Sognare non costa niente

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Appunti per un Rinascimento pavese
da Pavia, Giovanni Giovannetti

A Pavia stiamo rinunciando a valorizzare le nostre migliori potenzialità economiche e culturali, viste come fonte di occupazione. Messa in naftalina la “città dei congressi”, mai nata la “città dei saperi”, nuovamente si sono abbattuti i segni del passato come la parte monumentale della Snia (che invece andavano restaurati e valorizzati) e avanza l’anonima rete commerciale di stoccaggio e vendita delle merci, a soffocare i negozi di vicinato e a costellare di future “aree dismesse” la pianura agricola pavese. Il modello sta mostrando da tempo i suoi limiti.
Soffermiamoci allora su due parole “amiche”: «progetto» e «metodo». Pavia non può fare a meno del proprio rilancio, a partire dal censimento delle cose che già si fanno – da valorizzare – delle idee sul da farsi e delle persone disposte a dare e non solo ad avere. S’impone il coordinamento territoriale e il dialogo – che oggi manca – tra Comuni, Provincia e Regione. Al dunque, facciamo qualche esempio e alcune sintetiche proposte.

Censimento delle cose

Identità e qualità: “Pavia, città internazionale dei Saperi” potrà fare comunicazione territoriale se saprà collegare le tante iniziative, slegate tra loro, che già hanno luogo sul territorio. Il ritorno d’immagine sarebbe a costo zero o quasi. I nostri amministratori sanno che dal castello di Belgioioso a quello di Sartirana, da Varzi a Vigevano, privati cittadini e amministratori locali già organizzano una moltitudine di eventi? La città capoluogo si candidi allora a diventare il centro del sistema, coordinando i collegamenti e investendo nella comunicazione. Quando gli eventi sono ad alto valore aggiunto culturale, andranno previsti richiami e presenze in città e nei maggiori centri della provincia.

Visitatori tutto l’anno

Nel turismo Pavia è luogo di transito, prima o dopo la visita alla Certosa. Sono visitatori “mordi e fuggi”, un turismo che fa perno su Milano. Una tendenza da invertire, cogliendo al meglio l’occasione offerta da Expo2015, promuovendo la città e le sue peculiarità monumentali e gastronomiche come centro di un “sistema” che ramifica e fruttifica a sud nell’Oltrepo, a ovest in Lomellina, a nord alla Certosa e a est fino a Cremona, con una promozione coordinata degli eventi. Lo scopo dei marchi cittadini non è, come sembra, fare un po’ di animazione culturale a uso e consumo dei locali come, ad esempio, lo era il Festival dei Saperi: non guasta, ma altra cosa è il marketing territoriale, altra cosa è portare visitatori a Pavia tutto l’anno e dare visibilità al territorio, puntando sulla città “sapiente” di Cardano, Volta, Foscolo, Golgi, don Angelini (e anche di Maria Corti, Cipolla, Gabba e tanti altri).
La storia millenaria, le chiese romaniche, il parco fluviale, la campagna irrigua, le cascine storiche, le aree protette… Pavia offre molto, ma pochi ne sono al corrente. La futuribile città dei congressi (a proposito: servirà un Centro congressi dalla capienza almeno tripla di quello non ancora in cantiere all’ex area Neca) dovrà farsi ancora più attraente, migliorando l’offerta per trattenere tra cotti e ciotolato i turisti ora solo di passaggio. Pensiamo al recupero del Naviglio tra Borgo Calvenzano e la Certosa, con la possibilità di viaggiare in “nave” tra Pavia e il Monumento, tra conche e natura, lungo un’opera di ingegneria idraulica che ha fatto scuola nel mondo, un potenziale museo a cielo aperto.
Pensiamo una diversa gestione del complesso monumentale della Certosa (è proprietà del demanio), il più importante della Lombardia, provvedendo al suo restauro e ripristinando il biglietto d’ingresso, ridefinendolo altresì quale luogo di spiritualità.
Pensiamo al grandioso parco Visconteo tra il pavese castello Visconteo e la sua Certosa, teatro della storica battaglia di Pavia che, nel 152, vide fronteggiarsi il re di Francia Francesco I e quello spagnolo Carlo V d’Asburgo, re dei romani (a proposito: nel 2025 saranno cinquecento anni). Pensiamo dunque al parco “della battaglia” e ad un museo, da ospitare, perché no, nell’antico castello di Mirabello, oggi male in arnese.
Pensiamo a un museo interattivo dell’acqua, della navigazione fluviale e della civiltà industriale negli edifici storici dell’ex Snia o della Necchi o – per la navigazione interna – all’Idroscalo o entro un parco insieme al naviglio.
Pensiamo a un Museo dell’arte contemporanea in una struttura polivalente insieme a cinema, caffè, librerie e altro ancora, così come se ne vedono in Germania, in Svizzera e in Austria. Uno spazio per iniziative non effimere, che aspirino alla documentazione e alla conservazione.
Pensiamo a un “museo Fraccaro” sull’ultimo Dada (del quale il compianto prof. Marco Fraccaro – attento promotore di iniziative culturali – è stato un appassionato collezionista).
Pensiamo a investimenti mirati e programmati nel tempo a favore del depresso sistema museale pavese (Pinacoteca e Museo del Risorgimento) e aiutare i privati a promuoverne di nuove. Il “percorso risorgimentale” porta a pensare inevitabilmente a Villa Cairoli di Gropello, proprietà del Comune di Pavia attualmente male in arnese: si promuova un itinerario storico: Villa Cairoli e il Museo pavese, ma anche Palestro e Montebello.
Pensiamo a più fecondi collegamenti tra il capoluogo ed altri centri della provincia in occasione di riti pagani come il “Bruciamento del diavolo” a Vigevano per carnevale, o di tradizione cattolica, come il “Crocione” di Tromello e i “fuochi” di Zavattarello e Romagnese: questi ultimi sono tra le più arcaiche e poco note celebrazioni della Settimana santa pasquale; nulla da invidiare alle processioni del nostro Meridione. Per tacere di santuari come quello delle Bozzole di Garlasco o l’eremo di Sant’Alberto di Butrio nell’Oltrepo montano.
Pensiamo alla “Via del sale” verso la Liguria e alla “Francigena”, che da Canterbury portava a Roma i pellegrini, da percorrere prevalentemente a piedi per ragioni penitenziali e devozionali. L’“hospitale” presso la chiesa di Santa Maria in Betlem, in Borgo Ticino, era una tappa di quel viaggio.
L’elenco sarebbe lunghissimo. Spazio anche alle “Notti bianche” (una per ogni solstizio ed equinozio) e grande spazio a un rinnovato “Festival dei Saperi”, con un budget adeguato, in sinergia con altre rassegne, così da ottimizzare su promozione e gestione delle risorse. La prima edizione del Festival dei Saperi era costata 1.400.000 euro, quattro o cinque volte più del necessario (e ben ne conosciamo i motivi…). Ad esempio, l’acclamato “Festival della mente” di Sarzana è gestito da una società in compartecipazione tra Comune e Fondazione Cassa di risparmio della Spezia e costa 400.000 euro. Il Comune può concorrere alla spesa con i denari provenienti da altre sponsorizzazioni, e limitarsi a coprire l’importo mancante. In sostanza, il Comune di Sarzana non ci mette un euro di suo.
Sono suggerimenti che renderebbero la città più simile a Mantova e non a Platì, sono idee per rendere piacevole la permanenza a Pavia a pavesi, congressisti e visitatori, con evidenti benefici per l’economia locale. Tuttavia…
Attualmente Pavia dispone di pochi posti letto: in città come Mantova sono dieci volte tanto. Un buco nero da colmare. Una città che si vuole dei congressi e delle tecnologie avanzate non può fare a meno di una rete alberghiera decente.

