioperi del Baltico – sedicesima parte
Henryk Jankowski – Tadeusz Fiszbach
di Giovanni Giovannetti
..

Padre Henryk Jankowski (1936) «Come è noto, un sostegno decisivo alla lotta degli operai è arrivato dal nostro papa. Di fronte alla portata storica di quegli eventi, nella Chiesa polacca la prudenza e la cautela parevano pronte a frenare il coraggio di chi stava in prima linea. Ad esempio, i pavidi e ripetuti inviti alla moderazione e a tornare al lavoro di monsignor Kaczmarek, vescovo di Danzica erano del tutto fuori luogo; era meglio se stava zitto. Ma ognuno doveva fare la sua parte. Quanto a me, l’ho fatta fino in fondo, stando giorno e notte accanto agli operai dei cantieri. E loro me ne sono stati grati: sopra il cancello 2, accanto all’immagine del papa, qualcuno aveva appeso un mio piccolo ritratto.


È stata una messa a rilanciare lo sciopero. Quando, il 14 agosto, sembrava tutto finito, sono andato in cantiere e ho detto a un Wałęsa ormai rinunciatario che per me la lotta cominciava allora. Fui facile profeta. Il vescovo non aveva autorizzato la funzione, ma io decisi di celebrarla lo stesso. Ho mandato bambini e studenti in tutte le case a dire agli operai di tornare. Sono tornati in 5000 e lo sciopero è ripartito.. In un telegramma al nostro primate Wyszyński, il santo padre pregava. Fui incaricato di leggerlo agli operai in sciopero, a nome del cardinale primate. Giovanni Paolo II si schierava con gli operai. Quella lettera diede nuovo coraggio e determinazione a tutti quanti. Ci sentivamo protetti. In realtà quella fu una rivolta sociale contro il comunismo, che vedeva la Chiesa con a capo il nostro papa schierati con la gente. Una Chiesa che in Polonia ancora adesso è all’opposizione, perché la battaglia non è ancora finita.»

Tadeusz Fiszbach, (1936) «Ero un membro influente dell’ala riformista del Poup e, nel 1980, ero segretario della regione di Danzica. Fin dal primo momento sono stato dalla parte degli operai in sciopero, per il dialogo e una soluzione politica. Al primo plenum del Poup, dopo gli scioperi, sono stato fischiato. Ma a Danzica gli operai avevano affisso in bacheca il testo del mio intervento con sopra scritto: ”Il calvo è con noi”.
Il nostro socialismo era radicato nella società. A differenza di altri partiti analoghi, quello polacco non era monolitico. Il dualismo con la Chiesa ha progressivamente favorito il manifestarsi dell’opposizione sociale. Fra l’altro, tra gli iscritti e i dirigenti c’erano molti fedeli. Dopo il colpo di Stato del 1981, mi hanno mandato all’ambasciata polacca a Helsinki, ma avrebbero voluto mandarmi ancora più lontano, perché volevano impedirmi di avere un ruolo nelle relazioni politiche dopo lo stato di guerra.
Nel 1989 sono stato eletto in parlamento. Quelli del mio partito mi hanno voluto come capogruppo, ricordando che ero tra coloro che avevano firmato gli accordi di Danzica. Era un parlamento di contrasti. Due anni e mezzo, il tempo necessario per traghettare il Paese verso elezioni veramente libere. Non sono mai entrato nell’Sld, la sinistra democratica postcomunista. Secondo me la socialdemocrazia andava fatta lievitare dal basso; bisognava anche recuperare la credibilità, ad esempio restituendo i beni immobiliari presi abusivamente o scrivendo la verità sulla storia del Poup.
I compagni di Cracovia mi volevano alla vicepresidenza del nuovo partito ma queste mie proposte non sono passate. Così, con un gruppo di compagni, abbiamo fondato l’Unione dei Socialdemocratici polacchi (Unia), un movimento che ha subito preso le distanze dal marxismo-leninismo e che vantava l’appoggio delle socialdemocrazie europee. Ma alle elezioni presidenziali del 1990 ci siamo divisi sull’appoggio ai candidati. Io ho lasciato. Molti ora dicono che ho fatto male.
Nel 1993 mi hanno mandato a Oslo, come addetto commerciale presso la nostra ambasciata. Da Oslo sono tornato nel dicembre 1998. Ora sono a casa, a disposizione del ministero degli Affari esteri. Aspetto proposte. Ho 65 anni e sono ormai prossimo alla pensione. Da un po’ di tempo sono tornato in chiesa. Provengo da una famiglia molto patriottica. In quel momento, forse, hanno suonato quelle corde.»

(sedicesima parte – continua)

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