Risorse umane

Servono strumenti che già abbiamo. Facciamo il censimento delle idee, chiediamo contributi ai grafici di vaglia che operano sulla piazza, come Luciano Trevisan, Marco Nespoli e Luciano Ferro, gente che lavori nell’interesse della città e dei cittadini. Le idee migliori possono lievitare dal basso. Ma per valorizzarle servono amministratori capaci – e non rapaci – e una politica meno pasticciona, aperta e davvero “trasparente”.
I nostri amministratori sanno che a Pavia operano due case editrici con distribuzione nazionale? Sanno che in città e dintorni vivono illustratori, grafici, traduttori, poeti e scrittori come Mino Milani, Clemente Ferrario, Bianca Garavelli, Massimo Bocchiola, Anna Ruchat, Giorgio Boatti, Flavio Santi, Giorgio Sanna, Mooney Witcher, Grazia Nidasio, Teresa Sdralevic, Massimo Cavalieri, Marco Marcotullio, Piersandro Pallavicini, Fabio Zucchella? (e sicuramente ne dimentico alcuni) Tutto questo e altro ancora è parte del sommerso intellettuale cittadino, persone che lavorano e che non sono “profeti in patria”.
Poi ci sono gli intellettuali “visibili”, che stanno in Università: Segre, Veca, Stella, Kemeny, Colombo, Vegetti Finzi… Tomaso Kemeny, grande poeta e studioso, è anche l’animatore della milanese “Casa della Poesia”, che ha sede nella Palazzina Liberty di largo Marinai d’Italia. Qualche anno fa Kemeny ha proposto a Pavia un “Premio europeo di poesia” e una “Settimana della poesia” da tenersi nei giorni dell’equinozio di primavera. Il premio prevedeva di pubblicare in traduzione italiana un’opera poetica inedita di un autore europeo vivente e di tenere una “Settimana della poesia”, con letture negli angoli più belli della nostra città. La proposta, del 2002, avrebbe coinvolto alcuni tra i maggiori poeti italiani e stranieri, e costava tra i 35.000 e i 50.000 euro. In Comune non ne fecero nulla. Un Premio europeo di poesia ora lo danno a Treviso; un Festival simile, invece, si tiene a Parma.

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